Il suo studio propone un paradigma originale, quasi uno “sguardo dialogico”, per identificare una miscellanea di scelte estetiche e narrative. Quali caratteristiche sono riconoscibili nel “cinema dissidente”?
Il cinema dissidente non è né precipuamente colto né eminentemente autoriale, anche se i segmenti di cinema che ho preso in esame hanno spesso entrambi questi attributi. Esso è una vertigine, un delirio in quanto uscita dal solco, il solco dell’ordinario inteso anche come usata abitudine; esso esprime una visione politica non in senso canonico, ma in quanto inerente la dimensione del desiderio – dimensione che è effettivamente una questione politica del definirsi e ridefinirsi delle identità e dei rispettivi perimetri esistenziali. Quasi una questione di “territorio” di deleuziana memoria. Il cinema di cui parliamo mette in revoca registri e posture cognitive consuetudinarie, eleva a regola il tradire gli automatismi e i cliché, non denuncia in quanto genericamente engagé, ma in quanto si appella a qualcosa di simile al volto nella filosofia di Lévinas: qualcosa che spinge a ripensare i fondamenti stessi della propria cultura e detronizza il primato assolutista dell’Io, interroga l’Altro e si fa trascendimento. In questo senso il vero cinema così inteso è traboccante e generoso, mai egoistico, ed è anche un discorso squisitamente cognitivo ancora prima che culturale. Esso non è figlio di un vacuo ribellismo, ma è ribelle in quanto indocile e tutto sommato irragionevole.
Pellicole recenti e meno recenti. Quali sono le ragioni che rendono interessante il cinema contemporaneo, ovviamente tenendo conto che il filone d’indagine cinematografico si pone all’interno di un ampio ambito interdisciplinare?
Sono poco incline a prese d’esame che classifichino il cinema entro una prospettiva evenemenziale. Così un film del migliore Orson Welles o del migliore Hitchcock può essere più “contemporaneo” di un film che lo è anagraficamente. Direi che alcuni tasselli della lavorazione cinematografica, come il montaggio, le tecniche di inquadratura, espedienti di sceneggiatura brachilogici e un certo sperimentalismo nel dissolvere l’unità di tempo, luogo e azione, assieme a elementi di dissociazione e di rottura della “logica” ordinaria (dello sguardo ordinario) possono essere caratteristiche di un cinema in qualche modo attuale. Ma in definitiva attuale è ogni prodotto artistico che si consegni alla storia e non a una singola stagione di essa. In questo senso il cinema è per dirla con Pasolini (egli si riferiva alla propria poesia ma era anche brillante cineasta) “inconsumabile”.
La prospettiva comparativistica mi pare funga da puntello all’analisi. Quali sono le tassonomie in cui sono stati inseriti i film oggetto della disamina saggistica?
Tassonomia non è termine che ami molto, mi rimanda a qualcosa di pedissequo e classificatorio. Direi che ho scoperto che la chiave euristica vincente, nell’analisi delle più diverse pellicole, era costituire un reticolo plurimorfo (non arborescente come gran parte della cultura d’Occidente, cioè non a propaggini per intenderci) in cui ogni ambito di analisi comunica con l’altro. La realtà ideale per una disamina così fatta è una condizione inclusiva di “pluralismo” disciplinare, un registro ibrido e proteiforme in cui ogni disciplina comunica in sinergia con tutte le altre. Spesso un ambito ne interroga un altro apparentemente difforme per natura intrinseca, e così avanti in una sorta di circolo virtuoso.
L’angolazione delle scienze sociali ed il punto di vista estetico-ermeneutico si intrecciano con le percezioni emotive e sensoriali che emergono dal tessuto comunicativo delle opere. Quanto la prospettiva metodologica interdisciplinare può stimolare lo spettatore?
Lo spettatore non è mai soggetto inerte, per così dire, e lo stimolo che spero di aver dato, con questa forma metodologica, si rivolge a lui proprio in quanto soggetto attivo, ed è semplicemente lo stimolo a interrogare determinate pellicole. Ogni forma di sapere comincia da una domanda, ma solo delle domande ben poste, per intenderci, offrono angoli di visuale freschi e fruttuosi in termini di esiti conoscitivi. Il cinema è stato ed è un mezzo potente che investe non solo la cultura e la fantasia dei popoli in seno al neoterico, ma è anche un vero e proprio fatto cognitivo che può esprimersi con mirabile capacità di sintesi e forza evocativa.
Il taglio del testo cuce filosofia e psicologia, psicanalisi e lineamenti di antropologia e sociologia. Le scienze umane come apriporta per la “lettura” del Cinema?
Guardi, è banale ma vero: il cinema si avvale di tutti gli artifici retorici che sono più o meno propri della buona letteratura e della buona poesia: e mi riferisco a sineddoche, metonimia, analessi, sinestesia e così avanti; l’esempio suggerisce di considerare che se le scienze umane – con particolare attenzione al linguaggio come espressione di tutto ciò che inerisce la sfera “umana” a livello di percezione della realtà e organizzazione di pensiero, educazione estetica, o emotiva e culturale – si sono prodigate a dare interpretazioni puntuali e brillanti, almeno quanto congiunte, su prodotti letterari, non vedo perché non praticare la stessa strada con il cinema.
Massimo Triolo è scrittore, giornalista e artista del disegno. Tra le sue più recenti sillogi poetiche: Trilogia dell’estasi (2019); Due ali di fiamma (2020); Le forme del visibile (2020); Nero (2021). Ha pubblicato i romanzi Innocenza e altre deviazioni (2020) e Luce della mia tenebra (2021) e la raccolta di racconti gotici Raso rosso. Racconti e visioni (2021). È comparso con sue liriche nel prestigioso “Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea” (2018 e 2022). Ha vinto e ha menzioni di merito in numerosi premi letterari a carattere nazionale. Collabora con la rivista culturale “Pangea”, con “Teatro contemporaneo e cinema” e con “Il Borghese”. Sono comparsi articoli a sua firma su quotidiani nazionali tra cui “il manifesto”. Ha condotto programmi culturali su diverse emittenti radio.









