Pietro Barbetta, Una tomba per Antigone. Clinica del delirio borderline

In che modo, Professore, utilizza il mito di Antigone per esplorare la condizione borderline nella pratica clinica?
La figura di Antigone si fa corpo con Sofocle. Prima di allora è uno dei due nomi attribuiti alle figlie/sorelle di Edipo. Nell’opera di Sofocle prende forma una giovane donna che protesta contro la legge dello stato, quella dura lex che non ammette la grazia. Il delirio borderline contemporaneo, sul versante femminino, ha le stesse modalità, le stesse forme.

Come viene affrontato il concetto di “delirio” nel testo in relazione alla sofferenza psicopatologica della paziente borderline?
Oggi, la psichiatria e la psicologia clinica dominanti, tendono a patologizzare il dissenso, il delirio borderline è protesta, dissenso, ma non ha un connotazione politica, per questo è delirio. Non ha un forma sociale organizzata. Il mondo borderline sembra un “soggetto collettivo” disperso, frammentato, che solo a tratti incontra forme dell’identificazione socio-politica. La mia ipotesi è che il delirio borderline femminino sia una sfida radicale a quanto ci appare scontato. Per esempio l’enorme disparità di ruoli nella famiglia patriarcale, ma non tanto quei ruoli che la contestazione politica ha messo in questione negli ultimi trent’anni, ma quelli che ancora non sono stati scalfiti, o discussi.

Qual è il significato della figura di Antigone nel contesto clinico e psicologico da Lei delineato?
Dal tramonto di Edipo dalla scena psicoanalitica, la psicologia clinica transculturale si è interrogata intorno ai rapporti tra i grandi temi storici e la Mente, o, come scrivo nel libro, il Geist: lo Spirito. I nomadismi, le questioni di gender, gli orizzonti post-coloniali, l’insorgere di conflitti, guerre e violenze mostrano che la psiche non può più venire ridotta al triangolo mamma-papà-figlio. Antigone pone il problema dello scontro tra il nomos del tiranno e la filia, che non è semplicemente la famiglia. Antigone mette in luce le forme del legame sociale e dell’amore, se è vero che Emone, il suo promesso sposo, è alquanto indifferente ad Antigone, mentre Antigone muore per amore di Polinice. Allora, se così è, Sofocle ci dà l’immagine di una donna che viene da molto lontano, una donna che immagina la relazione erotica col fratello: l’incesto.
In che modo il conflitto tra Creonte e Antigone viene reinterpretato in chiave psicologica e simbolica?
Creonte rappresenta il patriarcato, la sopraffazione maschile, Imene la sottomissione femminile al patriarcato. Antigone è una guastafeste. Si interpone tra la potenza patriarcale e la sottomissione. Lo fa in nome di una giustizia altra, più intensa, che viene da Themis, la dea evocata nel titolo dell’opera di Jane Ellen Harrison. È singolare che l’ipotesi di Harrison sia stata per anni squalificata dagli studiosi “disciplinati”. Pure le sue intuizioni evocano gli studi di Nietzsche sulla nascita della tragedia dallo spirito dionisiaco e sono stati ripresi sessant’anni dopo da Walter Burkert, in Homo Necans, dove i pochi riferimenti all’opera di Harris tradiscono il debito di questo autore per la grecista britannica. Insomma, l’ipotesi di Harris è stata rigettata in modo ideologiche. Bisognava mostrare le origini attiche della cultura illuminista europea, il mito della superiorità morale dell’uomo caucasico.    

Come viene trattata la relazione tra la dimensione politica e quella personale nel dramma di Antigone applicata alla clinica borderline?

Il clinico, di fronte al delirio borderline femminile, sembra il nuovo Creonte. Contesta il delirio come insensato. Il delirio borderline è diverso dal delirio psicotico. Il delirio psicotico è principalmente un delirio del pensiero, quello borderline è invece spesso un delirio del gesto, un passare all’atto. Il corpo borderline viene affamato, oppure riempito di cibo e poi svuotato attraverso il vomito, con l’uso di purganti, viene tagliato, auto-leso; è una sfida. Questo delirio sta sul bordo della tomba, è vicino alla morte. Pure il vomito, il digiuno prolungato, il taglio sulle braccia, le mutilazioni auto-inflitte, come dicono molte pazienti: “ti fa sentire viva”, oppure: “ti dà la forza di sopravvivere”, ma perché? Perché questi gesti? Perché queste sfide alla clinica? Ai tentativi da parte del clinico di comprendere l’incomprensibile? Per un dissenso, una protesta verso l’ingiusto, quell’ingiusto invisibile ai più. Secoli di maschi che rientrano dal lavoro e mettono le gambe sotto il tavolo, di donne che non hanno accesso al lavoro perché costrette a scarificare il tempo di lavoro – a uso e consumo maschile – al tempo della gravidanza, del parto; donne migranti a cui vengono tolti i figli sulla scorta di standard educativi-scolastici nazionalisti, incapaci di leggere il fenomeno transculturale.

Qual è il ruolo della legge e della trasgressione nella dinamica borderline e come si riflette nel mito di Antigone?

In realtà non c’è un mito di Antigone, secondo l’ipotesi di Harrison, migliaia di anni prima della tragedia, nell’epoca dei riti sacrificali, il soggetto era agglutinato al mondo. Nietzsche parla del soggetto come di un “equivoco grammaticale”, Benjamin Lee Whorf si accorge che per tradurre alcune varianti delle lingue amerindi è necessario abbandonare la partizione soggetto-predicato; cioè la premessa occidentale che esista un soggetto che compie un’azione. La legge occidentale è dunque, in primo luogo, la legge del nomos, termine che designa sia “norma” che “nome”. È interessante il fatto che Antigone significhi “nata nel luogo dell’altro”. La  mia ipotesi – o se preferisce: il mio delirio – è che Antigone diventi soggetto con Sofocle, un soggetto che evoca il sacrificio della giovane donna in  un rito antico, molto più antico del quinto secolo. Questo sacrificio risale a molti millenni prima, al neolitico. Secondo Marja Gimbutas un popolo guerrafondaio, gli indoeuropei, sconvolse l’Europa smantellando piccoli villaggi a regime endogamico fondati sulla collaborazione tra donne e uomini. 
Dunque io credo che il delirio borderline femminile mostri l’emergenza di una memoria di specie. Secondo André Leroi-Gourhan, c’è una memoria di specie, inscritta nel corpo. Potremmo pensare la memoria di specie come a un grande inconscio preistorico, inscritto nella specie prima dell’uso della scrittura. La ricerca delle origini della specie si avvale della lettura di ciò che si nasconde tra le espressioni dei testi antichi, tra i reperti archeologici del neolitico, nella memoria della vita quotidiana di minuscole comunità claniche  pre-coloniali, in alcuni riti descritti dalla ricerca antropologica. Per esempio Gregory Bateson descrive un rito di passaggio in Melanesia, il Naven, in cui, in un gruppo comunitario patrilineare, lo zio materno svolge un ruolo decisivo, mentre il padre sta in disparte. Nel rito c’è la memoria di una condizione comunitaria matrilineare antecedente, benché perduta.

In che modo il concetto di “marginalità” e “limite” è centrale nel discorso clinico sulla condizione borderline?
Tutta la filosofia della seconda metà del Novecento si è snodata intorno ai margini, si osservano i margini, si scrive a margine di altri testi, si lavora intorno ai margini della semiosfera, per citare una felice espressione di Jurji Lotman. Anni di lavoro rigoroso e disciplinato hanno fornito il quadro dei saperi, ma questi saperi sono rimasti isolati, disciplinati. La condizione borderline ci costringe a uscire dalle discipline, dalla disciplina di un sapere separato dall’altro. Fu Gregory Bateson a dire: “vi hanno insegnato a separare la psicologia dalla sociologia e dall’antropologia e a separare queste dalla letteratura e dall’arte, come fossero item sconnessi, è stata dimenticata la struttura che connette”. 
Stare sul bordo fa soffrire, si soffre enormemente, come Sylvia Plath o Emily Dickinson, ma si vedono i limiti del potere, quei limiti che hanno separato molti confini africani con linee che ricordano i limiti di un campo da tennis.

Quali riflessioni emergono dal confronto tra la dimensione della follia e il comportamento di Antigone rispetto all’ordine sociale?
Il problema di Antigone è il problema del legame. Il legame sociale dipende dal legame parentale, la società esogamica che nasce dalla conquista indoeuropea prevede il rapimento delle donne, che sono per definizione schiave, che non parlano la lingua ufficiale. Lo vediamo nel De vulgari eloquentia di Dante, lo ha ripreso di recente la psicoanalista Rita El-Khayat a proposito della lingua araba. Le donne parlano con il bambino una lingua minore, non è l’arabo scritto, quello ufficiale. Nel libro c’è un capitolo contro il pregiudizio biologico del tabù dell’incesto. Come ha mostrato Claude Lévi-Strauss, le ragioni del tabù dell’incesto non sono biologiche, sono di ordine sociale: una comunità incestuosa perde il dominio univoco del legame parentale, perde le asimmetrie necessarie a stabilire gerarchie. La comunità incestuosa è eterarchica, trova una caosmosi orizzontale, rizomatica, de-territorializzata. Bachofen la immagina come un’era antecedente al Diritto Materno. Ma il matriarcato non è  mai esistito, è un’invenzione patriarcale. La reazione di Demetra al rapimento della figlia da parte di Ade non è aggressiva,  è paziente. Demetra decide di mettersi a servizio e di digiunare, di nutrirsi del solo Ciceone e di aspettare, Demetra si nutre della stessa sostanza con cui si nutre l’oracolo che sta a Delfi, quando, al servizio del dio, non dice, non nasconde, ma indica. Ebbene, questo è proprio lo sguardo clinico.

Professore, in che modo intreccia il discorso psicoanalitico con l’interpretazione letteraria e filosofica del mito di Antigone?
La psicoanalisi maschile ha detto poco su Antigone. Edipo ha assunto un’egemonia quasi totale. Ma Julia Kristeva, questa psicoanalista, eretica di Lacan, che ha inventato la samanalisi, rivalutando le pratiche immaginarie, è stata una guida essenziale nella stesura di questo testo. Se dovessi fare un percorso di stesura essenziale di questo lavoro, la mia guida poetica è stata Maria Zambrano, sul piano filosofico Adriana Cavarero, in psicoanalisi Julia Kristeva, poi le già menzionate Jane Ellen Harrison e Marja Gimbutas, potrei proseguire menzionando altre autrici e indubbiamente ci sono autori che si intravedono tra le righe di questa intervista e nel libro: Deleuze, Guattari, Foucault e Gregory Bateson.

In che modo il concetto di “tomba” è simbolicamente significativo nella comprensione della psicopatologia borderline?
Se nella risposta precedente ho menzionato le autrici che ho raccolto e messo insieme per creare la mia ipotesi clinica e gli autori che hanno costituito lo sfondo epistemologico  del mio libro, c’è un altro tipo di influenza, sotto la mia pelle, che ha influenzato la scrittura del libro: una poesia di Sylvia Plath, Edge, che ho tradotto Bordo. Edge è il bordo di un precipizio. Sylvia Plath ha studiato a Northampton, io ci ho abitato per alcuni mesi e ci sono tornato varie volte, una volta ho anche tenuto un seminario di fronte a un gruppo di studentesse, fu un fiasco, non mi venne neppure pagata la somma pattuita. Vicino a Northampton c’è Amherst, dove ho studiato per un semestre, là visse Emily Dickinson, la cui abitazione ho visitato decine di volte.
Sylvia Plath muore suicida trentenne, Emily Dickinson rimane per anni rinchiusa nella sua cameretta, senza quasi mai uscire. Poco prima di scrivere Una tomba per Antigone, ero a Parigi dove lessi Le discourse philosophique di Michel Foucault, opera postuma, scritta nel 1966, pubblicata di recente. In quell’opera Foucault sostiene che la filosofia, dopo Nietzsche, e grazie allo stile e alla deriva esistenziale di Nietzsche, non può trovare la verità altrove che nella poetica e nel deliro. Per questo è importante ascoltare il delirio borderline, perché mostra una verità.

Pietro Barbetta è docente di Psicologia dinamica e Teorie psicodinamiche presso l’Università di Bergamo, inoltre insegna al Dottorato in Scienze della formazione di Ca’ Foscari, è didatta in psicoterapia presso il Centro Milanese di Terapia della Famiglia, tiene seminari presso diverse scuole di psicoterapia e psicoanalisi in Italia e all’estero ed è psicoterapeuta presso il Centro Isadora Duncan. Tra le sue pubblicazioni: Anoressia e isteriaFigure della relazioneI linguaggi dell’isteria.

Ultracorpi: La ricerca utopica di una nuova perfezione

Lavoro perpetuo, abnegazione, disciplina, privazioni estreme. Il corpo sotto la lente
d’ingrandimento. Il fine è mutare il corso naturale degli eventi.
Si rincorre l’immortalità?

Forse sappiamo che non siamo immortali ma, per il tempo della nostra vita, vogliamo
progettare il corpo come se non ci fosse una fine. Come se il tempo non ci intaccasse. Si ha in mente un ideale di perfezione e quello si vuole realizzare. Perché il corpo naturale, quello ovvio, non basta, non genera la felicità che ci si aspettava e quindi si immagina che mutando, modificando la propria forma, poi si beneficerà di cambio anche interiore. È un slancio furioso. Un modo di stare al mondo. Non vale di certo meno dell’assennatezza del quieto vivere. I desideri valgono per la tensione vitale che generano. Certo, realizzarli sarebbe il massimo, ma già crederci e progettarli, faranno della tua vita un posto migliore in cui sostare.

Ronnie Coleman, Arnold Schwarzenegger e Iris Kyle per il body building; Carla
Fracci, Rudolf Nureyev e Roberto Bolle per la danza.
Quanto dista il praticare una disciplina dal disagio dell’eccesso? Qual è la soglia?

Difficile stabilire una netta demarcazione tra ciò che è passione e ciò che sta sotto questa a mo’ di compensazione e difficoltà esistenziale. A volte si scelgono dei percorsi che apparentemente hanno a che fa con delle competenze tecniche, delle caratteristiche fisiche genetiche, dei talenti innati, ma non sappiamo mai esattamente dove e perché queste priorità di scelta abbiano messo in noi radici così dure da estirpare. Per come la vedo io, lo sfogo artistico è la perla nell’ostrica. Da fuori se ne può ammirare la meravigliosa bellezza, rimanere ammaliati dal colore cangiante ma, una perla si forma quando un piccolo oggetto irritante si introduce nei tessuti molli di un mollusco. Chi sceglie certi percorsi, impervi e focosi, vive un certo disagio esistenziale che potrà anche essere silente, percepito in maniera ambigua, svisto tra le cose, ma sentirà quell’irritazione su cui farà l’estro creativo/performativo e che porterà alla creazione della perla.

“Questo discorso riguarda tutto il contesto sociale nel quale siamo immersi,
scandito da una persistente tendenza al corpo inarrivabile…”
In qual misura incide il sistema della comunicazione sulla corretta informazione
inerente il “corpo”?

In una comunicazione occorre che ci sia dall’altra parte qualcuno che abbia voglia di
ascoltare. Se lo scopo della corretta informazione è quello di smorzare tutti gli atteggiamenti dannosi e nocivi per la persona, è anche vero che non tutti gli individui
vivono all’ombra della ragionevolezza. Questo significa che la corretta informazione
funzionerà in maniera soggettiva. Ci sono persone che per indole, per trascorsi personali, per eventi traumatici vissuti, sono diventati più irragionevoli di altre. Più bisognose di abitare gli estremi. Spesso gli irragionevoli sono stati bambini che hanno vissuto un’esperienza che li ha feriti più del dovuto. E su questo dolore si sono rinchiusi alla ricerca di un ultracorpo. Chi insegue un ultracorpo è un irragionevole e le orecchie le ha rivolte al dentro. Vale a dire che un ultracorpo non sente molto della corretta informazione. Un individuo dedito all’ultracorpo, valuta il proprio benessere, non sull’asse nocivo/benefico in senso medico, ma secondo l’intensità della propria passione. E più la costruzione di un ultracorpo sarà al centro dei desideri e più il benessere psicofisico sarà legato alla sua realizzazione. E ciò anche a discapito della salute. Anche mettendo a repentaglio la vita. Tutto pur di diventare perfetti e: felici? Irragionevolezza, appunto.

Lei pare sostenere che ogni corpo femminile abbia un valore collettivo e non solo
singolo.
Ravvede una differenza politica tra corpi maschili e femminili?

Nel saggio riprendo il pensiero della de Beuvoir: «Gli uomini possono essere puri individui, nel senso che il perpetuarsi della specie non richiede loro di andare contro le esigenze della propria individualità, mentre alle donne richiede di negare la propria individualità». Esiste un discrimine per il corpo della donna che lo oggettualizza e lo subordina, non all’uomo ma alla specie umana tutta, ed è la sua capacità di riprodursi. Gli uomini vivono di un corpo di cui sono completamente padroni, la donna si apre a un terzo corpo e così facendo fa esperienza del suo essere al contempo soggetto e oggetto. Contenitore e contenuto. Questo suo essere duplice modifica di sicuro il suo valore collettivo e politico, con tutte le conseguenze storiche che sappiamo.

Anoressia e vigoressia restituiscono immagini corporee opposte.
Perché ritiene che abbiano sintomatologie complementari?

Sono due modalità speculari di uno stesso malessere. Mettere su massa o scarnificare fino alle ossa, sono modalità simili per creare un corpo inattaccabile. Un corpo che crei distanza. Che allontani gli altri. Un corpo solitario che vivrà del proprio eccesso, della propria sproporzione, come unica modalità di salvezza personale.

Il corpo è costantemente esibito sui social media; spesso modificato ad uso e
consumo del selfie perfetto.
Cosa accade quando ci si confronta con la reale immagine di sé?

Quella della immagine utopica virtuale è un altro aspetto che indago in Ultracorpi. La
ricerca di una nuova perfezione in questo caso vivrà proprio nel tripudio dell’inesistenza del corpo. Alla materia si preferisce la sua immagine. E questa verrà smacchiata, edulcorata, perfezionata da filtri e tagli. Il tutto per avere a che fare con un’idea di sé migliore. La costruzione del corpo virtuale sedurrà a tal punto che il rischio sarà di vedere insorgere il bisogno di corrispondergli anche in 3d. Non è un caso che la chirurgia estetica si sia così diffusa anche tra le ragazze molto giovani. Voglio essere perfette come la loro immagine.

Vale la pena spendere tempo e risorse economiche nel tentativo di raggiungere la
perfezione? Un’immagine accattivante è segno di felicità?

Vale sempre la pena provare a essere e a vivere le proprie passioni. E un corpo utopico, per alcuni, è una grande passione. Poi crollerà, come per tutti ma, per il tempo della creazione, della ideazione, della vita trascorsa a realizzare il proprio tormentato amore, si avrà vissuto intensamente.

Francesca Marzia Esposito

Si è laureata al Dams di Bologna e ha conseguito un master in Scrittura per il cinema all’Università Cattolica di Milano. Alcuni suoi racconti sono apparsi sulle riviste Granta, GQ, ’tina e Colla. Ha pubblicato i romanzi La forma minima della felicità (Baldini & Castoldi 2015) e Corpi di ballo (Mondadori 2019).

In Bilico su un Doppio Universo

In occasione del Festival delle Migrazioni, in programma tra il 18 e il 22
settembre a Torino, ho incontrato Vincenzo Maria Oreggia, autore, accanto
ai musicisti Guglielmo Pagnozzi e Francesco De Martino, dello spettacolo
In Bilico su un Doppio universo. Si tratta di un reading scandito in sette
momenti, sette storie che corrono lungo il confine di un doppio universo e
mettono in relazione culture ed esistenze lontane, riflettendo sul senso
delle radici, dell’identità e della memoria. Chiedo a Oreggia non solo della
genesi di questo lavoro, ma anche della capacità che i processi culturali e
artistici possiedono d’imprimere maggior significato e pratica a parole
come convivenza, comunità, cura, diritto alla vita, inclusione, amore,
desiderio, sogno, visione di futuro.

La cultura svolge plurime funzioni. Può creare anche occasioni di confronto per
attenuare la paura verso i migranti e stemperare, al contempo, l’inquietudine di chi è
immigrato nei confronti di una società che non conosce, che sovente lo rifiuta e lo
discrimina?

Certamente. La cultura può risultare utile in questo senso e farsi strumento di
azione sociale, influenzare e modificare la percezione del reale di una collettività. La
parola cultura deriva dal latino còlere, coltivare la terra: un’azione concreta, basilare.
Non sono sufficienti le occasioni di confronto su un piano squisitamente intellettuale
o accademico; occorre trovare una lingua accessibile e modalità di intervento diffuse.
Non si tratta soltanto di amministrare un patrimonio acquisito o alimentare preziosi
dibattiti confinati a una cerchia di adepti. In un pianeta malato di rabbia e pullulante
di voci che la fomentano gli uomini e le donne di cultura sono chiamati a incarnarne i
valori. La tolleranza, il dialogo, la volontà di conoscere, il rispetto, la pace. Occorre
muoversi concretamente verso ciò che chiamiamo l’altro, saperlo ascoltare con
umiltà. Quanto accade ai migranti è orribile. Sono trattati come invasori e nemici,
stipati in cosiddetti centri di accoglienza che sono in effetti centri detentivi.
Disumanizzati, strumentalizzati a fini propagandistici e sottoposti a interessi di parte.
Ci hanno talmente abituato a queste forme di abuso che non ne percepiamo più
l’enormità. Fare cultura è andare in direzione contraria, comportarsi da autentici
esseri umani, fautori di quel bene che viene quotidianamente negletto. Le paure
possono stemperarsi solo grazie a un atteggiamento fraterno e ogni occasione di
confronto e incontro ad esso ispirata sarà un piccolo passo verso un mondo più
giusto, una versione dell’uomo più degna.

Le occasioni di conoscenza e di incontro fra le persone riescono ad abbattere i
pregiudizi. Quali i metodi e gli strumenti concreti per un confronto interculturale in
cui si consideri la diversità una ricchezza?

Sappiamo poco dei contesti da cui provengono i nostri ospiti. Ne abbiamo notizia
quando si verificano macroscopici eventi bellici, clamorose stragi, disastri naturali.
Di interi continenti quali Asia, America meridionale o Africa ignoriamo le culture, le
specifiche modalità relazionali dei popoli, le credenze, la complessità del tessuto
sociale. Riassumiamo un’immensa varietà di esseri umani sotto l’unica sigla di
Migranti, parola che allude a una condizione di moto continuo, che ci protegge dalla
realtà che il loro viaggio è compiuto e sono qui, ora, accanto a noi. Un escamotage
per sentirci deresponsabilizzati dai doveri di accoglienza, preferendole la gestione,
l’amministrazione di un’anonima folla in transito. Da un lato bisognerebbe insistere
su ciò a cui accennavo, un cambio di atteggiamento e un incontro diretto; dall’altro
dovrebbero iniziare veramente a informarci sulle diverse società di origine e le tante
culture che non conosciamo. Il sistema mediatico è molto carente a proposito. Ogni
iniziativa che si dedichi a colmare questa lacuna è importante. Conferenze, dibattiti,
rassegne e festival che prevedano anche azioni dirette nel corpo sociale, come il Festival delle Migrazioni di Torino, ad esempio, giunto alla sua sesta edizione. La diversità
può diventare una ricchezza se ci impegniamo a conoscerla. Se ci limitiamo vederne
l’involucro, la pura forma esteriore, sarà sempre percepita come una minaccia. Il
pregiudizio è la bandiera dell’ignoranza e prima o poi impugna le armi.

I processi culturali e artistici che parlano di Migrazioni hanno il compito di
smontare la violenza del sistema, la violenza del confine fisico e mentale, per dare
significato e pratica a parole come convivenza, comunità, cura, diritto alla vita,
inclusione, amore, desiderio, sogno, visione di futuro. Qual è l’anima tangibile del
vostro intervento?

La cultura, la conoscenza e l’arte sono un nutrimento che può portare con sé i frutti
dell’ironia e di un benefico relativismo. Più cresce la consapevolezza del diverso e
delle moltissime forme in cui si può stare al mondo, più percepiamo noi stessi come il
piccolissimo tassello di un grande disegno; l’egocentrismo di cui soffriamo si attenua
e accettiamo più serenamente il confronto con chi vive in modo diverso. La violenza
del sistema è l’espressione di una volontà accentratrice che si prodiga per uniformare
le differenze, secondo una logica soldatesca, brutale. Illusoria, tra l’altro. Abitiamo di
fatto una società già pluralistica e multietnica e certi proclami che ne demonizzano
alcune parti suonano anacronistici, ignorano o fingono di ignorare una situazione con
cui dobbiamo imparare a convivere in modo pacifico. Quando sento il rancore che
sgorga a fiotti dalle parole di certi politici, ma anche di molta gente comune, avverto
un grave pericolo. La violenza delle spranghe è preparata dalla violenza delle parole.
È accaduto sempre nel corso della storia. I processi culturali e artistici vanno ancora
una volta in senso contrario a tutto ciò: demistificano queste orribili e deliranti
ambizioni e insegnano pratiche di convivenza democratica. Esaltano le qualità umane
e i valori ai quali faceva riferimento.
Quanto al nostro intervento – per me, almeno, che ho scritto e interpreto i testi – si è
trattato un po’ di uscire da un guscio. Scrivere è un esercizio solitario e le occasioni
di incontro con il pubblico si concentrano quasi tutte dopo l’uscita di un libro.
Quando ho pubblicato Il mercato del vento, un paio d’anni fa, abbiamo organizzato
una decina di presentazioni durante le quali ho provato un piacere nuovo nel
comunicare, una naturalezza e un coinvolgimento che prima non avevo conosciuto.
Uno dei musicisti con cui avrei lavorato, Francesco De Martino, mi aveva aiutato per
la presentazione del romanzo a Bologna. Nel seguito di quella serata Francesco mi
lanciò l’idea di lavorare a un reading che attraversasse un po’ tutti i miei testi. In
seguito si è unito a noi un altro musicista di grande esperienza e talento, Guglielmo
Pagnozzi, e così è nato In Bilico su un Doppio Universo – sette passi per voce, fiati e
spiriti: sette come i libri che fino ad ora ho pubblicato. Da uomo che svolge un lavoro
solitario ho iniziato a trasformarmi in scrittore che cerca di far rivivere ciò che ha
prodotto in pubblico, condividendolo con persone che sono lì con te, fisicamente. E
ciò che serve affinché questo piccolo miracolo di comunione si realizzi, ancora prima
della tecnica, sono le emozioni. Emozionarsi ogni volta ed emozionare: due cose
inseparabili. Recitare o leggere un testo in sé non vuol dire nulla quando non si
accende questa scintilla, l’anima del nostro lavoro.

Esistono diversi tipi di migrazioni, con cause e conseguenze differenti, inscindibili
dalla questione climatica e da quella della sovranità alimentare, insieme all’avanzamento delle guerre in corso. Quant’è rilevante approfondire questi temi mediante la testimonianza di persone con background migratorio?

La maggior parte di coloro che fanno informazione non ha avuto esperienza diretta
dei luoghi e dei popoli di cui parla e su cui tira spesso conclusioni affrettate. Riguardo
all’Africa, ad esempio, penso sia il Continente più immaginato e meno conosciuto di
tutti. I racconti e le testimonianze di un reporter che ha toccato con mano e visto con i
propri occhi certe realtà o quelle di chi le ha vissute in prima persona sono essenziali.
Niente come una parola nutrita di esperienza può avvicinarci a contesti e persone
lontane. Attraverso questa mediazione germinata da un approccio più concreto, fisico,
possiamo percepire in modo profondo le diverse vicende e difficoltà umane, evitando,
ad esempio, di classificare in ordine gerarchico le sofferenze derivanti da condizioni
climatiche, guerre o insufficienza alimentare. La disparità di trattamento tra chi fugge
da un conflitto e chi dall’impossibilità di ottenere cure indispensabili per sé e i propri
cari è ingiusta. Considerate i migranti economici come migranti di serie b è frutto
dell’inconsapevolezza delle tragedie causate dalla povertà.

“In bilico su un Doppio Universo” è un reading spettacolo. Ebbene qual è la
scansione delle letture?

Il disegno narrativo dello spettacolo si snoda attraverso sette tappe, sette storie che
hanno come comune denominatore lo stare in bilico tra due mondi, due universi
geografici e interiori. In una prima parte racconto storie di giovani migranti venuti a
cercare fortuna in Europa, due africani e un sudamericano sorpresi in momenti critici
delle loro vite, dove si è incrinato definitivamente qualcosa. Sono brani scelti da libri
fondati su esperienze reali. La vicenda di Nevio, il soprannome di Jan Josè Nevarez,
giovane ecuadoriano che nel corso di una delirante nottata finirà, disilluso e ubriaco,
in una pensioncina insieme a due prostitute nigeriane, è basata sulla testimonianza di
una ragazza che ha vissuto un’esperienza migratoria in Italia. Inizialmente temevo
che il legame tra le diverse storie fosse troppo esile e l’ascoltatore si sentisse frustrato
dalla difficoltà di non poter seguire un unico filo narrativo, poi, confortato da alcuni
riscontri positivi, mi sono accorto che questa costruzione a mosaico può funzionare,
che le sospensioni tra una storia e l’altra creano una sorta di suspense e le deviazioni
di percorso stimolano la curiosità. La cesura più netta nella progressione delle storie
avviene a circa metà dello spettacolo, quando dalle vicende di immigrati in Europa si
passa a quelle di un europeo che vive un’esperienza speculare e decide di vivere in
Africa. Il racconto muta dalla terza alla prima persona ed entra in gioco la mia
esperienza biografica. Negli ultimi vent’anni ho vissuto lunghi periodi in Senegal e in
Africa occidentale e ho sperimentato una sorta di migrazione contraria, dettata da
ragioni meno drammatiche di una guerra o della miseria ma dai risvolti comunque
complessi, che hanno creato un doppio radicamento. Alle mie prime radici si sono
aggiunge quelle affondate in una nuova terra. Culture e modi di vivere lontani si sono
riuniti in una stessa persona e hanno fatto di me una figura in cammino lungo un
crinale sottile. In questo reading cerco, in parte, di raccontarlo.

Un doppio universo, geografico ed interiore, per riflettere sul senso delle radici.
Reputa che sia auspicabile un’identità plurale?

Credo che la nostra identità sia già, di fatto, plurale, dobbiamo soltanto scoprirlo,
accettarlo, conviverci senza comodi infingimenti. Temo chi sostiene di avere un unico
immutabile punto di vista sulle cose, o chi rivendica una coerente, tetragona identità.
Le intolleranze, l’odio per il diverso e le varie forme di fascismo vengono da questo,
questa bugia che si raccontano e fanno credere agli altri. Esiste un’avidità di certezze
che nega il buonsenso e produce abbagli pericolosi. Quella che mi pare auspicabile è
una consapevolezza inclusiva, in grado di accogliere ciò che sulle prime ci risulta
estraneo, di conoscerlo e riconoscerlo come uno dei possibili sviluppi della natura
umana. Ancorarci a una sola versione di noi stessi, e buttarcisi sopra come a una
scialuppa di salvataggio, ci incattivisce. Sappiamo, in fondo, che le cose non stanno
così ma non riuscendo ad ammetterlo chiudiamo gli occhi e ci armiamo contro l’evidenza.
Un relativismo pacifico e un ampio sentimento di compassione: sono questi i migliori
antidoti.

Da sinistra: Vincenzo Maria Oreggia, Guglielmo Pagnozzi e Francesco De Martino

Il suo intervento nasce dall’incontro con i musicisti Guglielmo Pagnozzi e
Francesco De Martino. Come si sviluppa il connubio tra parola e suoni?

È una ricerca affascinante che corre su un filo sottile, come un corteggiamento
reciproco dove gli strumenti inseguono, accompagnano e a volte anticipano le parole,
in punta di piedi. Inizialmente Guglielmo Pagnozzi ha voluto ascoltare la mia voce e
gli ho inviato frammenti del copione ancora in fieri. Un lavoro partito da lontano,
dallo studio preliminare di ciò che l’orecchio di un musicista distingue nel timbro e
nella qualità della voce. Abbiamo continuato a lavorare così, a distanza, per un certo
periodo, grazie a un frequente scambio di file in cui prendevano forma le prime idee,
l’embrione dello spettacolo. Poi ci siamo trovati alla Scuola Jam Session di Bologna
e sono iniziate le prove. Una delle tentazioni da cui ci siamo subito tenuti alla larga è
quella del didascalismo, l’enfasi nel rimarcare musicalmente il testo. Un errore che
equivale al calco manieristico da cui deve guardarsi l’attore. Chi legge e interpreta, in
questa ricerca di equilibrio, avverte l’invadenza dei suoni che lo allontanano dalla
giusta disposizione emotiva. Quando si giunge invece all’armonia, al connubio di cui
parlava, tutto procede con una fluidità che intensifica la forza della voce. A Bologna
abbiamo focalizzato le atmosfere sonore dei diversi momenti del reading e fissato
spunti melodici e temi che sarebbero rimasti. Abbiamo conservato il buono e scartato
il superfluo. Non esiste una rigida partitura musicale, ma piuttosto tracce di fondo,
queste sì fissate, sulle quali ogni volta si possono innestare nuove idee. Ho la fortuna
di collaborare con due musicisti dalla lunga esperienza nel jazz, e l’arte del jazz è
improvvisativa, cresce liberamente variando attorno a primarie, culminanti intuizioni.
Quando si approda al giusto equilibrio tra le parti e la magia delle cose funziona può
diventare un vero regalo lavorare insieme e sentire che anche il pubblico ne diventa
partecipe.

Vincenzo Maria Oreggia frequenta da un ventennio l’Africa occidentale, con base a Dakar. Narratore e poeta, ha collaborato con storiche riviste di letteratura e teatro quali «Leggere», «Linea d’ombra», «Hystrio», «Sipario», supplementi e pagine culturali di quotidiani tra cui «la Repubblica», «il manifesto», «Il Foglio», «il Cittadino». Ha pubblicato i racconti Prossimi alla conclusione (1995), gli scritti di viaggio Bach tra gli elefanti (2005), i romanzi Pesce d’aprile a Conakry (2010), Questa non è la mia patria (2013), “Il mercato del vento (2022)”, gli incontri teatrali Archivio di voci (2014) e il libro di poesie La misura degli anni (2017). Ha inoltre realizzato i cortometraggi Dal basso (2009) e Il miracolo del pane (2014).

La nostalgia del potere. Schmitt, Arendt, Foucault

Il pensiero di Carl Schmitt ha generato in molti la persuasione che l’unico argine per sgominare il neoliberismo sia, ancora quest’oggi, in piena globalizzazione, un ritorno alla statualità, intesa quale unico agente frenante rispetto alla ‘libera’ concorrenza dei paesi capitalisti. Reputa che gli eventi storici abbiano confermato tale posizione nostalgica di un potere visibile e riconoscibile?

Ciò che caratterizza il pensiero conservatore di Schmitt, e che ha trovato devoti anche a
sinistra a partire dagli anni ’80, è proprio la critica al capitalismo. Tuttavia oggi l’idea di
sovranità e di statualità sembra definitamente rimossa anche dall’agenda dei partiti
democratici. Insomma, l’interesse su Schmitt è scemato nella misura in cui il capitalismo si
è imposto come ideologia dominante anche tra i partiti tradizionalmente più statalisti.
Ormai le decisioni non sono più prese nel luogo in cui ci si aspetterebbe che venissero
prese, come in un parlamento o da un governo, ma altrove.

Come definisce Hannah Arendt il potere e in che modo lo distingue dalla violenza e dall’autorità nel contesto della sfera politica?

Il tentativo del mio libro è quello di costituire un vero e proprio triangolo tra le varie
definizioni di potere dei tre filosofi tenendo presente un punto che a molti sfugge: Foucault
e Arendt conoscevano bene il pensiero di Schmitt. Arendt, diversamente da Schmitt, ma
anche da Foucault, vede nel potere un’azione legale che si dovrebbe sganciare
completamente dalla violenza e dunque, almeno in parte, anche dall’autorità e dallo stato.
Insomma, il potere viene dal basso, è più una possibilità, un’azione politica che permette
agli individui di incontrarsi e condividere democraticamente le scelte e le opinioni.

Secondo Michel Foucault, il potere si camuffa e a si nasconde negli interstizi del sapere.
La trappola è mostrare un volto “amichevole”?

Se per Schmitt il potere dovrebbe essere visibile e deve essere riconosciuto e legittimato
per rappresentare il popolo; e per Arendt il potere dovrebbe essere un’azione propositiva,
individuale; per Foucault il potere è oggi storicamente e realisticamente più ambiguo:
circola ovunque; dalla sovranità passa agli individui e tra gli individui stessi circola come
in un reticolo. Il potere però ha bisogno del sapere perché oltre alla forza occorre
convincere gli individui a pensare quello che il potere vuole. Il fatto che ormai accettiamo
tranquillamente l’ideologia capitalistica e non c’è più resistenza contro di essa, dimostra
che questa forma del potere ha vinto.

Professore qual è la natura del potere ed in che modo influisce sulle relazioni e le
strutture sociali?

Io direi che la natura del potere racchiude tutte le interpretazioni di questi tre filosofi, i
quali, a loro volta, non hanno fatto che approfondire gli aspetti del potere già a suo tempo
esplicitati da Max Weber. Sono convinto che i tre filosofi siano in un certo senso
weberiani. Tuttavia, se per potere intendiamo la forma capitalistica attuale, il potere oggi si
diffonde ovunque anche nelle forme apparentemente più “amichevoli” appunto: le
tecnologie, i mass media, il mercato, l’umanitarismo, il politically correct. Pasolini le
avrebbe definite come le forme più sofisticate di un nuovo fascismo.

Carl Schmitt, Hannah Arendt e Michel Foucault da prospettive differenti hanno colto i
meccanismi pervasivi del potere. Ravvede altresì elementi minacciosi insiti nel potere
stesso?

Aggiungerei un aspetto del potere che spesso sfugge anche agli specialisti: il potere è
solo uno dei tratti culturali (in senso antropologico) di una data società. Occorre avere uno
sguardo antropologico anche sul nostro mondo contemporaneo. Ciò ci permetterebbe di
comprendere che non siamo mai completamente liberi e che nello stesso tempo occorre
continuamente vigilare, sospettare e resistere a qualsiasi tentativo del potere di sottrarre
spazi e tempi di riflessione. Il rapporto potere e cultura ci permetterebbe di capire i motivi
per cui si scatenano le guerre o quantomeno perché esse vengono giustificate e tollerate dai
popoli.

Il termine “nostalgia” rinvia al rimpianto malinconico di quanto è trascorso o lontano.
Perché “nostalgia del potere”?

Il titolo mi è sembrato calzante rispetto al pensiero di Schmitt su cui il libro si incentra.
L’idea di sovranità, per il quale il potere governava nella modernità, almeno nell’idea di
Schmitt, si basava sulla legittimità stessa del potere. Il popolo riconosceva (o doveva
riconoscere) la sovranità e si identificava nella stessa idea di nazione e di religione.
Tuttavia, la globalizzazione ha spazzato via questa forma classica del potere permettendo
che il potere stesso fosse altrove rispetto al luogo in cui si pensa si possa trovare.

In che modo l’idea di potere, oggi, viene concettualizzata? Qual è la teoria più vicina a
ciò che i più ritengono consista il potere?

Penso che il concetto di potere inteso classicamente permanga nella concezione
popolare e anche in molti studiosi. Tuttavia la maggior parte delle persone risponderebbe
che ormai il potere economico oggi sia di gran lunga quello più importante. Questo non
dimostra che essi abbiano ragione, dimostra solo che ormai tutti si sono assuefatti all’idea
che il modello economicistico è predominante.

Il potere è ambivalente e proteiforme, assume sembianze diverse dal tipo di cultura in
cui si inserisce. Quali sono i suoi lati oscuri?

Come dicevo poc’anzi, la cultura (in senso antropologico) può dirci molto sul tipo di
potere che si sviluppa in una data nazione. Purtroppo non credo, o non li conosco, che ci
siano studi specificamente incentrati sul tratto culturale specifico del potere
contemporaneo. Rimanendo al solo Occidente, si tratterebbe di dare corpo e volti a quegli
uomini che detengono oggi il potere economico e la cui conoscenza sfugge ai più. Alcuni
di loro presiedono direttamente alcuni stati nazionali, altri appoggiano dall’esterno governi
fantoccio. La mia impressione è che purtroppo questi uomini non pensano a governare per
il bene del loro popolo (ormai gli stessi concetti di popolo o di nazione non esistono più,
sostituiti da costrutti neutrali come popolazione e società) ma utilizzano il potere solo per
arricchirsi ulteriormente. La nostalgia del potere sta anche in questo: prima il potere si
circondava di uomini colti, di intellettuali, oppure gli stessi uomini di potere erano colti e
desideravano circondarsi di cultura (nel senso di conoscenza). Oggi il potere economico,
nel suo paradigma, è democratico: tutti (sia ricchi che poveri) vogliono più ricchezza ma
pochi vogliono più cultura. Questo mi spaventa molto. Se anche la cultura ha perso il suo
valore e i politici sono sempre meno colti e il denaro è l’unico interesse che spinge gli
uomini ad agire, il rischio di scelte politicamente sbagliate (almeno per il bene comune) è
sempre più alto.

Stefano Berni è docente di Storia e Filosofia nei licei. È stato Professore a contratto presso la cattedra di Filosofia del diritto dell’Università di Siena, assegnista e dottore di ricerca. È nel comitato scientifico della rivista «Officine filosofiche» dell’Università di Bologna e Presidente della S.F.I. di Prato. Si è occupato di filosofia francese contemporanea in particolare del pensiero di Michel Foucault e del rapporto tra soggetto, corpo, potere. Le pubblicazioni più recenti: Cultura e Diritto. Alle origini dell’antropologia giuridica, Roma 2014; Fare giustizia. Due scritti sulla vendetta, Milano 2014 (con Giovanni Cosi). Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico, Pisa 2018; Etiche del sé. Foucault e i Greci, Firenze 2021.

Scrivere di donne in Roma antica.La letteratura latina in ventuno figure femminili

Professor Lentano, le donne sono state costantemente presenti da quando esiste
l’arte stessa, intesa in tutte le sue sfumature; tuttavia, il loro tributo documentato rimane
scarsamente visibile. Quali sono, a suo avviso, le ragioni per le quali è stato così arduo
sottrarsi all’invisibilità?

Una grande antropologa francese, Françoise Héritier, scomparsa da qualche anno, ha
affermato che esistono due soli elementi comuni a tutte le culture umane, nel tempo e
nello spazio, una qualche forma di interdizione dell’incesto e un complesso di regole
che distinguono prerogative e attribuzioni dei generi femminile e maschile, di norma a
tutto vantaggio di quest’ultimo. Il mondo romano non fa eccezione, anche se l’etichetta
di “sessista” o “maschilista” attribuita a quel mondo rischia di essere troppo generica:
in realtà, i Romani attribuiscono un enorme rilievo alle donne, chiamate ad assicurare
la riproduzione ordinata dei gruppi familiari e a socializzare alle nuove generazioni i
modelli nei quali la cultura condivisa si riconosce, ma al tempo stesso le escludono da
qualsiasi forma di presenza pubblica e di uso sociale della parola. Coerentemente con
queste premesse, la letteratura, che in fondo non è che una forma altamente stilizzata
di discorso pubblico, bandisce le donne – con rarissime e motivate eccezioni – come
soggetto della produzione intellettuale.

Professor Lentano, Lesbia, Sempronia, Cinzia, ed ancora Fedra e Messalina.
Ventuno “ritratti”: un caleidoscopio di universi femminili, dissimili quanto ad età,
condizione, ruolo sociale, esperienza esistenziale. Quale tratto le accomuna?

Si tratta di figure femminili molto diverse l’una dall’altra, come lei stessa osserva:
un’aristocratica che si trovò invischiata nella trama eversiva nota come congiura di
Catilina, due protagoniste di altrettanti canzonieri d’amore, un personaggio del mito,
una giovanissima imperatrice che finì per essere travolta dallo stesso, immenso potere
accumulato nelle sue mani. In comune hanno due cose: la prima, ovvia, è rappresentata
dal fatto che nessuna di loro ha raccontato in prima persona la sua storia; quello che
sappiamo su Lesbia, su Messalina e su tutte le altre è quello che lo sguardo maschile
ha selezionato e scelto di trasmettere. La seconda è che tutte, in varia misura, sono
affette da quell’eccesso di passionalità istintiva e irrazionale, da quella sessualità
prorompente e anomica che i Romani assegnano volentieri alle donne: dai trecento
amanti che un Catullo amareggiato attribuisce a Lesbia agli uomini che Sempronia
avidamente cerca invece che esserne cercata, dalla torbida storia di incesto in cui è
coinvolta Fedra alla proverbiale insaziabilità sessuale di Messalina, che ne ha fatto a
partire dagli anni Cinquanta la protagonista di tanti scollacciati b-movies. Quanto a
Cinzia, la donna del poeta Properzio, anch’essa non si sottrae a questa caratterizzazione
comune: nell’attacco di un carme a lei dedicato, il suo amante lamenta che Cinzia gli
rinfacci la sua libidine e replica che quest’ultima, in realtà, è molto più pronunciata
nelle donne che negli uomini. Come volevasi dimostrare.

Professor Lentano, quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro
passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma
anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate. Quale
messaggio ci offrono?

È vero, molte delle protagoniste del nostro libro hanno tentato di forzare i limiti della
propria condizione, guadagnando spazi di agibilità personale e politica che erano di
norma negati alle donne. Pressoché invariabilmente, peraltro, questi tentativi si sono
risolti in un fallimento: basti pensare, tra i personaggi che abbiamo prima citato, al caso
paradigmatico di Messalina, moglie dell’imperatore Claudio intorno alla metà del I
secolo d.C., che accumulò nelle sue mani più potere di quanto mai una donna avesse
avuto nella precedente storia di Roma, ma fu liquidata dai potenti collaboratori del
principe quando divenne una figura troppo ingombrante. Del resto, tutte le donne di
cui Graziana Brescia ed io raccontiamo le storie sono personaggi a vario titolo fuori
dall’ordinario, e perciò tanto più meritevoli, dal punto di vista dei Romani, di vedere
ridimensionato il loro tentativo di aggirare le regole di comportamento della matrona
romana modello, la cui vita si consuma rigorosamente dietro le quinte della storia e
mai sul suo proscenio.

Professor Lentano, si dice fosse stato Numa Pompilio, all’alba della storia, a dettare
alle matrone di Roma l’obbligo del silenzio. La letteratura rende le figure femminili
funzionali al percorso umano, emotivo, emozionale maschile.
Lei, invece, dà loro voce; le rende protagoniste, mutando la prospettiva circa il genere.
Perché?

A questa domanda abbiamo cercato di rispondere nella pagina finale del libro: si tratta
di una forma di postumo risarcimento. La letteratura latina è piena di figure femminili,
ma queste figure, anche quando vengono loro attribuiti discorsi, sentimenti o pensieri,
sono invariabilmente “parlate” dagli autori maschi: se non nella vita reale, quanto meno
nella produzione intellettuale la regola di Numa è stata osservata scrupolosamente. La
presenza letteraria delle donne ricorda da questo punto di vista la figura retorica della
prosopopea, consistente nel dare personalità a soggetti che non sono in grado di parlare
oppure, come nel nostro caso, non appaiono titolati a farlo. La scelta di consacrare ad
altrettante donne i ventuno capitoli del libro e di riconoscere a ognuna di loro, per una
volta, la possibilità di “parlare” i propri autori è stata dunque anche un modo per
riparare a un torto millenario, spezzando il monopolio maschile della parola e
restituendo almeno l’eco di una voce che le maglie di quel monopolio hanno troppo a
lungo sequestrato.

Professoressa Brescia, la sua apprezzata opera ha protagoniste femminili. Quali
differenze o analogie è possibile cogliere tra la “congiurata trasgressiva”, la
“matriarca etrusca”, la “matrigna innamorata” e le eroine della modernità?

Il tratto che accomuna questa tipologia di figure femminili, pur nella loro diversità, è la
trasgressione dei modelli codificati da una società di stampo patriarcale che si fonda su una netta dicotomia e, soprattutto, su una gerarchizzazione di genere maschile/ femminile. Si tratta di una violazione delle regole che può manifestarsi nella passione della matrigna Fedra per il figliastro, nella componente trasgressiva della congiurata Sempronia che viola la misura in ogni ambito compreso quello sessuale, o nel ruolo determinante svolto dall’etrusca Tanaquilla nelle vicende politiche e dinastiche che determinarono l’ascesa al trono prima del marito Tarquinio Prisco e poi del genero Servio Tullio. Non stupisce la censura e la condanna senza appello espresse da una società dalla struttura tradizionalmente rigida come quella romana nei confronti di questa figura di donna giudicata trasgressiva sia per la naturale inclinazione femminile al piacere sia per la tendenza a sconfinare negli ambiti di pertinenza del maschile. Deprecabile appare agli antichi Romani la matrona che si comporta come una meretrice al pari di quella che agisce come un uomo. D’altro canto, come ci ha insegnato l’antropologia del mondo antico, è necessario, anzi, imprescindibile adottare una prospettiva di distanziamento critico tra presente e passato garantita da un approccio “emico” evitando il rischio di assimilare quella cultura alle nostre categorie di pensiero e di giudizio. Per rispondere alla sua domanda, direi, quindi, che proprio al fine di salvaguardare il fascino di figure come Fedra, Sempronia, Tanaquilla, occorre continuare a osservarle a distanza mentre si muovono a loro agio nelle stanze del loro tempo e resistere alla tentazione di usare una sorta di macchina del tempo per un’intrigante quanto illusoria interazione con un passato.

Professoressa Brescia, oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società
contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si
combattono su questo campo?

Nella cultura di cui i nostri ventuno profili femminili sono espressione, il corpo muliebre riflette la
dicotomia di genere maschile/ femminile di cui si parlava ed è caratterizzato come oggetto passivo, di attrazione e di una seduzione che vede nel ruolo di protagonista attivo l’uomo e che si traduce in desiderio di possesso e nella legittima aspirazione a soddisfarlo ricorrendo anche alla violenza. La bellezza femminile finisce, così, per configurarsi come una trappola in quanto espone quasi naturalmente la donna al rischio di subire violenza. D’altro canto, l’atavica diffidenza nei confronti del genere femminile trova rappresentazione in una cultura del sospetto nei confronti della presunta vittima della violenza sessuale sul presupposto del quasi inevitabile consenso/assenso della donna.
Assistiamo così, allora come ora, al delinearsi di una vera e propria semantica del corpo femminile che si manifesta nell’abbigliamento, negli atteggiamenti, nel modo stesso di relazionarsi con l’esterno: a questo complesso e articolato codice verbale ed extra verbale la cultura patriarcale attribuisce segnali equivoci di disponibilità.

Professoressa Brescia, il suo è un affascinante excursus tra percorsi estetici e
formali differenti, accomunati dall’unicità di ogni singola protagonista, esaminata con
maestria analitica da un punto di vista critico e poetico.
Ebbene, quali deduzioni si possono trarre rispetto all’attuale status della ricognizione
letteraria?

Diciamo subito che i presupposti che hanno orientato quello che lei molto generosamente definisce “un affascinante excursus” e che hanno costituito il filo conduttore di questi “percorsi estetici e formali differenti” sono due. In primo luogo, la convinzione che gli studiosi dell’antichità, oltre alle ricerche scientifiche destinate a un pubblico ristretto, debbano dialogare anche con .un pubblico più ampio di non addetti ai lavori animati da interesse e curiosità per la cultura dei Greci e dei Romani.
In secondo luogo, in linea con la lezione appresa dall’antropologia del mondo antico, questo libro cerca di condurre il lettore “dentro” la cultura romana concedendogli l’opportunità di osservarla con lo sguardo cdi chi ne era parte e di fuggire alle insidie di una prospettiva più egoista che tende a dare risposte e interpretazioni fondate sulla propria esperienza intellettuale. In particolare, in questo nostro progetto di ricerca, abbiamo ripercorso la storia della letteratura latina cercando di dare voce alle donne che vivono nelle pagine degli autori e che, però, in questa prospettiva rovesciata, rappresentano il punto d’arrivo e non quello di partenza. La parola alle donne, dunque, per quanto si tratti sempre e comunque di una parola filtrata e mediata dallo sguardo di una società patriarcale.

Professoressa Brescia, guardando alle recenti cronache, quali necessità ravvede
rispetto ad un ripensamento della percezione sociale della donna?

Pur adottando un approccio “emico” che salvaguardi l’alterità tra passato e presente, è comunque (e aggiungerei, purtroppo) possibile rintracciare nella cultura classica e, in particolare, nella letteratura latina, la presenza e, in un certo senso, le radici di modelli e stereotipi sulla violenza sessuale che permangono in società contrassegnate da profondi mutamenti culturali. Tali modelli si fondano su una netta distinzione tra l’identità sessuale maschile e femminile e tra le categorie dell’attività/passività cui corrispondono ruoli ben definiti: alla virilità maschile espressione di dominio, di potenza in ogni campo (politico, economico, sociale e sessuale) e che trova come suo ambito di manifestazione lo spazio esterno, si contrappone la passività femminile che si colloca nello spazio chiuso della casa. Si aggiunga che nella cultura del sospetto nei confronti del femminile fondata su pregiudizi atavici e purtroppo ancora radicati nella cultura contemporanea, la naturale propensione al piacere, l’intrinseca potenzialità seduttiva e la debolezza della volontà attribuite al femminile, rendono la donna quasi naturalmente complice quando non addirittura responsabile della violenza esercitata dal maschile sul suo corpo e, in generale, sulla sua persona.

Mario Lentano

Nel 1988 si laurea in Letteratura latina presso l’Università degli studi di Bari con Paolo Fedeli.
Nel 1992 consegue il titolo di dottore di ricerca in Filologia greca e latina presso l’Università degli studi di Pisa (coordinatore Gian Biagio Conte, tutor Maurizio Bettini).
Dal 1992 al 2002 è docente di ruolo di Materie letterarie, latino e greco nei licei classici.
Dal 2002 a tutto il 2004, come docente a contratto, insegna Lingua e letteratura latina e Filologia classica presso la sede di Grosseto dell’Università degli studi di Siena. Attualmente è professore ordinario di Lingua e letteratura latina. E’ membro del Centro interuniversitario di antropologia e mondo antico e del Collegio dei docenti del Dottorato in Scienze dell’antichità e archeologia.

Graziana Brescia

Professore associato di Lingua e letteratura latina presso l’Università di Bari. I suoi interessi di ricerca sono la storiografia, la retorica, la fortuna del classico e l’antropologia nella Roma antica e su questi temi ha pubblicato saggi e monografie. Ha curato voci per l’Enciclopedia oraziana (Treccani 1998) ed è autrice, tra l’altro, del recente Le ‘ragioni del sangue’. Storie di incesto e fratricidio nella declamazione latina (con M. Lentano, Loffredo 2009).

Non vuota retorica, ma monito!

Matteotti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919 nel Collegio di Ferrara e fu poi rieletto nel 1921 e nel 1924.
Venne soprannominato “Tempesta” dai suoi compagni di partito.
A quali tratti della sua personalità si deve l’appellativo?

L’instancabile partecipazione alle organizzazioni contadini e bracciantili, l’intransigenza contro i nemici delle classi lavoratrici e, alla fine di tutto, quella che potremmo definire una certa “ansia attivistica”, fecero sì che i compagni di partito, e non solo, usassero indicarlo con questo appellativo. Il coraggio non gli difettava e, personalmente, credo che ciò abbia in parte contribuito a tale definizione.
“Tempesta” passava ore nella Biblioteca della Camera “a sfogliare libri, relazioni, statistiche, da cui attingeva i dati che gli occorrevano per lottare, con la parola e con la penna, badando a restare sempre fondato sulle cose”.
Da dove nasce l’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia?

Nel 1920/1921 Matteotti era a capo della Camera del Lavoro di Ferrara, dove forte si faceva sentire la violenta pressione dei fascisti a salvaguardia degli interessi dei ricchi proprietari terrieri e a danno delle masse bracciantili. L’inchiesta nasce da qui, un resoconto schietto e puntuale di quanto stava avvenendo nelle campagne ferraresi così come in molte altre località del centro-nord.
In The Fascists exposed; a year of Fascist Domination, Matteotti sosteneva che il miglioramento delle condizioni economiche e finanziarie del Paese, che stava lentamente riprendendosi dalle devastazioni della Prima guerra mondiale, era dovuto non all’azione fascista, quanto alle energie popolari. Chi ne avrebbe beneficiato? Speculatori e i capitalisti, mentre il ceto medio e proletario?
In tutte le guerre, nella Prima come nella Seconda guerra mondiale, a beneficiare della cosiddetta “economia di guerra” sono i grandi trust industriali e finanziari che investono nelle commesse militari e nei generi di prima necessità. La guerra ha sempre impoverito, materialmente e moralmente, le classi proletarie. Poi, all’indomani della Prima guerra mondiale, c’era stato da parte del proletariato il tentativo di prendere il controllo della produzione, in agricoltura come nell’industria. Ed è lì che è intervenuto il fascismo, a bloccare un processo di autodeterminazione delle masse – quindi della gran parte della popolazione italiana – e a dare una svolta in chiave autoritaria al Paese.
“[…] Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”
Matteotti quale unico oppositore?

Sì, torniamo al Matteotti intransigente e profondamente antifascista di cui scrivevamo all’inizio. Un uomo che con questo celebre atto di accusa pronunciato alla Camera il 30 maggio 1924 si erge ancora una volta a difensore del carattere democratico dello Stato italiano, dando uno dei più alti esempi di dedizione al mandato elettorale. Purtroppo, il suo sacrificio non è poi servito a preservare il Paese dal ventennio di dittatura fascista.
Nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge che istituisce le celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti: tra le attività di ricerca su vita, pensiero e opera di Matteotti.
Quale, ad oggi, è meritevole di maggior attenzione?

Mah, dipende sempre dallo spirito con il quale ci sia accosta a certi tipi di celebrazioni di carattere istituzionale. Sono usciti molti bei libri che ripercorrono la traiettoria politica e personale di Giacomo Matteotti. Forse partirei da lì. E da una visita alla Casa Museo a Fratta Polesine.
Essere troppo ricco. Essere mezzo austriaco. Essere figlio di usurai.
La delegittimazione come arma politica?

Si tratta della solita macchina del fango, che viene messa in azione ogni qualvolta si voglia delegittimare l’azione politica e/o sociale di qualcuno/a che la pensa diversamente. Niente di nuovo, mi sembra. I giornali o la televisione, anche oggi, ne fanno largo uso; basti pensare a quello che si è scatenato intorno a Ilaria Salis prima e dopo l’elezione a eurodeputata.
“Giacomo Matteotti, Segretario del Partito Socialista Unitario, impegnato com’era per il riscatto dei ceti più poveri, apparteneva al gruppo di coloro che sapevano come le libertà dello Stato liberale dovevano sapersi tradurre in effettivi diritti per tutti gli italiani.”
Così, il Presidente della Repubblica.
Quali sollecitazioni alla riflessione promuovono queste parole?

Tante e nessuna, in realtà. Mi piacerebbe che il ricordo di Matteotti non risuonasse come vuota retorica ma possa rappresentare per molti un monito alle derive illiberali e antidemocratiche che si levano in Italia come nel resto del mondo.
Tra ponti, strade, piazze e scuole Giacomo Matteotti è il politico del ‘900 più citato nella toponomastica italiana, con circa tremila intitolazioni in gran parte delle principali città italiane.
Quale il lascito per le future generazioni?

Quello dell’esempio. Esempio di integrità morale, coraggio e di coerenza nello sviluppo del proprio percorso politico. Caratteristiche sempre più rare, mi sembra.

Germano Panettieri
Dopo una laurea in Economia svolge diverse esperienze lavorative all’estero. Nel 2010 fonda la casa editrice Nova Delphi Libri, di cui attualmente è direttore editoriale.

”Studiare e conoscere Matteotti a scuola”

Come le scuole hanno contribuito alle attività previste nell’anno dedicato a Matteotti, nel centenario del suo assassinio?
Da anni, collaboro con la Fondazione Matteotti, in qualità di studiosa, ed ho anche avuto la possibilità di pubblicare il mio saggio dal titolo “Rapporto sul sapere. L’intellettuale ne tramonto della politica” nella collana della Fondazione.
Quest’anno è stato importante, da docente di Filosofia e Scienze Umane, aver coordinato il progetto con il quale la scuola ha partecipato al “Concorso Matteotti” per le scuole, proposto dalla Direzione generale per lo Studente del Ministero dell’Istruzione e del Merito, patrocinato dalla Fondazione Giacomo Matteotti e dalla Fondazione di Studi storici Filippo Turati. Il progetto Matteotti 100 nelle scuole, al quale ha contribuito anche la Presidenza del Consiglio dei ministri, in vista del centenario, ha promosso sia la realizzazione di specifico materiale didattico originale per le scuole riversato in una nuova pubblicazione divulgativa a uso degli studenti e dei docenti, sia una serie di incontri con i pressi scolastici nazionali disseminati sull’intero territorio nazionale, realizzati negli anni scolastici precedenti in preparazione del Centenario. Da docente, ritengo inoltre importante il sostegno offerto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, alla quale fa capo la Struttura di Missione per gli Anniversari nazionali ed eventi sportivi nazionali ed internazionali, per la realizzazione del progetto Matteotti e noi. Una lezione di libertà, ideato dalla Fondazione Giacomo Matteotti per promuovere la memoria e i valori nelle scuole in occasione del centenario della morte. Il progetto originale – che utilizza ampiamente strumenti multimediali– si segnala per la sua natura multitask, idonea a coinvolgere emotivamente gli studenti al fine di stimolarne curiosità e creatività. Proprio la curiosità e la creatività sono state le tue competenze che come docente tutor, ho voluto che gli studenti della classe 4I sviluppassero portando avanti un PCTO di stampo “accademico”, attraverso il quale comprendessero come studio e ricerca siano lavoro, fatica e soddisfazione. Il Percorso ha avuto come scopo quello di partecipare al Concorso promosso dalla Fondazione, gli studenti sono stati chiamati a immergersi nel vivo dei discorsi espressi da Matteotti, studiandoli, analizzandoli per pensare come elaborare un prodotto che gareggiasse all’interno della categoria multimediale.
Quindi, la sua proposta didattica non è stata rivolta ad una classe uscente, in procinto di sostenere l’esame di Stato, e che già conosceva storicamente il fenomeno del fascismo? C’è stato uno sfasamento tra il percorso di ricerca proposto e il periodo studiato durante l’anno di storia? Ci può raccontare come è stato coordinato il Progetto? E la risposta della classe?
Il progetto ideato ha avuto per titolo “Il potere della parola”, volendo cogliere da un punto di vista argomentativo, lessicale, filologico e filosofico la potenza dei discorsi politici espressi da Giacomo Matteotti. Discorsi che, suo malgrado, sono stati la causa del suo assassinio; parole potenti in grado di destabilizzare il fascismo. Si è, quindi, pensato un percorso di ricerca -azione, allo scopo di motivare allo studio della storia in un’ottica di elaborazione di un prodotto multimediale.
Abbiamo simulato un’attività creativa aziendale, i docenti coinvolti del consiglio di classe sono stati – per la maggior parte – i colleghi di storia, di lettere, di scienze umane, di arte.
Il partner esterno del percorso è stato l’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea (ILSREC), con il quale il Liceo Pertini da anni ha già articolato iniziative culturali e didattiche. Gli studenti, in una fase preliminare, hanno partecipato ad alcune lezioni presso l’ILSREC, tenute dal prof. Paolo Battifora su “La metodologia e la ricerca storica”, “Il fascismo e la scuola” “Il fascismo e l’istruzione”. Gli incontri, sotto forma di laboratori e seminari, sono serviti per offrire agli studenti la base teorica su cui imbastire la propria ricerca e la produzione del prodotto multimediale con il quale gareggiare al concorso. Lo step successivo è stato svolgere delle ore extracurricolari presso la Biblioteca Berio del Comune di Genova. Per gli studenti sono state mattinate importanti ed originali da un di vista culturale, formativo oltre che didattico. La lezione non è solo quella in classe. Lo studio sul campo, la ricerca dei libri, la stesura di una bibliografia prima sull’autore e poi sul tema sono tutte attività formative ed orientanti importanti. Spesso, infatti, gli studenti imparano cosa sia una bibliografia solo in occasione della stesura della tesi di laurea triennale. La scuola, invece, deve preparare gli studenti al mondo universitario. La ricerca è un lavoro intellettuale con delle sue regole e con delle sue metodologie da conoscere e rispettare. Il rigore della ricerca è segno della fondatezza dello studio e dell’indagine elaborata. Insegnare ciò agli studenti di una classe quarta non è stato semplice, perché ha significato renderli autonomi e protagonisti del proprio percorso, considerando imprescindibile l’immersione all’interno dei testi. Studiare in biblioteca è stato importante perché potessero vivere lo studio in modo autonomo, indipendente, gestendo il proprio tempo senza la coercizione dettata dalla campanella, o dalla scansione delle lezioni curricolari. Organizzarsi in un ambiente diverso dalla scuola è stato stimolante perché hanno dovuto tenere conto della presenza di persone estranee, di scaffali nei quali riporre i libri dopo la consultazione, di gestione delle loro esigenze personali in un ambiente “lavorativo” altro rispetto all’edificio scolastico.
Quanto è durato il progetto? Con che risultati? Che ruolo ha rivestito la Fondazione Matteotti?
Il PCTO non è terminato, anzi, si concluderà nei primi mesi dell’anno prossimo, proprio con un viaggio a Roma presso la sede della Fondazione Giacomo Matteotti allo scopo di completare le fasi già svolte con la conoscenza diretta dei luoghi romani.
Il percorso, quindi, ha visto una seconda fase nella quale gli studenti, dopo aver elaborato i prodotti multimediali, hanno inviato i lavori svolti alla Fondazione Giacomo Matteotti per la partecipazione al Concorso, entro il 29 febbraio. L’elaborato proposto ha meritato la menzione speciale della Commissione esaminatrice dell’edizioni del centenario del concorso nazionale “Matteotti per le scuole”. Le studentesse hanno seguito la Premiazione, avvenuta il 17 maggio online, liete nell’essere menzionate, hanno espresso la loro soddisfazione per il plauso del progetto, ed hanno raccontato come abbiano realizzato il lavoro multimediale.
Inoltre, ho proposto, proprio per portare avanti il percorso come lettura estiva il saggio scritto dal Presidente della Fondazione Alberto Aghemo, edito da la Rubettino nel 2024, dal titolo La scuola di Matteotti. Un’idea di libertà: istruzione, democrazia e riscatto sociale.
Il saggio sarà presentato dagli studenti, proprio a Roma in occasione del viaggio di fine percorso. Gli studenti, quindi, avranno la possibilità di cimentarsi nella presentazione di un testo importante, all’interno della ricca bibliografia matteottiana. Inoltre, potranno raccontare – anche – in fase di colloquio orale durante l’esame di stato, non solo l’esperienza vissuta, ma quali competenze si siano sviluppate presentato il saggio del professor Aghemo.
Vuol raccontare brevemente il percorso proposto dal prof. Alberto Aghemo?
Alberto Aghemo precisa come la scuola per Giacomo Matteotti debba essere “qualche cosa per cui, almeno per quattro o cinque anni, la gente del popolo non pensi alla preparazione del lavoro manuale, ma impari anche delle astrazioni.” Matteotti, quindi, come precisa l’autore, ritiene che per mezzo della scuola gli studenti imparino a pensare, ad astrarre e ad elaborare concetti. La scuola è immaginata come libera, poetica, astratta affinché gli studenti possano beneficiarne del ricordo per qualche anno. Matteotti rivendica e riafferma l’interesse nei riguardi dell’istruzione e dell’educazione dei lavoratori. L’istruzione e l’educazione sono i mezzi attraverso i quali è possibile ottenere un riscatto sociale, ed attraverso cui è possibile emanciparsi politicamente. L’istruzione eleva moralmente i lavoratori. La scuola per Matteotti è più di un programma politico, ma è lo strumento più alto per manifestare la libertà. L’uomo di cultura e il militante appassionato attraverso un’intera vita di impegno per l’istruzione intesa come mezzo e come fine, come primo strumento di democrazia e come obiettivo di riscatto sociale.
Interessante è quanto scrive, nella Premessa ”Matteotti e l’istruzione popolare: la lotta di una vita”. Quando ci si discosti un poco dal cono d’ombra del monumento che si è soliti frequentare soprattutto in occasione delle commemorazioni e degli eventi celebrativi, emergono l’originalità, la lungimiranza e il respiro europeo di un politico di grande spessore che univa alla passione, lo studio, la preparazione, l’amore per i fatti in nome di quel sano pragmatismo che gli deriva dall’essere socialista riformista, lontano dagli ideologismi e da ogni forma di retorica (p.11). Matteotti ha sempre lottato, ritenendo che compito della scuola fosse quello di formare amministratori capaci in grado di promuovere l’elevazione sociale e culturale proletariato sulla scia della democrazia parlamentare.
Nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge che istituisce le celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti: tra le attività di ricerca su vita, pensiero e opera di Matteotti.
Quale, ad oggi, è meritevole di maggior attenzione?

Per comodità di esposizione, diamo un termine a quo a una riflessione sulla recente presenza di Matteotti nella scuola italiana lo si può individuare nell’anno 2014. In occasione delle celebrazioni del novantesimo anniversario della morte del politico polesano. Infatti, la Fondazione Giacomo Matteotti e la Fondazione di Studi storici Filippo Turati hanno predisposto un ampio calendario di iniziative, non soltanto celebrative ma anche formative, che raccolse vasti riconoscimenti a partire dall’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, cui si sommano il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei ministri e delle presidenze di Camera e Senato. Iniziative di commemorazione e di formazione, in stretta collaborazione con la Direzione Generale per lo Studente de Ministero dell’Istruzione che si è concretizzato nell’immediato nell’organizzazione con cadenza annuale del “Concorso nazionale Matteotti per le scuole”, avviato nel 2014/2015. Da allora il concorso, che intende stimolare anche la creatività dei giovani attraverso la realizzazione di elaborati testuali, grafici e multimediali a partire da un tema che viene indicato ogni anno dagli enti promotori, ovvero la Direzione Generale per lo Studente, la Fondazione Matteotti e la Fondazione Turati, ha registrato una partecipazione sempre crescente, dal punto di vista sia quantitativo che qualitativo, da parte degli studenti e delle scuole.
Molte iniziative hanno avuto un’efficace disseminazione presso i plessi scolastici nazionali grazie al sostegno di Istituzioni private e pubbliche. Tra le prime, si deve senz’altro segnalare la Fondazione Roma che ha contribuito significativamente alla realizzazione di un piano di attività formative di attività formative disseminate sull’intero territorio della Regione Lazio in occasione anche del centenario anniversario matteottiano. Le Fondazioni Matteotti e Turati e la Direzione Generale per lo Studente hanno sottoscritto un Protocollo d’intesa triennale, nel 2018 per la prima volta, poi rinnovata, nel quale è espressa l’intenzione tra le parti di realizzare iniziative didattiche e formative, attraverso il coinvolgimento diretto degli istituti scolastici di tutto il territorio nazionale, promuovendo percorso di formazione attraverso l’utilizzo e la divulgazione dei contenuti e dei materiali storici in possesso tra le Parti.

Rosaria Catanoso

Dottoressa di ricerca in Metodologie della Filosofia, docente di filosofia nei licei, membro del Centro per la filosofia italiana. Collabora regolarmente con le riviste “Segno”, “il cannocchiale. Rivista di filosofia”, “Tempo Presente” della Fondazione Giacomo Matteotti. Ha pubblicato saggi e articoli su Arendt, Heller, Husserl, Chiaromonte, Croce. Tra i suoi libri: Hannah Arendt. Imprevisto ed eccezione lo stupore della storia, Giappichelli, Torino 2019, Rapporto sul sapere. L’intellettuale nel tramonto della politica, Fondazione Matteotti, Roma 2021.

“Vogliono il nulla perché sono il nulla”

Matteotti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919 nel Collegio di Ferrara e fu poi rieletto nel 1921 e nel 1924.
Venne soprannominato “Tempesta” dai suoi compagni di partito.
A quali tratti della sua personalità si deve l’appellativo?

Matteotti non ha mai ceduto di un passo di fronte alla sua responsabilità, storica sociale politica, che riteneva essere legata indissolubilmente sia con la sua azione e sia in generale con la sua vita. Aveva un carattere intransigente, per quanto riguarda le sue idee, che riusciva però ad affievolire, se si trattava di migliorare le condizioni dei diseredati o di combattere un nemico comune. Ad esempio, rimase sempre un fiero avversario dell’interventismo nel 1914, cosa che gli attirò diverse illazioni sull’essere filoaustriaco, mentre non si risparmiava alla ricerca di quello che potesse essere un terreno comune di azione nella prassi politica, cercando anche di coinvolgere i comunisti, verso i quali si sentiva comunque ideologicamente lontano. Comprendendo fin da subito la pericolosità di Mussolini e del fascismo, comprendendone la radice affaristica e corruttrice, cercò in tutti i modi di combatterlo, a cominciare dal cercare di limitare i collaborazionisti con il governo fascista, presenti sia nella CGdL, sia all’interno del suo Psu. Tutto questo, Matteotti lo faceva da isolato, all’interno e all’esterno del partito, isolamento di cui eroicamente non si curava e che sarà una delle precondizioni della sua uccisione, ma anche delle violenze che negli anni precedenti l’avevano evocata.
“Tempesta” passava ore nella Biblioteca della Camera “a sfogliare libri, relazioni, statistiche, da cui attingeva i dati che gli occorrevano per lottare, con la parola e con la penna, badando a restare sempre fondato sulle cose”.
Da dove nasce l’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia?

L’inchiesta nasce dalla terra di Matteotti e cioè il Polesine. Qui, aveva potuto osservare, tra il 1919 e il 1921, l’affermazione del fascismo, che lui legava quasi esclusivamente alle lotte che c’erano tra la borghesia agraria e il proletariato, con quest’ultimo che si era senz’altro avvantaggiato del contesto dato dal biennio rosso. Da questo punto di vista (probabilmente troppo parziale, perché non tutta la borghesia si schierò con Mussolini), quindi, il fascismo non può che essere una forza reazionaria, il braccio armato e violento dei padroni. Il suo scritto è anche fortemente legato alle violenze da lui subite in prima persona in quello stesso torno di anni, violenze che sono susseguite alla rapida ascesa di Matteotti verso la politica nazionale e all’essere visto come l’avversario più temibile e irriducibile del fascismo.
In The Fascists exposed; a year of Fascist Domination, Matteotti sosteneva che il miglioramento delle condizioni economiche e finanziarie del Paese, che stava lentamente riprendendosi dalle devastazioni della prima guerra mondiale, era dovuto non all’azione fascista, quanto alle energie popolari.
Chi ne avrebbe beneficiato? Speculatori e capitalisti, mentre il ceto medio e proletario?

In una lettera a Turati del febbraio-marzo 1924 Matteotti scriveva: “Non volevano che scrivessimo l’anno di dominazione; non hanno voluto le conferenze; vogliono il nulla perché sono il nulla” (cit. in Mauro Canali, Il delitto Matteotti, Il Mulino). Matteotti non si sta rivolgendo ai fascisti, quanto a quelli del suo partito che tendevano a strizzare l’occhio al governo Mussolini. Uno degli intenti principali dello scritto di Matteotti era proprio, attraverso il lumeggiare la distanza che c’era tra il fascismo e le classi subalterne, quello di allontanare dal fascismo stesso qualsiasi forma di collaborazione che provenisse da sinistra. Questa distanza era qualcosa di programmatico, di scritto nel DNA stesso sia della politica mussoliniana, sia del PNF. Mussolini fu senz’altro abile a mostrarsi come l’uomo giusto al posto giusto, come l’uomo che era in grado di risolvere tutti i problemi del paese, compresi quelli del ceto medio, che comunque fu importante per quella che Matteotti vedeva come “la facile affermazione” fascista. In realtà, gli unici veri interessi che il fascismo ha protetto e fatto crescere, almeno fino alla metà degli anni Trenta, sono stati quelli degli industriali e degli agrari, bloccando i salari e distruggendo il diritto di sciopero. Due esempi lampanti ne sono la questione, legata all’omicidio di Matteotti, della possibilità dello sfruttamento del suolo italiano in senso petrolifero e le larghe concessioni che venivano fatte alle idroelettriche private, una delle quali, la SADE, era di proprietà di Giuseppe Volpi, che fu Ministro delle Finanze dal 1925 al 1928 e che era uno di quegli uomini fondamentali nel fascismo (un altro è Filippo Filippelli), uomini che facevano da mediatori tra gli alti ranghi del partito e del governo e il mondo imprenditoriale.
“[…] Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”
Matteotti quale unico oppositore?

Più che unico oppositore, direi uno dei pochi che davvero aveva compreso la specificità del fascismo, il suo violento dinamismo. Come abbiamo detto prima, la considerazione che Matteotti aveva del fascismo aveva un angolo di visuale giocoforza ristretto, considerazione ormai superata, ma che a livello storico è ancora piuttosto importante. Potremmo dire che Matteotti non faceva, come invece facevano altri, della sua avversione al fascismo una questione di superiorità morale; era invece un vero e proprio scontro ideologico, tra chi si schierava con gli agrari e gli industriali, in maniera corruttiva, e chi invece combatteva per i diritti delle classi subalterne; tra chi faceva della violenza un’arma politica e chi, pur intransigente, aveva da sempre cercato dei terreni comuni di lotta e di azione; tra chi agiva nell’ombra e chi alla luce del sole. In ogni caso, all’altezza di tempo della prima metà degli anni Venti non erano in molti ad aver già sviluppato un’avversione e una contrapposizione ideologica al fascismo: sarà soltanto dopo il 1936 che molte coscienze cominceranno a risvegliarsi, anche nel nome di Matteotti.
Nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge che istituisce le celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti: tra le attività di ricerca su vita, pensiero e opera di Matteotti.
Quale, ad oggi, è meritevole di maggior attenzione?

Mi chiedo, platonicamente, se sia possibile separare nettamente vita, pensiero e opere. Seguendo l’esempio di Guido Calogero, e di altri prima e dopo di lui, teoresi e prassi non soltanto non sono separabili, ma possono essere considerate come la seconda il rovesciamento dialettico della prima. Se in filosofia, ma non soltanto in essa, separo la teoria dalla prassi ottengo o un’azione non consapevole oppure un pensiero del tutto avulso dalla realtà effettuale. Se a questo schema aggiungo la cornice che è la vita, forse mi rendo conto che niente nella nostra esperienza è separabile, perché tutto si richiama a più strati. Ma, se devo proprio porre maggiore attenzione a un aspetto dell’esperienza di Matteotti, allora scelgo l’opera, l’azione, l’incuranza con la quale, nell’espletamento delle proprie mansioni, è andato incontro ai pericoli e poi all’uccisione: perché, forse, è questo l’aspetto che oggi può essere più lontano dal nostro modo di vedere la realtà e la vita, quello che ci può più essere di aiuto.
Essere troppo ricco. Essere mezzo austriaco. Essere figlio di usurai.
La delegittimazione come arma politica?

Purtroppo sì. Quando la persona e le sue idee sono limpide, inattaccabili, o comunque lineari, non resta che la delegittimazione, per chi vede la politica come un qualcosa di totale, senza limitazioni. Oggi come ieri, anche se il modo di fare politica è profondamente cambiato in questo secolo, passando per tante di quelle metamorfosi da poter perfino essere chiamato con un altro nome. C’è da dire, però, che la delegittimazione, che naturalmente azzera il confronto civile tra persone, è un’arma usata molto più a destra che a sinistra, intendendo per destra non soltanto quella che oggi governa, ma anche alcuni settori di quella pseudo-sinistra che lo ha fatto negli anni precedenti, fino ad arrivare a Craxi, che è stato poi l’uomo politico che ha mostrato apertamente come qualsiasi arma sia lecita, non a livello morale naturalmente, nel fare politica. Direi poi, finendo e tornando a Matteotti, che nel suo caso la delegittimazione è andata a braccetto con l’isolamento a cui è stato relegato, è stata uno dei modi con i quali veniva esorcizzata, negata e rimossa la sua fondamentale diversità, che dà sempre e comunque fastidio.
“Giacomo Matteotti, Segretario del Partito Socialista Unitario, impegnato com’era per il riscatto dei ceti più poveri, apparteneva al gruppo di coloro che sapevano come le libertà dello Stato liberale dovevano sapersi tradurre in effettivi diritti per tutti gli italiani.”
Così, il Presidente della Repubblica.
Quali sollecitazioni alla riflessione promuovono queste parole?

Sono senz’altro parole importanti, nel contesto in cui siamo immersi, parole delle quali ne capisco origine e finalità. Però, vi si possono anche ravvisare delle forzature, delle imprecisioni. Da socialista, per giunta molto attento alla sfera economica, Matteotti non poteva non vedere come lo Stato liberale italiano avesse le sue colpe nella presa del potere da parte di Mussolini, così come non poteva pensare che quello stesso Stato si preoccupasse di tutti gli italiani. Però, Matteotti non era Gobetti, non pensava al fascismo come all’autobiografia della nazione, non vedeva necessariamente continuità tra lo Stato liberale e il fascismo, pur individuando, come si è detto, quella fondamentale linea di convergenza tra il fascismo, e il suo capo, e borghesia, che certo non aveva voglia di continuare lungo la crisi che si era aperta con il dopoguerra e con il problema della riconversione industriale. Quindi, più che di Stato liberale sarebbe meglio parlare di democrazia, che è ciò che Matteotti contrapponeva, soprattutto nell’ultimo anno prima dell’omicidio, al fascismo. Più che di libertà, poi, Matteotti avrebbe preferito parlare di giustizia, che è il concetto più aderente al pensiero socialista e comunista, in questo caso molto vicini.
Tra ponti, strade, piazze e scuole Giacomo Matteotti è il politico del ‘900 più citato nella toponomastica italiana, con circa tremila intitolazioni in gran parte delle principali città italiane.
Quale il lascito per le future generazioni?

Gli uomini e le donne che si fanno latori di grandi idealità sono destinati a restare nelle menti, nei cuori, nell’immaginario delle persone. Al di là delle appartenenze. Oggi, in un momento storico nel quale le ideologie sembrano essere state deposte, l’esempio di Matteotti è piuttosto importante e non passa anno che nelle lezioni sul fascismo io non lo ricordi e non lo faccia conoscere ai miei alunni, al fianco delle figure di Amendola, di Gramsci, di Gobetti e di tanti altri. Sempre al di là delle appartenenze. Le future generazioni potranno senz’altro avere dei benefici dalla figura di Matteotti, purché non venga a esse calata dall’alto, ma sia vissuta nella sua profondità e nella sua specificità. I giovani hanno sempre bisogno di figure esemplari, che possano fungere per loro da instradamento nella vita, figure alle quali possano ispirare alcune loro scelte. Bisogna custodire tra queste figure anche Matteotti, per portare più avanti che sia possibile il suo grande messaggio umano e politico.

Emiliano Sabadello
Docente di ruolo di filosofia e storia al liceo classico Claudio Eliano di Palestrina, dopo aver insegnato per alcuni anni letteratura italiana e storia.
Ha all’attivo diverse pubblicazioni fra narrativa, saggistica e satira, fra le quali ci sono: Pennywise, un saggio su It di Stephen King, edito da Toutcourt edizioni; Il male maggiore. Stephen King e la violenza contro le donne, edito da Alter Ego edizioni; Il denaro e le sue forme. Teorie del denaro in Marx, edito da Il Rovescio editore. Ha curato, inoltre, un’edizione di alcuni racconti di H.G.Wells, Racconti della prima fantascienza, editi da Alter Ego edizioni. Ha partecipato a volumi collettivi quali: Spinoza. Un libro serissimo, edito da Aliberti e Almanacco Luttazzi della nuova satira italiana 2010, edito da Feltrinelli. Collabora con le riviste letterarie Il corsaronero, La nota del traduttore e Grado Zero.

Matteotti ed i “venti impetuosi”

Matteotti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919 nel Collegio di Ferrara e fu poi rieletto nel 1921 e nel 1924.
Venne soprannominato “Tempesta” dai suoi compagni di partito.
A quali tratti della sua personalità si deve l’appellativo?

Matteotti aveva un carattere battagliero, andava in giro a testa alta. Non aveva paura di chiamare persone e fatti con il loro nome, quindi dove la sua azione politica si manifestava, soffiavano “venti impetuosi”. Per questo i suoi compagni di partito lo chiamavano così.
“Tempesta” passava ore nella Biblioteca della Camera “a sfogliare libri, relazioni, statistiche, da cui attingeva i dati che gli occorrevano per lottare, con la parola e con la penna, badando a restare sempre fondato sulle cose”.
Da dove nasce l’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia?
Nasce dalla constatazione tragica e oggettiva delle violenze squadriste perpetrate negli anni che vanno dal ’19 al ’21. Erano tempi di violenze sistematiche, manganellate, olio di ricino e devastazioni di sedi sindacali. È un testo drammatico ed esemplare che racconta quanto veniva fatto alle persone dai fascisti: torture, violenze, stupri. Mi perfetto di consigliare l’edizione de l’Avanti! del 1922 a cura di P. Mencarelli, perché arricchita dall’originale apparato fotografico.
In The Fascists exposed; a year of Fascist Domination, Matteotti sosteneva che il miglioramento delle condizioni economiche e finanziarie del Paese, che stava lentamente riprendendosi dalle devastazioni della prima guerra mondiale, era dovuto non all’azione fascista, quanto alle energie popolari.
Chi ne avrebbe ne beneficiato? Speculatori e i capitalisti, mentre il ceto medio e proletario?

Credo che il fascismo non abbia mai portato nessun beneficio al paese, se non a ristretti gruppi di potere. Dobbiamo ricordarci che nel ’17 scoppia la Rivoluzione di ottobre in Russia, e nel ’21 a Livorno nasce il partito comunista. L’unica capacità di Mussolini è stata quella di convincere il re e “i poteri forti” di essere l’unico in grado di arginare la possibile “deriva” comunista. Il resto è storia…
“[…] Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”
Matteotti quale unico oppositore?

In quel contesto, nel famoso discorso parlamentare, dimostrò un coraggio incredibile, unico. Direi tuttavia che non fu l’unico oppositore: nel paese tanti dirigenti e sindacalisti, intellettuali, giornalisti, pagarono un caro prezzo per la loro dirittura morale. Certo, ci sono stati pure molti che si sono facilmente allineati. Vorrei proporre ancora un libro, davvero illuminante: Preferirei dire di no, di G. Boatti. L’autore racconta le storie dei 12 professori che non prestarono giuramento di fedeltà al fascismo. 12 su 1250… Credo non si debba aggiungere altro sulla predisposizione all’adulazione e al compromesso di bassa lega dell’italiano medio.
Nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge che istituisce le celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti: tra le attività di ricerca su vita, pensiero e opera di Matteotti.
Quale, ad oggi, è meritevole di maggior attenzione?

Sono usciti numerosi testi, tra cui il bel lavoro di Enzo di Brango, “Matteotti”, edito da Nova Delphi, e il saggio di M. Canali “Il delitto Matteotti”, per il Mulino (nuova edizione). In questi casi penso sempre che i lettori possano e debbano esplorare da soli, scegliendo secondo i gusti.
Essere troppo ricco. Essere mezzo austriaco. Essere figlio di usurai.
La delegittimazione come arma politica?

Tipico. Ricordiamoci che Matteotti non fu attaccato solo da destra, ahimè. Il nostro paese ha sempre avuto seri problemi con i “non allineati”, con la cultura libertaria (nella sua accezione più ampia del termine). Quando non si trovano argomenti politici per rispondere all’avversario, molti procedono con l’insinuazione, che è un’arma tremenda, perché appunto non sostiene scientificamente ma insinua, allude, trasformando una persona in un grigio simulacro a cui non credere. Nel 2024 accade lo stesso. A prescindere dalle simpatie politiche, la segretaria del Pd Elly Schlein è stata trattata similmente: “è svizzera, è ricca”, e via dicendo.
“Giacomo Matteotti, Segretario del Partito Socialista Unitario, impegnato com’era per il riscatto dei ceti più poveri, apparteneva al gruppo di coloro che sapevano come le libertà dello Stato liberale dovevano sapersi tradurre in effettivi diritti per tutti gli italiani.”
Così, il Presidente della Repubblica.
Quali sollecitazioni alla riflessione promuovono queste parole?

Credo che il dramma più grande per questo paese sia stato perdere uomini come Matteotti, Gobetti, i fratelli Rosselli: personalità che avrebbero potuto indicare al paese forme di socialismo e liberalismo più intelligenti e meno d’apparato. Il Presidente coglie perfettamente la necessità insoddisfatta degli italiani, ancora disattesa, di vivere in un paese in cui giustizia e libertà rappresentino le due facce di una medesima medaglia.
Tra ponti, strade, piazze e scuole Giacomo Matteotti è il politico del ‘900 più citato nella toponomastica italiana, con circa tremila intitolazioni in gran parte delle principali città italiane.
Quale il lascito per le future generazioni?

Sono pessimista con la ragione, ottimista con la volontà. Il livello culturale del popolo italiano sta precipitando, ormai anche i protagonisti più importanti della storia sono insignificanti per troppe persone. Ciò non vuol dire arrendersi al disfattismo o sentirsi autorizzati a badare solo ai propri interessi. Se si tornasse a investire seriamente sulla cultura – non solo umanistica, ma anche scientifica – questo paese potrebbe tornare a proporre un nuovo rinascimento.

Andrea Comincini
Laureato in Filosofia all’Università Roma Tre, ha conseguito un Ph.D. in Italianistica alla University College Dublin, dove ha lavorato in qualità di Senior Tutor. È stato Everett Helm Fellow alla Indiana University nel 2011. Giornalista pubblicista e ricercatore indipendente, collabora con varie riviste. Tra le numerose pubblicazioni: Altri dovrebbero aver paura (traduzione e curatela di lettere inedite di Sacco e Vanzetti, prefazione di Valerio Evangelisti e un contributo di Andrea Camilleri, 2012). Ha tradotto G. Bennett, A.C. Doyle, F. Fitzgerald, M. D. Higgins, D. Defoe e nel 2021 per CartaCanta ha tradotto – per la prima integralmente volta in Italia – I diari di viaggio di Herman Melville. Il Bel paese è il suo primo romanzo.

Giacomo Matteotti, figlio del Polesine. Un grande italiano del Novecento

Matteotti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919 nel Collegio di Ferrara e fu poi rieletto nel 1921 e nel 1924.
Venne soprannominato “Tempesta” dai suoi compagni di partito.
A quali tratti della sua personalità si deve l’appellativo?

Il soprannome “Tempesta” chiamava evidentemente in causa una personalità rigorosa, determinata, appassionata, poco accomodante. Sono molte le testimonianze, molti i documenti che ci descrivono la figura di Matteotti in questi termini. Il suo fascino deriva anche da un carattere che univa impeto, fiducia nei propri mezzi, intransigenza etica, profonda passione per l’ideale. Matteotti era una personalità ben distante dai cliché dell’uomo politico incline al compromesso o alla manovra sotterranea. Affrontava avversari e compagni di partito sempre a viso aperto. E non faceva sconti, all’occorrenza, nemmeno alla propria parte politica.
Da dove nasce l’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia?
Matteotti è tra i primi ad analizzare in modo lucido il fenomeno del fascismo, per certi versi – cito il grande storico del fascismo Emilio Gentile – in modo preveggente. Da un lato, operando come uomo politico nel Polesine, egli vede e subisce la novità dello squadrismo che invade le campagne padane, cogliendone tutta la carica eversiva e i rischi per l’intero edificio democratico; dall’altro, Matteotti è dotato della “forma mentis” e degli strumenti intellettuali che gli consentono di pensare da subito o quasi ad una denuncia sistematica – anche in forma di pubblicazione – delle violenze che si propagano a macchia d’olio nella Valle padana e oltre. Negli interventi dal Parlamento come nei suoi scritti più famosi non mancherà mai di riportare in maniera attenta e precisa quanto sta accadendo sui territori: le bastonature, le intimidazioni, gli omicidi, gli incendi delle tipografie e delle sedi politiche e sindacali ecc. Un doloroso censimento, è vero, ma il deputato socialista era un uomo da sempre attento ai fatti, a quanto prende forma nella realtà, e capisce che la sua denuncia del fascismo non poteva prodursi su un piano meramente teorico, declamatorio, ideologico in senso astratto, ma necessitava di un quadro esatto e puntuale, in grado di presentarsi con immediatezza agli occhi di chi leggeva e ancora desiderava – poteva – informarsi.
In The Fascists exposed; a year of Fascist Domination, Matteotti sosteneva che il miglioramento delle condizioni economiche e finanziarie del Paese, che stava lentamente riprendendosi dalle devastazioni della prima guerra mondiale, era dovuto non all’azione fascista, quanto alle energie popolari.
Chi ne avrebbe ne beneficiato? Speculatori e i capitalisti, mentre il ceto medio e proletario?

Un anno di dominazione fascista è probabilmente il testo più famoso di Matteotti ed è, appunto, indicativo di un metodo: un metodo, quello di Matteotti, che punta all’evidenza, all’obiettività, vuole persuadere attraverso il ragionamento e i numeri. In particolare, l’autore cerca di smontare la macchina propagandistica del governo Mussolini, sostenendo – appunto – che i relativi miglioramenti in campo economico non potevano essere ascrivibili alle scelte del nuovo esecutivo. Anzi, sia la politica economica che le politiche del lavoro sembravano andare contro gli interessi delle masse operaie e contadine, nel nome di una confusa ideologia “produttivista” che in questa prima fase vedeva, tra le altre cose, una strana convergenza tra il programma di governo di Mussolini e certe idee “tecnocratiche” di settori liberali. Rilanciare e sostenere la produttività post-bellica anche comprimendo le conquiste del mondo del lavoro, rassicurando nel contempo quella parte del ceto medio spaventata dal disordine sociale e dai proclami rivoluzionari – già ampiamente sconfitti – delle sinistre.
“[…] Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”
Matteotti quale unico oppositore?

Se Matteotti non è stato l’unico oppositore del fascismo, è stato certamente l’oppositore più intelligente e determinato. Diventa rapidamente il bersaglio principale dei fascisti. Sceglie il Parlamento come tribuna da cui denunciare alla nazione le violenze del fascismo, il suo carattere strutturalmente anti-democratico e da cui richiamare le opposizioni all’unità per una battaglia in nome della libertà e della democrazia. La sua attività politica e intellettuale è davvero incessante e si collega presto anche al contesto europeo, quando Matteotti partecipando a incontri e congressi cerca di spiegare ai colleghi francesi, austriaci, inglesi ecc. quello che sta accadendo in Italia con la presa del potere da parte di Mussolini.
Nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge che istituisce le celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti: tra le attività di ricerca su vita, pensiero e opera di Matteotti.
Quale, ad oggi, è meritevole di maggior attenzione?

Non saprei indicarne una in particolare. Penso che tutte le iniziative siano in qualche modo degne di nota, soprattutto se puntano a far conoscere meglio una figura straordinaria come quella di Giacomo Matteotti e a inserirla in modo compiuto nella storia del nostro paese.
Essere troppo ricco. Essere mezzo austriaco. Essere figlio di usurai.
La delegittimazione come arma politica?

Possiamo dire che Matteotti è stato oggetto di delegittimazione durante l’intero arco della sua carriera politica e pure dopo la sua morte, per ovvi motivi, purtroppo. Leggere quanto succede, per esempio, durante il “processo farsa” di Chieti del 1926 è ancora oggi roba per stomaci forti. Pensiamo alle parole usate contro Matteotti dal truce Farinacci, segretario del partito fascista e difensore di Dùmini. Non erano mancati in quei mesi neppure tentativi di depistaggio legati all’emergere di presunte trame matteottiane in Francia contro un esponente del fascismo e alla volontà di proteggere, di fatto, gli assassini del deputato, derubricando il delitto ad evento meramente accidentale. Già nella prima parte della sua militanza politica attiva e nel suo Polesine, comunque, Matteotti era stato costantemente oggetto di accuse e di epiteti che lo bollavano, ad esempio, come “socialista milionario”, “socialista impellicciato”, imputandogli da parte conservatrice e poi fascista una sorta di tradimento di classe. Accuse che si estendevano perfino alla sua famiglia. Altro capitolo significativo: il suo pacifismo, il suo antimilitarismo, la sua strenua opposizione alla guerra, che gli costeranno ulteriori persecuzioni e campagne diffamatorie.
“Giacomo Matteotti, Segretario del Partito Socialista Unitario, impegnato com’era per il riscatto dei ceti più poveri, apparteneva al gruppo di coloro che sapevano come le libertà dello Stato liberale dovevano sapersi tradurre in effettivi diritti per tutti gli italiani.”
Così, il Presidente della Repubblica.
Quali sollecitazioni alla riflessione promuovono queste parole?

Le parole del Presidente Sergio Mattarella hanno colto la complessità della figura e dell’opera di Matteotti: libertà e giustizia devono andare di passo, se vogliamo difendere e promuovere realmente la democrazia e l’eredità politica e ideale di Matteotti. Giacomo Matteotti era un socialista “gradualista”, era un marxista, ma era anche uno specialista del diritto. Proprio la sua formazione e la sua sensibilità di giurista gli fecero comprendere l’importanza della legalità e delle garanzie liberali; gli fecero comprendere come i diritti dei lavoratori potessero avanzare entro una cornice democratica, fatta di rispetto per le libertà individuali ma anche per le rivendicazioni delle organizzazioni di classe.
Tra ponti, strade, piazze e scuole Giacomo Matteotti è il politico del ‘900 più citato nella toponomastica italiana, con circa tremila intitolazioni in gran parte delle principali città italiane.
Quale il lascito per le future generazioni?

La memoria toponomastica è importante, ma non possiamo limitarci a quella. Dal centenario deve partire un messaggio molto chiaro per le future generazioni: Matteotti è stata una figura centrale nella storia italiana del Novecento, una figura che merita non solo di essere celebrata ritualmente, ma che deve essere ancora di più conosciuta, studiata, approfondita.

Diego Crivellari

Laureato in filosofia, dopo aver lavorato in campo editoriale, è attualmente insegnante nelle scuole superiori. Autore di saggi e articoli, ha recentemente pubblicato il volume “Scrittori e mito nel Delta del Po” (Apogeo editore), dedicato ai narratori del Grande Fiume.