Nel teatro di Pasolini, in particolare in Affabulazione e Calderón, il conflitto tra padri e figli assume una dimensione tragica e universale. In che modo, secondo lei, Pasolini trasforma un tema familiare in una chiave di lettura della società contemporanea?
Nel libro L’immedicabile disparità. Padri e figli nel teatro di Pasolini, appena uscito per l’editore romano Bordeaux, ho cercato di mettere in luce la presenza più o meno sotterranea di questa tematica in tutta l’opera di Pasolini, e in particolare nel suo teatro. Si tratta di un tema a noi familiare, certo, che Pasolini rielabora sulla scorta dei suoi studi sofoclei e della sua cultura di lettore onnivoro, ma di cui esplicita anche alcuni tratti particolari per adattarlo alla sua lettura del mondo a lui contemporaneo e utilizzarlo come strumento di scandaglio. Il conflitto fra generazioni che, lo ripeto, affiora abbastanza spesso in superficie, diventa così l’occasione per reinterpretare e delucidare meglio il tema dell’omologazione e del conformismo, una trappola per le giovani generazioni che nell’ottica pasoliniana serve alla borghesia per perpetuare il proprio potere nel tempo.
Pasolini sembra suggerire che tra le generazioni non vi sia una semplice opposizione di idee, ma una vera e propria spaccatura ontologica, “immedicabile”. È una condizione che riconosce anche nel nostro presente?
Il titolo del mio libro è tratto da una famosa lirica di Pasolini, raccolta in Poesia in forma di rosa. È una poesia del 1964, in cui risponde con grande sincerità e schiettezza alla richiesta di un incontro da parte di un giovane, concludendo appunto che tra generazioni così distante – anche se allora era appena quarantenne – non può mai esservi un dialogo completamente aperto e soddisfacente, perché troppe restano le cose sottaciute o non dicibili. Parla dunque già allora di “immedicabile disparità”, ma si noti che siamo ancora in anni precedenti alla contestazione giovanile, che avrebbe spinto Pasolini su posizioni ancor più radicali. Vale anche per noi oggi, questa spaccatura? Temo di sì, ma penso che possa esserci, nei casi migliori, anche una forma di dialogo più profonda, che si attua anche attraverso il riconoscimento e l’assunzione di modelli ed esempi comportamentali.
Le tragedie pasoliniane mostrano padri che non comprendono i figli e figli inadeguati ad accogliere i padri. Crede che tale scontro sia ancora un traslato efficace della crisi del dialogo fra individui ed istituzioni?
Qui, intanto, c’è una crisi che non investe solo le due generazioni, ma il concetto stesso di progresso, progresso che non avviene per caso o per volontà divina, ma solo se si è capaci di avvalersi della propria tradizione per superarla e andare avanti. Avvalersene significa però in primo luogo – come nella citazione goethiana che ricordo a un certo punto del libro – averne fatto tesoro, averla assorbita. Non basta ereditare passivamente, occorre semmai riconquistarsi il mondo con un preciso sforzo di volontà. Ed è questo anche l’unico atteggiamento, da parte dei figli, che può permettere di superare l’incomunicabilità. Atteggiamento al quale deve corrispondere, da parte dei padri, stavolta, uno sforzo di comprensione e d’identificazione.
In Affabulazione l’Ombra di Sofocle afferma che per ciascun padre il figlio non è un enigma, bensì un mistero. Come intende questa considerazione nel contesto della visione pasoliniana dell’uomo e dei suoi limiti conoscitivi?
Con questa affermazione, il personaggio dell’Ombra di Sofocle – che svolge una funzione analoga a quella del coro nella tragedia classica greca – intende dire, con un’allusione abbastanza chiara ai limiti della psicanalisi, in particolare freudiana, che non c’è modo di analizzare questa estraneità fra padri e figli in termini squisitamente psicoanalitici, o razionali, e che ci si deve quindi arrendere all’idea di un vero mistero, dai connotati quasi religiosi. Sulla religiosità di Pasolini ci sarebbe molto da dire, e qui non posso soffermarmi troppo su quest’aspetto, ma è chiaro che riemerge la fascinazione dell’irrazionale a cui Pasolini era sensibile.
Pasolini ha spesso rappresentato il padre quale simbolo del potere ed il figlio come figura dell’innocenza, del disordine o della purezza smarrita. Ritiene che questa opposizione conservi, oggi, la stessa potenza simbolica?
Questa dicotomia non mi sembra sempre così chiara. In contrasto anche con talune delle sue fonti di ispirazione, primo fra tutti il Calderón de La vita è sogno, Pasolini mira invece a scompaginare queste connotazioni un po’ troppo automatiche e prevedibili. Certo è che, nella sua visione generale, la generazione dei padri è riconducibile a una borghesia secolare, in grado di assorbire e incanalare qualunque forma di protesta; ma neanche quella dei figli denota spesso una particolare purezza, tanto che nei figli Pasolini ravvisa e denuncia invece gli stessi deprecabili modelli di comportamento dei padri. “Non ci sono figli innocenti”, scrive con chiarezza nelle Lettere luterane; perché la responsabilità individuale può essere fatta risalire e addebitata alle generazioni precedenti solo fino a un certo punto.
Il teatro di Pasolini non mira a sciogliere il conflitto, ma a porlo sulla scena, ad esporlo nella sua nudità. È possibile, secondo lei, che proprio nell’agnizione dell’inesorabilità del conflitto risieda la sua dimensione tragica e poetica?
Pasolini era contrario a qualunque forma di scrittura “a tesi”, fatta per illustrare e rafforzare una determinata teoria. Il suo teatro doveva innescare una serie di ragionamenti nella mente dello spettatore, senza che vi fosse una conclusione preordinata. La dimensione tragica, che coincide con quella poetica (tanto più che scriveva teatro in versi), è data non solo dall’inesorabilità di questo conflitto, ma anche da un’aporia intrinseca allo stesso mezzo espressivo prescelto. Quanto all’opposizione padre/figlio, ho cercato di dimostrare come essa attraversi, a mo’ di fiume carsico, un po’ tutta la sua opera, e come la si ritrovi non solo in Affabulazione e Calderón, dove è abbastanza esplicita, ma anche negli altri lavori teatrali e in generale in molte sue opere. Ma è certo che il teatro gli ha consentito, sia pur per un breve periodo, di oggettivare ed esprimere al meglio i fantasmi che lo agitavano.
Pasolini vedeva nella società dei consumi la “fine” dei padri ed, al contempo, la “fine” dei figli: un mondo pareggiato dove la disparità generazionale si cancella nella conformità. È un rischio che percepisce ancora nella nostra cultura?
Nella società dei consumi riscontrava certamente la fine di un certo modello di padre e di un certo modello di figlio: del padre non autoritario, ma autorevole, reso tale dall’esperienza, e del figlio capace di assorbire appunto l’esperienza del padre e di superarlo in positivo. Il livellamento dovuto alla società dei consumi, nella sua ottica, porta al tramonto di questi due modelli e a un’omogeneizzazione indifferenziata. Direi che in questi cinquant’anni la diagnosi pasoliniana si è rivelata abbastanza esatta, e che non si possa più parlare di rischio, ma di un’evidenza che è sotto gli occhi di tutti noi. In modi diversi, e con diverse sfumature, siamo tutti conformisti, e siamo diventati anche tutti più distaccati e cinici…
Pasolini, probabilmente, cercò nel teatro un “linguaggio” di verità, più diretto e “scomodo” rispetto al cinema o alla poesia. Quale funzione attribuisce, oggi, al teatro come luogo di scontro generazionale e di riflessione etica?
Nel teatro cercò sicuramente un linguaggio, direi, di “verità poetica”, a dire il vero forse più indiretto di altri, ma che, visto nell’ottica della sua inesauribile volontà di sperimentazione, doveva portare almeno a un rapporto immediato fra attore e spettatore. Gli interessava creare una terza via, tra il teatro borghese, che aveva definito “teatro della chiacchiera”, e quello d’avanguardia (per lui, il “teatro dell’urlo”); voleva dar vita a un teatro che fosse nuovamente incentrato sulla parola pronunciata, più che su altri elementi (la scenografia, le luci, il movimento, le musiche ecc.) che pure concorrono – e di questo era più che consapevole – all’azione scenica, al cosiddetto “testo spettacolare”. La sua è un’idea di teatro rimasta minoritaria, se non del tutto assente, dalle nostre scene; ed è un peccato, perché un suo sviluppo avrebbe potuto arricchire una forma di espressione che oggi per molte ragioni – prima fra tutte una certa disaffezione da parte di un pubblico sempre più incolto – rischia di scomparire.
Nelle sue tragedie, Pasolini fonde il linguaggio poetico con l’analisi sociologica e filosofica. Quanto ritiene che questa commistione sia ancora essenziale per parlare della relazione fra generazioni e potere?
Diciamo che nei momenti migliori questa fusione avviene e dà frutti, e in quelli peggiori, purtroppo, Pasolini si fa prendere la mano e carica troppo i suoi testi di significati a volte avulsi, che ne rendono difficile la messa in scena e l’allestimento, da un lato, e l’eventuale fruizione da parte dello spettatore, dall’altro. È evidente che, se parliamo di un tema come questo, alla base dev’esserci un forte interesse di tipo filosofico o sociologico, ed è quasi impossibile che tale interesse non emerga in qualche modo. Il dilemma che a volte Pasolini non ha saputo risolvere nei suoi testi riguarda appunto il grado di affioramento della sua analisi della società all’interno di un contesto che doveva restare in primo luogo letterario e poetico.
Se Pasolini, con le sue tragedie, ha tentato di dare voce ad un mondo che non riusciva più a comunicare con se stesso, quale insegnamento ci lascia oggi sulla possibilità o sull’impossibilità di un dialogo fra padri e figli, fra passato e futuro?
Io credo che, a cinquant’anni dalla sua morte, abbiamo potuto sperimentare il realizzarsi, ahinoi, di molte delle sue preoccupazioni. In questo senso l’ultimo Pasolini, quello contrassegnato da una “disperata vitalità”, è stato davvero profetico e ha saputo, più di altri, dare voce e corpo ai suoi moniti. Al tempo stesso, siamo oggi di fronte a problemi e circostanze che nemmeno un profeta avrebbe potuto immaginare, ed è con queste nuove situazioni che dobbiamo fare i conti. Uno dei suoi insegnamenti, che per me resta tuttora valido, è che si può crescere solo se si è consapevoli delle proprie tradizioni (anche quando non le si apprezzi particolarmente) e capaci di superarle dopo averne assorbito gli elementi positivi. È quello che Pasolini chiama “rapporto dialettico” fra le generazioni. Questo è fondamentale soprattutto quando si corra il rischio – com’è successo appunto a causa dell’omologazione che Pasolini (ma non solo lui) denunciava – di essere gradualmente depredati della propria identità, individuale e di classe.
Raoul Precht Nato a Roma nel 1960, è scrittore e traduttore. Dopo la laurea in lingue e letterature straniere moderne all’Università La Sapienza di Roma con una tesi su Calderón de la Barca, Hofmannsthal e Pasolini, si è trasferito per lavoro a Lussemburgo, dove vive. Ha pubblicato romanzi, raccolte di poesie, traduzioni e saggi su vari autori, fra i quali Cervantes, Calderón de la Barca, Quevedo, Hofmannsthal, Kafka, Sternheim, Sebastian, Voronca, S. Zweig, Cortázar, Pasolini e i poeti francesi e tedeschi della Prima guerra mondiale nonché su aspetti di teoria della traduzione. Alcuni racconti e poesie sono apparsi sulle riviste letterarie on-line “succedeoggi”, “Pseudolo” e “Zibaldoni”, con traduzioni in spagnolo sulla rivista “abril” e in francese nel blog dell’Università della Sorbona “Une autre poésie italienne”. Sue poesie sono state pubblicate anche dalla “Italian Poetry Review”. Ha collaborato con la RAI, quotidiani, riviste letterarie e d’arte, la Deutsche Grammophon Gesellschaft e l’Istituto di Studi Verdiani. Il suo romanzo Stefan Zweig. L’anno in cui tutto cambiò è stato finalista al Premio Giovanni Comisso 2022.






