Etiche del sé. Foucault e i greci

Quali sono le tensioni etiche della società greca secondo Foucault?

Innanzitutto non sono un grecista o uno storico della filosofia del pensiero antico. Di fatto neanche Foucault era uno studioso del pensiero greco, e le critiche da parte degli specialisti del settore circa le sue interpretazioni eretiche e eterodosse non mancarono. Il fatto è che occorre comprendere cosa sia la storia per Foucault: è un coacervo di verità nascoste e di linee divergenti. Si tratta di cercare il rimosso, attraverso lo scavo archeologico e genealogico, per ridare dignità ad un pensiero scomparso ma che avrebbe una funzione critica specifica nel presente. La risposta che andava cercando risiedeva nell’etica degli ellenisti, di coloro cioè che rivalutavano “le ragioni del corpo”.

Foucault ha offerto i suoi ultimi anni di vita al tema dell’”etica della verità”.

Ebbene, che importanza ha per il singolo e per la società disporre di individui capaci di dire la verità?

Tra gli ellenisti Foucault si concentra in particolar modo sui cinici. Essi avevano il coraggio di affrontare il potere e di dire in faccia ai tiranni ciò che pensavano delle loro leggi e dei loro atteggiamenti. Di fronte all’arroganza del potere essi non temevano per la propria vita e dicevano francamente quello che spesso era il pensiero di molti. L’atteggiamento etico coincideva con un atteggiamento politico e sociale per rivoltarsi contro le ingiustizie. Pertanto la verità non coincide con l’affermare un principio valido scientificamente o inteso come qualcosa che, religiosamente, sia legato alla fede. La verità, per Foucault, coincide col dire ciò che si pensa, liberamente.

Gli antichi greci avevano decretato che, per enunciare la verità, occorra dire tutto ciò che si ha in mente. La parresìa suppone che non vi sia scarto tra ciò che si pensa e ciò che si dice. Perché Foucault parla di coraggio?

Non si tratta tanto di dire quello che si pensa, ma di dirlo argomentando e mostrando le contraddizioni del potere. Per dire la verità al potere occorre una forte dose di coraggio, perché ovviamente il potere si esercita con la costrizione o con la forza. Mettersi contro il potere significa innanzitutto rischiare di essere emarginati, esclusi, reclusi, uccisi. Ma spesso significa anche mettersi in una situazione di solitudine e di emarginazione perché gli altri preferiscono tacere per paura o per un interesse personale o per convinzione, e allora ti escludono, ti evitano, parlano male, prendono le distanze, fino a giungere ad una sorta di sanzione morale come esercitare un linciaggio vero e proprio.

Qual è il senso del richiamo alla tradizione del pensiero greco da parte di Foucault?

Come accennavo prima, Foucault rivolta, interpreta, corregge le interpretazioni degli storici in modo strumentale. Lui è interessato principalmente all’etica del sé, a quel tipo di comportamento finalizzato al miglioramento e al potenziamento della propria vita. Fare di sé un’opera d’arte. Diventare ciò che si è. La finalizzazione è raggiungere la vita buona teorizzata dai filosofi greci: l’eudemonia, che per Foucault passa dai piaceri del corpo, per raggiungere una vita temperante, fatta di incontri, di amicizie, di relazioni sociali, una vita spesa alla ricerca del bello per poter dire con Nietzsche: vorrei rivivere eternamente questa vita.

Lei ha condotto un’indagine circa il pensiero di Michel Foucault in relazione alla filosofia greca.

In che misura Foucault se ne discosta?

Difficile rispondere a quest’ultima domanda dopo aver detto appunto che Foucault estrae dalla filosofia greca una parte a cui lui era interessato: c’è poco Platone e poco Aristotele; apparentemente non ci sono gli epicurei. Semmai Foucault ripercorre dei tratti salienti come appunto la parresia, la cura di sé, il miglioramento di sé, contro altri paradigmi che purtroppo invece, a causa del cristianesimo, si sono imposti come vincenti: la rinuncia di sé, l’ascesi, il pastorato, la coscienza di sé. Questi ultimi concetti sono vere e proprie tecnologie del sé che il sapere-potere ha utilizzato per addomesticare i soggetti, controllare la popolazione, assoggettare gli individui. Tornare ai Greci significherebbe abbandonare tutta questa serie di atteggiamenti che ancora oggi ci accompagnano e sono risultati vincenti nel corso della storia. Tornare alle etiche del sé dei Greci significherebbe liberarsi finalmente di un potere che ci ha governato per secoli.

Stefano Berni, insegnante di filosofia e scienze sociali nei licei, è stato dottore di ricerca, assegnista e professore a contratto presso la cattedra di Filosofia del diritto dell’Università di Siena. Ha pubblicato su numerose riviste. È tra i fondatori e nel comitato scientifico della rivista «Officine filosofiche» e vicepresidente della sezione di Prato della Società Filosofica Italiana. Tra le sue opere ricordiamo: Nietzsche e Foucault. Per una critica radicale della modernità, Milano 2005; Epigoni di Nietzsche. Sei modelli del Novecento, Firenze 2009; Linee di fuga. Nietzsche, Foucault, Deleuze, (con Ubaldo Fadini) Firenze 2010; Fare giustizia. Due scritti sulla vendetta (con Giovanni Cosi) Milano 2014; Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico, Pisa 2019.

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