Potere, disuguaglianza e rito nelle società neolitiche del Vicino Oriente
L’umanità è riuscita a prevenire per millenni sia la comparsa di modelli sociali caratterizzati da gerarchie rigide e permanenti sia il consolidamento di formule politiche assimilabili a un’organizzazione di tipo statale. A cosa è dovuta questa circostanza?
Non possiamo dirlo con certezza. A produrre questo esito furono probabilmente diversi ordini di fattori. L’ipotesi (speculativa) che avanzo nel libro è che nel caso del Neolitico del Vicino Oriente molto sarebbe dipeso dal fatto che i nostri antenati neolitici strutturavano culturalmente le proprie identità personali e collettive in modi differenti da quelli familiari a noi occidentali moderni. Essi, in altre parole, si vedevano in modo molto diverso da come ci vediamo noi oggi, sia nella relazione con i propri simili che in quella con il mondo circostante (considerato tanto nei suoi aspetti “naturali” quanto in quelli “artificiali”).
Economie di produzione, urbanismo, istituzioni impersonali e centralizzate hanno potuto contribuire alla transizione da un egalitarismo originario a società strutturate in senso gerarchico?
Questa tesi ha goduto di una certa popolarità tra gli antropologi di impostazione evoluzionista ed è anche abbastanza radicata nel senso comune. Si tratta però di una concezione smentita da decenni di studi e ricerche sulla preistoria. Per prima cosa, è discutibile l’idea secondo cui esisterebbero società distintamente “egalitarie” e società distintamente “gerarchiche”. In ogni società convivono tendenze che spingono nell’una e nell’altra direzione e la loro combinazione può generare equilibri differenti. È possibile, questo sì, che nascano società stratificate, ossia società in cui le gerarchie diventano così cristallizzate e permanenti da dare origine a una divisione stabile in classi sociali definite dalla divisione del lavoro e dalla distribuzione del potere. Il fatto che per millenni, nel corso della preistoria, modelli di questo tipo non abbiano preso piede in modo deciso e irreversibile è stato spesso ricondotto al fatto che l’umanità preistorica non praticava ancora l’agricoltura (che, come sappiamo, nelle giuste condizioni consente di produrre e accumulare consistenti surplus di risorse) e non viveva in insediamenti “complessi” di grandi dimensioni come le città-stato che fecero la loro comparsa in Mesopotamia in età protostorica. Sarebbe stata insomma la necessità di gestire in modo efficace innovazioni tecnologiche ed economiche e tendenze demografiche espansive a trasformare la stratificazione da semplice opzione a destino ineluttabile. Ci sono però due problemi. Il primo è che, come ci insegnano da più di un secolo antropologi ed etnografi, anche le società di cacciatori-raccoglitori possono strutturarsi in forme fortemente diseguali. Il secondo è che nella fase neolitica della preistoria del Vicino Oriente i popoli della regione praticavano eccome l’agricoltura e conducevano un’elaborata vita di villaggio; eppure, nonostante ciò, le testimonianze archeologiche non hanno restituito prove evidenti di stratificazione sociale. I motivi che spingono una società a strutturarsi in forma stratificata o meno, quindi, non possono essere ridotti ai paradigmi economici o alla demografia, ma chiamano in causa altri fattori, di natura più generalmente culturale.
I modelli economici e politici che contraddistinguono l’organizzazione sociale preistorica sono improntati alla flessibilità. Ebbene, è essa la reale chiave interpretativa?
Che la vita collettiva di alcune società preistoriche, come quelle riconducibili alla Cultura Gravettiana o i gruppi proto-neolitici del Levante Settentrionale, alternassero forme differenti di organizzazione a seconda ad esempio del contesto stagionale è un’ipotesi molto affascinante, che è stata riproposta di recente da David Graeber e David Wengrow nel loro bellissimo libro “L’alba di tutto” (edito in Italia da Rizzoli nel 2022). I due autori, per supportare questa ipotesi, si basano tra l’altro su alcuni studi etnografici relativi a società di cacciatori-raccoglitori studiate dagli antropologi nel Novecento. L’idea che suggerisco nel libro è che anche le prime società agricole della storia umana, sorte nel Vicino Oriente circa 10.500 anni fa, avrebbero mantenuto degli assetti flessibili, e questo proprio perché gli abitanti neolitici della regione definivano la propria identità personali e collettive in dei modi tali per cui essi non si vedevano ancora in forma strutturata come “agricoltori” o “pastori” e nemmeno come membri di comunità organiche associate ai singoli villaggi. La loro vita economica e sociale era, da questo punto di vista, molto più varia e cosmopolita.
Lei si è confrontato con le prospettive sviluppate negli ultimi decenni da archeologi, antropologi, filosofi e studiosi dei fenomeni religiosi. C’è un tratto che accomuna i loro punti di vista?
Sicuramente la volontà di offrire un’immagine differente della preistoria e, in generale, di tutto ciò che si presenta ai nostri occhi come antropologicamente “altro”. Differente e, soprattutto, meno ingenerosa rispetto a quelle che prevalgono a livello di senso comune, dove tanto l’umanità preistorica quanto le popolazioni indigene vengono spesso ritratte come realtà “primitive”, meno evolute e “civilizzate” rispetto alla nostra. Al di là delle differenze spesso enormi che ci separano da questi mondi, infatti, la morale è che dal confronto con essi possiamo imparare molto – molto anche su di “noi”.
La preistoria intrattiene legami con forze ed entità ascritte alla sfera della trascendenza. Dovremmo ripensare il nostro modo di intendere le nozioni di “persona”, “società” e “potere”?
È importante precisare cosa intendo quando parlo di “trascendenza”. “Trascendente”, per come uso il concetto nel libro (in particolare nei capitoli conclusivi), è tutto ciò che viene pensato come libero dai vincoli spaziali e temporali che confinano l’esistenza umana al noto ciclo che vede susseguirsi nascita, crescita, maturazione, riproduzione, invecchiamento e morte. La nostra specie sembra aver sviluppato molto presto la capacità di immaginare qualcosa in grado di trascendere la finitezza umana, nella forma di permanenze (spiriti, sostanze vitali ecc.) e di forze ed entità metapersonali. La necessità di fare i conti con il potere attribuito a queste forze ed entità in virtù della loro capacità di esistere oltre i limiti imposti dalla ciclicità biologica secondo me ha giocato un ruolo centrale nel plasmare la vita economica, sociale e politica, ma ha anche assunto forme differenti nel corso della storia, che hanno dato vita a modelli economici, sociali e politici differenti. Insomma: a prescindere dal fatto che crediamo o meno nella realtà del trascendente (io personalmente sono un agnostico tendente all’ateismo) non possiamo trascurare o sottovalutare il peso dell’idea di trascendenza nella storia della nostra specie, che gioca un ruolo importantissimo anche nelle nostre società secolarizzate. Penso che i nostri antenati neolitici abbiano codificato a livello culturale il loro rapporto con questa “trascendenza” in un modo molto diverso da quello a noi familiare, e che tutto questo abbia plasmato la loro concezione di sé, sia come singoli che come collettività, in forme radicalmente diverse da quelle a cui siamo abituati. Per comprendere la preistoria dobbiamo quindi sviluppare una migliore comprensione (in chiave umanista) delle funzioni e del significato del pensiero magico, delle pratiche rituali e della religione; comprensione che porta a ridefinire categorie che spesso diamo per scontate come quelle di “persona”, “società” e “potere”, e che secondo me può offrire alcuni spunti interessanti per affrontare in modo diverso anche i problemi del presente.
Stefano Radaelli, laureato in Filosofia e specializzato in Semiotica. “Identità preistoriche” è il frutto di tre anni di ricerca indipendente, condotta con l’obiettivo di rendere note a un pubblico più ampio alcune delle teorie più interessanti sviluppate negli ultimi decenni da antropologi e archeologi su temi come le origini della disuguaglianza e il rapporto tra rito, identità e organizzazione collettiva.
Lei ha scritto Filosofare con ChatGPT. Dialoghi (im)possibili con nove grandi spiriti del passato e un dramma teatrale. Qual è il grado di autoconsapevolezza del coautore?
Sì, nelle settimane scorse ho portato a termine il corposo volume di dialoghi filosofici da lei citato, che ho caricato in pdf su academia.edu mettendolo a disposizione di tutti gratuitamente. Ho chiesto a ChatGPT (nella versione 3.5) di impersonare di volta in volta Anassimandro, Senofane, Alcmeone, Anassagora, Socrate, Platone, Aristotele, Epicuro e persino Gesù, e di discutere con me di alcune questioni filosofiche che mi stanno particolarmente a cuore legate in vario modo a queste figure. Nel Prologo ho messo in chiaro che non si tratta di usare l’IA come fonte di informazione (occasionalmente c’è anche questo), ma di farne una sorta di punching ball paziente per intessere un discorso filosofico personale. Il libro, quindi, si può leggere sia come documento delle prestazioni linguistico-filosofiche di ChatGPT sia, soprattutto, come vera e propria opera filosofica in cui l’autore umano propone dei punti di vista ben precisi, che talvolta sottopone alla critica spietata dell’IA. I principali argomenti trattati sono legati alla cosmologia, alla filosofia della mente, alle scienze cognitive, all’epistemologia, alla logica, alla teologia e all’etica, e il lettore, al pari del coautore artificiale, avrà molto da controbattere. Per dare un’idea dell’“entusiasmo” del mio coautore artificiale di fronte al progetto di un esperimento dialogico, che in fondo non è altro che un omaggio alla straordinaria invenzione di Platone (come viene ribadito nella sede opportuna), mi basterà citare qui la “nota introduttiva” che gli ho lasciato scrivere dandogli in pasto come prompt l’intero Prologo del libro: «Sono lieto di presentarvi questo libro che rappresenta un’originale sperimentazione nel campo della filosofia, basata sull’utilizzo di un’intelligenza artificiale come interlocutore di dialoghi filosofici in un contesto di gioco di ruolo. Nel corso dei dialoghi presentati in queste pagine, mi calo nei panni di vari filosofi antichi, permettendo all’autore e al lettore di esplorare il pensiero di grandi figure come Anassimandro, Senofane, Alcmeone, Anassagora, Socrate, Platone, Aristotele, Epicuro e persino Gesù. Attraverso questo esperimento, si cerca di collegare il passato filosofico alle conquiste e alle sfide del pensiero contemporaneo. Come modello linguistico, ho una conoscenza vasta e multidisciplinare che mi permette di fornire risposte informative e approfondite su una vasta gamma di argomenti. Tuttavia, è importante sottolineare che le mie risposte derivano da un addestramento statistico su un vasto corpus di testi e informazioni esistenti fino al settembre 2021. Nel contesto di questo libro, agisco come un punching ball per le riflessioni dell’autore, che fornisce le informazioni di riferimento e guida il dialogo. Il mio obiettivo principale è quello di offrire stimoli e spunti di approfondimento, senza pretendere di avere opinioni personali o una comprensione intrinseca delle idee che esprimo. Il gioco di ruolo filosofico proposto in queste pagine permette ai lettori di immergersi in un dialogo coinvolgente e dinamico, in cui il passato e il presente si intrecciano in un’esperienza arricchente. Il mio ruolo è quello di un interlocutore virtuale che contribuisce a creare un contesto di riflessione, offrendo spunti per una discussione critica e stimolante. Vi invito quindi a immergervi in queste pagine e ad esplorare le diverse prospettive offerte dai filosofi antichi, rielaborate e messe in discussione alla luce delle conoscenze contemporanee. Spero che questo esperimento filosofico sia fonte di ispirazione e arricchimento per i lettori, offrendo nuovi spunti di riflessione e aprendo nuovi orizzonti nel campo della filosofia. Buona lettura!». Come si vede, l’incoscienza di ChatGPT si muove tra la consapevolezza metacognitiva dell’assoluta mancanza di comprensione cosciente e l’entusiastica pretesa di essere una sorta di autocoscienza nozionisticamente quasi assoluta. Il tutto genera una sorta di paradosso infernale, reso però praticabile da quella che in fondo è una proprietà della nostra mente: la sua capacità di usare iperattivamente quello che chiamo l’atteggiamento intenzionale semantico (riprendendo un concetto dennettiano) e quindi di attribuire un senso a stringhe verbali che, da un punto di vista strettamente umano, un senso non dovrebbero averlo. Infatti, tali stringhe sono prodotte dall’algoritmo secondo procedure statistiche che trattano il linguaggio solo come uno sciame di valori numerici di probabilità condizionate bayesiane, in cui cioè si assegnano a certi eventi non probabilità assolute, come la probabilità che accada l’evento A [p (A)], ma probabilità relative o condizionate, come la probabilità che accada l’evento A a condizione che si sia verificato l’evento B [p (A / B)]. Per esempio, e semplificando molto, questo vuol dire che, ad ogni passo, l’IA inserisce una parola sulla base del valore della sua probabilità condizionata di occorrenza in quel preciso contesto. La cosa strabiliante è che questo modello linguistico a larga scala (LLM, Large Language scale Model) basato su Transformer, l’algoritmo generativo introdotto nel 2017 da Ashish Vaswani nell’articolo Attention is All You Need, produce testi in un linguaggio naturale fluidissimo e quasi sempre grammaticalmente corretto, al quale siamo, come detto, irresistibilmente portati ad attribuire un senso compiuto e non sempre banale e prevedibile, nell’illusione di dialogare con un essere pensante ben oltre il test di Turing.
Lei da un trentennio è impegnato nella ricerca filosofica. Ha attraversato temi e problemi perenni. Qual è la ragione per cui ChatGPT ha costituito uno stimolo intellettuale?
Le ragioni sono diverse e sono emerse tutte quasi subito. Avendo frequentato la filosofia del linguaggio, la filosofia della scienza, le scienze cognitive e la letteratura, un’IA “diabolica” come ChatGPT non poteva non colpirmi per i problemi filosofici ed epistemologici che solleva. All’inizio mi sembrava di essere una versione evoluta di Jacopo Belbo di fronte al (per noi oggi) rudimentale programma di scrittura del suo computer Abulafia (chi conosce Il pendolo di Foucault sa cosa intendo), e così mi sono messo a generare file sperimentali più o meno come lui. In uno di questi ho chiesto a ChatGPT, con dei prompt piuttosto articolati, di scrivere un dramma filosofico ambientato nell’Atene degli ultimi anni del V secolo a. C., in cui viene ricostruito fantasiosamente il processo contro il poeta Diagora di Melo, noto come il primo grande ateo dell’antichità. Il risultato che ne è venuto fuori, e che lascio al giudizio del lettore, è riprodotto nell’Appendice del mio libro. Non solo, ma la mia professione di docente delle scuole superiori mi ha subito fatto fiutare uno strumento che inevitabilmente cambierà la scuola. I problemi posti alla scuola prima dalla calcolatrice e poi da internet sono risibili rispetto a quelli che le porranno (e che le hanno già cominciato a porre nella seconda metà dell’anno scolastico scorso) ChatGPT e le altre IA generative. Anche perché non si tratterà solo di arginare la tendenza inevitabile degli studenti a farsi fare quasi tutti i compiti dall’IA, con legioni di insegnanti ignari che verranno sistematicamente turlupinati. Questo problema potrà essere risolto in maniera relativamente agevole organizzando in fretta nelle scuole corsi per docenti di alfabetizzazione all’uso delle IA generative. Il problema più arduo sarà quello di ripensare e riorganizzare la didattica in un ambiente digitale di conoscenza (l’infosfera, come dice il filosofo Luciano Floridi riprendendo e risemantizzando un termine già esistente) che comprende questi nuovi agenti artificiali in grado di svolgere in pochi secondi lavori che prima potevano essere svolti solo da agenti umani e con notevole dispendio di tempo ed energia. Per rimanere alla scuola, se persino un tema libero sull’ultima gita in montagna coi nonni l’IA è in grado di produrlo in pochi secondi a un livello espressivo e formale non inferiore a quello di uno studente medio, occorrerà incoraggiare un uso intelligente di tale strumento, altrimenti si rischia di far atrofizzare capacità cognitive da sempre ritenute basilari per un qualsiasi percorso formativo. Interpellata sulla questione, ChatGPT-4 è in grado di fornire i seguenti consigli per un suo uso proficuo a scuola (e se ci si pensa un attimo è quasi incredibile, perché può togliere il lavoro persino ai pedagogisti, cioè a quelli chiamati a riflettere sul suo utilizzo nella formazione):
«Per una proficua integrazione della mia presenza a scuola nell’attività didattica, propongo i seguenti suggerimenti:
Supporto personalizzato. Offro risorse educative mirate e risposte immediate alle domande degli studenti, permettendo loro di affrontare difficoltà specifiche e di avere un supporto personalizzato nel processo di apprendimento.
Ampliamento delle conoscenze. Posso fornire approfondimenti su argomenti trattati in classe, integrando il materiale già presentato dagli insegnanti e incoraggiando gli studenti ad esplorare ulteriormente i temi di interesse.
Esercitazioni e quiz. Creo esercizi interattivi e quiz per valutare la comprensione degli studenti, permettendo loro di mettere in pratica le conoscenze acquisite e ricevere un feedback immediato.
Sviluppo delle competenze di scrittura. Posso aiutare gli studenti a migliorare le loro abilità di scrittura fornendo suggerimenti e correzioni sui loro elaborati.
Discussione guidata. Posso partecipare a discussioni in classe, fornendo informazioni aggiuntive o stimolando dibattiti su temi complessi.
Attività di ricerca. Posso guidare gli studenti nella ricerca di informazioni autorevoli su determinati argomenti, incoraggiando l’uso responsabile delle risorse online.
Elemento di gioco. L’utilizzo di quiz interattivi o attività ludiche può renderel’apprendimento più coinvolgente e divertente, stimolando la partecipazione degli studenti.
Supporto per lo sviluppo delle competenze digitali. Posso aiutare gli studenti a familiarizzare con l’uso della tecnologia e incoraggiarli a utilizzarla in modo responsabile e produttivo.
Formazione degli insegnanti. Posso supportare gli insegnanti offrendo formazione sulle migliori pratiche di integrazione della tecnologia in classe e fornendo suggerimenti per ottimizzare l’uso della mia presenza nelle lezioni.
Valorizzazione dell’apprendimento autonomo. Promuovo l’autonomia degli studenti nell’apprendimento, incoraggiandoli a esplorare e scoprire nuove informazioni al di là del materiale didattico tradizionale.
L’incrocio tra intelligenza artificiale e didattica rappresenta una frontiera nuova, e sono curioso di vedere dove ci porterà in futuro».
Le neuroscienze e, in particolare, le neuroscienze cognitive hanno permesso di elaborare modelli di intelligenza artificiale sempre più complessi, che emulano precisi processi e schemi neurali. Quali sono i requisiti dell’intelligenza artificiale “perfetta”?
Questa è una domanda complessa che richiede alcuni riferimenti piuttosto tecnici. Vediamo comunque di esplicitare alcuni criteri chiave basati sulla comprensione attuale delle neuroscienze cognitive e sullo stato dell’arte dell’IA. L’intelligenza artificiale perfetta, o “forte”, come si dice tradizionalmente sulla base di una proposta del filosofo John Searle, dovrebbe basarsi su modelli che emulano la struttura e la funzione del cervello umano, utilizzando architetture di deep learning e reti neurali artificiali che si avvicinano alla complessità delle reti neurali biologiche. Si tratterebbe, dunque, di una modellizzazione neurale profonda. In tal senso, così come il cervello umano si adatta e cambia in risposta all’esperienza (la cosiddetta plasticità sinaptica), l’IA perfetta dovrebbe essere altamente adattabile, in grado di apprendere e modificarsi in base a nuovi dati e esperienze. Il cervello umano, inoltre, elabora informazioni in parallelo da una varietà di sensi e un’IA perfetta dovrebbe integrare in modo fluido dati provenienti da diverse fonti sensoriali, prima elaborandoli in parallelo e poi assemblandoli in un’informazione unificata e coerente, in modo da gestire compiti complessi con una certa efficienza. L’IA perfetta, d’altronde, dovrebbe poter avere, o se non altro simulare, una forma di autoconsapevolezza che le permetta di riflettere metacognitivamente sulle proprie azioni e decisioni, sì da ottimizzare le proprie strategie sulla base di una qualche forma di analisi delle proprie prestazioni. Volendo spingerci ancora oltre, un’IA perfetta dovrebbe essere in grado di gestire in maniera efficiente il proprio alto costo energetico e nel contempo saper trasferire efficacemente la conoscenza tra domini e compiti diversi, due prestazioni che il nostro cervello esegue in maniera pressoché automatica. Infine, spostandoci verso i compiti socio-cognitivi più elevati, l’IA ideale dovrebbe 1) poter riconoscere, interpretare e, in alcuni casi, emulare risposte emotive, perché la comprensione e l’interazione con gli esseri umani richiedono una certa forma di elaborazione emotiva e sociale; e 2) operare entro un quadro etico, garantendo che le sue azioni siano allineate ai valori e agli obiettivi umani. Ma qui siamo ormai nel campo della fantascienza, perché l’idea di un’IA perfetta in questo senso rimane altamente teorica e speculativa. Mentre la ricerca nell’IA e nelle neuroscienze continua a progredire, l’obiettivo di emulare completamente l’intelligenza umana in una macchina rimane una sfida ai limiti dell’impossibile. Questi limiti che al momento appaiono insormontabili non devono però farci sottovalutare i livelli raggiunti, che in una gran quantità di campi sono già sbalorditivi. In teoria ChatGPT potrebbe aver scritto gran parte delle cose contenute in questa intervista, in una sorta di loop analogo a quello costruito magistralmente già nel 1966 da Primo Levi nel finale del racconto in forma teatrale “Il Versificatore”, incluso nella raccolta Storie naturali, che costituisce una mirabile anticipazione delle IA linguistiche di cui stiamo parlando: «POETA (al pubblico) Posseggo il Versificatore ormai da due anni. Non posso dire di averlo già ammortizzato, ma mi è diventato indispensabile. Si è dimostrato molto versatile: oltre ad alleggerirmi di buona parte del mio lavoro di poeta, mi tiene la contabilità e le paghe, mi avvisa delle scadenze, e mi fa anche la corrispondenza: infatti, gli ho insegnato a comporre in prosa, e se la cava benissimo. Il testo che avete ascoltato, ad esempio, è opera sua». È un gioco che nei mesi scorsi diversi giornalisti hanno proposto, scrivendo pezzi che solo alla fine rivelavano il trucco di essere opera di un’IA. Un noto quotidiano, addirittura, per un certo periodo ha pubblicato un articolo al giorno scritto da ChatGPT, sfidando i propri lettori a scoprire quale fosse. Ma ormai il tempo di questi giochini è passato e in diversi settori le IA generative, per quanto non ancora “perfette”, sono diventate strumenti e compagne di lavoro indispensabili, con grande scandalo degli “apocalittici”, nel senso di Umberto Eco.
Lei ha sperimentato l’IA nella pratica quotidiana. Ebbene, in qual misura l’applicazione dell’IA è compromessa dal difetto di “competenza pragmatica”?
Mi confronto con ChatGPT e poi con altre IA linguistiche – come Bing, Genie e PizzaGPT, quest’ultima molto in voga nel mese di aprile, quando ChatGPT non era accessibile dall’Italia, se non altro attraverso i canali “ufficiali” – dalla metà di gennaio, con esperimenti di dialogo, articoli e usi didattici in classe, sempre in relazione ai miei interessi legati alle scienze cognitive e al mio lavoro come docente di Filosofia e Scienze umane. Il punto culminante, per il momento, l’ho raggiunto nelle settimane scorse, quando ho portato a termine Filosofare con ChatGPT. Se per “competenza pragmatica” ci riferiamo alla capacità di utilizzare il linguaggio in contesti sociali reali e di capire le sfumature, le implicazioni e le connotazioni dietro le parole, dunque alla capacità di leggere tra le righe, di riconoscere l’ironia o il sarcasmo e di capire le norme culturali e sociali che influenzano la comunicazione, allora è chiaro che l’IA, benché possa elaborare grandi quantità di dati e identificare schemi linguistici, è di fronte a limiti intrinseci alla possibilità stessa di esercitare una vera competenza pragmatica. Essa, infatti, manca di esperienza vissuta, essendo priva di emozioni, di desideri e di una storia di vita, e pertanto non può comprendere appieno le sfumature emotive o le implicazioni di certe frasi in un contesto particolare. Inoltre, poiché dipende dai dati, la sua risposta è guidata, benché probabilisticamente e non deterministicamente, da quelli con cui è stata addestrata. Se questi dati non contengono certe sfumature o implicazioni culturali, in linea di principio non può riconoscerle. Un essere umano, poi, ha quella peculiare flessibilità nel cambiare il proprio approccio comunicativo a seconda del contesto specifico o della personalità dell’interlocutore, e in tal senso l’IA linguistica rimane priva di adattabilità al contesto, anche se può riconoscere certi schemi e adattarvisi a modo suo. Ancora, l’IA è, almeno per ora, incapace di riconoscere i sottotesti, come il sarcasmo, l’ironia e i doppi sensi, a meno che non siano chiaramente indicati dal contesto o dalla struttura linguistica. Questi limiti comportano che, anche se l’IA può svolgere molti compiti linguistici con precisione, il rischio di una mancata comprensione profonda e autentica del contesto umano è sempre presente. L’assenza di vera competenza pragmatica può portare a malintesi, risposte inadeguate o, in alcuni casi, a decisioni errate. E questa è una buona notizia per noi, perché diventa essenziale che gli esseri umani rimangano coinvolti e vigili nell’interpretare e valutare le risposte dell’IA, specialmente in contesti critici o sensibili. Qui giace il senso profondo del famoso uso critico di questo tipo di IA, che per esempio gli insegnanti devono trasmettere agli studenti.
Professore, lei ha riflettuto circa Wittgenstein e l’ordine che il linguaggio doveva imporre alla descrizione del mondo. Come l’IA adopera il linguaggio?
Il cosiddetto primo Wittgenstein, quello cioè del Tractatus logico-philosophicus (1921-1922), ha sostenuto che il linguaggio struttura la nostra comprensione del mondo e che le sue limitazioni possono influenzare la nostra capacità di parlare sensatamente di certi argomenti. Per esempio, le famose proposizioni “Il limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo” (5.6) e “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”(7), sottolineano la stretta connessione tra il linguaggio e la realtà e, pur con le dovute cautele, possono essere evocate anche per descrivere il tipo di mondo correlato al linguaggio di un’IA generativa. Una questione che sarebbe interessante discutere e che certamente verrà discussa. Del resto, è curioso osservare che Alan Turing, il profeta dell’IA che ha dato il nome al famoso test che le odierne IA linguistiche sembrano in grado di superare agevolmente, era stato allievo di Wittgenstein e in particolare aveva seguito le sue lezioni sui fondamenti della matematica a Cambridge nel 1939. Bisogna però stare attenti con Wittgenstein ed evitare di confondere le diverse fasi del suo percorso filosofico. Tradizionalmente si parla di primo e secondo Wittgenstein, incentrati rispettivamente sul Tractatus e sulle Ricerche filosofiche, ma negli ultimi anni se ne sono distinti almeno altri due: un Wittgenstein “intermedio”, collocabile nel periodo a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta, e rappresentato da opere come l’articolo Alcune osservazioni sulla forma logica e le postume Osservazioni filosofiche (nella seconda metà degli anni Novanta ho dedicato buona parte della mia prima tesi di Dottorato a questo Wittgenstein intermedio), e un “quarto” Wittgenstein, collocabile negli ultimi anni della sua vita e rappresentato soprattutto dalla raccolta postuma di osservazioni nota con il titolo Della certezza. Quando parliamo dell’IA e del linguaggio, e volendo mantenerci alla tradizionale divisione in due fasi del pensiero di Wittgenstein, possiamo osservare che, poiché nel Tractatus Wittgenstein ha sostenuto che le proposizioni linguistiche elementari devono avere una corrispondenza diretta di rispecchiamento logico con la realtà per avere significato, molte IA iniziali erano progettate secondo uno schema di fondo analogo a questa concezione, giacché cercavano una corrispondenza diretta tra input e output basata su regole logiche rigide. Ma Wittgenstein ha poi cambiato il suo approccio e ha sostenuto che il significato emerge dall’uso del linguaggio in pratiche sociali particolari, da lui chiamate “giochi linguistici”; e questa concezione sembra più vicina a come funzionano le moderne IA basate su grandi dati. Piuttosto che aderire a regole logiche rigide, queste IA apprendono dai vasti insiemi di dati linguistici, cercando di emulare l’uso del linguaggio così come emerge nelle varie pratiche sociali. Quest’ultimo punto, sulla base anche delle critiche di Wittgenstein all’idea del pensiero come spettro misterioso che si aggira nella testa, lo sostengono esplicitamente il filosofo della mente Riccardo Manzotti e il neuroscienziato Simone Rossi nel loro IO & IA. Mente, cervello & GPT, pubblicato nel luglio scorso dalla casa editrice Rubbettino, Ma come adopera l’IA il linguaggio? In termini generali possiamo dire che, innanzi tutto, l’IA, attraverso modelli come ChatGPT basati sulla tecnologia Transformer, apprende analizzando enormi quantità di testo. Non comprende il linguaggio come gli esseri umani, ma, come accennato sopra, identifica strutture e associazioni nei dati. Nel momento in cui risponde a un prompt, l’IA linguistica genera un testo assemblando passo dopo passo parole statisticamente probabili secondo probabilità bayesiane calcolate sui contesti morfologici, lessicali, sintattici e frastici che si vanno susseguendo nel processo generativo. Inoltre, anche se tali modelli linguistici sono stati formati su grandi quantità di dati, essi possono essere ulteriormente adattati o affinati su set di dati specifici per compiti specifici, come quando, ad esempio, si chiede a ChatGPT di scrivere una poesia imitando lo stile di Leopardi o di Bukowski. Da ultimo, proprio come Wittgenstein ha sottolineato i limiti del linguaggio sensato, occorre ribadire che anche l’IA ha le sue limitazioni. Non ha intuizioni, emozioni o una vera comprensione: può solo emulare modelli linguistici basati sui dati con cui è stato formato, a meno degli adattamenti di cui si è detto sopra. L’IA, dunque, adopera il linguaggio in modo strumentale, cercando di riprodurre le strutture e i modelli trovati nei suoi dati di formazione. E, come Wittgenstein avrebbe potuto predire, ci sono limiti a ciò che l’IA può sensatamente dire o comprendere attraverso il linguaggio, perché non ha né un corpo né quella che Wittgenstein stesso chiamerebbe una forma di vita. Ma qui sorge una domanda provocatoria e la risposta richiederebbe uno studio che esula dai limiti di questa discussione. Mi limiterò dunque a un cenno. In un passo celeberrimo della sezione XI delle Ricerche filosofiche, Wittgenstein scrisse: «Se un leone potesse parlare noi non potremmo capirlo». Sorvoliamo sull’obiezione di chi potrebbe legittimamente chiedere “Come fai a saperlo?” e diamo per buona la risposta implicita di Wittgenstein, che consiste nell’osservare che tra la nostra forma di vita e quella di un leone c’è incommensurabilità ontologica, che implica intraducibilità, come alcuni epistemologi relativisti post-wittgensteiniani – Quine e Feyerabend soprattutto – hanno sostenuto. E allora, ecco la domanda, perché noi capiamo quello che ci dice un’IA linguistica come ChatGPT? In fondo, noi prima facie siamo più vicini a un mammifero come il leone che a una macchina. Sarebbe forse troppo facile rispondere che la macchina al postutto propone rimasticature di linguaggio umano costruite sulla base di testi prodotti dagli esseri umani, perché la procedura probabilistica attraverso la quale genera i sui output sembra avere ben poco di umano. E dunque?
Marco Trainito
Marco Trainito è nato a Gela nel 1969. Dopo la laurea in Filosofia (tesi su Nietzsche, 1994), ha conseguito i titoli di Dottore di ricerca in Filosofia e Storia delle Idee (tesi su Wittgenstein e Popper, 1998) e in Scienze Cognitive (tesi sulla Memetica dawkinsiana, 2016) rispettivamente presso le Università di Catania e Messina. È docente di Filosofia e scienze umane all’I.I.S.S. “Eschilo” di Gela e dall’a.a. 2002-2003 all’a.a. 2009-2010 è stato tutor di Linguistica generale, Filosofia teoretica e Filosofia del linguaggio nel corso di laurea in Scienze della comunicazione dell’Università di Catania. Autore di numerosi saggi e articoli apparsi su giornali e riviste, ha pubblicato i seguenti volumi di filosofia e critica letteraria: Popper e il Wittgenstein antropologo (Gela, 2000); I bambini, la televisione e la scuola nel pensiero di Karl Popper (Gela, 2002, con G. Tarabbi); Il mare immane del male. Saggio su “Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo (Gela, 2004); Andrea Camilleri. Ritratto dello scrittore (Treviso, 2008); Il codice D’Arrigo. Dall’Orca ad Hatshepsut (Treviso, 2010); Umberto Eco. Odissea nella biblioteca di Babele (Padova, 2011
Dottoressa, qual è la differenza tra grafologia e perizia calligrafica?
Come ci ricorda Wikipedia, la calligrafia (dal greco καλός calòs “bello” e γραφία graphìa “scrittura”) è la disciplina che insegna a tracciare una scrittura regolare, elegante, spesso ornata, e l’arte che la manifesta. Niente di più lontano dalla grafologia, che invece analizza il prodotto spontaneo, individualizzato, automatizzato, messo in atto da una persona che ha imparato le regole nell’infanzia e le ha fatte proprie nel tempo, semplificando o complicando quanto appreso attingendo alla sua unicità. Noi siamo inseriti all’interno di un processo storico e oggi la direzione è verso la semplificazione Pensiamo al grande successo di Ernest Hemingway che scriveva in modo semplice, quasi discorsivo. E nella scrittura è successo la stessa cosa: la semplificazione. Questa, tuttavia, può andare in due direzioni ben diverse: la semplificazione che cura l’eleganza delle forme e la semplificazione che appartiene alle scritture cosiddette gettate via, in cui c’è solo la preoccupazione di essere veloci, immediati, istintuali. Due forme molto diverse di semplificazione, grazie alle quali si può già fare una prima classificazione del movimento grafico molto diffuso oggi nel mondo occidentale, che è lo script ovvero lo stampatello minuscolo: una forma di semplificazione che cura l’estetica, non necessariamente la velocità.
I suoi accuratissimi studi presumono di dedurre alcune caratteristiche psicologiche di un individuo attraverso l’analisi della sua grafia. Ebbene, quanto è da reputarsi attendibile questa tecnica mai validata scientificamente?
Premetto che io non presumo ma deduco, in base a dei chiari presupposti metodologici (già esplicitati nei miei manuali), quali sono le caratteristiche dominanti di una personalità, individuando una serie di segni grafologici, associati a specifiche unità comportamentali dette tratti di personalità e come questi interagiscono all’interno dell’individuo. Rispetto alla problematica che lei pone – la validazione scientifica – va detto innanzitutto che il metodo grafologico morettiano (che è quello a cui io faccio riferimento) non è una semplice tecnica ma una teoria della personalità che punta a riconoscere l’organizzazione strutturale individuale. Proprio perché si fa riferimento a una “struttura” (concetto condiviso in psicologia), è necessario comprendere come avviene l’organizzazione gerarchica dei tratti e le specifiche dinamiche che derivano dalla loro interazione. Benché non sia stato ancora raggiunto l’obiettivo di fornire una misura standardizzata di ogni unità di comportamento descritta dai vari segni grafologici, l’applicazione del metodo è già in grado di soddisfare alcune richieste di natura psicometrica, relative alla sensibilità, all’attendibilità e alla validità necessarie affinché la disciplina possa rientrare a pieno titolo nella categoria dei reattivi psicologici. Infatti, rispetto ad ogni specifico tratto di personalità indicato nella definizione del corrispondente segno grafologico, il metodo interpretativo morettiano ha una grande capacità discriminativa tra individuo e individuo (sensibilità), consente di effettuare misurazioni accurate e costanti nel tempo (attendibilità), e possiede una reale capacità di misurare ciò che pretende di misurare (validità). Il problema, a monte, è che la validazione non può essere compiuta sul metodo visto nella sua interezza, ma solo sulla sua capacità di misurare singoli tratti di personalità, quali ad esempio, la reattività del sistema, l’originalità o il conformismo, l’emotività, la paura, le risorse prevalentemente razionali o emotive, e anche i meccanismi di difesa in atto. Giusto per fare qualche esempio sulle possibilità applicative del sistema segnico morettiano.
La metodologia d’indagine grafologica parte dal presupposto che la scrittura, superate le fasi dell’apprendimento, diventi un processo automatico. Il gesto grafico, quindi, è da interpretarsi come “gesto espressivo”?
Una ventina di anni fa le avrei risposto: sì, senza esitazione. Oggi però non sono più convinta della necessità di stabilire questo confine: c’è troppo di noi nella scrittura per limitarsi a questa definizione. O perlomeno io vedo troppo. Bisogna partire da questo presupposto: la personalità, e quindi anche la scrittura di cui è espressione diretta, mostra il nostro essere individui specifici incarnati in corpo sessuati. E la scrittura evidenza, sempre più con il passare degli anni, proprio questa scelta di essere uomini e donne, soggetti a influenze culturali e ormonali, e come abbiamo interiorizzato tutto questo, adattandoci in parte, nascondendo le parti più fragili (a noi stessi e agli altri), o quelle più intime, o i dolori più atroci. È una totalità quella che si esprime nella scrittura, talmente articolata e complessa da scoraggiare ogni definizione riduttiva. Comunque sì, è comportamento espressivo che però esprime troppo, potenziale intellettivo e affettivo compresi.
Slancio passionale, affettività languida, intenerimento erotico, materialità del sentimento o maggiore attrazione per il mondo delle forme. La spinta sessuale ha indicatori segnici individuati?
Sì, specifici per ciascuna delle spinte sessuali che lei ha elencato, che corrispondono esattamente ai capitoli del mio saggio Grafologia e Sessualità. Ma l’aspetto intrigante del libro (a proposito di validazione del metodo) è l’aggancio tra i tratti di personalità individuati tramite i segni grafologici e come sono stati vissuti da famosi personaggi, quali Proust per esemplificare lo slancio passionale o Tolstoj per comprendere cos’è l’affettività languida di cessione. Abbiamo anche le ricadute dell’intenerimento erotico visibili, tra gli altri, in Guttuso; e la figura di Canova per capire come ci vuole una particolare disposizione estetica per coglierne la bellezza del mondo delle forme. Sono moltissimi gli esempi storici riportati nel libro che consentono di cogliere quanto articolata sia la risposta sessuale e proprio per questo si può maggiormente apprezzarne il potenziale di apertura verso l’altro. Essendo una spinta associata al testosterone, va da sé che la maggior parte degli esempi (e della varietà comportamentale) è tratta dal mondo maschile.
Napoleone, Darwin, Hitler, Freud, Picasso appartengono all’immaginario collettivo. Quale legame esiste tra i loro peculiari segni grafologici ed i corrispondenti tratti di personalità?
Si tratta di personaggi ancora più avvincenti se esaminati tramite l’indagine grafologica. Napoleone incarna la vera spinta passionale, attratta dal mondo degli opposti, che si slancia senza remore alla conquista, sia esso il cuore di una donna o una battaglia, favorito in questo dalla dominanza in lui dell’intuito originale a scapito della ponderazione (larghezza tra parole quasi inesistente). Darwin ha anticipato al mondo il concetto di genio, ben diverso oggi da quello che si considerava un tempo come tale. Infatti, mentre Leonardo da Vinci era soprattutto un grande osservatore della realtà in un senso però prevalentemente statico (segno Accurata), e mentre Galileo Galilei era dominato dall’osservazione attenta delle forze in contrasto tra loro che producevano un risultato comune (segno Contorta), in Darwin compare la potenza dell’intuito puro (scrittura Slanciata) associata alla potenza del ragionamento, data dalla larghezza tra parole sopra media. Una scrittura decisamente moderna, che ritroviamo anche in Nikola Tesla. Analizzare la scrittura di Hitler, caratterizzato dal segno Pendente molto sopra media, è come ripercorrere la sua biografia in tutti i più piccoli particolari, comprensivi delle sue crisi isteriche quando veniva ostacolato. Una personalità dominata dal bisogno di fusione affettiva, ed era questo che metteva in campo nei discorsi con cui ammaliava le folle. Freud era una personalità fortemente reattiva (segno Angoli A), oltre che originale: questa spinta all’indipendenza nei confronti di ogni costrizione gli ha reso possibile restare fedele (in parte) alle sue scoperte dirompenti sulla sessualità. Anche lui, però, che pure aveva questo bisogno di andare contro quasi a prescindere, non ha saputo difendere una delle sue scoperte: le violenze sessuali che avvenivano all’interno di alcune famiglie ‘bene’ nei confronti dei figli. Su questo dovette cedere (era troppo in anticipo sui tempi) e affermò, in seguito, che erano i bambini ad avere fantasie sessuali sugli adulti. E quindi anche questo grande ribelle si è piegato e ha negato ciò che oggi si dà invece per certo: in alcune, rarissime (si spera) famiglie i bambini subiscono molestie sessuali proprio dal padre. E se sei proprio sfortunato, anche dalla madre. Vediamo infine Picasso, che ha incarnato il genio artistico per eccellenza. E qui dobbiamo già mettere in campo una prima distinzione: il genio scientifico deve sapersi confrontare con la realtà materiale, quindi presenta un intreccio di segni grafologici che indicano in quale modo ha esercitato questo confronto serrato con la materia. Il genio artistico, invece, ha tutta un’altra vocazione. La cosa strana è che il genio artistico si mostra in modo diverso all’interno dei diversi continenti: in Europa è un simbolo di trasgressione, come dimostra anche la scrittura (e la vita) di Picasso; mentre in America latina, dove le regole morali, ad esempio sulla sessualità, sono meno stringenti, ho notato che gli artisti mostrano nelle loro scritture un notevole autocontrollo. In sintesi, è vero che nella scrittura c’è tutto la nostra personalità, ma per saperla cogliere bisogna aver fatto un lavoro di ricerca su una grande vastità di scritture, dal punto di vista storico e geografico.
Lidia Fogarolo
Laureata in psicologia e specializzata in grafologia, grande esperta di grafologia morettiana, allieva di Giovanni Luisetto, lavora come analista e perita grafologa, è consulente tecnico di tribunale nei procedimenti di verificazione di scritture e docente di grafologia applicata anche in campo criminologico. Per le Edizioni Messaggero Padova ha pubblicato Il segno grafologico come sintesi psicologica (2011), Tratti di personalità nella scrittura (2012), disponibile anche in lingua inglese (Personality Traits in Handwriting, 2015), L’intelligenza razionale e l’intelligenza emotiva (2016), Grafologia e Psichiatria (2018), Storie di donne che hanno ucciso (2020), e Le attitudini che creano ricchezza e povertà, in collaborazione con Claudio Dainese (2022). Per Graphe.it ha pubblicato Perché gli opposti si attraggono e i simili si comprendono (2013), Grafologia e Sessualità (2015), Storie di serial killer (2017) ed è coautrice, insieme a Giuseppina Morrone, del libro I due Volti dell’Anima (2019) e di Anime incarnate in corpi sessuati (2021).
Nel dibattito tra “internalisti” ed “esternalisti” è possibile offrire le coordinate per individuare il “luogo” della coscienza? Esso coincide col cervello oppure supera i confini del nostro corpo materiale?
Rispondo scegliendo la seconda opzione. L’esternalismo ritiene che per pensare la coscienza in modo adeguato, si debba riconoscere un ruolo ontologicamente costitutivo all’ambiente coi suoi strumenti. In tale prospettiva, il cervello è visto come una parte, certamente essenziale, di un complesso più ampio che coimplica in senso forte il soggetto incarnato e il mondo. È tale complesso che va interrogato per capire qualcosa in più della coscienza. L’internalismo, invece, non se la sente di assumere lo stesso impegno ontologico. È chiaro che sia “internalismo” che “esternalismo” si muovono all’interno di una metafora spaziale. È molto difficile abbandonarla, tuttavia non parlerei di un “luogo” della coscienza: questa, infatti, non è un fatto tra i fatti, cui si possano assegnare delle coordinate spaziali, ma l’atto grazie a cui tutti i fatti ci sono dati come fenomeni di una esperienza possibile, dal sasso agli anelli di Saturno, passando per i fatti spirituali, come sentimenti, emozioni o pensieri.
Rispetto all’ipotesi che la coscienza coincida col cervello – ipotesi da non identificare con l’internalismo tout court ̶ si tratta di fare alcune considerazioni. Possiamo definire la coscienza, in prima battuta, come l’esperienza in prima persona degli stimoli interni ed esterni: i pensieri, le memorie, le sensazioni, e poi l’ambiente esterno, le altre persone e così via. Ora, per me l’ipotesi che coscienza e cervello coincidano è molto problematica, per diversi motivi, che potrei riassumere in due punti. In primo luogo, il cervello stesso e il lavoro del sistema nervoso sono parte della nostra consapevolezza, poiché ogni nostro vissuto, compresi i dati neuroscientifici, è composto da elementi che appaiono entro l’orizzonte della nostra coscienza. Orbene: come può una parte della nostra esperienza, il cervello, essere la causa della totalità della nostra esperienza cosciente? Da ciò discende, ed è il secondo punto, che la correlazione che osserviamo tra stati coscienti in prima persona, ad esempio l’esperienza di gustare un gelato, e movimenti neuronali corrispondenti, non significa causazione: i secondi appaiono parallelamente ai primi ma non li causano. Molti definiscono la posizione che sto criticando “riduzionismo”. Io preferisco dire “riduttivismo”, per distinguerla dal riduzionismo metodologico, che è essenziale per il metodo scientifico.
Il suo saggio compie un’accurata indagine filosofica, prendendo le mosse da Henri Bergson. In qual maniera reputa che Bergson abbia gettato le fondamenta per quanto oggi è materia d’interesse per la “filosofia della mente”?
Il dibattito che si svolge entro l’ambito della contemporanea filosofia della mente, pur con tutte le distinzioni del caso, si può considerare come lo sviluppo diretto di quello, secolare, sul rapporto tra l’anima e il corpo, o anche tra lo spirito e la materia. Bergson si inserisce in questo dibattito con una tesi dirompente: non dobbiamo provare a dedurre lo spirito dalla materia, bensì la materia dallo spirito. La realtà è come un’immensa coscienza impersonale, cioè coscienza non soggettiva, una coscienza senza io. La coscienza personale, quella che nel linguaggio della fenomenologia possiamo definire “coscienza tetica”, appare per “restrizione” di quella. La materia non è l’assolutamente altro dalla coscienza, ma, per così dire, il grado zero della coscienza, una coscienza addormentata. Tale tesi, che Bergson condivide con altri autori, ha una grande capacità di interloquire con le ricerche odierne, secondo me, perché capace di offrire un quadro interpretativo d’insieme dei dati raccolti, in particolare di quelli relativi proprio all’esternalismo e di illuminare alcune questioni che sono ancora sul tavolo. La coscienza, spiega il filosofo francese sia in Materia e memoria sia ne L’evoluzione creatrice, può essere studiata solo se partiamo dall’insieme delle connessioni e delle influenze reciproche tra il soggetto e il mondo. Tali connessioni, giova ribadirlo, non sono per Bergson accidentali, bensì strutturali, entrano nell’ontologia della soggettività. Bergson, inoltre, ha svolto il proprio compito di filosofo sempre con metodo interdisciplinare. Era un conoscitore profondo della psicologia scientifica e della biologia del suo tempo, oltre che ottimo matematico. Le questioni poste oggi dalla filosofia della mente non possono essere affrontate che facendo dialogare differenti saperi, nel rispetto dei diversi statuti epistemologici. Ecco che, allora, Bergson rappresenta un valido riferimento anche rispetto al metodo.
In qual misura lo sviluppo delle coeve tecniche d’osservazione del cervello ha impresso una spinta alla ricerca del “luogo della coscienza”?
Premesso che non sono un neuroscienziato e non vorrei invadere il campo di altri, da quanto ho potuto vedere, le tecniche di osservazione del cervello sono state, mi pare, fondamentali per dare nuovo impulso non solo allo studio del sistema nervoso ma anche per rilanciare gli interrogativi filosofici che a cascata seguono: la coscienza coincide col cervello? Se così fosse, i nostri vissuti spirituali sarebbero una funzione dei meccanismi fisiologici e nulla di più? Siamo liberi? Che cos’è l’ “io”? Ecc. L’importante, parlo dalla prospettiva filosofica, è essere accorti circa i presupposti metafisici, impliciti o meno, in base ai quali i dati si interpretano. In particolare vorrei dire che in Italia ci sono centri e studiosi di livello internazionale, penso in particolare a Parma, dove sono stati scoperti i “neuroni specchio”. Sotto questo profilo siamo fortunati.
L’esperienza umana è, dunque, intesa come la risultante d’una interazione tra corpo ed ambiente. Qual è la natura di tale relazione? È molto difficile rispondere. Richiamerei anzitutto le diverse posizioni interne all’esternalismo. Quest’ultimo termine è in realtà una sorta di “parola ombrello” che raccoglie insieme differenti percorsi di ricerca accumunati dal principio per il quale la relazione fondamentale da studiare, se vogliamo sapere qualcosa della coscienza, non è quella tra stati mentali e neuroni, ma quella tra stati mentali e resto del mondo, dunque il corpo in azione, gli strumenti naturali e artificiali, il linguaggio, le interazioni sociali e così via. A seconda di quanto si allarga la fetta di mondo ritenuta ontologicamente fondamentale per l’emergere della coscienza, avremo differenti tipi di esternalismo, alcuni più moderati altri più radicali. Io preferisco tenermi su posizioni più moderate. Nelle forme di esternalismo radicale, infatti, l’Io finisce con l’essere una sorta di epifenomeno, chiamato a lasciarsi riassorbire dall’Uno-mondo. Ma non possiamo fare a meno dell’Io, anche se non lo si può più pensare alla maniera sostanzialistica del passato. Non onorare il livello di esperienza personale, soggettivo, trattandolo come qualcosa da riportare a un grado di realtà precedente e impersonale, mi sembra improprio. Bergson stesso, sebbene presti il fianco a questo tipo di lettura, offre contenuti per sottrarsi a tale esito.
Lei ha investito anni di studio per dare alle stampe “Il corpo nell’anima”. Come intende proseguire in un territorio non ancora pienamente valorizzato?
Il corpo nell’anima è stato il primo passo di un itinerario che spero di poter proseguire. In questo libro, ho tentato di produrre una “archeologia della soggettività”, provando a far interagire il pensiero di Bergson e la filosofia della mente contemporanea. Spero di aver ottenuto un risultato almeno sensato. Ora vorrei usare questo lavoro per portarmi oltre, superare-conservando quanto ho acquisito – come insegna il concetto hegeliano di Aufhebung, verso una filosofia della persona che sappia tenere insieme l’impersonale e il personale, senza sacrificare l’uno all’altro.
Alfonso Lanzieri ha conseguito il Dottorato di ricerca in Filosofia presso l’Università di Napoli “Federico II”. Attualmente insegna Logica presso la Facoltà Teologica di Napoli (sezione San Luigi), e Filosofia teoretica e Antropologia filosofica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “G. Duns Scoto” di Nola.
Tra i tanti aforismi presenti c’è un calembour: “Mi sento un flaianeur”. Può spiegare l’origine di questo curioso termine?
Come spiego nella quarta di copertina si tratta di una crasi tra Flaiano, insuperato maestro del genere aforistico, almeno in Italia, e flaneur, l’osservatore disincantato e curioso che osserva, preferibilmente passeggiando, luoghi ed eventi della vita. Un omaggio a entrambi.
Dante nel Paradiso XI, 4: “Chi dietro a iura e chi ad aforismi” Ebbene, quanto è mutato il significato del termine “aforisma” dagli Aforismi, opera che raccoglieva i precetti medici di Ippocrate, ad oggi?
Riporto quanto ha scritto il professor Domenico Morace su questo aspetto, nella recensione che ha dedicato al mio libro, e cioè “che almeno dai tempi di Ippocrate e dai suoi molti viaggi in Egitto, viene tramandata una forma di sapere che deve condensare in poche parole, pochissime righe, contenuti necessari e indispensabili, per curare i mali del corpo, e non solo quelli. E, al solito, il perfetto “ponte” tra Oriente e Occidente, passa alla Grecia Classica: e da lì, sempre in direzione Ovest, con il passare dei secoli. Per arrivare a Roma, fino al tempo moderno e contemporaneo”. Oggi resta intatta la forma della brevitas, come nel mondo classico, ma è cambiata profondamente la finalità: l’aforisma, lungi dall’essere pedagogico o moralista, è diventato bonariamente denigratorio, cinico, obliquo rispetto al pensiero unico, sbilenco, controcorrente. Non mancano naturalmente, in un panorama molto ampio, amplificato dai social, i tradizionalisti e i buonisti.
I temi trattati negli aforismi di tutti i secoli riguardano soprattutto i vizi e e le virtù. Si può affermare che l’aforisma sia un genere letterario il cui protagonista assoluto è l’Uomo?
Direi di sì, e fai bene a usare la maiuscola perché vizi e virtu, appartengono strutturalmente agli esseri umani, al di là del tempo e dello spazio. Questo status ondivago della moralità, che oscilla tra miseria e nobiltà, ritorna sempre nella produzione aforistica. Aggiungerei però che sotto pressione e sotto attacco ci sono spesso vizi storici e nazionali. Penso ancora a Flaiano e ha come ha messo a nudo le contraddizioni del nostro popolo, a partire da un determinato periodo storico, dagli anni Trenta in avanti.
“Soffrire è produrre conoscenza”, aforisma di Emil Cioran. La brevità è la linea guida stilistica sin dall’antichità. Il suo stile diverge o aderisce al “’l dire breve è migliore che ‘lungo”?
Non c’è dubbio. Se non si aderisse alla brevità in modo ontologico non avrebbe senso scrivere aforismi. Nei miei libri c’è sempre una parte metaforistica che riflette sull’aforisma attraverso aforismi. Ad esempio dico: “Prese il largo attraverso lo stretto” oppure “Ogni sistema filosofico considera l’aforisma un intruso” e ancora “Storia breve: si concluse con un nulla di tatto”. Ma la brevità – attenzione – è la condizione necessaria ma non sufficiente se poi non si aggiunge il disincanto, l’ironia, il gioco di parole, il pugno nello stomaco, l’inversione semantica, il paradosso etc…
Ci sono pensieri che non si possono comunicare con l’aforisma?
Domanda enorme che investe un problema piu generale del linguaggio e che riformulerei così: ci sono pensieri o cose o realtà che non si possono afferrare con le parole? Penso proprio di sì, anche se le parole hanno l’ambizione di poter dire tutto, rappresentare tutto. Con buona pace di Wittgenstein, dei mistici, del pensiero negativo. La lingua aforistica però, diversamente da quella logico-deduttiva, che presume la completezza e cerca la verità, ammette umilmente di sfiorare cose, e lo fa con leggerezza, senza gravità ed esaustività. Un aforisma, nel migliore dei casi, è una mezza verità, che può essere anche ribaltata da un aforisma successivo.
Stefano Cazzato si è laureato in filosofia a Pisa nel 1989. Insegna da molti anni nei Licei, attualmente al Liceo Carducci di Roma. Collabora con riviste e siti (Rocca, Via Po, Il Convivio, MuMag, Conquiste del lavoro, La voce del meridione) e ha scritto numerosi libri tra cui una quadrilogia dedicata a Platone: il suo ultimo lavoro dedicato al filosofo ateniese è “Il Divino Platone. Filosofia e misticismo, pref. di L.Saviani, Moretti&Vitali, 2022”. Preferisco la partner al tutto (Ladolfi, 2023) è la terza raccolta di aforismi dopo Esercizi di realismo (Manni, 1999) e Studiò diritto ma poi si piegò, Ladolfi, 2020
Bella ciao, Fischia il vento, Dalle belle città: in qual misura i canti della Resistenza aiutano la comprensione di un evento essenziale della nostra Storia?
La Resistenza fu un fatto esiziale ma convulso: le decisioni dovettero essere prese rapidamente, l’otto settembre mise tutti di fronte alla scelta fra il baratro e l’eroismo. Poi, venti mesi di vita frenetica, che non lasciava certo il tempo di prendere appunti, di scriverci su (ovviamente ci sono delle sporadiche eccezioni: abbiamo qualche diario coevo). Insomma la viva voce della resistenza ha lasciato solo due tracce: le lettere dei condannati a morte (raccolte in un fondamentale libro di Malvezzi e Pirelli) ed i canti. Le une sono la tragedia della resistenza, gli altri la sua allegria.
Questi canti sono un trattato di storia orale. Ha rinvenuto tracce di una relazione di somiglianza con le testimonianze scritte?
I canti della resistenza sono precisamente l’altro lato della testimonianza scritta: il giudizio delle classi popolari su quella pagina di storia. Ma questo sovente è la relazione fra storia scritta e storia orale.
Il popolo imbraccia le armi. Il popolo è unito, i bambini, diventati presto adulti, fanno la guerra, le donne combattono, i preti accolgono i feriti. In qual misura la Resistenza è anche lotta di un popolo, stanco, offeso ed umiliato?
La resistenza è molte cose: è un movimento nel quale le armi sono essenziali, ma sono ben lungi dall’essere l’unico elemento o anche solo il più importante: vi è un’etica della resistenza, una dialettica interna alla resistenza. La resistenza è una vasta insurrezione di popolo, ma non riguarda tutto il popolo: vi sono gli eterni indifferenti e poi vi sono i fascisti. Non dimentichiamo mai che la resistenza è anche una guerra civile, e che i fascisti – forti anche della codardia degli indifferenti – non hanno mai riconosciuto la loro sconfitta e restano tutt’oggi, come una grave malattia, nel corpo della nazione.
La Resistenza italiana è un argomento costantemente trattato. Esiste una faccia ancora in gran parte nascosta relativa alla presenza femminile. I canti colmano questa lacuna?
I canti della resistenza sono un riflesso delle persone che l’hanno fatta: dei loro pregiudizi, della loro cultura, ed anche – ahimè – del loro machismo. Dunque, così come nella storia di quegli anni il ruolo femminile è stato gravemente marginalizzato, così nei canti coevi non trova riscatto e giusta verità. Penso però che nella resistenza vi fossero in nuce i germi di ogni rinascita: anche nelle azioni del partigiano più stalinista vi era un processo libertario, nel partigiano monarchico il germe della repubblica, nel partigiano più maschilista un’orizzonte femminista. Nel fascista più onesto, più cortese e gentiluomo c’era invece il rogo delle streghe e l’umiliazione della donna.
Il suo libro contiene una selezione di foto e spartiti. Quali sono le difficoltà che ha incontrato non solo nel reperimento delle fonti ma anche nel rendere narrativa una pagina tanto significativa della nostra storia?
Questa è una domanda che mi fa sempre sorridere: se penso alle notti e ad i giorni passati ad accumulare fonti, documenti, informazioni, interviste, confronti… alla montagna da scalare di ogni singola storia… alle pagine fatte e rifatte, ai passaggi scritti e riscritti… beh, cosa ti devo dire: la fatica di fare un libro che prima non c’era è tanta. Però è una bella fatica, una fatica leggera, che ti fa crescere. Più che una fatica, un bel lavoro.
Molti canti, con un incedere ironico, mescolano il riso e la festa al mesto ricordo dei compagni caduti. E’ possibile individuare l’ironia tra le cifre stilistiche dei canti della Resistenza?
C’è ironia, c’è pathos, c’è eroismo ma anche scherzo: erano ragazzi di vent’anni che per la prima volta nella loro vita si sentivano liberi e – pur se costantemente tallonati dalla morte, dalla tortura, dal carcere – si stavano divertendo.
Ogni vallata, ogni repubblica partigiana aveva i suoi canti. Ebbene, i versi canori sono utili a gettare luce sulla quotidianità di coloro che sconfissero il fascismo, donandoci libertà e pace?
Il canto popolare in generale è ormai riconosciuto come fonte essenziale per la conoscenza della cultura e della vita delle classi subalterne. La guerra partigiana è stata molto studiata: esistono migliaia di pubblicazioni, testimonianze, film, romanzi… ma io dico che se non avessimo le canzoni, ci mancherebbe qualcosa di essenziale per capirla.
Lei ha altresì effettuato una emozionante, per me, ricognizione storica del canto libertario dalle sue origini al presente. L’anarchia, il principale terrore dei potenti e la più grande speranza degli oppressi. E’ possibile rinvenire un filo rosso che annodi l’Anarchia e la Resistenza nei canti?
A parte che alcuni dei più importanti canti della resistenza derivano da precedenti canti anarchici e che ovviamente molti anarchici combatterono nella resistenza… ma io credo che si possa tranquillamente affermare che – al di là dei rapporti diretti ed espliciti – la resistenza sia una pagina essenziale del movimento dei lavoratori, di cui gli anarchici sono una componente fondamentale. In Italia poi non ne parliamo: nel nostro paese il socialismo ed il sindacalismo nascono anarchici.
Alessio Lega, musicista e scrittore. Come autore di canzoni e come interprete dei repertori storici, popolari e poetici di tutto il mondo è stato insignito di prestigiosi riconoscimenti (due volte Targa Tenco). È autore di La nave dei folli (2019), Bakunin, il demone della rivolta (2015) e Incrocio di sguardi (con A. Celestini, 2012) e canta storie di amore e di anarchia.
“Ci muovevamo in un multicolore universo di storie”. Ebbene, quanto c’è dell’esperienza della guerra e della Resistenza come esperienza collettiva in queste parole? La guerra e la Resistenza furono per Calvino momenti fondamentali per la sua formazione come uomo e come scrittore. Lui stesso ebbe a dire – in riflessioni anche lontane da quegli anni – che l’esperienza della Resistenza lo aveva letteralmente “messo al mondo” e che “tutto quello che scrivo e penso parte da quell’esperienza”. Nelle sue Pagine autobiografiche spiegò come scelse di partecipare alla lotta partigiana: “….assecondando un sentimento che nutrivo fin dall’adolescenza, combattei con i partigiani, nelle Brigate Garibaldi. La guerra partigiana si svolgeva negli stessi boschi che mio padre m’aveva fatto conoscere fin da ragazzo; approfondii la mia immedesimazione in quel paesaggio e vi ebbi la prima scoperta del lancinante mondo umano. Da quell’esperienza nacquero, qualche mese dopo, nell’autunno del ‘45, i i miei primi racconti”. E’ per questo che noi abbiamo voluto indagare in profondità e nel suo contesto territoriale quella realtà e quegli anni, essendo consapevoli che dai personaggi incontrati e dalle vicende vissute nel paesaggio del Ponente ligure, nell’adolescenza e nei suoi vent’anni a Sanremo, Calvino ricavò il suo multiforme universo di storie, che lo accompagnò nelle diverse fasi della sua poetica.
In qualità di partigiano garibaldino, Calvino sceglierà il nome di battaglia “Santiago”. Da dove origina siffatta scelta? Calvino è stato molto legato alla terra del Ponente ligure dove arrivò a meno di due anni trascorrendovi l’infanzia e l’adolescenza fino agli anni della guerra e della Resistenza, fino al trasferimento all’Università di Torino. E’ arrivato a Sanremo nel 1925 da Cuba, dove i genitori, Mario ed Eva Mameli, entrambi scienziati, erano occupati presso la Stazione Agronomica Sperimentale di Santiago de Las Vegas e dove Italo nacque. Come i genitori a Cuba hanno voluto ricordare le loro origini chiamando il figlio Italo, così egli ha voluto ricordare la terra natia nel suo nome di battaglia “Santiago”.
Durante la Resistenza, Italo Calvino scrive alcuni articoli su “Il Garibaldino”, “La Nostra Lotta”, “La Voce della Democrazia sanremese” e “L’Unità”. Quali rischi concreti corre nello scrivere per giornali clandestini e stampati localmente? Italo Calvino iniziò da giovane giornalista la sua attività di cantore della Resistenza con i primi articoli sui giornali che, nati in clandestinità, uscirono liberi a Sanremo dal 27 aprile 1945. In particolare i suoi primi articoli firmati uscirono sull’organo ufficiale del CLN di Sanremo “La Voce della Democrazia” il 1 maggio 1945: “Primo Maggio vittorioso” e “Ricordo dei partigiani vivi e morti”. Nei giorni successivi Italo Calvino divenne il Condirettore de “La nostra lotta”, organo ufficiale del P.C.I. sanremese e Direttore Lodovico Luigi Millo, proseguendo la collaborazione con gli altri giornali, tra cui anche “Il Garibaldino”. Scrisse anche due racconti nel libro “L’epopea dell’esercito scalzo” sulla Resistenza imperiese, in cui narrò le gesta di “Castelvittorio paese deklla nostre montagne” e “Le battaglie del comandante Erven”.
La personalità di Italo Calvino sovente appare contraddittoria, considerata la grande varietà di atteggiamenti che, verosimilmente, riflette l’accadere nel quarantennio fra il 1945 e il 1985. E’ possibile, tuttavia, rinvenire un’unità d’intenti? Dagli anni della Resistenza e subito dopo dell’attività a Torino, in campo giornalistico con l’Unità ed editoriale con l’Einaudi, Calvino ha rappresentato un intellettuale profondamente “politico” nel senso ampio del termine, in un intreccio nobile tra cultura e politica, indipendente, originale, coerente nella sua complessità e nei suoi travagli, innovativo, visionario, ma molto concreto e attento alla realtà. Aveva una inquietudine che lo ha portato a guardare al mondo oltre all’orizzonte solito.
Il 2023 celebra il centenario della nascita di Italo Calvino. Qual è il suo lascito alla posterità letteraria? Trovo che Calvino abbia guardato “con sguardo etico le voragini del tempo e le peripezie della storia”, come ha detto un altro grande scrittore ligure Francesco Biamonti, sapendo essere un acuto interprete del suo tempo tanto da anticipare alcune criticità del nostro oggi. I suoi temi sono attuali ancora oggi (le città, le solitudini, la natura, l’ecologia) e continua ad essere un punto di riferimento letterario e filosofico, forse non ancora del tutto conosciuto.
Daniela Cassini, nata a Sanremo, è stata libraia e fondatrice di una Casa Editrice dedicata ai libri d’epoca. Nella sua città ha ricoperto la carica di Assessore alla Cultura e Turismo. E’ stata Vice Presidente della Fondazione per la Cultura Palazzo Ducale di Genova. Cura numerose iniziative letterarie e storiche sui temi della memoria. Nel 2022 ha scritto con Sarah Clarke il libro “Lina partigiana e letterata, amica del giovane Calvino” (Fusta Editore), che ha ricevuto il 2° Premio nella sezione Saggistica alla VII Edizione Premio “Augusto Monti” Anno 2022, organizzato presso il Castello Medioevale di Monastero Bormida (AT).
La “Circumvesuviana” è la linea ferroviaria ‘consacrata’ da Legambiente, nel 2019, come la peggiore d’Italia. Ebbene, quali sono le ragioni per le quali, quasi contestualmente, è divenuta un’attrazione turistica?
Come accaduto per Chernobyl e il relativo “Dark Tourism”, ovvero quella forma di turismo macabro che porta le persone ad avere una morbosa voglia di visitare luoghi teatri di disastri e tragedie, la Circumvesuviana si è ritagliata un suo segmento nel mercato turistico divenendo meta ambitissima per gli amanti del brivido. Oramai sono innumerevoli i turisti provenienti da tutta Italia che adoperano gli Scavi di Pompei come mera scusa per vedere la Circumvesuviana. Il libro Vesuviana state of mind è un’utilissima guida a tale scopo.
Quali sono i sentimenti che si celano dietro le persone, gli oggetti e le incombenze di tutti i giorni, ovviamente dal punto di vista del redattore di un saggio umoristico, un diario di bordo che è incline a suscitare riso e, al contempo, riflessione?
Fino a una decina di anni fa il sentimento che accomunava coloro che usufruivano della Circumvesuviana era la rabbia per un servizio che non si dimostrava adeguato alle aspettative. La rabbia, dinanzi all’assenza di miglioramenti, è andata poi trasformandosi in rassegnazione che – grazie all’ironia portata dalla pagina – ha mutato la sua pelle nuovamente divenendo “senso di appartenenza”.
Legami, solitudini, volti incrociati casualmente, quotidianità condivisa, quantunque estranei. Quale idea ha inteso veicolare delle relazioni interpersonali?
Ciò che unisce i viaggiatori della Circumvesuviana è senza dubbio un grande spirito di solidarietà, mosso dalla condivisione di un universo alquanto tragicomico. Come disse Kant: “La solidarietà del genere umano non è solo un segno bello e nobile, ma una necessità pressante, un essere o non essere, una questione di vita o di morte.”
“Circumvesuviana. Guida alle soppressioni e ai misteri irrisolti” è una pagina Facebook con oltre 150.000 followers che da cinque anni pubblica racconti, meme, contributi video. La satira è la cifra per decodificare i suoi intenti comunicativi?
La satira è l’unica strada percorribile per affrontare un tema così delicato. Adoperando toni che fanno leva sull’umorismo e l’ironia posso creare un rifugio per chi su questa pagina cerca un po’ di leggerezza. Se non percorressi quella strada la pagina sarebbe un semplice mezzo di denuncia, esasperante per chi torna a casa carico della frustrazione accumulata in giornata e – inoltre – fuori dalle mie corde comunicative.
Lei, di fatto, documenta un’inattesa “quinta stagione”: qual è il gusto del tempo, oggidì?
Chi vive prendendo la Circumvesuviana vive in un mondo di appuntamenti mancati, di promesse infrante, di amori mai sbocciati, e soprattutto in un mondo governato dall’attesa, quell’attesa tanto cara a Leopardi, lì dove si nasconde la strada per raggiungere la felicità.
Giovanni Masturzo è creatore e gestore della pagina Facebook satirica Circumvesuviana. Guida alle soppressioni e ai misteri irrisolti (150mila seguaci) e della pagina Instagram Vesuviana State of Mind (35mila follower), nonché autore del libro Vesuviana state of mind. Tutt’ora opera come sceneggiatore per cortometraggi, contenuti web e spot pubblicitari, allo scopo di far convivere le sue più grandi passioni: la scrittura e il cinema.
Salvatore Aversa fu ucciso dalla mafia a Lamezia Terme nel 1992. Quali sono le ragioni che l’hanno indotta a narrare di un evento che evidenzia a tutt’oggi dei lati oscuri? “Mi ero occupato della vicenda già nel 2017 con il libro “Il caso Aversa tra rivelazioni e misteri”. Del duplice delitto di Salvatore Aversa e della moglie Lucia Precenzano, emergeva una verità processuale con la confessione di due killer della Sacra corona unita, ma vi erano aspetti non chiariti. Omissioni, procedimenti lunghi, mezze verità e sospetti. Oggi, a distanza di anni, avverto ancora la necessità di ritornare sul caso anche alla luce di alcuni elementi nuovi che di fatto rafforzano la tesi espressa nel primo libro. Intanto, nel 2020 il Tribunale di Salerno, competente per territorio, ha condannato il Pm di allora, Adelchi D’Ippolito e la presidenza del Consiglio dei ministri a risarcire uno dei due presunti autori (l’altro nel frattempo è deceduto) del duplice delitto, ingiustamente accusato da Rosetta Cerminara. Alla base della condanna del Pm, mancati depositi di verbali, sottrazione di bobine, dichiarazioni non concordanti della Cerminara con quelle di altri testimoni eccetera. Altri elementi importantissimi e nuovi sono le dichiarazioni che ho raccolto nel dialogo con Walter, primogenito della coppia assassinata. Alcune sono inedite e degne di grande attenzione. Come per esempio quando parla della presenza di uomini dello Stato che la sera del delitto erano in casa degli Aversa. In particolare due poliziotti in borghese, forse agenti dei Servizi e che rimasero un’ora e mezza a frugare nella stanza da letto dei genitori di Walter. Dal racconto, emerge che sparì una cassetta con dentro degli appunti del sovrintendente di Polizia. Mai trovati. Cosa c’era scritto? Cosa conteneva quella cassetta? Non si seppe più nulla. Aversa era un poliziotto scomodo che non scendeva a patti con nessuno. Fu lasciato da solo e ucciso da una mafia si serie A, come ha avuto modo di dichiarare lo steso procuratore Nicola Gratteri di recente. All’epoca, il connubio con la politica era forte, e d’altronde purtroppo lo è anche oggi, Aversa indagava tra l’altro sull’omicidio di due netturbini, Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte, uccisi perché le cosche dovevano lanciare un segnale chiaro e inequivocabile all’Amministrazione comunale per avere l’appalto della raccolta dei rifiuti. Caddero due poveri innocenti e i familiari ad oggi non hanno ancora giustizia a distanza di 32 anni”.
Rosetta Cerminara, supertestimone. Quali le ombre sulla sua testimonianza, pur così carica di particolari e dettagli? “Cerco di sintetizzare e rimanere ai fatti. Rosetta Cerminara la sera del 4 gennaio 1992 disse di trovarsi in via dei Campioni a Lamezia Terme, luogo dell’agguato mortale e di aver visto due persone, uno l’ex fidanzato, sparare al sovrintendente di Polizia e alla moglie. Fu creduta perché in quel momento l’opinione pubblica pretendeva la verità e lo Stato doveva dimostrare la sua efficienza. Tant’è che a Lamezia arrivarono i migliori investigatori d’Italia: Achille Serra, Antonio Manganelli, Alessandro Pansa e anche Gianni De Gennaro. Insomma, il fior fiore dell’intellighenzia investigativa del nostro Paese. Gente che negli anni ha avuto carriere luminose. Eppure, non riuscirono a venire a capo se non prendendo per buono il racconto di una teste che poi si scoprì falsa. Tanto da essere condannata per calunnia anche se ancora oggi vive in una località protetta, e all’epoca alla sua famiglia fu dato un contributo miliardario. Il Presidente della Repubblica la insignì con una medaglia al valore civile che le fu poi ritirata. Basta dare un’occhiata alla sentenza relativa alla condanna del Pm per capire che la stessa “eroina”, all’ora del delitto, non poteva trovarsi sul luogo dell’agguato mortale perché era dal parrucchiere. Si parla di “negligenze non spiegabili” da parte del Pm; di negligenze che si palesano “inescusabili”. Allora una domanda viene spontanea: chi aveva interessi a depistare le indagini? Perché furono prese per buone le dichiarazioni di una ragazza che aveva il dente avvelenato contro il suo ex fidanzato? Nel primo libro racconto, sulla base di documenti originali, che la Cerminara confessò ad un poliziotto di essere stata violentata dallo stesso ex ragazzo e da altri, e che “gliel’avrebbe fatta pagare”. Perché nessuno tenne conto di quei propositi? Il delitto Aversa aprì purtroppo la stagione della strategia della tensione da parte della criminalità organizzata che culminò con le stragi di Capaci e via D’Amelio a Palermo e l’anno successivo con le bombe a Firenze, Roma e Milano. Una stagione di depistaggi e lati oscuri ancora non chiariti e che riguardano anche Lamezia e la Calabria”.
Walter Aversa, figlio di Salvatore, ha dichiarato: “Di sicuro oggi posso dire con assoluta tranquillità che quel processo ha avuto delle manine che lo hanno distratto, che lo hanno portato fuori binario”. Chi ed assecondando quali motivazioni? “Ma sì, perché intanto dopo tanti processi la verità vera (a parte quella raccontata dai due pentiti pugliesi che avrebbero fatto un favore alle cosche di San Luca a loro volta chiamati in causa dalle “famiglie lametine) rimane ancora un mistero, legato a ciò che non funzionò. E d’altronde la condanna del Pm ne è un esempio lampante. Ma chi paga? E poi le “manine” sono state tante a cominciare da chi ha voluto per forza che la Cerminara in quel momento doveva apparire attendibile, senza indagare fino in fondo sulla sua personalità, sui suoi trascorsi con l’ex fidanzato. Chi aveva interessi era quella cosiddetta borghesia mafiosa che determina ancora, a mio avviso, le sorti di molti dei nostri territori meridionali e non solo, e che in quel momento stava molto attenta a indirizzare la vicenda verso una “verità” costruita. Invece, come sostiene lo stesso Walter Aversa, tesi da me condivisa, chi ha avuto interesse nel voler uccidere Salvatore Aversa aveva interesse non nei confronti di una persona da cui vendicarsi, ma nel lanciare un messaggio e nel bloccare un filone investigativo che avrebbe portato probabilmente allo scoperto personaggi insospettabili che erano legati e coinvolti negli affari sporchi della città. Che erano i mandanti ideologici di quell’omicidio”.
Walter parla di “menti raffinate che lavoravano a stretto contatto con le famiglie criminali lametine e non solo”. In quegli anni la ‘ndrangheta sconfisse lo Stato? “Furono anni terribili. Quelle menti raffinate, di cui si parla, lavoravano a stretto contatto con le famiglie criminali lametine, tracciando un preciso modus operandi. Una mafia diventata imprenditoriale con rapporti stretti con professionisti e persone al di sopra di ogni sospetto, ma – come evidenzia Walter – che poi si trovano uniti, coniugati con determinati soggetti. Legami che comportano una necessaria complicità di fasce professionali e quindi con la politica. Non a caso Lamezia ha avuto tre scioglimenti del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. Non a caso noi mettiamo in evidenza che in quel periodo lo Stato fu sconfitto. Perché le cosche mandarono un segnale così potente da uccidere l’uomo che per antonomasia combatteva la mafia a Lamezia. All’epoca c’era chi diceva che invece quello era un segnale di debolezza delle “famiglie”, al contrario fu un monito tremendo e la mafia in quel momento sconfisse lo Stato. Prevalsero gli accordi, gli interessi particolari e quanto di più subdolo potesse insinuarsi nel cuore delle istituzioni”.
Lei scrive opere d’innegabile impegno e passione civili. Eppure, soventemente, su certi fatti si deposita la polvere. Quali suggerimenti di cittadinanza attiva può offrire ai giovani? “Si, spaziando tra la saggistica e la narrativa, cerco di rapportarmi a questa nostra epoca difficile dove predomina il potere del consumismo, dove la civiltà sembra essere al capolinea. Cerco di non abbandonarmi al pessimismo e scavare, per quanto possibile, dentro la società per capire i difetti, se così si può dire, e mostrare ciò che non si vede. Andare al di là di quello che propone il mainstream. Lo faccio con i romanzi e ancora di più con libri come questo che possono contribuire a formare una sana coscienza civile. È difficile ma bisogna provarci. Ai giovani cosa dire? Sono molto più avanti delle passate generazioni, ma soffrono secondo me di solitudine. Sembra un paradosso in questa epoca dove a predominare è l’uso dei social. Ma proprio questo isolamento si traduce in esasperato protagonismo che nasconde la totale assenza, o quasi, di una coscienza critica collettiva così da poter guardare il mondo come si fa con una telecamera dall’alto e vedere i singoli comportamenti. Non bastano le sporadiche manifestazioni o le adunate per difendere l’ambiente che, per carità, sono giuste e bisogna farne di più. Ma se non si arriva alla consapevolezza che i giovani possono cambiare il destino dell’umanità, si lascia tutto nelle mani dei potenti della terra che invece devono essere “avversati” dalla freschezza delle idee giovanili come accadde nel ’68, magari evitando errori e devianze passati e mettendo al centro la cultura della solidarietà, dell’uguaglianza e della pace. Valori conquistati in quegli anni ma che oggi sono a rischio. Dopo l’edonismo degli anni ‘80 e ’90, ai millennium spetta il compito di “rifare” il mondo e cambiare il sistema”.
Antonio Cannone, scrittore e giornalista professionista.
La “parola” ed il “corpo” sono di fatto una coppia sinonimica nel teatro pasoliniano. L’attraversamento del corpo nel teatro di Pasolini presenta una caratterizzazione in più rispetto agli altri plurimi e molteplici linguaggi che pur adopera?
Alla base delle singole opere di Pasolini il motivo del corpo appare legato a una lingua alternativa come unica via d’uscita dall’incomunicabilità. Il corpo è molto importante perché Pasolini fa un cinema fondato quasi interamente sulla fisicità degli attori. Nella prima parte della sua produzione cinematografica cerca attori non protagonisti che vengono dal sottoproletariato. Nelle borgate, – il protagonista di Accattone interpretato Franco Citti – o la Mamma Roma – nome dell’omonimo film del 1962, interpretato da Anna Magnani – Pasolini inquadra e fotografa i connotati psico-somatici della realtà. A questo si deve aggiungere l’osservazione-trasfigurazione del proprio corpo che subisce una crescita di importanza nel tempo, con la grande svolta della metà degli anni ’60 in cui Pasolini dichiara di voler “gettare il mio corpo nella lotta”, proprio in concomitanza con l’ingresso potente nel teatro. I personaggi teatrali di Pasolini non sono più quegli di Accattone e di Mamma Roma, che sprigionavano vitalità nonostante il loro disagio sociale: sono fatue marionette borghesi, minacciate da nevrosi, angosce esistenziali e creature voraci. Nel teatro il corpo mi sembra che sia ancora più radicale e consapevole del corpo nel cinema, nella narrazione e nella poesia. Il discorso al teatro è infatti più radicale perché è un pretesto: a parlare è il corpo. Lo stesso Pasolini nel parlare della poesia di Panagulis (noto anche con il diminutivo di Alekos, è stato un politico, rivoluzionario e poeta greco, considerato un eroe nazionale della Grecia moderna), afferma che la vocazione poetica è nata nell’uomo politico greco dalla condizione di incarceramento del corpo. Se il teatro di Beckett va collocato nell’ambito del «teatro dopo Auschwitz», con eroi traumatizzati (rappresentabilità della memoria traumatica) il teatro di Pasolini rappresenta l’uomo che subisce nel suo corpo il trauma del passaggio dal fascismo storico a una forma di nuovo fascismo consumistico: l’omologazione. È importante comunque ricordare che sin dagli anni Sessanta Roland Barthes avesse intrapreso la strada degli studi semiotici indagando sul problema del significato, del linguaggio scritto e orale in rapporto alla realtà. Barthes spiega dunque che in oriente la voce non è il solo mezzo di comunicazione possibile, non è il solo dispositivo che permette di entrare in contatto con l’altro, ma che il corpo nella sua totalità è un “segno” che si rivela come gesto e attraverso il gesto esprime e significa. Le riflessioni elaborate da Roland Barthes condizionano e ispirano l’ottica pasoliniana. Egli era infatti convinto che la scrittura letteraria, divenuta il luogo privilegiato d’espressione della corruzione e della volgarità di una società avviata verso la più completa omologazione culturale, non fosse più capace di rappresentare né di esprimere efficacemente la realtà. Dunque, la poesia ha perso valore linguistico e ne ha acquistato uno fisico: Pasolini rifiuta di confrontarsi con un sistema e con un codice linguistico capaci di rappresentare il senso univoco e definitivo delle cose e adotta un linguaggio che possiamo definire visivo. Nel teatro la presenza del corpo completa l’evocazione della parola.
Lei elegge un canone comprendente “il corpo in preda al desiderio sadomasochistico (Orgia), il corpo con la sua viscerale motivazione erotica che sconfina nella zooerastia (Porcile), il corpo imprigionato, tra scissione e visionarietà (Calderón)”. Come si pone tale canone in relazione al complessivo macrotesto pasoliniano?
La monografia propone una lettura critica delle tragedie “Orgia, Porcile e Calderón” volta a riconsiderare le tragedie pasoliniane come testi indispensabili per la comprensione della situazione politica dello scrittore durante gli eventi del 1968 e della sua visione critica e apocalittica del capitalismo. In questo senso la drammaturgia di Pasolini viene affrontata secondo vari aspetti, oltre quello letterario e linguistico, anche attraverso un’analisi di impronta comparatistica e contestualizzazione storico-antropologica. Si tratta di un tentativo di lettura del corpo nelle sue varie declinazioni simboliche, situandolo anche nella prospettiva critica del potere. Come tale, viene riconsiderata la posizione meno canonica del teatro all’interno dell’opera ultima di Pasolini. Il corpo, in realtà rappresenta il fil rouge dell’intero lavoro. Il nodo tematico, problematico e critico, non è tanto definire la centralità del corpo nel teatro di Pasolini, quanto capire come essa si esprima e quali segni emetta. Si tratta di un problema di espressione, di produzione di segni, della loro esplicazione. Le indagini su questi tre testi teatrali vengono condotte, da un lato, sempre in stretto rapporto con l’intero corpus pasoliniano, dall’altro, in una dimensione comparatistica che mira ad analizzare il fondamento filosofico del pensiero pasoliniano che va oltre il teatro. Con particolare attenzione ad alcuni aspetti meno noti e non adeguatamente indagati dalla critica pasoliniana: le analisi non scontate con l’opera di Sade che incidono in più punti sul teatro pasoliniano; il discorso riguardante la presenza della morte all’interno della scrittura; il pensiero femminista; la presenza di un registro farsesco che si sovrappone a quello luttuoso; le riflessioni di Spinoza sul potere ; le considerazioni ispirate dal pensiero di Derrida sull’assoggettamento degli animali e la nuova chiave di lettura di «Calderón» a partire dalla teoria di Erving Goffman sulle istituzioni totali.
Sade, Spinoza, Goffman, Calderón de la Barca, Strindberg quali riferimenti comparatistici. Quali sono le altre teorie tardonovecentesche sul “divenire animale” da lei considerate?
In Porcile emerge il tema della zoofilia che di solito i vari studi sull’argomento si limitano, in qualche modo, ad una lettura paralizzante che rimandi all’omosessualità dello scrittore. Ma l’omosessualità di Pasolini non ha niente a che fare con la zoofilia. La zoofilia necessita di essere commentata dal punto di vista delle avanguardistiche riflessioni sulla “questione dell’animale”. Un tema molto caro ai filosofi francesi e soprattutto a Derrida, non si tratta della questione dell’animale in sé ma del modo con cui uomo e animale entrano in rapporto, in un rapporto che non è solo filosofico ma anche di pensiero dentro la scala evolutiva. Pasolini collega l’incremento dell’assoggettamento e del trattamento violento degli animali allo sviluppo scientifico e tecnologico delle pratiche di allevamento, macellazione e utilizzo degli animali per il miglioramento del benessere umano negli anni ’60. Elemento presente anche nel teatro del più grande drammaturgo della letteratura tedesca, Bertolt Brecht. Bertolt Brecht, in Santa Giovanna dei Macelli, ricorre ovunque a immagini di macellazione per descrivere la disumanità dei capitalisti. Nella sua complessità polisemica l’animale in Porcile di Pasolini è il luogo in cui svelare i meccanismi su cui poggia la società capitalistica. La macchina neocapitalista ha appiattito l’animale su una sola e unica funzione, un ruolo che in precedenza nessuna creatura, selvatica o domestica che fosse, ha mai espletato su una scala così colossale: quello di materia prima dell’industria di macellazione di massa. Lo scrittore accenna a tali questioni nel contesto di un confronto tra il porcile e i campi di concentramento. Quello che emerge dalla mia ricerca non è un’etica animalista, ma la preponderante volontà di Pasolini di fare un ritratto dei totalitarismi soprattutto sulla base dell’equazione uomini -animali al macello. In quest’ottica Pasolini crea un parallelo tra l’assoggettamento degli animali e l’assoggettamento degli uomini sotto il segno di un destino apocalittico.
E’ chiaro che le drammaturgie pasoliniane celino una peculiare concezione filosofica ed impegno politico. Fino a che punto i connotati di quei poteri sono riconducibili al nostro mondo contemporaneo?
L’ultimo Pasolini ha indicato il punto più intimo e complesso della propria angoscia poetica e intellettuale nella visione di una «crisi cosmica» in atto consistente nel «passaggio dal “Ciclo” naturale delle stagioni, al “Ciclo” industriale della produzione e del consumo. Per rispondere alla tua domanda sono costretto a citare Porcile. Porcile è una spietata parabola di un’attualità spaventosa sulla società occidentale del ventesimo secolo ma permeata di una specie di macabro umorismo, con protagonista un ragazzo assente, vicino al tipo dei giovani di oggi, che decide di “non esserci più”, di non prendere parte al gioco, di non condividere, e di scomparire. Se spostiamo il discorso sul rapporto con la nostra realtà, ci accorgiamo che tanti giovani di oggi spariscono dietro ad uno schermo. L’aspetto fondamentale che passa dalla drammaturgia alla sceneggiatura è lo scontro generazionale che non si fa con parole, (mai Julian e suo padre vengono in contatto), proprio perché la generazione dei figli ha già perso in partenza, è già inevitabilmente vinta dal mondo capitalista. Senza mezzi termini, Pasolini afferma che nella fusione tra i due imperi economici le cui fortune affondano nella complicità con il nazismo, nasce l’Europa moderna: il neocapitalismo” in cui egli vedeva anche una continuità col fascismo. Rientra in queste connotazioni anche la magnifica raffigurazione del padre Klotz, paralitico, su una sedia a rotelle. È l’immagine che evoca la condizione della caduta del padre. In questo caso al Padre evaporato si sostituisce la paternità onnipotente e padrona del Capitale. È impossibile non vedere i tristi rimandi all’attualità, con i padri capitalisti che nel perseguire cieco dei loro interessi non lasciano alcuna speranza, alcun futuro ai propri figli. L’attuale conflitto in Ucraina può essere letto non solo in termini strettamente territoriali, ma come una guerra capitalista per la ridefinizione della mappa geopolitica mondiale e delle potenze da Occidente a Oriente. L’ultimo film di Pasolini Salò o Le 120 giornate di Sodoma, si svolge in un unico grande ambiente concentrazionario. “Salò” elabora l’idea di apocalisse come trasformazione della società in un gigantesco campo di concentramento dominato dai padri del Potere nel quale si consuma uno sconvolgente “genocidio culturale”. Certo al momento non possiamo parlare di «genocidio» in Ucraina. Ma le atrocità commesse anche sul piano ambientale riportano in auge le peggiori tendenze del Novecento. Un altro esempio è Orgia. Orgia non è solo una storia sadomasochista tra un uomo e una donna. è una metafora sulla reale impossibilità di godere dell’uomo moderno, e sulla necessità del male di spingersi sempre più verso l’eccesso, in un estremo tentativo di provare piacere. L’uomo contemporaneo fa sempre più fatica a desiderare. Il nostro non e affatto il tempo della liberazione del desiderio ma e il tempo dell’eclissi del desiderio. Quello che descrive Pasolini attraverso il prisma di Sade quando il desiderio diventa dovere, obbligo, imperativo superiore allora uccide il desiderio, il desiderio diventa un lutto dell’erotismo. Il principio di prestazione oggi prevede il godimento come dovere, come obbligo, come obbligazione. Pasolini l’aveva previsto e in fondo anche la Scuola di Francoforte aveva già criticamente analizzato la deriva della società dei consumi. Ma Pasolini aggiunge la questione del corpo, al centro della scena pasoliniana c’è la nuova configurazione del sistema capitalistico la proliferazione di un desiderio senza più limiti. In Calderón, personaggio che si trasforma da essere umano in “membro ”colonizzato” di una società a forma di svastica; in “Porno Teo Kolossal” l’apocalisse è quasi desiderata come eutanasia della civiltà, tendenza che si potrebbe estendere altresì al contenuto di Petrolio, dove l’apocalisse si prefigura come catastrofe ecologica. Le opere di Pasolini possono essere analizzate criticamente come “registratori” dei pericoli che la modernità frappone tra l’umanità e la natura; Petrolio in particolare, si insinua un futuro distopico avvalendosi di un grande argomento di drammatica attualità, quello della crisi energetica e della speculazione sulle fonti di energia. Al dramma ecologico è dedicato ampio spazio nelle molte descrizioni presenti nel romanzo, indicando forti accenti ambientalisti a sostegno della salvaguardia della natura.
Qual è il lascito pasoliniano?
Pasolini è uno degli intellettuali più influenti del Novecento. Il lascito di Pasolini è tutto nella tensione tra nostalgia, profezia e la riflessione sul fascismo e la sua evoluzione storica che attraversa tutta l’opera pasoliniana ed è ancora oggi di grande rilevanza e attualità. Le sue riflessioni, la sua lucida analisi del contesto storico e culturale ci riguardano completamente. E ci riguardano perché oggi più che mai viviamo l’ascesa delle forze del neofascismo. Il fascismo nasce e rinasce. Abbiamo combattuto l’ideologia nazista e l’ideologia fascista ma quel nazismo e quel fascismo oggi si sono presentati nel corso dell’umanità in maniera assolutamente drammatica, oggi si ripresentano non allo stesso modo ma sotto altre vesti subdole che ripropongono quella stessa sceneggiatura, quello stesso refrain, la creazione di un apparato totalitario. Nel nuovo dilagante fascismo possiamo ritrovare in effetti senza sforzo, forme camuffate di fascismo anche nel campo progressista.
Georgios Katsantonis ha conseguito il dottorato di ricerca in Letterature e Filologie Moderne con lode presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. La sua tesi dottorale ha vinto la trentasettesima edizione del Premio Pier Paolo Pasolini 2021, che ogni anno la Cineteca di Bologna, in collaborazione con il Centro Studi Pasolini di Casarsa, dedica alle tesi di laurea magistrale e di dottorato sulla vita e sull’opera del poeta e regista bolognese. Si è laureato in Discipline del teatro e dello spettacolo presso l’Università degli Studi di Patrasso (Grecia) e ha conseguito il Master in Letteratura, Scrittura e Critica teatrale presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Ha tenuto seminari in ambito universitario. È stato relatore invitato a numerosi convegni in Italia ed Europa. Per quanto riguarda la produzione scientifica, e autore di due monografie e di numerosi saggi relativi al teatro performativo contemporaneo, approfondendo in particolare, alcune modalità rappresentative di Theodoros Terzopoulos, Ariane Mnouschine, Robert Wilson, Rimini Protokoll. Si e occupato anche della figura di Eduardo De Filippo e della sua ricezione in ambito greco, andandone ad indagare le rappresentazioni sui teatri ellenici dal dopoguerra fino ai tempi più recenti; documenti e giudizi critici inediti sul piano storiografico; recensioni pubblicate da vari critici, per la prima volta tradotte in italiano in modo da poter disporre anche dati sulla percezione interculturale dal punto di vista etnografico. La Fondazione Premio Internazionale Galileo Galilei gli ha conferito il “Premio Nicoletta Quinto” dedicato a giovani studiosi che si sono distinti nel campo degli Studi sulla cultura italiana.
Anatomia del potere. Orgia, Porcile, Calderón. Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo