Erodoto ci presenta la partenza di Elena da Sparta con ambiguità: “forse, fu una fuga volontaria più che un rapimento.” Come questa sottigliezza narrativa riflette la capacità di Erodoto di problematizzare il confine tra scelta individuale e imposizione? In che modo tale approccio incide sulla percezione moderna delle figure femminili nella sua opera?
Erodoto apre le Storie con una carrellata di miti famosissimi, tutti relativi a rapimenti di donne, greche o barbare, per mano dell’una o dell’altra parte. Le cose sarebbero andate avanti così per un po’ finché i Greci avrebbero vendicato in maniera sproporzionata il rapimento di Elena scatenando la guerra di Troia e compiendo il primo passo verso l’insanabile inimicizia alla base della guerra tra Greci e Asiatici, ossia il macro-argomento principale delle Storie. E la guerra, lo si sa bene, tende a essere materia esclusiva degli uomini: re, politici, generali, soldati. Proprio dopo la carrellata di rapimenti, però, Erodoto sembra attribuire ai saggi Persiani un detto secondo il quale la guerra di Troia fu una vendetta futile e sciocca, poiché le donne si fanno rapire solo se lo vogliono. Alcuni hanno letto in quel commento un tono di brutale maschilismo; altri, all’opposto, una punzecchiatura ironica al canone e alle certezze dei miti fondativi, Greci e altrui. Quello che il prologo certamente fa con grande efficacia, a mio parere, è insinuare il dubbio: siamo sicuri, sembra dirci Erodoto, che le cose siano andate come crediamo? Che quelle donne fossero davvero ‘oggetti’ rubati ora da uno ora dall’altro, contesi a suon di vendette, razzie e guerre? O magari avevano colto l’occasione giusta per farsi una nuova vita altrove? Il dubbio si ripercuote, a cascata, sul resto dell’opera attraverso il tema dell’intenzionalità dell’agire umano. A mio parere non tutte, ma molte delle donne di Erodoto agiscono con intenzione precisa più spesso che come vittime di dinamiche o eventi incontrollabili. Il che non significa che abbiano completa libertà di scelta – ma chi ce l’ha? Le Storie insegnano chiaramente che nemmeno l’uomo più potente del mondo, il Gran Re dei Persiani, è libero di fare ciò che vuole – ma di certo implica che siano in grado di ragionare, decidere e agire. Il che è meno ovvio di quanto potrebbe sembrare, se leggiamo altre opere, antiche e non. Come spesso fa, Erodoto può fornire versioni diverse di una stessa storia senza necessariamente esprimere una propria preferenza. Da lì in poi, però, il suo pubblico dovrà decidere se e come valutare le tante storie che seguono. È questo un aspetto tra i più intriganti della sua magistrale abilità di narratore.
La vendetta della regina di Lidia viene descritta come “esemplare e teatrale.” Quanto conta, secondo lei, l’aspetto performativo nelle azioni femminili narrate da Erodoto? Possiamo vederlo come un modo per sovvertire la marginalità del ruolo delle donne nel contesto storico e sociale del tempo?
La regina di Lidia (che resta anonima nell’opera, ma credo non certo per scarsa considerazione da parte di Erodoto) è uno di quei personaggi che agiscono con dignità, astuzia, sottigliezza e spietata freddezza. Anche se le sue azioni alla fine si mostrano sanguinarie, le sue ragioni in linea di massima sono legittime e irreprensibili: gravemente umiliata per puro capriccio dal marito, lei esige vendetta e non è disposta a compromessi pur di ottenerla. Per questo motivo, la regina rappresenta la ragione delle norme sociali che prevale sull’ottuso egoismo personale. Ella da un lato è un personaggio forte, intelligente e dotato, e dunque un potenziale modello di virtù, dall’altro la si può ritenere crudele e manipolatrice; ma soprattutto è anche una sorta di eroina ‘civilizzatrice’, nel senso che incarna quei rapporti relazionali che pongono al centro il rispetto reciproco come fondamento del vivere in comune. Quale di questi aspetti prevalga nella sua vicenda lo può decidere il lettore. Va tenuto conto che la regina di Lidia è collocata in un passato lontano e in un contesto barbaro, ma quando parliamo di donne eccezionali si tratta di tratti ricorrenti in Erodoto.
La figura di Rodopi, ex schiava diventata leggendaria, sfida le convenzioni sociali. Come si relaziona la sua storia con il concetto di tyche che attraversa le opere di Erodoto? Si può dire che sia una critica implicita ai rigidi sistemi di classe dell’antichità?
Per i Greci nessuno scampava alla tyche, ossia la sorte o fortuna (in senso del tutto neutro: oggi buona, domani cattiva), poiché chiunque doveva fare i conti con l’imprevedibile. Così è anche in Erodoto, ove molti sono i personaggi potenti (e non) che incontrano la disgrazia per responsabilità personale, ma anche per via di forze incontrollabili. Vale anche l’inverso, e in questo la trace Rodopi è un esempio che si può apprezzare particolarmente: inizia come schiava, venduta in Egitto, poi diviene libera e lì prosegue la propria vita come prostituta. È verosimile che una donna nelle sue condizioni non avesse molte scelte, dunque da un lato la sorte ha certo condizionato la sua vita. Dall’altro, tuttavia, Erodoto chiarisce che Rodopi è padrona delle proprie scelte, perché impiega con grande maestria le risorse a propria disposizione, prima di tutte il fascino eccezionale. La prostituzione, anche quella molto remunerativa, era un lavoro tutt’altro che rispettabile per i Greci; e in generale era considerato vergognoso che una donna, anche se non esercitava questo mestiere, fosse conosciuta da troppe persone. Ma a un certo punto capiamo che Rodopi, che prova tutt’altro che imbarazzo per la propria condizione, è orgogliosa della propria fama e, anzi, riesce a dedicare un monumento a sé stessa nella vetrina più famosa della Grecia, il santuario di Delfi, proprio in mezzo a quelli dedicati da grandi uomini e grandi città. Erodoto racconta come avvenne senza giudicare, anzi, sembra che egli provi un notevole interesse per una donna che, nel bene più che nel male, fu così fuori dalla norma e che pare aver vissuto la propria condizione con una dignità e una serenità non comuni. Rodopi in greco significa‘volto di rosa: non può che venire in mente la Bocca di Rosa di De André.
“L’uomo più potente al mondo” viene quasi rovinato dalle contese di corte. Questa dinamica è un’ironia voluta da Erodoto per sminuire il potere maschile? O forse mira a evidenziare l’influenza sottile, ma profonda, delle donne sulla politica e sulla guerra?
Lo stereotipo della moglie, compagna o amante che manovra da dietro le quinte un uomo di potere era diffuso già all’epoca. Erodoto lo impiega con un certo gusto, specie nella vicenda emblematica di Serse (il Gran Re), Artaunte (l’amante) e Amestri (la regina). Ciò che ci deve interessare non è tanto l’attendibilità storica che, in questo come in moltissimi altri casi, semplicemente non è verificabile. È assai più importante, infatti, che l’episodio, oltre a essere verosimile, è costruito accuratamente su una serie di valori che erano indiscutibilmente al centro della vita degli antichi. A uno sguardo superficiale sembra di leggere una storiella leggera e stereotipata sulle scappatelle di un sovrano donnaiolo che perde la testa per una giovane e infine, naturalmente, si fa scoprire e attrae l’ira della moglie legittima. Ma questo è solo il livello più esteriore di una storia che mostra il peso vincolante dei giuramenti e della parola data, le dinamiche dell’orgoglio, dell’insulto, della vendetta, i rapporti di forza, la pericolosità dei desideri distruttivi e volubili. Allora tutta la vicenda assume un tono quantomai serio e tragico. Più che sminuire il potere maschile o esaltare quello femminile, direi, nel complesso l’episodio indaga trasversalmente la natura umana attraverso la complessità dei rapporti e mostra come tutti, perfino coloro più potenti e considerati intoccabili, non siano sempre liberi di fare ciò che vogliono. Il senso della storia è che esistono regole che valgono per tutti, e anche chi sta al vertice è tenuto a rispettarle. Se non lo fa, la punizione prima o poi arriva, e a quel punto è troppo tardi: in questo episodio le vittime sono molte, donne e uomini, e tutte pagano un prezzo molto pesante.
Come interpreta la straordinaria rappresentazione di Artemisia, l’unica donna a guidare una flotta in guerra? È un’eccezione alla regola o una dimostrazione che Erodoto intravedeva possibilità di leadership femminile in contesti dominati dagli uomini?
Artemisia è senza dubbio una donna fuori dall’ordinario, anche entro il mondo barbaro nel quale Erodoto la colloca. Tra gli stessi Greci esisteva la consapevolezza, o convinzione, che quantomeno in Asia le donne avessero un accesso maggiore a posizioni di comando. Sarebbe stato più difficile assegnare un ruolo simile a una donna greca, anche se personaggi per alcuni versi simili esistono. In linea di principio Erodoto non sembra avere nulla contro donne in posizioni di comando, anzi, quelle di cui parla tendono a cavarsela meglio di molti uomini (anche in senso relativo: la ‘cattivissima’ Feretime finisce male, ma ha comunque più successo del figlio e del marito). Magari egli riporta questi casi proprio in quanto eccezionali e curiosi, ma anche in questo caso mostra un interesse tutt’altro che scontato. Ma per Artemisia, della quale presumibilmente Erodoto aveva conosciuto i discendenti, egli sembra provare un’ammirazione sincera. Tra le vicende molto articolate di questo personaggio, forse quella che preferisco si incentra su quello che in apparenza è solo un dettaglio, ma in realtà si rivela d’importanza enorme: Artemisia si ritrova tra le schiere dei consiglieri (maschi) del Gran Re Serse, noto per le sue intemperanze, irascibilità e pericolosità. Quando si mette in testa di attaccare la Grecia, tutti gli uomini dicono al Gran Re ciò che egli vuole sentirsi dire, ossia che si tratta di una buona idea e che bisogna affrontare la flotta greca in mare. Artemisia è l’unica che prende la parola per contraddire i consiglieri e per mortificare le intenzioni del Gran Re, sconsigliandogli apertamente di combattere sul mare. Serse ignora il consiglio ma non se la prende e, anzi, quando la sua flotta sarà sconfitta si ritroverà ad ammettere che il consiglio ricevuto da una donna era l’unico giusto. La coraggiosa e schietta Artemisia si era messa contro il sovrano intemperante e i suoi pavidi yes men, e aveva vinto su tutti.
La bambina prodigio Gorgo, figura apparentemente marginale, gioca un ruolo cruciale nella narrazione. In che misura Erodoto usa personaggi femminili per sovvertire le aspettative su chi siano i veri agenti del destino storico?
Lo fa abbastanza spesso, anche perché in generale Erodoto ama sorprendere il proprio pubblico. Senz’altro si tratta di scelte narrative studiate e ben congegnate per mostrare come il destino possa prendere strade inaspettate: altre donne che hanno ruoli analoghi in questo senso sono ad esempio l’umile schiava Spako, che salva un neonato, futuro Ciro il Grande. Gorgo non è da sola Gorgo però è un’eccezione tra le eccezioni, anche perché nelle Storie non vi è molto spazio per i bambini in ruoli attivi. Gorgo entra in gioco in due momenti cruciali, e in entrambi salva la situazione intuendo quanto gli altri non vedono. La prima volta, all’età di circa otto anni, salva il proprio padre, re di Sparta, dalla tentazione di aiutare l’infido tiranno di Mileto, scelta che avrebbe precipitato Sparta in una guerra estranea ai propri interessi. La seconda volta, molto più tardi, Gorgo è ormai una giovane regina, sposa di Leonida, che di lì a poco morirà alle Termopili. Ai Greci giunge un messaggio segreto, ma nessuno sembra in grado di decifrarlo. Vi riesce solo Gorgo, grazie all’intelligenza di cui era dotata sin da bambina. È lei a consentire ai Greci di apprendere la terribile notizia, ossia che il Gran Re Serse sta preparando un attacco su vasta scala. Le sorti della Grecia sono ancora tutte da scrivere, ma il primo passo della resistenza all’invasione nemica è segnato. Con questo cliffhanger incentrato sulla prodigiosa Gorgo Erodoto chiude il VII Libro.
Il volume riconsidera la presunta misoginia degli antichi Greci attraverso l’analisi di Erodoto. Quali passi o racconti dell’autore suggeriscono un approccio più complesso o persino empatico nei confronti delle donne?
È innegabile che la misoginia sia molto spesso una cifra distintiva quando le fonti greche trattano le donne. La pratica spesso differiva dagli stereotipi ma, in generale, la diffidenza, la sufficienza, l’ironia, perfino il disprezzo, emergono quando si parla della razionalità, degli appetiti, dei tratti, delle potenzialità e delle doti femminili. C’è però anche un rovescio della medaglia, e le Storie di Erodoto sono tra quelle fonti che permettono meglio d’intravederlo. Sono molti i personaggi femminili erodotei con i quali siamo portati a simpatizzare, perché si rivelano credibili e vicini a noi nei desideri e nei comportamenti di fondo, e questo avviene in particolare quando sono accostate a uomini che, invece, sono accecati dal potere o dal desiderio. Alla fine, è difficile inquadrare il pensiero di Erodoto perché spesso egli cambia prospettiva: ora mostra simpatia e comprensione per certe figure femminili, ora brutale sufficienza. Direi che Erodoto non generalizza, se può evitarlo, e preferisce narrare ed eventualmente giudicare caso per caso. Fa la stessa cosa per ogni tema, non solo per le donne. Come cerco di mostrare nelle conclusioni del volume, credo che sia una scelta distintiva e molto importante, perché evita quegli stereotipi che portano altri ad appiattire ed estendere a intere categorie (ad esempio, i generi maschile e femminile) giudizi banali e pericolosi.
Si parla di “sottigliezza, ironia, tragica consapevolezza e incredibile modernità.” Quali elementi narrativi o tematici rendono le Storie così contemporanee nella loro riflessione sull’umano? Le vicende femminili contribuiscono in modo particolare a questa modernità?
Le Storie sono contemporanee nel senso che, pur parlando di avvenimenti molto lontani nel tempo, lo fanno attraverso temi che sono sempre attuali e vicini. La natura umana era la stessa allora come oggi, e leggendo Erodoto si ritrovano quelle costanti familiari che ci muovono da sempre: il desiderio, l’affetto, la paura, la vendetta, la dignità, il potere, la curiosità, ecc. Tutti i personaggi erodotei sono animati da queste e altre forze, e quasi tutti in un modo specifico legato al proprio vissuto, il che conferisce loro spessore e verosimiglianza. Le donne sono onnipresenti nella narrazione perché animate dalle stesse pulsioni degli uomini, e anch’esse – non è scontato – in modi che cambiano da una all’altra: la vendetta, ad esempio, è propria di molte, ma c’è una differenza enorme tra le ragioni per la vendetta dell’egizia Nitocri o della sanguinaria Feretime; tra ciò che spinge all’inganno l’audace tiranna Artemisia e la l’ambiziosa cortigiana Artaunte; così anche la sovrana Atossa e la regina di Lidia sono entrambe preoccupate del proprio onore, ma ciascuna segue una strada specifica e giunge a esiti molto diversi. E così via, ciascuna donna è legata a uno o più temi-chiave ma li sviluppa in direzioni peculiari. L’ambientazione delle Storie può sembrarci lontana e perfino esotica, ma le forze all’opera sono le stesse con cui abbiamo a che fare ogni giorno.
Nell’“universo complesso e sfaccettato” delle Storie, le donne fungono da specchio per comprendere gli aspetti più profondi della natura umana. C’è una figura femminile, tra quelle narrate da Erodoto, che secondo lei incarna più di altre questa funzione e perché?
Ne scelgo due, perché sono diametralmente opposte e dunque si complementano. Una è la regina di Lidia, moglie del re Candaule. Non ha un nome, ma la sua storia è un punto-cardine nell’opera e, anche se ha un esito violento e infausto, si fa fatica a non stare dalla sua parte sin all’inizio della vicenda in quanto le sue ragioni – Erodoto lo spiega benissimo – sono quantomai lecite e comprensibili. La seconda è Rodopi, una figura all’estremo opposto della piramide sociale in quanto schiava e prostituta. La sua è una storia di affermazione degli ultimi e di riscatto della memoria, se così possiamo dire. Anche nel suo caso viene spontaneo simpatizzare con la forza d’animo e la volontà che emergono dalla breve ma intensa descrizione di Erodoto. Se vogliamo trovare un tratto comune tra queste due protagoniste, possiamo dire che entrambe le loro storie, alla fine, parlano di dignità.
Matteo Zaccarini, Professore associato in Storia greca presso l’Università di Bologna, dip. Beni culturali (Ravenna).










