Il mostruoso femminile nell’immaginario giapponese
La “mostruosità” femminile è presente in ogni mito, a tutte le latitudini tuttavia nell’immaginario maschile giapponese di ogni epoca acquisisce una pregnante connotazione.
Dove risiedono le ragioni di un tale coinvolgente fascino?
Più che di pregnante connotazione io preferisco parlare di ambigua connotazione poiché nel mito e nei racconti folclorici giapponesi la mostruosità femminile si nasconde sotto la bellezza, sotto quell’irresistibile seduzione che, nella visione maschile, certo, imbriglia l’uomo nella rete delle sessualità, lo imprigiona come un destino inevitabile e, una volta catturato, lo distrugge. Paura e desiderio giocano allora come facce di una stessa medaglia. Le vedo come la rappresentazione del senso di minaccia incombente percepito dal patriarcato: la paura della perdita del proprio dominio e, al tempo stesso, l’impossibilità di riconoscere la donna come soggetto. La negazione dell’umanità della donna e l’esaltazione della sua mostruosità operano in questa direzione.
“Un essere femminile che non si piega a un modello imposto, a uno schema previsto.”
La natura selvaggia della femminilità può rivelarsi quale rivendicazione dell’orrore come forza creatrice?
Potrebbe sì, ma su questo tema devo ancora indagare e riflettere prima di azzardarmi a fare delle ipotesi interpretative. Mi sento invece di vedervi una rivendicazione di resistenza, di insofferenza nei confronti di un modello di donna che si è andato imponendo via via più vigorosamente nel corso dei secoli e che l’ha ingabbiata in un ruolo subalterno, un essere sottoposto a tutela, privo di diritti e di parola. Il mostro femminile è destabilizzante, non risponde alle leggi della società, opera fuori dalla comunità e rappresenta una perenne minaccia, una fonte di inquietudine. Anche il guerriero, che si mostra baldanzoso fra i suoi uomini, che vive nel clan in cui le donne sono sottoposte al potere del suocero e del marito, non può che soccombere alla forza inesorabile del mostro femminile che si palesa d’improvviso sul suo cammino. Davvero il potere dell’uomo è sancito per sempre? Davvero è così irresistibile?
“La donna è estromessa dal potere, allontanata dalla possibilità di compiere azioni di mediazione fra mondo dei vivi e mondo dei morti…per ritrovarsi relegata a un ruolo decorativo, subordinato”
Tale ruolo è tutt’oggi presente nel Giappone contemporaneo?
Credo che, nonostante qualche timido passo in avanti e qualche dichiarazione di facciata non seguita però da fatti (e sto pensando anche alla Womenomics, l’insieme di politiche che, nell’idea del primo ministro Abe Shinzō, avrebbero dovuto costruire una società in cui le donne avrebbero brillato) la situazione della donna in Giappone sia ancora condizionata pesantemente da una misoginia sistemica. Se nell’immediato dopoguerra la spinta alla ricostruzione imponeva il modello del marito tutto dedito all’azienda, quindi volto alla produzione, e la moglie destinata al lavoro casalingo e alla cura dei figli, quindi alla riproduzione, la Legge sull’uguaglianza nel lavoro del 1985 e la Legge Fondamentale per l’Eguaglianza di Genere nella Società approvata nel 1999 non hanno scalfito se non in minima parte una mentalità disparitaria ancora fortemente ancorata nella società giapponese. Basterà prendere in esame il Glass Ceiling Index di The Economist: in quello disponibile dal marzo 2023 il Giappone si colloca al 28° posto (è a questo posto ininterrottamente dal 2016), ossia al penultimo in una classifica che prende in esame le 29 economie più avanzate. O basterà osservare che nel Gender Gap Index del Forum Economico Mondiale il Giappone si colloca al 125° posto su 146 paesi considerati. Non va meglio per quanto riguarda la rappresentanza parlamentare: per la presenza femminile nelle due Camere della Dieta, il Giappone si colloca al 164° posto su 185 paesi esaminati nel ranking del luglio 2023 (in pratica, oggi) dell’Unione inter-parlamentare di Ginevra (IPU) sulla presenza delle donne nei parlamenti nazionali. Insomma, con una mentalità conservatrice che ancora si aspetta che le donne dopo il matrimonio o dopo il primo figlio si dimettano dall’azienda in cui lavorano, che divarica le carriere del personale femminile a seconda della scelta o meno di sposarsi (ci si aspetta che chi ambisce a diventare quadro non si sposi mentre chi sceglie di avere figli vede allontanarsi le promozioni), pochi servizi per le madri lavoratrici, nessun aiuto per le madri sole sempre più indigenti, il cammino per le donne è ancora lungo. Il peso da sopportare è tutto sulle loro spalle. E in una società in cui le donne forti sono ancora considerate con sospetto perché dalle donne ci si aspetta che siano obbedienti, che aderiscano al modello classico che impone di sopportare senza ribellarsi e senza fiatare ( il caso della giornalista Itō Shiori è emblematico), che servano il tè in ufficio e che non discutano gli ordini del capo (maschio), un cambio di rotta mi sembra davvero ancora molto difficile che si realizzi in tempi brevi.
La yukionna, “donna di neve”, in qual misura può ritenersi quale paradigma del tratto dell’inafferrabilità femminile?
Vedo la yukionna, una creatura mostruosa affascinante per sua stessa natura, come personificazione della duplicità della donna nella visione maschile: bellezza e pericolo incombente. Un fascino irresistibile, a cui è facile abbandonarsi, si associa alla minaccia, alla sensazione che questa seduzione a cui l’uomo è destinato a cedere lo conduca inesorabilmente alla morte. In alcune fiabe si coglie bene il tema dell’inafferrabilità del femminile: la moglie di neve o, in altre versioni, la moglie ghiacciolo, ammalia l’uomo nascondendo la propria reale natura sotto una bellezza irresistibile, disposta a sposarlo e dargli dei figli (ossia aderendo al modello tradizionale di moglie) ma mettendolo alla prova con l’imposizione di un tabù che egli, inevitabilmente, romperà causando la fuga della donna, una fuga metaforica che si realizza con la sua scomparsa: la neve, così come il ghiaccio, si scioglie, non lasciando traccia. La donna resiste così a ogni tentativo di imbrigliarla, di imprigionarla in un rapporto senza fiducia. Sfugge ostinatamente al controllo. La yukionna potrebbe allora essere vista quale simbolo dell’irriducibilità del femminile alla misoginia, del rifiuto di sottoporsi al modello tradizionale deciso per lei e a lei imposto.
La kogyaru negli anni 1995-1998, la ganguro negli anni 1998-2000, la yamanba dal 2000, la manba dal 2003: i mostri della tradizione cos’hanno in comune con queste cattive ragazze?
Le sottoculture giovanili metropolitane della fine del XX secolo hanno recuperato alcune caratteristiche iconografiche tradizionali di mostri femminili quali la yamanba per utilizzarle come alternativa ai modelli imposti in quegli anni, dalla ragazza di buona famiglia che fa acquisti nelle costose boutique di Omotesandō alla OL (office lady) in tailleur Chanel. Presentandosi come le orribili cattive ragazze abbronzate, dalle capigliature colorate e truccate vistosamente, ribaltano il canone di bellezza imposto alle donne giapponesi fin dal X secolo: pelle candida e lunghe chiome corvine. Non si tratta, naturalmente, di una pura adesione estetica ma di una precisa presa di posizione: di rifiuto e resistenza, una sfida nei confronti del patriarcato i cui tentacoli si allungano negli ambiti più vari e la cui egemonia economica e culturale sembra ancora tanto difficile da scalfire.
Rossella Marangoni è laureata in Lingua e letteratura giapponese, tiene conferenze e conduce corsi e seminari di cultura nipponica presso varie istituzioni italiane e svizzere, fra cui il Centro di Cultura Giapponese di Milano. È membro dell’Associazione Italiana per gli Studi Giapponesi (AISTUGIA). È fondatrice e membro della direzione scientifica di “AsiaTeatro”, prima rivista online in lingua italiana sui teatri asiatici. Ha curato esposizioni e festival sul Giappone, Paese nel quale ha compiuto numerosi viaggi. È autrice di svariati saggi e libri.
