Il velo del silenzio. Abusi, violenze, frustrazioni nella vita religiosa femminile

Mobbing, ricatti, manipolazioni, discriminazioni in base alla nazionalità, violazione del foro interno, problemi di salute sottovalutati o usati come pretesto per l’emarginazione. Ha incontrato resistenze, ostacoli, muri per squarciare il velo di silenzio in nome di quella trasparenza tante volte invocata da Papa Francesco per la Chiesa?
No, non ho incontrato particolari ostacoli nel mio lavoro di ricerca e indagine, anzi mi sono sentito supportato da chiunque ho incontrato lungo il cammino, a cominciare da padre Giovanni Cucci e dalla congregazione delle scalabriniane. Ho avuto la sensazione che in tanti si aspettassero che finalmente qualcuno si occupasse di questo tema rimasto sempre un po’ nei chiaroscuri della Chiesa. Anche da parte delle stesse ragazze e donne intervistate non c’è mai stata alcuna pressione da parte mia, anzi, loro hanno volontariamente aderito a questo progetto, dicendo di voler parlare e raccontare. Il ripercorrere la propria vicenda le ha aiutate – così molte mi hanno detto – anche a cristallizzare il dolore subito e fare un po’ di ordine a livello interiore.

Nove ex suore e due ancora professe: Anne-Marie, Marcela, Anna, Thérèse, Elizabeth, Aleksandra, A., Vera, Maria Elena, Lucy, Magdalene. 11 donne di tutto il mondo e di diverse età che, dopo anni di silenzio, per paura o perché sotto forte pressione psicologica, hanno deciso di far sentire la loro voce.
Qual è il tratto che le accomuna?

Le accomuna una grande sofferenza, dovuta anzitutto alla delusione di vedere interrotto il cammino religioso iniziato con grande entusiasmo e grandi premesse e promesse. Perché quasi tutte raccontano che all’inizio c’è stato un forte accompagnamento da parte delle suore più anziane e già interne all’istituto. Accompagnamento che è venuto totalmente a mancare nel momento dell’uscita, trasformandosi, in alcuni casi, in ricatto, vendetta, pressioni. Ad accomunare queste storie è anche il fatto che queste donne sono arrivate a un punto in cui si sono sentite perse: vessate dal passato, impaurite dal futuro, bloccate quindi nel presente. Ognuna poi ha intrapreso un diverso percorso, ma quel vuoto è rimasto dentro e, spesso, ancora dopo anni non è stato colmato.

Quali sono le iniziative all’interno della Chiesa che aiutano queste donne a riprendere la vita in mano e ad andare avanti o a ricominciare il cammino religioso?
Al momento sono veramente poche le iniziative in aiuto a questa specifica categoria delle ex suore. Ci sono bravi psichiatri e psicologi che portano avanti dei percorsi e delle terapie ad hoc, ma sono, appunto, realtà ‘esterne’ alla Chiesa. Ci sono le già citate scalabriniane con il progetto “Chaire Gynai” per l’accoglienza delle donne in difficoltà che fanno tantissimo. E so anche di alcuni progetti che stanno nascendo, come quello di una suora in Abruzzo, anche lei in passato vittima di abusi, che sta ristrutturando una chiesa sconsacrata per trasformarla in un punto di ritrovo e accoglienza per ex suore finite per strada, in particolare straniere. Sono però iniziative satellite che vanno a colmare in parte un grande vuoto istituzionale, nella Chiesa e all’interno delle stesse congregazioni che dovrebbero garantire una eventuale uscita di un loro membro in modo sereno e non traumatico.

Papa Francesco ha asserito: “L’attenzione agli abusi di autorità e di potere. Su questo ultimo tema ho avuto in mano un libro di recente pubblicazione di Salvatore Cernuzio sul problema degli abusi. Ma non degli abusi eclatanti: è sugli abusi di tutti i giorni, che fanno male alla forza della vocazione”
Professor Cernuzio, qual è la possibile radice degli “abusi di tutti i giorni”?
La radice è profonda e credo che vada cercata in una formazione sbagliata, deviante, che le stesse superiori, madri generali, provinciali ecc hanno a loro volta ricevuto. Il “soffrire per Gesù”, le privazioni, le umiliazioni sono sempre state considerate parte integrante della vita consacrata, nonostante questo non abbia alcun supporto dal punto di vista canonico. Molte delle superiori descritte come “abusatrici” nel libro è evidente che si sono incattivite nel corso della vita e che replicano atteggiamenti subiti, ereditati peraltro da quegli schemi patriarcali che tante volte loro stesse denunciano. Mi ha impressionato sentire da alcune di queste ragazze che spesso gli capitava di ripetere con le più giovani gli stessi comportamenti che vedevano lucidamente essere causa della loro sofferenza. Come se si fosse interiorizzato un modo di essere e di vivere che andasse anche oltre la propria personalità, un meccanismo inconscio. E una catena difficile da spezzare.

A suo avviso, raccolte le testimonianze, quale significato va attribuito oggi al termine “obbedienza”?
Penso che se nel 2022 ancora oggi ci siano persone che raccontano ancora storie del genere vuol dire che siamo rimasti bloccati ad almeno 50 anni fa, quando l’obbedienza era concepita come un totale asservimento di un sottoposto a chiunque ricoprisse un ruolo. Un’obbedienza che non è frutto di discernimento e maturazione, per cui magari una persona si pone volontariamente in un atteggiamento di subordinazione perché riconoscere che quello può rappresentare un aiuto per la propria crescita, ma un’obbedienza determinata dalla paura, dal dire sempre e solo “sì” per evitare ritorsioni, rimproveri, emarginazione. Ancora oggi sembrano vigere queste logiche e meccanismi, ma al contempo, per fortuna, si registra anche una maggiore consapevolezza da parte delle stesse suore che chiedono di studiare, di intervenire, di crescere e contestano quello che risulta poco chiaro o sminuente della propria persona e del proprio talento.

Salvatore Cernuzio dal 2011 segue l’informazione religiosa e l’attività del Papa, avendo lavorato come vaticanista per l’agenzia cattolica Zenit e poi per il portale Vatican Insider del quotidiano La Stampa, per il quale si è occupato anche di tematiche sociali. Collabora con testate italiane e internazionali, ha viaggiato in Italia e in diverse parti del mondo per seguire le trasferte del Papa o realizzare reportage sulle diverse realtà locali della Chiesa. Ha curato il libro Don Pino, martire di mafia, del postulatore della Causa di canonizzazione, monsignor Vincenzo Bertolone. Dal 2021 fa parte della redazione di Vatican News – Radio Vaticana.

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