La “cartolina” fotografa i napoletani rappresentati dal binomio “pizza e mandolino”, proiettandoli così lungo sentieri inclinati ed escamotage di cliché e luoghi comuni. Come si può recuperare il “volgare”, il folclore, il sincretico per affrancare lo spazio identitario da ingredienti nocivi quali l’asfittica trappola nel vicolo cieco delle concezioni duali: moderno – arretrato, sviluppo – sottosviluppo?
Sinceramente non ho certezze a riguardo. Non credo sia nella possibilità del politico – o del mondo intellettuale impegnato – fare rinascere il folclorico nelle coscienze della gente. Chi pensa a una restaurazione per via politica del “volgare”, del folclore e del sincretico è destinato al fallimento perché cerca di restaurare come mito realtà il cui carattere primario è non non poter essere pensato come mito, qualcosa che diceva già un conservatore cattolico come Augusto del Noce a proposito delle tradizioni. Così come bisogna superare le concezioni duali che hanno mostrato in questi anni tutti i loro limiti e il loro classismo, qualsiasi cultura non può essere vista soltanto nella sua funzione strumentale – fosse anche di ribellione a quel classismo – o perde tutta la sua autenticità.
Febbre del turismo e dei brand culinari: in qual misura contribuiscono alla “deterritorializzazione” di Napoli stessa?
Allo stato attuale i brand culinari delle pizzerie passate dall’essere sedi uniche a catene globali sono un portale sulla città: il più potente che abbiamo anche se la filiera dell’audiovisivo si sta difendendo bene – penso alla serie Gomorra e a Elena Ferrante. Napoli e più in generale il Sud Italia sono comunque ancora un nano culturale nei confronti della Corea, che con i suoi anime, la sua moda e la sua musica influenza molto di più i bimbi napoletani di quanto succeda al contrario.
Lei ci guida in un reticolo di strade, di professioni antiche che cercano di reinventarsi e di nuove che affiorano. Disegna l’affresco di una metropoli delicata e psicastenica: quali schegge si possono reputare parte integrante del nostro patrimonio culturale?
Credo che alcuni mestieri e alcune figure sociodemografiche modellate dal capitalismo delle piattaforme entreranno a far parte di quel patrimonio molto presto, e forse lo hanno già fatto. Penso ad esempio al quarantenne tornato a vivere a Napoli dopo lunghe esperienze all’estero che arrotonda mettendo a frutto la casa dei nonni o facendo da guida turistica, o investendo nell’industria del food, o i rider di JustEat che consegnano pizze in coppia per stare più tempo insieme o dividersi il lavoro, ecco loro sono i nostri nuovi parcheggiatori “abusivi”, i nostri nuovi distributori di giornali ai “parcheggi dell’amore” e i nostri nuovi contrabbandieri di sigarette.
Negli anni Dieci, l’amministrazione della sinistra napoletana ha cercato di avversare l’ignobile nomea della città di Napoli: quale ascendente assume la politica nel panorama sociale che ha osservato?
Quasi nullo, purtroppo. O per lo meno quella locale. Dopo dieci anni di populismo di sinistra, con de Magistris, molto parolaio e deficitario nella sostanza, nella capacità di creare una nuova classe dirigente, si è tornati a una politica anti-carismatica e totalmente eterodiretta. Almeno è stato rivelato il bluff del municipalismo cosiddetto “radicale”, quello delle “città ribelli” che era in fondo un adattamento al dogma neoliberale perché non si preoccupava di estendere il suo consenso oltre alle categorie tradizionali della sinistra metropolitana. Ma c’è stata in quell’esperienza una notevole partecipazione giovanile e non solo, fatta anche di tanti ex impegnati che hanno trovato negli spazi autogestiti una motivazione per darsi da fare, che non va sprecata. Bisognerebbe però avere l’umiltà di prendere quanto di buono ci ha lasciato la politica della Prima repubblica senza smettere mai di aggiornarsi, di studiare, di capire come preservare le anomalie piacevoli di Napoli senza né compiarcersi troppo né cadere nella depressione.
Paolo, ci offre una definizione di “Appugrundrisse”?
È la fusione tra due termini che mi stanno a cuore: l’appucundria del dialetto napoletano, ossia quel senso di mancanza per qualcosa che è difficile da definire e i Grundrisse di Marx, i quaderni che affrontavano le sfide dell’economia e della tecnologia del suo tempo: un’opera disordinata ma attuale come forse vuole essere il mio libro, a metà tra ritratto di una generazione, e di un’epoca, e analisi scientifica di ciò che sta avvenendo sotto il profilo del capitalismo e dell’antropologia umana.
Paolo Mossetti è uno scrittore e giornalista; ha lavorato nel marketing editoriale e come traduttore. Si occupa di cultura economica, politica e conflitti su diverse riviste tra cui N+1, Le Grand Continent e le edizioni italiane di Esquire, Wired e Forbes. Il suo ultimo libro, Mil Máscaras, dedicato al nazional-populismo italiano, è uscito in Spagna per Siglo XXI.
La visione delle donne nella storiografia è sistematicamente monodimensionale, sovente intrisa di cliché e venata di maschilismo. Le figure muliebri sono funzionali al percorso umano, emotivo, emozionale maschile. Si può mutare la prospettiva circa il genere?
Nel tentativo di ricostruire gli aspetti più importanti della vita degli antichi in generale e delle donne nello specifico, non possiamo ovviamente non tenere conto delle differenze e squilibri che caratterizzarono l’esperienza di donne e uomini all’interno dei diversi contesti sociali. Le fonti scritte, non soltanto quelle storiografiche, furono composte quasi esclusivamente da uomini, interessati a salvaguardare o tramandare un modello sociale, a distruggere un avversario politico (anche e soprattutto sul piano personale e familiare), insegnare un sapere pratico (pensiamo alla manualistica medica) o semplicemente ad intrattenere o informare. Quando abbiamo a che fare con questo genere di fonti dobbiamo sempre considerare il vissuto dell’autore, il genere dell’opera, a chi era rivolta e all’epoca in cui fu composta. Tenere conto di tutti questi aspetti, evitando anche di cadere in valutazioni morali e sociali anacronistiche, ci consente di interpretare il testo in proporzione all’oggetto stesso della comprensione. Esiste un livello di comunicazione non esplicito. Ogni interpretazione di un testo deve inoltre iniziare con una riflessione dell’interprete sulle proprie idee preconcette. Fondamentale è poi il continuo raffronto con altre tipologie di fonti. Tutto questo ci permette di “usare” la fonte scritta come un punto di partenza, e non di arrivo, per indagare la vita della donna antica. Anche le opere scritte da donne, pensiamo a poetesse come Saffo, per citare forse la più famosa, hanno i loro limiti, riportando realtà socialmente, geograficamente e temporalmente circoscritte. Senza dimenticare che le donne greche, esattamente come gli uomini, furono tutte figlie della propria epoca, con tutto quello che ne consegue.
Euripide rende Medea una feroce ed impetuosa assassina ma anche una protagonista da palcoscenico. Eppure la realtà muliebre era davvero differente. Quali sono le possibili ragioni della discrepanza tra finzione letteraria e concretezza del reale vissuto?
La prima è che, esattamente come anticipa lei nella domanda, una è finzione letteraria, pensata per intrattenere, destare meraviglia e suscitare forti emozioni, l’altra è la realtà, quotidiana, a tratti banale. Su Medea e l’autore della tragedia omonima è stato scritto e detto tantissimo. Al di là della finzione teatrale, l’opera ci fornisce comunque moltissime informazioni riguardo al modo in cui i Greci si rapportavano agli stranieri, al legame tra marito e moglie, sulla cura dei figli e così via. Medea non è un personaggio scontato: decide di vendicarsi di uno sposo frivolo, sconsiderato e fedifrago; valuta, seppur sopraffatta dall’ira e dal dolore, quanto sia disposta e in grado di sopportare pur di sapere Giasone vinto da una disperazione pari, se non superiore, alla sua. La storia ha numerosi elementi presi dalla mitologia, a partire dai suoi stessi personaggi, eppure Medea è un personaggio così veritiero. Giasone la priva del futuro: donna barbara in terra straniera, ripudiata dalla famiglia, senza la protezione di uomo, si sente completamente persa. Decide quindi di privare l’uomo che ama della sua possibilità di diventare immortale: uccide i figli già nati e la giovane futura sposa. Giasone viene quindi privato a sua volta del futuro. Persino in questa decisione straziante, irrazionale (per certi versi) ed estrema, possiamo cogliere una realtà storica importantissima: per un uomo greco il ghenos e la propria discendenza erano di vitale importanza.
Le opere latine e greche si confermano quali testi archetipici del pensiero occidentale, contemporanee ad ogni epoca. Quali ragioni ravvede nella specifica proprietà della classicità di porsi sempre in maniera speculare alle fratture epocali?
Sarei tentata di lasciar rispondere Tucidide, anzi Jacqueline de Romilly. In La construction de la vérité chez Thucydide, la studiosa sottolinea come l’autore delle Storie non si limiti semplicemente a narrare i fatti, ma sia costantemente impegnato a ricercare i valori, i sentimenti, gli istinti, i principi universali che guidano le azioni umane. In questo modo Tucidide riesce a tracciare un quadro che potremmo definire generale, in grado di andare oltre le situazioni particolari. Molte delle opere dei Greci e dei Romani pongono al centro della loro narrazione la natura umana, al di là dei fatti specifici e dei contesti storico-geografici delimitati. Questa è probabilmente una delle tante ragioni per le quali siamo portati a considerare i loro scritti così attuali e vicini a noi.
Le evidenze archeologiche ed un raffronto tra tutte le fonti in nostro possesso, gettano uno sguardo sul mondo femminile dell’antichità, descrivendo quelle che dovevano essere le principali tappe dello sviluppo di una donna: il suo ingresso in una nuova famiglia, il ruolo di moglie e madre, il rapporto con il sesso, la religione, la cultura, il potere. La donna e la guerra si tangono in qualche modo?
Direi proprio di sì. La donna, in quanto madre e moglie, era chiamata ad educare e invitare i familiari a compiere il proprio dovere sul campo di battaglia. Plutarco, per esempio, ci racconta delle madri spartane, tra cui colei che, alla vigilia di una battaglia, salutò il figlio augurandogli di tornare vincitore con lo scudo in mano o sopra di esso, ovvero cadavere. Un altro episodio piuttosto famoso è poi quello della madre che mandò in battaglia tutti i suoi cinque figli e al messaggero che le annunciava la loro morte, rispose che non era certo questa la notizia che le interessava, ma se Sparta avesse vinto oppure no. Le donne erano anche le principali vittime della guerra: in occasione di prolungati assedi, quando il cibo iniziava a scarseggiare, venivano spesso ritenute sacrificabili a dispetto di un uomo; erano oggetto di stupri e violenze; fatte prigioniere venivano vendute come schiave o costrette al concubinaggio. Esse però potevano anche rivelarsi utili, lanciando pietre e altri oggetti dai tetti delle case sui soldati nemici che correvano per le vie della città. Una scena dello scudo di Achille ritrae proprio le donne, insieme agli anziani e ai bambini, che difendono una città assediata. Tucidide, a sua volta, parla delle donne di Platea intente a lanciare pietre e tegole dai tetti per respingere un attacco nemico. Fu così, per esempio, che trovò la morte il grande Pirro. Entrato ad Argo fu colpito alla testa da una tegola, lanciata da una vecchia. Il colpo lo stordì dando il tempo a un nemico di colpirlo e ucciderlo. Plutarco racconta che le donne di Chio colpirono Filippo V con delle pietre, salvando così la loro città e scacciandolo. Diodoro Siculo ricorda quelle di Agrigento che, rimaste in città, si occuparono di ricostruire le mura durante l’attacco dei Cartaginesi. Infine ci sono i casi eccezionali, come Artemisia I, della quale Erodoto parla con una certa ammirazione. Diventata tiranna di Alicarnasso dopo la morte del marito, condusse la città in battaglia contro i Greci al fianco dei Persiani. Altre donne guerriere furono Cinane, figlia di Filippo II di Macedonia; sempre all’interno della stirpe reale macedone, possiamo ricordare Teuta, regina dell’Illiria, e così via.
Eleonora Pischedda scrive di sé: Sono una studiosa di storia antica, specializzata in economia, diritto e antropologia del mondo greco. Mi sono laureata presso l’Università degli Studi di Siena in Documentazione e ricerca storica (indirizzo storia antica) e ho conseguito il dottorato presso l’Università di Pisa in Archeologia e Scienze dell’antichità (curriculum Antropologia del Mondo Antico).
Platone, Aristotele, Socrate, Tucidide, Cicerone: effettivamente, maschi, bianchi, morti. è proprio vero che negli Stati Uniti si chiudono dipartimenti e si smette di studiare l’antichità perché sono “solo” storie di “all white dead man” o, in realtà ci troviamo di fronte ad una seria istanza di messa in discussione della proposizione delle culture classiche?
Il libro nasce proprio per rispondere a questa domanda, ovvero se negli Stati Uniti i classici vengano effettivamente “cancellati” dai programmi scolastici e dallo spazio pubblico perché razzisti e misogini. In realtà, la domanda non riguarderebbe solo i classici, ma, tutta la cultura occidentale, che sempre più spesso i media (soprattutto nella loro versione social) ci presentano come pesantemente minacciata dalla cosiddetta cancel culture. Pensiamo a quando si diffuse la notizia che il mondo woke voleva passare un colpo di spugna anche sulle fiabe Disney, in particolare su Biancaneve in quanto “vittima di un bacio non consensuale”. Da lì ne era nato un dibattito serissimo ma anche esilarante, come il meme in cui il principe azzurro politicamente corretto sveglia Biancaneve con una trombetta da stadio. Ecco, vedete come è facile, in questo ambito, raccontare il dibattito statunitense in modo che sembri ridicolo, insensato, del tutto irragionevole. In effetti, se proseguiamo lungo questa strada, si potrebbe a dire che Biancaneve, con la sua bellezza, si è macchiata di body shaming alla matrigna o di ageism, magari dandole della vecchia, quindi: basta anche con la demonizzazione della matrigna. E così, vissero tutti felici e contenti: Biancaneve, la matrigna, il principe e i nan…volevo dire, le persone con statura diversamente elevata. E così via, in una spirale in cui alla fine siamo portati a pensare “quante sciocchezze”, “certo che gli Americani ne hanno di tempo da perdere”. Questo accade perché, molto spesso, i media europei riportano come centrali posizioni del tutto periferiche o decontestualizzate: per tornare all’esempio di prima, a parlare del bacio non consensuale non era stato lo speaker della Camera, il NYT o un professore di letteratura, sociologia o antropologia di Harvard. La frase incriminata era comparsa in un articolo di una testata locale, il San Francisco Gate, dedicato alla ristrutturazione e riapertura di Disneyworld. Passando in rassegna le novità del parco, le due autrici descrivevano il completo rinnovamento dell’attrazione su Biancaneve, dove erano stati eliminati gli aspetti più spaventosi della versione precedente, in primo luogo l’arrivo, che prima coincideva con la scena della morte -tra le urla- della matrigna Grimilde. Non era raro vedere scendere dal trenino bambini in lacrime o comunque molto pallidi, ricordano le autrici. Ben venga, dunque, il cambiamento: nella nuova versione la giostra si conclude con il bacio del principe a Biancaneve addormentata. A quel punto, le due autrici si chiedono: era proprio necessario mettere alla fine dell’attrazione, in posizione di estremo rilievo, quella scena? Cambiare per cambiare, perché sostituire una scena indubbiamente spaventosa con una, di certo meno d’impatto ma comunque problematica, di un approccio fisico nei confronti di una persona inerte? Al di là dell’aspetto locale ed episodico della testata e della frase, il senso non era “cancelliamo Biancaneve”, “mettiamo all’Indice dei Libri proibiti una fiaba amatissima”, bensì questo: se noi oggi, nel 2021 (data della recensione) abbiamo la possibilità di ripensare l’attrazione in cui oggi, bambini e adulti, a bordo di un trenino ripercorreranno le scene della fiaba, è proprio necessario collocare nella posizione di massima rilevanza il bacio ad una donna in uno stato di incoscienza? Qualcuno dirà di sì, che è necessario. Qualcuno dirà di no, che sarebbe meglio superare l’enfasi riservata alla scena in cui una donna svenuta viene fatta oggetto di un’attenzione intima da parte di un maschio (di cui non si ci ricordiamo mai il nome, quindi anche lui è ingabbiato nel suo stereotipo e non merita neppure un’identità). Ho fatto un esempio più recente, ma la stessa notizia delle scuole che avevano eliminato Omero dal canone e se ne rallegravano, per chi volesse andare a controllare si rivelerebbe un’esagerazione: la docente era una sola, in una scuola superiore del Massachusetts, la quale da questa sparata aveva guadagnato il suo quarto d’ora di notorietà. Eppure, anche di questo fatto in Europa se ne era parlato (e se ne parla tuttora) come se fosse una decisione del governo federale. Questo non vuol dire che dagli Stati Uniti non stiano venendo delle pressioni, anche molto forti, a rivedere il nostro rapporto con l’antichità, soprattutto per quanto riguarda l’idea che all’antichità si debba tutta una serie di valori e – di conseguenza – non ci provenga anche la richiesta di ripensare profondamente come e perché studiamo le lettere classiche. Semplicemente, però, il discorso è molto più complesso e – per valutarlo attentamente – è necessario comprendere questo movimento per ciò che è, non per quello che ci viene raccontato.
Lo studio del mondo antico si ritiene che si sia inchinato all’idea che i valori della società bianca occidentale siano superiori agli altri. E’ la pretesa d’una diffusione forzata il primo limite che incontrano gli studi inerenti l’antichità?
In realtà, negli Stati Uniti dello strapotere dell’istruzione privata non c’è pericolo di diffusione forzata, anzi, talvolta è proprio quello il problema: essendo il latino e il greco studiati in modo pressoché esclusivo nelle scuole d’élite, la loro conoscenza diventa una sorta di pedigree che attesta l’appartenenza ad un certo ceto sociale. A livello più generale, però, negli Stati Uniti più che i contenuti delle discipline classiche – ovvero autori e testi – sono sotto accusa le ragioni per cui questi autori e testi dovrebbero essere studiati. L’idea che l’antichità greco-romana vada studiata a) come un blocco monolitico e b) perché ritenuta fondativa di tutta una serie di valori legati alla cosiddetta civiltà occidentale, ad oggi da molte voci è ritenuta inaccettabile. Innanzitutto – dicono i riformatori – lo stesso concetto di «civiltà occidentale» andrebbe rifiutato in quanto fittizio e pericoloso: i cosiddetti «valori occidentali» – dicono – nei secoli sono stati lo strumento di oppressione di popoli, la cui conquista, sottomissione e sterminio è stata fatta passare come «civilizzazione». In altre parole, le lettere classiche non devono (più?) essere la disciplina che serve ad inculcare nelle menti dei giovani l’idea di una supremazia bianca ed europea. Quindi, cancelliamo tutto? No, rispondono: demoliamo la disciplina. Nel libro si spiega cosa si intende con questa espressione e no, le spugne non c’entrano poi così tanto.
E’ un dato inoppugnabile che le minoranze negli studi classici siano fortemente sottorappresentate. Un ulteriore limite reputa che risieda nella demografia?
Sì, la demografia sarà il vero problema in futuro. In altre parole: le battaglie di chi vuole cambiare nel profondo il modo con cui studiamo l’antico, se non verranno gestite con intelligenza, rischieranno di essere il fuoco amico sotto cui queste discipline (e più in generale gli studi umanistici) cadranno definitivamente, relegate allo spazio dell’hobby o riservate a chi non ha bisogno di trasformare la propria istruzione in un mestiere. Il dibattito sulla decolonizzazione degli studi classici, infatti, non può prescindere dal contesto socio-economico in cui ci troviamo a vivere, in cui il ruolo riservato alle discipline umanistiche conosce una contrazione importante e dove c’è una forte spinta a indirizzare gli studenti verso facoltà scientifiche, spaventandoli con lo spauracchio della disoccupazione o delle “patatine da friggere” che li attenderebbero il giorno dopo la laurea in Filosofia, per dire. Per queste ragioni, il dibattito va gestito senza indulgere nell’illusione che la decolonizzazione si risolverà nella destrutturazione del canone e nel ribaltamento demografico degli antichisti di professione, con messa ai margini del bianco a favore di esponenti delle minoranze, come si augurano i riformatori. Questo, forse, avverrà solo in alcuni atenei statunitensi di élite, che continueranno ad avere le risorse economiche per trasformarsi. Altrove, invece, lo smantellamento delle discipline umanistiche è probabile che non porterà tanto alla creazione di nuove Humanities, ma alla sostanziale allocazione delle risorse economiche altrove. Pertanto, anche questa nuova generazione di antichisti diversi da quelli del passato, cioè meno maschi e meno bianchi, quale ruolo potranno avere nella società e nel mondo dell’istruzione, se questi studi verranno sempre più limitati?
La “cancel culture” ha messo nel mirino la lingua e la letteratura greca e la lingua e la letteratura latina. Il nemico risiede negli Stati Uniti d’America o più vicino di quanto si ipotizza?
Il nemico è vicino, molto più vicino di quel che pensiamo. Il nemico è – ad esempio – il nostro vicino di casa che, da un lato, si scandalizza perché “gli americani vogliono cancellare gli antichi romani!!!” ma che dopo questa esplosione sui social torna nel mondo reale e, chiacchierando con un amico, dice che se tornasse indietro, non farebbe studiare latino ai figli, perché “hanno solo perso tempo”, oppure è favorevole ad una drastica eliminazione delle ore di insegnamento di tutte quelle che ritiene “discipline inutili”. Il problema non è che lo faccia, ma che non si renda conto della contraddizione. Oggi il mondo dell’istruzione è Utilopoli, la città in cui vige la più stretta utilocrazia, il governo di ciò che è utile, un aggettivo con cui si intende ciò che è percepito come capace di generare denaro nel più breve tempo possibile. Chi non soddisfa questo requisito, non può essere cittadino di Utilopoli, ma viene cacciato, anzi: cancellato. Ecco, questa è la vera cancel culture di cui dobbiamo avere paura.
Lei ricostituisce la disputa in corso negli Stati Uniti nonchè in Europa. Tale querelle è stata riportata erroneamente dai media. Perché mai?
Ogni forma di comunicazione ha le proprie regole: quella sui social si basa sull’ interazione, buona o cattiva. Mille commenti sdegnati o mille entusiasti hanno esattamente lo stesso valore, è come chiedere se pesi di più un chilogrammo di piume o uno di piombo. Il male assoluto, sui social, è l’indifferenza. In questo senso, è facile capire che un titolo come “Follia woke in America! L’università americana elimina il dipartimento di lettere classiche perché razzista” è molto più efficace rispetto a “A seguito di spending review, l’università di Howard chiude il dipartimento di Lettere Classiche in quanto economicamente non sostenibile”. Questo meccanismo deve essere sempre tenuto a mente per evitare di cadere nelle trappole di chi vuole suscitare la nostra indignazione del giorno per monetizzarla. Qualcuno, poi, direbbe che ci sono anche ragioni più profonde, ovvero che si tenda a urlare molto facilmente alla cancel culture, etichetta che ha un senso spregiativo, per screditare a scatola chiusa le istanze di chi richiede – in modo complesso e articolato – una revisione del nostro rapporto con il passato, anche ponendoci domande scomode. Nel libro ricostruisco il dibattito in corso negli atenei statunitensi e lo faccio proprio perché credo che sia importante capire quali siano le reali richieste dei riformatori dei classici. E attenzione, il libro non ci fa tirare un sospiro di sollievo. Non ci fa dire: ah, è stato un telefono senza fili, non è vero che gli americani vogliono cancellare i classici, possiamo dormire sereni. Neppure è vero che gli americani, soprattutto i professionisti della disciplina, ignorano il fatto che i Romani non possono essere giudicati con le categorie della contemporaneità ed è quindi importante che noi andiamo a spiegarglielo, come se un cattedratico di Princeton avesse bisogno della lezioncina sull’Editto di Caracalla. Questo, forse, è razzista e paternalista, se vogliamo essere onesti. Il cattedratico statunitense, invece, conosce molto bene l’editto di Caracalla e infatti il nucleo del dibattito – quello vero, quello che si consuma nelle sedi professionali – è ovviamente distante dal processo a Greci e Romani per razzismo e misognia, ma riguarda una serie di aspetti legati alla disciplina, al suo ruolo e all’identità storica dei suoi professionisti. E, ripeto, conoscere questo dibattito non porta ad una rassicurazione: le istanze di cambiamento sono tante e radicali e, se dovessero tutte trovare accoglimento, rivoluzioneranno che cosa sia e per chi sia lo studio dell’antichità greco-romana. Di fronte a queste proposte, l’Europa, l’Italia, ciascuno di noi – professionista del settore o amatore – ha pieno diritto di prendere una posizione, favorevole o contraria. Abbiamo però lo stesso pieno diritto di essere informati in maniera corretta.
Alice Borgna è professore associato di Lingua e Letteratura latina all’Università del Piemonte Orientale, dove si occupa prevalentemente di prosa storico-politica, Digital Humanities e della democratizzazione degli studi classici. All’attivo ha due monografie e decine di articoli e saggi.
Vse’ bor’ba (‘tutto lotta’): così Tolstoj a proposito di Dostoevskij. Professoressa Nocera, ci aiuta a comprendere questa asserzione?
Questa espressione è molto vicina a ciò che Bachtin definì “la polifonia della parola dostoevskiana”. In opposizione al punto di vista “olimpico” di Tolstoj, come lo definì Steiner, il mondo dei personaggi dostoevskiani appare come perennemente in rivolta, sia contro il mondo che contro sé stessi. Le vite dei grandi personaggi sono dilemmatiche senza diventare per questo “cerebrali”, intellettualistiche. Loro stessi incarnano i paradossi che propugnano come idee di vita. L’uomo del sottosuolo ha un’intelligenza ipertrofica, ma è il suo fegato a dolergli, cioè è tutto l’essere a trovarsi perennemente in rivolta, ontologicamente, fisiologicamente. Ecco perché Dostoevskij fu maestro di Camus.
“Raskol’nikov scrive un articolo a sfondo ideologico per un settimanale, Stavrogin una confessione privata e Ivan Karamazov si dedica alla stesura del poema del Grande Inquisitore” Lei definisce il metodo di scrittura di Dostoevskij “multiplanare”. Si può cogliere un montaggio dei materiali, un’organizzazione tematica negli scritti dostoevskijani?
Certamente, Dostoevskij attinge da molteplici spazi i materiali che assembla e poi monta. In questo cammino, spesso la materia è indomabile, e accade, come per l’elaborazione dell’idea dell’ “uomo assolutamente bello”, il prekrasny chelovek, cioè l’idea dell’uomo che rimanda a Cristo, che il cimento appaia troppo ardimentoso e lo stesso Dostoevskij sente di giocare a scacchi con la parola. Le trame spesso sono molto dense, talvolta ridondanti di particolari e di sfalsamenti temporali. Tuttavia, l’abilità di Dostoevskij si manifesta in due aspetti salienti: sapere condensare questa immensa mole in un insieme coerente che ruota attorno a un’idea principale, (ma non dominante e monologica); armonizzare con sapienza elementi eterogenei come i resoconti giudiziari, gli aneddoti, le incursioni sul presente, gli inserti pubblicistici- di vaia natura. A ciò si aggiunga l’uso delloskaz tipo di esposizione letteraria che mima la viva narrazione d’un testimone o partecipe del fatto, solitamente contadino o uomo del popolo, che conferisce al discorso vivacità e diversifica continuamente il punto di vista. L’architettura complessiva dei testi dostoevskiani è poi impostata su una circolarità precisa: temi e personaggi si ripetono, si riproducono addirittura sotto mutate vesti: un esempio su tutti è la ripresa delle parole dell’uomo del sottosuolo da parte del Grande inquisitore nel romanzo testamento I fratelli Karamazov, Il richiamo intertestuale, così come la creazione di veri e propri personaggi doppi, che sono l’uno l’anticipazione artistica dell’altro, o una variazione, determinano una rete di interconnessioni tematiche, concettuali, che si coglie solo a una lettura profonda del testo.
La sua è una meticolosa ed affascinante ricostruzione filologica delle tappe fondamentali che conducono Dostoevskij al poema del “Grande Inquisitore”. Genio letterario o esito di un percorso impervio?
Non credo che Dostoevskij ammetterebbe di essere quel genio letterario che tutti gli riconosciamo senza remore. Ammetteva di essere “deboluccio” in filosofia ed era continuamente in crisi perché talvolta la realizzazione di un’idea non onorava il progetto iniziale. Non si tratta di venerazione, intendo dire che la scrittura di Dostoevskij è talmente “necessaria” che non si può non riconoscergli, tra i giganti della letteratura, il merito di avere conficcato nel terreno russo una pietra miliare. Come disse Bulgakov, “Dostoevskij è immortale” e se Fëdor disse che discendiamo tutti dal cappotto di Gogol’, mi permetto di aggiungere che l’uomo della letteratura novecentesca nasce con l’uomo del sottosuolo. La vita e l’arte sono l’uno il rispecchiamento dell’altro, non si possono scindere i piani. Quando Myškin parla degli ultimi giorni di un condannato a morte, è Dostoevskij che ricorda quando in piazza Semënovna un plotone d’esecuzione gli si parò davanti con la promessa di una morte imminente. Tutto quello che conduce al grande inquisitore è una profonda riflessione sul tema della libertà, quella originaria, ontologica che trascende i fatti storici e le chiese, politiche e clericali che pure hanno un ruolo fondamentale perché degradano i grandi concetti a formule a promesse di felicità terrena e transeunte. La libertas maior al prezzo della libertas minor, si potrebbe dire in una sintetica formula. Se si tratta di un cammino impervio, lo è in questo senso, di configurare il problema della libertà, della fede, nella teodicea e (antropodicea) dostoevskiana all’interno del paradigma del paradosso permanente.
“Chi è stato mai, se non Iljušečka, questo buon ragazzo che a noi sarò caro in eterno? Non dimentichiamolo, dunque, perpetuo e soave sia il suo ricordo nei nostri cuori, d’oggi in poi e in eterno” Qual è il lascito dostoevskijano?
Iljušečka è l’archetipo del bambino sofferente in Dostoevskij, e la sua vicenda è posta a suggello del romanzo I fratelli Karamazov. Un bambino che ha patito la sofferenza di vedere umiliato il padre, che è morto strappato alla vita prematuramente senza conoscere il mondo. Attorno alla sua tomba sono riuniti i bambini della comunità, il fratello Alësa pronuncia un discorso accorato, suggellato dall’ “Urra karamazov” di speranza e rinnovamento. La sofferenza innocente è la chiave di lettura dell’impianto filosofico del romanzo ed è l’argomento cardine della professione di ateismo di Ivan Karamazov. Al contempo, il mondo dell’infanzia è stato per Dostoevskij un’occasione per postulare un cambiamento e una possibilità di salvezza terrena e oltremondana. Il richiamo ai bambini salvifici è pregnante in tutta la produzione degli scritti, diari e taccuini inclusi. Il bambino è avulso dal sistema colpa- espiazione, per questo motivo è inconcepibile la solidarietà nel peccato con i bambini. Il messaggio finale dei Karamazov – e qui rispondo alla sua domanda – è da leggere nel prisma della “trasposizione d’amore”, formula che Dostoevskij adopera nei taccuini e che include la trasposizione del dolore, della sofferenza in una forma di umanità rinnovata e capax amoris. È certo una prospettiva resurrezionista, ma sicuramente vede nei bambini, come dice Dostoevskij nei taccuini preparatori, la generazione dell’avvenire
Professoressa Nocera, lei ha curato per “Filosofia in movimento”, in occasione del bicentenario della nascita di Dostoevskij, il progetto “L’altro Dostoevskij” e da anni spende il suo tempo nello studio dell’autore russo. Perché? A quale richiamo risponde?
Rispondo a un’unica urgenza, che poi è anche il nucleo stesso della ricerca che conduco in ambito di critica letteraria, cercare di sondare quel mistero infinito che è l’uomo, che sono io che è lei, che siamo tutti noi. Un’esigenza che lo stesso Fëdor Dostoevskij confessa in un’accorata lettera al fratello Michajl. La mia ricerca è contemporaneamente studio, passione e indagine esistenziale. Un richiamo cui non mi posso sottrarre e che cova come fuoco inestinguibile. Ci sono poi motivazioni che riguardano la diffusione e la divulgazione dei romanzi dostoevskiani e di tutto quello che ruota attorno a Dostoevskij, come è accaduto nell’evento da me curato, che lei cita, di incontro e dibattito tra decine di studiosi, slavisti, filosofi, letterati e scrittori. Un’occasione unica, protrattasi per un anno che ci fa comprendere come l’ultima parola sui grandi temi della letteratura, non è stata ancora pronunciata.
Antonina Nocera
Ha pubblicato una monografia dal titolo “Angeli sigillati. I Bambini e la sofferenza nell’opera di F.M. Dostoevskij (FrancoAngeli, 2010), i saggi “Metafisica del sottosuolo – Biologia della verità fra Sciascia e Dostoevskij” (Divergenze, 2020) e “AA.VV. Il poema del Grande Inquisitore: fra Teodicea e Modernità” (Castelvecchi- 2022) oltre ad articoli di critica su riviste come Limina, Antinomie, Kaiak-A philosophical Journey, Il Maradagàl, Kainos. Per la narrativa ha pubblicato vari racconti in antologie (Ex -libris, Perrone editore, Ed. della sera, NEO edizioni, Il Maradagal, Arcana). Gestisce il blog letterario Bibliovorax (www.bibliovorax.it), è membro di Filosofia in Movimento ed è direttrice di collana per Augeo- quaderno di scienze umane- (Divergenze).
La solitudine è un male sottile che si è insinuato dentro di noi ed ha permeato ciascun aspetto della nostra società. È l’anziana signora giapponese che si fa arrestare così da trovare in carcere una forma di comunità? Credo che l’invecchiamento dia alla solitudine un’accezione negativa, le persone anziane, e sole, si trovano ad affrontare problematiche che nell’età verde sono superabili, a volte persino benefiche. Così, anche il più solitario scopre, da vecchio, una fragilità inedita, che causa sofferenza, isolamento, difficoltà a gestire gli aspetti burocratici della vita, oltre che la salute. Ci si può sentire soli a qualunque età ma è una condizione che mostra, come nel caso della signora giapponese, le sue derive malinconiche, o addirittura tragiche, soprattutto da anziani.
Pavese, Schopenhauer, Ovidio, Gianni Celati, Emily Dickinson, Cioran e Saramago affrontano il tema della solitudine. Qual è la sua accezione del termine? Avendo messo la scrittura al centro della mia vita sono costituzionalmente una persona solitaria, ho bisogno di spazi mentali e fisici dove accucciarmi come in una sorta di tana interiore. Penso che la solitudine sia necessaria per scrivere, ma non solo, e che sia importante imparare a farsela amica, è quel che comunemente definisce il nostro stare bene a prescindere da quante persone abbiamo intorno, dato che ci si può sentire soli anche in presenza di altri. Siamo tutti entità distinte e separate l’una dalle altre, ma viviamo di incontri, siamo miscellanee di incontri, esperienze, relazioni, affetti.
Tantissimi tra noi abitano anche un mondo “parallelo” ed incontrollato, quello dei social network. L’io che si nasconde dietro una maschera occulta la propria solitudine? Credo che mascherarsi dietro identità fittizie sia l’urlo solitario di una rabbia che esplode in modi inconsulti, una sorta di rivendicazione a essere visti, oltre alla codardia di un’invisibilità che concede nascondigli per poter giudicare gli altri senza esporsi. I social, per quanto io ne veda anche molti aspetti positivi, hanno ampliato, soprattutto nei più giovani, la tentazione di una vita schermata, indiretta, inodore, dove la distanza dall’altro si fa più massiccia, col rischio di perdere un contatto autentico con la realtà.
Per lei, Grazia, la solitudine è una “condizione fondante la vita umana” Perché nel XXI secolo lo è ancor di più? Perché penso che non sia un male e che quindi non deve avere necessariamente una cura. E’ alla nostra base, non come un piedistallo ma come una radice che può fortificarci, se accettiamo che riguarda tutti gli esseri viventi, e che contraddistingue la nostra unicità. Poi c’è il coraggio di chiedere aiuto, quel momento in cui essere soli è drammatico, e in cui sentiamo il bisogno di appoggiarci, di condividere, di tendere una mano o cercare attenzione. Dovremmo coabitare in un mondo dove la solitudine non è un difetto, o una vergogna, o un handicap, ma una condizione universale che è anche un nastro di partenza. Nella società di oggi, l’egoismo è molto forte, si bada a sé, ci si barcamena, e quindi il “senso degli altri” viene meno. Si è poco disposti a buttare un occhio nelle altrui esistenze o disperazioni, ci si incasella in appartamenti poco solidali, che diventano rumorose prigioni di convivenze coatte. Non sappiamo più fare comunità, isolandoci nei nostri piccoli nuclei famigliari.
Animale sociale per definizione, l’uomo anche in condizione di solitudine è coinvolto sempre in un intimo dialogo con gli altri. Ne consegue che la solitudine più che alla socialità è opposta alla socievolezza? Personalmente, essendo un tipo poco mondano, da solitaria doc ammetto di cercare una socialità solo quando ne sento il bisogno, e potere scegliere fa la differenza. E’ quando non sei nella condizione di poter scegliere che nasce il problema. Una persona anziana sola non dovrebbe mai ritrovarsi deprivata di una comunità che la sostenga, non dovrebbero esserci casi di cronaca in cui un vecchio viene ritrovato in casa morto dopo mesi, o vittima predestinata di truffe. Una società che non tutela i suoi soggetti più fragili non può dirsi riuscita.
Grazia Verasani Ha iniziato a scrivere incentivata da Gianni Celati, Roberto Roversi, Tonino Guerra e Stefano Benni. Dal suo noir d’esordio Quo vadis baby? (Mondadori 2004) il regista premio oscar Gabriele Salvatores ha tratto l’omonimo film e prodotto la serie tv Sky. Sono seguiti libri di successo per Feltrinelli, Giunti, La Nave di Teseo e Marsilio, che ha pubblicato Come la pioggia sul cellofan (2020) e Non ho molto tempo (2021, memoir dedicato all’amico Ezio Bosso). Tra le opere teatrali segnaliamo From Medea-Maternity Blues (Sironi, film nel 2012 per la regia di Fabrizio Cattani, presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia, premio per la miglior sceneggiatura al BIF festival, Nastro d’argento e due Globi d’oro) e tra le collaborazioni TV la sceneggiatura della docufiction Amati Fantasmi (Rai5, 2021).
Dante, accanto alle parole, non esita ad usare parolacce come “merda” e “puttana” che hanno una precisa fonte nella Bibbia. Accanto alle parolacce dell’Autore, poi, si aggiungono le parolacce dei copisti. Dove risiede, a suo giudizio, la ragione politica di tale, lontana nel tempo, scelta lessicale?
Nei miei studi liceali ho amato molto Dante Alighieri e la Divina Commedia. Contrariamente alle tendenze della critica che ritiene il Paradiso la cantica meno importante, io la trovo la migliore di tutte, forse per il trionfo di bellezza e serenità che riesce a esprimere. Ovviamente le parolacce si trovano invece nell’Inferno e nel Purgatorio, dove danno un contributo sia nell’esprimere sensazioni di disgusto per le pene inflitte ai peccatori, sia nel mettere alla berlina e denigrare personaggi conosciuti dal Poeta e ritenuti da lui spregevoli. In alcuni casi si tratta di autentici nemici politici. C’è però da chiedersi se all’epoca esistesse davvero il concetto di parolaccia così come lo intendiamo attualmente. Fin da piccoli ci viene insegnato che certe parole sono proibite, che in teoria non dovrebbero essere pronunciate. In questo modo il nostro cervello fa una separazione ben netta tra le parole comuni e le parolacce, separazione che rimane in noi per tutta la vita, almeno per quei vocaboli che hanno una vera vocazione all’essere considerati scurrili, in parte dovuta all’aggressività del loro suono. Ai tempi di Dante forse quelle che noi chiamiamo parolacce erano solo parole aggressive o dispregiative, ma senza quel carattere di licenziosità di cui sono impregnate secondo l’immaginario collettivo del nostro tempo, nonostante siano più che mai usate.
Si reputa che colui che è capace d’esprimersi non ha necessità di appellarsi alla violenza: vige una cesura netta tra linguaggio e violenza?
Direi di no. Nel linguaggio si può esprimere violenza, insultare, essere offensivi anche senza usare scurrilità; questo può avvenire anche ad opera di chi si sa esprimere in modo impeccabile. D’altra parte spesso si usano le parolacce senza intenzione di offendere. La parolaccia però ha di per sé una violenza intrinseca che va a volte al di là delle intenzioni di chi la usa, ma sovente asseconda un’aggressività subdola, cosciente o inconscia. Altra cosa da dire è che coloro che difendono il turpiloquio sostengono che insultarsi anche con l’uso di vocaboli triviali allontani la possibilità di uno scontro fisico; in realtà è facilmente dimostrabile che succeda spesso il contrario: insultarsi con l’uso di parolacce può accendere gli animi e dalle parole si può passare ai fatti.
I Latini chiamavano il pene “mentula” e la vagina “cunnus”; nel Kāma Sūtra i genitali erano chiamati “lo stelo di giada” e “la porta di giada”. Ebbene, quali sono le ragioni per la quali molte parolacce sono legate alla sessualità?
Nel mio libro in effetti parlo di come erano chiamati gli organi genitali dai Latini e nel Kama Sutra. In entrambi i casi non si tratta certo di espressioni aggressive. In particolare “mentula” era un termine popolare, che la gente scriveva a volte sui muri all’interno di frasi dal carattere goliardico; il suo suono è indubbiamente rotondo, piuttosto armonioso, ben lontano dalla parolaccia più usata oggi per riferirsi al pene. Le espressioni usate nel Kama Sutra sono addirittura poetiche, elogiative, direi oniriche. Credo che tutto ciò sia collegato ad una visione positiva e naturale del sesso sia della cultura dell’antica Roma sia di quella indiana dell’epoca in cui fu scritto il Kama Sutra. Il punto è proprio questo: le parolacce legate alla sessualità esistono perché, nonostante la rivoluzione sessuale sessantottina, ancora oggi abbiamo dentro di noi una visione sporca della sessualità o perlomeno ambigua. I vocaboli scurrili di argomento sessuale si sono selezionati nel tempo come reazione a periodi di repressione sessuale che il mondo occidentale ha vissuto: hanno un suono aggressivo e spigoloso proprio per questo, cioè perché da un lato rappresentano un atto di ribellione ma dall’altro si portano dietro proprio quella negatività della visione del sesso da cui vorrebbero farci fuggire. Perciò, finché esisteranno parole aggressive riguardanti la sfera sessuale, l’essere umano occidentale non riuscirà a vivere nel modo più naturale e quindi più felice possibile la sessualità. Ogni volta che pronunciamo una parolaccia di argomento sessuale, senza rendercene conto diciamo a noi stessi che il sesso è una cosa sporca, confermando quella visione negativa del sesso che si è sedimentata nel nostro inconscio in secoli e secoli di repressione.
Quali sono le attuali possibili derive autoritarie del nesso linguaggio violenza?
Non credo si possano fare delle previsioni di carattere politico, ma non esiste solo il potere che viene dall’alto: esiste anche un potere laterale, strisciante, operato da chi ci sta attorno. Partiamo da un dato di fatto: spesso i regimi autoritari reprimono il linguaggio scurrile, per cui è facile che un atteggiamento di disapprovazione del turpiloquio venga interpretato come reazionario. Ciò avviene perché in realtà non si è mai riflettuto profondamente su cosa siano le parolacce. Esse si possono collegare alle condizioni di miseria e frustrazione del popolo vissute nei secoli scorsi: la scurrilità in questo modo viene giustificata e quasi sbandierata dalle sinistre come un baluardo di libertà. I tempi però sono cambiati e il turpiloquio non ha più questo tipo di giustificazione: si è borghesizzato ed è usato da figli e figlie di papà come da persone di alto livello culturale, che finiscono per superare in scurrilità i mitici scaricatori di porto. A questo punto la parolaccia diventa strumento di affermazione degli arroganti. Nell’adolescenza e oggigiorno anche nella preadolescenza ci sono alcuni capibranco non ben identificabili che per primi si accorgono di una sorta di prestigio data dall’uso di termini triviali; si tratta di uno scudo: usare parolacce per sembrare forti. Questi capibranco dettano legge e tutti gli altri si devono adeguare adottando il turpiloquio anche sulla spinta dell’equivoco secondo cui se usi le parolacce significa che non sei più bambino. Ragazze e ragazzi si illudono così di fare una scelta, ma in realtà subiscono un’imposizione: l’obbligo della scurrilità verbale, cosa che li immerge in un’atmosfera continua di aggressività, con effetti deleteri. Per adattarsi a ciò ci si spersonalizza, si diventi un po’ tutti uguali, ci si desensibilizza e di conseguenza si perde una parte della propria bellezza interiore, il che va ad accrescere il senso di disagio tipico di quell’età. Il turpiloquio porta altresì nelle menti degli individui una confusione di valori che in qualche modo rimane anche nell’età adulta. Come si può ad esempio pensare che sia priva di conseguenze l’aberrante sineddoche tanto in voga attualmente con la quale le parole “donna” o “ragazza” vengono sostituite dal termine scurrile indicante la vagina?
Lei ripercorre la “quotidianità linguistica”: abitudini, consuetudini, situazioni in cui tutti possono identificarsi, aprendo una riflessione sulla libertà che conferisce un uso pregno e consapevole della lingua. La Parola possiede un potere civico?
Ci sono studi linguistici che mettono in relazione la madre lingua con la visione del mondo e della vita da parte delle persone. Essere italiani, anziché francesi o cinesi porta a modellare le menti in maniera diversa in quanto ogni idioma poggia l’attenzione su determinati aspetti della vita. Le parole e il modo in cui esse sono usate sono fattori determinanti nel mondo valoriale che ci portiamo dentro. Le parole possono essere portatrici e custodi di valori, ma possono essere anche portatrici di disvalori: è il caso delle parolacce. Una svolta storica che porti ad un forte uso di termini scurrili all’interno della società, come è avvenuto a partire dalla fine anni 60, può avere effetti devastanti. E’ un errore ritenere che l’esplosione del turpiloquio sia da considerare espressione di autenticità e libertà; io credo che invece si tratti di un atteggiamento conformista: se non ti esprimi in modo scurrile non sei moderno, o sei fuori dal gruppo nel caso ad esempio degli adolescenti. Il linguaggio della normalità, del chiamare le cose con il loro nome porterebbe forti benefici alla società. Migliorerebbe il nostro mondo interiore; non avremmo l’atteggiamento schizoide del dover cambiare linguaggio a seconda dell’ambiente in cui ci troviamo; un genitore non si farebbe problemi quando parla coi propri figli perché la parolaccia sostanzialmente non esisterebbe più; così anche il rapporto tra la famiglia e l’esterno sarebbe più armonioso. Persino il passaggio da una stagione all’altra della vita risulterebbe più semplice, soprattutto il delicato passaggio attraverso l’adolescenza, che oggi viene considerato una sorta di tunnel. Bisognerebbe invece fare in modo che quest’età fosse vissuta nel modo più sereno possibile. In questo modo avremmo anche degli adulti meno nevrotici e tutta la società ne beneficerebbe.
Mario Cottarelli si è laureato in Scienze Biologiche all’università di Pavia nel 1982. Dal 1983 ha lavorato al quotidiano cremonese La Provincia, dove ha eserc itato soprattutto la mansione di correttore di bozze e successivamente ha svolto il compito di archivista e impiegato. Parallelamente si è dedicato alla musica, essendo pluristrumentista e compositore: negli anni 80 periodo in cui ha avuto collaborazioni con Claudio Simonetti e Ivana Spagna alcune sue canzoni di genere dance sono state pubblica te, oltre che in Italia, in vari Paesi europei (tra cui Germania, Francia, Gran Bretagna) e in seguito si sono fatte conoscere nell’America latina. A partire dagl i anni 90 ha composto molti brani per orchestre da ballo e infine ha inciso da protagonista (nel 2007 e 2011) due Cd di genere progressive rock, che gli hanno procurato la menzione nel libro “Rock progressivo italiano 1980 2013” di Massimo Salari (ed. Arca na). Vive attualmente a Brescia. Con questa pubblicazione è alla sua prima esperienza letteraria.
Caio Giulio Cesare, militare, politico, console, dittatore, pontefice massimo, oratore e scrittore romano: qual è la sua statura politica e militare?
Giulio Cesare non fu soltanto un generale, il più grande che Roma ebbe, ma un uomo di Stato e un intellettuale. Non a caso la sua figura e la sua vicenda umana e politica non cessano di affascinare. Le sue idee, la sua visione erano assai più avanzate della classe dirigente del tempo, mediocre, miope ed egoista, ripiegata su se stessa perché preoccupata di difendere privilegi e interessi. L’aristocrazia senatoria dell’ultimo secolo repubblicano non era riuscita a raggiungere la consapevolezza di una Roma ormai dalla sostanza imperiale e pensava soltanto a perpetuare vecchie logiche ed equilibri già dissolti. Cesare, per esempio, aveva capito sino in fondo la necessità di allargare la base del consenso sociale estendendo la cittadinanza a popoli e comunità che sostenevano con uomini e risorse finanziarie l’espansionismo romano. Aggiungo un dato che sovente si tende a trascurare: Cesare fu il primo a concepire a Roma l’istituzione di una biblioteca pubblica. Chiamò un ex pompeiano, Marco Terenzio Varrone, il più illustre antiquario del tempo, ma le Idi di marzo interruppero il progetto (che poi fu ripreso da Augusto): anche solo questa idea ci dà la cifra di Cesare, della maturata consapevolezza del nesso tra politica, potere e cultura come strumento di costruzione del consenso, visione che verrà praticata largamente dal suo erede.
Cesare fece della capacità di ribaltare il tavolo in situazioni avverse la sua carta vincente. Può offrirci qualche esempio?
Cesare ebbe gravi momenti di difficoltà, a cominciare dal celeberrimo attraversamento del Rubicone. Il generale sapeva di avere contro la grande maggioranza del senato e soprattutto il più valente generale (almeno sino a quel momento), cioè Pompeo. Eppure, con determinazione, coraggio e una buona dose di fortuna prese quella decisione. A proposito del motto “alea iacta est”, è interessante la ricostruzione di Luca Fezzi, nel suo ultimo libro, che ci consegna una prospettiva diversa di quel Cesare: “il dado è tratto” è una volgarizzazione successiva dell’espressione pronunciata da Cesare in greco, e che molto probabilmente fu “alea iacta esto”, ossia “si getti il dado”, il che ci trasforma il Cesare arrogante e sprezzante sin qui tramandato in un Cesare, anche timoroso degli sviluppi incerti, ma non per questo meno determinato nel rischiare.
Quanto e cosa deve Roma a Caio Giulio Cesare?
Se Roma è diventata la capitale di quel grande impero, il più potente e longevo impero dell’antichità, un impero disteso lungo tre continenti (Europa, Africa e Asia), multietnico, all’insegna del pluralismo culturale, religioso, linguistico e normativo, lo deve molto anche a Cesare. La Storia non si interpreta con i “se”, ma l’idea di estendere il dominio a Oriente per consolidare il potere romano gli avrebbe dato ragione con lo spostamento del baricentro politico su questo scacchiere nei secoli della Tarda Antichità. Anche un fatto, apparentemente soltanto di carattere privato, la scelta testamentaria del proprio erede nel pronipote Ottaviano, il futuro princeps che, dopo le guerre civili, seppe assicurare una transizione morbida dalla vecchia res publica alla res publica imperiale, ne dimostra l’acutezza!
Fascino, spregiudicatezza, cultura, propulsività, acume intellettivo: perché Gaio Cassio, Marco e Decimo Bruto a colpi di pugnale posero fine alla sua vita?
I congiurati erano espressione di primo piano quella classe dirigente, guardavano con preoccupazione al costante rafforzamento politico di Cesare temendo il restringimento degli spazi politici per se stessi. Peraltro Cesare fu ucciso tre/quattro giorni prima della partenza per la missione orientale e forse, come scrive Cicerone, non sarebbe tornato vivo. Che bisogno c’era di quell’uccisione teatralizzata? Il fine dell’omicidio, secondo la propaganda dei congiurati, fu quello di salvare la repubblica da un disegno monarchico di Cesare (in realtà mai nutrito da quest’ultimo), e a cui, come ho provato a dimostrare, non credettero neppure gli storiografi antichi, che ne individuarono invece i moventi nella gelosia e nell’invidia. Se Cesare fosse riuscito in quella grandiosa impresa avrebbe assicurato a Roma il dominio delle terre conosciute tra i due oceani, come scrisse Nicola Damasceno, e avrebbe così oscurato persino la fama di Alessandro Magno, che in Occidente non mise mai piede. Con ciò non nego che Cesare accentrò un immenso potere su di sé, ma semplicemente che non intese mai trasformare la repubblica in una monarchia. Con buona pace dei congiurati e dei moderni aggrappati a una visione romantica antistorica.
Fonti archeologiche, letterarie e giuridiche. Il suo è un saggio dal sapore di narrazione. Quale metodo si è imposto di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?
Ammetto di essermi divertito facendo una scommessa con me se stesso, ossia provare ad abbandonare ermetismi specialistici e tipici di una certa letteratura accademica, cambiare registro e provare a interessare un pubblico più vasto, certo colto, ma più largo di curiosi attratti dalla storia. Una figura come Giulio Cesare poi ha agevolato l’impresa. In Italia manca ancora una tradizione di divulgazione storiografica, non giornalistica, fondata sul più assoluto rigore del metodo di indagine e di ricostruzione storiografica. Quanto all’impiego delle fonti, questo costituisce quasi un mio punto d’onore, onestà e trasparenza verso studenti e lettori: leggere tutto, ma sgombrare la mente da preconcetti, tesi preconfezionate e soprattutto insulse attualizzazioni. Perciò occorre disporre sul proprio tavolo tutti i documenti esistenti, non trascurarne nessuno, neppure quello, all’apparenza, più insignificante e assumere ogni angolo di visuale. Credo che il resto prima o poi verrà da sé.
Orazio Licandro, professore ordinario all’Università di Catania, insegna discipline antichistiche presso il dipartimento di Scienze Umanistiche, nonché presso la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici del medesimo ateneo. Insegna anche Epigrafia e Papirologia giuridica presso il Corso di Alta Formazione in Diritto Romano della Sapienza di Roma. Ha condotto ricerche a Monaco di Baviera e insegnato in diverse università anche estere. La sua variegata produzione (oltre 100 titoli) spazia dalla storia politica e del costituzionalismo antico alla storia del libro antico e alla tradizione del testo. Dirige con O. Diliberto, C. Giuffrida e M. Huang la rivista «Codex». Tra i suoi ultimi libri: Ius scriptum. Lineamenti di epigrafia e papirologia (2020) e Papirius Iustus. Libri XX de constitutionibus (2021). È stato parlamentare, consigliere e assessore comunale. È Visiting Professor presso la Law School of Zhongnan University of Economics and Law di Wuhan (Cina), in qualità di esperto di storia delle codificazioni.
«Sono passati circa duemilacinquecento anni da quando in Grecia si scrivevano bellissimi poemi. Ormai, a leggerli, sono quasi soltanto coloro che si specializzano in questo studio, ed è un peccato. Perché questi antichi poemi sono talmente umani da essere ancora molto vicini a noi e possono interessare tutti. Sarebbero persino molto più commoventi per quanti sanno che cosa significhi lottare e soffrire, piuttosto che per coloro che hanno trascorso la loro vita tra le quattro mura di una biblioteca.» Simone Weil
Professoressa, quali sono i motivi che hanno indotto Simone Weil a scrivere, nel 1936, tre inviti alla lettura di altrettante tragedie sofoclee: Antigone, Elettra e Filottete?
Sono testi destinati ad un giornale di fabbrica. Simone Weil credeva fermamente nella possibilità di educare gli operai e le operaie alla bellezza, e a questo fine riteneva che l’incontro con la poesia classica e con l’antica sapienza greca si sarebbe rivelata per loro una fonte straordinaria di idee e pensieri di libertà e di emancipazione dall’oppressione. La condizione operaia, connotata dalla subalternità e dalla schiavitù che obbligano questi esseri a un’esistenza infelice, può, secondo lei, essere contrastata solo con il sapere e la bellezza.
Antigone, Elettra e Filottete possono essere interpretate quali opere paradigmatiche della resistenza all’oppressione esercitata dal potere?
In particolare, questi tre poemi tragici rappresentano per Weil esempi archetipici del dissidio, del contrasto che giunge sino alla battaglia per la sopravvivenza tra l’individuo e il potere costituito, tra il singolo e la collettività, tra l’io e i più. Inoltre, poiché ella credeva fermamente nella potenza individuale (incarnata da Antigone) rispetto all’oppressione sociale (rappresentata da Creonte), vede nelle eroine e negli eroi tragici modelli esemplari di resistenza da offrire a chi rischia di soccombere alle forme di sopraffazione che la società esercita sui singoli, compresa la schiavitù del lavoro di fabbrica. Per lei la giustizia è una virtù soprannaturale che assai di rado prende corpo nell’apparato dei diritti e delle leggi.
Come si ribalta la prospettiva di un lavoro degradante consci che in fabbrica “si sperimenta, molto più che altrove, quell’avvilente annullamento della facoltà del pensiero che, proprio in virtù dell’equazione tra esseri umani ed essere pensanti, costituisce basilare esperienza di de-umanizzazione”?
Far conoscere Antigone o Elettra e le loro storie corrisponde per Weil alla possibilità di alimentare un pensiero, attitudine umana per eccellenza, che invece l’atmosfera della fabbrica – il suo frastuono, la sua velocità, i suoi ritmi alienanti, i gesti meccanici e ripetitivi –, inibisce completamente e annulla. Se la catena di montaggio abbruttisce gli esseri umani perché li induce a smettere di pensare, la conoscenza delle tragedie classiche opera esattamente in senso inverso: induce idee e pensieri che alimentano l’essenza stessa della natura umana con il fuoco della loro bellezza e con l’intensità dei valori che risvegliano.
Nell’introduzione lei dispone i testi in dialogo con lo stesso compito dell’essere filosofa per Weil. Ebbene, qual è il dovere di una filosofa rispetto al presente ed alla materialità?
Simone Weil è la filosofa della vita concreta, è una pensatrice appassionata di realtà, affamata di cose vere e presenti, “portatrice d’acqua”, cioè di significati importanti per l’esistenza. Si pensa spesso alla filosofia come l’ambito dell’astrazione, ma io condivido con Simone Weil l’idea che il compito principale della riflessione filosofica sia quello di avere presa sulla realtà, di impegnarsi a comprenderla, di prospettare i cambiamenti delle situazioni che invece di favorire la crescita umana producono umiliazione, violenza e inumanità. La filosofia è esercizio di comprensione e trasformazione, professo quella che Michel Foucault ha definito “ontologia del presente”.
Cosa significa l’atto del resistere, del non capitolare, sia parimenti nell’assoluta solitudine, prima ancora che il discorso divenga collettivo?
Oggi resistere è un atto necessario. Il momento che stiamo vivendo è tragico, la percezione della vulnerabilità e della fragilità dell’esistere è condivisa, ma non per questo meno drammatica. La pandemia mostra a tutti e a tutte che siamo interconnessi e interdipendenti. Ecco perché è difficile immaginare la resistenza come un atto esclusivamente individuale, anche se Weil ne difende tale valenza eroica, Arendt diceva che la disobbedienza civile è un atto individuale che ha valore collettivo, e questa è l’idea di resistenza che oggi occorre. Vale a dire, anche quando la percezione è quella di un agire individuale, il potere lo si contrasta soltanto con atti sociali, con alleanze tra persone diverse, con accordi plurali che si armonizzano per favorire il cambiamento. Il gesto forte della singola individualità deve accompagnarsi a movimenti di gruppi e collettività che perseguono l’obiettivo di un bene comune, di un miglioramento che riguardi la vita di tutti e tutte.
Francesca R. Recchia Luciani è docente di Filosofie contemporanee e saperi di genere presso l’Università di Bari Aldo Moro. Ha scritto saggi e monografie su Max Weber, Ludwig Wittgenstein, Peter Winch, Hannah Arendt, Primo Levi, Günther Anders, Simone Weil e il manuale (curato con A. Masi) su Saperi di genere. Dalla rivoluzione femminista all’emergere di nuove soggettività (2017). Dirige la collana della casa editrice il melangolo Xenos. Filosofia, fenomenologia e storia dell’alterità e co-dirige «Post-Filosofie. Rivista di pratiche filosofiche e di scienze umane». Responsabile della Linea d’azione sulle questioni di genere di UniBA, è coordinatrice del Centro Interdipartimentale di Studi sulle Culture di Genere CISCuG-UniBA e dirige il Festival delle Donne e dei Saperi di Genere, ambito di ricerca, approfondimento e disseminazione dei temi legati alle soggettività femminili e alle trasformazioni delle identità sessuali e di genere, giunto, con cadenza annuale, alla IX edizione (2020). Dopo aver curato la raccolta di saggi di Jean-Luc Nancy intitolata Del sesso (2016), ha di recente co-tradotto, introdotto e curato l’ultimo libro del filosofo strasburghese pubblicato in italiano Sessistenza (2019), oltre a saggi e interventi sulla violenza di genere. Coordina lo Short Master dell’Università di Bari su Teoria e didattica dei diritti delle differenze la cui III ed. si è svolta nell’A.A. 2018-19. Altro suo ambito prevalente di ricerca da vari anni è l’ermeneutica della Shoah che coltiva sia organizzando ogni anno il Corso di Storia e Didattica della Shoah presso l’Università di Bari, giunto già alla VIII edizione, sia attraverso varie pubblicazioni: ha tradotto e curato il libro di Joža Karas, La musica a Terezín 1941-1945 (2011); nel 2007 ha curato, con F. Fistetti, il volume collettaneo H. Arendt. Filosofia e totalitarismo; nel 2013, con L. Patruno, la raccolta di saggi Opporsi al negazionismo. Un dibattito necessario tra filosofi, giuristi e storici; nel 2014 e in nuova edizione nel 2015 ha pubblicato La Shoah spiegata ai ragazzi; nel 2016 ha curato con C. Vercelli il volume collettaneo Pop Shoah. Immaginari del genocidio ebraico. La sua ultima pubblicazione è Il racconto della Shoah per il XXI secolo. Testi, testimonianze, film, Progedit, 2020.
Sembra che l’Italia abbia assunto modi e maniere di un irresponsabile anfitrione di numerosi obbrobri offerti come artistici ed urbanistici, abdicando al suo ruolo di Maestra del bello e dimenticando di perseguire il principio dell’Alto. Può indicarci qualche esempio di abiezione? Qualche esempio sarebbe errato darlo, perché si rischierebbe di non citarne alcuni che appartengono ad un contesto che io chiamo DISAMBIENTALE. Sarebbe allora meglio ragionare su come ogni opera, chiamata d’arte, si integri con ciò che già c’è. Non è questa una legge universale, credo che per gli architetti del Rinascimento ridisegnare l’impianto medioevale di intere città (fra cui Firenze e Roma) non fu opera semplice. Rinnovare affonda nel principio di modernità, ma se per alcuni momenti della storia possiamo affermare sia stata corretta la Damnatio Memoriae per altri credo gli innovatori e nuovi talenti dovrebbero fare attenzione a ciò che già c’è. Il Novecento ci ha catapultato in faraonici trionfi dell’arte contemporanea, soprattutto quella del secondo Novecento. Le avanguardie, e tutta l’arte concettuale, oggi ha un valore di nicchia, poco perseguibile dalla critica comune, ma molto “inseguibile” da quel mercato a cui non interessa il bello in quanto concetto di una società pensante i valori, quanto una forte provocazione e denuncia a ciò che l’uomo non è stato in grado di mantenere. Tutte le forme del secondo novecento son servite più al commercio che ai musei, e sempre più servono a determinare quei nomi che nelle aste determinano il borsino dell’arte. Non li chiamerei obbrobi, certo è che le generazioni a venire dovranno essere capaci di dargli la corretta interpretazione, raggiungendo anche per loro un valore simbolico capace di fornire un senso all’esistenza, che non sia quello economico. Il Maestro del “bello, come dice lei, non è solo nel nostro più profondo Umanesimo. Si manifesta in diversi momenti della storia dell’arte (pensiamo a Caravaggio, ma anche a Modigliani, A Piero della Francesca, come a Mondrian) e tute le volte che questo accade è perché l’artista ha saputo interpretare con lo strumento a lui donato un messaggio che non ha tempo…ecco il valore del bello, l’assenza di spazio e di tempo!
Con un andamento dicotomico generalmente si contrappone Eterno e Contemporaneo: ravvede possibilità di sincretismo? Si perché, come ho detto sopra, il valore dell’uomo è assoluto. Un sincretismo evidente è, per esempio, l’opera pittorica del medioevo con la contemporaneità di Picasso. Esiste sincretismo laddove c’è osservazione del talento nel passato. Se osservo e colgo ciò che è stato fatto, ciò che è stato già comunicato, ciò che il genio ha saputo determinare, ecco che non posso che innovare quel linguaggio con strumenti nuovi, con visioni nuove, suggerendo che il valore costante nell’arte è la sopravvivenza del bello, del valore. Pochi giorni fa sono stato a visitare a Padova Giotto, ma soprattutto le sale del museo degli Eremitani. Non avevo mai notato quante Sacre Famiglie ci fossero all’interno, quante Madonne con il Bambino. Non si può che determinare che il valore del bello affonda in una ricerca costante di ciò che è la purezza, il valore estremo della sensualità, di un gesto profondo come è quello dell’allattamento di un bambino. Ecco che eterno e contemporaneo diventano idealmente due linee parallele che sovrapponendosi l’una all’altra determinano la continuità.
Lei assume che ciascuno di noi, di fronte ad un’opera pittorica, può accogliere indicazioni e suggestioni capaci di condurla in sé. Ebbene, come si può leggere “maieuticamente” un’opera d’arte? Già nella parola maieutica esiste il canale di comunicazione diretto al sé. Cerco di spiegarmi. Generare consapevolezza equivale a condurre dentro il proprio io dei messaggi che “agganciano” le nostre reti neuronali preposte all’emozione. Ciò che siamo è il frutto di una somma di esperienze, che abbiamo tracciato grazie al complesso mondo emozionale. Io credo che ogni artista, tutti, che abbiano celebrato il loro mondo interiore attraverso la raffigurazione, abbiano portato anche quelle informazioni profonde ed esistenziali. Cosa fa un astante nel momento in cui incontra quel messaggio? Se è propenso a portarlo nel suo sé lo aggancia. A volte accade che ci commoviamo per una poesia o anche un’immagine, siamo più calamitati da una tipologia di figure piuttosto che da altre. Facciamo scelte, decidiamo cosa mirare, anche quando entriamo in una sala e guardandoci attorno pensiamo che ciò che ci circonda non ci appartenga. Rimango sempre basito a fronte delle orde di persone a fronte della Gioconda. Oggi permettono di fare dei selfie. Oggi, per molti, riconoscersi in quell’immagine diventa un momento di alta complicità, sebbene le stesse non si rendano conto che attorno a quell’immagine sotto vetro ci sono capolavori straordinari (menomale, mi dico sempre, non soffrono di invidie o gelosie). L’opera d’arte, che non è il manufatto artistico, può essere letta solo maieuticamente, ma per far ciò è importante staccarsi dalla conoscenza empirica fornita da guide umane automatizzate o da audio guide su cui selezioniamo dei numeri. Staccarsi da questo modello di attenzione per entrare in un modello più sottile di contemplazione. Guardo, fisso, rilevo, mi stupisco, rimango ancora un po’, scruto, esploro e indago finché ad un tratto sento che quel lavoro di osservazione è arrivato. Allora si generano delle domande. A quelle domande, con le corrette risposte, io posso consegnare il principio di guarigione.
Da Giotto a Michelangelo, da Durer a Canova: dieci dieci opere per RI-educarsi al sentire. Qual è stato il criterio di selezione adottato? Come dice lei ho selezionato, ma sarebbe interessante in un secondo volume entrare più nel complesso mondo dell’arte contemporanea, soprattutto quella del secondo Novecento. La mia selezione è stata compiuta su quelle opere che per me hanno determinato quel principio di guarigione. Giorgione, Tiziano, Lotto, Michelangelo, sono stati negli anni dei miei studi universitari e post universitari, condottieri di una mia guarigione interiore. Sono stati delle medicine, soprattutto in funzione di una personalità fragile che si è ristrutturata grazie ai loro principi di comunicazione, che ho fatto miei, e che ho poi riportato nel mondo scolastico nel quale mi sono affermato. Ricordo che è stato cn questi principi legati al bello che ho potuto affrontare diversi momenti di alcuni miei studenti caduti neo baratro dei disturbi alimentari. Non so se sono stato chiaro. La forza di quelle opere ha generato un cambiamento perché nel loro sé, questi studenti, hanno iniziato a chiedersi.
Lei usa il termine “terapia”. Dinanzi ad un’opera d’arte l’osservatore da chi o cosa dovrebbe iniziare a guarire? Nella risposta sopra ho indicato una mia personale esperienza, da insegnate a studente. Se penso ad un osservatore “normale” messo davanti ad una qualsiasi opera che determini quel passaggio straordinario di comunicazione di un principio o di un valore, ecco che quello che son certo accada è che chi osserva subisce un cambiamento. IL cambiamento è interiore, non fosse altro che uscendo quell’osservatore diventa il narratore di ciò che ha sentito. Non c’è viaggio meraviglioso che non si realizzi nel racconto. Se si racconta il viaggio prende senso, al contrario rimane esperienza personale. Ecco che l’osservazione di un’opera che ci ha colpito determina quel viaggio, una scoperta continua, un passaggio anche nelle semplici espressioni dei personaggi che possono diventare fonte di informazione e ispirazione di cambiamento. I bambini fanno tanta meno fatica a fare questo. Il loro grado di osservazione abbatte ogni possibile diga andando anche oltre la percezione dell’artista. Guarire significa riagganciare quella parte infante (non vorrei rubare la parola fanciullino al sommo Poeta), eppure qualcosa di quella teoria la si può ritrovare anche in questo libro in cui si dichiara espressamente che nessuno è escluso da questa possibilità di dialogo Omeopatico. Nessuno, proprio perché il linguaggio contemplato dall’artista è universale. Chiaro l’opera non potrà guarire da espresse malattie del corpo, anche se, credo, e non sono certamente un medico, la guarigione più profonda possa avvenire nell’anima, in quella coscienza che sta proprio nel sentire e nella rieducazione a quel bello sul quale le nuove generazioni dovranno puntare.
Marcello Riccioni nasce come storico e critico d’arte, organizzatore di mostre ed eventi. Dal 1999 insegna arte e pubblica saggi d’arte e studi dedicati alla scuola. Allievo del Dott. Daniele Novara, da lui apprende e sviluppa il processo “maieutico” nella lettura di un’opera d’arte.
“Impius” ad Enea: è un errore di battitura? Perché adotta l’aggettivo antonimo dell’epiteto virgiliano?
Il titolo della mia ricerca è un po’ ad effetto: mira ad informare il lettore che, accanto al ritratto letterario del “pius” Aeneas ce n’è un altro, ampiamente testimoniato, che ce lo descrive in maniera opposta. Questo, beninteso, non significa affatto che gli autori che ce ne parlano credano davvero ad un Enea empio: vuol dire solo che ne erano informati. E’ la strada che prima di me hanno già seguito gran parte degli autori citati, e in particolare Omero, Virgilio, Dante. Sul piano letterario io sono con loro.
Livio, Orazio, Seneca, Tertulliano, Servio, Virgilio stesso; così come Dionigi d’Alicarnasso e Dione di Prusa narrano di un Enea traditore. Si tratta di fonti affatto secondarie doviziosamente presenti in un’appendice di testi originali in greco, in latino, in lingua d’oil ed in italiano arcaico. Perché nel tempo si è affermata la versione meno dissacrante del mito?
Virgilio e, sulle sue orme, Dante preferiscono non rinfocolare i contrasti con i sostenitori della tesi che Enea abbia effettivamente tradito. In età cesariana ed augustea gli avversari politici della gens Iulia sostennero energicamente la tesi che, come Cesare e Ottaviano, il loro mitico progenitore era un traditore; quando la repubblica fu definitivamente soppiantata dall’impero, la polemica naturalmente si sgonfiò.
Le terzine della Divina Commedia ricordano un Enea che con San Paolo è precursore ed esempio di Dante nel sovrumano impegno del viaggio oltremondano. La responsabilità diffamatoria è scaricata integralmente su Antenore, da cui desume il nome uno dei luoghi più truci dell’Inferno. Per quale motivo Dante finge di essere all’oscuro del coinvolgimento di Enea?
La sua domanda contiene già in nuce la risposta: Dante, come già Virgilio, e per quel che deduciamo Omero e il ciclo, è convinto della assoluta pietas dell’eroe. Ma non vuole attirare l’attenzione dei lettori sull’argomento, quindi quando incontra effettivamente Enea nel Limbo non gli rivolge nemmeno la parola, così come non parla affatto di Antenore quando cita l’Antenora. Lo fanno tanti dei commentatori contemporanei, rimproverando al poeta il suo silenzio sulla vicenda del tradimento: loro conoscevano bene, come Dante!, la versione di Ditti e Darete, Benoit de Sainte Maure, Guido delle Colonne e molti altri che fa di Enea e Antenore due complici.
Orazio nel “Carmen saeculare” narra di Enea sopravvissuto al suo popolo “senza inganno”. L’argomento “tradimento” non è sollevato per veto augusteo o per timore ossequiente ispirato da Virgilio?
A sollevare il dubbio sono appunto i sostenitori del tradimento di Enea, e Orazio replica loro che l’eroe “sine fraude”ha lasciato Troia per venire a fondare Roma: prova questa che le polemiche degli anticesariani e antiaugustei contro la gens Iulia erano ancora vivaci.
Se Enea non è un “insignem pietate virum”, mosso dalla “pietas”, qual è la sua “lezione” per l’uomo contemporaneo?
Sono poco proclive a pensare che da personaggi mitici e letterari ci si debba attendere “lezioni”, almeno quando l’autore non lo dica esplicitamente. Omero, Virgilio, Dante ci parlano positivamente di Enea, e mi sembra prudente essere della loro opinione. Ciò non toglie che le persone di cultura e soprattutto i docenti debbano sapere della doppia tradizione letteraria sul personaggio. Ma anche su Napoleone e Garibaldi, che sono personaggi storici, si dice tutto e il contrario di tutto. Per me Enea è diventato più affascinante dopo la mia ricerca, e il merito è di Virgilio e di Dante.
Francesco Chiappinelli scrive di sè Sono nato a Bovino, uno dei borghi più belli d’Italia, nel 1947. La mia famiglia era numerosa: otto maschi e una sorella! I nostri genitori ci hanno trasmesso l’amore per lo studio e una moralità aliena da formalismi e moralismi. Mi sono laureato in Lettere classiche nel 1969 e ho insegnato prima Italiano e Latino nei Licei Scientifici, poi per 25 anni Latino e Greco nei Licei Classici, prevalentemente al Vico di Napoli. Ho molti amici tra i miei ex alunni. Sono felicemente sposato, padre, e nonno di Mattia, che ha quattro anni.
PS. Le mie ricerche non si sono limitate all’IMPIUS AENEAS. Questi testi alternativi all’epica omerico-virgiliana mi hanno portato a pubblicare L’ALTRA ILIADE, L’ALTRA ODISSEA con la quale ho conseguito il secondo posto per giornalismo e critica al Mario Soldati 2012, e DANTE E L’ ALTRA ILIADE nel 2018.