In che misura l’idea dell’“album di famiglia” evocata nel libro può essere letta come una forma di contro-narrazione rispetto alla storiografia resistenziale canonica, spesso declinata al maschile e al militare?
Sappiamo che il percorso del racconto pubblico della partecipazione delle donne alla Resistenza non è stato facile né immediato dopo la Liberazione, anzi. Solo dagli anni ’60 e più ancora dagli anni ’70, si impone lo studio sul ruolo delle donne durante la lotta partigiana e la sanguinosa guerra civile italiana. Abbiamo pensato a questo libro come ad un “album di famiglia” dell’epoca fatto di scritture ed immagini, per rendere il valore di “storie minime”, comuni, ma fondamentali in quella che è stata l’organizzazione della lotta partigiana. Un riferimento ancora valido per noi oggi, donne e uomini, chiamati a fare delle scelte. Un lavoro di tessitura tra ricerche su testi e documenti e testimonianze dirette, tenuto insieme da fili comuni, nuove conoscenze, conferme. Una storia che è parte essenziale del Ponente ligure, non ancora raccontata, che va ben oltre la storiografia ufficiale.
Il testo sembra attribuire un valore conoscitivo alle “memorie familiari” e alle “testimonianze dirette” pari, se non superiore, a quello dei documenti ufficiali. In che modo questa scelta metodologica sovverte o amplia la nozione tradizionale di “documento storico”?
Per analizzare motivi e modi della presenza delle donne nella resistenza, le categorie tradizionali storiografiche e “ del fare politica “, pur necessarie ed importanti, non sono sufficienti, non esauriscono il senso di tale partecipazione, anzi spesso impoveriscono la qualità e la ricchezza della realtà complessa con cui le donne si sono dovute confrontare; limitano gli strumenti di analisi per leggere i meccanismi di identità e diversificazione con i compagni di lotta, di quella socializzazione del personale, allora tanto poco privato, ricordata in molte interviste.
Le fonti orali consentono non solo di dare voce a chi è stato ignorato dalla storia ufficiale, come le donne e il loro ruolo nella resistenza, ma contribuiscono a ridisegnare il contesto sociale e territoriale, in particolare per quelle classi sociali , come i contadini, assenti dalla “ Storia”
Le testimonianze orali, delle donne in particolare, consentono di approfondire motivazioni e dinamiche degli eventi, di catturare la complessità e la varietà delle esperienze umane in un particolare momento storico, contribuendo a costruire una storia più inclusiva.
In assenza di modelli storici o contemporanei cui richiamarsi per parlare di storia delle donne, per capire la novità e l’importanza dell’impegno , spesso minimizzato, è utile ridare la voce alle protagoniste. I “ documenti di memoria” , la ricostruzione del passato , sono tanto più utili quando legano insieme il pubblico e il privato, il personale ed il politico come per le donne che, nella lotta di liberazione hanno vissuto, per un breve periodo, una sorta di ricomposizione tra la loro vita privata ed il progetto collettivo per cui stavano lottando.
Le testimonianze dirette sono in primo luogo una raccolta di esperienze umane, ma diventano anche documenti storici in cui emergono nodi e interrogativi relativi ad un determinato periodo storico.
La presenza della figura di Dora Kellner, ebrea tedesca ed ex moglie di Walter Benjamin, introduce un’interessante intersezione tra esilio intellettuale europeo e Resistenza locale. Che ruolo gioca, in questo senso, la Villa Verde come “spazio liminale” tra privato e politico, tra fuga e rifugio?
In effetti la storia di Villa Verde e di Dora, con il suo ambiente intorno è antecedente di pochi anni alla guerra e poi alla Resistenza, ma rappresenta una forma di resilienza e di determinazione rare in quel difficile periodo di passaggio dal buio del nazifascismo all’orrore della guerra e per noi della guerra civile. Villa Verde nella Sanremo degli anni ’30, dal recente passato cosmopolita ed in un’atmosfera ancora rarefatta, diventa in particolare un “centro di accoglienza” di ebrei in transito e in fuga, una sosta protetta e accogliente nel tentativo di trovare rifugio negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Svizzera o nella vicina Francia o più lontano ancora. Una piccola comunità in esodo, dispersa e disperata, che cercò di fronteggiare la persecuzione spesso con stratagemmi illegali, in un contesto sempre più pericoloso. Drammi privati e storie politiche difficili insieme, situazione di cui l’ex marito Walter Benjamin (più volte accolto da Dora a Sanremo nel corso della sua “esistenza insicura”) rappresenta un classico esempio, prima del tormentato e drammatico epilogo del suicidio a Port Bou nel 1940.
Nel delineare il ruolo di staffette, ostetriche e infermiere, il libro sembra suggerire che la Resistenza non fu solo atto bellico ma anche cura, sostegno, tessitura di reti quotidiane. Può questa visione essere interpretata come una critica implicita al paradigma eroico-virile della lotta armata?
La Resistenza è nata e si è consolidata come rivolta politica e morale contro fascisti e nazisti. Le aggregazioni clandestine in città e nell’entroterra, l’organizzazione delle bande , i collegamenti, le risposte ai bisogni più elementari richiedevano un rapporto stretto con la popolazione civile.
Le donne, stragrande maggioranza di questa popolazione, furono le saldissime maglie della rete, rischiando come e più degli uomini. Perciò non di generico riconoscimento di “prezioso contributo” si deve parlare, ma di svolta nel giudizio storico: la resistenza stessa , con la sua organizzazione e le sue forme di lotta non si sarebbe potuta sviluppare senza questo stretto rapporto .
La resistenza fu non solo lotta armata, ma grande movimento di presa di coscienza politica e di ribellione, ed è proprio su questo terreno che va rivisto il paradigma eroico-virile, che va riletto nell’intreccio della complessità dei suoi diversi aspetti, di cui le donne sono parte rilevante.
Il diario della bambina a Ventimiglia consente uno sguardo infantile sulla guerra. Qual è il valore epistemologico e simbolico di uno sguardo “minore” e, per certi versi, estraneo al linguaggio adulto della memoria ufficiale?
Il “Diario di una bambina di Ventimiglia” ha il grande valore di offrirci un modo diverso di conoscere e di ricordare i terribili fatti della guerra subito dopo l’Armistizio, rappresenta la purezza e la vulnerabilità di una bambina in balia degli eventi che la sovrastano. Vedere il conflitto attraverso i suoi occhi, fa emergere la verità “nuda” e senza orpelli dei fatti, amplifica il dolore che la guerra porta con sé e lo fa in un modo discreto e asciutto, più efficace di tanti discorsi, di tanti racconti.
Ha un valore simbolico perché ci ricorda, ieri come oggi, che la guerra colpisce soprattutto le vite fragili e inermi dei più piccoli che con i loro sguardi semplici e impotenti spesso riescono a cogliere ciò che ai “grandi” sfugge. È una narrazione, questa, che parte dal “basso”, che si sottrae alla monumentalità della commemorazione ufficiale e recupera da un lato quella memoria quotidiana fatta di affetti e di cose semplici, mentre dall’altro gli occhi di un bambino sono la lente che amplifica il dolore e che fissa il ricordo.
Il libro accenna alla “Resistenza taciuta”. È possibile rintracciare nei silenzi e nelle omissioni del dopoguerra un preciso disegno culturale volto alla rimozione della soggettività femminile dall’immaginario resistenziale nazionale?
Come si diceva prima, per molto tempo, dall’immediato dopoguerra fino alla fine degli anni ‘70 è mancata una seria analisi di quella che fu la reale partecipazione delle donne alla guerra di liberazione; la storiografia ha trascurato e, a volte omesso, il ruolo delle donne .
Come dice Donatella Alfonso fu “ una lacuna non casuale “, che si iniziò a colmare proprio alla fine degli anni 70 grazie a contributi importanti quali l’avvio di percorsi di ricerca da parte delle regioni Piemonte, Toscana e Liguria, la pubblicazione di testimonianze e riflessioni di alcune protagoniste della Resistenza come Ada Gobetti e Renata Viganò, l’impegno di un gruppo di giovani storiche femministe che focalizzarono all’interno dell’analisi sul rapporto tra donne, movimenti e percorsi di autodeterminazione il ruolo svolto dalle donne nella resistenza.
La reale portata della resistenza delle donne che fu, insieme, presa di coscienza e partecipazione politica, ma anche battaglia contro i modelli fascisti e scoperta dei propri diritti come emerge dalle testimonianze dirette, consente di leggere con occhi diversi la partecipazione alla lotta. Non combatterono solo contro il fascismo ma anche e soprattutto contro disuguaglianza e ingiustizia. Contribuì alla rimozione della soggettività femminile dall’immaginario resistenziale anche la sottovalutazione che le donne stesse fecero delle proprie azioni, anche rifuggendo dal chiedere riconoscimenti ed onori, e il giudizio che altri diedero della loro partecipazione. Lo stesso divieto in molte parti d’ Italia, per le protagoniste della resistenza, di sfilare nei cortei della liberazione, motivato con la tutela delle donne partigiane e del movimento stesso, fa capire quale fosse il ruolo loro attribuito e quale il futuro immaginato.
Conquistata la libertà, gli stereotipi ripresero forza e le lotte delle donne per riaffermare ruoli e diritti dovettero confrontarsi con un paese che sul tema aveva fatto pochi passi avanti.
In che modo la pluralità di forme di partecipazione femminile alla Resistenza—dalla staffetta alla combattente, dalla madre all’esule—mette in crisi la dicotomia tra fronte e retrovia, pubblico e privato, eroe e ausiliaria?
Rispondiamo con le parole di Lidia Menapace, partigiana combattente con il grado di sottotenente, poi docente universitaria, saggista e senatrice: «senza la presenza politica delle donne la Resistenza sarebbe stata cancellata. Poiché essa insiste negli spazi quotidiani, mescolati, tra le case, non ha caserme preparate». E’ questo il punto: la Resistenza delle donne fu in una pluralità di luoghi comuni e situazioni quotidiane eppure straordinarie.
L’uso delle fotografie nel volume accompagna e rafforza il discorso storiografico. Può essere considerato un atto di “restituzione dello sguardo”, laddove le donne non solo parlano ma sono finalmente guardate non come oggetti della Storia, ma come soggetti agenti?
Un album di famiglia è fatto di foto di antenati e antenate, protagonisti alcuni riconoscibili e altri con storie nascoste. In quest’ultimo caso sono soprattutto le donne a dover essere ancora riconosciute compiutamente. E’ stata una scelta precisa quella di dare voce (attraverso le testimonianze) e di dare volti (attraverso le fotografie), quanto più possibile: loro ci parlano e ci guardano, ci lasciano un’eredità, ri-diventano protagoniste ancora oggi a pieno titolo.
La scelta editoriale di focalizzarsi sul Ponente ligure contribuisce a decentralizzare la narrazione della Resistenza. In che modo questa prospettiva “laterale” arricchisce e problematizza la costruzione di una memoria nazionale condivisa?
Il valore conoscitivo delle testimonianze dirette è estremamente alto perché queste fonti rappresentano un ponte tra la memoria personale e la storia collettiva di un territorio, parte della grande mappa della Resistenza, con le sue peculiarità e le sue caratteristiche. Questo tipo di lavoro arricchisce la conoscenza del grande fenomeno collettivo che fu la Resistenza e ne fa emergere le specificità. Quando si raccoglie, trascrive o pubblica una testimonianza diretta, anche se ciò non avviene a caldo, ma resta nel ricordo delle carte conservate, dei diari nascosti, dei documenti sottratti, volontariamente o meno, alla pubblicazione, essa non è più solo un ricordo individuale, ma diventa parte integrante del patrimonio storico e culturale di una comunità. Così accade, per esempio, per i documenti conservati nell’Archivio Giacometti-Loiacono in cui le diverse carte, i racconti autografi, le lettere, le traduzioni, costituiscono la memoria personale di Lina Meiffret e del suo mondo resistenziale di allora, ma, allo stesso tempo, sono divenuti la memoria collettiva di quella parte di Liguria che è il Ponente ligure nei difficili anni della lotta al nazifascismo. Infatti, dallo svelamento della figura di Lina nel libro del 2022 (“Lina partigiana e letterata, amica del giovane Calvino”, Fusta Editore) sono successivamente emerse tante storie di uomini e donne, una rete di intellettuali tra Sanremo e Bordighera dal grande spessore che “hanno guardato al mondo e che per le strade del mondo sono poi andati”.
Daniela Cassini, Gabriella Badano e Sarah Clarke Loiacono









