Cerimoniale

“Cerimoniale”: come e quando ha preso vita e quali sono stati gli umori che ne hanno accompagnato la stesura?

Cerimoniale consta di due raccolte, la prima che dà il titolo al volume presenta testi scritti tra il 2014 e il 2020. E’ una poesia questa di Cerimoniale fondamentalmente di “visioni”, per certi aspetti oracolare, che riduce il mezzo linguistico all’osso dei pensieri, come scrivo in un testo di poetica generale nella seconda raccolta che compone il volume, Opera sesta: «I poeti scelgono spesso la natura/ Io ho scelto i pensieri/ La natura della mente/ Il mare fermo il ghiaccio/ E l’antica tempesta a stare qui». I testi della seconda raccolta rimontano agli anni 2020-2022, hanno il tono di una discorsività esistenziale, sempre però sul basso di fondo di domande ultime e penultime dell’essere al mondo.

In un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla Poesia?

Certamente la poesia, almeno la mia, vorrebbe essere una farmacia dell’anima, medicamenta a lenire domande di straniamento della vita, anche quotidiane: una vita non straniata in un modo o in altro, anche quello di meravigliarsi di gioire, non fa poesia, vive; e il cassetto dei medicinali dell’anima lo lascia chiuso, come è giusto. Anche se al bisogno la poesia ci aiuta ad aprirlo.

Lei scrive versi che narrano quasi d’una atemporalità, in cui si stenta a riconoscere il contesto storico in cui la vita si svolge.

La vita umana vive una costante condizione di anonimato?

La poesia non è descrittiva di un qui e ora che non si sciolga nella verticale di un tempo, di un qui e un’ora che possano essere di tutti. Se le riesce, è la sua ambizione all’universalmente umano cui dare parola.

Perché “nella vita/ il posto è/ dove trovi posto”? qual è il ruolo dell’immaginazione nel percepire chi è ignoto e vestirlo di realtà?

Questi tre versi, brevissimi, titolati come Cerimoniale, che danno il titolo alla raccolta nel suo complesso, nascono dall’esperienza varie volte vissuta per i ruoli accademici, politici, in generale pubblici, che ho ricoperto, ma anche in occasioni private, dell’assegnazione del “posto” nella sala, in prima o seconda o terza fila, o a un tavolo, nei saliscendi della “rappresentazione” della vita. E’ un esergo scettico sul ruolo del caso nei destini della vita, un invito alla serietà di chi entra in Chiesa a non far tanto un problema del banco in cui si trova posto.

La sua versificazione appare sensibilmente refrattaria alla facilità discorsiva, una poesia “difficile” da leggere.

Qual è la chiave d’accesso per discriminare i suoi intenti comunicativi?

Francamente penso che la poesia più che essere letta “facilmente”, debba essere “sentita”, debba farsi sentire dentro, con un effetto di spiazzamento che deve dare la sua lettura. Non può essere un biglietto di informazioni più o meno corretto delle “esperienze” del poeta bighellonando nel quotidiano con una qualche capacità letteraria. Almeno se vuole essere poesia lirica, che è quella vorrebbe essere la quella di questa raccolta.

Eugenio Mazzarella, filosofo, politico, poeta, è professore emerito di filosofia teoretica presso l’Università Federico II di Napoli. È stato preside della Facoltà di Lettere e filosofia dell’ateneo fridericiano, e deputato della Repubblica nella XVI Legislatura. È tra i maggiori interpreti di Heidegger e Nietzsche a livello internazionale. Per Carocci sono stati di recente ripubblicati due suoi classici studi: Tecnica e metafisica. Saggio su Heidegger (2021; 1ª Guida, 1981) e Nietzsche e la storia. Storicità e ontologia della vita (2022; 1a Guida, 1983). I suoi lavori hanno proposto un complessivo ripensamento della filosofia e dell’antropologia della tecnica, lungo il filo conduttore della necessità della resilienza dell’umano alla deriva post-umana dell’uomo tecnico, allo spaesamento della potenza dell’artificio: Vie d’uscita. L’identità umana come programma stazionario metafisico (il Melangolo, 2004; tr. spagnola Tirant lo Blanch, 2016 ); L’uomo che deve rimanere. La smoralizzazione del mondo (Quodlibet, 2017). Tra i suoi lavori più recenti: Il mondo nell’abisso. Heidegger e i Quaderni neri (Neri Pozza, 2019; tr. tedesca Ergon, 2020); Perché i poeti. La parola necessaria (Neri Pozza, 2020); Colpa e tempo. Un esercizio di matematica esistenziale (Neri pozza, 2022); Europa Cristianesimo Geopolitica. Il ruolo geopolitico dello “spazio” cristiano (Mimesis, 2022); Contro Metaverso. Salvare la presenza (Mimesis, 2022). Apprezzato poeta ha pubblicato diverse raccolte di versi, tra cui Opera media (il Melangolo, 2004) e Anima Madre (Paparo Edizioni, 2015); per Crocetti è uscita nel marzo 2023 la raccolta Cerimoniale.

La donna e il sacro nell’antica Grecia

Il legame tra la donna ed il sacro nell’antica Grecia è un tema certamente meno sondato di altri.
Quali sono, a suo avviso, le ragioni per le quali è stato così arduo sottrarsi all’invisibilità?

Una ragione sta sicuramente nel fatto che nel mondo dell’antica Grecia le donne non avevano diritti politici e godevano di ben pochi diritti civili per cui non erano interessanti dato che non erano considerate nel novero dei cittadini ‘attivi’. A ciò va aggiunto il fatto che anche dal punto di vista storiografico si è cominciato ad indagare la storia sociale, quella cioè che non si riferisse soltanto alle battaglie e ai nomi dei personaggi più noti ma che andasse ad indagare quelle che erano le condizioni diffuse e caratterizzanti una società (nel nostro caso quella greca) solo dalla seconda metà del ‘900. Per fortuna diciamo che oggi la condizione femminile dell’antica Grecia è nel complesso ben nota, inserita com’è nel quadro generale della Storia delle Donne, ormai da anni un campo di indagine che gode di consolidata metodologia e di attenzione da parte degli studiosi.
Nello specifico il tema del mio libro si focalizza sull’antichità classica con l’intenzione di offrire un quadro aggiornato e approfondito su un aspetto particolare di questa storia delle donne, quello appunto del rapporto tra la donna e il sacro, un ambito certamente diverso da quello politico ma non per questo marginale o residuale, nel quale le donne hanno goduto di una autonomia, di una libertà e di un prestigio molto diversi rispetto al resto della loro vita politico-civile. Nel libro ho cercato di riportare molte fonti diverse proprio per offrire un quadro vasto e diversificato, certamente non esaustivo, della questione per, appunto, ‘accendere dei riflettori’.

Sacerdotesse, profetesse o partecipi delle grandi feste religiose cittadine. I suoi “ritratti” costituiscono un caleidoscopio di universi femminili, dissimili quanto ad età, condizione, ruolo sociale, esperienza esistenziale.
Quale tratto le accomuna?

La religione greca può essere considerata come religione della polis cioè come espressione essenzialmente e squisitamente politica nel senso più alto e storicamente comprensivo del termine; questo profondo rapporto tra città e religione va individuato proprio nell’organizzazione del sacro nelle sue più diverse espressioni: il servizio religioso, il sacerdozio, il tempo festivo con i suoi riti, il ritualismo adolescenziale; sono questi i nodi fondamentali per un’analisi concreta del rapporto tra impianto delle ideologie religiose e articolazione dei comportamenti e dei ruoli.
In questa logica anche il ruolo femminile diventa imprescindibile poiché è ben chiaro al mondo maschile dell’antica Grecia il fatto che ci siano delle componenti, degli aspetti della vita umana ma anche della vita politica della città indissolubilmente legati al mondo femminile, a quella parte materna a quella parte ctonia che viene da sempre riconosciuta all’universo femminile, basti ricordare le Potnie e comunque la Grande Madre come divinità femminile per eccellenza.
La convinzione che in alcune espressioni del sacro solo la donna possa essere tramite e interprete perfetta e privilegiata con la divinità fa sì che per lei appunto si creino dei ruoli diversificati ma ugualmente importanti poiché determinano proprio – ci tengo a sottolinearlo – la sopravvivenza stessa della comunità, cioè della polis.

In qual misura gli interventi religiosi delle donne nelle loro città, sacerdozio, la profezia, partecipazione alle feste religiose ed ai rituali civici ed iniziatici, contribuiscono ad un riequilibrio fra i sessi?

Proprio nella gestione del sacro che, ricordiamolo, non è mai legato ad un credo ma viene sempre considerato una forma istituzionale di svolgimento di un ruolo utile per la città, si ridefinisce l’equilibrio fra i sessi. Intanto, a divinità maschili spesso corrisponde sacerdozio maschile a divinità femminile spesso corrisponde sacerdozio femminile, anche se non è così scontato. Ma soprattutto ripeto ci sono delle divinità particolari o degli ambiti particolari che richiedono la presenza di un tramite che sia una donna piuttosto che un uomo.
Quindi è in questo settore che si riconosce la necessità stretta della partecipazione femminile.

Il sentire comune vuole che nell’antica Grecia le donne esistano soltanto in quanto figlie, mogli o madri di cittadini, escluse dall’attività politica. Eppure esse dominano l’ambito del sacro.
Cosa significa concretamente esercitare la “cittadinanza cultuale”?

Ci sono tanti modi per esercitare una cittadinanza e come dico spesso è importante ricordare che parliamo di una società di 2500 anni fa e che bisogna resistere nel tentare di dare classificazioni che sono proprie della sensibilità contemporanea specialmente riguardo appunto alla questione del femminismo. Quindi, senza voler dare delle interpretazioni che vadano oltre a quello che effettivamente storicamente noi possiamo valutare, per ‘cittadinanza cultuale’ in questo caso si intende appunto il fatto che le donne possano svolgere un ruolo civile riconosciuto dalla città e, quindi, anche dalla componente maschile in un contesto che non è più soltanto quello a loro riservato dell’oikos domestico; considerando l’importanza della polis nel mondo greco, dove appunto la città è in qualche modo la vera protagonista della storia, il fatto che la città riconosca alle donne dei ruoli che, ripeto, sono istituzionali e istituzionalizzati questo fa sì che si possa parlare di una cittadinanza cultuale. In questo settore le donne sono tutt’altro che invisibili, tutt’altro che prive di potere, tutt’altro che prive di prestigio.
La politica e la guerra non sono le uniche espressioni della politèia, cioè della cittadinanza: per uomini e donne prendere parte alla cittadinanza significa anche partecipare alle cose sacre; per alcune di esse, spesso legate a miti e rituali particolari, è solo la partecipazione delle donne a garantirne il buon esito, specialmente nelle manifestazioni del sacro (le ierofanie) in cui il dio entra in loro rendendole ‘folli’, di una mania apollinea o dionisiaca, fatta di luce e oscurità.

Quali sono le motivazioni per cui la collettività reputava che la manifestazione della divinità, in modo particolare l’aspetto più pauroso e buio della possessione divina, avvenisse, preferibilmente mediante il genere femminile?

Si teme quello che non si comprende, mi verrebbe da scherzare. Per i greci lo pneuma divino, il soffio del dio, per giungere agli uomini deve necessariamente avvalersi di una mediazione e questo dà alle procedure mantiche nel campo della divinazione il ruolo che il sacrificio ha in quello rituale: mettono in diretta comunicazione l’umano e il divino. I Greci, nonostante o forse proprio in virtù del loro essere i creatori della filosofia razionale, tenevano in gran conto le manifestazione di furore divino e, di conseguenza, anche le persone che le permettevano: nei casi qui analizzati, le donne. Le donne sono in grado di procreare partecipando dell’oscuro potere divino della creazione (ricordiamoci che le puerpere dovevano passare un periodo di purificazione della durata di 10 giorni dopo il parto) e della profezia. Grazie proprio alla loro natura possono accostarsi senza pericolo a tali fenomeni che altrimenti resterebbero tabù ma che tuttavia sono fondamentali per il buon andamento della comunità. Il notevole rilievo sociale assunto dalle profetesse dipendeva proprio dal fatto che esse possedevano davvero il potere di orientare i destini delle città e dei singoli cittadini. Comune a ministri e fedeli era il convincimento che fosse la Pizia, la famosissima profetessa di Apollo a Delfi, l’unica a poter entrare in contatto contemporaneamente anche con la parte oscura del sacro, quella impura, ctonia in senso stretto perché legata al mondo dei morti.
È la donna che, nella sua unione fisiologica con la Madre Terra, può essere partecipe di fenomeni terribili e temibili come la nascita, la possessione, la morte, la profezia, investiti di un valore sacro minaccioso che – pur se vitale – va in qualche modo contenuto, arginato e ricondotto a regola.
Sono sempre le donne ad essere il tramite indispensabile tra la divinità e la comunità umana anche quando dalla mantica profetica ispirata dal dio Apollo, fatta di regole e rigore, si passa al fenomeno di massa del menadismo rituale, scomposto e temibile ispirato dal dio Dioniso/Bacco.

Eleonora Sandrelli
Docente di lettere e Dottoressa di ricerca in storia della romanizzazione dell’Etruria interna, si occupa di gestione e promozione di beni culturali e pedagogia del patrimonio. Delegata nazionale della Rotta dei Fenici – Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa e coordinatrice del suo Me.Mu.Net. (Mediterranean Museums Network), gestisce i servizi museali del MAEC – Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona. Al proprio attivo ha numerose pubblicazioni e saggi oltre ad un romanzo storico, Il destino di Velia, per Castelvecchi Editore

Nome in codice: Renata: Storia di Paola Del Din, combattente della Resistenza e agente segreto

La Resistenza italiana è un argomento costantemente trattato. Esiste una faccia ancora in gran parte nascosta relativa alla presenza femminile. Qual è l’apporto delle donne?

Fondamentale, da molti punti di vista, nella Resistenza armata e civile, e purtroppo a lungo taciuto anche dalla storiografia: solo di recente si è rimediato a questa lacuna. Del resto una certa mentalità maschilista era rimasta nel Dopoguerra nonostante la caduta del fascismo. Facciamo un esempio di Resistenza civile, recuperandolo dal libro: quello delle donne di Tolmezzo che organizzano il funerale di Renato Del Din, il fratello di Paola (lei sceglierà poi in suo onore il nome di copertura ‘Renata’) morto nell’assalto di una unità della Brigata Osoppo alla caserma locale della milizia confinaria. Lo onorano in ogni modo possibile, senza conoscere l’identità del “primo caduto partigiano di Carnia”. Trasportano la sua bara letteralmente fra le vie del capoluogo della Carnia, fanno spostare i militi e i tedeschi che vogliono ostruire il percorso, gli danno degna sepoltura. Nel libro le paragono ad Antigone, che nella tragedia di Sofocle si ribella contro il potere costituito per seppellire il fratello Polinice.

Paola Del Din, combattente e patriota della brigata Osoppo-Friuli, agente pro tempore dello Special Operations Executive (SOE) britannico, medaglia d’oro al valor militare della Repubblica italiana. Quali sono le ragioni che l’hanno indotta a scriverne?

Per la prima volta ho potuto parlare direttamente con una grande protagonista, alla vigilia dei 100 anni, degli eventi che avevo solo potuto studiare sui libri o nelle fonti dirette, documenti e diari. Da giornalista e scrittore non potevo certo lasciarmi scappare un’occasione del genere. La storia poi si presta molto bene all’ibridazione dei generi, alternando parti molto narrate all’intervista con Paola, in cui si ripercorre la sua storia straordinaria. Mi ha colpito fra le tante cose la sua lucidità estrema e la capacità di parlare di eventi vissuti così importanti – dall’aver attraversato a soli vent’anni l’Italia in guerra e sotto occupazione, alla battaglia nelle strade di Firenze, fino all’adestramento da paracadutista per prepararsi alla sua rischiosa missione in Friuli – il tutto senza retorica, tutt’altro.. ho cercato quindi di trasmettere ai lettori le emozioni che Paola mi ha raccontato.

In quali circostanze emergono le capacità organizzative di una donna colta, raffinata, probabilmente poco avvezza ad atti di resistenza?

Nel caso di Paola c’era già in famiglia una certa predisposizione, che si univa ai suoi studi universitari nelle lingue straniere, come il tedesco, fondamentale per un agente segreto nell’Italia occupata dai nazisti. Paola era cresciuta in una famiglia di militari. Renato, sottotenente degli alpini, infatti aveva seguito l’esempio del padre Prospero, tenente colonnello degli alpini e prigioniero di guerra dal 1940 al 1944. Una famiglia di militari in cui, cosa più unica che rara, la figlia più piccola avrebbe avuto un ruolo molto importante nella guerra di Liberazione. Per di più diventando una delle prime paracadustiste italiane impegnate in missioni di guerra. Inoltre Paola aveva già una preparazione fisica tale da non dover essere addestrata più di tanto dallo Special Operations Executive (SoE). Un’agente perfetta sotto tutti i punti di vista.

Lei ha alternato la viva voce di Renata ed i molti documenti consultati, tra cui i file riservati del servizio segreto britannico. Quali sono le difficoltà che ha incontrato non solo nel reperimento delle fonti ma anche nel rendere narrativa una pagina tanto significativa della nostra storia?

E’ cruciale l’alternanza di registri e allo stesso tempo la continuità narrativa. Un equilibrio necessario per non sbilanciarsi e scivolare troppo nella parte giornalistica dell’intervista o nell’altra incentrata sulla ricostruzione degli eventi. Del resto in generale si assiste sempre più a una ibridazione dei generi, fra saggio e romanzo. Basta guardare i libri candidati quest’anno al Premio Strega. In Italia poi manca una forte divisione dei generi, fiction e non, molto più rimarcata invece nel mondo anglosassone. Ma questo è un altro discorso.

Qual è l’esito della strada percorsa dalle partigiane? Cosa accade loro nella generale crisi delle vecchie élites davanti all’avanzata dei partiti di massa?

Certo, arriva il diritto di voto e le donne vengono finalmente elette ma è chiara la percezione diffusa di una delusione rispetto alle promesse sentite da partiti che dovevano rinnovare in profondità la società dopo i venti anni bui del regime fascista. La strada sarà lunga e difficile. Vorrei citare alcune parti esemplari di un libro che ben racconta quanto accade nel Dopoguerra, “Dalla parte di lei” di Alba de Céspedes. La protagonista del romanzo dopo aver preso parte alla Resistenza, dopo aver capito «che un uomo può tremare e una donna restare impavida durante un bombardamento di artiglieria» sa che le donne non possono e non devono più sopportare un ruolo subalterno, quello a cui sono state relegate per secoli. Questa citazione mi ricorda molto quanto è scritto nel mio libro. «Tante volte mi domando come ho fatto…» risponde Paola e sorride. «Dovevo avere un angelo custode, a passare cosi attraverso tante griglie senza lasciarci le penne… Non che avessi paura o preoccupazione, ero assolutamente una ragazza tranquilla, anche con i bombardamenti non avevo paura, tanto ci eravamo abituati, non c’era da prendersela tanto.»

Alessandro Carlini, giornalista e scrittore, lavora per l’Agenzia Ansa e collabora con il Corriere del Ticino. Si è occupato soprattutto di politica estera, cultura, spettacoli ed economia in diversi Paesi, fra cui Gran Bretagna, Irlanda, Stati Uniti, Francia e Israele. Ha pubblicato il romanzo di ambientazione storica “Partigiano in camicia nera” (Chiarelettere, 2017), vincitore del Premio Città di Como Opera Prima (nella foto la cerimonia di consegna) e del Premio Carver, il noir “Gli sciacalli” (2021), proposto al Premio Strega e fra i primi 8 libri di narrativa nel torneo letterario di Robinson 2022, e il seguito ‘Il nome del male’ (2022), finalista al Garfagnano in Giallo. Il suo ultimo libro è “Nome in codice: Renata” (Utet), la storia di Paola Del Din, combattente della Resistenza e agente segreto. Ha scritto per alcune riviste letterarie, fra cui Passaporto Nansen e Il corsaro nero.

Il mondo che verrà. Incontri con l’Altrove di Italo Calvino

L’opera e la personalità di Italo Calvino sovente appaiono contraddittorie, considerata la grande varietà di atteggiamenti che, verosimilmente, riflette l’accadere delle poetiche e degli indirizzi culturali nel quarantennio fra il 1945 e il 1985.
E’ possibile, tuttavia, rinvenire un’unità d’intenti?

Credo sia legittimo rinvenire una sorta di pulsione etica nell’intera opera calviniana. Lo stesso Calvino ha sempre affermato che ciò che ha scritto e pensato è partito dall’esperienza della Resistenza, che lo ha letteralmente messo al mondo come scrittore. Inoltre, nel saggio Una pietra sopra, ha scritto che l’operazione di uno scrittore è tanto più importante quanto più lo scaffale ideale in cui vorrebbe collocarsi è pieno di libri che non si è abituati a mettere uno a fianco dell’altro e il cui accostamento può produrre scosse elettriche e corto circuiti. Fuor di metafora, è possibile affermare che la scelta di campo sia il bisogno di resistere all’ingiustizia, ai luoghi comuni e alla genericità del linguaggio.
Calvino, grazie all’incessante sperimentalismo ha anticipato temi di grande attualità, che sono collegabili alla visione postumana ed ecologica, come cerco di proporre laddove suggerisco approcci con filosofe come Donna Haraway, Rosi Braidotti e Tiziana Villani o prossimità ad autrici come Aimee Bender, Olga Tokarczuk e Wislawa Szymborska.

Neorealismo, gioco combinatorio, letteratura popolare sono tra i numerosi campi d’interesse toccati dal percorso letterario di Calvino.
Su quali aree si è concentrata la sua attenzione?

Sono partita cercando di collegare la narrativa dell’ultimo Calvino con la teoria critica postumana, ma ‘strada leggendo’ sono tornata alle prime opere comprendendo che in tutto il corpus calviniano è possibile rinvenire il ‘fantastico’ come presa di distanza o levitazione che consente di essere all’altezza dei tempi perché stabilisce connessioni e incontri con l’altro-ve e con tutte le specie presenti sul Pianeta. Il soggetto umano non è più antropocentrico e violento bensì depotenziato e indebolito, alla ricerca di una completezza umana, di un’integrazione da raggiungere attraverso prove pratiche e morali insieme, al di là, -come suggerisce lo stesso Calvino, dei dimidiamenti che vengono imposti all’uomo contemporaneo.
Si pensi soltanto al Barone rampante. Questo romanzo esprime un movimento in atto nel mondo reale, la continuità e continua diversità del reale; è storia emblematica di incontri e metamorfosi come può esserlo la narrazione di un’educazione e una tensione morale. D’altra parte anche lo sguardo di scorcio di Pin, il monello protagonista del primo romanzo sulla resistenza non può essere collocato esclusivamente in una poetica neorealista.
Non so se sono riuscita a rispondere efficacemente alla sua domanda, ma in poche parole ho fatto un viaggio zigzagante nell’opera dello scrittore mappando dei percorsi di orientamento nel mondo di Calvino e trovando poco interessante dividere il corpus calviniano in aree o generi letterari differenti. Come ho già detto, si possono rinvenire tratti coesivi nei diversi campi esplorati dallo scrittore.
Su alcune opere ho costruito dei ‘viaggi di lettrice’ in cui sottolineo lo stretto legame che intercorre tra scrittore e lettore in tutta l’opera calviniana.

“Nel Novecento è un uso intellettuale (e non più emozionale) del fantastico che s’impone: come gioco, ironia, ammicco, e anche come mediazione sugli incubi o i desideri nascosti dell’uomo contemporaneo”
Così Calvino.
In qual misura il “fantastico” calviniano si fa pioniere del contemporane
o?

Il fantastico calviniano prende le mosse proprio dal rapporto, strenuo e stretto, che intercorre tra la realtà del mondo in cui viviamo e la realtà del pensiero che avvertiamo in noi. Per Calvino realismo e gusto dell’inverosimile sono due facce dello stesso atteggiamento razionale. Il fantastico diviene il genere letterario progettuale per eccellenza, un genere razionale, critico che consente lo sguardo utopistico calviniano. Lo sguardo di chi non accetta il mondo così com’è, ma desidera cambiarlo.

Gianni Vattimo.
Tra le relazioni ed i confronti che tesse, Professoressa Ormea, c’è anche la filosofia di Vattimo.
Qual è il nesso logico ed emozionale tra Vattimo e Calvino?

Molti sono i legami di Calvino con la filosofia ermeneutica di Vattimo, a partire dalla nozione di debolezza dei personaggi. Un nesso che mi pare certo è la negazione di strutture stabili dell’essere alle quali il pensiero dovrebbe rivolgersi per ‘fondarsi’ in certezze non precarie. Il modo cosiddetto ‘debole’ di fare esperienza della verità di Vattimo, non come oggetto di cui ci si appropria e che si trasmette, ma come orizzonte e sfondo entro il quale, discretamente, ci si muove è lo stesso che riconosco nella letteratura filosofica di Calvino. Entrambi sono riluttanti ad adottare un metodo onnicomprensivo; limitano la conoscenza a ‘grumi di senso’ e frammenti d’esperienza; rispettano la pluralità delle visioni del mondo e riconsiderano la potenza metaforica dei miti. Certamente in ambiti diversi, ma non troppo! Se è vero che nella letteratura italiana, da Dante a Galilei, da Leopardi a Pirandello la filosofia ha un luogo privilegiato.
Il nesso emozionale lo trovo tra me e questi ‘padri’. L’uno è stato il mio maestro all’università e nella vita, l’altro mi ha permesso di far pace con le mie radici e mi ha offerto un orientamento, non solo spaziale.

Il 2023 celebra il centenario della nascita di Italo Calvino.
Qual è il suo lascito alla posterità letteraria?

Direi le Lezioni americane postume, ancora tutte da rivitalizzare. Secondo la presentazione della moglie Esther Singer, il contenuto delle sei conferenze che lo scrittore italiano avrebbe dovuto tenere all’università Harvard del Massachusetts, nell’anno accademico 1985-86, diventarono per Calvino una vera e propria ossessione for the next millennium. Dunque lo scrittore sanremese era perfettamente consapevole di come la ‘leggerezza’, la ‘rapidità’, l”esattezza’, la ‘visibilità’, la ‘molteplicità’ e la consistenza (di cui purtroppo non abbiamo la descrizione ma solo l’espressione di un intento) avrebbero dovuto informare l’attività degli scrittori e non solo. Riflettendo su questo catalogo e sui talismani per le giovani generazioni, di cui parlo in un capitolo del libro, ho maturato l’idea che qui vi siano le idee guida per affermare che la letteratura è la forma di conoscenza più utile a pensare il mondo in divenire, ad anticipare i tempi. Come Calvino afferma in un’intervista di Sono nato in America…* “le cose dette indirettamente, simbolicamente, non smettono (…) di essere attuali e possono trovare nuove applicazioni”.

  • (Un mago chiamato Calvino, intervista di Luciano Caprile, “Il lavoro”, 24 marzo 1981, p.3:)

Manuela Ormea è nata a Sanremo dove attualmente risiede e lavora come docente di Lettere. Ha vissuto e operato a Torino, Losanna, Atene e Malta. Ha un figlio.
E’ autrice del romanzo “Ci vorrà del tempo” (Manni, 2005), del volume di racconti “Il cappottino rosso” (redazione, 2013), di due sceneggiature originali “Guardami…esisto!” (2008) e “La moglie afghana” (2010) entrambe portate in scena dal Teatro dell’Albero di San Lorenzo al Mare (IM). Ha realizzato il reading teatrale “Mediterraneo sotto la lingua” (2010), viaggio tra letteratura, musica, immagini e cucina, ispirato alle opere di Jean-Claude Izzo. Ha collaborato con la rivista torinese Interdependence, con recensioni letterarie. Collabora con la rivista trimestrale femminista Marea, diretta da Monica Lanfranco.

La resistenza delle attrici nel secondo Novecento. Recitazione, repertorio e regia in Miranda Campa, Ave Ninchi, Lilla Brignone, Sarah Ferrati

Gli anni che in Italia segnano la nascita della regia teatrale e la sua piena affermazione sono contraddistinti dalla resistenza delle pratiche afferenti alla tradizione capocomicale.
Ebbene, in seguito alla fine dell’egemonia del capocomicato femminile, quali strategie adottano le attrici per conservare quel potere?

Ogni attrice reagisce in modo diverso. Sarah Ferrati, ad esempio decide di lasciare il teatro per un periodo e affrontare nuove esperienze in televisione, con il teleteatro; cura la regia di Medea nel 1957, infrangendo un “tetto di cristallo”, che in quegli anni precludeva la regia alle donne. C’è senz’altro un legame ideale e reale con le grandi capocomiche attive tra Otto e Novecento, sia per quanto riguarda le tecniche sia per quel che concerne le spinte ideali, seppure adattate al nuovo contesto storico.

Miranda Campa, Ave Ninchi, Lilla Brignone, Sarah Ferrati: lei non ricostruisce la loro biografia, pur interessantissima bensì ne traccia la valenza simbolica, estetica e politica.
Quali sono le ragioni che l’hanno indotta a concentrarsi proprio su questi nomi?

Si tratta di quattro attrici che rappresentano quattro condizioni femminili, e attoriche, diverse all’interno del teatro italiano del secondo Novecento. Lilla Brignone e Sarah Ferrati ad esempio sono due primedonne con elevato potere contrattuale e autoriale, invece Miranda Campa è un’attrice di ruoli minori, Ave Ninchi, infine, una nota caratterista amata dagli spettatori soprattutto grazie alle sue interpretazioni cinematografiche e alle sue apparizioni televisive in programmi di cucina e varietà di successo. Tutte e quattro consentono di analizzare la figura dell’attrice da angolazioni diverse e quindi di mettere a punto un’analisi più sfaccettata.

Quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate.
Quale messaggio offrono a noi tutte?

Credo quello di essere se stesse e di credere nelle proprie convinzioni. E se penso, in particolare, ad Ave Ninchi, quello di non prendersi troppo sul serio, pur essendo serissime. L’arte della Ninchi, ad esempio, era immensa, tecnicamente perfetta, ma sembrava essere quasi invisibile, poiché celata dietro un’apparente naturalezza, scaturita dallo studio e dalla padronanza della tecnica. Anche la sua risata contagiosa e la sua spontaneità derivavano dalla raffinatezza del suo talento e dal suo impegno nella creazione e nello studio dei personaggi e dei caratteri.

Lei è un’esperta di Arti dello spettacolo.
Qual è, attualmente, il legame tra studi delle donne e drammaturgia?


Ho scritto di recente un saggio proprio su questo tema, apparso sulla rivista “Biblioteca teatrale”. In area italiana si registra sicuramente un dialogo ormai sempre più frequente tra studi delle donne e drammaturgia.

Dottoressa Pasanisi, lei è stata impegnata in un progetto di ricerca sulla recitazione delle attrici italiane attive tra gli anni Trenta e gli anni Settanta. Quali sono gli ostacoli nel reperimento di notizie e fatti nonché ricostruzione di contesti?

Credo che la sfida sia stata innanzitutto quella di ricostruire dei contesti, una rete di rapporti, tentare di rispondere a delle domande che riguardano il proprio oggetto di studio. Non ho incontrato particolari ostacoli ma il percorso è stato lungo; in questi anni ho lavorato principalmente sui materiali conservati presso l’Archivio Storico dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, passando lunghi pomeriggi a studiare i documenti, seduta vicino a una grande fotografia di Vittorio Gassman che sembrava guardarmi con aria severa e al contempo incoraggiante (presso il Centro Studi dell’Accademia, “Casa Macchia”). Un altro luogo in cui si è svolta la mia ricerca è il Museo Biblioteca dell’Attore di Genova, un archivio prezioso per gli studi teatrali, che conserva un patrimonio documentale molto vasto. Questi due luoghi, ad esempio, sono stati fondamentali per rintracciare notizie e ricostruire fatti. Intervistare chi ha conosciuto le attrici oggetto di studio è stato altrettanto importante, mi riferisco soprattutto a Marina Ninchi e Arianna Ninchi, rispettivamente figlia e nipote di Ave, attrici anche loro. Entrambe hanno condiviso con me ricordi preziosi sulla storia della loro famiglia d’arte. Quest’ultimo è senz’altro l’aspetto più bello della ricerca poiché racchiude il dialogo, la condivisione, l’incontro.

Chiara Pasanisi ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Musica e spettacolo presso la Sapienza Università di Roma con un progetto di ricerca sulla recitazione delle attrici italiane attive tra gli anni Trenta e gli anni Settanta. Ha pubblicato articoli e contributi in italiano e inglese in rivista e volumi collettanei, indagando in particolare la recitazione, il rapporto tra regia e drammaturgia e tra studi delle donne e drammaturgia. Ha altresì partecipato a diversi convegni internazionali.

Certe morti non fanno rumore

Il dark web è quella porzione del Web ospitata dalle dark net, ma la parola dark fa subito pensare a criminali e vendite di droga e armi, mentre nelle dark net possiamo trovare di tutto, anche le versioni dark di famosi siti del Web, come il New York Times. Ne consegue che non tutti i contenuti del dark web sono illegali o pericolosi. Può spiegarci cosa sono le dark web, chi ci naviga e come accedervi?
Il Dark Web è una porzione, nemmeno tanto grande visto che conte qualche centinaio di migliaia di siti, del Deep Web ovvero quella parte della rete che non viene indicizzata dai motori di ricerca. La caratteristica principale è quella di garantire un elevato livello di anonimato grazie a delle regole di funzionamento che rendono estremamente complesso risalire all’indirizzo sorgente del traffico. Accedervi è perfino banale. Il più noto dei browser è Tor e per scaricarlo basta connettersi al sito https://www.torproject.org/. E’ bene sapere che la navigazione non soltanto è piuttosto lenta per ragioni tecniche, ma anche non semplicissima considerando che non esiste un equivalente di Google e soprattutto spesso il ciclo di vita dei siti è piuttosto breve. Chi possiamo trovare a spasso nel Dark Web è un’umanità molto varia. Ci sono attivisti politici impegnati nella lotta per i diritti umani in paesi non esattamente democratici, delinquenti di vario tipo e genere, esponenti delle forze dell’ordine a caccia di criminali e persone comuni molto curiose. In generale dobbiamo tenere ben presente che, ancora più che sul web, chi incontriamo potrebbe tranquillamente non essere chi dice di essere.
Ottenuta la piena transitività, grazie al digitale ed all’Intelligenza Artificiale, del mondo reale nel mondo virtuale, quali effettivi rischi corre l’umano?
Fino ad oggi il tema è stato quello dei rischi che non “vogliamo vedere”, ma domani sarà molto peggio perché ci confronteremo con quelli che non “potremo vedere”. La convergenza in Rete di tutte le tecnologie digitali e dell’informazione, la diffusione delle intelligenze artificiali, basate su algoritmi le cui logiche ci risultano spesso imperscrutabili, alle quali affideremo la gestione di u numero crescente di attività ci sta portando sempre più rapidamente verso la singolarità tecnologica. In quel momento non saremo più in grado di comprenderla a causa della sua complessità e nel momento in cui non capisci qualcosa puoi essere certo che non sarai in grado controllarla.
Macchinazioni, intrighi, segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: sono ingredienti essenziali del giallo. Il suo romanzo in che misura diverge dal genere codificato?
Sarebbe interessante sapere cosa pensa chi lo ha letto. Da autore ritengo di averli messi tutti, in questo non mi sento un innovatore. Forse gli elementi distintivi son due. Il primo è la centralità della tecnologia e la morte che non fa rumore è di un tipo molto particolare. Il secondo è proprio il protagonista perché non mi risultano altri gialli o thriller in cui a indagare è un esperto di cybersecurity che su malgrado si trasforma in detective.
Pensando alla sua peculiare attività giornalistica, reputa che il bisogno di verità possa sempre costituire un motore potente che spinge all’azione?
Faccio un passo indietro. Ancora prima della verità vi è la curiosità. Un forte desiderio di sapere e capire, uno stimolo che, almeno nel mio caso è insopprimibile. Ho sempre avuto il rifiuto per quel modo di essere che accetta l’assunto “non capisco, ma mi adeguo”. Ovviamente la curiosità non è sazia fino a quando non si convince di avere in mano la verità, cosa non facile perché raramente mi sono trovato di fronte a una “sola” verità, molte volte mi sono confrontato con delle verità che, in fondo, dipendevano dal punto di vista da cui si guardavano i fatti.
“Qui tutto è distanza / e là era respiro. Dopo la prima patria / questa seconda gli è ibrida e ventosa” (Rilke, Elegie duinesi, Ottava Elegia). Può commentare questi versi per noi?
Commetterò un “delitto”, decontestualizzano nel tempo e nello spazio i versi applicandoli a una realtà digitale. “Qui tutto è distanza”. Nella posizione di osservatore situato all’interno di un universo digitale con la possibilità di accedere ai suoi livelli più profondi saremmo una serie di stringhe alfanumeriche, riducibili essenzialmente a “0” e “1”. Esse saranno distribuite, replicate, ma descrittive di un medesimo soggetto. All’interno di quello che potrebbe essere un “multi-metaverso” esiteremmo in più luoghi contemporaneamente con diverse immagini di noi. Le nostre tre dimensioni spaziali e quella temporale perderebbero di significato: non ci sarebbe un sopra e un sotto e neppure un qui e ora, il concetto di individualità vacillerebbe. Vedremo dunque che tutto si riduce a stringhe che interagiscono, manipolando e venendo manipolate. Dalla loro semplice osservazione sarà evidente che ognuna di esse potrebbe essere opinione, accidente, fenomeno di un’idea, un’essenza, un noumeno situato altrove. Noi stessi ci dovremmo riconoscere come molteplici stringhe che rappresentano lo stesso soggetto e finiremmo per esserne l’esemplificazione. “e là era respiro”. Citando dal film “Matrix” Morpheus, la frase “… Credi sia aria quella che respiri ora?” ci rammenta un dato fisico: il suono è frutto delle vibrazioni di un oggetto o materiale e per propagarsi necessità di un mezzo che lo circondi. Nel mondo oltre lo schermo quel mezzo non esiste. Prendiamo atto così che per l’osservatore nel quale ci siamo trasformati la percezione sensoriale è assente, poiché i sensi, per come noi li conosciamo, non esistono. Noi non percepiremmo quell’ambiente, ma lo leggeremmo. “Dopo la prima patria / questa seconda gli è ibrida e ventosa”. Tuttavia l’interpretazione corretta dei livelli più profondi (esadecimale e binario) richiede specifiche conoscenze, di conseguenza la maggior parte di noi vedrebbe senza comprendere. Questo significa che nell’universo del digitale una rappresentazione come la musica, può essere solo “letta” a condizione di comprendere lo specifico linguaggio: molti sono in grado di riconoscere la Nona Sinfonia di Beethoven ascoltandola, molti meno leggendo lo spartito. Questo nuovo mondo fatto di “0” e “1” ci appare nella sua essenza di traumatica complessità e vivere al suo interno più difficile di quanto lo fosse in quello fatto di atomi e molecole. Soltanto l’immagine apparente che esso da di se stesso lo rende gradevole, grazie ai software che interpretano ogni singolo digit. La promessa che ci offrono i metaversi è quella di renderlo non tanto diverso dalla patria che abbiamo abbandonato. Allora è difficile non pensare al Nietzsche di “La Nascita della Tragedia” laddove il Metaverso funzionerà come la tragedia attica rendendo apollineamente tollerabile l’incomprensibilità dionisiaca di un’esistenza digitale

Alessandro Curioni
Giornalista; nel 2003, dopo un biennio di studio, pubblica per Jackson Libri il volume Hacker@tack dedicato alla sicurezza informatica. Da questa esperienza, e dopo sette anni nel settore, fonda nel 2008 Di.Gi. Academy, azienda specializzata nella formazione e nella consulenza nell’ambito della cybersecurity, della quale è azionista e presidente. È autore di saggi di successo, divulgatore, docente universitario e commentatore presso organi d’informazione come Rai, “Il Sole 24 Ore” e Class Cnbc. Il giorno del bianconiglio è il primo romanzo di una serie che ha come protagonista l’esperto di cybersecurity Leonardo Artico.

Dèi tra pareti Le statue di culto nella pratica rituale a Roma

“Statua di culto” è un’espressione davvero ricorrente.
Nel panorama urbano e religioso di Roma quanto ampi sono i contesti e gli usi dei “simulacra deorum”?

Le statue di culto sono oggetti cruciali nel panorama religioso romano. Gli spazi di fruizione non sono limitati ai soli templi, ma abbracciano geografie molto più composite: un signum di Bonus Eventus, ad esempio, fu dedicato in un magazzino per lo stoccaggio delle derrate. La rilevanza di questi manufatti in chiave topografica emerge anche dalla toponomastica: diversi assi viari sembrano richiamare statue di culto. In alcuni casi possono persino essere “isolate” come dimostra il simulacro di Vertumno, dislocato “open-air” nell’area del Velabro. Non solo: talvolta la devozione visuale non veniva rivolta a un unico oggetto, ma poteva estendersi a una pluralità di immagini qualificate come cultuali. Altrettanto sfaccettati gli usi: pratiche manipolatorie accertate, codificate e reiterate restituiscono una vivace partecipazione dei simulacra deorum alla vita urbana.

Lei percorre un esteso arco cronologico: dall’età regia a quella tardoantica. ll rito, nell’immaginario collettivo e nella memoria, assume forme dinamiche?

Seguire in senso diacronico i simulacri divini consente di cogliere proprio le forme dinamiche del loro utilizzo. I primi dèi fittili o “appena sbozzati dal falcetto” sono sostituiti dalle colossali e magnifiche apparizioni repubblicane; in età imperiale al reimpiego di simulacri illustri, riscontrabile ad esempio nel tempio di Apollo Palatino, si affianca la creazione di nuove iconografie: si pensi all’innovativa formulazione del Marte Ultore inaugurato nel Foro di Augusto, un nuovo modello di riferimento per la personificazione del dio che mostra la capacità dei simulacri di affermarsi come modelli di riferimento imitati e rielaborati. La vivacissima dialettica di distruzione/conservazione nella Roma tardoantica concorre infine a dimostrare come nello scenario urbano le statue di culto, seppure sgretolate e polverizzate come emerge da diverse testimonianze agiografiche, siano state ancora in grado di presentarsi come punti di riferimento visuali. Un dinamismo riflesso sia nei mutamenti intercorsi sia nelle costanti riscontrabili nell’elaborazione e nella gestione di questa classe di manufatti.

Lo studio della costruzione meditata di tali icone quale visione offre dell’interazione con divinità soltanto immaginate?

L’interazione con il fedele è sempre stato un nodo fondamentale: la statua di culto si pone, grazie allo statuto anfibio tra materia e simbolo, quale attore primario della pratica religiosa e protagonista di concitati momenti del culto. Nelle cornici spaziali di dislocamento erano in atto una serie di accorgimenti per agevolare l’interazione dell’immagine con l’osservatore, concependo talvolta l’allestimento come uno spettacolo immersivo. Le immagini fisiche degli dèi garantivano inoltre una dimensione cultuale non solo metafisica, ma anche pratica e “tattile”: i simulacri di culto potevano essere puliti, soggetti a bagni rituali, vestiti. Tra le pratiche manipolatorie attestate si segnalano anche unzioni episodiche e/o permanenti, mentre l’unico caso di cosmesi accertato riguarda la coloritura con minio applicata al simulacro di Giove Capitolino. La comunicazione verbale con le statue cultuali, capaci tanto di parlare quanto di ascoltare, è un altro tassello del complesso puzzle di interazioni tra fedele e divinità: sono note le confabulazioni ad aurem simulacri, preghiere sussurrate alle matericissime immagini divine. Ancora, essendo il simulacro tanto oggetto di culto quanto sede stessa del nume, poteva fornire segnali divinatori decisivi. Numerosi prodigi hanno infatti coinvolto le statue di culto urbane, capaci di piangere, sudare, emettere suoni e muoversi.

La cultura latina si conferma quale testimonianza archetipica del pensiero occidentale, contemporanea ad ogni epoca. Quali ragioni ravvede nella specifica proprietà della classicità di porsi sempre in maniera speculare alle fratture epocali?

La grande modernità del pensiero classico è ben osservabile anche nella costruzione delle immagini divine, modelli così forti da entrare nel nostro immaginario collettivo. I simulacri di culto rispecchiano le composite fasi storiche: a prescindere dall’esistenza o meno di una dimensione originariamente aniconica (forse un’operazione mitopoietica più simile a una “pittura di maniera” che a un compiuto tentativo di restituzione storica) una volta cristallizzato l’antropomorfismo degli dèi ecco che le statue di culto ben si inseriscono all’interno di maglie sociali e politiche della comunità non limitandosi, come dimostra ad esempio l’audace creazione della Venere Genitrice cesariana, a giocare un ruolo di esclusiva natura artistico-religiosa.

Molti divulgatori disegnano profili storici d’indubitabile fascino. Ciò, evidentemente, richiede ricerche accurate e meticolose. Reputa che rendere narrativa la storia di una civiltà sia davvero un utile espediente per contribuire alla sua effettiva conoscenza?

Rendere accessibili contenuti di qualità e aprirsi a una divulgazione non limitata alla sola accademia è fondamentale per un’archeologia troppo spesso strattonata tra facile sensazionalismo e autoreferenzialità cattedratica. Senza comunicazione si rischia di devitalizzare una conoscenza da auspicare quanto più capillare e pervasiva possibile: in quest’ottica, creare una narrazione storica convincente è uno strumento utilissimo.

Caterina Mascolo ha conseguito un dottorato di ricerca in archeologia classica presso La Sapienza Università di Roma. Collabora stabilmente con la cattedra di archeologia classica come cultrice della materia e fa parte della missione archeologica in Libia dell’Università Roma Tre. È autrice di diverse pubblicazioni scientifiche che spaziano dallo studio di singoli manufatti – specie reperti scultorei – a fenomeni più ampi come l’impianto di necropoli connesse a guarnigioni militari.

Elsa

Le prigioni delle donne

“[…] tu che ti leghi per la vita e per la morte, quasi t’identifichi con le cose che fai. Ma vedi, tu appunto hai questo dono di ricondurre ad unità gli elementi più disparati […]. Tu senti che il mondo è fatto a pezzi, che le cose da tener presente sono moltissime e incommensurabili tra loro, però con la tua lucida e affezionata ostinazione riesci a far tornare sempre i conti”
Così scrisse Italo Calvino.
Può definire Elsa Morante?

René de Ceccatty, all’interno del bel saggio che pochi anni addietro le ha dedicato, ha definito inclassificabile Elsa Morante. Un giudizio, questo, che lascia intendere alla perfezione quanto vano o parziale sia destinato a risultare ogni tentativo di racchiudere in una definizione la scrittrice romana (ma lei avrebbe preferito che io impiegassi la parola scrittore, al maschile). Tuttavia, intendo provarci. E allora dirò che Elsa Morante, col suo estremismo di fondo, che esclude ogni pacificante equilibrio e senso della misura, costituisce l’esempio più alto nella narrativa italiana novecentesca di compresenza degli opposti. Dico compresenza, non sintesi. La favola e la realtà, l’immaginazione e la razionalità, la fiaba e la storia convivono in lei, intrecciandosi sovente nella medesima opera. La stessa maestria esibita nel ritrarre figure di bambini e di giovani (Useppe, Arturo), e di donne del popolo analfabete (Nunziata), si origina da uno sguardo che è in grado di sentire e di cogliere “il meraviglioso”, avrebbe detto Cesare Garboli, “a ogni angolo di strada”. Sguardo mitico, dunque, sguardo che reinventa la realtà, e che convive, però, con la capacità di registrare le spigolose miserie dell’esistenza quotidiana e le grandi mistificazioni della Storia.

Morante riutilizza tematiche, topoi e modelli narrativi del romanzo ottocentesco. Eppure si innalza sul panorama letterario a lei coevo con estrema autonomia, slegata da qualsivoglia corrente.
In qual modo plasma la sua coscienza metaletteraria?

Ogni volta che devo parlare dei romanzi di Elsa Morante, mi torna in mente un verso della poetessa Antonia Pozzi: “Io vengo da mari lontani”. Infatti, il punto di partenza della scrittrice romana è il grande romanzo ottocentesco (trame di ampio respiro, personaggi ben caratterizzati, atmosfere, passo sicuro e senza fretta), tra realismo e naturalismo. Sebbene i suoi due primi romanzi, Menzogna e sortilegio (1948) e L’isola di Arturo (1957), vedano la luce quando in letteratura (e nel cinema) trionfa il Neorealismo, tuttavia a tale corrente mostrano di non pagare debiti. Tantomeno i libri successivi li pagheranno alle avanguardie di ogni tipo. Non solo, ma Elsa Morante risale molto più indietro rispetto agli amati Verga, Tolstoj, Dickens, Stendhal, al romanzo familiare e di formazione, al feuilleton, recuperando non pochi elementi magici, fiabeschi, meravigliosi, favolistici, che finiscono col deformare la dimensione spazio-temporale dell’opera. Inoltre, un punto di riferimento importante per Elsa Morante rimane anche Franz Kafka, da lei letto e riletto nel corso degli anni giovanili. La verità, alla fine, è che la Morante si è sempre lasciata guidare, più che da una poetica o da una determinata idea di scrittura, debitrice o non debitrice di qualche movimento o corrente, dall’urgenza con la quale i personaggi e le storie, che sembrano preesisterle, la reclamavano e la inchiodavano alla sedia, davanti alla scrivania del suo studio-tana-rifugio di via dell’Oca 27.

Sulla rivista “Nuovi Argomenti” Elsa Morante paragonava la funzione del “romanziere-poeta” “a quella del protagonista solare, che nei miti affronta il drago notturno, per liberare la città atterrita”
Ebbene, quali sono i riverberi letterari del suo sguardo alla società “piccolo-borghese burocratica”?

Forse la cosa migliore, per rispondere alla domanda, è rileggere la conferenza Pro o contro la bomba atomica, scritta tra il 1964 e il 1965 e letta per la prima volta al Teatro Carignano di Torino. Nel corso di questo intervento pubblico Elsa Morante definì l’arte “il contrario della disintegrazione”. Cosa intendeva dire? Una cosa molto semplice: in piena Guerra Fredda a salvare l’uomo dal suicidio nucleare e dall’irrealtà di rapporti alienati e alienanti poteva essere soltanto la poesia. Ma in che senso la scrittrice romana impiega la parola “irrealtà”, in quale la parola “realtà”, chiarito che l’antinomia Realtà/Irrealtà costituisce e definisce, insieme a quelle Potere/Arte e Felicità/Infelicità, l’essenza della condizione umana? Se reale è ciò che è vero, irreale è tutto ciò che è falso. Ma tenuto conto che nella Morante la parola verità, come d’altra parte in Pasolini, inerisce più all’ambito etico-morale che non a quello ideologico-conoscitivo – si fa sentire, sotto questo aspetto, l’influenza esercitata su di lei dalla lettura di Simone Weil –, ecco allora che il vero coincide col giusto, il falso con l’ingiusto. Reali sono la fragilità e il dolore della creatura, la libertà dello spirito, la sostanziale uguaglianza tra gli uomini, lo stupore incantato dell’infanzia, i sogni e la spontaneità dell’adolescenza, l’intelligenza, la sacralità della realtà, l’istintività presente al fondo di ciascuno di noi. Irreali sono, invece, la divisione in padroni e in servi, la giustificazione apologetica del potere, che per la Morante è sempre cieco, violento, criminale, la società dei consumi, la devastazione dell’ambiente in nome di un progresso meramente tecnologico, la stupidità, i pregiudizi e il cinismo della borghesia. A liberare la città atterrita (la società umana) dal drago notturno (l’irrealtà dell’esistenza) è soltanto l’arte, che riconduce lo stato delle cose presenti – l’irrealtà – dall’ordine della necessità, che può essere soltanto accettata e subita, a quello della possibilità, che può essere rifiutata e combattuta per fare posto a un’altra possibilità, avvertita come più vera e più giusta. È solamente nell’ultimo romanzo, Aracoeli (1982), bellissimo, tragico, senza luce, che Elsa Morante, come ha scritto Goffredo Fofi, esce sconfitta dallo “scontro con il drago dell’irrealtà”. La speranza a lungo coltivata nell’anti-potere della poesia e dell’arte è venuta meno.

Dall’infanzia a Testaccio fino agli ultimi anni segnati dalla malattia.
Quali sono state le difficoltà di tradurre la vita in letteratura?

Elsa Morante, al pari di Alberto Moravia, sposato nel 1936 e al quale fu sentimentalmente legata fino al 1962, e di Pier Paolo Pasolini, il suo amico del cuore per molti anni, non ha mai reciso il legame che unisce la vita alla letteratura. Certo, una cesura all’interno della sua produzione la possiamo cogliere intorno alla metà degli anni Sessanta, quando lo scrivere cessò per lei di essere un gioco segreto e divenne un confronto/scontro col mondo, come dimostrano tanto la conferenza Pro o contro la bomba atomica (1965) quanto Il mondo salvato dai ragazzini (1968). In un certo senso la Morante smise allora di essere un amanuense, circondata, come fedeli compagni delle sue ore, esclusivamente da gatti, fogli di carta, inchiostro e calamaio, e divenne una figura pubblica, un po’ vate un po’ maestra. Eppure, sia nella prima che nella seconda fase, Elsa Morante non rinunciò a trasferire sulla pagina episodi, motivi, atmosfere, umori squisitamente autobiografici. Tra questi è possibile menzionare la figura della madre, l’evanescenza di quella del padre, l’infanzia nel quartiere popolare di Testaccio, l’amore come malattia e tragedia, l’alone mitico che avvolge i primi anni di vita, la grazia fedele degli animali, la capacità tutta femminile di sentire con il corpo la vita e la morte.

Elsa Morante appare ormai a tanti la principale scrittrice italiana di ogni tempo.
Qual è il suo lascito?

L’amore e l’ammirazione che nutro per Elsa Morante sono grandissimi. Di conseguenza, mi sento di parte nel formulare un giudizio su di lei che contempli anche la valutazione del suo lascito. Distinguerei, in ogni caso, tra due tipi di lascito: quello squisitamente artistico e quello che rimanda all’idea che noi abbiamo oggi dello scrittore. Per quanto concerne il primo aspetto, è sufficiente fare riferimento ai libri di Elsa Morante, profondamente diversi l’uno dall’altro – al punto che Cesare Garboli ha potuto parlare di “capacità di apparire diversa a ogni appuntamento” –, ma tutti ugualmente belli e importanti, nei quali, e forse soltanto di Proust si può dire la stessa cosa, le esperienze personali dell’autore convivono con le grandi problematiche universali dell’esistenza. Per quanto riguarda, invece, il secondo tipo di lascito, è doveroso dire che se oggi, quando parliamo di scrittore, scrittura, opera di scrittura, lavoro di scrittura, la distinzione di genere “maschile/femminile” nulla ha a che fare col giudizio di valore che possiamo esprimere sul libro di cui stiamo ragionando, ciò discende in larga parte proprio dai capolavori morantiani, che niente invidiano alla produzione coeva di Moravia, Pasolini, Gadda, Calvino, Volponi, Bassani. Sono, e restano, dei romanzi straordinari, per molti versi, come ha riconosciuto anche Elena Ferrante, “insuperabili”, e che hanno chiarito, con la forza dell’evidenza e una volta per tutte, che tra scrittore e scrittrice la differenza continua ad avere senso, se ha senso, unicamente dal punto di vista della morfologia del nome.

Francesco Ricci
Critico letterario e docente, ha pubblicato ‘Il Nulla e la luce. Profili letterari di poeti italiani del Novecento’ (Siena 2002), ‘Amori novecenteschi. Saggi su Cardarelli, Sbarbaro, Pavese, Bertolucci’ (Civitella in Val di Chiana 2011), ‘Anime nude. Finzioni e interpretazioni intorno a 10 poeti del Novecento’, scritto con lo psicologo Silvio Ciappi (Firenze 2011), ‘Un inverno in versi’ (Siena 2012), ‘Da ogni dove e in nessun luogo’ (Siena 2014), ‘Occhi belli di luce’ (Siena 2014), ‘Tre donne. Anna Achmatova, Alda Merini, Antonia Pozzi’ (Siena 2015), ‘Pier Paolo, un figlio, un fratello’ (Siena 2016, Premio Rive Gauche di Firenze 2018), ‘Laggiù nel profondo. Mondo letterario e mondo psicoanalitico in Lehane, McCarthy, Schnitzler, Serrano, Tobino’, scritto con lo psicoanalista Andrea Marzi (Siena 2017), ‘La bella giovinezza. Sillabari per millennials’ (Siena 2017), ‘Prossimi e distanti. Gli adolescenti del terzo millennio’ (Siena 2019), ‘Elsa. Le prigioni delle donne’ (Siena 2019, Premio della Critica al Premio letterario nazionale Città di Grosseto 2020), ‘Storie d’amicizia e di scrittura’ (Siena 2020), ‘Radici’ (atto unico liberamente ispirato a Pier Paolo, un figlio, un fratello, Siena 2022), ‘Lessico essenziale. Introduzione a Pasolini in 33 voci’ (Siena 2022), ‘Madri e fratelli’ (Siena 2022). Inoltre, ha scritto il capitolo dedicato alla letteratura per il volume collettaneo interdisciplinare ‘Il Postmoderno’ (Siena 2015).

L’amore plurale

Molti, oggi, scelgono di porsi sotto l’ombrello delle non-monogamie etiche, ovvero consensuali e regolate. Quali tipologie di non-monogamie etiche si possono annoverare?

Le possibilità sono molte, proprio perché l’idea di fondo è quella di guardare ai desideri umani nell’ambito di relazioni tra persone adulte consenzienti in modo non giudicante, come possibilità da esplorare di comune accordo con i partner. Solo per limitarsi alle tipologie più frequenti, tra le più note vi è quella della “coppia aperta”, in cui entrambi i partner concordano di poter avere relazioni affettive e/o sessuali al di fuori della relazione principale. Si parla di “scambismo” per indicare la forma di relazione in cui coppie o relazioni di altro tipo si scambiano consensualmente i partner. Con il termine “poliamore” si indicano, invece, le relazioni affettive e/o sessuali tra più di due persone, che possono essere aperte, quando i partner concordano di poter avere altre relazioni esterne, oppure chiuse, secondo il paradigma della “polifedeltà”. È anche possibile che una persona poliamorosa abbia un legame con una persona monogama: in questo caso si parla di una relazione “mono-poly”. Nella cosiddetta “anarchia relazionale”, invece, si sceglie di vivere le relazioni senza stabilire gerarchie o regole e senza attribuire loro etichette.

Accantonata, quindi, l’esclusività sessuale, quale definizione chi sceglie di non essere in due in una relazione d’amore attribuisce al termine “fedeltà”?

In primo luogo, non è detto che in una relazione non monogama sia sempre accantonata l’esclusività sessuale, perché potrebbe accadere che si concordi di riservare l’aspetto del coinvolgimento sessuale a due o più persone e di avere altri partner con i quali si hanno relazioni affettive che non prevedono questo elemento. In generale, comunque, nelle relazioni non monogame consensuali, il concetto di fedeltà è definito dal fatto di attenersi ai patti concordati tra i partner e progressivamente oggetto di ridefinizione e rinegoziazione, nel rispetto dei desideri e della volontà di tutti.

La diffusa persuasione che la monogamia sia l’unico stile relazionale sano e duraturo nel tempo, la convinzione che la non-monogamia sia intimamente pericolosa da un punto di vista sessuale e relazionale implica una notevole stigmatizzazione sociale. Quali sono gli anticorpi per evitare trattamenti pregiudiziali?

Molte persone che vivono in relazioni non monogame sono, in effetti, oggetto di pregiudizi e stigmi, che hanno un impatto sulla salute mentale e la qualità della vita in generale. Credo che un serio lavoro sull’educazione al rispetto del modo di essere e dell’autodeterminazione altrui, in tutti i campi, in un’ottica che fa leva sul concetto che lo studioso e attivista Fabrizio Acanfora chiama “convivenza delle differenze”, possa essere una base importante.

Comunicazione e negoziazione tra i partner nonché auto-consapevolezza e “compersione” sono davvero la chiave per gestire la gelosia?

Questo è quello che ho avuto modo di ascoltare dalle persone non monogame che ho intervistato per realizzare la mia inchiesta e di cui ho letto approfondendo la letteratura internazionale sul tema. Ma, in generale, come per tutte le relazioni umane, resta valido il principio secondo cui ciascuna delle persone coinvolte ha la libertà di scegliere modalità che, nel rispetto degli altri, contribuiscano al suo benessere. Il fatto che gli esseri umani siano tutti diversi comporta anche, di necessità, che ciascuno possa impostare relazioni in cui modalità e valori di base sono differenti.

I Paesi Bassi hanno celebrato la prima unione nazionale fra tre partner nel settembre 2005. Ad oggi, è almeno aperto il dibattito circa il riconoscimento legale dell’ “amore plurale”?

Per quel che riguarda il nostro Paese, non mi sembra che si tratti di un tema oggetto di interesse nella riflessione sociale e politica e, in generale, la progressiva riaffermazione, nel dibattito politico, di idee reazionarie e imperniate sul concetto della cosiddetta “famiglia tradizionale” mi fanno pensare che l’argomento non rappresenti una priorità.

Anna Rita Longo
Da insegnante di Lettere nei licei con un dottorato europeo in Filologia e letteratura patristica, medioevale e umanistica, si è accostata inizialmente al mondo della comunicazione della scienza attraverso l’attiva partecipazione alle iniziative del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze), del quale è socia emerita. È anche membro del direttivo dell’associazione professionale di comunicatori della scienza SWIM – Science Writers in Italy, riconosciuta a livello internazionale. I suoi contributi possono essere letti su diverse riviste cartacee e online, tra le quali Le Scienze, Mind, Uppa, Focus Scuola, Wired.it, Wonder Why, Scientificast. Collabora anche alla realizzazione di iniziative di formazione di vario genere e spesso organizza e tiene relazioni in seminari e conferenze a carattere scientifico e culturale.

Emilio Salgari. Scrittore di avventure

La biografia di Emilio Salgari da lei redatta si fonda su testimonianze e documenti in buona parte sconosciuti. Quali difficoltà ha incontrato nel reperimento e nel vaglio delle fonti?

Preciso che la biografia Emilio Salgari. Scrittore di avventure (Oligo, 2022) è stata scritta insieme al mio amico Giuseppe Bonomi. Nel rispondere alle sua domande credo di poter rappresentare anche il suo pensiero.
La vita di Salgari è avvolta nella leggenda. La ricerca di certe, attendibili e documentabili è stata lunga e impegnativa a partire dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. Due luoghi sono stati importantissimi: la Biblioteca Civica di Verona in cui sono conservati riviste e quotidiani veronesi per cui aveva lavorato come scrittore e come giornalista e innumerevoli libri utili alla sua scrittura; l’Archivio Storico della casa editrice Giunti di Firenze dove ho lavorato per alcuni mesi per riordinare la carte editoriali lì conservate (contratti, lettere, illustrazioni originali, elenchi, ricevute, della casa editrice Bemporad e della casa editrice Donath di Genova). Importanti anche i documenti conservati nel Fondo Turcato della Civica veronese. Turcato è lo studioso di Salgari più importante nella seconda parte del Novecento.

Lei si sofferma sul laboratorio salgariano dove la creatività si combina con avvenimenti storici. Quali ritiene siano stati gli accadimenti maggiormente influenti sulla produzione di Salgari?

I romance di Emilio Salgari sono numerosi e così gli accadimenti storici considerati. In particolare, c’è una relazione molto stretta tra la rivolta mahdista in Sudan, che lo scrittore con lo pseudonimo di Ammiragliador segue puntigliosamente dalle pagine de “La Nuova Arena” di cui è redattore e il suo romanzo d’appendice (La favorita del Mahdi (1884) di cui conosciamo tre redazioni); i conflitti nell’area del Tonchino di cui scrive che si riflettono poi nell’appendice Tay-See (1883), in seguito modificata e pubblicata in volume con il titolo La Rosa del Dong Giang (1897). Davvero straordinaria la tragica storia d’amore in L’eroina di Port-Arthur (1904) ambientata in Giappone durante la guerra russo giapponese d’inizio Novecento e firmato con lo pseudonimo di Guido Altieri.

Leggendo il testo appaiono palesi le sue relazioni di Salgari con il Melodramma, la Scapigliatura e il Positivismo. Quali sono i tratti di originalità che rendono Salgari inconfondibile?

Lo scrittore, partendo dall’appendice e dal melodramma ottocenteschi, ha compiuto un lungo viaggio verso una scrittura moderna, visiva, novecentesca, che elude l’ipoteca manzoniana. In Salgari il criterio stilistico fissa le priorità, i caratteri, il ritmo della vicenda narrata; egli è uno dei più grandi narratori di storie della letteratura italiana e per questo sfugge, consapevolmente, alle tortuosità e alle lentezze tipiche di molta nostra produzione letteraria del suo tempo, racchiusa tra accademie e regionalismi.
Non a caso gli si addice il criterio di Robert Louis Stevenson sullo stile letterario, basato su tre elementi essenziali: la scelta delle parole, la tela o il tessuto delle parole, il ritmo della frase. .
Nello scrivere La Bohème italiana, d’evidente derivazione scapigliata, il romanziere ha preso spunto da Scenes de la vie de bohème di Henry Murger e, soprattutto, dal celebre melodramma pucciniano a esso ispirato.
La Bohème italiana è una dichiarazione di appartenenza letteraria. Non si deve però separare dal resto della sua narrativa a cominciare, per fare qualche esempio, da Il Corsaro Nero e dal ciclo caraibico, da Il Capitan Tempesta, o dal ciclo Western in cui domina la tragica e affascinante figura di Minnehaha, la scotennatrice. Proprio la passionalità e la drammaticità dei suoi personaggi evidenziano la capacità di trasporre il melodramma in letteratura. Il Positivismo per Salgari non è mera tecnica, strumenti adeguati, fiducia nel progresso, ma cultura e conoscenza tout court, e soprattutto una particolare concezione del mondo. I Robinson italiani è la sua opera positiva più importante, ma non di meno lo sono il ciclo dell’aria, Al Polo Australe in velocipede…
In Salgari tutto muove dalle ragioni interne alla narrazione, alla scrittura, alla visione del mondo: in ultima analisi dalla poetica. E mai da una ragione esterna: filosofica, ideologica o politica. Salgari aveva uno scopo eminentemente letterario: dimostrare che nel nostro paese era possibile scrivere e diffondere il romance, nel senso profondo del termine, con riferimento agli “eredi” più illustri di quella tradizione narrativa: Stevenson, Verne, Hugo, Dumas, Dickens, London e molti altri ancora.
È artefice di una letteratura di genere, di azione e di avventura senza confini, di voglia di sperimentazione, simile a quella di Capuana, per cui non sono meno importanti nella sua opera l’Orientalismo, l’Esotismo, il romanzo storico, l’immaginazione di una società futura….

Salgari, scrittore di avventure. Eppure i suoi viaggi non sono stati documentati.
Quali furono le sue fonti d’informazione?

Tra il 1883 e il 1893 Salgari è stato redattore prima de “La Nuova Arena” e poi dell’“Arena” dove, tra le tante cose, si è sempre occupato delle notizie estere da cui ha ricavato molte informazioni. È stato lettore onnivoro di riviste di viaggio (a cominciare dal “Giornale Illustrato dei Viaggi e delle Avventure di Terra e di Mare” edito da Sonzogno), diari, resoconti di viaggio, testi geografici, repertori scientifici e naturalistici, carte geografiche e portolani. A Venezia e Genova, città in cui è vissuto, raccoglieva nei porti informazioni e racconti dai marinai. Verona era città militare ma anche di viaggiatori ed esploratori, tra cui i missionari camilliani, comboniani e mazziani di cui egli conosceva le imprese. Sono numerosissime le ricerche sulle sue fonti come è evidenziato nel saggio in appendice alla biografia, Salgari e l’Oriente. Geografie del ciclo indo-malese, che mi permetto di segnalare.

Nel centosessantesimo anniversario dalla nascita qual è il lascito di Emilio Salgari?

Salgari è un classico della Letteratura italiana e internazionale pubblicato ancora oggi in numerosi paesi. Non esisterebbe la moderna letteratura italiana di genere senza i suoi romanzi. I lettori e l’editoria, prima della critica, hanno compreso immediatamente l’importanza della sua opera. Mi piace ricordare quanto io e Giuseppe Bonomi abbiamo scritto in merito: «È un grande processo culturale democratico, e la modernità che passa attraverso l’opera “mediana” di Salgari, in grado di modificare e orientare le scelte tecniche dell’industria editoriale per ciò che concerne il modo di costruire “fisicamente” i libri, poiché la rivoluzione che avanza e anche estetica e riguarda la carta, l’immagine, la grafica e l’illustrazione. La sua azione letteraria mette in discussione i labili e artefatti confini tra letteratura “alta” e letteratura “popolare” (per lungo tempo e, ancora oggi, con superficialità definita “paraletteratura”) e proietta immediatamente il romance italiano nella contemporaneità novecentesca. Dopo di lui, la letteratura italiana (in barba alla storia della letteratura) non sarebbe mai più stata scritta davvero allo stesso modo, non sarebbe più stata appannaggio esclusivo di ceti intellettuali, conservatori o comunque elitari».

Claudio Gallo, bibliotecario, docente di Storia del fumetto presso l’Università di Verona e direttore della rivista salgariana “Il Corsaro Nero”, è uno dei più grandi studiosi italiani di Emilio Salgari.