Rosa d’Oriente

Luoghi esotici, schiavitù, corruzione e manipolazione si intrecciano in un intrico di passioni, desideri, ambizioni inseguite a qualsiasi costo. Il suo scritto propone un legame tra sociologia, antropologia, etnografia e filosofia delle religioni.
Può esplicitare i nessi formali e sostanziali?

Il mio non è un saggio di storia o di costume: è un romanzo, un’opera di “invenzione”, di “finzione letteraria”. Non sono sicuro che contenga tutti gli squisiti ingredienti e nessi che Lei indica. Non è detto che un autore ne sia del tutto cosciente, ed è caso mai compito del critico rilevarne la presenza. Come scriveva l’immenso Isaac B. Singer, “Dio è un romanziere, e il suo romanzo è il mondo”. Lasciava intendere: “Il romanziere è un dio, e il mondo che egli crea è il romanzo”. Io sono un romanziere, non un saggista. Invento mondi paralleli con i miei romanzi e cerco di documentarli al meglio che posso. La documentazione dev’essere il più possibile accurata, ma non deve soffocare l’invenzione.
Sfogliando Rosa d’Oriente, ci si imbatte in un romanzo storico, di formazione ed, al contempo, in un thriller.
E’ una contaminatio generis casuale o ha desiderato imprimere un nuovo corso alla narrativa?

Mio Dio, ho davvero fatto tutto questo? Temo di no. L’ambiente storico c’è, per forza, ed è preciso (spero), ma dentro di esso chi “si forma”? Rosa? Secondo me la divinità del suo popolo, gli hatti, cui è consacrata l’ha fatta nascere già “formata”, come del resto i suoi compagni di avventura. Più che di “thriller” parlerei quindi appunto di “avventura”. Non è una distinzione da poco.
Dal 47 a.C. all’anno 1 della nostra Era: quali fonti ha adoperato e quali sono stati i criteri di scelta?
Gli indispensabili testi sulla Storia della transizione di Roma dalla repubblica all’impero. A partire da quelli, preziosi, di Ronald Symes, grande divulgatore, e giù giù a quanto si può trovare su Cleopatra (e Alessandria), Augusto e Marco Antonio. E su Mecenate e Cicerone, naturalmente. Più la componente fondamentale del romanzo, gli hatti (e gli ittiti) di Ekrem Akurgal e allievi, più tutti gli etruschi possibili (persino visti dalla cultura turca, che ipotizza siano eredi degli ittiti: la faccio pensare così anche all’etrusco Mecenate che ascolta il suo cantore. Più la civiltà romana nei suoi vari aspetti: cultura, guerra, trasporti, donne, abitazioni, medicina, editoria, cucina (Apicio, naturalmente), gladiatori. Più, ovviamente, le fonti: Plutarco, Appiano, Virgilio, Orazio, le lettere di Cicerone, in particolare quelle ad Attico. Ma è soltanto un elenco a memoria, molto parziale. Completo sarebbe interminabile.
Eroiche imprese, annientamenti clamorosi e conquiste insanguinate, tra orditi, frodi e predizioni. Quali riflessi possiede il mondo antico sull’oggi?
Niente di veramente nuovo sotto il sole. Si nasce, ci si batte, si è sbatacchiati qua e là, si va in un Altro Dove sperando di lasciare un ricordo.

Nel suo romanzo, ambientato tra Roma, Filippi, Tarso, Alessandria d’Egitto, Azio e arricchito da una storia d’amore travagliata, è possibile ravvisare un momento catartico, purificatorio, volto a mondare il corpo e l’anima da ogni contaminazione?
Non con così forte intensità, ma probabilmente nella vicenda dello hatti che abbandona la brillante carriera militare agli ordini di Antonio per tornare al suo vero amore: il popolo al cui servizio l’hanno destinato gli dei. È il personaggio che amo di più. Anche nel finale di Rosa, forse.

Mario Biondi è nato nel 1939 a Milano, dove vive. Laureatosi in economia politica presso l’Università Bocconi di Milano, ha lavorato dapprima nell’industria e successivamente nell’editoria, come direttore dell’ufficio stampa e poi consulente a tutto campo. Si è inoltre da sempre occupato attivamente di narrativa angloamericana, sia come recensore per i più importanti quotidiani e periodici italiani, sia soprattutto come traduttore, firmando le traduzioni di opere, tra gli altri, di James Joyce, Bernard Malamud, Ann Tyler, John Updike, Irvine Welsh, Edith Wharton, nonché dei Premi Nobel Isaac B. Singer, William Golding, Wole Soyinka e Orhan Pamuk.
Nel 1973 ha pubblicato un volume di poesie, Per rompere qualcosa; altre poesie sono apparse sull’Almanacco dello Specchio Mondadori 1976 e in varie pubblicazioni letterarie o antologiche. Nel 1985 ha vinto il premio Campiello con Gli occhi di una donna (Longanesi). Tra i suoi molti titoli ricordiamo: Il cielo della mezzaluna (Longanesi, 1982), Un amore innocente (Rizzoli, 1988) e Crudele amore (Rizzoli, 1990).

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