In che modo, Professore, utilizza il mito di Antigone per esplorare la condizione borderline nella pratica clinica?
La figura di Antigone si fa corpo con Sofocle. Prima di allora è uno dei due nomi attribuiti alle figlie/sorelle di Edipo. Nell’opera di Sofocle prende forma una giovane donna che protesta contro la legge dello stato, quella dura lex che non ammette la grazia. Il delirio borderline contemporaneo, sul versante femminino, ha le stesse modalità, le stesse forme.
Come viene affrontato il concetto di “delirio” nel testo in relazione alla sofferenza psicopatologica della paziente borderline?
Oggi, la psichiatria e la psicologia clinica dominanti, tendono a patologizzare il dissenso, il delirio borderline è protesta, dissenso, ma non ha un connotazione politica, per questo è delirio. Non ha un forma sociale organizzata. Il mondo borderline sembra un “soggetto collettivo” disperso, frammentato, che solo a tratti incontra forme dell’identificazione socio-politica. La mia ipotesi è che il delirio borderline femminino sia una sfida radicale a quanto ci appare scontato. Per esempio l’enorme disparità di ruoli nella famiglia patriarcale, ma non tanto quei ruoli che la contestazione politica ha messo in questione negli ultimi trent’anni, ma quelli che ancora non sono stati scalfiti, o discussi.
Qual è il significato della figura di Antigone nel contesto clinico e psicologico da Lei delineato?
Dal tramonto di Edipo dalla scena psicoanalitica, la psicologia clinica transculturale si è interrogata intorno ai rapporti tra i grandi temi storici e la Mente, o, come scrivo nel libro, il Geist: lo Spirito. I nomadismi, le questioni di gender, gli orizzonti post-coloniali, l’insorgere di conflitti, guerre e violenze mostrano che la psiche non può più venire ridotta al triangolo mamma-papà-figlio. Antigone pone il problema dello scontro tra il nomos del tiranno e la filia, che non è semplicemente la famiglia. Antigone mette in luce le forme del legame sociale e dell’amore, se è vero che Emone, il suo promesso sposo, è alquanto indifferente ad Antigone, mentre Antigone muore per amore di Polinice. Allora, se così è, Sofocle ci dà l’immagine di una donna che viene da molto lontano, una donna che immagina la relazione erotica col fratello: l’incesto.
In che modo il conflitto tra Creonte e Antigone viene reinterpretato in chiave psicologica e simbolica?
Creonte rappresenta il patriarcato, la sopraffazione maschile, Imene la sottomissione femminile al patriarcato. Antigone è una guastafeste. Si interpone tra la potenza patriarcale e la sottomissione. Lo fa in nome di una giustizia altra, più intensa, che viene da Themis, la dea evocata nel titolo dell’opera di Jane Ellen Harrison. È singolare che l’ipotesi di Harrison sia stata per anni squalificata dagli studiosi “disciplinati”. Pure le sue intuizioni evocano gli studi di Nietzsche sulla nascita della tragedia dallo spirito dionisiaco e sono stati ripresi sessant’anni dopo da Walter Burkert, in Homo Necans, dove i pochi riferimenti all’opera di Harris tradiscono il debito di questo autore per la grecista britannica. Insomma, l’ipotesi di Harris è stata rigettata in modo ideologiche. Bisognava mostrare le origini attiche della cultura illuminista europea, il mito della superiorità morale dell’uomo caucasico.
Come viene trattata la relazione tra la dimensione politica e quella personale nel dramma di Antigone applicata alla clinica borderline?
Il clinico, di fronte al delirio borderline femminile, sembra il nuovo Creonte. Contesta il delirio come insensato. Il delirio borderline è diverso dal delirio psicotico. Il delirio psicotico è principalmente un delirio del pensiero, quello borderline è invece spesso un delirio del gesto, un passare all’atto. Il corpo borderline viene affamato, oppure riempito di cibo e poi svuotato attraverso il vomito, con l’uso di purganti, viene tagliato, auto-leso; è una sfida. Questo delirio sta sul bordo della tomba, è vicino alla morte. Pure il vomito, il digiuno prolungato, il taglio sulle braccia, le mutilazioni auto-inflitte, come dicono molte pazienti: “ti fa sentire viva”, oppure: “ti dà la forza di sopravvivere”, ma perché? Perché questi gesti? Perché queste sfide alla clinica? Ai tentativi da parte del clinico di comprendere l’incomprensibile? Per un dissenso, una protesta verso l’ingiusto, quell’ingiusto invisibile ai più. Secoli di maschi che rientrano dal lavoro e mettono le gambe sotto il tavolo, di donne che non hanno accesso al lavoro perché costrette a scarificare il tempo di lavoro – a uso e consumo maschile – al tempo della gravidanza, del parto; donne migranti a cui vengono tolti i figli sulla scorta di standard educativi-scolastici nazionalisti, incapaci di leggere il fenomeno transculturale.
Qual è il ruolo della legge e della trasgressione nella dinamica borderline e come si riflette nel mito di Antigone?
In realtà non c’è un mito di Antigone, secondo l’ipotesi di Harrison, migliaia di anni prima della tragedia, nell’epoca dei riti sacrificali, il soggetto era agglutinato al mondo. Nietzsche parla del soggetto come di un “equivoco grammaticale”, Benjamin Lee Whorf si accorge che per tradurre alcune varianti delle lingue amerindi è necessario abbandonare la partizione soggetto-predicato; cioè la premessa occidentale che esista un soggetto che compie un’azione. La legge occidentale è dunque, in primo luogo, la legge del nomos, termine che designa sia “norma” che “nome”. È interessante il fatto che Antigone significhi “nata nel luogo dell’altro”. La mia ipotesi – o se preferisce: il mio delirio – è che Antigone diventi soggetto con Sofocle, un soggetto che evoca il sacrificio della giovane donna in un rito antico, molto più antico del quinto secolo. Questo sacrificio risale a molti millenni prima, al neolitico. Secondo Marja Gimbutas un popolo guerrafondaio, gli indoeuropei, sconvolse l’Europa smantellando piccoli villaggi a regime endogamico fondati sulla collaborazione tra donne e uomini.
Dunque io credo che il delirio borderline femminile mostri l’emergenza di una memoria di specie. Secondo André Leroi-Gourhan, c’è una memoria di specie, inscritta nel corpo. Potremmo pensare la memoria di specie come a un grande inconscio preistorico, inscritto nella specie prima dell’uso della scrittura. La ricerca delle origini della specie si avvale della lettura di ciò che si nasconde tra le espressioni dei testi antichi, tra i reperti archeologici del neolitico, nella memoria della vita quotidiana di minuscole comunità claniche pre-coloniali, in alcuni riti descritti dalla ricerca antropologica. Per esempio Gregory Bateson descrive un rito di passaggio in Melanesia, il Naven, in cui, in un gruppo comunitario patrilineare, lo zio materno svolge un ruolo decisivo, mentre il padre sta in disparte. Nel rito c’è la memoria di una condizione comunitaria matrilineare antecedente, benché perduta.
In che modo il concetto di “marginalità” e “limite” è centrale nel discorso clinico sulla condizione borderline?
Tutta la filosofia della seconda metà del Novecento si è snodata intorno ai margini, si osservano i margini, si scrive a margine di altri testi, si lavora intorno ai margini della semiosfera, per citare una felice espressione di Jurji Lotman. Anni di lavoro rigoroso e disciplinato hanno fornito il quadro dei saperi, ma questi saperi sono rimasti isolati, disciplinati. La condizione borderline ci costringe a uscire dalle discipline, dalla disciplina di un sapere separato dall’altro. Fu Gregory Bateson a dire: “vi hanno insegnato a separare la psicologia dalla sociologia e dall’antropologia e a separare queste dalla letteratura e dall’arte, come fossero item sconnessi, è stata dimenticata la struttura che connette”.
Stare sul bordo fa soffrire, si soffre enormemente, come Sylvia Plath o Emily Dickinson, ma si vedono i limiti del potere, quei limiti che hanno separato molti confini africani con linee che ricordano i limiti di un campo da tennis.
Quali riflessioni emergono dal confronto tra la dimensione della follia e il comportamento di Antigone rispetto all’ordine sociale?
Il problema di Antigone è il problema del legame. Il legame sociale dipende dal legame parentale, la società esogamica che nasce dalla conquista indoeuropea prevede il rapimento delle donne, che sono per definizione schiave, che non parlano la lingua ufficiale. Lo vediamo nel De vulgari eloquentia di Dante, lo ha ripreso di recente la psicoanalista Rita El-Khayat a proposito della lingua araba. Le donne parlano con il bambino una lingua minore, non è l’arabo scritto, quello ufficiale. Nel libro c’è un capitolo contro il pregiudizio biologico del tabù dell’incesto. Come ha mostrato Claude Lévi-Strauss, le ragioni del tabù dell’incesto non sono biologiche, sono di ordine sociale: una comunità incestuosa perde il dominio univoco del legame parentale, perde le asimmetrie necessarie a stabilire gerarchie. La comunità incestuosa è eterarchica, trova una caosmosi orizzontale, rizomatica, de-territorializzata. Bachofen la immagina come un’era antecedente al Diritto Materno. Ma il matriarcato non è mai esistito, è un’invenzione patriarcale. La reazione di Demetra al rapimento della figlia da parte di Ade non è aggressiva, è paziente. Demetra decide di mettersi a servizio e di digiunare, di nutrirsi del solo Ciceone e di aspettare, Demetra si nutre della stessa sostanza con cui si nutre l’oracolo che sta a Delfi, quando, al servizio del dio, non dice, non nasconde, ma indica. Ebbene, questo è proprio lo sguardo clinico.
Professore, in che modo intreccia il discorso psicoanalitico con l’interpretazione letteraria e filosofica del mito di Antigone?
La psicoanalisi maschile ha detto poco su Antigone. Edipo ha assunto un’egemonia quasi totale. Ma Julia Kristeva, questa psicoanalista, eretica di Lacan, che ha inventato la samanalisi, rivalutando le pratiche immaginarie, è stata una guida essenziale nella stesura di questo testo. Se dovessi fare un percorso di stesura essenziale di questo lavoro, la mia guida poetica è stata Maria Zambrano, sul piano filosofico Adriana Cavarero, in psicoanalisi Julia Kristeva, poi le già menzionate Jane Ellen Harrison e Marja Gimbutas, potrei proseguire menzionando altre autrici e indubbiamente ci sono autori che si intravedono tra le righe di questa intervista e nel libro: Deleuze, Guattari, Foucault e Gregory Bateson.
In che modo il concetto di “tomba” è simbolicamente significativo nella comprensione della psicopatologia borderline?
Se nella risposta precedente ho menzionato le autrici che ho raccolto e messo insieme per creare la mia ipotesi clinica e gli autori che hanno costituito lo sfondo epistemologico del mio libro, c’è un altro tipo di influenza, sotto la mia pelle, che ha influenzato la scrittura del libro: una poesia di Sylvia Plath, Edge, che ho tradotto Bordo. Edge è il bordo di un precipizio. Sylvia Plath ha studiato a Northampton, io ci ho abitato per alcuni mesi e ci sono tornato varie volte, una volta ho anche tenuto un seminario di fronte a un gruppo di studentesse, fu un fiasco, non mi venne neppure pagata la somma pattuita. Vicino a Northampton c’è Amherst, dove ho studiato per un semestre, là visse Emily Dickinson, la cui abitazione ho visitato decine di volte.
Sylvia Plath muore suicida trentenne, Emily Dickinson rimane per anni rinchiusa nella sua cameretta, senza quasi mai uscire. Poco prima di scrivere Una tomba per Antigone, ero a Parigi dove lessi Le discourse philosophique di Michel Foucault, opera postuma, scritta nel 1966, pubblicata di recente. In quell’opera Foucault sostiene che la filosofia, dopo Nietzsche, e grazie allo stile e alla deriva esistenziale di Nietzsche, non può trovare la verità altrove che nella poetica e nel deliro. Per questo è importante ascoltare il delirio borderline, perché mostra una verità.
Pietro Barbetta è docente di Psicologia dinamica e Teorie psicodinamiche presso l’Università di Bergamo, inoltre insegna al Dottorato in Scienze della formazione di Ca’ Foscari, è didatta in psicoterapia presso il Centro Milanese di Terapia della Famiglia, tiene seminari presso diverse scuole di psicoterapia e psicoanalisi in Italia e all’estero ed è psicoterapeuta presso il Centro Isadora Duncan. Tra le sue pubblicazioni: Anoressia e isteria, Figure della relazione, I linguaggi dell’isteria.






