Cinema dissidente e altro

Il suo studio propone un paradigma originale, quasi uno “sguardo dialogico”, per identificare una miscellanea di scelte estetiche e narrative. Quali caratteristiche sono riconoscibili nel “cinema dissidente”?
Il cinema dissidente non è né precipuamente colto né eminentemente autoriale, anche se i segmenti di cinema che ho preso in esame hanno spesso entrambi questi attributi. Esso è una vertigine, un delirio in quanto uscita dal solco, il solco dell’ordinario inteso anche come usata abitudine; esso esprime una visione politica non in senso canonico, ma in quanto inerente la dimensione del desiderio – dimensione che è effettivamente una questione politica del definirsi e ridefinirsi delle identità e dei rispettivi perimetri esistenziali. Quasi una questione di “territorio” di deleuziana memoria. Il cinema di cui parliamo mette in revoca registri e posture cognitive consuetudinarie, eleva a regola il tradire gli automatismi e i cliché, non denuncia in quanto genericamente engagé, ma in quanto si appella a qualcosa di simile al volto nella filosofia di Lévinas: qualcosa che spinge a ripensare i fondamenti stessi della propria cultura e detronizza il primato assolutista dell’Io, interroga l’Altro e si fa trascendimento. In questo senso il vero cinema così inteso è traboccante e generoso, mai egoistico, ed è anche un discorso squisitamente cognitivo ancora prima che culturale. Esso non è figlio di un vacuo ribellismo, ma è ribelle in quanto indocile e tutto sommato irragionevole.

Pellicole recenti e meno recenti. Quali sono le ragioni che rendono interessante il cinema contemporaneo, ovviamente tenendo conto che il filone d’indagine cinematografico si pone all’interno di un ampio ambito interdisciplinare?
Sono poco incline a prese d’esame che classifichino il cinema entro una prospettiva evenemenziale. Così un film del migliore Orson Welles o del migliore Hitchcock può essere più “contemporaneo” di un film che lo è anagraficamente. Direi che alcuni tasselli della lavorazione cinematografica, come il montaggio, le tecniche di inquadratura, espedienti di sceneggiatura brachilogici e un certo sperimentalismo nel dissolvere l’unità di tempo, luogo e azione, assieme a elementi di dissociazione e di rottura della “logica” ordinaria (dello sguardo ordinario) possono essere caratteristiche di un cinema in qualche modo attuale. Ma in definitiva attuale è ogni prodotto artistico che si consegni alla storia e non a una singola stagione di essa. In questo senso il cinema è per dirla con Pasolini (egli si riferiva alla propria poesia ma era anche brillante cineasta) “inconsumabile”.

La prospettiva comparativistica mi pare funga da puntello all’analisi. Quali sono le tassonomie in cui sono stati inseriti i film oggetto della disamina saggistica?
Tassonomia non è termine che ami molto, mi rimanda a qualcosa di pedissequo e classificatorio. Direi che ho scoperto che la chiave euristica vincente, nell’analisi delle più diverse pellicole, era costituire un reticolo plurimorfo (non arborescente come gran parte della cultura d’Occidente, cioè non a propaggini per intenderci) in cui ogni ambito di analisi comunica con l’altro. La realtà ideale per una disamina così fatta è una condizione inclusiva di “pluralismo” disciplinare, un registro ibrido e proteiforme in cui ogni disciplina comunica in sinergia con tutte le altre. Spesso un ambito ne interroga un altro apparentemente difforme per natura intrinseca, e così avanti in una sorta di circolo virtuoso.

L’angolazione delle scienze sociali ed il punto di vista estetico-ermeneutico si intrecciano con le percezioni emotive e sensoriali che emergono dal tessuto comunicativo delle opere. Quanto la prospettiva metodologica interdisciplinare può stimolare lo spettatore?
Lo spettatore non è mai soggetto inerte, per così dire, e lo stimolo che spero di aver dato, con questa forma metodologica, si rivolge a lui proprio in quanto soggetto attivo, ed è semplicemente lo stimolo a interrogare determinate pellicole. Ogni forma di sapere comincia da una domanda, ma solo delle domande ben poste, per intenderci, offrono angoli di visuale freschi e fruttuosi in termini di esiti conoscitivi. Il cinema è stato ed è un mezzo potente che investe non solo la cultura e la fantasia dei popoli in seno al neoterico, ma è anche un vero e proprio fatto cognitivo che può esprimersi con mirabile capacità di sintesi e forza evocativa.

Il taglio del testo cuce filosofia e psicologia, psicanalisi e lineamenti di antropologia e sociologia. Le scienze umane come apriporta per la “lettura” del Cinema?
Guardi, è banale ma vero: il cinema si avvale di tutti gli artifici retorici che sono più o meno propri della buona letteratura e della buona poesia: e mi riferisco a sineddoche, metonimia, analessi, sinestesia e così avanti; l’esempio suggerisce di considerare che se le scienze umane – con particolare attenzione al linguaggio come espressione di tutto ciò che inerisce la sfera “umana” a livello di percezione della realtà e organizzazione di pensiero, educazione estetica, o emotiva e culturale – si sono prodigate a dare interpretazioni puntuali e brillanti, almeno quanto congiunte, su prodotti letterari, non vedo perché non praticare la stessa strada con il cinema.

Massimo Triolo è scrittore, giornalista e artista del disegno. Tra le sue più recenti sillogi poetiche: Trilogia dell’estasi (2019); Due ali di fiamma (2020); Le forme del visibile (2020); Nero (2021). Ha pubblicato i romanzi Innocenza e altre deviazioni (2020) e Luce della mia tenebra (2021) e la raccolta di racconti gotici Raso rosso. Racconti e visioni (2021). È comparso con sue liriche nel prestigioso “Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea” (2018 e 2022). Ha vinto e ha menzioni di merito in numerosi premi letterari a carattere nazionale. Collabora con la rivista culturale “Pangea”, con “Teatro contemporaneo e cinema” e con “Il Borghese”. Sono comparsi articoli a sua firma su quotidiani nazionali tra cui “il manifesto”. Ha condotto programmi culturali su diverse emittenti radio.

Johannes Kreisler. Amori e amicizie del giovane Brahms

“Brahms possiede un estro creativo del tutto eccezionale e un’indole come si
può trovare soltanto nella più severa solitudine: è puro come il diamante, bianco
come la neve… nel suo modo di suonare il pianoforte si sente il fuoco intenso, la
fatale energia, se così posso dire, la precisione del ritmo, che annunciano l’artista.
Non ho mai trovato finora nelle composizioni di un musicista della sua età tanta
perfezione unita a tante cose nuove da dire…”
J. Joachim

Johannes Brahms: la sua musica è davvero integralmente radicata nelle strutture e nelle tecniche compositive dei maestri del Romanticismo o si possono scorgere moti anticipatori di quel che verrà?

Brahms rappresenta la sintesi di tre secoli. Parte dal classicismo viennese di Haydn, Mozart e soprattutto Beethoven, sulle cui opere si forma e a cui resterà sempre debitore, incarnerà gli ideali più autentici del romanticismo tedesco, insieme al suo mentore Robert Schumann, ma soprattutto aprirà, nella parte finale della sua vita, le porte alla
musica strumentale della Seconda scuola di Vienna che rappresenterà il punto di partenza di tutta la musica moderna e d’avanguardia. L’aspetto “miracoloso” della musica di Brahms è proprio ciò che appare nella produzione degli ultimi anni; egli, infatti, riprenderà il più antico degli stilemi musicali, la polifonia, applicandolo ad una frase squisitamente romantica ma costruita con i principi strutturali della microcellula tematica, la Grundgestalt (l’idea base), come la definirà Arnold Schönberg, che sarà esattamente uno dei parametri fondamentali sui quali si baserà la stragrande
produzione della Seconda Scuola di Vienna.

La musica di Brahms, orientata al sinfonismo e segnata dal sistematico spirito di rivisitazione della struttura compositiva, per molti si accompagna alla tendenza a prediligere la spontaneità.
Quanto attinge al patrimonio musicale popolare viennese ed ungherese?

Bisogna capire cosa s’intende per spontaneità, perché la frase melodica di Brahms nonostante la sua bellezza, anche se sembra nascere appunto spontaneamente, in realtà è costruita su principi ferrei. Il suo genio sta esattamente nell’equilibrare questi due aspetti facendo in modo che tutto ciò che è uscito dalla sua penna possa essere
realmente definito arte; una logica spontaneità! Quello che potrebbe sembrare un ossimoro è ciò che realmente caratterizza la sua musica. L’aspetto popolare risulta molto evidente in diverse opere giovanili, sia per il contesto storico sia per la figura di Joachim, il grandissimo violinista ungherese, amico di una vita. Il finale del primo
quartetto con pianoforte op.25, le celebri Danze ungheresi sono l’espressione più tipica del patrimonio ungherese, così come l’aspetto più scanzonato e goliardico di quello viennese, lo ritroviamo nei Liebeslieder walzer op.52 o nei Valzer per pianoforte op. 39; anche se, va precisato, nessuno più di Schubert prima e Mahler dopo saprà rappresentare in musica quell’autentico sentimento viennese.

Joseph Joachim e Johannes Brahms: “gioventù dissipata”, come una volta la definì Billroth?

Al dottor Billroth, medico di fama mondiale e carissimo amico di Brahms, dal 1863 alla sua morte nel 1894, dobbiamo tanto. Era un grandissimo cultore della musica, ma prese diverse sviste, e non sarà l’unico. Ognuno di noi, tanto più se artista, lo è per tre fattori; nascita, formazione e contesto sociale. Brahms non sarebbe stato quel genio che fu se non ci fossero state quelle figure che, a diverso titolo, lo formeranno e lo seguiranno come uomo e come artista; e Joachim, come Clara Schumann, saranno i pilastri della sua vita. Quella “gioventù dissipata” come erroneamente la definì Billroth, fu tutt’altro. Sarà il momento fondamentale della sua crescita umana e professionale; non a caso gli ho dedicato il mio ultimo libro (Johannes Kreisler. Amori e amicizie del giovane Brahms. Florestano Edizioni, 2022)

“La vita ci deruba più di quel che non faccia la morte”: quali sono le ragioni per le quali nel Requiem Brahms pare tralasciare gli obiettivi escatologici peculiari della fede cristiana?

Semplicemente perché aveva un’idea della morte diametralmente opposta; e non solo alla fede cristiana. Brahms crebbe in un contesto molto religioso, la Bibbia era uno dei testi che lesse di più. Ma la morte per lui, a differenza di quanto sempre avvenuto, anche nell’ambito artistico, non aveva quei caratteri di terrore, paura, angoscia che avevano caratterizzato tutta la produzione musicale specifica. Lui aveva una concezione della morte che io ho definito umanistica; non a caso il Deutsches Requiem inizialmente si sarebbe dovuto chiamare Human Requiem. Per Brahms la morte era la semplice ed inevitabile conclusione di un ciclo vitale, e pertanto andava affrontata come una delle poche, se non l’unica certezza della nostra vita. Questo spiega anche il perché brani come il Schicksalslied op.54, su testo di Hölderlin e le Nänie op.82 su testo di Schiller, che trattano questo tema e prevedono una conclusione drammatica,
saranno trasfigurati musicalmente, da Brahms, nella conclusione. Proprio perché la morte, per il compositore di Amburgo andava accettata e attesa serenamente; e anche questo è un messaggio meraviglioso che personalmente da tempo ho fatto mio.

Maestro, lei dal 2021 conduce la rubrica settimanale “Lezioni di musica” su http://www.radiomozartitalia.com.
Ebbene, quali sono gli strumenti di cui disponiamo per accostare i giovani alla musica classica?

Diceva il grande Luciano Berio, che “la musica è tutto quello che si ascolta con l’intenzione di ascoltare musica” Questo vuol dire semplicemente che è l’ascolto e solo l’ascolto che conta. Purtroppo, in Italia da sempre la musica gode di scarsa attenzione nelle scuole, e questo è un problema che potremmo far risalire a De Sanctis, primo ministro della pubblica istruzione, così come a Giovanni Gentile, autore della celebre riforma scolastica. Erano, infatti, entrambi di scuola hegeliana e per il filosofo tedesco, a differenza di Schopenhauer, la musica non era altro che mero diletto. Io nelle mie lezioni alla radio, così come quelle che tengo nelle scuole e in alcune università (ovviamente con modalità differenti) non spiego la musica, perché la musica non si spiega a parole, la musica è esattamente ciò che sentiamo. Quello che faccio è invitare ad ascoltare i suoni, gli strumenti, come si presenta una frase, quando si ripresenta o viene variata, il cambio del tempo, le varie sezioni ecc. I mezzi a disposizione oggi sono tantissimi, la musica la si può ascoltare ovunque e in un qualunque momento. Quello, però, a cui bisogna fare attenzione è di non banalizzare o “vincere facile”, facendo ascoltare sempre le stesse cose o raccontando storielle magari senza fondamento, solo per accattivarsi il pubblico più giovane. Io ho una rubrica anche su un mensile dedicato proprio ai giovani (Agorà Giovani) e in quel contesto ho iniziato a smontare un po’ di luoghi comuni che spesso esistono quando la materia è poco trattata o trattata male, cosa che, il più delle volte limita o confonde i ragazzi. Quello che faccio in queste modalità è invitare all’ascolto in modo consapevole, li guido per strada dopo di che lascio che ascoltino da soli. L’arte è autenticità, non va tradotta o banalizzata, va semplicemente donata per quello che è fin dall’infanzia, esattamente come si fa per le altre cose. Il pubblico non deve essere esperto per ascoltare la musica d’arte; a quello dobbiamo pensarci noi, che la suoniamo e la presentiamo come autentici medium tra il compositore ed il fruitore.

Gianluca Di Donato, avellinese classe 1972, è diplomato in pianoforte al conservatorio di Avellino e perfezionato al Mozarteum di Salisburgo. Si è laureato in Lettere moderne e in Filosofia all’Università di Salerno e in Musicologia alla Sapienza di Roma. Tiene regolarmente concerti dal 1991 in tutta Europa. Allievo di Aldo Ciccolini ha eseguito più volte l’integrale della produzione per e con pianoforte di Mozart, Schubert e della musica da camera di Brahms. Negli ultimi anni ha rivolto una costante attenzione alla produzione musicale ed artistica del ‘900 sia come pianista che come relatore ricevendo numerosi premi e riconoscimenti anche per la sua attività di divulgatore. Ha inciso tre CD. Autore di numerosi scritti ed articoli, ha pubblicato tre volumi: “Addio al piano – gli ultimi quattro cicli pianistici di Johannes Brahms”, nel 2019 “Il riscatto del genio. Mozart nel 1784” nel 2020 e “Johannes Kreisler. Amori e amicizie del giovane Brahms, edito nel 2022 dalla Florestano Edizioni, e recentemente un saggio dedicato a “Il concetto di bello nella storia della Musica. Dal 2021 conduce la rubrica settimanale “Lezioni di musica” su http://www.radiomozartitalia.com. È redattore
di Quinte Parallele, Agorà Giovani ed è s invitato annualmente come relatore in convegni di Musicologia e a tenere lezioni presso licei ed università. A fine 2023 uscirà un nuovo cd dedicato alle ultime opere per pianoforte di Brahms. Il prossimo anno pubblicherà un nuovo libro, dedicato a Gustav Mahler come direttore d’orchestra.

Le Quattro Giornate di Napoli (quasi un diario)

“Dopo Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana” Può commentare questa asserzione di Luigi Longo?

Ritengo che quello delle Quattro Giornate di Napoli sia stato un evento storico di grande rilevanza, perché in quei giorni si è dato inizio al movimento della Resistenza italiana. Va detto, però, che non sempre esse sono tenute nella giusta considerazione, in quanto la “nostra” Storia, spesso, è presentata con uno sguardo fortemente nord-centrico. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è che le Q. G. sono normalmente espunte anche dai testi scolastici o –se presenti- sono raccontate con evidente alterazione della realtà e con più di un ammiccamento all’aneddotica.

Napoli fu la prima tra le grandi città europee ad insorgere contro l’occupazione tedesca, per giunta con successo. Quali furono le condizioni, i presupposti che consentirono un moto di ribellione che valse a Napoli il conferimento della medaglia d’oro al valor militare?

Il presupposto che rende tutto possibile è la partecipazione compatta di un popolo intero. Tuttavia nel tempo si è tentato di tenere in bassa considerazione la grande partecipazione popolare, riconoscendo agli scugnizzi soverchio merito nella liberazione della città. Una manovra politico-culturale messa in campo, forse (o senza forse)- per dare più valore all’intervento degli alleati. Gli scugnizzi, infatti, non furono, né potevano essere, quelli che, da soli, erano in grado di battere l’allora “esercito più forte del mondo”. Ci fu, invece, una partecipazione popolare corale. Non bisogna assolutamente dimenticare, per esempio, l’apporto dato dai femminielli, riuniti di solito nel rione San Giovanniello; o il grande contributo delle donne. Si ricorda sempre – e giustamente- il nome di Maddalena Cerasuolo, ma credo che con Lenuccia ‘a Sanità vadano ricordate anche le donne che nascondevano gli uomini nelle case per sottrarli ai rastrellamenti; quelle che, a Piazza Giardinetto a Montecalvario, riuscirono a far scappare i prigionieri già caricati sui camion tedeschi; oppure Sirina Angora, una diciottenne di Ponticelli, che sfidò i tedeschi a mani nude. Ma la figura femminile che più suscita ammirazione è quella della superiore del convento delle suore Periclitanti, Maria Antonietta Roncalli, che –obbligata dai tedeschi a giurare su un crocifisso- mentì pur di salvare i tanti giovani napoletani nascosti nel suo convento. Né si può dimenticare, poi, l’apporto offerto, per esempio, da tanti uomini di chiesa, dai preti –uno per tutti, don Giuseppe Lisa- che non disdegnarono di combattere sulle barricate contro i tedeschi. Per non parlare poi dei medici, dei professori, delle casalinghe, degli studenti, dei semplici cittadini, che, insieme, si impegnarono per la cacciata dei nazifascisti. Tutti, insomma, dimostrarono di essere animati dalla volontà, dal desiderio, dalla necessità di conquistare una libertà negata da troppo tempo.

Il popolo imbraccia le armi, recuperate nei depositi o nei cassoni gettati in mare dai tedeschi, per ribellarsi ai soprusi. Il popolo è unito. I bambini, diventati presto adulti, fanno la guerra; le donne combattono, i preti accolgono feriti. In qual misura la resistenza partigiana si unì alla lotta di un intero popolo stanco, offeso ed umiliato?

La resistenza nazionale nasce di seguito, sull’esempio di quella napoletana. Le date del 28 settembre/ 1 ottobre – sono indicative. La vera lotta per la liberazione di Napoli è nata ben prima delle quattro giornate, parte dall’otto settembre, dall’annuncio dell’armistizio e dalle conseguenti violenze tedesche (uccisioni dei militari a Nola, morte del marinaio Andrea Mansi, incendio dell’Università, rappresaglie contro carabinieri e popolazione civile, razzie, vessazioni e violenze di ogni tipo).

Oltre l’importantissimo risultato morale e politico dell’insurrezione, le quattro giornate di Napoli è possibile che ebbero il merito di impedire che i tedeschi potessero, come Adolf Hitler aveva chiesto che Napoli fosse ridotta in cenere e fango prima della ritirata?

Certo, perché se non fosse stato per l’apporto di tutto il popolo, probabilmente i Tedeschi sarebbero riusciti nell’impresa criminosa ordinata da Berlino. La loro determinazione, la loro rabbia, la loro reazione violenta si coglie anche nel numero delle stragi perpetrate nei giorni successivi al primo ottobre. Penso, per esempio, ad Acerra, alle violenze commesse nella “terra bruciata”, penso a Caiazzo, a Bellona e a tante altre città del casertano.
Essendo state utilizzate largamente tecniche non violente, come la non collaborazione, il boicottaggio, il sabotaggio, il rifiuto della militarizzazione della vita civile e la creazione di organismi paralleli, le quattro giornate di Napoli potrebbero essere interpretate come difesa sociale e non violenta?
Non nella loro interezza. Iniziano, infatti, come lotta armata, ma sono necessariamente accompagnate da una resistenza “civile” di chi combatte una guerra senza armi, di chi, appunto, rischia pur di salvare vite umane, disobbedisce ad ordini, si inventa vivandiere, infermiere, postino o cecchino. Perché la libertà non ha prezzo né appartenenze sociali o abiti di scena. È un bene prezioso, che va quotidianamente difeso, rinvigorito, amato.

Ciro Raia è stato per più di un quarantennio nella scuola, in qualità di docente di lettere, preside e formatore, concludendo la sua carriera al Liceo Sbordone di Napoli. Oltre a collaborare a Paese Sera, Il Manifesto e Il Corriere del Mezzogiorno, ha scritto numerose pubblicazioni e antologie scolastiche edite da Mursia, Ferraro e Simone. Tuttavia ha sempre avuto una forte passione per la ricerca storica, in particolare quella legata al suo paese natio. Tra i suoi saggi e biografie, ricordiamo: Gaetano Arfé, Un socialista del mio Paese (Piero Lacaita Editore, 2003), Socialisti a Napoli (Dante & Descartes, 2006), Per Gaetano Arfé (Dante & Descartes, 2008), Breve storia di re Ferrandino (Guida,2020), Giovanna d’Angiò – donna e regina dolorosa (Guida, 2016), Storia di una Rivoluzione: il 1799 a Napoli (Guida, 2019). Attualmente collabora a giornali e riviste specializzate di pedagogia, didattica e storia.

L’altra campagna di Russia.

CSIR ARMIR 1941-1943

Il suo saggio esamina due pagine specifiche della Campagna di Russia, per tanti punto di svolta della carriera di Napoleone.
Quali sono stati i criteri di scelta?

La ricerca intorno alla preparazione del Corpo di Spedizione in Russia (CSIR) nel 1941, e poi l’ampliamento con la nascita dell’Armata Italiana in Russia (ARMIR) nel 1942, presenta diverse pagine ancora oggi poco frequentate dagli studiosi. La prima riguarda il viaggio verso la zona di combattimento. La partenza con le tradotte e il trasferimento, osservato grazie agli occhi e alle penne dei protagonisti. Sia con il Corpo di Spedizione sia al momento dell’invio dell’ARMIR, si nota una certa “sufficienza” di fronte all’aspetto bellico, con toni – forse frutto della propaganda di regime – che edulcorano l’intera avventura. Sì perché non appare improprio l’utilizzo di questo sostantivo. Per molti, così come era già avvenuto per la Campagna in Abissinia nel 1935, l’elemento della scoperta e del viaggio di conoscenza, andava quasi a sostituire, o comunque sopiva, il reale oggetto del trasferimento: ovvero andare a fare la guerra. Attraverso gli scritti, i diari, le lettere, i protagonisti, dunque, disegnano contorni sfumati e spesso comici o tragicomici, di una spedizione che, nell’idea collettiva, doveva durare poco, far qualche ferito o eroe caduto, e poi celebrare una vittoria attesa. Un viaggio, non possiamo certo dire di piacere, ma incoscientemente leggero come una parata o una manovra primaverile.

L’altro aspetto osservato e studiato è quello della vita nelle retrovie del fronte. Tra dispacci, ordini e suggerimenti possiamo vedere, attraverso l’impietosa scrittura burocratica, la banalità della guerra. Dalle piccole cose, fino alle grandi questioni, tutto viene regolato come se l’esercito fosse in realtà una massa informe di scolari da allineare. Grazie a numerosi documenti inediti oggi possiamo entrare nelle tende e nei comandi, del CSIR e dell’ARMIR, svelando i meccanismi di un corpo di spedizione.

Gli ebrei vestiti di stracci con “fame che spaventava” ed i prigionieri di guerra russi e francesi sfiniti lungo i binari.
Quali furono le sensazioni legate al passaggio attraverso le zone di guerra?

Gli italiani sulle tradotte attraversano l’Europa dell’est per raggiungere l’Ucraina, con il CSIR, e poi le terre russe sul fiume Don, con l’ARMIR. I treni seguono diverse linee ferroviarie incontrando gli orrori della guerra, ma anche la ferocia nazista. Dunque non solamente prigionieri di guerra – dai francesi ai russi – ma anche ebrei, ultimi di una società, quella nazista, che li vuole annientare. I militari italiani li incontrano e qualcuno scrive, raccontando di ricerca di aiuto, di mani tese, e di qualche scontro con i militari tedeschi di guardia. Quest’ultimo aspetto risente forse di riscritture posteriori al conflitto. Più verosimile nel contesto immediato l’aiuto, ma non oltre. Certo è che la pietas cristiana accompagnerà sempre i soldati italiani, prevalentemente contadini, affini agli “altri” sfiorati durante il viaggio.

Incendi, malattie veneree, partigiani, ferimenti accidentali, freddo e gelo, uso dell’elmetto e disposizioni in caso di attacco aereo.
Ebbene, come veniva trascorsa la vita nelle retrovie?

Una volta stabilita la linea sul fiume Don, in attesa di una ipotetica offensiva decisiva di primavera, i comandi si dispongono sul terreno. Da quelli militari che organizzavano i rifornimenti, gli allestimenti, i cambi, la collocazione delle artiglierie, alla sanità con la progressione dei punti di raccolta dei feriti, degli ospedali di primo soccorso e poi le retrovie con nosocomi più stabili e organizzati. I magazzini con gli equipaggiamenti e le riserve alimentari, i reparti atti a fornire materiali come la legna, le pietre, il cemento, le bande musicali, i Carabinieri per l’ordine e la disciplina, gli autoreparti sempre in movimento con camion ma anche carri trainati da cavalli. Quasi 220.000 uomini dislocati su un ampio fronte regolati tramite dispacci e ordini quotidiani. Molti di questi quasi banali e superflui, ma che denotano una certa leggerezza della vita dei militari italiani al fronte. Come il consiglio di utilizzare l’elmetto durante gli attacchi aerei; oppure quello, per evitare che i topi potessero mangiare gli alimenti nei magazzini, far uso delle trappole e poi dell’elemento biologico migliore: il gatto. E ancora evitare, soprattutto da parte degli ufficiali, il “concubinaggio” con le donne locali. “Gli ufficiali hanno gli attendenti” sottolinea il comando supremo. E ancora proibire il vezzo di cercare cimeli di guerra e poi con mille sotterfugi, spesso pericolosi, mandarli a casa come souvenir. Con questi il contrasto delle patologie derivate dall’esposizione al freddo; l’uso dei fuochi o delle fiamme libere; il rapporto con i partigiani; e infine il più difficile malanno del soldato italiano: le malattie veneree. I comandi aprono casini autorizzati e controllati, ma non c’è freno al desiderio di giovani italiani in terra straniera.

Il Regio Esercito Italiano è presente in Russia.
Quale la preparazione o l’impreparazione?

Fin dai primi giorni è chiaro però che tutto l’apparato italiano non è sufficiente a coprire l’intera linea sul quale è disposto. I capisaldi sono distanti l’uno dall’altro. Le armi anticarro sono insufficienti, così come l’armamento di accompagnamento. Pochi mortai e poche mitragliatrici. Nulla o quasi si può fare contro i carri armati sovietici non disponendo di cacciacarri o una qualsiasi altra forza corazzata. L’attacco del dicembre 1942 e poi il successivo del gennaio 1943 sgretolarono le linee italiane. Il resto è storia: la ritirata, alcune unità come la divisione alpina Tridentina costretta all’eroismo per poter uscire dalla sacca: la Julia decimata per difendere uno sganciamento che di fatto era una fuga; la Cuneense chiusa Valuiki e costretta alla marcia del Davai verso la prigionia. Ma anche la sorte dei fanti della Cosseria, della Ravenna, della Torino, della Pasubio, della Celere e della Sforzesca finiti abbandonati dai comandi nelle steppe della Russia. Fu una immensa tragedia militare e umana, dettata da molti e tragici errori, evitabili solamente con un’analisi tecnica che mancò perché superata dal disegno politico.

Dottor Giannasi, la redazione di un saggio così meticoloso ha richiesto, sicuramente, uno studio accurato delle fonti.
Quali difficoltà ha incontrato nella raccolta e nel discernimento?

Per uno storico non esistono difficoltà nel cercare i documenti d’archivio. Il metodo di ricerca, se ben organizzato, permette oggi di poter avere accesso a tutti gli archivi del mondo. Bisogna sapere cosa cercare, dove cercarlo e come andare a reperirlo. Il lavoro deve essere meticoloso, scrupoloso, legato ad un processo di confronto tra documenti e uno studio accurato delle fonti.

Andrea Giannasi

Laureato in Storia Contemporanea, tecnica militare, all’Università di Pisa, è giornalista e docente. Direttore del Centro Studi di Storia Contemporanea “Carlo Gabrielli Rosi”, ha pubblicato tra i saggi più importanti: “Il Brasile in guerra: la partecipazione della Força Expedicionaria Brasileria alla seconda guerra mondiale”, Carocci, Roma, 2014; “I Nisei in guerra” la partecipazione dei nippoamericani alla Campagna d’Italia. 1944-1945, Tralerighe libri, Lucca, 2016; “I militari italiani nei campi di prigionia francesi”, Tralerighe libri, Lucca, 2019; “L’eccidio Tellini: da Gianina all’occupazione di Corfù. Agosto-settembre 1923, Tralerighe libri, Lucca, 2020;

Collabora con “Rivista Militare” del Ministero della Difesa e con “Storia Militare” già diretta dall’ammiraglio Erminio Bagnasco.

Tra il 2011 e il 2013 è stato invitato a pronunciare discorsi ufficiali in occasioni di cerimonie presso il Centro Simulazione e Validazione dell’Esercito ex Scuola di Guerra di Civitavecchia (Caserma Giorgi).

Nel 2012 ha ricevuto il Premio “Generale Amedeo De Cia”. Nel 2017 ha vinto per gli studi in ambito militare il premio “Cerruglio” presieduto dall’ex Capo di stato maggiore della difesa generale Vincenzo Camporini.

É tra i curatori del Premio giornalistico “Arrigo Benedetti” dedicato al giornalista lucchese fondatore dell’Europeo e dell’Espresso. Tra i premiati: Milena Gabanelli, Bruno Manfellotto, Ferruccio De Bortoli, Nello Ajello, Toni Capuozzo.

NIETZSCHE L’IPERBOREO

Nietzsche riassunto in formule manualistiche: il superuomo, la volontà di potenza e l’eterno ritorno.
A quale tipologia di pensatore può essere ascritto Nietzsche?

In termini strettamente filosofici parlerei di un pensatore reazionario, nichilista e antiumanista. Cioè uno che si è schierato sempre contro le conquiste della modernità in senso democratico e di estensione dei diritti politici e sociali. Ma anche un filosofo convinto che l’unica verità di cui l’uomo dispone, è che non esiste alcuna verità. Noi esseri umani siamo una “confraternita della morte” – secondo lui – accomunati soltanto dal tragico destino di una vita breve e incerta, preceduta e seguita da un infinito e angosciante nulla. Pochi sono a suo avviso coloro che tengono la schiena dritta di fronte a un destino tanto avverso, questi sono i “superuomini”, che però sono alla base di molteplici aspetti inquietanti del suo pensiero. In termini non strettamente filosofici, invece, parlerei di un uomo geniale ma angosciato. Ha guardato per troppo tempo i mostri negli occhi, fino a diventare una specie di mostro lui stesso.

Nietzsche, soventemente, è indicato come il “filosofo del male”, tanto da reputarsi ispiratore del nazifascismo novecentesco.
In qual modo, allora, riesce ad innervare il transumanesimo odierno?

Che Nietzsche abbia ispirato il nazifascismo è un dato storico tanto oggettivo quanto spiegabile. Del resto, appoggiava l’eugenetica, teorizzava l’allevamento dei superuomini, parlava dell’opportunità di “sterminare milioni di malriusciti”, si esprimeva in termini di “razze decadenti”. Solo per dirne alcune. Per quel che concerne l’oggi, la filosofia transumanista si ispira soprattutto a lui per l’utopia di costruire un’umanità finalmente perfetta. Quella dei cyborg, degli umani che si saranno fusi con la tecnologia. Dopo il nazifascismo, e con tutte le differenze del caso, il progetto transumanista si rivela come il secondo grande tentativo di liberarsi dell’umanità imperfetta e costruirne una senza difetti. Perfino immortale, secondo le previsioni dei guru dell’Intelligenza artificiale. Non mi sorprende per niente che dietro a questi due tentativi ci fosse e ci sia Nietzsche. Nel libro spiego dettagliatamente perché, in questo senso, egli possa essere visto come il filosofo del male per eccellenza. L’umanità è un qualcosa che va superato – soleva ripetere – ma il punto è: a che prezzo?

Leggendo il suo testo emerge l’accostamento di Nietzsche a Steve Jobs, Larry Page e Elon Musk.
Quali sono le convergenze tra queste figure e l’”iperboreo”, capace di innalzarsi al disopra dell’aurora boreale delle illusioni con cui l’uomo abbellisce la tragicità del proprio esistere?

I signori che lei ha nominato hanno lavorato o lavorano alla costruzione di una tecnologia destinata – nelle loro intenzioni – a creare una nuova umanità finalmente liberata dalle imperfezioni della precedente (la nostra, per inciso). Intelligentissimi, capaci di ogni attività, perfino immortali, così dovranno essere gli uomini del futuro. Una dimensione in cui l’uomo sarà finalmente “Dio di se stesso” – come dice lo storico Harari. Per lavorare a un obiettivo del genere, bisognava prima far morire il Dio della cristianità. Nessuno lo ha fatto con più forza ed efficacia di Nietzsche. Gates, Musk, Page e tutti gli altri guru delle nuove tecnologie digitali possono lavorare oggi su un terreno che è stato reso fertile dalla filosofia di Nietzsche.

Nietzsche e la teoria del Superuomo: quale nesso con uno dei temi più affrontati nei tempi coevi, ovvero la volontà di potenza dell’intelligenza artificiale?

Mettiamola in questi termini: secondo Nietzsche la volontà di potenza è una sorta di energia cosmica che innerva ogni cosa e ogni individuo. Nessuno ne è privo. Chi più ne possiede – secondo il filosofo – ha il diritto e persino il dovere di esercitare un dominio su chi è più debole. È una questione di forza, punto. Ora, se consideriamo che non v’è alcun dubbio sul fatto che l’Intelligenza artificiale è già, e presto lo sarà del tutto, più potente di quella umana, possiamo giungere a conclusioni piuttosto inquietanti. Sono ormai tantissimi gli allarmi lanciati contro un’AI lasciata completamente in mano ai privati, alcuni di questi provenienti da guru ed esperti di questa straordinaria tecnologia. Ma per ora prevale il fatalismo di stampo nietzscheano, per cui nessuno (specialmente la politica e gli stati) fa nulla, col rischio che l’umanità vada a schiantarsi contro una tecnologia che la renderà presto obsoleta.

Qual è la ragione dell’affermazione che “Dio è risorto!”?

Si tratta della formula che riassume la mia proposta per uscire dallo scenario antiumano e nichilista che si è affermato a partire da Nietzsche. Una volta affermato che “Dio è morto”, si aperta per l’uomo l’utopia distruttiva di poter illudersi di diventare dio di se stesso. Si tratta di un’illusione pericolosissima, che mai come oggi può condurre l’uomo – con le sue politiche distruttive per l’ecosistema ma anche per l’umanità in genere – al più grande suicidio di massa visto nella Storia. Che esista o meno, occorre tornare a mettere Dio al centro del mondo metafisico, affinché l’uomo non si autodistrugga in quello fisico.

PAOLO ERCOLANI insegna filosofia dell’educazione all’Università di Urbino «Carlo Bo». Allievo di Domenico Losurdo, i suoi libri e articoli scientifici sono stati pubblicati in inglese, tedesco e portoghese, oltre che in italiano. È tra i fondatori e membro del comitato scientifico dell’Associazione internazionale «Filosofia in Movimento» (www.filosofiainmovimento.it), e collabora sistematicamente con Rai Cultura. Scrive per le pagine culturali del «Corriere della sera», per «Il Fatto Quotidiano» e «Il Resto del Carlino». Fra i suoi ultimi libri, Contro le donne. Storia e critica del più antico pregiudizio (Venezia 2016), Figli di un io minore. Dalla società aperta alla società ottusa (Venezia 2019), Nietzsche l’iperboreo. Il profeta della morte dell’uomo nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale (Genova 2022).

Roman! Breve elogio del romanzo in terra di Francia

Il romanzo francese tra Otto-Novecento fino ai giorni nostri.

Quanto le sue pagine tangono una guida sentimentale ed in qual misura si discostano da una storia della letteratura?

Il titolo è forse un po’ esagerato: più che altro ho scritto un breve profilo del romanzo in Francia (dal 1800 fino al 2022) partendo dalle mie preferenze, ma in un quadro storico che corrisponde a quello reale.

Stendhal; Honoré de Balzac; Flaubert; Victor Hugo; Emile Zola; Jules Verne Ed ancora: Marcel Proust, Albert Camus, Jean-Paul Sartre.

Ebbene, romanzieri idealmente uniti in un’alleanza intergenerazionale. Ravvede un fil rouge che annoda le plurime e molteplici anime della Romanzo declinato in terra di Francia?

Certamente, ed è proprio quello che spero si evinca dalla lettura del mio testo. Innanzitutto i romanzieri ambientano la gran parte delle loro vicende in Francia, e spesso nello stesso secolo e nel medesimo contesto sociale in cui vivono. E poi i loro testi sono impregnati delle idee (filosofiche, sociologiche o altro) delle rispettive epoche in cui operano.

Il romanzo, roman, ha avuto in Francia uno straordinario sviluppo.

Da dove deriva il nome “roman” e di quale significato culturale è vettore?

La parola deriva dal latino tardo, da cui viene il termine stesso in francese. In francese antico, “roman” voleva dire “opera scritta in lingua francese”. Quindi si trattava finalmente della lingua parlata dal popolo, non del latino, che a lungo è stata considerata l’unica lingua degna di un’opera letteraria. Una scelta culturale significativa: il “roman” è destinato a svagare il lettore e a farlo viaggiare con la fantasia; certamente lo fa anche riflettere sul suo mondo, ma senza essere troppo impegnativo o troppo serio. Una scelta, avrebbe detto Antonio Gramsci, nazionalpopolare.

Hegel sviluppa una definizione del romanzo: esso è la moderna epopea borghese. Lukacs afferma che questo genere, essendo il prodotto della borghesia, è destinato a decadere con la morte della borghesia stessa. Bachtin asserisce che il romanzo sia un «genere aperto», destinato non a morire bensì a trasformarsi. Oggi, si notano forme «ibride».

Quali tendenze di sviluppo ravvede di un genere che continua a sfuggire a ogni codice?

Qualcuno lo ha definito un genere divoratore, è un po’ come la storia di Saturno che divora i propri figli. A voler essere cattivi, ogni nuovo scrittore in qualche modo può essere considerato il seppellitore di quello che lo ha preceduto. Victor Hugo lesse l’orazione funebre ai funerali di Balzac, nel 1850, al cimitero del Père-Lachaise di Parigi. Eppure è anche vero che, come ha affermato Blaise Pascal, «Alla fine di ogni verità, occorre aggiungere che ci viene in mente la verità opposta» (« À la fin de chaque vérité il faut ajouter qu’on se souvient de la vérité opposée » — B. Pascal, Pensieri (479)). E poi il romanzo non è sempre soltanto finzione. Patrick Modiano (vincitore del Nobel nel 2014), ad esempio, con un libro come Dora Bruder (1996) ha reso un vibrante omaggio a tutti gli ebrei trucidati durante la Seconda guerra mondiale. Ecco un tipico esempio dell’evoluzione del genere: Dora Bruder è allo stesso tempo una biografia, un’autobiografia (Modiano è egli stesso ebreo, e ha vissuto da bambino la tragedia della guerra) e un romanzo poliziesco. Non credo che il genere “romanzo” sarà mai definito una volta per tutte. Tuttavia, la sua storia è spesso fatta di oscillazioni in avanti e indietro. Ad esempio, sembrava che con la corrente del “nouveau roman” (“nuovo romanzo”), negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, venisse abbandonata la dimensione del raccontare, per privilegiare invece le lunghe descrizioni o il potere magico delle parole (un esempio tipico di questa tendenza è un altro scrittore che ha vinto il Nobel nel 2008, Le Clézio): invece dalla metà degli anni Ottanta ad oggi, il romanzo ha ripreso a narrare storie, vicende (vissute o di fantasia). Ovviamente le varie tendenze spesso coesistono: semplicemente, a un certo punto, alcune di esse diventano maggioritarie.

Professore, qualche mese fa ad Annie Ernaux è stato conferito il premio Nobel.

Quali tratti la rendono peculiare?

Il romanzo più bello della Ernaux è senz’altro La Place (Il Posto, 1984). L’autrice ha vinto quell’anno il prestigioso Premio Renaudot con questo testo allo stesso tempo autobiografico e sociologico che è incentrato sul suo rapporto con il padre. Annie cresce in una piccola città di provincia, poi successivamente, giunta all’età adulta, si allontana per motivi professionali dal luogo di origine dei genitori. Il libro pone in contrasto la semplicità delle origini e dell’estrazione sociale dei genitori con il successo professionale che rappresenta per lei l’ottenimento di un posto (da qui il titolo) stabile come insegnante statale. Viene percorsa tutta la traiettoria sociale del padre, ne vengono narrati i gusti e la vita, nella loro nuda realtà. Allo stesso tempo, l’autrice mette in luce la frattura che nel corso degli anni si va aprendo tra lei e il padre, mentre invece sente più vicina a sé la madre. Al padre, l’autrice rimprovera implicitamente, ma senza giudicarlo, il fatto che non abbia mai voluto sollevarsi al di sopra della propria posizione sociale. Questa frattura è effettivamente il motore del libro, ed è presentata senza sentimentalismi, senza emozioni apparenti. Nei testi della Ernaux c’è questo spirito di osservazione quasi maniacale, e allo stesso tempo spesso l’analisi di qualche evento che si pone in controtendenza, di qualche frattura. La sua è senz’altro una scelta antiborghese. Eppure, lei stessa riconosce ad esempio nel suo romanzo Il Posto di essersi vergognata dei propri genitori, delle loro umili situazioni e cultura, nel momento in cui è giunta a stabilizzarsi in una situazione professionale borghese. Tuttavia, il libro è anche un vibrante omaggio alla figura del padre. Ernaux è molto legata alla sociologia di Pierre Bourdieu. Un altro scrittore che appare quasi più come un sociologo che come un romanziere è Houellebecq. Ernaux però è spesso più fine nelle sue analisi, e c’è una dimensione autobiografica che rende le sue narrazioni più autentiche, per quanto a volte durissime. Ernaux difende tesi femministe che ne fanno l’erede diretta di Simone de Beauvoir, un’altra scrittrice potentissima. D’altra parte, come negare che la nostra società, anche negli aspetti letterari, sia stata e spesso sia ancora maschilista? Per cui ben a ragione l’Accademia di Stoccolma ha assegnato il premio Nobel ad Annie Ernaux nel 2022 «per il coraggio e l’acutezza clinica con cui svela le radici, gli allontanamenti e i vincoli collettivi della memoria personale». «Nella sua scrittura, Ernaux in modo coerente e da diverse angolazioni, esamina una vita segnata da forti disparità di genere, lingua e classe».

ANDREA VANNICELLI è docente titolare di Lingua e Letteratura Francese nei Licei. Dopo la laurea in Francesistica e un dottorato di ricerca in Letterature comparate presso l’Università di Lovanio (Belgio) ha pubblicato numerosi saggi in riviste e volumi di ambito accademico. Collabora con vari periodici, tra cui “Studi Cattolici”. Tra i libri più recenti ricordiamo Il tramonto dei Lumi. Storia della letteratura francese da Chateaubriand a Houellebecq (GOG).

Uno che si salva

A cura di Giulia De Marco

Francesco Jovine “ha tradotto la questione meridionale dal linguaggio storico e politico a quello narrativo.”
E’ possibile ravvedere nella sua opera la ricerca di un “classicismo integrale”?

Certamente. Jovine è un iperrealista e come tale analizza la realtà fino in fondo, portando a galla tutto ciò che caratterizza le dinamiche interiori dell’uomo. Per rendere ciò possibile, l’autore rimuove la figura del narratore onnisciente, conferisce uno sviluppo lineare e unitario alla narrazione eliminando la divisione in capitoli, pone al centro delle sue riflessioni argomenti attuali in ogni tempo e luogo senza usare inneschi romanzeschi o costruzioni inverosimili.

Pirandello, Gozzano, Gadda e Jovine con il “‘Sindacato Nazionale Scrittori”: sono loro gli iniziatori della “modernità”?
No, la modernità è un concetto che, in letteratura, non ha mai smesso di essere attuale. La letteratura, infatti, è un insieme di storie di uomini raccontate da loro simili, perciò non può smettere di rappresentare una novità. Perfino se ambienta le proprie avventure nei secoli passati: ci sono un atteggiamento, una figura, un luogo, un’atmosfera, una serie di richiami o di circostanze che la rendono comunque attuale, perché gesti, dialoghi e vicende sono narrate ai contemporanei. E poi gli stili, le grandi o piccole correnti. Se però intendi la modernità come quella formula letteraria che si libera di determinati preconcetti per impattare sul reale in modo radicalmente diverso, beh, allora il Sindacato scrittori non è l’esempio più calzante, in primo luogo perché arriva – in ordine di tempo – dopo, a giochi fatti. In secondo luogo perché laddove Pirandello, il Pirandello teatrale, insieme ad Antonelli e a Rosso di San Secondo dà una bella spallata ai temi borghesi innestando, su una pianta già rigogliosa, la gemma del grottesco e della satira, prima di lui l’avevano fatto altri. È vero che la dimensione era cambiata, ma pure Jovine non inventa nulla: più che altro porta in luce, fa emergere ciò che era lì e nessuno, per varie ragioni, lo inquadrava con un primo piano tanto passionale quanto meritato.

Il Siro Baghini di Jovine novello Giasone: in qual misura può essere reputato un antieroe?
Siro Baghini è un antieroe a tutti gli effetti: è un inetto, un irresoluto, pieno di dubbi e incertezze che non riesce a superare. Pone al centro della sua vita le aspettative che hanno gli altri su di lui e che finiscono, in un modo o nell’altro, per accrescere un inevitabile senso di oppressione, al quale sfugge con attimi di speranza che più che salvarlo lo annebbiano; non si pone il problema di agire tramite gesti o propositi efficaci. Tale comportamento ricalca quella che era una piccola parte della borghesia del tempo, ma una fetta enorme di umanità contemporanea.

Jovine segue le tracce di Verga per la trattazione d’argomenti del reale senza l’uso di inneschi romanzeschi. Quanto il narratore mimetizzato con i personaggi può essere utile all’esplicitazione dell’interiorità umana?
Indubbiamente questo escamotage aiuta a vedere i personaggi da una prospettiva diversa, più “interna”, il che porta ad un’analisi psicologica molto profonda; in questo modo non solo lo scrittore può esplicitare emozioni e sentimenti con maggiore semplicità, ma può anche portare il lettore ad immedesimarsi meglio con le situazioni proposte.

“Uno che si salva” non è nell’indice dei manuali scolastici né nei programmi universitari. Perché vigono tante resistenze nel riflettere sul “disagio”?
Gli uomini cercano sempre di nascondere la “verità scomoda”: fingere che tutto stia andando bene ignorando i problemi che ci circondano è una delle cose che ci riesce meglio. Questo perché si ignora anzitutto il disagio che proviene da noi stessi, non si prendono le proprie responsabilità e ci si culla tra pigrizia ed inerzia. Un irresoluto non ammetterà mai di esserlo, non si proporrà modi concreti per migliorare e la nostra, basta guardare i modelli che propone la società, è un’epoca di irresoluti.


Giulia De Marco
Ha frequentato il liceo G. Scorza della città natale e attualmente studia Design presso “La Sapienza” di Roma. Amante della musica, ha studiato pianoforte per cinque anni presso il Conservatorio “S. Giacomantonio” di Cosenza. Nel tempo libero si dedica alla lettura, al disegno ed alla visione di anime e film. Fin da piccola sogna di lavorare in una libreria.

Stranieri. Figure dell’altro nella Grecia antica

Nel mondo omerico l’accoglienza dello straniero aristocratico, ma anche del mendicante, si presenta come una vera e propria istituzione sotto l’egida della divinità.
Ebbene, quali sono le ragioni per le quali non è ancora un atto di carità individuale?

Il mondo di Omero rappresenta una società altamente insicura: atti di brigantaggio o pirateria e naufragi mettono a serio rischio la vita di coloro che si spostano da una regione ad un’altra o, comunque, mostrano la fragilità e l’incertezza della condizione umana che in breve può condurre ricchi nobili a diventare raminghi bisognosi di protezione. Infatti, poiché a tutti capita di muoversi da un paese ad un altro in cerca di qualche prodotto che manca nella loro terra, tutti sono anche sottoposti all’alea del viaggio. La regola dell’ospitalità garantisce la formazione di una rete di solidarietà necessaria alla sicurezza di ognuno: oggi sono naufrago io e sarai tu ad ospitarmi, rifocillarmi, darmi dei doni; domani capiterà a te essere nella mia stessa posizione odierna e sarò io a prendermi cura di te. C’è, nell’aiuto che si fornisce agli altri, la consapevolezza di un destino imprevedibile che incombe su ogni membro della specie umana – una consapevolezza che, oggi, quando i naufragi sono rischi corsi solo da una parte dell’umanità, perché l’altra viaggia in navi grandi e sicure, si è persa e che riappare solo davanti a tremendi disastri naturali, come i terremoti, che appunto riescono a far mettere da parte inimicizie tra i popoli e a indurli, purtroppo solo momentaneamente, ad aiutarsi reciprocamente.

Noi Greci vs. Loro Barbari, Noi Civili vs. Loro Selvaggi, Noi Cittadini vs. Loro Sudditi.
Polarità semantiche che sottendono l’“inferiorizzazione” degli Altri e quanto gioca il mito dell’autoctonia?

Sì, nell’antica Grecia la discriminazione è attuata attraverso il ricorso a quelle dicotomie che, purtroppo, sono ancora le nostre. Tra l’altro, venuta oggi meno (almeno in generale) l’inferiorizzazione fondata sul colore della pelle che era propria ancora del Novecento, l’analogia tra il razzismo odierno e quello antico è notevole: sia l’uno, sia l’altro, infatti, sono su base “democratica”; è la cultura – naturalmente la propria, spacciata per quella vera, unica, universale – che viene considerata il criterio distintivo tra ‘buoni’ e ‘cattivi’. Il mito dell’autoctonia, che agli Ateniesi assicurava di essere nati dalla terra in senso letterale e non figurato, ha un ruolo importante in questa narrazione ‘esclusivista’, che rigetta coloro che parlano una lingua incomprensibile per un Greco (che appunto per questo li chiama bárbaroi, ovvero “quelli che fanno bar-bar”), gli immigrati (epélydes) e i ‘misti’ (migádes), e confina ed emargina, vietando loro la proprietà del suolo cittadino e dunque l’agricoltura, i coabitanti stranieri (métoikoi) ai quali concede di svolgere solo mestieri considerati, per così dire, apolitici o addirittura antipolitici in quanto fondano il legame sociale sul denaro e sullo scambio commerciale, quelli dell’artigiano, del commerciante, del banchiere. Tale mito lega invece il diritto di cittadinanza al sangue che si trasmette di padre in figlio che hanno abitato sempre nello stesso luogo e non si sono mai mescolati con altri popoli. Ciò non basta, tuttavia, a impedire ragionamenti come quello di Platone secondo cui la divisione tra Greci e barbari è semplicemente … ellenocentrica: in realtà, è ogni popolo a considerare la lingua degli altri incomprensibile, cioè un “bar-bar”, e, come afferma Diodoro Siculo, non solo i Greci ma anche molti popoli ‘barbari’ si vantano di essere autoctoni. Quanto alla pretesa che gli individui hanno di essere “da sempre” appartenenti allo stesso popolo e di avere la stessa cultura, ancora Platone ricorda che, ovviamente, a causa di guerre e carestie che hanno sempre determinato migrazioni e cambiamenti di fortuna, ciascuno annovera tra i suoi antenati sia re sia mendicanti, sia greci sia barbari, e che le credenze, le parole e i costumi si trasmettono, mediante scambi e frequentazioni, da un popolo a un altro (e oggi già la semplice analisi dei cognomi ci può dire che non esiste la famiglia “italiana, o di qualsiasi altra nazionalità, da sempre”, come non esistono culture che non si permeino reciprocamente – il Cristianesimo, per fare un esempio solo, non è una fede nata in un altro continente?).

Molte deroghe al principio della cittadinanza fondata sullo jus sanguinis nella Grecia della democrazia.
Si possono scorgere cenni di razzismo?

Propagandato a livello ideologico, nella realtà lo jus sanguinis non ‘regge’ non soltanto, come ho appena detto, considerando l’orizzonte diacronico lungo ma neanche analizzando la temporalità breve di cui c’era piena consapevolezza generale. Esigenze di incremento demografico, per lo sviluppo economico o per riempire le fila dell’esercito, portavano spesso, infatti, a dare la cittadinanza a “stranieri” e talvolta, come ad Atene nel 406 a.C., perfino a schiavi. Dunque, la preclusione non era un dato di fatto necessario e inoppugnabile ma soltanto una dichiarazione di principio che veniva messa da parte quando la polis aveva bisogno degli ‘Altri’ – salvo essere abbracciata poi dai nuovi cittadini nei confronti di coloro che continuavano a ‘rimanere fuori’. Tali nuovi cittadini si facevano vettori, insomma, di una sorta di “caporalato ideologico” vittimizzando quelli che permanevano nella loro precedente condizione.

Lei cita esempi di gestione pacifica di conflitti etnici all’interno di poleis nonché le novità apportate dai cristiani.
Come la nozione di cittadinanza spirituale sostituisce quella di cittadinanza politica?

Non bisogna negare che il rapporto tra cittadini e stranieri, quando presenti in numero consistente, poteva rivelarsi problematico. La cultura degli stranieri poteva essere abbastanza diversa da quella della polis di accoglienza e, se col tempo avveniva un buon amalgama, invece nella prima fase, in diversi casi, si manifestavano dissidi e tensioni e addirittura conflitti, dovuti a rivendicazioni politiche dei nuovi arrivati, che portavano a cambiamenti di regime (Aristotele, nella Politica, cita diversi casi). Venivano spesso individuati, tuttavia, modi per superare questi rischi: da una interculturale mistione di leggi “greche e barbare”, basata sul graduale affinamento tra le due parti, all’affidamento della risoluzione dei conflitti ad una figura arbitrale, che poteva essere l’oracolo di Delfi o un individuo estraneo alle due parti. Nel caso di resistenze particolarmente forti al ‘mescolamento’, come nel caso degli Ebrei che avevano credenze e pratiche religiose che rifiutavano totalmente l’apertura la mistione con costumi ‘altri’ (tanto che questo popolo veniva considerato “misantropo e xenofobo”), i governanti potevano concedere la formazione di un regime parzialmente autonomo (all’interno di una forma, potremmo dire, multiculturale); in alcuni casi, quando la loro chiusura era risultata inaccettabile, in certi momenti dell’impero romano, gli Ebrei avevano fatto ricorso non alla ribellione armata ma a una vera e propria tecnica di disubbidienza civile, mostrandosi pronti ad accettare la morte pur di conservare i loro costumi religiosi e facendosi in tal modo ammirare per il loro coraggio e accettare. Quanto alla dottrina di Gesù, un migrante che andava vagando per le città, il suo messaggio non poteva che essere di apertura all’accoglienza; i suoi seguaci che si trovavano sparsi in tutti i paesi, poi, costituivano una comunità basata su valori religiosi e, appunto, trasversale rispetto a quella della cittadinanza intesa in senso giuridico-politico. Fu uno di tali seguaci, Basilio di Cesarea (IV sec.), a portare alle estreme conseguenze l’idea di una comunità meta-cittadina istituendo un vero e proprio centro di accoglienza per stranieri – come lo chiamiamo oggi – che costituì una vera e propria svolta culturale capace di stimolare una politica di emulazione in questa direzione anche da parte dell’imperatore politeista Giuliano.

Professore, lei tiene seminari e laboratori sulla gestione creativa dei conflitti. Come si pratica la nonviolenza?

È la domanda più difficile, a cui, in mancanza di molto spazio, conviene rispondere nella maniera più breve: si pratica studiandola, perché si tratta di una disciplina e non, come spesso si pensa, di una credenza morale, e … facendo esercizio, molto esercizio, sapendo che, anche sulla base dell’esperienza, ci sarà sempre da imparare – anche qui, come in ogni disciplina.

Andrea Cozzo è Professore Ordinario di Lingua e letteratura greca presso l’Università di Palermo. Per anni ha condotto anche, presso la Facoltà di Lettere, il Laboratorio di teoria e pratica della nonviolenza. Tiene ancora oggi seminari e laboratori sulla gestione creativa dei conflitti. Iscritto al Movimento Nonviolento, fondato da Aldo Capitini, ha pubblicato articoli e diverse monografie. Tra queste ultime: Conflittualità nonviolenta. Filosofia e pratiche di lotta comunicativa, Milano, Mimesis 2004; Riso e sorriso e altri saggi sulla nonviolenza nella Grecia antica, Milano, Mimesis 2018; La nonviolenza oltre i pregiudizi. Cose da sapere prima di condividerla o rifiutarla, Trapani, Di Girolamo 2022.

Naufraghe

Racconti di Emilia Pardo Bazán traduzione e cura di Alice Salion

Emilia Pardo Bazán è antesignana delle istanze femministe: molestie sul lavoro, abusi domestici, femminicidio sono temi circa i quali anticipava l’esigenza di un dialogo franco.
In qual misura tradurre e rileggere Bazán oggi è un atto politico?

In prima istanza, in quanto la vita stessa di Bazán è testimonianza di forza d’animo e caparbietà declinate nella ricerca del riconoscimento di quei diritti civili alla base della vita di ogni essere umano, come ad esempio quello all’istruzione, per citarne uno molto caro alla contessa. In secondo luogo, proprio riguardo le sue origini aristocratiche, perché è abitudine comune per chi occupa posizioni di prestigio non coltivare alcun interesse verso chi di tali privilegi non può godere. Diversamente, Bazán non soltanto si spende per l’allargamento dei diritti fondamentali di ogni donna, ma dedica anche ampio spazio a tali questioni nella propria produzione artistica.E’ quindi certamente un atto politico immergersi nell’universo bazaniano e il suo linguaggio che anticipava e amplificava l’esigenza di un dialogo su fenomeni purtroppo sempre attuali come quelli da lei citati. La lettura (e traduzione) della violenza patriarcale non può che essere pratica politica.

“Naufraghe”, che offre il titolo alla raccolta, traccia la cornice di un quadro in cui disarmonia, precarietà e agitazione rendono tutte le protagoniste eroine fluttuanti, disperse in un mare iniquo e furioso.
Ogni donna è se stessa e tutte le altre?

Per quanto mi riguarda, certamente sì, confesso di soffrire di idealismo romantico. Ritengo che percepire questo tipo di sorellanza significhi individuare un’universalità nelle esperienze individuali. E questo sentimento di condivisione collettiva diviene strumento utile non soltanto a sviluppare maggiore comprensione ed empatia ma anche —e soprattutto— per generare sano attivismo. Sento si possa liberamente applicare alla lettura di un’opera come Naufraghe così come alla vita di tutti i giorni. Anzi, se coltivassimo più profondamente questa partecipazione ne trarremmo benefici contagiosi.

Le norme religiose, a cui sono poi seguite le leggi civili, hanno acuito le disparità e le differenze tra maschi e femmine.
Qual è ad oggi lo status delle discriminazioni di genere?

Nei paesi liberal-democratici le donne hanno ottenuto diritti importanti così come norme per le pari opportunità, ciononostante, le differenze di genere non sono mai scomparse. Il gender gap index descrive il tasso di occupazione femminile italiano come tristemente inferiore rispetto agli altri paesi dell’UE. La retribuzione oraria delle donne è inferiore del 15% rispetto a quella degli uomini nonostante la legge che regola la parità di trattamento salariale sia stata promulgata più di quarant’anni fa. Pochissime donne occupano posizioni apicali nelle istituzioni politiche italiane. E per quanto concerne la sfera della violenza di genere, ricordiamo che la legge che abroga il delitto d’onore è del 1981 e quella contro il femminicidio (ratifica della Convenzione di Istanbul) è datata 2013. Solo per citare pochi dati salienti. L’eguaglianza giuridica e costituzionale è ancora un miraggio.

La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che sviluppa, dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?

Assolutamente. Ritengo sia necessaria una revisione storica anche per quanto riguarda certe forme idiomatiche o cliché che smettono di avere una funzione goliardica proprio in forza della loro reiterazione e monodirezionalità. Anche l’attuale dibattito circa il linguaggio inclusivo è di vitale importanza a mio avviso. E’ bene ricordare che molti nomina agentis al femminile esistono sin dall’età classica, non sono l’invenzione di un femminismo sconclusionato. Basterebbe del semplice buon senso per comprendere in modo organico che la lingua e il genere sono costruzioni sociali e come tali mutano naturalmente. Auspico che l’istruzione pubblica se ne faccia carico anche se temo ci vorrà del tempo affinché questo avvenga, e lo dico con ottimismo.

Emilia Pardo Bazán fu contestata, boicottata e stigmatizzata.
Qual è il suo lascito?

Il 13 maggio 1921, giorno seguente alla sua morte, la stampa spagnola acclama i meriti di Bazán che le aveva negato durante tutta la vita. Un’abitudine purtroppo frequente, in molti paesi, quella di incensare personalità antesignane di movimenti considerati non al passo coi tempi, chiaro sintomo di pigrizia intellettuale e codardia. Coniugando la sua vita privata a quella professionale ha certamente spianato la strada ad altre intellettuali che hanno così raggiunto più visibilità e accesso al mondo accademico. Il suo spirito rivoluzionario è un esempio ancora oggi, chiunque legga Naufraghe non potrà non fare paralleli con l’attualità, i fatti di cronaca, con qualche amica/o o addirittura con sé stessa/o.

Emilia Pardo Bazán (La Coruña, 1851 – Madrid, 1921) fu una delle intellettuali più cruciali nella Spagna del XIX secolo: prolifica narratrice, brillante saggista, grande viaggiatrice e fiera antesignana dei principi femministi nel suo Paese. La sua abilità di autrice colta ma franca restituisce la società del tempo con spiccata lucidità e ricchezza descrittiva. Benché contestata, boicottata e stigmatizzata secondo il gusto conservatore dell’epoca, scrive fino all’ultimo giorno, arrivando a produrre circa 600 racconti e 18 romanzi.

Alice Salion è laureata in Lingue e Letterature Straniere all’Università Ca’ Foscari di Venezia e specializzata in traduzione letteraria presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, traduce principalmente letteratura spagnola del XIX secolo. Dal 2016 insegna presso l’Università di Padova.

Naufraghe

In un mondo che crolla. L’originario, la terra e ciò che resta dello Stato-nazione. Heidegger e Pasolini

Heidegger e Pasolini: quale nesso è possibile rinvenire tra due pensatori così distanti, almeno di primo acchito?

Diciamo che per mettere insieme due personaggi del genere c’è bisogno di alcuni termini medi, perché altrimenti l’accostamento resterebbe esteriore. Oltre a quelli esplicitati nel sottotitolo del libro, l’originario la terra lo Stato-nazione, c’è anche un altro, ingombrante, convitato di pietra, cioè a dire la modernità capitalistica, vero termine di paragone di ogni pensiero contemporaneo. E allora, da questo punto di vista, i due protagonisti del libro senz’altro divergono, perché mentre Pasolini, una volta sbarcato a Roma, comprende che la modernità va vissuta dall’interno e va, con coraggio, affrontata, Heidegger si rifugia sempre più, in maniera però formale e tendenziosa, in una fuga dalla stessa, fuga che incrocia il primitivismo nazista e che si concreta sempre più nella critica alla “tecnica”, vista come la radice di tutti i mali del mondo. In realtà, ripercorrendo il pensiero di Adorno, Marcuse e Neumann, questa fuga era soltanto “un’ideologia complementare”, qualcosa usato a bella posta per confondere le acque con il popolo. Così, da una partenza comune, dovuta all’attaccamento alla propria terra, i due pensatori divergono sempre più, come divergono il Friuli e il Baden: il primo fonte di un’acqua dapprima fresca e poi vecchia; il secondo sempre più interno all’ideologia del Blut und Boden, del sangue e della terra, che come è noto rappresenta uno dei capisaldi del razzismo nazista.

Lei, Professore, “tematizza” direttamente i testi, attraverso cui lascia che Heidegger e Pasolini tessano un immaginario dialogo.

Dove ha desiderato condurci?

Come si legge nella Quarta di copertina, le sfide del libro sono molteplici e non è semplice dare una risposta esaustiva alla domanda. Diciamo che, anche se oggi l’approccio accademico appare vituperato (a quanto sembra il mercato vuole soltanto divulgazione a basso profilo), mi è sembrato fondamentale far parlare, nei limiti, direttamente il filosofo e il poeta, cercando anche alle volte problemi di traduzione che passavano attraverso alcune attenuazioni di affermazioni heideggeriane, fatte dagli scolari allo scopo di eludere le invettive contro il loro maestro. Anche se così l’apparato critico del libro è risultato senz’altro corposo, penso di essere riuscito a restituire sia il mondo che crolla e sia gli intenti dei due pensatori negli scritti che ho analizzato. Per fare questo, ho dovuto anche affrontare da una parte i detrattori di Pasolini e dall’altra, al contrario, gli epigoni di Heidegger: i primi, tendono a giudicare l’opera con l’uomo, mentre i secondi l’uomo con l’opera. Ma, al di là dei giudizi morali che si possono dare su queste due posizioni, entrambe profondamente reazionarie, quello che salta agli occhi alla fine della lettura del libro è che non è possibile pensare di dividere il pensiero dalla dimensione politica dello stesso e l’etica dalla biografia (per citare un volume abbastanza dimenticato di Giovanni Amendola).

Lei scrive: “La filosofia e la letteratura non anticipano nulla.”

Ebbene, quali sono i loro sguardi verso il futuro?

Dividiamo i due ambiti. Per quanto riguarda la filosofia, possiamo senz’altro partire dalla famosa affermazione hegeliana fatta nella Prefazione ai Lineamenti di filosofia del diritto, cioè che “la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo”. Cioè a dire, sempre nella terminologia hegeliana, quando la filosofia può dispiegarsi liberamente vuol dire che “una figura della vita è invecchiata” e che non è più possibile farla ringiovanire, ma soltanto conoscerla. Quindi, da questo punto di vista, la filosofia può essere soltanto appartenente al proprio tempo, senza avere la possibilità di fare previsioni. Eppure, nel Novecento, sempre nell’ambito dell’idealismo, Guido Calogero cercherà, per andare idealmente oltre la dittatura fascista, di proiettare la filosofia verso il futuro, perché almeno un’idea dello stesso bisogna averla, se non si vuole ricadere in una sorta di immobilismo. Pertanto, possiamo dire che la filosofia non può tramutarsi in vaticinio, però può proporre una tensione, un cercare di immaginare una realtà migliore di quella nella quale opera. La letteratura, in questo, è senz’altro più lungimirante, anche se parliamo sempre di un “oscuro scrutare”, come diceva Philip Dick. E forse è proprio la fantascienza a dare la spinta maggiore verso la conoscenza del futuro, anche se poi i grandi scrittori di Sci-fi proponevano le loro grandi distopie osservando e criticando quello che avevano davanti a loro. In Italia la fantascienza è sempre stata considerata in maniera sbagliata, così come la letteratura horror, mentre entrambe hanno molto da dire e anzi sanno cogliere meglio del cosiddetto Mainstream le storture della realtà. A metà degli anni Sessanta, Vittorio Somenzi curò un volume molto interessante, La filosofia degli automi, nel quale, al fianco di scienziati e filosofi come Turing, Von Neumann, Ryle, mise anche un estratto dal romanzo Erewhon di Samuel Butler, evidentemente riconoscendo a quella particolare letteratura una spiccata visione del futuro. La fantascienza, per concludere, cerca di andare oltre il taccuino del presente, pur dovendo per forza di cose popolare i propri sogni con il materiale, certo trasfigurato, che ha davanti a sé.

Un mondo che crolla; resti di uno Stato-nazione: cosa significa, oggi, essere “figli del proprio tempo”?

Significa stare in mezzo alle macerie del mondo che è crollato (questa la rubo a Claudio Del Bello). E non ci sarebbe da aggiungere nient’altro, secondo me. Ma, per non lasciare un’immagine soltanto di distruzione, proviamo anche a dare un altro contenuto a questo essere figli del proprio tempo. Mi sembra che il fatto incontestabile che lo Stato-nazione sia diventato una succursale del potere sovranazionale e multinazionale del Capitale sia ormai davanti agli occhi di chi lo voglia vedere. Certo, non è facile aguzzare così la vista, perché in maniera quotidiana siamo subissati da false notizie, da notizie inutili e, cosa ancora peggiore, da notizie intenzionalmente distorte o seppellite. Diversamente dal passato, oggi non dobbiamo andarci a cercare le informazioni di cui abbiamo bisogno e che eravamo in grado di selezionare. Oggi dobbiamo muoverci in un flusso continuo di informazioni, che ci sovrasta, che ci obbliga a ragionare al negativo, cioè a scartare tutto quello che non fa al caso nostro. Però, per chi invece vuole fare la fatica di vedere, adesso essere figli del proprio tempo vuol dire confrontarsi direttamente con il Capitale, senza più infingimenti. Proprio come aveva intuito Pasolini e come invece aveva evitato Heidegger. A mio avviso, non c’è possibilità di riferirsi alla realtà capitalistica se non con la mediazione del pensiero, come ci hanno insegnato Hegel, Marx, Engels e Pasolini stesso, mentre l’opzione inversa, quella di Heidegger e dei suoi accoliti, quella di considerare la realtà capitalistica come qualcosa di immediato non soltanto non regge alla prova della filosofia, ma si rivela essere del tutto nazista e piccolo-borghese, perché toglie di mezzo la presenza del Soggetto e del pensiero.

La docenza la conduce alla quotidiana interazione con i giovani.

Qual è la loro idea di Stato?

Non è semplice rispondere a questa domanda. Un dato abbastanza importante è che, mediamente, i giovani oggi non si interessano di problemi politici, intesi naturalmente non come problemi partitici. Hanno un occhio di riguardo per manifestazioni come i Fridays for Future, ma dietro non c’è una preparazione politica. Si potrebbe dire che le generazioni precedenti non siano state molto attente al clima e al futuro come quelle attuali, e che senza un pianeta non c’è neanche la politica. Però, paradossalmente, senza un ideale politico ed etico forte non ci può essere nessun pianeta. E questo credo che sia decisivo. Un percorso che sto portando avanti nelle ore di storia è quello di far immaginare ai ragazzi cosa accadrebbe se all’improvviso tutte le libertà alle quali sono abituati sparissero. Le risposte sono, naturalmente, disparate e tendono a far vedere come lo Stato sia qualcosa per loro lontano, di cui non ne conoscono purtroppo neanche la storia recente: non sanno che cosa sia Piazza Fontana, non conoscono le lotte degli anni Settanta, non conoscono se non per sommi capi il caso Moro, ecc. Capiscono però bene che molti politici di oggi sono del tutto inadeguati ai loro ruoli e che cadono ripetutamente in contraddizione con sé stessi, svalutando ogni giorno di più l’idea stessa di Stato. Diciamo che, per concludere, l’insegnamento della storia e della filosofia (ma anche della letteratura) può servire a stimolare nei giovani la curiosità verso la conoscenza dei meccanismi che da un lato governano lo Stato e la Storia e dall’altro che hanno condotto lo Stato alla propria, depauperata, forma attuale.

Come dice De Niro alla fine di Casino, questo è quanto. Grazie per l’attenzione.

Emiliano Sabadello è docente di ruolo di filosofia e storia al liceo classico Claudio Eliano di Palestrina, dopo aver insegnato per alcuni anni letteratura italiana e storia.
Ha all’attivo diverse pubblicazioni fra narrativa, saggistica e satira, fra le quali ci sono: Pennywise, un saggio su It di Stephen King, edito da Toutcourt edizioni; Il male maggiore. Stephen King e la violenza contro le donne, edito da Alter Ego edizioni; Il denaro e le sue forme. Teorie del denaro in Marx, edito da Il Rovescio editore. Ha curato, inoltre, un’edizione di alcuni racconti di H.G.Wells, Racconti della prima fantascienza, editi da Alter Ego edizioni. Ha partecipato a volumi collettivi quali: Spinoza. Un libro serissimo, edito da Aliberti e Almanacco Luttazzi della nuova satira italiana 2010, edito da Feltrinelli. Collabora con le riviste letterarie Il corsaronero, La nota del traduttore e Grado Zero.