Può la musica farsi corpo della parola pasoliniana, incarnando la sua sete di realtà e di assoluto?
Assolutamente si! In Ragazzi di vita, gli stornelli che Riccetto e i suoi amici cantano non sono solo un semplice sottofondo sonoro: sono la loro lingua madre, quella che nasce prima delle parole, sono una parte fondante del loro patrimonio e della loro identità. È la voce del corpo e della strada; e Pasolini lo sapeva bene. Lui stesso cantava i versi friulani. Per lui il dialetto era un’espressione musicale Negli Scritti corsari , quella sua ossessione per la scomparsa del canto popolare autentico, spazzato via dalle canzonette di consumo, diventa il simbolo della fine di un’Italia che sapeva ancora cantare se stessa, e l’inizio di un Paese che non riconosce più la propria voce. Musica e parola, per Pasolini, cercano la stessa cosa: una fusione perduta tra suono e senso che esisteva solo nel mondo popolare premoderno, dove la lingua era ancora carne, gesto, realtà. È la “disperata vitalità” che attraversa tutta la sua opera: un bisogno viscerale di autenticità, di vita assoluta, che esplode sia nel canto che nella poesia.
Che cosa diventa il silenzio, in Pasolini: una pausa dell’anima, un vuoto pieno di senso oppure un grido trattenuto?
Decisamente un grido trattenuto, qualcosa che pesa più delle parole. In Pasolini il silenzio non è mai assenza. Penso a Ceneri di Gramsci dove versi si interrompono nel momento in cui il non detto diventa insopportabile: lì il silenzio dice ciò che la lingua non riesce a dire. Stesso discorso per il mutismo di Accattone, l’afasia dei sottoproletari che non hanno voce, il tacere di Paolo in Teorema dopo l’incontro con il sacro. In tutti questi casi, il silenzio rappresenta un limite, una sorta di confine oltre il quale la parola si spegne. Tutto questo inevitabilmente mi porta ad uno dei massimi compositori del Novecento, Luigi Nono, contemporaneo di Pasolini e del quale parlava esattamente la stessa lingua. Nei silenzi sospesi di Fragmente- Stille o nelle pause de Il canto sospeso, il silenzio non è pausa ma parte centrale del discorso, addirittura elemento strutturale Sia Pasolini che Nono sanno benissimo che in una società dominata dal rumore e dal consumo, il silenzio può addirittura diventare un gesto politico, una forma di resistenza: sottrarsi alla lingua del potere, all’omologazione. Nono costruisce partiture dove il silenzio conta quanto il suono; Pasolini scrive versi dove il bianco della pagina pesa quanto la parola. Entrambi lasciano spazio a ciò che è stato cancellato: la voce popolare, il sacro, l’esperienza concreta del mondo.
Dove s’incontrano la voce del popolo e la lingua della cultura, e quale suono nasce da questa spaccatura?
Pasolini per molti versi rappresenta il conflitto delle lingue che abitano l’Italia. Parla friulano con la madre e italiano con i professori, traduce Eschilo in romanesco, mette i versi di Dante in bocca ai ragazzi di borgata. L’incontro tra questi mondi, però non è mai veramente sereno; spesso è uno scontro continuo. Pensando ancora Ceneri di Gramsci, la lingua “alta” della tradizione letteraria si scontra contro la realtà del sottoproletariato romano. Creando una frattura dalla quale nasce un suono, una lingua “spuria”, come la chiamava lui. Stessa cosa per Ragazzi di vita, dove l’italiano della narrazione è contrappuntato dal dialetto, fin quasi a creare una terza lingua, né popolare né colta. È la lingua della contraddizione, quella che tiene insieme mondi che per molti non dovrebbero coesistere come nel Vantone, il Miles Gloriosus di Plauto, tradotto in romanesco, dove il classico e la borgata si toccano e si respingono. Questa spaccatura non si ricompone mai ed è da lì che nasce la “lingua-corpo” di Pasolini: non il popolare autentico, ormai perduto, né la lingua borghese che rifiuta, ma il loro continuo attrito, capace di creare una terza lingua.
La musica, nel suo cinema, guida oppure ostacola le immagini. Ebbene, cosa comunica questa tensione sull’impossibilità dell’armonia?
Nel cinema di Pasolini, la musica si muove in una direzione completamente diversa dalla funzione che tradizionalmente svolge: non accompagna le immagini, le contraddice. Nel Vangelo secondo Matteo cultura quel capolavoro assoluto che è la Passione secondo Matteo di Bach, espressione della protestante e borghese, si scontra con i volti dei contadini lucani con un risultato che confuta l’armonia dell’opera bachiana creando attrito. Il sublime applicato al reale, la cultura alta di fronte ai corpi poveri. Lo stesso accade ne Il fiore delle mille e una notte : il Mozart del Quartetto K. 458, risuona su corpi arabi e africani, su una sensualità che la musica occidentale non può contenere. È uno straniamento deliberato. La musica dice una cosa, l’immagine un’altra. Eppure, è proprio in quello scarto che si apre lo spazio del sacro secondo l’estetica pasoliniana. Con Morricone la frattura diventa ancora più netta. Sia in Teorema che in Salò il suono non solo non accompagna ma addirittura disturba, impedendo di fatto l’identificazione così da costringere lo spettatore a restare in continua tensione. Pasolini, coerentemente, rifiuta ogni idea di armonia tra suono e visione, così come rifiuta l’illusione di una sintesi tra popolo e cultura, corpo e spirito. Nel suo cinema, l’imperativo categorico è la dissonanza.
Se Pasolini avesse scritto in note, la sua musica sarebbe confessione, sacrilegio o preghiera?
Domanda splendida! Pasolini non è mai identificabile con una sola unità di misura. Pasolini è sempre il risultato di una serie di variabili che lo rendono unico. Ecco perché credo che, se Pasolini avesse composto musica, sarebbe stata simile alla sua poesia: inseparabile da tutto il resto. In lui non esistono confini. Persino la preghiera è già sacrilegio, come nelle Ceneri di Gramsci dove la confessione diventa bestemmia d’amore. Credo che la sua musica avrebbe avuto la stessa natura contraddittoria. Probabilmente avrebbe scritto come cantava i versi friulani, magari accompagnandosi con la chitarra: melodie semplici, quasi liturgiche, attraversate da dissonanze improvvise e nelle quali il sacro del dialetto materno si mescola all’erotismo. Ma avrebbe potuto scrivere un tema gregoriano “sporcato” di jazz, o bachiano riscritto in romanesco. La confessione ci sarebbe stata, ma deformata dal sacrilegio necessario per dire il sacro in un mondo che lo ha espulso. Credo che la sua musica avrebbe spinto tutto al limite: troppo fisica per essere solo preghiera, troppo spirituale per essere solo confessione, quasi certamente avrebbe incarnato una contraddizione vivente, senza mai cercare una soluzione; come la sua figura di “comunista che legge il Vangelo”
Quale suono può contenere insieme la luce del sacro e la polvere del profano senza che l’uno annulli l’altro?
Josef Kenner disse che in Franz Schubert convivevano due nature: una che lo innalzava al cielo, l’altra che lo spingeva verso i piaceri terreni, quasi “immergendolo nel fango”. E credo che in musica, nessuno più di Schubert prima e Gustav Mahler dopo, abbiano incarnato meglio questo dualismo. Nel caso di Pasolini, più che un compositore o un’opera, credo che a contenere la luce del sacro e la polvere del profano, fosse uno strumento. Ma non uno qualunque, bensì quello per eccellenza: la voce. Il canto. Quello dei contadini friulani che ascoltava da ragazzo, gli stornelli dei ragazzi di borgata, le ninne nanne della madre. Perché nel canto la voce è insieme corpo e spirito, respiro e senso, diavolo e acqua santa. In pratica, Pasolini. E di questo ne era consapevole quando, ad esempio, face cantare Totò in Uccellacci e uccellini, o quando scelse Modugno per Che cosa sono le nuvole? Perché nella voce che canta, il corpo non tradisce lo spirito e il sacro non si vergogna del profano. È lo stesso suono del dialetto materno, che per lui era lingua sacra proprio perché impastata di terra, una sorta di preghiera laica che sa di sudore, una bestemmia che diventa benedizione. Esattamente come i canti popolari che mescolano l’osceno e il religioso, l’erotico e il mistico.
In che modo il corpo, desiderante, ferito, poetico, può diventare materia sonora, vibrazione più che linguaggio?
Il corpo diventa materia sonora quando smette di essere solo forma e torna a essere ritmo. Ogni respiro, ogni battito o tensione muscolare è già di per sé suono, anche prima di diventare parola. La voce nasce da lì: dal movimento fisico che trasforma il silenzio in vibrazione. E il desiderio e la ferita sono parte di questo processo. Non servono a dire qualcosa, ma a far sentire qualcosa. Il dolore, il piacere, l’emozione non si traducono semplicemente in linguaggio, perché anche quello di una voce artificiale lo è. Si manifestano attraverso il tono, il ritmo, l’intensità. La musica, così come la poesia, quando è viva, fa la stessa cosa. Non si limita a comunicare un concetto, ma un’oscillazione. È linguaggio che torna corpo, pensiero che si misura in suoni. In questo senso, il corpo non produce significato: lo fa vibrare.
Che cosa insegna Pasolini al musicista: che il silenzio è attesa oppure che è già una forma di canto?
Che cosa insegna Pasolini al musicista: che il silenzio è attesa oppure che è già una forma di Ho sempre definito la musica come la pausa più bella del silenzio. Tutto nasce e muore nel silenzio. E, come ho detto prima, Pasolini, così come Luigi Nono, ha dimostrato che il silenzio non è una pausa, ma muro maestro, come le note o le parole, di una creazione. Con una differenza però, che rende il silenzio addirittura più importante; esso crea i presupposti per un ascolto autentico, diretto, consapevole, non passivo. Chi ascolta il silenzio crea, immagina, pensa, si ascolta. Il silenzio è lo spazio da cui il suono affiora come memoria, come un evento nuovo. Questo modo di intendere il silenzio come suono lo dobbiamo ad Anton Webern, il più radicale compositore della seconda scuola di Vienna, nella cui opera suono e silenzio avevano esattamente lo stesso peso, arrivando a sbilanciare il peso verso quest’ultimo nella produzione tarda. Ma volendo, possiamo risalire addirittura ai madrigali di Carlo Gesualdo, nei quali il silenzio è una necessità che ritroviamo nelle continue interruzioni delle frasi. Su questo tema si potrebbe costruire un intero convegno. Mai come oggi il silenzio è una necessità assoluta.
È possibile che la musica, come la poesia pasoliniana, nasca dal conflitto tra bellezza e disperazione?
La musica è creazione e la creazione è vita; e come ogni forma di vita, che rappresenta il più alto grado di bellezza, anch’essa nasce dalla sofferenza.
Può il suono serbare il ricordo di ciò che è perduto e rendere, per un attimo, il mito che muore?
Il suono è l’unico medium che conserva la presenza fisica di ciò che non c’è più. La voce registrata di un defunto non è una rappresentazione ma traccia materiale: le sue corde vocali continuano a vibrare nell’aria. Per questo disturba più di una fotografia. Alan Lomax che registra gli ultimi blues del Mississippi, Béla Bartók che raccoglie i canti contadini dell’Europa orientale, salvano non tanto il significato ma il respiro di mondi in estinzione. Il mito muore quando diventa letteratura. Ma nel suono, ad esempio, di una nonna che intona una ninnananna di secoli, il mito continua a vivere come gesto sonoro. E non conta se le parole risultano incomprensibili: il modo di emettere la voce, le inflessioni, i melismi portano un sapere del corpo che è storia. E questo, anche questo, Pasolini lo intuiva quando registrava ossessivamente le voci del popolo che spariva. Non lo faceva per nostalgia ma per necessità fisica. Perché il suono è l’ultima forma di resistenza del passato. Una canzone dimenticata che qualcuno ancora canticchia contiene più mito di mille ricostruzioni filologiche. L’aspetto paradossale è che però il suono conserva proprio perché scompare. A differenza dell’immagine che resta, il suono esiste solo mentre accade. E forse è proprio per questo che può far rivivere i morti: perché li fa morire di nuovo, ogni volta, nel silenzio che segue per poi riportarli in vita e così via.
Gianluca Di Donato
Pianista concertista e docente pianoforte presso Accademia di Musica Caracciolo.






