“Non avrai altro Dio all’infuori di me”, Esodo 20, 3.
Lì si vuole significare il primato dell’inquantificabile, dell’invisibile, dell’incapitalizzabile.
E nel titolo del libello ?
Nel titolo del libello avviene un’inversione parodistica e tragica insieme. Dio, il Mistero, la Vita, l’Invisibile, l’Inclassificabile – o quale che sia il nome di questa dimensione – sparisce e al suo posto troneggia l’idolo, il vitello d’oro, il feticcio, Moloch, il grande capitale vampiro e divoratore. L’idolo è creato, è fatto dal lavoro vivo dell’uomo ad esempio, ma si spaccia per increato e per datore di lavoro e di vita, mentre invece vuole solo crescere a dismisura, predare, e sempre si nutre di vita e del vivente. Il problema è che noi non vediamo più la tragica inversione, non inorridiamo più di fronte alla sparizione e alla sussunzione di questo Mistero che è anche il nostro essere stesso, ma naturalizziamo l’idolo e alla fine, coscienti o no, diventiamo idolatri, alcune volte entusiasti, spesso rassegnati, ma idolatri restiamo. Ipnotizzati, sonnambuli, sconnessi da noi stessi e dal fondo dell’essere, abdichiamo alla nostra umanità, al nostro compito di mediatori tra il cosmo e l’indicibile. Accettiamo un’antropologia miserrima e diventiamo ad immagine e somiglianza dell’idolo e non del Mistero (qualunque sia, ripeto, il suo nome).
Le società capitalistiche sono state rese sempre più deboli e disuguali da decenni di guerra ai salari ed ai diritti delle classi subalterne, dalla demolizione del welfare e dall’ imporsi di forme di coscienza ultracompetitive.
Ebbene, in qual misura la pandemia di Covid-19 ne ha fatto emergere le intrinseche contraddizioni?
Il tardocapitalismo è la forma ad oggi più assolutizzante, onnipervasiva e violenta di quello che chiamo il capitalocene, cioè l’eone del capitale, che nasce, nelle sue prime forme, tra XII e XIII sec. Il capitalismo è sempre una rimappatura del reale secondo le sue logiche di accumulo di potere e di mercificazione, una conquista del reale, e certo non solo un sistema economico. Oggi è un capitalismo tecnocratico, transumano, della sorveglianza e del controllo assoluti (almeno nelle intenzioni), dataista, biocratico e somatocratico: vuole impadronirsi delle radici (anche genetiche) della vita e dei corpi, anche sotto pelle. Trattasi di fatto di un “nuovo fascismo” omologante e dilagante, come già intuì genialmente Pasolini. L’epidemia Covid è stata, almeno all’inizio e paradossalmente, una opportunità di rimessa in discussione radicale delle oscene politiche neoliberiste, che hanno devastato la natura, i diritti sociali, che hanno privatizzato la scuola e la sanità, tagliato il welfare state, veicolato un’antropologia competitiva, violenta e totalmente antisolidale ecc. Ma presto il capitale si è impadronito dell’epidemia e ne ha fatto un suo nuovo pascolo, per imporre inediti controlli, gigantesche raccolte di dati, oceanici introiti per lo squalo di Bigpharma, il tutto, in genere, di fronte alla nostra remissività, alla nostra paura, alla nostra accettazione passiva e poco critica di una narrazione ossessiva e terrorizzante. L’occasione è stata persa e si è tramutata di fatto in una sorta di incubo.
La miseria, la costrizione e l’incanto camuffati da pregio, da promozione e successo.
Si è ancora in tempo per fuggire dal “capitalocene”?
Sì, quelle che lei cita sono tutte inversioni tipiche della “pseudoteologia”, ma di fatto del nichilismo capitalocenico. Le virtù diventano debolezze, i vizi virtù, l’accumulo una cosa doverosa e positiva, la sobrietà un inutile orpello. Come dicevo prima, il capitalismo è soprattutto una risistematizzazione del mondo secondo il “vangelo dell’idolo”; la guerra è pace, la servitù è libertà, l’ignoranza è conoscenza. Sembra Orwell, ma siamo piuttosto noi… Lei mi chiede se possiamo ancora fuggire dal capitalocene… La risposta è difficile e articolata. Sì direi, da un punto di vista interiore: mi accorgo del totalitarismo capitalista, mi accorgo dell’idolatria che mi ha irretito, mi accorgo di essere servo dell’idolo. È doloroso, ma posso, dantescamente “ritrovarmi”: «mi ritrovai per una selva oscura». Mi ritrovo, mi trasformo, compio una metanoia, decido di non appartenere più all’idolo. Decapitalizzo la mia vita. Sarà un lungo e doloroso processo, ma che avviene già adesso, nell’istante in cui mi risveglio. Questo è il lato personale. Il lato sociale, collettivo è molto più complesso. La pervasività di questa biocrazia è sempre più estesa. Serve un risveglio dei popoli, degli oppressi. Serve una trasformazione rivoluzionaria. La via, al momento, appare ancora minoritaria. Certo dobbiamo svegliarci in fretta, perché il tempo non gioca dalla nostra parte. Senza il risveglio dei popoli sarà difficile uscire da questa morsa distruttiva. È anche vero che il sogno di giustizia, di pace, di amore che alcune persone, alcuni gruppi, un certo “circolo cosciente dell’umanità” ha coltivato ieri e oggi, non muore. Dipenderà da noi, ma anche dalla nostra capacità di allearci con la natura e con l’invisibile per un cammino di liberazione insieme.
Holderlin scrive “Dove c’è pericolo, cresce anche ciò che salva”.
Quali sono gli ostacoli affinché ci sia un risveglio, una radicale mutazione, un passaggio trasformativo?
Holderlin ha ragione. E il suo paradosso è mai più vivo e cogente oggi. Gli ostacoli sono di tre tipi: interiori, perché siamo “formattati” dall’idolo, suo servi, che lo vogliamo o meno, e non vediamo più che l’idolo che si dice dio è invece un feticcio sanguinario. Dall’altra sono strutturali: l’impero dell’idolo ha creato un dispositivo di leggi, norme, tecnologie, ha creato un sistema vasto e capillare che ci vincola. Terzo problema: i poteri forti, oligarchici, accumulatori e predatori, che non hanno nessuna intenzione di cedere. E non cederanno, a meno che noi, ripeto, ci risvegliamo, singolarmente e come popoli.
Si può immaginare una forma concreta di universalismo e pensare ad una diversa configurazione del rapporto tra individuo, società civile e Stato?
Domanda molto complessa. Non posso che dare piccoli cenni. Le risposte vanno costruite insieme e richiedono tutto il nostro studio, la nostra dedizione e la nostra creatività. Penso che ci troviamo di fronte alla “fine di un mondo”. Non alla fine del mondo, ma di un mondo. Le democrazia borghesi collassano. Il tardocapitalismo è insostenibile: drena la vita, succhia la natura, sconvolge i climi e distrugge le biodiversità. Si tratta di un crollo, non di una crisi. Ma paradossalmente questa è anche una possibilità: vanno ripensati i fondamenti del nostro stare al mondo. Servono nuove antropologie, nuove società civili, nuove idee di Stato. Più che universalismo, dobbiamo riscoprire il pluralismo delle culture, delle comunità. Questo sistema è un nuovo fascismo che omologa tutto: stessi cibi, stessi vestiti, stesse cure mediche, stesse tecnologie, stesse idee economiche ecc. Le risposte al crollo devono essere plurali, comunitarie, legate anche ai luoghi e alle geografie singolari. Basta modelli unici. Basta le torri di Babele! Crolla l’impero. E non sarà facile, ma nasceranno nuove possibilità di stare al mondo, possibilità più umane, rispettose, giuste, amanti, conoscenti. L’idolo vuole ridurre tutto a uno. Ne va della nostra stessa sopravvivenza. Naturalmente questo non sarà un processo automatico, ma legato, almeno in parte alle nostre scelte, al nostro coraggio di trasformarci e di risvegliarci. Dobbiamo riscoprire l’arcobaleno della realtà e rinascere a noi stessi e al mistero stesso della realtà tutta nella quale siamo imbarcati.
Gianni Vacchelli
Narratore, scrittore e docente (PhD). Insegna in un liceo classico del milanese. E stato amico personale e libero allievo di Raimon Panikkar. I suoi principali oggetti di scrittura e di studio sono la narrazione, Dante, la Bibbia, il pensiero e l’opera di Raimon Panikkar, la mistica, letti con un’ermeneutica attenta all’interculturalità e alla dimensione simbolico-interiore e critico-politica. In questi ultimi anni si è occupato di una riarticolazione critica di spiritualità, politica ed economia, nell’ottica di una nuova educazione liberatrice. Collabora con il quotidiano L’Avvenire e con varie testate online. Tra i suoi ultimi libri ricordiamo: Dante e la selva oscura (2018, Lemma Press); «L’inconscio è il mondo là fuori». Dieci tesi sul capitalocene: pratiche di liberazione (2020, Mimesis) e il saggio Dante e l’iniziazione femminile. Beatrice, Maria e altre ‘dee’ (2020, Lemma Press); L’«attualità» dell’esperienza di Dante (2021, Mimesis). Nel 2022 sono usciti il suo sesto romanzo, manitas (Jouvence) e la sua opera narrativa più importante dopo 20 anni di gestazione: I Vivi (un’orestea), un lungo romanzo-trilogia, che riscrive l’Orestea di Eschilo dal punto di vista dei bambini e rivaleggia in modo seriogiocoso con l’Ulisse di Joyce. Appena uscito nel giugno del 2023 il saggio Non avrai altro idolo all’infuori di me. 50 appunti per un «esodo» dalla biocrazia capitalista. Un suo breve profilo biobibliografico si può leggere in http://www.factotumagency.it/it/autore/gianni-vacchelli.









