Matteotti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919 nel Collegio di Ferrara e fu poi rieletto nel 1921 e nel 1924.
Venne soprannominato “Tempesta” dai suoi compagni di partito.
A quali tratti della sua personalità si deve l’appellativo?
Matteotti era un uomo di una certa eleganza sia formale che sostanziale. Ciò non gli impediva di reagire con una certa verve a quelle che riteneva provocazioni, oppure per sostenere una tesi in cui credeva fermamente. Dagli atti parlamentari e dalle testimonianze dei suoi compagni di partito, Turati in testa (vedi le sue letere ad Anna Kuliscioff in cui cita appunto la focosità di Matteotti), emerge chiaramente questo tratto del suo carattere. Un carattere già così plasmato fin da ragazzino. Nel mio libro riporto un episodio in cui ha solo 14 anni quando viene zittito dopo un suo intervento accalorato in una assemblea socialista in cui s’era sentito gridare: «Tasi ti che te le braghe curte!» (taci tu che hai ancora le braghe corte). L’epiteto di “Tempesta” per questa sua cifra caratteriale è speculare a “Socialista impellicciato”: il modo col quale i suoi avversari politici cercavano di offenderlo, mettendo in contrasto la sua elevata condizione economica con un credo politico quale quello socialista particolarmente attento al “mondo degli ultimi”, come lo definì Ermanno Olmi ne L’albero degli zoccoli.
“Tempesta” passava ore nella Biblioteca della Camera “a sfogliare libri, relazioni, statistiche, da cui attingeva i dati che gli occorrevano per lottare, con la parola e con la penna, badando a restare sempre fondato sulle cose”.
Da dove nasce l’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia?
«Matteotti leggeva i bilanci dello stato come fossero romanzi» per dirla con le parole di Giovanni Amendola, pure lui vittima dello squadrismo fascista. Una pignoleria che aveva contraddistinto anche quella ricerca sulla violenza fascista. Aveva infatti battuto in lungo e largo il Polesine, raccogliendo parecchie testimonianze di episodi di violenza, di cui alcuni brutali e in alcuni casi crudeli perché perpetrati al cospetto di figli piccoli nelle abitazioni di socialisti e anarchici. Nel mio libro riporto alcuni degli episodi più significativi denunciati da Matteotti in quella sua ricerca. Da aggiungere che era riuscito a raccogliere testimonianze al riguardo provenienti anche da altre provincie grazie a colleghi e amici socialisti sia veneti che lombardi.
In The Fascists exposed; a year of Fascist Domination, Matteotti sosteneva che il miglioramento delle condizioni economiche e finanziarie del Paese, che stava lentamente riprendendosi dalle devastazioni della prima guerra mondiale, era dovuto non all’azione fascista, quanto alle energie popolari.
Chi ne avrebbe ne beneficiato? Speculatori e i capitalisti, mentre il ceto medio e proletario?
I periodi immediatamente successivi alle guerre sono fisiologicamente forieri di ripresa economica e le ragioni sono talmente intuibili da risultare banali. Nel caso della Prima guerra mondiale, l’Europa stava vivendo ancora la Belle Époque, quando ci furono gli spari di Gavrilo Princip a Sarajevo. Tutt’ora ci si interroga sulle reali cause scatenanti di quella guerra. Fatto è che cambiò il mondo. Non a caso, la mia narrazione parte proprio dal fronte della guerra. Le sue macerie provocano tutto quel che accadrà nel resto del secolo fino alla caduta del Muro. Fu una guerra combattuta sulla testa del “quarto stato”. Gli interessi che mossero quel conflitto sono riconducibili a un capitalismo che aveva già evidenziato tutta la sua cifra predatoria. Le condizioni in fabbrica nella neonata industrializzazione italiana segnatamente in zone assai ristrette del Paese, erano di stampo vessatorio e segnate da quei ritmi denunciati perfino da Chaplin in un suo famoso film sul disincanto dei Modern Times. C’è un passaggio in Stalingrado di Grossman in cui una contadina si lamenta con una sua amica del prezzo degli stivali che resta alto, come ai tempi dello zar: «Perché – risponde quella – noi eravamo persone a quel tempo?». Un passaggio che la dice lunga su quel che ha significato in termini di speranza la Rivoluzione russa, non solo per la plebe ucraina o georgiana o caucasica, ma per gli ultimi di tutto il mondo, italiani compresi. Non a caso, proprio il «fare come in Russia» diventerà lo spartiacque fra il socialismo gradualista (che aveva in Matteotti il suo alfiere) e quello massimalista, con la conseguente nascita del Pcd’I nel 1921.
“[…] Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”
Matteotti quale unico oppositore?
Più che una tesi, è un fatto – come dimostrano gli atti parlamentari – che il segretario del Psu fosse rimasto solo ad opporsi attivamente al fascismo fin dai primi dei suoi 106 interventi alla Camera. Filippo Turati, il vecchio socialista compagno di partito di Matteotti, in una sua lettera alla Kuliscioff si spargerà il capo di cenere per aver lasciato solo quel suo «giovane compagno». Quando fu ucciso, Matteotti aveva infatti 39 anni, a fronte dei 66 del “vecchio” Turati. Per non parlare dei comunisti – Gramsci e Bordiga compreso – che riterranno sterile la sua battaglia perché, di fatto, non inserita in un’ottica rivoluzionaria di stampo leninista. Riferendosi a una espressione di Karl Radek, Gramsci arrivò a definire Matteotti «Pellegrino del nulla». Accuse rivolte da chi poi promosse quella scellerata ritirata dell’Aventino che avrebbe lasciato più che campo libero, intere praterie politiche al fascismo: Mussolini potrà infatti varare quelle “Leggi fascistissime” senza che il Parlamento si alzasse un ciglio. Leggi che avrebbero segnato l’abbrivio del regime. Un nuovo corso annunciato per altro dallo stesso Mussolini nel famoso discorso del 3 gennaio 1925 in cui si assumeva la responsabilità storica, politica e morale di tutto quanto accaduto fino a quel momento, compreso il delitto Matteotti.
Nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge che istituisce le celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti: tra le attività di ricerca su vita, pensiero e opera di Matteotti.
Quale, ad oggi, è meritevole di maggior attenzione?
Senza alcun dubbio il tema della democrazia e del suo presidio. Basta leggere alcuni interventi di Matteotti per rendersi conto di come avesse paventato tutto quello che poi sarebbe puntualmente avvenuto. Credo che il maggiore insegnamento da parte di un personaggio quale il suo sia quello che riconduce a una idea di democrazia che può essere praticata nelle sue più diverse declinazioni politiche (socialiste, comuniste, liberali, cattoliche, repubblicane, che poi sono le componenti della Resistenza), ma che deve essere costantemente presidiata perché non è affatto scontata.
Essere troppo ricco. Essere mezzo austriaco. Essere figlio di usurai.
La delegittimazione come arma politica?
Come detto, l’insulto di “Socialista impellicciato” nasce da lì, coerentemente con un’idea greve che vuole i socialisti, i comunisti, gli anarchici, coerenti con il loro credo solo se anch’essi pezzenti come quella plebe che vogliono riscattare. Se conosciamo un po’ di Storia, sappiamo che dalla Rivoluzione francese in avanti le avanguardie erano rappresentate da “impellicciati”, per dirla con quell’insulto: da Robespierre a Lenin, Trotsky, fino al dottor Ernesto Che Guevara.
“Giacomo Matteotti, Segretario del Partito Socialista Unitario, impegnato com’era per il riscatto dei ceti più poveri, apparteneva al gruppo di coloro che sapevano come le libertà dello Stato liberale dovevano sapersi tradurre in effettivi diritti per tutti gli italiani.”
Così, il Presidente della Repubblica.
Quali sollecitazioni alla riflessione promuovono queste parole?
Come detto, al presidio della democrazia. Che è di tutti. Perfino dei suoi avversari: in primis coloro i quali, andando al potere, negherebbero quel diritto al libero pensiero e alla sua libera espressione.
Tra ponti, strade, piazze e scuole Giacomo Matteotti è il politico del ‘900 più citato nella toponomastica italiana, con circa tremila intitolazioni in gran parte delle principali città italiane.
Quale il lascito per le future generazioni?
L’impegno. Senza quello non si va da nessuna parte. Un impegno che mi tocca constatare in misura assai minore nelle giovani generazioni rispetto alla mia. Io avevo 20 anni quando scoppiò la bomba a Brescia, ma da almeno quattro contestavo la guerra in Vietnam. Fu quella guerra nel Sud Est asiatico il viatico verso la politica per la mia generazione. Unitamente alle canzoni di Bob Dylan. Prima di chiudere, ci tengo a una precisazione, che sostanzia le quasi 900 pagine del mio libro: Matteotti non fu ucciso per quel che aveva detto il 30 maggio, ma per quello che avrebbe detto l’11 giugno relativamente alle tangenti petrolifere che coinvolgevano il cerchio magico di Mussolini e perfino la Corona.
Pino Casamassima
Giornalista e scrittore. Tra il 1976 ed il 1984 collabora con i quotidiani Il Giornale di Brescia e Bresciaoggi. Diventato professionista, oltre ad aver lavorato nelle redazioni di quotidiani e periodici, è stato inviato in Formula 1, opinionista per il web europeo del network americano CBS, oltre che consulente editoriale per Rizzoli libri. Attualmente scrive per Il Corriere della Sera e cura una rubrica su Il Giorno. Autore de La Storia siamo noi, collabora con History Channel, l’Università Cattolica di Milano, L’Archivio storico della Resistenza bresciana e della Storia contemporanea. Ha pubblicato una trentina di libri, alcuni dei quali tradotti all’estero. Movimenti, è pubblicato da Sperling&Kupfer. Gli Irriducibili, pubblicato da Laterza, ha avuto più edizioni. Fra gli altri titoli, I Sovversivi e Armi in pugno per Stampa Alternativa, Brigate Rosse (Newton&Compton), Il sangue dei rossi (Cairo), 68 – l’anno che ritorna con Franco Piperno (Rizzoli), Donne di piombo (Bevivino Editore), La Fiat e Gli Agnelli, una storia italiana (Le Lettere). Per il teatro ha scritto Strega! 15 quadri persecutori del XVI secolo nelle valli bresciane. Con il libro Il libro nero delle Brigate rosse ha vinto il premio Minturno 2008; con Il Sangue dei rossi ha vinto il premio Luigi Di Rosa 2011 ex aequo con Cuori neri di Luca Telese.
Piazza della Loggia (Sperling & Kupfer) è uscito nel 2014.









