Amori mitici
In che modo il mito di Persefone e Ade riflette il ciclo delle stagioni e la dialettica tra vita e morte? Quali significati cosmologici e agricoli sono intrinseci nella narrazione del rapimento e del ritorno di Persefone?
La mobilità dinamica di Persefone si colloca sulle direttrici antitetiche di “sopra” e “sotto”, connotate di significati simbolici e cosmologici: luce e ombra, bellezza e orrore, vita e morte. Un gesto violento e brutale sottrae la fanciulla alla luce del “sopra”, ma dopo la sua permanenza nell’Ade, Persefone potrà risalire. Soprattutto questo aspetto porta a ipotizzare un significato ancestrale di allegoria della natura. Persefone, che fra l’altro è figlia della dea che presiede all’agricoltura e spesso viene rappresentata coronata di spighe, potrebbe rappresentare il grano, i cui semi restano per mesi sottoterra e poi risorgono come da una tomba in spighe verdeggianti. Il ritorno di Persefone dall’Ade simboleggia quindi la primavera? Questa è la versione che tutti ricordiamo: il sole primaverile e il rigoglio della natura ben si accorda a un’idea di rinascita. Tuttavia, in base a osservazioni pragmatiche legate al processo di crescita dei cereali in area mediterranea e ad altri dettagli, secondo gli studiosi occorre invece rovesciare il calendario: Persefone sta nell’Ade durante l’estate, quando il grano è assente dai campi e nei tempi antichi era conservato in silos sotterranei, per la semina nei mesi autunnali. Sarebbe da collocare allora il ritorno di Persefone, propiziatrice delle semenze e dell’intero ciclo di crescita. Comunque sia, la sua permanenza nell’Ade viene interpretata come una tappa necessaria a rigenerare il cosmo in un ciclo perenne.
Insomma, solarità e tenebre (sottotitolo del mio libro) sono le parole chiave per capire questo personaggio mitico. Una delle formulazioni poetiche moderne più potenti è quella del greco Ghiannis Ritsos (1909-1990), nel poemetto Persefone (raccolta: Quarta Dimensione), scritto durante gli anni bui della dittatura dei colonnelli, fra il 1965 e il 1970. Egli riflette in chiave esistenziale e politica sulle due dimensioni di luce e buio, un’ambiguità ricca di contrasti e di immagini sorprendenti.
Come viene esplorato nel mito il tema della transizione dall’infanzia all’età adulta? In che misura il viaggio di Persefone nell’Oltretomba può essere letto come una metafora del passaggio da uno stato di innocenza a una maggiore consapevolezza della realtà esistenziale?
Il rapimento violento da parte di Ade segna una cesura irrimediabile nella vita della figlia di Demetra. Prima di allora viene ricordata con il nome di “Kore”, cioè “fanciulla vergine” e “figlia”. Nella fase successiva invece viene ricordata come “Persefone”, signora dell’oltretomba. Questa duplicità coniuga la leggerezza della fanciulla-figlia e la potenza temibile della regina dell’Ade, che presiede la morte e sa essere spietata.
Il mito ha un interessante risvolto antropologico, perché evoca i riti di passaggio delle fanciulle all’età adulta e alla vita coniugale. In effetti Kore diventa la regina Persefone solo con lo strappo violento del rapimento: in un certo senso la sua identità precedente deve “morire” per poter accedere alla maturità e al suo nuovo ruolo.
Da non dimenticare è anche l’aspetto iniziatico dei misteri eleusini, durante i quali si celebrava la storia sacra di Demetra e Persefone secondo nuclei simbolici: a partire da una base agreste primordiale, l’iniziato sperimentava un percorso esistenziale, abbandonando il vissuto precedente verso una “rinascita” e una sapienza nuova.
In che modo la figura di Demetra, madre di Persefone, incarna il potere femminile e la resilienza nel mito? Come la sua lotta per riavere la figlia può essere interpretata alla luce delle dinamiche familiari e del ruolo delle donne nella società antica?
La prima fonte che ci narra questo mito (opera anonima del VI-VII secolo a.C., connessa con i miti eleusini) è l’Inno a Demetra e ci mostra lo sgomento, la disperazione e il dolore della dea madre delle messi. Il livello realistico (dolore di una madre che ha perso la figlia) viene potenziato in dimensioni iperboliche. Demetra è infatti una dea, quindi il suo dolore ha dimensioni cosmiche e conseguenze catastrofiche. Dopo aver vagato alla ricerca di indizi e testimoni, scopre che la tenera figlia è stata rapita dal proprio fratello Ade, e anzi si tratta di un complotto: è lo stesso sovrano degli dèi Zeus (anch’egli fratello di Demetra) ad aver acconsentito al rapimento. Nessuno di questi maschi divini ha pensato di interloquire con la madre, tutto si è svolto a sua insaputa. Una dinamica che potrebbe ricordare specularmente quella del mondo umano, in cui le decisioni sono prese dai maschi. Il mito però rivela la potenza assoluta del principio femminile della creazione. Zeus non aveva previsto che l’ira della sorella Demetra potesse mettere in pericolo la vita stessa del cosmo. La dea infatti incrocia le braccia in una sorta di “sciopero” che è radicale e rovinoso per il mondo intero: resta immobile e sdegnata, e con lei si ferma la produttività della natura. Agli dèi che la pregano di placarsi e di tornare sull’Olimpo, risponde sempre con un diniego risoluto. Non è solo un capriccio per la reputazione infangata e per la mancata consultazione: nell’ira di Demetra si legge il sentimento viscerale della maternità ferita, un sentimento umano proiettato su scala cosmica. Zeus quindi per ricomporre l’ordine dovrà cedere a un compromesso e sentenzia che Persefone potrà tornare fra le braccia della madre, purché non abbia toccato cibo nell’aldilà.
Quali sono le implicazioni simboliche del melograno che Persefone mangia nell’Ade? Come questo gesto vincola la dea al regno dei morti?
Nella mitologia greca esistono diversi casi di divieti divini: per esempio l’otre dei venti donato da Eolo a Ulisse. Il dono comporta anche il vincolo di un ordine, cioè non bisogna aprire l’otre. Nel caso di Persefone, viene trasgredita una legge non scritta, un vero tabù a tutti noto: non bisogna assolutamente condividere il cibo dei morti. Sappiamo quanto è importante per gli antichi il rito della condivisione del pasto, che però cela un rischio altissimo quando si tratta di un confronto con ciò che è totalmente “altro” da me. Chi mangia il cibo dei morti insomma resterà per sempre vincolato a quel mondo. Le fonti letterarie delineano quadri diversi: nell’antico Inno a Demetra è Ade a offrire alla sposa un solo chicco di melagrana, un gesto che sembra gentile ma in realtà è subdolo. Secondo la versione del poeta latino Ovidio invece è la stessa Persefone che, mentre passeggia nel giardino di Ade, sceglie di spezzare il digiuno e addenta una rossa melagrana. Si tratta di una distrazione o di una scelta consapevole che la obbligherà a tornare presso lo sposo? Su questa ambiguità si giocano molti altri racconti su Persefone, non più fanciulla ingenua e spaventata, vittima degli eventi, ma donna matura, che decide con determinazione la propria vita.
Come si intrecciano nel mito di Persefone e Ade i temi della violenza, del desiderio e del consenso? Quali letture moderne, anche in chiave femminista, si possono trarre dalla relazione tra la dea e il dio dell’Oltretomba?
Nel mito il contatto tra la sfera divina e quella mortale è un rapporto totalmente asimmetrico. Sono innumerevoli gli episodi mitici di inseguimenti e unioni violente fra un dio e una fanciulla, e il rapimento è un topos molto frequente. L’amore divino è travolgente, arriva impetuoso e ha una sua progettualità nascosta: sconvolge un ordine idilliaco – e infatti spesso le fanciulle ignare stanno danzando o colgono fiori (così succede anche a Europa, sedotta e rapita da Zeus-toro) – per fondarne uno nuovo. Il rapimento di Persefone in questo senso è archetipico. Il famoso gruppo scultoreo del Bernini illustra la violenza e una fanciulla vittima e preda, ma le fonti iconografiche più antiche mostrano invece una Persefone sul carro dello zio con il volto sereno e già consapevole del suo ruolo futuro. Fu vero amore? Difficile dirlo. La letteratura ha molto ricamato su questa coppia divina: già Ovidio ha stemperato la brutalità del rapimento immaginando che Ade sia ferito proditoriamente da un dardo di Cupido, e quindi rapisce ma a sua volta è rapito dal fuoco dell’amore. E in ogni caso la coppia infernale vive in armonia il periodo loro concesso.
Nell’immaginario occidentale però a trionfare è l’immagine della fanciulla vittima dell’aggressione rapace del maschio, ed è facile per le letture in chiave femminista individuare nel mito il simbolo della società patriarcale che schiaccia la volontà femminile. Tuttavia nel Novecento e fino ad anni recenti le interpretazioni di stampo femminista rileggono Persefone come la giovane donna che cerca la propria affermazione in quanto donna, rifiutando l’obbligo della maternità. In un percorso di emancipazione che comporta anche il distacco dalla madre troppo ingombrante, la Persefone femminista è disposta anche a scendere agli inferi, a lottare contro gli schemi patriarcali per affermare la propria individualità, e alla fine vince. Non sono naturalmente le uniche letture contemporanee. Nel mio libro ad esempio esploro anche rivisitazioni pop e postmoderne, e Persefone viene evocata anche nel pensiero ecologista, con interessanti risvolti.
Il mito di Persefone e Ade può essere considerato una rappresentazione simbolica dell’inconscio e del ciclo psicologico di perdita e ritorno? Quali letture emergono da questa narrazione?
Il percorso di Persefone, che, rapita al mondo sotterraneo poi rinasce a un ruolo di potere, è stato riletto anche in chiave psicologica: ad esempio, il trauma e il distacco-emancipazione dalla madre che la vorrebbe sempre con sé, la necessità di una “morte” dell’io per affrontare una nuova tappa della vita. Ma soprattutto quel tuffo verso il basso nelle viscere della terra tra i fantasmi della morte, è stato inteso come uno sprofondare negli abissi dell’inconscio o un’attrazione fatale verso l’inferno oscuro della mente e della depressione. La poetessa Alda Merini lo ha sintetizzato in una splendida poesia, paragonandosi a “Proserpina lieve”: “Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta”. La voragine della follia e soprattutto l’inferno del manicomio sono il passaggio obbligato ma transitorio per la vita della poetessa, divisa fra qui e laggiù, ma capace anche di trovare la forza per scatenare la tempesta della poesia.
Gilda Tentorio, dopo la laurea in Lettere Classiche (Milano) e il dottorato (Torino), si specializza ad Atene e in altre università greche. È docente a contratto di Lingua e Letteratura Neogreca presso le Università di Pavia e di Milano, e docente di greco e latino al liceo classico. Si interessa di ricezione dell’antico, riscritture del mito, identità e postmoderno, letteratura e teatro della Grecia contemporanea. È autrice di numerosi articoli scientifici, pubblicati su riviste nazionali e internazionali. Ha scritto la monografia Binari, ruote & ali in Grecia. Immagini letterarie e veicoli di senso (UniversItalia 2015), un approccio originale all’incrocio fra varie discipline che esplora le interazioni fra letteratura e mezzi di trasporto. Si occupa inoltre di traduzione dal neogreco (saggi, teatro, poesia, prosa): ad esempio, Vassilis Vassilikòs Il racconto di Giàsone (2020) e Vittime di pace (2021); Kosmàs Politis, Eroica (2024) e soprattutto Nikos Kazantzakis: L’ultima tentazione (2018), La mia Grecia (2021), Capitan Michalis (2022), Viaggi in Giappone e in Cina (2023), La sublime ascesa (2024).
