Alba Carla Laurita de Céspedes y Bertini, “Clorinda” è stato il suo pseudonimo radiofonico e il suo nome di battaglia da partigiana.
Protagonista della letteratura del Novecento: su quali binari ha improntato il proprio percorso creativo?
C’è stato soltanto il binario univoco della scrittura. Un binario percorso precocemente, sin da bambina, e percorso con tenacia e determinazione poi nelle varie fasi del suo diventare donna. È stato un percorso complesso, che l’ha vista scontrarsi con difficoltà familiari, sentimentali e sociali, ma di certo c’è stato questo: aveva deciso verso i suoi sei anni che sarebbe stata una scrittrice e lo è diventata presto, ottenendo oltretutto successo di vendite, fama e indipendenza in un mondo – quello novecentesco, editoriale, letterario e giornalistico – fortemente maschile.
A questa carriera ha sacrificato molto, questo non è un dato da dimenticare.
“Se ci prendono e pensano di lasciarmi viva perché sono una donna mi metto a urlare che mi fanno schifo fin quando non mi zittiscono i proiettili”, così in relazione ai tedeschi, che, arrivando nelle case per una rappresaglia, massacravano sempre gli uomini.
Quale contributo ha offerto la Resistenza alla causa femminile?
La questione è cosa hanno offerto le donne alla Resistenza, alle lotte partigiane, e per fortuna da anni e con forza persone più consone di me rispondono a questa domanda, ancora oggi talvolta riportando in vita nomi femminili e storie di donne che hanno dato tutto – persino la propria vita – per la liberazione del nostro paese.
Così, vista dall’ottica di oggi, è possibile anche rispondere alla sua domanda: alla causa femminile attuale, e vivissima, contribuisce anche la storia della Resistenza storicizzando l’impegno, l’attivismo, il coraggio delle donne.
Non è forse vero che “tutti i romanzi sono l’autobiografia di chi li ha scritti?”
Qual è il rapporto tra vita e letteratura per Alba?
L’idea che io mi sono fatta, è che Alba viveva dentro alla sua scrittura, o meglio: doveva immediatamente tradurre nella sua mente quel che stava vivendo in qualcosa di romanzesco. Il dato però più interessante è che questo modo mentale di procedere non ha mai prodotto autobiografia vera e propria: lei ha sempre rielaborato, lavorando sui contenuti quanto sulla forma e sulla lingua. Senza questa rielaborazione il mestiere di scrittrice, per lei, non esisteva. La vita così è stata una continua fonte di ispirazione, una prova generale di quel che sarebbe finito sulla pagina, un “set” ideale. Forse anche per questo, nel ripercorrere le tappe della sua vita – e sono spesso tappe dolorose, accidentate – la vediamo sempre riemergere apparentemente senza “traumi”. Persino dalla difficilissima esperienza della resistenza attiva in Abruzzo, lei riemerge forte, volenterosa, e creativa.
“Dalla parte di Alba” ha, evidentemente, richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposta di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?
Direi un “metodo naturale”: ho studiato tutte le fonti, le lettere, i libri, gli articoli di giornale, quei brani di diario che sono editi, e ho preso appunti, fermato scene, formato schemi. La scrittura è arrivata solo dopo per due ragioni: perché non volevo correre il rischio che a un tratto una fonte potesse entrare in contraddizione con l’altra facendomi “saltare” parte del lavoro avanzato, e soprattutto perché prima di scrivere volevo formarmi una mia idea personale, anche se documentata, di chi sia stata Alba de Céspedes. La donna, prima ancora della scrittrice: voglio dire, la parte di lei più nascosta alle lettrici e ai lettori che per anni ha avuto e che ancora ha.
Qual è il lascito di Alba per le donne del Terzo Millennio?
Negli ultimi anni, con la forte ripresa o con l’avanzare di nuovi movimenti femministi, di nuove attenzioni riguardo alle tematiche di genere – attenzioni anche linguistiche – la sua opera e la sua vita tornano a parlare alle donne – lei avrebbe forse preferito dire alle “ragazze” – in modo diretto.
Se pensiamo che a diciassette anni lei aveva un bambino appena nato, si stava separando da suo marito, non aveva un lavoro e viveva nell’Italia fascista, e che tuttavia quello è proprio il momento della sua vita in cui prende per mano sé stessa e fa di sé una scrittrice… allora capiamo davvero la portata del suo femminismo ante litteram, del suo “femminismo esistenziale”.
O pensando alla sua opera: Dalla parte di lei racconta la storia di una donna, Alessandra, che vive violenze psicologiche sin da quando è una bambina e che arriva a uccidere il suo proprio marito in un gesto che è in realtà simbolicamente un omicidio della società patriarcale. Se fosse uscito ieri, ne parlerebbero tutti i giornali.
Michela Monferrini è autrice di due guide letterarie dedicate alla Napoli di Raffaele La Capria (Conosco un altro mare, Perrone 2012) e al Portogallo di Antonio Tabucchi (Cercando Tabucchi, Postcart 2016), e del ritratto Grazia Cherchi (Ali&No, 2015). Ha pubblicato il romanzo Chiamami anche se è notte (Mondadori 2014, finalista Calvino 2012 e Zocca 2015) e, per ragazzi: L’altra notte ha tremato Google Maps (Rrose Sélavy 2016, Premio Simpatia per l’impegno nel sociale 2017 e finalista Gigante delle Langhe 2018) e Charlotte Brontë, tre di sei (rueBallu, 2018). Il suo ultimo libro è Muri maestri (La nave di Teseo, 2018).








