Professor Lentano, le donne sono state costantemente presenti da quando esiste
l’arte stessa, intesa in tutte le sue sfumature; tuttavia, il loro tributo documentato rimane
scarsamente visibile. Quali sono, a suo avviso, le ragioni per le quali è stato così arduo
sottrarsi all’invisibilità?
Una grande antropologa francese, Françoise Héritier, scomparsa da qualche anno, ha
affermato che esistono due soli elementi comuni a tutte le culture umane, nel tempo e
nello spazio, una qualche forma di interdizione dell’incesto e un complesso di regole
che distinguono prerogative e attribuzioni dei generi femminile e maschile, di norma a
tutto vantaggio di quest’ultimo. Il mondo romano non fa eccezione, anche se l’etichetta
di “sessista” o “maschilista” attribuita a quel mondo rischia di essere troppo generica:
in realtà, i Romani attribuiscono un enorme rilievo alle donne, chiamate ad assicurare
la riproduzione ordinata dei gruppi familiari e a socializzare alle nuove generazioni i
modelli nei quali la cultura condivisa si riconosce, ma al tempo stesso le escludono da
qualsiasi forma di presenza pubblica e di uso sociale della parola. Coerentemente con
queste premesse, la letteratura, che in fondo non è che una forma altamente stilizzata
di discorso pubblico, bandisce le donne – con rarissime e motivate eccezioni – come
soggetto della produzione intellettuale.
Professor Lentano, Lesbia, Sempronia, Cinzia, ed ancora Fedra e Messalina.
Ventuno “ritratti”: un caleidoscopio di universi femminili, dissimili quanto ad età,
condizione, ruolo sociale, esperienza esistenziale. Quale tratto le accomuna?
Si tratta di figure femminili molto diverse l’una dall’altra, come lei stessa osserva:
un’aristocratica che si trovò invischiata nella trama eversiva nota come congiura di
Catilina, due protagoniste di altrettanti canzonieri d’amore, un personaggio del mito,
una giovanissima imperatrice che finì per essere travolta dallo stesso, immenso potere
accumulato nelle sue mani. In comune hanno due cose: la prima, ovvia, è rappresentata
dal fatto che nessuna di loro ha raccontato in prima persona la sua storia; quello che
sappiamo su Lesbia, su Messalina e su tutte le altre è quello che lo sguardo maschile
ha selezionato e scelto di trasmettere. La seconda è che tutte, in varia misura, sono
affette da quell’eccesso di passionalità istintiva e irrazionale, da quella sessualità
prorompente e anomica che i Romani assegnano volentieri alle donne: dai trecento
amanti che un Catullo amareggiato attribuisce a Lesbia agli uomini che Sempronia
avidamente cerca invece che esserne cercata, dalla torbida storia di incesto in cui è
coinvolta Fedra alla proverbiale insaziabilità sessuale di Messalina, che ne ha fatto a
partire dagli anni Cinquanta la protagonista di tanti scollacciati b-movies. Quanto a
Cinzia, la donna del poeta Properzio, anch’essa non si sottrae a questa caratterizzazione
comune: nell’attacco di un carme a lei dedicato, il suo amante lamenta che Cinzia gli
rinfacci la sua libidine e replica che quest’ultima, in realtà, è molto più pronunciata
nelle donne che negli uomini. Come volevasi dimostrare.
Professor Lentano, quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro
passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma
anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate. Quale
messaggio ci offrono?
È vero, molte delle protagoniste del nostro libro hanno tentato di forzare i limiti della
propria condizione, guadagnando spazi di agibilità personale e politica che erano di
norma negati alle donne. Pressoché invariabilmente, peraltro, questi tentativi si sono
risolti in un fallimento: basti pensare, tra i personaggi che abbiamo prima citato, al caso
paradigmatico di Messalina, moglie dell’imperatore Claudio intorno alla metà del I
secolo d.C., che accumulò nelle sue mani più potere di quanto mai una donna avesse
avuto nella precedente storia di Roma, ma fu liquidata dai potenti collaboratori del
principe quando divenne una figura troppo ingombrante. Del resto, tutte le donne di
cui Graziana Brescia ed io raccontiamo le storie sono personaggi a vario titolo fuori
dall’ordinario, e perciò tanto più meritevoli, dal punto di vista dei Romani, di vedere
ridimensionato il loro tentativo di aggirare le regole di comportamento della matrona
romana modello, la cui vita si consuma rigorosamente dietro le quinte della storia e
mai sul suo proscenio.
Professor Lentano, si dice fosse stato Numa Pompilio, all’alba della storia, a dettare
alle matrone di Roma l’obbligo del silenzio. La letteratura rende le figure femminili
funzionali al percorso umano, emotivo, emozionale maschile.
Lei, invece, dà loro voce; le rende protagoniste, mutando la prospettiva circa il genere.
Perché?
A questa domanda abbiamo cercato di rispondere nella pagina finale del libro: si tratta
di una forma di postumo risarcimento. La letteratura latina è piena di figure femminili,
ma queste figure, anche quando vengono loro attribuiti discorsi, sentimenti o pensieri,
sono invariabilmente “parlate” dagli autori maschi: se non nella vita reale, quanto meno
nella produzione intellettuale la regola di Numa è stata osservata scrupolosamente. La
presenza letteraria delle donne ricorda da questo punto di vista la figura retorica della
prosopopea, consistente nel dare personalità a soggetti che non sono in grado di parlare
oppure, come nel nostro caso, non appaiono titolati a farlo. La scelta di consacrare ad
altrettante donne i ventuno capitoli del libro e di riconoscere a ognuna di loro, per una
volta, la possibilità di “parlare” i propri autori è stata dunque anche un modo per
riparare a un torto millenario, spezzando il monopolio maschile della parola e
restituendo almeno l’eco di una voce che le maglie di quel monopolio hanno troppo a
lungo sequestrato.
Professoressa Brescia, la sua apprezzata opera ha protagoniste femminili. Quali
differenze o analogie è possibile cogliere tra la “congiurata trasgressiva”, la
“matriarca etrusca”, la “matrigna innamorata” e le eroine della modernità?
Il tratto che accomuna questa tipologia di figure femminili, pur nella loro diversità, è la
trasgressione dei modelli codificati da una società di stampo patriarcale che si fonda su una netta dicotomia e, soprattutto, su una gerarchizzazione di genere maschile/ femminile. Si tratta di una violazione delle regole che può manifestarsi nella passione della matrigna Fedra per il figliastro, nella componente trasgressiva della congiurata Sempronia che viola la misura in ogni ambito compreso quello sessuale, o nel ruolo determinante svolto dall’etrusca Tanaquilla nelle vicende politiche e dinastiche che determinarono l’ascesa al trono prima del marito Tarquinio Prisco e poi del genero Servio Tullio. Non stupisce la censura e la condanna senza appello espresse da una società dalla struttura tradizionalmente rigida come quella romana nei confronti di questa figura di donna giudicata trasgressiva sia per la naturale inclinazione femminile al piacere sia per la tendenza a sconfinare negli ambiti di pertinenza del maschile. Deprecabile appare agli antichi Romani la matrona che si comporta come una meretrice al pari di quella che agisce come un uomo. D’altro canto, come ci ha insegnato l’antropologia del mondo antico, è necessario, anzi, imprescindibile adottare una prospettiva di distanziamento critico tra presente e passato garantita da un approccio “emico” evitando il rischio di assimilare quella cultura alle nostre categorie di pensiero e di giudizio. Per rispondere alla sua domanda, direi, quindi, che proprio al fine di salvaguardare il fascino di figure come Fedra, Sempronia, Tanaquilla, occorre continuare a osservarle a distanza mentre si muovono a loro agio nelle stanze del loro tempo e resistere alla tentazione di usare una sorta di macchina del tempo per un’intrigante quanto illusoria interazione con un passato.
Professoressa Brescia, oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società
contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si
combattono su questo campo?
Nella cultura di cui i nostri ventuno profili femminili sono espressione, il corpo muliebre riflette la
dicotomia di genere maschile/ femminile di cui si parlava ed è caratterizzato come oggetto passivo, di attrazione e di una seduzione che vede nel ruolo di protagonista attivo l’uomo e che si traduce in desiderio di possesso e nella legittima aspirazione a soddisfarlo ricorrendo anche alla violenza. La bellezza femminile finisce, così, per configurarsi come una trappola in quanto espone quasi naturalmente la donna al rischio di subire violenza. D’altro canto, l’atavica diffidenza nei confronti del genere femminile trova rappresentazione in una cultura del sospetto nei confronti della presunta vittima della violenza sessuale sul presupposto del quasi inevitabile consenso/assenso della donna.
Assistiamo così, allora come ora, al delinearsi di una vera e propria semantica del corpo femminile che si manifesta nell’abbigliamento, negli atteggiamenti, nel modo stesso di relazionarsi con l’esterno: a questo complesso e articolato codice verbale ed extra verbale la cultura patriarcale attribuisce segnali equivoci di disponibilità.
Professoressa Brescia, il suo è un affascinante excursus tra percorsi estetici e
formali differenti, accomunati dall’unicità di ogni singola protagonista, esaminata con
maestria analitica da un punto di vista critico e poetico.
Ebbene, quali deduzioni si possono trarre rispetto all’attuale status della ricognizione
letteraria?
Diciamo subito che i presupposti che hanno orientato quello che lei molto generosamente definisce “un affascinante excursus” e che hanno costituito il filo conduttore di questi “percorsi estetici e formali differenti” sono due. In primo luogo, la convinzione che gli studiosi dell’antichità, oltre alle ricerche scientifiche destinate a un pubblico ristretto, debbano dialogare anche con .un pubblico più ampio di non addetti ai lavori animati da interesse e curiosità per la cultura dei Greci e dei Romani.
In secondo luogo, in linea con la lezione appresa dall’antropologia del mondo antico, questo libro cerca di condurre il lettore “dentro” la cultura romana concedendogli l’opportunità di osservarla con lo sguardo cdi chi ne era parte e di fuggire alle insidie di una prospettiva più egoista che tende a dare risposte e interpretazioni fondate sulla propria esperienza intellettuale. In particolare, in questo nostro progetto di ricerca, abbiamo ripercorso la storia della letteratura latina cercando di dare voce alle donne che vivono nelle pagine degli autori e che, però, in questa prospettiva rovesciata, rappresentano il punto d’arrivo e non quello di partenza. La parola alle donne, dunque, per quanto si tratti sempre e comunque di una parola filtrata e mediata dallo sguardo di una società patriarcale.
Professoressa Brescia, guardando alle recenti cronache, quali necessità ravvede
rispetto ad un ripensamento della percezione sociale della donna?
Pur adottando un approccio “emico” che salvaguardi l’alterità tra passato e presente, è comunque (e aggiungerei, purtroppo) possibile rintracciare nella cultura classica e, in particolare, nella letteratura latina, la presenza e, in un certo senso, le radici di modelli e stereotipi sulla violenza sessuale che permangono in società contrassegnate da profondi mutamenti culturali. Tali modelli si fondano su una netta distinzione tra l’identità sessuale maschile e femminile e tra le categorie dell’attività/passività cui corrispondono ruoli ben definiti: alla virilità maschile espressione di dominio, di potenza in ogni campo (politico, economico, sociale e sessuale) e che trova come suo ambito di manifestazione lo spazio esterno, si contrappone la passività femminile che si colloca nello spazio chiuso della casa. Si aggiunga che nella cultura del sospetto nei confronti del femminile fondata su pregiudizi atavici e purtroppo ancora radicati nella cultura contemporanea, la naturale propensione al piacere, l’intrinseca potenzialità seduttiva e la debolezza della volontà attribuite al femminile, rendono la donna quasi naturalmente complice quando non addirittura responsabile della violenza esercitata dal maschile sul suo corpo e, in generale, sulla sua persona.
Mario Lentano
Nel 1988 si laurea in Letteratura latina presso l’Università degli studi di Bari con Paolo Fedeli.
Nel 1992 consegue il titolo di dottore di ricerca in Filologia greca e latina presso l’Università degli studi di Pisa (coordinatore Gian Biagio Conte, tutor Maurizio Bettini).
Dal 1992 al 2002 è docente di ruolo di Materie letterarie, latino e greco nei licei classici.
Dal 2002 a tutto il 2004, come docente a contratto, insegna Lingua e letteratura latina e Filologia classica presso la sede di Grosseto dell’Università degli studi di Siena. Attualmente è professore ordinario di Lingua e letteratura latina. E’ membro del Centro interuniversitario di antropologia e mondo antico e del Collegio dei docenti del Dottorato in Scienze dell’antichità e archeologia.
Graziana Brescia
Professore associato di Lingua e letteratura latina presso l’Università di Bari. I suoi interessi di ricerca sono la storiografia, la retorica, la fortuna del classico e l’antropologia nella Roma antica e su questi temi ha pubblicato saggi e monografie. Ha curato voci per l’Enciclopedia oraziana (Treccani 1998) ed è autrice, tra l’altro, del recente Le ‘ragioni del sangue’. Storie di incesto e fratricidio nella declamazione latina (con M. Lentano, Loffredo 2009).





