”Studiare e conoscere Matteotti a scuola”

Come le scuole hanno contribuito alle attività previste nell’anno dedicato a Matteotti, nel centenario del suo assassinio?
Da anni, collaboro con la Fondazione Matteotti, in qualità di studiosa, ed ho anche avuto la possibilità di pubblicare il mio saggio dal titolo “Rapporto sul sapere. L’intellettuale ne tramonto della politica” nella collana della Fondazione.
Quest’anno è stato importante, da docente di Filosofia e Scienze Umane, aver coordinato il progetto con il quale la scuola ha partecipato al “Concorso Matteotti” per le scuole, proposto dalla Direzione generale per lo Studente del Ministero dell’Istruzione e del Merito, patrocinato dalla Fondazione Giacomo Matteotti e dalla Fondazione di Studi storici Filippo Turati. Il progetto Matteotti 100 nelle scuole, al quale ha contribuito anche la Presidenza del Consiglio dei ministri, in vista del centenario, ha promosso sia la realizzazione di specifico materiale didattico originale per le scuole riversato in una nuova pubblicazione divulgativa a uso degli studenti e dei docenti, sia una serie di incontri con i pressi scolastici nazionali disseminati sull’intero territorio nazionale, realizzati negli anni scolastici precedenti in preparazione del Centenario. Da docente, ritengo inoltre importante il sostegno offerto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, alla quale fa capo la Struttura di Missione per gli Anniversari nazionali ed eventi sportivi nazionali ed internazionali, per la realizzazione del progetto Matteotti e noi. Una lezione di libertà, ideato dalla Fondazione Giacomo Matteotti per promuovere la memoria e i valori nelle scuole in occasione del centenario della morte. Il progetto originale – che utilizza ampiamente strumenti multimediali– si segnala per la sua natura multitask, idonea a coinvolgere emotivamente gli studenti al fine di stimolarne curiosità e creatività. Proprio la curiosità e la creatività sono state le tue competenze che come docente tutor, ho voluto che gli studenti della classe 4I sviluppassero portando avanti un PCTO di stampo “accademico”, attraverso il quale comprendessero come studio e ricerca siano lavoro, fatica e soddisfazione. Il Percorso ha avuto come scopo quello di partecipare al Concorso promosso dalla Fondazione, gli studenti sono stati chiamati a immergersi nel vivo dei discorsi espressi da Matteotti, studiandoli, analizzandoli per pensare come elaborare un prodotto che gareggiasse all’interno della categoria multimediale.
Quindi, la sua proposta didattica non è stata rivolta ad una classe uscente, in procinto di sostenere l’esame di Stato, e che già conosceva storicamente il fenomeno del fascismo? C’è stato uno sfasamento tra il percorso di ricerca proposto e il periodo studiato durante l’anno di storia? Ci può raccontare come è stato coordinato il Progetto? E la risposta della classe?
Il progetto ideato ha avuto per titolo “Il potere della parola”, volendo cogliere da un punto di vista argomentativo, lessicale, filologico e filosofico la potenza dei discorsi politici espressi da Giacomo Matteotti. Discorsi che, suo malgrado, sono stati la causa del suo assassinio; parole potenti in grado di destabilizzare il fascismo. Si è, quindi, pensato un percorso di ricerca -azione, allo scopo di motivare allo studio della storia in un’ottica di elaborazione di un prodotto multimediale.
Abbiamo simulato un’attività creativa aziendale, i docenti coinvolti del consiglio di classe sono stati – per la maggior parte – i colleghi di storia, di lettere, di scienze umane, di arte.
Il partner esterno del percorso è stato l’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea (ILSREC), con il quale il Liceo Pertini da anni ha già articolato iniziative culturali e didattiche. Gli studenti, in una fase preliminare, hanno partecipato ad alcune lezioni presso l’ILSREC, tenute dal prof. Paolo Battifora su “La metodologia e la ricerca storica”, “Il fascismo e la scuola” “Il fascismo e l’istruzione”. Gli incontri, sotto forma di laboratori e seminari, sono serviti per offrire agli studenti la base teorica su cui imbastire la propria ricerca e la produzione del prodotto multimediale con il quale gareggiare al concorso. Lo step successivo è stato svolgere delle ore extracurricolari presso la Biblioteca Berio del Comune di Genova. Per gli studenti sono state mattinate importanti ed originali da un di vista culturale, formativo oltre che didattico. La lezione non è solo quella in classe. Lo studio sul campo, la ricerca dei libri, la stesura di una bibliografia prima sull’autore e poi sul tema sono tutte attività formative ed orientanti importanti. Spesso, infatti, gli studenti imparano cosa sia una bibliografia solo in occasione della stesura della tesi di laurea triennale. La scuola, invece, deve preparare gli studenti al mondo universitario. La ricerca è un lavoro intellettuale con delle sue regole e con delle sue metodologie da conoscere e rispettare. Il rigore della ricerca è segno della fondatezza dello studio e dell’indagine elaborata. Insegnare ciò agli studenti di una classe quarta non è stato semplice, perché ha significato renderli autonomi e protagonisti del proprio percorso, considerando imprescindibile l’immersione all’interno dei testi. Studiare in biblioteca è stato importante perché potessero vivere lo studio in modo autonomo, indipendente, gestendo il proprio tempo senza la coercizione dettata dalla campanella, o dalla scansione delle lezioni curricolari. Organizzarsi in un ambiente diverso dalla scuola è stato stimolante perché hanno dovuto tenere conto della presenza di persone estranee, di scaffali nei quali riporre i libri dopo la consultazione, di gestione delle loro esigenze personali in un ambiente “lavorativo” altro rispetto all’edificio scolastico.
Quanto è durato il progetto? Con che risultati? Che ruolo ha rivestito la Fondazione Matteotti?
Il PCTO non è terminato, anzi, si concluderà nei primi mesi dell’anno prossimo, proprio con un viaggio a Roma presso la sede della Fondazione Giacomo Matteotti allo scopo di completare le fasi già svolte con la conoscenza diretta dei luoghi romani.
Il percorso, quindi, ha visto una seconda fase nella quale gli studenti, dopo aver elaborato i prodotti multimediali, hanno inviato i lavori svolti alla Fondazione Giacomo Matteotti per la partecipazione al Concorso, entro il 29 febbraio. L’elaborato proposto ha meritato la menzione speciale della Commissione esaminatrice dell’edizioni del centenario del concorso nazionale “Matteotti per le scuole”. Le studentesse hanno seguito la Premiazione, avvenuta il 17 maggio online, liete nell’essere menzionate, hanno espresso la loro soddisfazione per il plauso del progetto, ed hanno raccontato come abbiano realizzato il lavoro multimediale.
Inoltre, ho proposto, proprio per portare avanti il percorso come lettura estiva il saggio scritto dal Presidente della Fondazione Alberto Aghemo, edito da la Rubettino nel 2024, dal titolo La scuola di Matteotti. Un’idea di libertà: istruzione, democrazia e riscatto sociale.
Il saggio sarà presentato dagli studenti, proprio a Roma in occasione del viaggio di fine percorso. Gli studenti, quindi, avranno la possibilità di cimentarsi nella presentazione di un testo importante, all’interno della ricca bibliografia matteottiana. Inoltre, potranno raccontare – anche – in fase di colloquio orale durante l’esame di stato, non solo l’esperienza vissuta, ma quali competenze si siano sviluppate presentato il saggio del professor Aghemo.
Vuol raccontare brevemente il percorso proposto dal prof. Alberto Aghemo?
Alberto Aghemo precisa come la scuola per Giacomo Matteotti debba essere “qualche cosa per cui, almeno per quattro o cinque anni, la gente del popolo non pensi alla preparazione del lavoro manuale, ma impari anche delle astrazioni.” Matteotti, quindi, come precisa l’autore, ritiene che per mezzo della scuola gli studenti imparino a pensare, ad astrarre e ad elaborare concetti. La scuola è immaginata come libera, poetica, astratta affinché gli studenti possano beneficiarne del ricordo per qualche anno. Matteotti rivendica e riafferma l’interesse nei riguardi dell’istruzione e dell’educazione dei lavoratori. L’istruzione e l’educazione sono i mezzi attraverso i quali è possibile ottenere un riscatto sociale, ed attraverso cui è possibile emanciparsi politicamente. L’istruzione eleva moralmente i lavoratori. La scuola per Matteotti è più di un programma politico, ma è lo strumento più alto per manifestare la libertà. L’uomo di cultura e il militante appassionato attraverso un’intera vita di impegno per l’istruzione intesa come mezzo e come fine, come primo strumento di democrazia e come obiettivo di riscatto sociale.
Interessante è quanto scrive, nella Premessa ”Matteotti e l’istruzione popolare: la lotta di una vita”. Quando ci si discosti un poco dal cono d’ombra del monumento che si è soliti frequentare soprattutto in occasione delle commemorazioni e degli eventi celebrativi, emergono l’originalità, la lungimiranza e il respiro europeo di un politico di grande spessore che univa alla passione, lo studio, la preparazione, l’amore per i fatti in nome di quel sano pragmatismo che gli deriva dall’essere socialista riformista, lontano dagli ideologismi e da ogni forma di retorica (p.11). Matteotti ha sempre lottato, ritenendo che compito della scuola fosse quello di formare amministratori capaci in grado di promuovere l’elevazione sociale e culturale proletariato sulla scia della democrazia parlamentare.
Nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge che istituisce le celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti: tra le attività di ricerca su vita, pensiero e opera di Matteotti.
Quale, ad oggi, è meritevole di maggior attenzione?

Per comodità di esposizione, diamo un termine a quo a una riflessione sulla recente presenza di Matteotti nella scuola italiana lo si può individuare nell’anno 2014. In occasione delle celebrazioni del novantesimo anniversario della morte del politico polesano. Infatti, la Fondazione Giacomo Matteotti e la Fondazione di Studi storici Filippo Turati hanno predisposto un ampio calendario di iniziative, non soltanto celebrative ma anche formative, che raccolse vasti riconoscimenti a partire dall’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, cui si sommano il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei ministri e delle presidenze di Camera e Senato. Iniziative di commemorazione e di formazione, in stretta collaborazione con la Direzione Generale per lo Studente de Ministero dell’Istruzione che si è concretizzato nell’immediato nell’organizzazione con cadenza annuale del “Concorso nazionale Matteotti per le scuole”, avviato nel 2014/2015. Da allora il concorso, che intende stimolare anche la creatività dei giovani attraverso la realizzazione di elaborati testuali, grafici e multimediali a partire da un tema che viene indicato ogni anno dagli enti promotori, ovvero la Direzione Generale per lo Studente, la Fondazione Matteotti e la Fondazione Turati, ha registrato una partecipazione sempre crescente, dal punto di vista sia quantitativo che qualitativo, da parte degli studenti e delle scuole.
Molte iniziative hanno avuto un’efficace disseminazione presso i plessi scolastici nazionali grazie al sostegno di Istituzioni private e pubbliche. Tra le prime, si deve senz’altro segnalare la Fondazione Roma che ha contribuito significativamente alla realizzazione di un piano di attività formative di attività formative disseminate sull’intero territorio della Regione Lazio in occasione anche del centenario anniversario matteottiano. Le Fondazioni Matteotti e Turati e la Direzione Generale per lo Studente hanno sottoscritto un Protocollo d’intesa triennale, nel 2018 per la prima volta, poi rinnovata, nel quale è espressa l’intenzione tra le parti di realizzare iniziative didattiche e formative, attraverso il coinvolgimento diretto degli istituti scolastici di tutto il territorio nazionale, promuovendo percorso di formazione attraverso l’utilizzo e la divulgazione dei contenuti e dei materiali storici in possesso tra le Parti.

Rosaria Catanoso

Dottoressa di ricerca in Metodologie della Filosofia, docente di filosofia nei licei, membro del Centro per la filosofia italiana. Collabora regolarmente con le riviste “Segno”, “il cannocchiale. Rivista di filosofia”, “Tempo Presente” della Fondazione Giacomo Matteotti. Ha pubblicato saggi e articoli su Arendt, Heller, Husserl, Chiaromonte, Croce. Tra i suoi libri: Hannah Arendt. Imprevisto ed eccezione lo stupore della storia, Giappichelli, Torino 2019, Rapporto sul sapere. L’intellettuale nel tramonto della politica, Fondazione Matteotti, Roma 2021.

“Vogliono il nulla perché sono il nulla”

Matteotti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919 nel Collegio di Ferrara e fu poi rieletto nel 1921 e nel 1924.
Venne soprannominato “Tempesta” dai suoi compagni di partito.
A quali tratti della sua personalità si deve l’appellativo?

Matteotti non ha mai ceduto di un passo di fronte alla sua responsabilità, storica sociale politica, che riteneva essere legata indissolubilmente sia con la sua azione e sia in generale con la sua vita. Aveva un carattere intransigente, per quanto riguarda le sue idee, che riusciva però ad affievolire, se si trattava di migliorare le condizioni dei diseredati o di combattere un nemico comune. Ad esempio, rimase sempre un fiero avversario dell’interventismo nel 1914, cosa che gli attirò diverse illazioni sull’essere filoaustriaco, mentre non si risparmiava alla ricerca di quello che potesse essere un terreno comune di azione nella prassi politica, cercando anche di coinvolgere i comunisti, verso i quali si sentiva comunque ideologicamente lontano. Comprendendo fin da subito la pericolosità di Mussolini e del fascismo, comprendendone la radice affaristica e corruttrice, cercò in tutti i modi di combatterlo, a cominciare dal cercare di limitare i collaborazionisti con il governo fascista, presenti sia nella CGdL, sia all’interno del suo Psu. Tutto questo, Matteotti lo faceva da isolato, all’interno e all’esterno del partito, isolamento di cui eroicamente non si curava e che sarà una delle precondizioni della sua uccisione, ma anche delle violenze che negli anni precedenti l’avevano evocata.
“Tempesta” passava ore nella Biblioteca della Camera “a sfogliare libri, relazioni, statistiche, da cui attingeva i dati che gli occorrevano per lottare, con la parola e con la penna, badando a restare sempre fondato sulle cose”.
Da dove nasce l’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia?

L’inchiesta nasce dalla terra di Matteotti e cioè il Polesine. Qui, aveva potuto osservare, tra il 1919 e il 1921, l’affermazione del fascismo, che lui legava quasi esclusivamente alle lotte che c’erano tra la borghesia agraria e il proletariato, con quest’ultimo che si era senz’altro avvantaggiato del contesto dato dal biennio rosso. Da questo punto di vista (probabilmente troppo parziale, perché non tutta la borghesia si schierò con Mussolini), quindi, il fascismo non può che essere una forza reazionaria, il braccio armato e violento dei padroni. Il suo scritto è anche fortemente legato alle violenze da lui subite in prima persona in quello stesso torno di anni, violenze che sono susseguite alla rapida ascesa di Matteotti verso la politica nazionale e all’essere visto come l’avversario più temibile e irriducibile del fascismo.
In The Fascists exposed; a year of Fascist Domination, Matteotti sosteneva che il miglioramento delle condizioni economiche e finanziarie del Paese, che stava lentamente riprendendosi dalle devastazioni della prima guerra mondiale, era dovuto non all’azione fascista, quanto alle energie popolari.
Chi ne avrebbe beneficiato? Speculatori e capitalisti, mentre il ceto medio e proletario?

In una lettera a Turati del febbraio-marzo 1924 Matteotti scriveva: “Non volevano che scrivessimo l’anno di dominazione; non hanno voluto le conferenze; vogliono il nulla perché sono il nulla” (cit. in Mauro Canali, Il delitto Matteotti, Il Mulino). Matteotti non si sta rivolgendo ai fascisti, quanto a quelli del suo partito che tendevano a strizzare l’occhio al governo Mussolini. Uno degli intenti principali dello scritto di Matteotti era proprio, attraverso il lumeggiare la distanza che c’era tra il fascismo e le classi subalterne, quello di allontanare dal fascismo stesso qualsiasi forma di collaborazione che provenisse da sinistra. Questa distanza era qualcosa di programmatico, di scritto nel DNA stesso sia della politica mussoliniana, sia del PNF. Mussolini fu senz’altro abile a mostrarsi come l’uomo giusto al posto giusto, come l’uomo che era in grado di risolvere tutti i problemi del paese, compresi quelli del ceto medio, che comunque fu importante per quella che Matteotti vedeva come “la facile affermazione” fascista. In realtà, gli unici veri interessi che il fascismo ha protetto e fatto crescere, almeno fino alla metà degli anni Trenta, sono stati quelli degli industriali e degli agrari, bloccando i salari e distruggendo il diritto di sciopero. Due esempi lampanti ne sono la questione, legata all’omicidio di Matteotti, della possibilità dello sfruttamento del suolo italiano in senso petrolifero e le larghe concessioni che venivano fatte alle idroelettriche private, una delle quali, la SADE, era di proprietà di Giuseppe Volpi, che fu Ministro delle Finanze dal 1925 al 1928 e che era uno di quegli uomini fondamentali nel fascismo (un altro è Filippo Filippelli), uomini che facevano da mediatori tra gli alti ranghi del partito e del governo e il mondo imprenditoriale.
“[…] Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”
Matteotti quale unico oppositore?

Più che unico oppositore, direi uno dei pochi che davvero aveva compreso la specificità del fascismo, il suo violento dinamismo. Come abbiamo detto prima, la considerazione che Matteotti aveva del fascismo aveva un angolo di visuale giocoforza ristretto, considerazione ormai superata, ma che a livello storico è ancora piuttosto importante. Potremmo dire che Matteotti non faceva, come invece facevano altri, della sua avversione al fascismo una questione di superiorità morale; era invece un vero e proprio scontro ideologico, tra chi si schierava con gli agrari e gli industriali, in maniera corruttiva, e chi invece combatteva per i diritti delle classi subalterne; tra chi faceva della violenza un’arma politica e chi, pur intransigente, aveva da sempre cercato dei terreni comuni di lotta e di azione; tra chi agiva nell’ombra e chi alla luce del sole. In ogni caso, all’altezza di tempo della prima metà degli anni Venti non erano in molti ad aver già sviluppato un’avversione e una contrapposizione ideologica al fascismo: sarà soltanto dopo il 1936 che molte coscienze cominceranno a risvegliarsi, anche nel nome di Matteotti.
Nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge che istituisce le celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti: tra le attività di ricerca su vita, pensiero e opera di Matteotti.
Quale, ad oggi, è meritevole di maggior attenzione?

Mi chiedo, platonicamente, se sia possibile separare nettamente vita, pensiero e opere. Seguendo l’esempio di Guido Calogero, e di altri prima e dopo di lui, teoresi e prassi non soltanto non sono separabili, ma possono essere considerate come la seconda il rovesciamento dialettico della prima. Se in filosofia, ma non soltanto in essa, separo la teoria dalla prassi ottengo o un’azione non consapevole oppure un pensiero del tutto avulso dalla realtà effettuale. Se a questo schema aggiungo la cornice che è la vita, forse mi rendo conto che niente nella nostra esperienza è separabile, perché tutto si richiama a più strati. Ma, se devo proprio porre maggiore attenzione a un aspetto dell’esperienza di Matteotti, allora scelgo l’opera, l’azione, l’incuranza con la quale, nell’espletamento delle proprie mansioni, è andato incontro ai pericoli e poi all’uccisione: perché, forse, è questo l’aspetto che oggi può essere più lontano dal nostro modo di vedere la realtà e la vita, quello che ci può più essere di aiuto.
Essere troppo ricco. Essere mezzo austriaco. Essere figlio di usurai.
La delegittimazione come arma politica?

Purtroppo sì. Quando la persona e le sue idee sono limpide, inattaccabili, o comunque lineari, non resta che la delegittimazione, per chi vede la politica come un qualcosa di totale, senza limitazioni. Oggi come ieri, anche se il modo di fare politica è profondamente cambiato in questo secolo, passando per tante di quelle metamorfosi da poter perfino essere chiamato con un altro nome. C’è da dire, però, che la delegittimazione, che naturalmente azzera il confronto civile tra persone, è un’arma usata molto più a destra che a sinistra, intendendo per destra non soltanto quella che oggi governa, ma anche alcuni settori di quella pseudo-sinistra che lo ha fatto negli anni precedenti, fino ad arrivare a Craxi, che è stato poi l’uomo politico che ha mostrato apertamente come qualsiasi arma sia lecita, non a livello morale naturalmente, nel fare politica. Direi poi, finendo e tornando a Matteotti, che nel suo caso la delegittimazione è andata a braccetto con l’isolamento a cui è stato relegato, è stata uno dei modi con i quali veniva esorcizzata, negata e rimossa la sua fondamentale diversità, che dà sempre e comunque fastidio.
“Giacomo Matteotti, Segretario del Partito Socialista Unitario, impegnato com’era per il riscatto dei ceti più poveri, apparteneva al gruppo di coloro che sapevano come le libertà dello Stato liberale dovevano sapersi tradurre in effettivi diritti per tutti gli italiani.”
Così, il Presidente della Repubblica.
Quali sollecitazioni alla riflessione promuovono queste parole?

Sono senz’altro parole importanti, nel contesto in cui siamo immersi, parole delle quali ne capisco origine e finalità. Però, vi si possono anche ravvisare delle forzature, delle imprecisioni. Da socialista, per giunta molto attento alla sfera economica, Matteotti non poteva non vedere come lo Stato liberale italiano avesse le sue colpe nella presa del potere da parte di Mussolini, così come non poteva pensare che quello stesso Stato si preoccupasse di tutti gli italiani. Però, Matteotti non era Gobetti, non pensava al fascismo come all’autobiografia della nazione, non vedeva necessariamente continuità tra lo Stato liberale e il fascismo, pur individuando, come si è detto, quella fondamentale linea di convergenza tra il fascismo, e il suo capo, e borghesia, che certo non aveva voglia di continuare lungo la crisi che si era aperta con il dopoguerra e con il problema della riconversione industriale. Quindi, più che di Stato liberale sarebbe meglio parlare di democrazia, che è ciò che Matteotti contrapponeva, soprattutto nell’ultimo anno prima dell’omicidio, al fascismo. Più che di libertà, poi, Matteotti avrebbe preferito parlare di giustizia, che è il concetto più aderente al pensiero socialista e comunista, in questo caso molto vicini.
Tra ponti, strade, piazze e scuole Giacomo Matteotti è il politico del ‘900 più citato nella toponomastica italiana, con circa tremila intitolazioni in gran parte delle principali città italiane.
Quale il lascito per le future generazioni?

Gli uomini e le donne che si fanno latori di grandi idealità sono destinati a restare nelle menti, nei cuori, nell’immaginario delle persone. Al di là delle appartenenze. Oggi, in un momento storico nel quale le ideologie sembrano essere state deposte, l’esempio di Matteotti è piuttosto importante e non passa anno che nelle lezioni sul fascismo io non lo ricordi e non lo faccia conoscere ai miei alunni, al fianco delle figure di Amendola, di Gramsci, di Gobetti e di tanti altri. Sempre al di là delle appartenenze. Le future generazioni potranno senz’altro avere dei benefici dalla figura di Matteotti, purché non venga a esse calata dall’alto, ma sia vissuta nella sua profondità e nella sua specificità. I giovani hanno sempre bisogno di figure esemplari, che possano fungere per loro da instradamento nella vita, figure alle quali possano ispirare alcune loro scelte. Bisogna custodire tra queste figure anche Matteotti, per portare più avanti che sia possibile il suo grande messaggio umano e politico.

Emiliano Sabadello
Docente di ruolo di filosofia e storia al liceo classico Claudio Eliano di Palestrina, dopo aver insegnato per alcuni anni letteratura italiana e storia.
Ha all’attivo diverse pubblicazioni fra narrativa, saggistica e satira, fra le quali ci sono: Pennywise, un saggio su It di Stephen King, edito da Toutcourt edizioni; Il male maggiore. Stephen King e la violenza contro le donne, edito da Alter Ego edizioni; Il denaro e le sue forme. Teorie del denaro in Marx, edito da Il Rovescio editore. Ha curato, inoltre, un’edizione di alcuni racconti di H.G.Wells, Racconti della prima fantascienza, editi da Alter Ego edizioni. Ha partecipato a volumi collettivi quali: Spinoza. Un libro serissimo, edito da Aliberti e Almanacco Luttazzi della nuova satira italiana 2010, edito da Feltrinelli. Collabora con le riviste letterarie Il corsaronero, La nota del traduttore e Grado Zero.

Matteotti ed i “venti impetuosi”

Matteotti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919 nel Collegio di Ferrara e fu poi rieletto nel 1921 e nel 1924.
Venne soprannominato “Tempesta” dai suoi compagni di partito.
A quali tratti della sua personalità si deve l’appellativo?

Matteotti aveva un carattere battagliero, andava in giro a testa alta. Non aveva paura di chiamare persone e fatti con il loro nome, quindi dove la sua azione politica si manifestava, soffiavano “venti impetuosi”. Per questo i suoi compagni di partito lo chiamavano così.
“Tempesta” passava ore nella Biblioteca della Camera “a sfogliare libri, relazioni, statistiche, da cui attingeva i dati che gli occorrevano per lottare, con la parola e con la penna, badando a restare sempre fondato sulle cose”.
Da dove nasce l’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia?
Nasce dalla constatazione tragica e oggettiva delle violenze squadriste perpetrate negli anni che vanno dal ’19 al ’21. Erano tempi di violenze sistematiche, manganellate, olio di ricino e devastazioni di sedi sindacali. È un testo drammatico ed esemplare che racconta quanto veniva fatto alle persone dai fascisti: torture, violenze, stupri. Mi perfetto di consigliare l’edizione de l’Avanti! del 1922 a cura di P. Mencarelli, perché arricchita dall’originale apparato fotografico.
In The Fascists exposed; a year of Fascist Domination, Matteotti sosteneva che il miglioramento delle condizioni economiche e finanziarie del Paese, che stava lentamente riprendendosi dalle devastazioni della prima guerra mondiale, era dovuto non all’azione fascista, quanto alle energie popolari.
Chi ne avrebbe ne beneficiato? Speculatori e i capitalisti, mentre il ceto medio e proletario?

Credo che il fascismo non abbia mai portato nessun beneficio al paese, se non a ristretti gruppi di potere. Dobbiamo ricordarci che nel ’17 scoppia la Rivoluzione di ottobre in Russia, e nel ’21 a Livorno nasce il partito comunista. L’unica capacità di Mussolini è stata quella di convincere il re e “i poteri forti” di essere l’unico in grado di arginare la possibile “deriva” comunista. Il resto è storia…
“[…] Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”
Matteotti quale unico oppositore?

In quel contesto, nel famoso discorso parlamentare, dimostrò un coraggio incredibile, unico. Direi tuttavia che non fu l’unico oppositore: nel paese tanti dirigenti e sindacalisti, intellettuali, giornalisti, pagarono un caro prezzo per la loro dirittura morale. Certo, ci sono stati pure molti che si sono facilmente allineati. Vorrei proporre ancora un libro, davvero illuminante: Preferirei dire di no, di G. Boatti. L’autore racconta le storie dei 12 professori che non prestarono giuramento di fedeltà al fascismo. 12 su 1250… Credo non si debba aggiungere altro sulla predisposizione all’adulazione e al compromesso di bassa lega dell’italiano medio.
Nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge che istituisce le celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti: tra le attività di ricerca su vita, pensiero e opera di Matteotti.
Quale, ad oggi, è meritevole di maggior attenzione?

Sono usciti numerosi testi, tra cui il bel lavoro di Enzo di Brango, “Matteotti”, edito da Nova Delphi, e il saggio di M. Canali “Il delitto Matteotti”, per il Mulino (nuova edizione). In questi casi penso sempre che i lettori possano e debbano esplorare da soli, scegliendo secondo i gusti.
Essere troppo ricco. Essere mezzo austriaco. Essere figlio di usurai.
La delegittimazione come arma politica?

Tipico. Ricordiamoci che Matteotti non fu attaccato solo da destra, ahimè. Il nostro paese ha sempre avuto seri problemi con i “non allineati”, con la cultura libertaria (nella sua accezione più ampia del termine). Quando non si trovano argomenti politici per rispondere all’avversario, molti procedono con l’insinuazione, che è un’arma tremenda, perché appunto non sostiene scientificamente ma insinua, allude, trasformando una persona in un grigio simulacro a cui non credere. Nel 2024 accade lo stesso. A prescindere dalle simpatie politiche, la segretaria del Pd Elly Schlein è stata trattata similmente: “è svizzera, è ricca”, e via dicendo.
“Giacomo Matteotti, Segretario del Partito Socialista Unitario, impegnato com’era per il riscatto dei ceti più poveri, apparteneva al gruppo di coloro che sapevano come le libertà dello Stato liberale dovevano sapersi tradurre in effettivi diritti per tutti gli italiani.”
Così, il Presidente della Repubblica.
Quali sollecitazioni alla riflessione promuovono queste parole?

Credo che il dramma più grande per questo paese sia stato perdere uomini come Matteotti, Gobetti, i fratelli Rosselli: personalità che avrebbero potuto indicare al paese forme di socialismo e liberalismo più intelligenti e meno d’apparato. Il Presidente coglie perfettamente la necessità insoddisfatta degli italiani, ancora disattesa, di vivere in un paese in cui giustizia e libertà rappresentino le due facce di una medesima medaglia.
Tra ponti, strade, piazze e scuole Giacomo Matteotti è il politico del ‘900 più citato nella toponomastica italiana, con circa tremila intitolazioni in gran parte delle principali città italiane.
Quale il lascito per le future generazioni?

Sono pessimista con la ragione, ottimista con la volontà. Il livello culturale del popolo italiano sta precipitando, ormai anche i protagonisti più importanti della storia sono insignificanti per troppe persone. Ciò non vuol dire arrendersi al disfattismo o sentirsi autorizzati a badare solo ai propri interessi. Se si tornasse a investire seriamente sulla cultura – non solo umanistica, ma anche scientifica – questo paese potrebbe tornare a proporre un nuovo rinascimento.

Andrea Comincini
Laureato in Filosofia all’Università Roma Tre, ha conseguito un Ph.D. in Italianistica alla University College Dublin, dove ha lavorato in qualità di Senior Tutor. È stato Everett Helm Fellow alla Indiana University nel 2011. Giornalista pubblicista e ricercatore indipendente, collabora con varie riviste. Tra le numerose pubblicazioni: Altri dovrebbero aver paura (traduzione e curatela di lettere inedite di Sacco e Vanzetti, prefazione di Valerio Evangelisti e un contributo di Andrea Camilleri, 2012). Ha tradotto G. Bennett, A.C. Doyle, F. Fitzgerald, M. D. Higgins, D. Defoe e nel 2021 per CartaCanta ha tradotto – per la prima integralmente volta in Italia – I diari di viaggio di Herman Melville. Il Bel paese è il suo primo romanzo.

Giacomo Matteotti, figlio del Polesine. Un grande italiano del Novecento

Matteotti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919 nel Collegio di Ferrara e fu poi rieletto nel 1921 e nel 1924.
Venne soprannominato “Tempesta” dai suoi compagni di partito.
A quali tratti della sua personalità si deve l’appellativo?

Il soprannome “Tempesta” chiamava evidentemente in causa una personalità rigorosa, determinata, appassionata, poco accomodante. Sono molte le testimonianze, molti i documenti che ci descrivono la figura di Matteotti in questi termini. Il suo fascino deriva anche da un carattere che univa impeto, fiducia nei propri mezzi, intransigenza etica, profonda passione per l’ideale. Matteotti era una personalità ben distante dai cliché dell’uomo politico incline al compromesso o alla manovra sotterranea. Affrontava avversari e compagni di partito sempre a viso aperto. E non faceva sconti, all’occorrenza, nemmeno alla propria parte politica.
Da dove nasce l’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia?
Matteotti è tra i primi ad analizzare in modo lucido il fenomeno del fascismo, per certi versi – cito il grande storico del fascismo Emilio Gentile – in modo preveggente. Da un lato, operando come uomo politico nel Polesine, egli vede e subisce la novità dello squadrismo che invade le campagne padane, cogliendone tutta la carica eversiva e i rischi per l’intero edificio democratico; dall’altro, Matteotti è dotato della “forma mentis” e degli strumenti intellettuali che gli consentono di pensare da subito o quasi ad una denuncia sistematica – anche in forma di pubblicazione – delle violenze che si propagano a macchia d’olio nella Valle padana e oltre. Negli interventi dal Parlamento come nei suoi scritti più famosi non mancherà mai di riportare in maniera attenta e precisa quanto sta accadendo sui territori: le bastonature, le intimidazioni, gli omicidi, gli incendi delle tipografie e delle sedi politiche e sindacali ecc. Un doloroso censimento, è vero, ma il deputato socialista era un uomo da sempre attento ai fatti, a quanto prende forma nella realtà, e capisce che la sua denuncia del fascismo non poteva prodursi su un piano meramente teorico, declamatorio, ideologico in senso astratto, ma necessitava di un quadro esatto e puntuale, in grado di presentarsi con immediatezza agli occhi di chi leggeva e ancora desiderava – poteva – informarsi.
In The Fascists exposed; a year of Fascist Domination, Matteotti sosteneva che il miglioramento delle condizioni economiche e finanziarie del Paese, che stava lentamente riprendendosi dalle devastazioni della prima guerra mondiale, era dovuto non all’azione fascista, quanto alle energie popolari.
Chi ne avrebbe ne beneficiato? Speculatori e i capitalisti, mentre il ceto medio e proletario?

Un anno di dominazione fascista è probabilmente il testo più famoso di Matteotti ed è, appunto, indicativo di un metodo: un metodo, quello di Matteotti, che punta all’evidenza, all’obiettività, vuole persuadere attraverso il ragionamento e i numeri. In particolare, l’autore cerca di smontare la macchina propagandistica del governo Mussolini, sostenendo – appunto – che i relativi miglioramenti in campo economico non potevano essere ascrivibili alle scelte del nuovo esecutivo. Anzi, sia la politica economica che le politiche del lavoro sembravano andare contro gli interessi delle masse operaie e contadine, nel nome di una confusa ideologia “produttivista” che in questa prima fase vedeva, tra le altre cose, una strana convergenza tra il programma di governo di Mussolini e certe idee “tecnocratiche” di settori liberali. Rilanciare e sostenere la produttività post-bellica anche comprimendo le conquiste del mondo del lavoro, rassicurando nel contempo quella parte del ceto medio spaventata dal disordine sociale e dai proclami rivoluzionari – già ampiamente sconfitti – delle sinistre.
“[…] Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”
Matteotti quale unico oppositore?

Se Matteotti non è stato l’unico oppositore del fascismo, è stato certamente l’oppositore più intelligente e determinato. Diventa rapidamente il bersaglio principale dei fascisti. Sceglie il Parlamento come tribuna da cui denunciare alla nazione le violenze del fascismo, il suo carattere strutturalmente anti-democratico e da cui richiamare le opposizioni all’unità per una battaglia in nome della libertà e della democrazia. La sua attività politica e intellettuale è davvero incessante e si collega presto anche al contesto europeo, quando Matteotti partecipando a incontri e congressi cerca di spiegare ai colleghi francesi, austriaci, inglesi ecc. quello che sta accadendo in Italia con la presa del potere da parte di Mussolini.
Nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge che istituisce le celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti: tra le attività di ricerca su vita, pensiero e opera di Matteotti.
Quale, ad oggi, è meritevole di maggior attenzione?

Non saprei indicarne una in particolare. Penso che tutte le iniziative siano in qualche modo degne di nota, soprattutto se puntano a far conoscere meglio una figura straordinaria come quella di Giacomo Matteotti e a inserirla in modo compiuto nella storia del nostro paese.
Essere troppo ricco. Essere mezzo austriaco. Essere figlio di usurai.
La delegittimazione come arma politica?

Possiamo dire che Matteotti è stato oggetto di delegittimazione durante l’intero arco della sua carriera politica e pure dopo la sua morte, per ovvi motivi, purtroppo. Leggere quanto succede, per esempio, durante il “processo farsa” di Chieti del 1926 è ancora oggi roba per stomaci forti. Pensiamo alle parole usate contro Matteotti dal truce Farinacci, segretario del partito fascista e difensore di Dùmini. Non erano mancati in quei mesi neppure tentativi di depistaggio legati all’emergere di presunte trame matteottiane in Francia contro un esponente del fascismo e alla volontà di proteggere, di fatto, gli assassini del deputato, derubricando il delitto ad evento meramente accidentale. Già nella prima parte della sua militanza politica attiva e nel suo Polesine, comunque, Matteotti era stato costantemente oggetto di accuse e di epiteti che lo bollavano, ad esempio, come “socialista milionario”, “socialista impellicciato”, imputandogli da parte conservatrice e poi fascista una sorta di tradimento di classe. Accuse che si estendevano perfino alla sua famiglia. Altro capitolo significativo: il suo pacifismo, il suo antimilitarismo, la sua strenua opposizione alla guerra, che gli costeranno ulteriori persecuzioni e campagne diffamatorie.
“Giacomo Matteotti, Segretario del Partito Socialista Unitario, impegnato com’era per il riscatto dei ceti più poveri, apparteneva al gruppo di coloro che sapevano come le libertà dello Stato liberale dovevano sapersi tradurre in effettivi diritti per tutti gli italiani.”
Così, il Presidente della Repubblica.
Quali sollecitazioni alla riflessione promuovono queste parole?

Le parole del Presidente Sergio Mattarella hanno colto la complessità della figura e dell’opera di Matteotti: libertà e giustizia devono andare di passo, se vogliamo difendere e promuovere realmente la democrazia e l’eredità politica e ideale di Matteotti. Giacomo Matteotti era un socialista “gradualista”, era un marxista, ma era anche uno specialista del diritto. Proprio la sua formazione e la sua sensibilità di giurista gli fecero comprendere l’importanza della legalità e delle garanzie liberali; gli fecero comprendere come i diritti dei lavoratori potessero avanzare entro una cornice democratica, fatta di rispetto per le libertà individuali ma anche per le rivendicazioni delle organizzazioni di classe.
Tra ponti, strade, piazze e scuole Giacomo Matteotti è il politico del ‘900 più citato nella toponomastica italiana, con circa tremila intitolazioni in gran parte delle principali città italiane.
Quale il lascito per le future generazioni?

La memoria toponomastica è importante, ma non possiamo limitarci a quella. Dal centenario deve partire un messaggio molto chiaro per le future generazioni: Matteotti è stata una figura centrale nella storia italiana del Novecento, una figura che merita non solo di essere celebrata ritualmente, ma che deve essere ancora di più conosciuta, studiata, approfondita.

Diego Crivellari

Laureato in filosofia, dopo aver lavorato in campo editoriale, è attualmente insegnante nelle scuole superiori. Autore di saggi e articoli, ha recentemente pubblicato il volume “Scrittori e mito nel Delta del Po” (Apogeo editore), dedicato ai narratori del Grande Fiume.

Tempesta. Storia di Giacomo Matteotti

Matteotti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919 nel Collegio di Ferrara e fu poi rieletto nel 1921 e nel 1924.
Venne soprannominato “Tempesta” dai suoi compagni di partito.
A quali tratti della sua personalità si deve l’appellativo?

Matteotti era un uomo di una certa eleganza sia formale che sostanziale. Ciò non gli impediva di reagire con una certa verve a quelle che riteneva provocazioni, oppure per sostenere una tesi in cui credeva fermamente. Dagli atti parlamentari e dalle testimonianze dei suoi compagni di partito, Turati in testa (vedi le sue letere ad Anna Kuliscioff in cui cita appunto la focosità di Matteotti), emerge chiaramente questo tratto del suo carattere. Un carattere già così plasmato fin da ragazzino. Nel mio libro riporto un episodio in cui ha solo 14 anni quando viene zittito dopo un suo intervento accalorato in una assemblea socialista in cui s’era sentito gridare: «Tasi ti che te le braghe curte!» (taci tu che hai ancora le braghe corte). L’epiteto di “Tempesta” per questa sua cifra caratteriale è speculare a “Socialista impellicciato”: il modo col quale i suoi avversari politici cercavano di offenderlo, mettendo in contrasto la sua elevata condizione economica con un credo politico quale quello socialista particolarmente attento al “mondo degli ultimi”, come lo definì Ermanno Olmi ne L’albero degli zoccoli.
“Tempesta” passava ore nella Biblioteca della Camera “a sfogliare libri, relazioni, statistiche, da cui attingeva i dati che gli occorrevano per lottare, con la parola e con la penna, badando a restare sempre fondato sulle cose”.
Da dove nasce l’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia?

«Matteotti leggeva i bilanci dello stato come fossero romanzi» per dirla con le parole di Giovanni Amendola, pure lui vittima dello squadrismo fascista. Una pignoleria che aveva contraddistinto anche quella ricerca sulla violenza fascista. Aveva infatti battuto in lungo e largo il Polesine, raccogliendo parecchie testimonianze di episodi di violenza, di cui alcuni brutali e in alcuni casi crudeli perché perpetrati al cospetto di figli piccoli nelle abitazioni di socialisti e anarchici. Nel mio libro riporto alcuni degli episodi più significativi denunciati da Matteotti in quella sua ricerca. Da aggiungere che era riuscito a raccogliere testimonianze al riguardo provenienti anche da altre provincie grazie a colleghi e amici socialisti sia veneti che lombardi.
In The Fascists exposed; a year of Fascist Domination, Matteotti sosteneva che il miglioramento delle condizioni economiche e finanziarie del Paese, che stava lentamente riprendendosi dalle devastazioni della prima guerra mondiale, era dovuto non all’azione fascista, quanto alle energie popolari.
Chi ne avrebbe ne beneficiato? Speculatori e i capitalisti, mentre il ceto medio e proletario?

I periodi immediatamente successivi alle guerre sono fisiologicamente forieri di ripresa economica e le ragioni sono talmente intuibili da risultare banali. Nel caso della Prima guerra mondiale, l’Europa stava vivendo ancora la Belle  Époque, quando ci furono gli spari di Gavrilo Princip a Sarajevo. Tutt’ora ci si interroga sulle reali cause scatenanti di quella guerra. Fatto è che cambiò il mondo. Non a caso, la mia narrazione parte proprio dal fronte della guerra. Le sue macerie provocano tutto quel che accadrà nel resto del secolo fino alla caduta del Muro. Fu una guerra combattuta sulla testa del “quarto stato”. Gli interessi che mossero quel conflitto sono riconducibili a un capitalismo che aveva già evidenziato tutta la sua cifra predatoria. Le condizioni in fabbrica nella neonata industrializzazione italiana segnatamente in zone assai ristrette del Paese, erano di stampo vessatorio e segnate da quei ritmi denunciati perfino da Chaplin in un suo famoso film sul disincanto dei Modern Times. C’è un passaggio in Stalingrado di Grossman in cui una contadina si lamenta con una sua amica del prezzo degli stivali che resta alto, come ai tempi dello zar: «Perché – risponde quella – noi eravamo persone a quel tempo?». Un passaggio che la dice lunga su quel che ha significato in termini di speranza la Rivoluzione russa, non solo per la plebe ucraina o georgiana o caucasica, ma per gli ultimi di tutto il mondo, italiani compresi. Non a caso, proprio il «fare come in Russia» diventerà lo spartiacque fra il socialismo gradualista (che aveva in Matteotti il suo alfiere) e quello massimalista, con la conseguente nascita del Pcd’I nel 1921.
“[…] Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”
Matteotti quale unico oppositore?

Più che una tesi, è un fatto – come dimostrano gli atti parlamentari – che il segretario del Psu fosse rimasto solo ad opporsi attivamente al fascismo fin dai primi dei suoi 106 interventi alla Camera. Filippo Turati, il vecchio socialista compagno di partito di Matteotti, in una sua lettera alla Kuliscioff si spargerà il capo di cenere per aver lasciato solo quel suo «giovane compagno». Quando fu ucciso, Matteotti aveva infatti 39 anni, a fronte dei 66 del “vecchio” Turati. Per non parlare dei comunisti – Gramsci e Bordiga compreso – che riterranno sterile la sua battaglia perché, di fatto, non inserita in un’ottica rivoluzionaria di stampo leninista. Riferendosi a una espressione di Karl Radek, Gramsci arrivò a definire Matteotti «Pellegrino del nulla». Accuse rivolte da chi poi promosse quella scellerata ritirata dell’Aventino che avrebbe lasciato più che campo libero, intere praterie politiche al fascismo: Mussolini potrà infatti varare quelle “Leggi fascistissime” senza che il Parlamento si alzasse un ciglio. Leggi che avrebbero segnato l’abbrivio del regime. Un nuovo corso annunciato per altro dallo stesso Mussolini nel famoso discorso del 3 gennaio 1925 in cui si assumeva la responsabilità storica, politica e morale di tutto quanto accaduto fino a quel momento, compreso il delitto Matteotti.
Nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge che istituisce le celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti: tra le attività di ricerca su vita, pensiero e opera di Matteotti.
Quale, ad oggi, è meritevole di maggior attenzione?

Senza alcun dubbio il tema della democrazia e del suo presidio. Basta leggere alcuni interventi di Matteotti per rendersi conto di come avesse paventato tutto quello che poi sarebbe puntualmente avvenuto. Credo che il maggiore insegnamento da parte di un personaggio quale il suo sia quello che riconduce a una idea di democrazia che può essere praticata nelle sue più diverse declinazioni politiche (socialiste, comuniste, liberali, cattoliche, repubblicane, che poi sono le componenti della Resistenza), ma che deve essere costantemente presidiata perché non è affatto scontata.
Essere troppo ricco. Essere mezzo austriaco. Essere figlio di usurai.
La delegittimazione come arma politica?

Come detto, l’insulto di “Socialista impellicciato” nasce da lì, coerentemente con un’idea greve che vuole i socialisti, i comunisti, gli anarchici, coerenti con il loro credo solo se anch’essi pezzenti come quella plebe che vogliono riscattare. Se conosciamo un po’ di Storia, sappiamo che dalla Rivoluzione francese in avanti le avanguardie erano rappresentate da “impellicciati”, per dirla con quell’insulto: da Robespierre a Lenin, Trotsky, fino al dottor Ernesto Che Guevara.
“Giacomo Matteotti, Segretario del Partito Socialista Unitario, impegnato com’era per il riscatto dei ceti più poveri, apparteneva al gruppo di coloro che sapevano come le libertà dello Stato liberale dovevano sapersi tradurre in effettivi diritti per tutti gli italiani.”
Così, il Presidente della Repubblica.
Quali sollecitazioni alla riflessione promuovono queste parole?

Come detto, al presidio della democrazia. Che è di tutti. Perfino dei suoi avversari: in primis coloro i quali, andando al potere, negherebbero quel diritto al libero pensiero e alla sua libera espressione.
Tra ponti, strade, piazze e scuole Giacomo Matteotti è il politico del ‘900 più citato nella toponomastica italiana, con circa tremila intitolazioni in gran parte delle principali città italiane.
Quale il lascito per le future generazioni?

L’impegno. Senza quello non si va da nessuna parte. Un impegno che mi tocca constatare in misura assai minore nelle giovani generazioni rispetto alla mia. Io avevo 20 anni quando scoppiò la bomba a Brescia, ma da almeno quattro contestavo la guerra in Vietnam. Fu quella guerra nel Sud Est asiatico il viatico verso la politica per la mia generazione. Unitamente alle canzoni di Bob Dylan. Prima di chiudere, ci tengo a una precisazione, che sostanzia le quasi 900 pagine del mio libro: Matteotti non fu ucciso per quel che aveva detto il 30 maggio, ma per quello che avrebbe detto l’11 giugno relativamente alle tangenti petrolifere che coinvolgevano il cerchio magico di Mussolini e perfino la Corona.

Pino Casamassima
Giornalista e scrittore. Tra il 1976 ed il 1984 collabora con i quotidiani Il Giornale di Brescia e Bresciaoggi. Diventato professionista, oltre ad aver lavorato nelle redazioni di quotidiani e periodici, è stato inviato in Formula 1, opinionista per il web europeo del network americano CBS, oltre che consulente editoriale per Rizzoli libri. Attualmente scrive per Il Corriere della Sera e cura una rubrica su Il Giorno. Autore de La Storia siamo noi, collabora con History Channel, l’Università Cattolica di Milano, L’Archivio storico della Resistenza bresciana e della Storia contemporanea. Ha pubblicato una trentina di libri, alcuni dei quali tradotti all’estero. Movimenti, è pubblicato da Sperling&Kupfer. Gli Irriducibili, pubblicato da Laterza, ha avuto più edizioni. Fra gli altri titoli, I Sovversivi e Armi in pugno per Stampa Alternativa, Brigate Rosse (Newton&Compton), Il sangue dei rossi (Cairo), 68 – l’anno che ritorna con Franco Piperno (Rizzoli), Donne di piombo (Bevivino Editore), La Fiat e Gli Agnelli, una storia italiana (Le Lettere). Per il teatro ha scritto Strega! 15 quadri persecutori del XVI secolo nelle valli bresciane. Con il libro Il libro nero delle Brigate rosse ha vinto il premio Minturno 2008; con Il Sangue dei rossi ha vinto il premio Luigi Di Rosa 2011 ex aequo con Cuori neri di Luca Telese.
Piazza della Loggia (Sperling & Kupfer) è uscito nel 2014.

Mille Motivi per un Assassinio

Macchinazioni, intrighi, segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: sono ingredienti essenziali del giallo. Il suo romanzo in che misura diverge dal genere codificato?

Nella stesura del mio romanzo, come anche negli altri, pur mantenendo gli ingredienti dei gialli classici, seguo spesso i diversi stili narrativi del poliziesco americano, del quale io sono un lettore accanito. Le caratteristiche essenziali del racconto giallo sono presenti anche nel mio romanzo, ma oltre l’indagine c’è anche una ricerca introspettiva, un’analisi della interiorità dei singoli personaggi, delle loro passioni, delle loro abitudini, del loro eloquio: espressioni del volto che possono suggerire a chi conosce l’animo umano segreti volutamente nascosti. Spesso è proprio l’insicurezza di ognuno di noi a svelare un indizio importante ma devastante per chi lo nasconde. Il mio lavoro è ricamare la storia offrendo, come nel montaggio di un film, un continuo susseguirsi di flash, che obbligano il lettore a tener a mente tutti i passaggi che si sviluppano nel racconto, ricucendo a mano a mano le pagine che vengono alla luce.

Il percorso del protagonista si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?

La mia narrazione è volutamente composta da flashback proprio perché cerco di evidenziare al massimo l’incursione della memoria, traducendo i momenti del ricordo in azione momentanea. La memoria è secondo me un nutrimento che ci mantiene sospesi tra il passato ed il presente, incidendo quasi sempre in modo positivo sulle scelte fulminanti. In tal modo credo che non sia possibile “chiudere i conti con il passato” perché proprio il nostro presente è il risultato di ogni avvenimento trascorso.

Guardando ai casi di “cronaca nera”, reputa che il bisogno di verità possa sempre costituire un motore potente che spinge all’azione?

Purtroppo i casi di cronaca nera ci assalgono quasi quotidianamente, principalmente con episodi di femminicidio, di violenze familiari, di omicidi sine causa, in un crescendo che lascia perplessi. La ricerca della verità allora è effettivamente il motore potente che spinge all’azione, nella speranza di correggere socialmente la piaga.

Lei applica differenti prospettive ad altrettante corrispettive esperienze che l’uomo con le sue attitudini, peculiarità e tessuti relazionali, che gli sono caratteristici, si trova ad affrontare. Ritiene che la parola possegga la potenza per scarnificare l’uomo nella sua complessità e totalità?

“Scarnificare” significa letteralmente “privare della carne che sta intorno” e qui come metafora penso che possiamo accettare l’ipotesi che la parola, quindi il simbolo, possa avere la potenza di rendere la figura umana nella sua essenzialità primaria. Vera e propria scultura che mette a nudo tutte le esperienze, i sentimenti, le illusioni, le attitudini, i tessuti relazionali.

I protagonisti delle sue pagine sono genuini e, di certo, fortemente caratterizzati; i luoghi riconoscibili e concreti: pensa ad una trasposizione televisiva dei sui scritti?

Desiderare una trasposizione televisiva delle mie storie poliziesche è una aspirazione molto umana e semplice. Ma non mi faccio assolutamente illusione, conscio di come vanno le scelte in questo periodo storico, nel quale scarseggia la vera critica militante e si avvicendano preferenze che offrono grancassa, perché l’autore è un’autorità politica, un famoso personaggio pubblico o un protagonista di un contesto sociale attuale di grande rilevanza, da sacrificare temporaneamente

Quale uso fa della Parola il suo immaginario letterario?

L’uso della parola nel mio immaginario letterario è molto scorrevole. La scelta oculata del vocabolo deve assolutamente coincidere con l’esattezza di ciò che voglio esprimere; la visionarietà creativa non deve essere deformata da parole che possano portare il lettore ad interpretazioni false.

Alferio Spagnuolo, (Napoli, 1963), laureato in Giurisprudenza, ha esordito nel 1987 con il romanzo Nucleo impenetrabile, edito dalla Società Editrice Napoletana. Il libro reca il sottotitolo giallo a quattro mani perché scritto in coppia con il poeta, nonché padre dell’autore, Antonio Spagnuolo.

Sempre con quest’ultimo, ha pubblicato nel 2006, per la Kairòs Edizioni di Napoli, il giallo napoletano L’ultima verità con la prefazione di Maurizio De Giovanni.

Nel 2016 pubblica per la Robin edizioni il thriller: Il mistero del giglio scarlatto

Nel 2017 pubblica per Aletti editore una raccolta di racconti noir: Tra il nero ed il rosa, racconti per una notte.

Nel 2018 ancora per la Robin edizioni pubblica la seconda indagine del Commissario Giulio Salvati: Soave, innocente filastrocca di morte.

Nel 2021 sempre per la Robin edizioni pubblica la terza indagine del commissario Giulio Salvati: Il sentiero delle metamorfosi.

La quarta indagine del Commissario Giulio Salvati Mille motivi per un assassinio è stata pubblicata nel giugno 2024 da Robin edizioni, sempre nella collana I luoghi del delitto.

Due racconti sono stati pubblicati nell’Antologia Giallo Festival: Nel paese delle meraviglie (2020) e Nel vortice della perdizione (2023).

Intelligenza artificiale. Profili giuridici

Norme sempre più artificiali, pensiero legale autoreferenziale, avvocati
burocratici, giudici robotici, popolo smobilitato: per quale ragione le emozioni
sono state rimosse da quella che definisce “tecnocrazia legale”?

Il rapporto tra diritto e nuove tecnologie è stato, negli ultimi cinquant’anni, particolarmente complesso e problematico, soprattutto in Italia.
Ciò ha portato, in molti casi, a una mancanza di coordinamento tra quello che dovrebbe essere il ruolo delle parti processuali (non solo il giudice ma, anche, gli avvocati, i cittadini e persino le Cancellerie) e il supporto che la tecnologia dovrebbe dare per migliorare, e non complicare, il processo.
Purtroppo, in Italia fin dagli anni Ottanta del secolo scorso, quando il computer è diventato “personal” ed è entrato nelle case e nelle vite di tutte le persone, il mondo del diritto non è stato particolarmente rapido nel comprendere i benefici di una simile, inarrestabile rivoluzione digitale che avrebbe avuto il suo apice nel 2000 e che ancora oggi cresce grazie all’intelligenza artificiale.
Questo perché il legislatore ha sempre interpretato la tecnologia come una minaccia per i diritti, con una interpretazione spesso motivata dall’ignoranza tecnologica (del resto, ciò che non si conosce fa paura…), e ha sempre voluto disciplinarla in un’ottica di rischio.
Al contempo, non si è mai creata una vera e solida infrastruttura informatica pubblica che potesse rendere la tecnologia “amichevole” e utile per il mondo giuridico.
Si pensi a ciò che è successo in periodo di pandemia, dove in molti casi il sistema è crollato e la funzione giurisdizionale si è bloccata.
Il timore di “rimozione delle emozioni” sussiste in alcune aree del diritto dove l’intervento dell’essere umano è fondamentale: si pensi al penale, al diritto di famiglia, a questioni che possano riguardare soggetti vulnerabili.
Al contempo, però, la tecnologia potrebbe semplificare, velocizzare e portare a una riduzione di costi in tutti quegli ambiti ripetitivi, poco impegnativi intellettualmente, di pura organizzazione che al momento portano via tantissimo tempo agli operatori ma che, con una infrastruttura informatica efficiente, si potrebbero gestire meglio.
Si ricordi infatti che la tecnologia è utile al professionista soltanto nel momento in cui semplifica la vita professionale, non quando rende le questioni ancora più complesse.
Paul Celan asseriva: “Non dividere il sì dal no!”. Nella coabitazione di bene e male, eternità e tempo, verità e menzogna, colpa e destino, che s’annida la drammaticità dell’emettere un giudizio?
Purtroppo, nei prossimi mesi, e anni, la distinzione tra vero e falso sarà sempre più complessa da individuare.
I sistemi di intelligenza artificiale pensati per creare il deep fake, il falso profondo, stanno già preoccupando grandi giuristi e filosofi negli Stati Uniti d’America proprio su questo punto: la possibilità di scardinare l’intero sistema.
Viene rappresentata, in particolare, una situazione nella quale il bugiardo, in processo, sarà sempre più in una posizione di vantaggio processuale nel momento in cui i contenuti falsi non si potranno più distinguere da quelli veri.
Si pensi all’aumento di tempo processuale necessario per fare perizie per valutare se un documento vero sia falso o vero (perché così richiesto dalla controparte in malafede) o, ancora, l’aumento di costi per simili complesse attività.
L’intelligenza artificiale sta manifestando, tra le altre cose, questa incredibile capacità di confonderci in maniera realistica su ciò che sia falso e ciò che sia vero. Quest’anno sarà, in particolare, terribile sul punto: sarà un anno elettorale, sia in Europa sia negli USA, e un anno di guerre continue. I due contesti, quello pre elettorale e quello di guerra, sono momenti ideali per la generazione di contenuti falsi a fini di disinformazione o di dileggio e attacco dell’avversario.
E contrastare un simile fenomeno così tecnologizzato – con la potenza della intelligenza artificiale che economicamente è ormai alla portata di tutti – sarà sempre più complesso.
“Oggettivismo” iper-logico di un algoritmo e rifiuto del “giudizio” in quanto tale.
Come ci si districa tra l’aridità astratta dell’IA e l’omologazione da Web? Tra la
logica esasperata e l’ondivaga interpretazione degli eventi?

Districarsi in un simile quadro diventa molto complesso. A mio avviso sono necessari quattro parametri: la qualità del dataset iniziale, la tracciabilità delle operazioni e la loro trasparenza, la possibilità dell’intervento umano e l’evitare l’uso di strumenti automatizzati in contesti particolarmente delicati, operando, prima, una accurata analisi del rischio.
Il primo parametro, la qualità del dataset, ossia dei dati che vengono “dati in pasto” ai sistemi di intelligenza artificiale, è fondamentale per evitare risultati discriminatori. Purtroppo è sempre più difficile, nell’era dello scraping selvaggio (ossia della raccolta a strascico e senza alcuna selezione dei dati degli utenti), garantire che l’intelligenza artificiale possa operare con una base di partenza che non contenga dati obsoleti, non corretti o ridondanti.
Il secondo parametro è la garanzia di poter conoscere come un sistema opera, soprattutto se quel sistema ha degli effetti giuridici o sociali sugli esseri umani. Anche in questo caso l’ostacolo è presente e si chiama “black box”, ossia un sistema che non ci è dato conoscere nei suoi parametri (e “ragionamenti”) di funzionamento. L’idea, ad esempio, di sistemi di intelligenza artificiale che siano “open source”, ossia a codice aperto e visibile a tutti, può aiutare, e non poco.
Il terzo parametro prevede sempre e comunque la possibilità che un essere umano possa intervenire nel caso il risultato del processo sia inaccurato o, peggio, lesivo dei diritti delle persone. Anche questo, però, è molto complesso: sono ormai miliardi, nel mondo, i dispositivi (si pensi all’Internet delle Cose) che funzionano con l’intelligenza artificiale, e l’idea che ci possa essere una mente umana per ognuno di questi è praticamente irrealizzabile.
Infine, occorre una analisi del rischio accurata per cercare di comprendere se l’uso di tali strumenti possa, o meno, mettere a rischio i diritti e le libertà delle persone. Una simile, necessaria valutazione degli “equilibri” e dell’impatto che certe tecnologie possono avere sulle vite delle persone è altrettanto indispensabile per garantire una felice convivenza tra essere umano e macchina.

Le sue letture, i suoi studi, la sua esperienza di vita: ci sono tratti di comunanza tra
giudicato e giudice?

Penso che tutti i giudici, in qualche modo, trasportino caratteri personali in un giudicato o, quantomeno, si possa ricavare da una decisione una riflessione di colui o colei che l’ha preparata. Spesso chi critica l’uso dell’intelligenza artificiale in ambito giuridico e di supporto, o di “sostituzione”, di un giudice, manifesta proprio questi timori: quanta consapevolezza, quanta emozione, quanta coscienza ci può essere in un giudice-robot? In questo caso letture, studi ed esperienze di vita sono quelle immesse dai programmatori e rischiano, pertanto, di trasferire dei pregiudizi, anche inconsciamente, che possono viziare il percorso di ragionamento della macchina.
Terrorismo, tribunale mediatico, demagogia legislativa, rivolte popolari: ricorda un
fatto che l’ha scossa emotivamente in modo particolare?

Ho dedicato un libro, e un anno di ricerche, all’incredibile vicenda di Aaron Swartz, giovane hacker nordamericano che si è suicidato circa dieci anni fa dopo aver lottato per liberare la cultura prodotta con fondi pubblici. Lui era un piccolo genio dell’informatica cresciuto in un sobborgo di Chicago. Incontrò, da adolescente, studiosi del calibro di Tim Berners-Lee e Lawrence Lessig e lavorò con loro per costruire le architetture informatiche, e le licenze d’uso, del futuro. Con un cambio di vita radicale, deciderà poi di dedicarsi all’attivismo politico e tecnologico proprio mentre i suoi coetanei più talentuosi stavano sfruttando l’onda della Silicon Valley per arricchirsi (si pensi a Facebook). Lui dedicherà, invece, le sue energie e il suo talento a combattere per l’open access, per la sicurezza delle comunicazioni, per l’anonimato e per “liberare” contenuti e cultura dai confini, e pedaggi, delle grandi banche dati. A un certo punto, però, il governo degli Stati Uniti d’America lo prenderà di mira e, lentamente, la potente macchina giudiziaria americana lo stritolerà. Il suo insegnamento, le sue teorie, la sua passione sono ancora oggi, a distanza di dieci anni dalla sua morte, esempio per tantissimi utenti, hacker e cittadini della società dell’informazione. Ad Aaron sono stati dedicati tanti eventi (persino uno spettacolo teatrale) per cercare di comprendere il motivo di una simile violenza giudiziaria nei confronti di un ragazzo da parte del Governo degli Stati Uniti.

Giovanni Ziccardi (Castelfranco Emilia, 1969) è professore di“Informatica Giuridica” presso l’Università di Milano. Già Professore Jean Monnet nel corso di“European Union Data Governance and Cybersecurity dal 2019 al 2022, insegna criminalità informatica al Master in diritto delle nuove tecnologie dell’Università di Bologna. Coordinatore Scientifico del Centro di Ricerca Coordinato in “Information Society Law” (ISLC), è componente del Comitato Etico e del Comitato Sicurezza dell’Ateneo milanese. Dal 1984 – anno in cui gli fu regalato il primo computer – ha tenuto i contatti con gli ambienti hacker nazionali e internazionali, incontrandone gli esponenti e studiandone l’evoluzione. Ha dedicato a quegli anni un saggio (“Hacker – Il richiamo della libertà”, Marsilio, 2011) e due thriller (“L’ultimo hacker”, Marsilio, 2012, e “La rete ombra”, Marsilio, 2018). Avvocato e pubblicista, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Modena e dottore di ricerca presso l’Università di Bologna. I suoi ultimi lavori sono sui diritti digitali (“Diritti digitali”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2022), sull’uso delle tecnologie in politica (“Tecnologie per il potere”, Raffaello Cortina, 2019), sulla resistenza elettronica (“Resistance, Liberation Technology and Human Rights in the Digital Age”, Springer, 2012), sulla società controllata (“Internet, controllo e libertà”, Raffaello Cortina, 2015), sulle espressioni d’odio (“L’odio online”, Raffaello Cortina, 2016) e sulla morte digitale (“Il Libro Digitale dei Morti”, UTET, 2017).

L’acropoli abbandonata. Dalla metafisica al metaverso

Zuckerberg definisce la “missione” di Facebook come la creazione di un’infrastruttura sociale per offrire alle persone il potere di costruire una comunità globale che funzioni per tutti.

Ebbene, dopo aver millantato con Facebook il ritrovamento della comunità perduta, qual è oggi la missione del Metaverso?

Bisogna innanzitutto esser consapevoli che passare da una condizione di presenza incarnata nel mondo ad una digitale sarà sempre più semplice ed accessibile, e si rischia l’estinzione delle tradizionali capacità di trascendenza dell’uomo così come l’abbiamo conosciuto finora. Il filosofo napoletano Mazzarella vuole salvare, da questa che giudica una deriva sostanzialmente negativa e pericolosa, il nostro esserci incarnati, situati, la nostra presenza, il nostro costitutivo essere in relazione. Per questo la terapia che propone è altrettanto radicale: <<Occorre inibire il metaverso, una tecnologia altamente tossica capace di alterare potentemente il senso di presenza dell’esperienza ordinaria dei soggetti che vi si coinvolgano e che ne vengano coinvolti>> (Contro metaverso. Salvare la presenza. Mimesis 2022, p. 127).

Ben oltre le tecniche di persuasione di massa, veicolate da media e social, il metaverso altera la percezione del reale e consente di entrare in un’identità e in un corpo virtuali completamente altri dalla propria. E’ questa la ragione per cui Mazzarella oppone un drastico rifiuto: <<Si consenta l’implementazione del metaverso solo nel caso di applicazioni utili socialmente ad esempio quelle a fini terapeutici in disabilità che impediscono vissuti sensoriali di rilievo esistenziale…escludendo assolutamente la messa in commercio libera di queste tecnologie a meri fini ricreativi e lucrativi, che appaiono a tutta evidenza il core business degli impegni finanziari di ricerca che si vedono messi in campo>> (p. 140).

Ma – ci domandiamo- sarebbe giusto, possibile ed efficace proibire, inibire interamente l’uso del metaverso, ad esempio per generazioni di bambini e di giovani già abituati a immergersi nella dimensione dei videogiochi? Possono ancora essere salvate, e rappresentare un antidoto efficace, concezioni antropologiche e relazionali come quelle della Tradizione cristiana care a Mazzarella, che sono per un verso all’origine della volontà occidentale di dominio sulla natura che ha prodotto tali inaudite tecnologie e per altro verso stanno tramontando cedendo il campo a modi di trascendere tramite le innovazioni tecniche? Nella Silicon Valley ad esempio si è affermata la teoria della Singularity: si immagina che macchine più potenti dell’intelligenza umana allungheranno le nostre esistenze fino a farci raggiungere una qualche forma di trascendenza, surrogando in questo modo il la salvezza e l’immortalità promesse della religione cristiana. Oppure bisognerebbe accettare che queste tecnologie corrispondono, soddisfano diffusi bisogni umani e darsi da fare per provare ad educare ad un uso consapevole, limitato di esse, non meramente fatuo? Individuare una eventuale possibile missione positiva del Metaverso presuppone che si affrontino e attraversino questi interrogativi per individuare criteri e porre regole e limiti al suo uso.

Ottenuta la piena transitività, grazie al digitale ed all’Intelligenza Artificiale, del mondo reale nel mondo virtuale, quali effettivi rischi corre l’umano?

Appare ineludibile porsi innanzitutto questioni fondamentali relativamente alla crescente potenza e presenza dell’intelligenza artificiale nelle nostre vite individuali e collettive: può chiamarsi ‘intelligenza’ quella artificiale, e cosa la distingue dall’intelligenza umana naturale? È possibile stabilire e adottare principi etici e norme giuridiche, e di che tipo, che ne regolino l’utilizzo senza soffocarne gli sviluppi? Quali sono i vantaggi e i rischi delle applicazioni possibili dell’AI? Potremmo essere dominati, sostituiti e superati progressivamente da essa? Si dà ancora un compito specifico della filosofia nella riflessione su ciò che significa pensare ed essere umani?

Nel mio libro provo a rispondere a queste domande cruciali esaminando anche quanto prodotto in questi ultimi anni da alcuni dei migliori filosofi contemporanei. Maurizio Ferraris, ad esempio, evidenzia un primo aspetto essenziale: all’intelligenza artificiale manca la circostanza, decisiva, di essere posta in un organismo, cioè in un portatore di bisogni, timori, odi e amori, di poter avere un carattere.

Una seconda fondamentale questione è quella relativa alla differenza tra intelligenza naturale e artificiale. La nostra ragione, sfidata in casa propria come mai prima dalle tecnologie ‘intelligenti’, deve dunque provare a comprendere se, come, in che senso sussistano distinzioni di ambiti e scopi tra le procedure naturali o artificiali. Scrive Ferraris:<< Cosa è l’intelligenza naturale? Da una parte è per molti versi identica all’intelligenza artificiale (quando faccio 2+2=4 sono uguale a un automa, solo più lento e fallibile), dall’altra parte ne è completamente differente, perché è situata in un corpo che conferisce urgenze, motivazioni, scadenze e desideri che l’intelligenza artificiale non potrà mai avere>> (Documanità. Filosofia del nuovo mondo, Laterza 2021, p. 409).

Si impone dunque una riflessione intorno a cosa significhi davvero pensare; come la mente che interpreta, comprende, sceglie mezzi e scopi, non stia limitandosi a combinare o manipolare segni.

Da un lato indubbia appare l’utilità di macchine come i Disaster recovery robot che possono intervenire al posto degli uomini nelle zone terremotate, contaminate o anche minate per sminarle; dall’altro, permangono problemi aperti invece nel momento in cui si volesse realizzare una macchina capace di prendere decisioni autonome. Indubbi possibili grandi vantaggi possono derivare anche dalla creazione di condizioni tecnologiche per la liberazione dell’uomo dal lavoro schiavistico e salariato ma insieme bisogna essere consapevoli dei rischi relativi ad una strutturale diminuzione del lavoro necessario alla produzione di merci e alla diffusione di un’ignoranza e stupidità di massa nel modo di usufruire del tempo liberato. Analogamente la democrazia corre il rischio di trasformarsi in una <<dittatura degli algoritmi>> data anche la raccolta di informazioni sulla vita e le preferenze degli individui cui attingono i big data e la manipolazione dell’opinione pubblica da parte di oscuri poteri economici, finanziari, politici, militari.

Appare quindi necessario un profondo lavoro e mutamento culturale contro la semplificazione e l’involuzione delle capacità di pensare e comunicare, in grado di erigere nuovi argini culturali, di educare alla complessità; ed anche di redistribuire l’enorme ricchezza concentrata in poche mai a fasce sempre più larghe di popolazione che non avranno redditi. Massimo Cacciari nel suo libro: Il lavoro dello spirito (Adelphi 2020) affronta la necessità di ripensare, alla luce delle trasformazioni profonde che stiamo descrivendo, la positività di nuove e libere forme del fare che ciascuno, secondo le sue capacità, può ‘produttivamente’ svolgere contribuendo a suo modo al bene comune. Ciò che deve essere valorizzato è il nostro poter essere soggetti attivi che è altra cosa dall’essere ‘occupati’.

Noi siamo immersi in quella che per qualcuno è una distopia.

Come si scappa dal buco nero dell’online che fagocita la realtà offline; come si salva la vita come tale?

Le nostre relazioni umane fondamentali non possono essere per lo più virtuali, a distanza o affidate all’IA; né gli esseri umani possono vivere come se fossero algoritmi, tra sensori e dati archiviati. Appare necessaria in questo senso una ricerca filosofica che sappia interrogarsi sui limiti di un logos metafisicamente o tecnologicamente disincarnato, e sull’importanza, invece, del suo radicarsi nelle ‘viscere’ del nostro essere, di scavare ad esempio nel cuore del linguaggio per riannodarlo ad esso.

Può l’umanità cercare ancora una felicità così intesa senza riprodurre strade già percorse o lasciarsi sedurre, ipnotizzare, restando come gli schiavi incatenati della caverna platonica, dalle mirabolanti innovazioni e diavolerie che si moltiplicano con una velocità e una potenza che sembrano inarrestabili?

Non è già scritto che il nostro destino debba essere necessariamente distopico. Inoltre, indulgere in un’infondata lamentazione sulla disumanità della Tecnica non ha alcun senso: l’uomo è ‘tecnico’ da sempre, appronta cioè mezzi in vista di fini religiosi, politici, culturali, sociali per accrescere la propria potenza sulla natura, i rimedi alle sofferenze, la soddisfazione dei bisogni; in questo senso tecniche sono le preghiere, i riti quanto le macchine. La novità della nostra epoca consiste piuttosto nel fatto che la Tecnica diventa il soggetto della Storia, modifica il modo di vivere e di pensare degli umani, costruisce essa stessa una civiltà a sua immagine e somiglianza, subordina a sé gli altri e precedenti scopi, religioni e ideologie. Nella ‘gabbia d’acciaio’ della razionalizzazione capitalistica e della Tecnica, gli uomini sono diventati funzionari di apparati i cui comandi eseguono senza scopo, senza domandarsi neanche più il senso e l’adeguatezza di quanto fanno; così come non sono liberi, ad esempio, di rinunciare all’uso dei cellulari o dei social senza essere in qualche modo emarginati dal mondo in cui vivono.

Tali radicali mutamenti nella rappresentazione dell’immagine di sé sono evidenziati anche dalla diffusione dei selfie. Per Byung Chul Han la foto analogica era fatta per essere conservata, per opporsi alla caducità umana, perché quel volto di una persona cara non venisse dimenticato; i ritratti analogici dovevano far spiccare la persona e sono silenziosi; i selfie invece non sono fatti per essere conservati, non sono un medium del ricordo, non se ne fanno neppure delle copie; sono legati e si esauriscono nell’istante/attualità, sono rumorosi e ciarlieri e poveri di espressione, per il loro sovraccarico sembrano maschere (Come abbiamo smesso di vivere il reale, Einaudi, 2022).

Visori, sensori, avatar. Molto viene offerto come un gioco divertente e coinvolgente. Perché mai i più non comprendono che quella che reputano la propria esperienza sensoriale, in realtà, non è più la “propria”?

Occorre certo reagire e liberarsi dalla tendenza rischiosa, nella teoria e nella pratica, alla riduzione, subordinazione, sostituzione della figura umana con avatar, robot, tecnologie di vario genere dotate di intelligenza artificiale.

Solo delle singolarità mosse da cupiditas potrebbero opporsi al dominio totalizzante della Tecnica, e avrebbero la possibilità di non farsi annichilire dalla dimensione gigantesca e omologante degli Apparati che dominano il globo, di fare buon uso del tempo liberato grazie alle innovazioni tecnologiche; perché, se da un lato in quanto dotati di logos non siamo identici agli altri animali, dall’altro, per il nostro essere incarnati non siamo neanche assimilabili o perfettamente sostituibili da robot ‘artificialmente intelligenti’. La nostra voce non sarà mai metallica o perfettamente riproducibile da qualsivoglia tecnologia per il suo legame inscindibile con la nostra corporeità e psiche; se e fin quando ci sentiremo innanzitutto e soprattutto incarnati, non potremo diventare meri funzionari di apparati, appendici di macchine o farci superare da esse; fin quando avvertiremo, ad esempio, il disagio per la distanza dagli altri impropriamente e indicativamente chiamata sociale durante la pandemia, o peruna didattica solo a distanza, l’assenza e l’insostituibilità di un rapporto con gli studenti non mediato da schermi e non incasellati in un mosaico di quadratini irrelati tra loro.

Anche le macchine più ‘intelligenti’, potenti, veloci, si ‘guastano’, non ‘muoiono’, non dimenticano, né sanno o soffrono di dover morire; non conoscono e patiscono – come fossero solo meri ‘dati’ immagazzinati in archivi digitali impropriamente chiamati memorie-, la ricerca di senso e la scelta di fini, ultimi o penultimi che siano, ingiustizia e giustizia, amore e solitudine, ispirazione, creazione e fruizione della bellezza o dello splendore di ogni cosa, fin quando almeno queste esperienze e principi avranno valore per gli umani; dialogare filosoficamente con un robot mostra ad esempio la sua straordinaria velocità e capacità di esporre e sintetizzare problemi e riposte dell’intera storia della filosofia, ma nessuno sviluppo ulteriore, innovativo e creativo rispetto al passato. Le macchine intelligenti non provano meraviglia e angoscia per il nostro essere nel mondo, né ascoltano o saranno mosse da ciò che ‘chiama’ inesorabilmente a ripercorrere il transito dall’infirmitas della nostra condizione alla necessaria ricerca della felicità; non avvertono il bisogno di invocare.

“Qui tutto è distanza / e là era respiro. Dopo la prima patria / questa seconda gli è ibrida e ventosa” (Rilke, Elegie duinesi, Ottava Elegia). Può commentare questi versi per noi?

Premetto che nel mio libro mi occupo, in un excursus specifico, di come Rilke riflette e canta i nodi delle relazioni d’amore mettendo a fuoco come pochi altri la necessità di imparare ad amare l’altro in quanto tale, la sua libertà, in quell’incontro di due solitudini come definisce l’amore. Relativamente ai versi cui si riferisce la domanda, e tralasciando la più ampia questione della relazione e della differenza tra uomini e animali, e dell’Aperto che questi ultimi potrebbero vedere perché liberi dalla consapevolezza della morte, è noto che in particolare l’ottava elegia ha ricevuto illustri interpretazioni tra cui quella heideggeriana nel Parmenide e quella di Peter Szondi nei suoi commenti alle Elegie Duinesi (SE, 1997). Per provare a comprendere il significato di questi versi occorre, come fa Szondi, riferirsi a cosa il poeta intenda in essi per Memoria. Rilke non si riferisce probabilmente al bisogno di ricordare eventi trascorsi, bensì – scrive il critico ungherese- a un legame <<con il passato antecedente a tutto quanto è passato, al tempo della patria prima, all’esistenza prima della nascita>> (p. 91). Paradossale memoria di un immemorabile, di una dimenticanza originaria che ricordiamo pur sapendola sottratta per sempre allo sforzo di riportarla alla memoria; un grembo in cui interiorità ed esteriorità non erano scissi e il respiro del bambino e della madre erano uno.

Tante sono le riflessioni sul postumanismo nonché ampi i ragionamenti sul rapporto tra techne e realtà.

Oggidì, tutto si fonda sull’efficacia e l’efficienza. Un mondo post-antropocentrico potrebbe reggersi su creatività e sentimenti?

L’uomo è antiquato, come scriveva Gunther Anders, e appare che la dimora preferita degli umani è una passività mai vista prima nelle differenti epoche storiche; le nuove tecnologie ci portano il mondo in casa e le persone sono sempre più spettatori e sempre meno attori dello spazio pubblico. Si fruiscono, comodamente seduti sul divano nelle quattro mura domestiche, spettacoli artistici e sportivi, informazioni in tempo reale, convegni o giochi, divertimenti; mentre prima di questa rivoluzione tecnologica si doveva uscire di casa o andare anche lontano per potervi assistere e partecipare. Analogamente anche le relazioni umane, -l’amore, l’amicizia, la sessualità-, vengono sempre di più vissute anche in modo virtuale e a distanza, in modo inversamente proporzionale alla spinta e alla frequenza con cui prima le si viveva faccia a faccia e in modo incarnato: è il cortile di poche e ristrette relazioni quando non di esistenze introvertite fino alla separazione dal mondo e ad una solipsistica introversione (hikikomori). Inoltre ci si può nascondere dietro gli schermi fino a presentarsi con identità anonime o false, accentuando la tendenza di ogni persona a costruire ed esibire una rappresentazione di sé che crede, o vuole far credere, autentica e che invece non coincide o contraddice quello che si è veramente.

Ma questa socialità, questa stare permanentemente connessi non significa essere, costruire, entrare davvero in rapporto con gli altri. Inoltre potremmo chiederci quanto il gioco della seduzione, femminile e maschile, non sia anche imprigionato nell’esibizione reiterata e stereotipata delle sole immagini di corpi, gesti, abbigliamenti, di una femminilità omologata, come accade in instagram, nei reels etc; oltre che mortificare chi non si sentisse di corrispondere al modello di bellezza esteriore dominante ed esasperare la ricerca di modi per ‘migliorare’ il proprio aspetto e fascino.

Per altri versi l’inflazione di immagini dolorose, che documentano gli orrori che accadono nel mondo in tempo reale, finisce anche con il produrre, come scrive Canetti, indifferenza piuttosto che attenzione e indignazione per tutte le miserie e le sofferenze altrui: <<La differenza consiste oggi nel fatto che tutto viene fotografato. Non c’è più miseria che si possa celare. Tutta la miseria è divenuta pubblica. Ma questo significa soltanto che tutti vi si abituano più in fretta. Prima un uomo poteva pretendere di non sapere nulla. Oggi un uomo può pretendere di essere inerme, perché sa troppo. Tutti i dialoghi, persino tra amici, sono diventati ipocriti. L’indignazione può dilagare su troppe cose. Ogni giorno ognuno viene a sapere parecchie cose atroci. Ma anche chi trae da ciò la conclusione che nulla lo riguarda, proprio perché le cose sono tante, sa bene che cosa accade, neanche un sordomuto, neanche un cieco potrebbe chiudersi completamente in sé davanti a questo: e persino un cretino dovrebbe avvertire un motivo di paura, almeno per se stesso. Così ogni uomo di apparente tranquillità è abissale ipocrisia>> (La Provincia dell’uomo, Adelphi, 1978, p. 334)

Nicola Magliulo è professore di filosofia e storia nei licei e ha svolto attività didattica presso l’Università Federico II di Napoli. Tra le sue pubblicazioni: Un pensiero tragico. L’itinerario filosofico di Massimo Cacciari, Napoli 2000; Le domande fondamentali. Introduzione alla filosofia, Napoli 2001; Paradossi e aporie del cristianesimo, Caserta 2003; Cacciari e Severino. Quaestiones disputatae, Mimesis, 2010; Indeterminato splendore in Inquieto pensare. Scritti in onore di Massimo Cacciari, a cura di Emanuele Severino e Vincenzo Vitiello, Brescia 2015, I segni del presente. Prospettive di filosofia italiana contemporanea, Roma 2018; L’acropoli abbandonata. Dalla metafisica al metaverso, Bergamo 2023.

Letteratura migrante in Italia

Il suo studio propone un paradigma originale, uno “sguardo dialogico”, per identificare scelte estetiche e narrative che enfatizzano gli stilemi propri della letteratura migrante. Quali caratteristiche sono riconoscibili nelle narrazioni “di migrazione”?

Non è semplice rispondere a questa domanda, perché si tratta di una letteratura talmente varia e multiforme che, qualunque ricerca di caratteristiche o tratti comuni, sarebbe un azzardo. Sicuramente, il carattere ibrido delle narrazioni è una costante, ma ogni opera manifesta un proprio sincretismo, una propria espressione “meticcia”, e ciò determina una scompaginazione degli stilemi canonici. Ogni opera presenta un proprio sperimentalismo letterario, un’inedita polifonia narrativa, e va analizzata con uno sguardo scevro da etichette o formule. Solo così si potrà carpire la bellezza della contaminazione e percepire la carezza del nuovo che, in punta di piedi, cerca di trovare un proprio posto nel mondo. Un mondo globalizzato che, purtroppo, tende a marginalizzare tutto ciò che non si omologa ed uniforma a paradigmi fissi e quasi inespugnabili.

La migrazione è un fenomeno antropologico e sociale. Quali sono le ragioni che la rendono interessante per la narrativa contemporanea, ovviamente tenendo conto che il filone d’indagine narrativo si pone all’interno di un ampio ambito interdisciplinare?

Io credo fermamente che la letteratura abbia un grande potere: quello di rappresentare ed estrinsecare, attraverso l’opera scritta, la società in tutte le sue sfaccettature. E la società è come un organismo vivente che, inevitabilmente, cambia e si modifica nel tempo. La migrazione è lo specchio della trasformazione sociale e culturale. Il mondo non è più lo stesso da quando sono cadute le barriere territoriali, e i flussi migratori hanno contribuito non poco alla ridefinizione continua di frontiere e luoghi. Ma non solo! Gli scrittori migranti hanno dimostrato di saper interpretare la realtà con uno sguardo pluriprospettico, cogliendo le contraddizioni di una società in rapida evoluzione, grazie al loro ‘essere in-between’, sospesi tra spazi e tempi differenti. Infatti, vivono il dislocamento, reale e metaforico, in equilibrio tra presente e passato, tra cultura d’origine e cultura del paese d’arrivo. Questa particolare condizione si riflette in un’identità dinamica e una fisionomia letteraria irripetibile e singolare, che va ad arricchire la letteratura, rendendola sempre più interessante e appassionante.

Interventi di Pap Khouma, Kossi Komla-Ebri, Amara Lakhous, Mihai Mircea Butcovan, Christiana de Caldas Brito, Laila Wadia, Betina Lilián Prenz, Guergana Radeva: emerge una prospettiva comparativista.

Si può pensare ad una tassonomia della migrazione?

Sicuramente no. Si perderebbe la singolarità e la portata critica di questa letteratura. Io mi sono soffermata solo su alcuni degli autori, ma ognuno di loro esprime una propria specificità, dovuta al personale background biografico e culturale.

I testi di Pap Khouma, senegalese, precursore di questa letteratura, oltre ad essereuna testimonianza diretta del lungo viaggio, fisico e simbolico, e delle problematicitàinerenti all’integrazione nel nostro paese, sono importanti perché delineano il percorsoletterario dello scrittore. Infatti, partendo dal bisogno di un coautore per la resa linguisticanel testo autobiografico Io venditore di elefanti, l’autore è riuscito a conquistare unapropria autonomia contenutistica e formale nei testi successivi, fino a sperimentare latraduzione, nella sua lingua madre, il wolof, del I canto dell’Inferno di Dante, superandole difficoltà concettuali ed interpretative che l’opera dantesca presenta. Anche il testoNuovi imbarazzismi di Kossi Komla-Ebri, togolese, presenta un’innovazione non sololinguistica, attraverso la creazione di nuove parole, ma anche narrativa, grazieall’inserimento dell’oralità nel racconto e l’utilizzo dell’ironia per veicolare concettirilevanti, come la discriminazione e l’incontro/scontro tra culture differenti. Il testoScontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio di Amara Lakhous, algerino, è unesempio di autotraduzione e di trans-lingua, il cui tratto peculiare è la plurifocalità, voltaa sottolineare il vuoto identitario determinato dalla deterritorializzazione edall’attraversamento; inoltre, è un perfetto esempio di ibridismo linguistico, conl’inserimento di termini appartenenti a lingue diverse, compresa la sua lingua madre, cioèl’arabo. Il testo Allunaggio di un immigrato innamorato dell’autore romeno Mihai MirceaButcovan è caratterizzato dall’ironia e dall’innesto di termini linguistici appartenenti allasua terra, oltre che di vari dialetti italiani. I testi Amanda Olinda Azzurra e le altre e Quie là di Christiana de Caldas Brito, brasiliana, riflettono la saudade, la presenzadell’assenza, l’atemporalità, il soave tormento dell’essere umano scisso tra estraneità edappartenenza; nel primo è evidente l’ibridismo linguistico, grazie alla creazione del«portuliano», misto di italiano e portoghese; nel secondo, l’autrice associa e mescolatermini («unghiglie, pioggiarono, massacqua, marinverno»), creando un linguaggiocontratto e un lessico nuovo. Laila Wadia, indiana, narratrice brez meja, crea deineologismi morfologici, attraverso l’unione di termini inglesi e indiani; il testo Il giardinodei frangipani, tradotto dall’inglese dal prof. Ralph Pacinotti, rappresenta un esperimentolinguistico particolarissimo, che concilia perfettamente lingua inglese, italiana e dialettiindiani, senza annullare le specificità di ognuna. Morte con lode di Betina Prenz,argentina, è un romanzo in cui lo sperimentalismo è dato dalla commistione di generiletterari, dal dinamismo interno generato da punti di vista diversi, da incroci tra sequenzenarrative e descrittive, dalla presentazione dei personaggi che, il più delle volte, avvienedall’interno, dall’intersezione tra un tempo cronologico e un tempo in cui si innestanoistanti contemporanei. Anche Guergana Radeva, bulgara, nel suo testo Preghiera disangue sperimenta una commistione di generi letterari: noir, romanzo gotico,autobiografia, thriller psicologico, elementi religiosi, artistici, astrologici, esoterici esimbolici si intrecciano e si fondono, creando un metatesto i cui personaggi sono ambiguie irrisolti.

Il punto focale della domanda di ricerca evolve intorno alla rappresentazione del migrante.

Quali sono le motivazioni a lasciare la madrepatria rispetto ad un viaggio che può costituire sia un miraggio di libertà sia esperienza di disagio?

Migrare non è mai una scelta. È una necessità. Si scappa da territori in cui imperversano guerre e povertà, e ci si illude di trovare un’occasione per poter ricominciare. Nel viaggio, inteso come transito e attraversamento, si condensano aspettative, speranze e desideri. C’è un animo resiliente in chi è costretto a lasciare la propria terra, una forza indomita che impedisce di arrendersi. E si affronta il viaggio con la consapevolezza della fine, ma anche con la speranza di un nuovo inizio. È questa seconda possibilità che spinge ad affrontare l’incerto. Amara Lakhous, scrittore algerino, in un’intervista ha rilasciato questa riflessione: “Sapete, l’emigrazione è un atto di ribellione. […] Quando uno nasce in un paese vuol dire che dio ha voluto che quella persona nascesse e crescesse lì. Chi decide di andarsene compie un atto di ribellione. Un atto di coraggio di fronte all’ignoto.

La prospettiva delle scienze sociali e la prospettiva estetico-ermeneutica si intrecciano con le percezioni emotive e sensoriali che emergono dal tessuto comunicativo delle opere a cui si fa riferimento.

Quanto la prospettiva metodologica interdisciplinare può istigare il lettore ad interrogarsi sui propri pregiudizi?

Nella società odierna, sempre più globale e complessa, non si può più fare a meno di una metodologia interdisciplinare. Come sottolinea E. Morin, se i saperi sono frazionati e disgiunti, non potranno mai spiegare una realtà così sfaccettata, trasversale e multidimensionale come quella che stiamo vivendo. Dunque, una metodologia interdisciplinare è imprescindibile per comprendere un fenomeno in tutte le sue sfumature. Inoltre, orienta verso un pensiero critico e divergente, fondamentale per imparare ad interpretare il mondo. Oggi, il prefisso inter- è diventato una base etimologica preponderante, ma anche una connotazione sociale. Intercultura, interconnessione, internazionale, interscambio… tutti termini che riportano ad un’unica categoria: la globalizzazione. Sicuramente un approccio interdisciplinare può portare un lettore a riflettere e correggere i propri pregiudizi. Bisogna educare ad osservare da diverse prospettive: solo così potranno acquisire le competenze necessarie per poter dialogare con ciò che è altro da sé.

Luisa Emanuele, docente di italiano e latino presso IIS “E. Boggio Lera” di Catania (Ct); tutor qualificato e cultore presso il Dipartimento di scienze umanistiche dell’Università degli studi di Catania.

Nata a Catania nel 1975, vive per un periodo a Nicosia (En), dove compie i propri studi fino al conseguimento del diploma liceale. Nel ’94 si iscrive all’Università degli studi di Catania e nel ’98 si laurea in Lettere moderne. Nel 2011 consegue una seconda laurea in Filologia moderna, e nello stesso anno collabora con l’Università di Catania, con il ruolo di assistente alla cattedra di Letteratura comparata. Ha frequentato diversi master e corsi di specializzazione, acquisendo competenze nell’ambito della letteratura italiana e delle letterature antiche. Dal 1998 è docente di italiano e latino presso istituti di istruzione superiore, e dal 2008 è insegnante di ruolo presso il liceo scientifico “E. Boggio Lera” di Catania. Svolge la funzione di tutor qualificato e di cultore presso il Dipartimento di scienze umanistiche dell’Università degli studi di Catania. Ha conseguito il Dottorato in Scienze umanistiche presso l’Università degli studi “G. Marconi” di Roma, lavorando ad un progetto di ricerca sulla letteratura migrante. Collabora con la rivista di letteratura italiana della migrazione El Ghibli, e pubblica per diverse riviste nazionali ed internazionali.

Chaïm Perelman. Retorica, etica, politica

Epitteto sostiene che “le opinioni, non i fatti, muovono gli uomini”.
Nella visione di Perelman che dedica molte pagine dei suoi vari scritti al tema fondamentale dell’esistenza, a cosa conduce il parlar “bene”?

E ha ragione. Perché di fronte ai fatti, sempre che di fatti si tratti, non resta che inchinarsi, talmente sono evidenti. Come del resto davanti a una regola logica. Di fronte a un’opinione, che per sua natura è controversa e discutibile, possiamo invece argomentare, cioè indebolirla o rafforzarla attraverso ragioni convincenti, ma non conclusive. Se ci fossero solo fatti, la retorica, che “è l’organo della morale par provision, secondo una felice definizione di Blumenberg, non avrebbe senso. Per Perelman parlar “bene” significa inventare e disporre di fronte all’uditore prove a sostegno della propria tesi.
Riproponendo e aggiornando i temi trattati da Aristotele nei Topici e nella Retorica, Perelman elabora una “nuova retorica” in contrapposizione alle categorie di verità e di dimostrazione tipiche del discorso conoscitivo e dell’argomentazione logico-razionale.
Quanto peso assumono le tecniche di giustificazione ragionevole e di argomentazione persuasiva?

Nella sua domanda c’è in gioco il debito di Perelman nei confronti della retorica antica e la sua polemica nei confronti del deduttivismo dimostrativo cartesiano. Tra argomentazione e dimostrazione esiste indubbiamente una parentela nelle cinghie logiche di trasmissione che nel corso di un ragionamento ci conducono da certe premesse a certe conclusioni. La differenza sta nel valore di verità delle premesse: nella dimostrazione sono certe e indubitabili, come nei sillogismi scientifici aristotelici, nell’argomentazione sono concordate e ragionevoli, quindi falsificabili, come nei sillogismi dialettici. La grande mossa teorica di Perelman è tutta qui: una premessa è valida se è giustificata, ed è giustificata se è in grado di ottenere il consenso non dell’uditorio universale, quello dei logici formali, ma di un uditorio storicamente situato.
Perelman è tra i fondatori del “Comité de défense des Juifs” ente che contribuisce a salvare dalla deportazione migliaia di ebrei.
Quale il suo parere rispetto all’identificazione di nazione e religione?

Perelman è un ebreo, ma non religioso. Ha a cuore la nascita dello Stato di Israele, ma diffida delle soluzioni nazionaliste, tanto più se questo nazionalismo ha fondamenti religiosi ed elettivi. Pensa a uno Stato laico, sul modello dei paesi liberali e si impegna per un’evoluzione-trasformazione graduale delle sue istituzioni in senso democratico. E non potrebbe essere altrimenti per un pensatore che ha fatto del confronto la quintessenza della filosofia. Anche la sua concezione del diritto è inclusiva e dialogica. Le regole non vanno solo applicate, ma adattate ai casi particolari e portate, attraverso l’argomentazione, a un livello di giustizia reale. La giustizia, diceva, deve essere corretta dalla carità. Altrimenti resta una formula vuota, astratta e improduttiva.
Norberto Bobbio scrive che la teoria di Perelman “rifiuta le antitesi troppo nette: mostra che tra la verità assoluta e le non-verità c’è posto per la verità da sottoporsi a continua revisione mercè la tecnica dell’addurre ragioni pro e contro.”
Quale rischio si corre allorché gli uomini cessano di credere alle buone ragioni?
Al di fuori della ragione e delle buone ragioni, esiste solo la violenza, la coazione, l’inganno, la menzogna. Quando diverse visioni del mondo entrano in collisione, il ricorso a una civile intesa è la strada da percorrere. Questo non significa rinunciare al polemos, cioè al carattere agonistico della controversia, a condizione che essa sia leale e pacifica, che siano cioè concordate, prima ancora di iniziare a discutere, delle regole di cooperazione, delle massime di responsabilità. Non si tratta tuttavia di regole apriori, di presupposti inaggirabili insiti nella natura umana, come li intende ad esempio Jurgen Habermas, ma di norme pragmatiche che possono mutare nel tempo e nello spazio.

La teoria retorica di Perelman ha ottenuto nel Novecento applicazioni notevoli in molteplici campi, dalla letteratura alla semiologia, dalla scienza alla morale, dalla sociologia.
Per quanto concerne il diritto, quale applicazione trova nella concezione della giustizia?

Come dicevo, il diritto non è la semplice applicazione di un’idea di giustizia. In primo luogo perché non esiste una sola concezione del giusto. Perelman ne individua sei riassuntive di tutte le definizioni possibili: a ciascuno la stessa cosa; a ciascuno secondo i suoi meriti; a ciascuno secondo i suoi bisogni; a ciascuno secondo le sue opere; a ciascuno secondo il suo rango; a ciascuno secondo quello che la legge gli attribuisce. Poi trova una definizione sintetica: essere giusti significa trattare tutti allo stesso modo; quindi dimostra come trattare tutti allo stesso modo può essere ingiusto, perché la giustizia concreta è adattare, attraverso processi argomentativi e negoziali, la definizione formale ai casi particolari.
Perelman ha fornito della razionalità una versione storicistica, incarnata nell’ethos e nei valori comunitari.
Quali le ragioni sottese alla critica della scienza?

La scienza si appella a una struttura logica comune a tutti gli individui, i quali sarebbero sensibili alle medesime ragioni. Ma per Perelman non esiste un uditorio universale, formato da tutti gli individui razionali, se non nelle finzioni filosofiche. Esistono invece uditori particolari, legati a determinati sistemi di valori, per i quali possono risultare certi argoment altrove sbagliati o ridicoli.
Il fatto che un certo argomento sia valido in un contesto e non in un altro non depone contro la sua razionalità, ma a favore di una razionalità diversa che consiste nella legittimazione storica e sociale, nel sentire comune o comunitario.
Non è una legittimazione del relativismo, ma assunzione del relativismo per superarlo dal basso, attraverso la contrattazione fatta da soggetti in carne e ossa che non sono del tutto imparziali nelle valutazioni e nelle scelte.

Professore, in questa specifica contingenza politica qual è la lezione di Chaïm Perelman?
Ci sono molte lezioni che possiamo trarre. Intanto il valore di una filosofia che sa tenere insieme la dimensione teorica e quella pratica, la razionalità della tradizione occidentale, spesso autoreferenziale, con le esigenze di apertura e di inclusione delle differenze senza per questo cedere alle lusinghe dello scetticismo. Poi il suo valore civico: nell’epoca della rarefazione dialettica o della delega all’algoritmo, tornare a prendere la parola sulle questioni che ci riguardano da vicino, significa ritornare alla politica. La politica stessa, per Perelman, si muove sulle stampelle della retorica.

Stefano Cazzato da più di venti anni insegna filosofia nei licei. Collabora con giornali e riviste («Conquiste del lavoro», «Diogene», «Rocca») e ha pubblicato saggi di didattica in «Nuova secondaria». I suoi precedenti lavori sono: Esercizi di realismo, Manni, 1999; Maestri del nostro tempo (con G. Moscati), Cittadella, 2007; Dialogo con Platone. Come analizzare un testo filosofico, Armando, 2010.