Letteratura migrante in Italia

Il suo studio propone un paradigma originale, uno “sguardo dialogico”, per identificare scelte estetiche e narrative che enfatizzano gli stilemi propri della letteratura migrante. Quali caratteristiche sono riconoscibili nelle narrazioni “di migrazione”?

Non è semplice rispondere a questa domanda, perché si tratta di una letteratura talmente varia e multiforme che, qualunque ricerca di caratteristiche o tratti comuni, sarebbe un azzardo. Sicuramente, il carattere ibrido delle narrazioni è una costante, ma ogni opera manifesta un proprio sincretismo, una propria espressione “meticcia”, e ciò determina una scompaginazione degli stilemi canonici. Ogni opera presenta un proprio sperimentalismo letterario, un’inedita polifonia narrativa, e va analizzata con uno sguardo scevro da etichette o formule. Solo così si potrà carpire la bellezza della contaminazione e percepire la carezza del nuovo che, in punta di piedi, cerca di trovare un proprio posto nel mondo. Un mondo globalizzato che, purtroppo, tende a marginalizzare tutto ciò che non si omologa ed uniforma a paradigmi fissi e quasi inespugnabili.

La migrazione è un fenomeno antropologico e sociale. Quali sono le ragioni che la rendono interessante per la narrativa contemporanea, ovviamente tenendo conto che il filone d’indagine narrativo si pone all’interno di un ampio ambito interdisciplinare?

Io credo fermamente che la letteratura abbia un grande potere: quello di rappresentare ed estrinsecare, attraverso l’opera scritta, la società in tutte le sue sfaccettature. E la società è come un organismo vivente che, inevitabilmente, cambia e si modifica nel tempo. La migrazione è lo specchio della trasformazione sociale e culturale. Il mondo non è più lo stesso da quando sono cadute le barriere territoriali, e i flussi migratori hanno contribuito non poco alla ridefinizione continua di frontiere e luoghi. Ma non solo! Gli scrittori migranti hanno dimostrato di saper interpretare la realtà con uno sguardo pluriprospettico, cogliendo le contraddizioni di una società in rapida evoluzione, grazie al loro ‘essere in-between’, sospesi tra spazi e tempi differenti. Infatti, vivono il dislocamento, reale e metaforico, in equilibrio tra presente e passato, tra cultura d’origine e cultura del paese d’arrivo. Questa particolare condizione si riflette in un’identità dinamica e una fisionomia letteraria irripetibile e singolare, che va ad arricchire la letteratura, rendendola sempre più interessante e appassionante.

Interventi di Pap Khouma, Kossi Komla-Ebri, Amara Lakhous, Mihai Mircea Butcovan, Christiana de Caldas Brito, Laila Wadia, Betina Lilián Prenz, Guergana Radeva: emerge una prospettiva comparativista.

Si può pensare ad una tassonomia della migrazione?

Sicuramente no. Si perderebbe la singolarità e la portata critica di questa letteratura. Io mi sono soffermata solo su alcuni degli autori, ma ognuno di loro esprime una propria specificità, dovuta al personale background biografico e culturale.

I testi di Pap Khouma, senegalese, precursore di questa letteratura, oltre ad essereuna testimonianza diretta del lungo viaggio, fisico e simbolico, e delle problematicitàinerenti all’integrazione nel nostro paese, sono importanti perché delineano il percorsoletterario dello scrittore. Infatti, partendo dal bisogno di un coautore per la resa linguisticanel testo autobiografico Io venditore di elefanti, l’autore è riuscito a conquistare unapropria autonomia contenutistica e formale nei testi successivi, fino a sperimentare latraduzione, nella sua lingua madre, il wolof, del I canto dell’Inferno di Dante, superandole difficoltà concettuali ed interpretative che l’opera dantesca presenta. Anche il testoNuovi imbarazzismi di Kossi Komla-Ebri, togolese, presenta un’innovazione non sololinguistica, attraverso la creazione di nuove parole, ma anche narrativa, grazieall’inserimento dell’oralità nel racconto e l’utilizzo dell’ironia per veicolare concettirilevanti, come la discriminazione e l’incontro/scontro tra culture differenti. Il testoScontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio di Amara Lakhous, algerino, è unesempio di autotraduzione e di trans-lingua, il cui tratto peculiare è la plurifocalità, voltaa sottolineare il vuoto identitario determinato dalla deterritorializzazione edall’attraversamento; inoltre, è un perfetto esempio di ibridismo linguistico, conl’inserimento di termini appartenenti a lingue diverse, compresa la sua lingua madre, cioèl’arabo. Il testo Allunaggio di un immigrato innamorato dell’autore romeno Mihai MirceaButcovan è caratterizzato dall’ironia e dall’innesto di termini linguistici appartenenti allasua terra, oltre che di vari dialetti italiani. I testi Amanda Olinda Azzurra e le altre e Quie là di Christiana de Caldas Brito, brasiliana, riflettono la saudade, la presenzadell’assenza, l’atemporalità, il soave tormento dell’essere umano scisso tra estraneità edappartenenza; nel primo è evidente l’ibridismo linguistico, grazie alla creazione del«portuliano», misto di italiano e portoghese; nel secondo, l’autrice associa e mescolatermini («unghiglie, pioggiarono, massacqua, marinverno»), creando un linguaggiocontratto e un lessico nuovo. Laila Wadia, indiana, narratrice brez meja, crea deineologismi morfologici, attraverso l’unione di termini inglesi e indiani; il testo Il giardinodei frangipani, tradotto dall’inglese dal prof. Ralph Pacinotti, rappresenta un esperimentolinguistico particolarissimo, che concilia perfettamente lingua inglese, italiana e dialettiindiani, senza annullare le specificità di ognuna. Morte con lode di Betina Prenz,argentina, è un romanzo in cui lo sperimentalismo è dato dalla commistione di generiletterari, dal dinamismo interno generato da punti di vista diversi, da incroci tra sequenzenarrative e descrittive, dalla presentazione dei personaggi che, il più delle volte, avvienedall’interno, dall’intersezione tra un tempo cronologico e un tempo in cui si innestanoistanti contemporanei. Anche Guergana Radeva, bulgara, nel suo testo Preghiera disangue sperimenta una commistione di generi letterari: noir, romanzo gotico,autobiografia, thriller psicologico, elementi religiosi, artistici, astrologici, esoterici esimbolici si intrecciano e si fondono, creando un metatesto i cui personaggi sono ambiguie irrisolti.

Il punto focale della domanda di ricerca evolve intorno alla rappresentazione del migrante.

Quali sono le motivazioni a lasciare la madrepatria rispetto ad un viaggio che può costituire sia un miraggio di libertà sia esperienza di disagio?

Migrare non è mai una scelta. È una necessità. Si scappa da territori in cui imperversano guerre e povertà, e ci si illude di trovare un’occasione per poter ricominciare. Nel viaggio, inteso come transito e attraversamento, si condensano aspettative, speranze e desideri. C’è un animo resiliente in chi è costretto a lasciare la propria terra, una forza indomita che impedisce di arrendersi. E si affronta il viaggio con la consapevolezza della fine, ma anche con la speranza di un nuovo inizio. È questa seconda possibilità che spinge ad affrontare l’incerto. Amara Lakhous, scrittore algerino, in un’intervista ha rilasciato questa riflessione: “Sapete, l’emigrazione è un atto di ribellione. […] Quando uno nasce in un paese vuol dire che dio ha voluto che quella persona nascesse e crescesse lì. Chi decide di andarsene compie un atto di ribellione. Un atto di coraggio di fronte all’ignoto.

La prospettiva delle scienze sociali e la prospettiva estetico-ermeneutica si intrecciano con le percezioni emotive e sensoriali che emergono dal tessuto comunicativo delle opere a cui si fa riferimento.

Quanto la prospettiva metodologica interdisciplinare può istigare il lettore ad interrogarsi sui propri pregiudizi?

Nella società odierna, sempre più globale e complessa, non si può più fare a meno di una metodologia interdisciplinare. Come sottolinea E. Morin, se i saperi sono frazionati e disgiunti, non potranno mai spiegare una realtà così sfaccettata, trasversale e multidimensionale come quella che stiamo vivendo. Dunque, una metodologia interdisciplinare è imprescindibile per comprendere un fenomeno in tutte le sue sfumature. Inoltre, orienta verso un pensiero critico e divergente, fondamentale per imparare ad interpretare il mondo. Oggi, il prefisso inter- è diventato una base etimologica preponderante, ma anche una connotazione sociale. Intercultura, interconnessione, internazionale, interscambio… tutti termini che riportano ad un’unica categoria: la globalizzazione. Sicuramente un approccio interdisciplinare può portare un lettore a riflettere e correggere i propri pregiudizi. Bisogna educare ad osservare da diverse prospettive: solo così potranno acquisire le competenze necessarie per poter dialogare con ciò che è altro da sé.

Luisa Emanuele, docente di italiano e latino presso IIS “E. Boggio Lera” di Catania (Ct); tutor qualificato e cultore presso il Dipartimento di scienze umanistiche dell’Università degli studi di Catania.

Nata a Catania nel 1975, vive per un periodo a Nicosia (En), dove compie i propri studi fino al conseguimento del diploma liceale. Nel ’94 si iscrive all’Università degli studi di Catania e nel ’98 si laurea in Lettere moderne. Nel 2011 consegue una seconda laurea in Filologia moderna, e nello stesso anno collabora con l’Università di Catania, con il ruolo di assistente alla cattedra di Letteratura comparata. Ha frequentato diversi master e corsi di specializzazione, acquisendo competenze nell’ambito della letteratura italiana e delle letterature antiche. Dal 1998 è docente di italiano e latino presso istituti di istruzione superiore, e dal 2008 è insegnante di ruolo presso il liceo scientifico “E. Boggio Lera” di Catania. Svolge la funzione di tutor qualificato e di cultore presso il Dipartimento di scienze umanistiche dell’Università degli studi di Catania. Ha conseguito il Dottorato in Scienze umanistiche presso l’Università degli studi “G. Marconi” di Roma, lavorando ad un progetto di ricerca sulla letteratura migrante. Collabora con la rivista di letteratura italiana della migrazione El Ghibli, e pubblica per diverse riviste nazionali ed internazionali.

Chaïm Perelman. Retorica, etica, politica

Epitteto sostiene che “le opinioni, non i fatti, muovono gli uomini”.
Nella visione di Perelman che dedica molte pagine dei suoi vari scritti al tema fondamentale dell’esistenza, a cosa conduce il parlar “bene”?

E ha ragione. Perché di fronte ai fatti, sempre che di fatti si tratti, non resta che inchinarsi, talmente sono evidenti. Come del resto davanti a una regola logica. Di fronte a un’opinione, che per sua natura è controversa e discutibile, possiamo invece argomentare, cioè indebolirla o rafforzarla attraverso ragioni convincenti, ma non conclusive. Se ci fossero solo fatti, la retorica, che “è l’organo della morale par provision, secondo una felice definizione di Blumenberg, non avrebbe senso. Per Perelman parlar “bene” significa inventare e disporre di fronte all’uditore prove a sostegno della propria tesi.
Riproponendo e aggiornando i temi trattati da Aristotele nei Topici e nella Retorica, Perelman elabora una “nuova retorica” in contrapposizione alle categorie di verità e di dimostrazione tipiche del discorso conoscitivo e dell’argomentazione logico-razionale.
Quanto peso assumono le tecniche di giustificazione ragionevole e di argomentazione persuasiva?

Nella sua domanda c’è in gioco il debito di Perelman nei confronti della retorica antica e la sua polemica nei confronti del deduttivismo dimostrativo cartesiano. Tra argomentazione e dimostrazione esiste indubbiamente una parentela nelle cinghie logiche di trasmissione che nel corso di un ragionamento ci conducono da certe premesse a certe conclusioni. La differenza sta nel valore di verità delle premesse: nella dimostrazione sono certe e indubitabili, come nei sillogismi scientifici aristotelici, nell’argomentazione sono concordate e ragionevoli, quindi falsificabili, come nei sillogismi dialettici. La grande mossa teorica di Perelman è tutta qui: una premessa è valida se è giustificata, ed è giustificata se è in grado di ottenere il consenso non dell’uditorio universale, quello dei logici formali, ma di un uditorio storicamente situato.
Perelman è tra i fondatori del “Comité de défense des Juifs” ente che contribuisce a salvare dalla deportazione migliaia di ebrei.
Quale il suo parere rispetto all’identificazione di nazione e religione?

Perelman è un ebreo, ma non religioso. Ha a cuore la nascita dello Stato di Israele, ma diffida delle soluzioni nazionaliste, tanto più se questo nazionalismo ha fondamenti religiosi ed elettivi. Pensa a uno Stato laico, sul modello dei paesi liberali e si impegna per un’evoluzione-trasformazione graduale delle sue istituzioni in senso democratico. E non potrebbe essere altrimenti per un pensatore che ha fatto del confronto la quintessenza della filosofia. Anche la sua concezione del diritto è inclusiva e dialogica. Le regole non vanno solo applicate, ma adattate ai casi particolari e portate, attraverso l’argomentazione, a un livello di giustizia reale. La giustizia, diceva, deve essere corretta dalla carità. Altrimenti resta una formula vuota, astratta e improduttiva.
Norberto Bobbio scrive che la teoria di Perelman “rifiuta le antitesi troppo nette: mostra che tra la verità assoluta e le non-verità c’è posto per la verità da sottoporsi a continua revisione mercè la tecnica dell’addurre ragioni pro e contro.”
Quale rischio si corre allorché gli uomini cessano di credere alle buone ragioni?
Al di fuori della ragione e delle buone ragioni, esiste solo la violenza, la coazione, l’inganno, la menzogna. Quando diverse visioni del mondo entrano in collisione, il ricorso a una civile intesa è la strada da percorrere. Questo non significa rinunciare al polemos, cioè al carattere agonistico della controversia, a condizione che essa sia leale e pacifica, che siano cioè concordate, prima ancora di iniziare a discutere, delle regole di cooperazione, delle massime di responsabilità. Non si tratta tuttavia di regole apriori, di presupposti inaggirabili insiti nella natura umana, come li intende ad esempio Jurgen Habermas, ma di norme pragmatiche che possono mutare nel tempo e nello spazio.

La teoria retorica di Perelman ha ottenuto nel Novecento applicazioni notevoli in molteplici campi, dalla letteratura alla semiologia, dalla scienza alla morale, dalla sociologia.
Per quanto concerne il diritto, quale applicazione trova nella concezione della giustizia?

Come dicevo, il diritto non è la semplice applicazione di un’idea di giustizia. In primo luogo perché non esiste una sola concezione del giusto. Perelman ne individua sei riassuntive di tutte le definizioni possibili: a ciascuno la stessa cosa; a ciascuno secondo i suoi meriti; a ciascuno secondo i suoi bisogni; a ciascuno secondo le sue opere; a ciascuno secondo il suo rango; a ciascuno secondo quello che la legge gli attribuisce. Poi trova una definizione sintetica: essere giusti significa trattare tutti allo stesso modo; quindi dimostra come trattare tutti allo stesso modo può essere ingiusto, perché la giustizia concreta è adattare, attraverso processi argomentativi e negoziali, la definizione formale ai casi particolari.
Perelman ha fornito della razionalità una versione storicistica, incarnata nell’ethos e nei valori comunitari.
Quali le ragioni sottese alla critica della scienza?

La scienza si appella a una struttura logica comune a tutti gli individui, i quali sarebbero sensibili alle medesime ragioni. Ma per Perelman non esiste un uditorio universale, formato da tutti gli individui razionali, se non nelle finzioni filosofiche. Esistono invece uditori particolari, legati a determinati sistemi di valori, per i quali possono risultare certi argoment altrove sbagliati o ridicoli.
Il fatto che un certo argomento sia valido in un contesto e non in un altro non depone contro la sua razionalità, ma a favore di una razionalità diversa che consiste nella legittimazione storica e sociale, nel sentire comune o comunitario.
Non è una legittimazione del relativismo, ma assunzione del relativismo per superarlo dal basso, attraverso la contrattazione fatta da soggetti in carne e ossa che non sono del tutto imparziali nelle valutazioni e nelle scelte.

Professore, in questa specifica contingenza politica qual è la lezione di Chaïm Perelman?
Ci sono molte lezioni che possiamo trarre. Intanto il valore di una filosofia che sa tenere insieme la dimensione teorica e quella pratica, la razionalità della tradizione occidentale, spesso autoreferenziale, con le esigenze di apertura e di inclusione delle differenze senza per questo cedere alle lusinghe dello scetticismo. Poi il suo valore civico: nell’epoca della rarefazione dialettica o della delega all’algoritmo, tornare a prendere la parola sulle questioni che ci riguardano da vicino, significa ritornare alla politica. La politica stessa, per Perelman, si muove sulle stampelle della retorica.

Stefano Cazzato da più di venti anni insegna filosofia nei licei. Collabora con giornali e riviste («Conquiste del lavoro», «Diogene», «Rocca») e ha pubblicato saggi di didattica in «Nuova secondaria». I suoi precedenti lavori sono: Esercizi di realismo, Manni, 1999; Maestri del nostro tempo (con G. Moscati), Cittadella, 2007; Dialogo con Platone. Come analizzare un testo filosofico, Armando, 2010.

La chiave biblica. Per una diversa interpretazione di Leopardi

 La chiave biblica, poco adoperata nella critica leopardiana, rappresenta una possibilità diversa di decifrare Leopardi.

Quali sono le motivazioni sottese alla difficoltà d’incrociare una simile interpretazione?

Partendo dall’idea della complessità del pensiero leopardiano, e dunque, non riducibile entro schemi ed etichette, credo si possa provare una strada differente da quella percorsa dalla critica leopardiana dal 1947 fino ad oggi. Quell’anno, infatti, viene tuttora considerato una data fondamentale per gli studi su Leopardi, spartiacque tra una critica che, salvo qualche eccezione (come fu il volume “La filosofia di Leopardi” di Adriano Tilgher, del 1940)considerava Leopardi più nella sua peculiarità di poeta che come filosofo e questa “nuova critica” che rivolse invece lo sguardo attento al pensiero e alla cultura del  poeta-pensatore di Recanati. Quasi per la prima volta, dunque, l’attenzione e lo studio vennero allargati all’analisi del pensiero leopardiano, che si ritrova non solo nelle Operette Morali ma anche e forse soprattutto in quella “miniera” che è lo Zibaldone. Questo cambiamento di prospettiva se ebbe il grande merito di aver finalmente “scoperto” e fatto conoscere il Leopardi pensatore, ebbe però un risvolto negativo perché provocò una specie di “ingabbiamento” pregiudiziale che, rinchiudendo Leopardi in uno schema, portò ad una sottovalutazione di tutto ciò che fuoriusciva dalla linea dominante interpretativa, così che ogni altro tentativo ermeneutico non venne mai attentamente considerato. Questa diversa chiave di lettura, attraverso la mediazione di alcuni testi biblici, può aiutare invece ad illuminare particolari aspetti, finora forse poco considerati, nel tentativo di giungere, per quanto possibile, ad un ritratto a tutto tondo. Nello specifico usare questa chiave significa, innanzitutto, considerare Leopardi –  autore forse più controverso e investito da pregiudizi – nella sua umanità, cercando di entrare nella sua anima (per quanto possibile), significa proiettarsi in un diverso periodo storico, all’interno di una famiglia che viveva in un certo modo. Significa, insomma, non trascurare nessun dettaglio. Un’ Opera non si scrive da sé, non è “disincarnata”, staccata dall’uomo che ha vissuto, dalla sua carne e dal suo sangue. L’uomo, la sua anima, la sua vita, i suoi patimenti sono aspetti che non possono essere sottovalutati quando si studia il poeta o il pensatore poiché essi sono un tutt’uno. Quale il metodo? Senz’altro il procedere, tenendo a mente ciò che Leopardi stesso raccomandava e cioè l’uso di quel «colpo d’occhio» che consente di penetrare in profondità al di là dei propri pregiudizi e delle proprie ideologie. È necessario, perciò, considerare tutta l’opera leopardiana e non solo quelle parti facilmente estrapolabili e che rientrano in una certa teoria interpretativa, così com’è indispensabile leggere, in parallelo, la sua vicenda esistenziale. Si scoprono, allora, tanti indizi, piccole tracce disseminate qua e là che possono aprire uno spiraglio illuminante sulla spiritualità di Leopardi e che vanno meditate e valutate adeguatamente.

Leopardi si dichiarava “difensore” di Giobbe e Salomone.

Ebbene, davvero negli scritti leopardiani possono essere ritrovate la fede interrogante di Giobbe e l’infinita vanità del vero di Qohélet?

Già il fatto che egli si dichiarasse “difensore” nei Nuovi Credenti, dunque verso la fine della sua esistenza, dimostra che la presenza dei due libri biblici si è mantenuta costante nel tempo. Si è parlato molto della Bibbia in Leopardi, per rilevare come essa sia presente in modo massiccio nella sua produzione giovanile, quando il contino attingeva a piene mani alla biblioteca paterna, formatasi, com’è noto, secondo un criterio quantitativo, e ricchissima soprattutto di testi teologici ed ecclesiastici, ma, soprattutto, di numerose edizioni della Bibbia. Nel periodo maturo (quello che oltrepassa, per intenderci, il 1816, ad eccezione dell’Inno ai Patriarchi del 1819) questa presenza sembra scomparire. È corretto dire “sembra” perché, in realtà, se ci si sposta al livello appena al di sotto delle citazioni dirette, si possono ritrovare molti rimandi . La “fede interrogante” di Giobbe è la stessa di Leopardi: ambedue si chiedono il perché della sofferenza. Al centro di questo tema vi è la biblica “teoria della retribuzione” (argomento dell’ultimo contributo pubblicato nel libro ) ovvero quell’idea secondo la quale ogni malattia veniva vista come punizione divina per i peccati commessi. Da ricordare che la teologia dell’epoca si basava sull’Antico Testamento e questa dottrina era ben presente insieme alla figura di un Dio vendicatore. Come si concilia allora la disgrazia con il comportamento del “giusto”? Come Giobbe, uomo giusto, anche Leopardi leva la sua protesta verso il cielo. Per quanto riguarda Qohélet questo libro appare essere ancora più evidente ed esplicito in Leopardi, una somiglianza riconosciuta non solo dagli studiosi leopardisti ma altresì dagli esegeti biblici (card. Ravasi). Moltissime sono le analogie e le riflessioni espresse talvolta con le stesse parole bibliche, al punto che possono essere raccolte in una tavola sinottica. Basti ricordare le due liriche nelle quali appare chiaramente la figura dell’Ecclesiaste: la parte finale del Sabato del Villaggio e di A se stesso.

Il volume raccoglie gli studi biblico-leopardiani.

Quali difficoltà ha incontrato nel discernere ed interpretare le fonti?

E’ ovvio che per affrontare un lavoro come questo è necessario possedere alcuni “strumenti”, quindi non solo la conoscenza di Leopardi e della sua opera (tutta, compresa la biografia!) ma anche di alcune nozioni bibliche fondamentali, soprattutto quelle relative all’esegesi che, sole, consentono di affrontare libri difficili come sono, appunto, Giobbe e Qohélet. Sono sempre grata ai miei maestri dell’Istituto teologico padovano perché solo grazie a questi studi ho potuto affrontare queste analisi complesse e dettagliate.

In Appendice, e accompagnata da poche note introduttive, viene proposta una lettera inedita di Monaldo Leopardi da cui emerge l’importanza che la religione rivestiva per la famiglia Leopardi.

Quali le pratiche devote e la gestione “materiale” delle stesse?

Ho ritenuto interessante proporre questo documento perché dimostra l’importanza che in quel tempo veniva assegnata alle pratiche devote e come tutto fosse dettagliatamente elencato (fino al numero di candele da accendere durante una cerimonia). Avevo già avuto un approccio con questi temi, studiando il testamento integrale di Monaldo Leopardi, il padre del Poeta; anche qui la presenza di minuziosi dettagli “religiosi” (candele, Messe ecc…) per ottemperare alle disposizioni testamentarie colpiscono non poco. Proprio come impressionano i libri di devozione che venivano usati all’epoca: segno, anche questo, che non si può non tenere conto dell’ambiente e della formazione di Giacomo Leopardi.

“Oh, infinita vanità del vero!” si legge nello Zibaldone.

Può commentare quest’esclamazione?

L’ “infinita vanità del vero” anticipa la chiusa del canto “A se stesso”: “l’infinita vanità del tutto”.  La vanità è un leitmotiv presente ovunque nell’opera leopardiana: nelle Operette Morali, Nei Canti, nell’Epistolario ecc…  . La vanità percorre tutta l’opera leopardiana. All’analisi del tema della vanità ho dedicato un paragrafo del saggio dedicato al parallelo Qohélet-Leopardi, ricercando ogni occorrenza presente nell’opera leopardiana.

Loretta Marcon è laureata in Pedagogia, Filosofia e Filologia moderna. Ha conseguito il Magistero in Scienze Religiose e collabora con il Dipartimento FiSPPA dell’Università di Padova. Tra le numerose pubblicazioni, tutte dedicate a Leopardi e alla sua famiglia, si ricordano: Leopardi, Giobbe, Qohélet. La Ricerca (2014); Kant e Leopardi. Saggi (2011); Un giallo a Napoli. La seconda morte di Giacomo Leopardi (2012, 20173); Paolina Leopardi e le cose di casa. La Causa civile, lettere e documenti inediti (2019); Nel tempo… L’Infinito. Piccola antologia antica e non solo… (2020). Con le sue opere ha vinto i premi “La Ginestra” (2007) e “Il Convivio” (2020).

Verso l’editoria digitale. Storia, innovazioni e ibridazioni del sistema editoriale in Italia

L’Italia non si distingue certamente per quantità di appassionati alla lettura.
Quali ragioni ravvede in un dato ormai incontrovertibile?

Il dato è incontrovertibile solo se parliamo esclusivamente di lettura di libri. Se invece ci riferiamo alla lettura di un qualsiasi tipo di testo, oggi in realtà si legge molto più di prima. E le nuove generazioni di giovani leggono molto di più rispetto a quelle precedenti. L’avvento del digitale, la ri-mediazione e convergenza di tutti i media in un unico ecosistema, riconfigura completamente l’ambiente mediale in cui si legge.
Online, leggere diventa un’azione che l’utente spesso fa contemporaneamente all’ascoltare, allo scrivere, al fruire immagini. Pensiamo a una serie TV che guardiamo utilizzando i sottotitoli che oggi tutte le piattaforme in streaming mettono a disposizione in più lingue; o al giocare una partita a un videogame multiplayer in cui allo stesso tempo si manovra l’avatar, si leggono le istruzioni di gioco, si conversa con gli altri gamer, si scrive in chat; o più semplicemente a un qualsiasi dispositivo di messaggistica tipo WhatsApp in cui possiamo leggere un messaggio ricevuto, scrivere una risposta, ricevere subito dopo un vocale, rispondere con un emoticon, un GIF o un’immagine; o, infine, all’esplosione del mercato degli audiolibri. I grandi universi narrativi che oggi raccolgono i successi maggiori sono transmediali e intermediali: se l’utente vuole ricostruire il mondo narrativo e addirittura ampliarlo guarderà film e serie tv, giocherà ai videogame o ai giochi da tavolo, leggerà libri e fumetti, parteciperà scrivendo in blog, pagine social o piattaforme fandom.
La mediasfera digitale ha fatto emergere nuove pratiche ibride di lettura/scrittura/ascolto che non vengono rilevate o non vengono considerate significative soprattutto dal mercato editoriale.

La contemporaneità non contempla esclusivamente le opposizioni “oralità”/”scrittura” e “poesia”/”prosa” ma anche la possibilità di scelta tra e-book/on line e cartaceo, tra letteratura cartacea e digitale.
Quanto il fatturato è condizionato dal profumo della carta stampata o, viceversa, dalla comodità del digitale?

Nel nostro libro, “Verso l’editoria digitale”, noi rifiutiamo l’opposizione libro cartaceo – libro digitale. Anche il libro cartaceo, infatti, volente o nolente, è inserito ormai in una mediasfera pervasivamente digitale ed è solo all’interno di essa che può continuare a svolgere importanti funzioni. L’opposizione cartaceo-digitale è soprattutto il risultato di un mercato editoriale che, spesso per difendere obsolete rendite di posizione (si pensi ad esempio all’editoria scolastica o universitaria), blocca i tentativi di vera innovazione nei formati degli e-book. In fondo, se si guardano i dati di vendita, il libro digitale non è mai esploso definitivamente e il libro cartaceo continua a mantenere una sua forte centralità. Ed è anche normale: se l’e-book non prevede differenze significative di prezzo all’acquisto (soprattutto per quanto riguarda i best seller), se continua ad essere una mera copia digitale (con qualche funzione in più) di un libro cartaceo, se se ne limitano le enormi potenzialità che il digitale potrebbe offrirgli, rimarrà un prodotto, non dico di nicchia, ma sicuramente poco appetibile per un largo consumo.
Ecco perché nel nostro libro noi proponiamo l’avvento di un nuovo modello di mercato editoriale basato sulla personalizzazione del libro in cui al centro è il lettore che, partendo dai cataloghi degli editori, costruisce e progetta il proprio il libro in base alle sue esigenze. Io stesso utilizzo gli e-book per il mio lavoro di ricerca universitaria ma i romanzi continuo a leggerli in cartaceo. E, a questo punto però, il romanzo cartaceo lo vorrei, ad esempio, in un’edizione lussuosa, da mostrare nella mia libreria, con illustrazioni, con una copertina da me scelta, etc. E, dall’altra parte, vorrei strutturare io stesso l’e-book che mi serve, ad esempio, per la didattica universitaria perché ciò che mi offre il mercato non mi soddisfa. Ed è in base alle mie esigenze didattiche (che variano moltissimo in base alla tipologia di studenti e agli obiettivi formativi) che io come docente devo avere la possibilità di decidere se proporre ai miei studenti un libro fortemente “aumentato” digitalmente oppure un testo totalmente cartaceo. Insomma oggi il libro (sia esso cartaceo che digitale) non può più essere un testo chiuso ermeticamente e preconfezionato dagli editori.
La testualità, oggi, è frammentata, discontinua, specialistica oltre che caratterizzata da accessibilità massiva.
Al di là delle riflessioni d’ordine commerciale, il digitale è un antidoto per contrastare la diminuzione statistica della platea?

Come si diceva prima, sicuramente l’avvento del digitale ha aumentato il tempo che dedichiamo alla lettura di testi. Certo, è una lettura non silenziosa, ibrida, frammentaria, multimediale, di testi brevi, spesso addirittura collettiva o condivisa. Il problema quindi sembra riguardare esclusivamente la crisi del modello di lettura cosiddetta “intensiva”, lenta, silenziosa, di testi lunghi e caratterizzati dalla sola scrittura. Ed è a questo nuovo ordine testuale e concettuale che dovrà fare riferimento un’editoria fondata sulla personalizzazione del libro che non potrà più essere presentato come un testo rigidamente chiuso sia in fase di progettazione (scrittura) che in fase di fruizione (lettura). Tutto ciò che fino ad ora l’editoria digitale ha considerato come mere “aggiunte” (annotazioni, sottolineature, commenti, modifiche, inserimento di immagini, animazioni o file audio, l’apertura alla rete) andranno invece acquisite come irrinunciabili elementi costitutivi del nuovo modello di libro per il futuro. Modelli che dovranno essere pensati anche per recuperare la lettura intensiva di un testo, quella che sviluppa a livello mentale le capacità di astrazione, analisi ed empatia . Accurati e mirati elementi di personalizzazione, soprattutto per i testi rivolti a bambini e studenti, potrebbero essere strumenti formidabili per abituarli anche a una lettura profonda di un testo in cui il dovere di leggere (ad esempio lo studio) e il puro piacere possano finalmente confondersi e ibridarsi.
Probabilmente, il fenomeno più importante di questa fase dell’editoria digitale, soprattutto per l’editoria scientifica, è quello del self-publishing negli open archives. Quanto è elevato il rischio della vanity press?
Sono d’accordo, l’esplosione del self-publishing (insieme al successo degli audiolibri) è il vero fenomeno da studiare e da prendere in considerazione per immagine il futuro del mercato editoriale. E infatti nel nostro libro gli abbiamo riservato un capitolo dedicato. Anche qui, vanno ribadite due cose: la prima è che il self-publishing non riguarda solamente l’editoria digitale ma anche quella cartacea; la seconda è che anch’esso va nella direzione di un’esigenza e di una domanda di personalizzazione del libro ormai evidente da parte dei pubblici insoddisfatti dall’editoria tradizionale e che sempre meno si sentono lettori passivi di testi. Certo che il rischio della vanity press è elevato (e le cose potrebbero peggiorare con il recente avvento di chabot basati sull’AI come Chat GPT e simili) però è pur vero che, rispetto al passato, oggi la pratica è molto più trasparente proprio perché è economicamente alla portata di tutti e sotto il controllo dell’autore stesso che può decidere autonomamente quanto investire sulla sua opera (formati, editing, promozione, etc.). Il self-publishing su piattaforme specializzate come Amazon o Youcanprint è diverso dalla pratica di pagare (anche profumatamente) un editore tradizionale per essere pubblicati. Insomma, senza soffermarsi subito sugli elementi negativi (la “vanity press” è sempre esistita, anche quando l’editoria era solamente cartacea) io proverei a rimarcare quelli positivi, ad esempio l’aumento della platea di scrittori e lettori. E poi, comunque, in ambito scientifico-accademico la maggior parte delle cosiddette “pubblicazioni predatorie” alla fine saltano fuori e vengono scoperte e denunciate. Il loro aumento negli ultimi anni non è tanto dovuto al self-publishing quanto piuttosto al consolidamento di sistemi di valutazione della ricerca (sia a livello del singolo ricercatore che di ateneo) basati sulla quantità di pubblicazioni invece che sulla loro qualità, il famoso “publish or perish”. Basterebbe modificare tali modalità di valutazione e, probabilmente, la vanity press in ambito accademico diminuirebbe.
La riproduzione di un e-book, come qualunque altro tipo di file, è alla portata di qualsiasi utente. Come è regolamentata la distribuzione gratuita di contenuti digitali?
Nel quadro legislativo vigente, sia a livello europeo che domestico – non esiste un’autonoma nomenclatura codicistica che comprenda i cosiddetti “contratti di dati personali”. Il concetto è utilizzato per tutte le transazioni che coinvolgono, da un lato, il trasferimento di dati personali e, dall’altro, la fornitura di contenuti o servizi digitali). Pertanto, è essenziale delimitare l’ambito di una possibile e nuova categoria contrattuale, qualora sia possibile definirla tale, anche attraverso ulteriori campi di studio.

Emiliano Ilardi insegna Sociologia dei processi culturali e comunicativi e Digital Storytelling presso l’Università degli Studi di Cagliari. I suoi principali ambiti di ricerca sono la sociologia dell’immaginario, la sociologia urbana, la comunicazione e la valorizzazione dei patrimoni culturali materiali e immateriali.

Alcmane

G. Benn in “Kunst und Macht” scrisse: “Dorico è ogni tipo di antifemminismo. Dorico è l’amore per i fanciulli, affinché l’eroe resti col maschio”

Quali caratteristiche ha la Sparta di Alcmane?

Si è detto che la Sparta di Alcmane era profondamente diversa da quella classica, ridotta a pura caserma. Si può concordare se si pensa alla musica e alla poesia così profondamente coltivate nell’arcaismo dorico, con Alcmane innanzitutto ma con diverse scuole musicali come quella di Terpandro e quella di Taleta, ma la poesia e la musica avevano una funzione educativa dei giovani, comunicavano i valori agonistici della società, servivano a creare una società di guerrieri pronti a morire pur di avvicinarsi all’ideale virile proposto, a metà tra l’eroe, il padre e il divino. Naturalmente questa società fu più volte fraintesa nella storia e l’estratto di G. Benn ne è un esempio sublime dal punto di vista artistico ma segna un punto di lontananza somma rispetto al femminile anche quello spartano e la disamina dell’eroe Eracle fatta nel mio testo ci restituisce, credo, una complessità molto più inestricabile.

In un celebre partenio una ragazza medita di sé: “canta come civetta da una trave, vanamente”.

Quanto è stato sottovalutato l’elemento dell’ironia nella lettura dei versi di Alcmane?

I greci in genere e gli spartani erano amanti del riso che aveva funzioni diverse: dall’irrisione del nemico, alla demitizzazione degli uomini che solo per pochi momenti ascendevano al mito. Alcmane nei suoi frammenti si racconta come mangione, qualità già di Eracle per altro, le giovani ragazze che non potevano avvicinarsi alla bellezza perfetta delle coreghe si autoschernivano nel Partenio di Alcmane. Pietro Janni ne ha colto la dimensione agonistica, sicuramente presente, forse l’ironia aveva anche la funzione di favorire l’osservazione della distanza tra l’uomo e l’eroe e su questo non ho trovato commenti.

Alcmane è uno dei primi testimoni del rito dionisiaco.

Si potrebbe immaginare una riflessione volta a segnare la distanza tra l’umano ed il mondo eroico e divino?

La presenza di Dioniso in Alcmane si giustifica nella potenza della natura, nel rito una baccante fa un formaggio dal latte di leonesse. Il contesto è grandioso, come la natura del Taigeto, che rappresenta la potenza divina della natura. Rispetto a quella, l’uomo greco arcaico si sente parte di un mondo misterioso e parlante, in modo non dissimile dall’uomo greco dell’età minoica, quello disprezzato da G. Benn.

Alcmane nei suoi frammenti sostiene di conoscere le melodie di tutti gli uccelli.

A quali prassi educative rinviano le composizioni di canti corali?

Occorre tentare di intrepretare: i canti della natura che diventano musica e parole, questa la magia di Alcmane. Ma direi anche qualcosa di più: quella bellezza, la potenza delle voci della natura possono essere associate ad una musica delicatissima come quella per intenderci della canzone napoletana ripresa da Murolo o dei Madredeus a Lisbona. Quella soavità a Sparta doveva non essere disgiunta dalla necessità di una vita violenta e militare, le due parti si tengono in una unità che rappresenta la complessità spartana: esaltazione della forza, circoscrizione della femminilità e della debolezza all’interno del mondo maschile, così musica e poesia tra le più melodiose e cultura violenta e sopraffattrice che ha come fine la forza in sé stessa.

La sua traduzione rende i nomi propri in modo evocativo e fedele all’originale.

Quale effetto ha mirato a produrre?

Il mondo greco ci appare sempre più lontano, anche se parla ancora alla nostra anima o meglio noi parliamo anche con il linguaggio greco. Usare i nomi propri in modo fedele ed evocativo voleva cercare di sentire suoni non comunemente orecchiabili e quindi che riproducessero le antitesi di quella società dolce e aspra.

Supermaschio del mito e realtà degli uomini nella loro miseria.

La disarmonia è la fonte del fascino della versificazione di Alcmane?

Direi che il fascino di Alcmane su questo punto e dei Greci in genere sta nel fatto che ci interrogano su temi che richiedono una risposta ancora, i classici sono nostri contemporanei del futuro in quanto possiamo trovare risposte alle loro e nostre domande più profonde.

Notissimo è il motivo del “notturno”, caro altresì ad Omero.

La descrizione di tale scenario si esaurisce in sé stessa o è contrapposta all’inquietudine di una o più persone riunite all’ascolto?

La bellezza del notturno di Alcmane non ha la necessità di una contrapposizione con l’ansietà dell’uomo, è esterna all’uomo, oggettiva e grandiosa. Rispetto a quella bellezza ogni nostra parola diventa più facilmente un dialogo interiore agostiniano o moderno ma in Alcmane c’è la grandezza della natura. Mi viene in mente la scena del film di Bertolucci “Il tè nel deserto” quando i due protagonisti fanno l’amore in prossimità di uno dei luoghi più suggestivi del deserto marocchino, ad un certo punto cominciano a parlare, si distraggono, sono superati nel loro ego dalla potenza del luogo…

Professore, qual è il lascito di Alcmane?

Ogni autore grande ci fa balenare l’ipotesi di un sapere salvifico che la parola poetica possiede. In Alcmane il senso che ho trovato è il dialogo con la sua poesia tra bellezza e identità.


Ugo Pontiggia.
Mi sono formato a Urbino alla facoltà di filologia classica diretta da Bruno Gentili, mi sono poi laureato in letteratura greca a Milano con Dario del Corno. I miei interessi si sono rivolti alla psicoanalisi e la mia formazione si è arricchita con il dialogo di formazione con Sergio Contardi, insieme al quale e a diversi altri intellettuali e psicoanalisti abbiamo fatto un convegno a Milano sul “disagio della cultura nella modernità” nel 2013. Insegno da più di trent’anni nei licei classici, attualmente al liceo Virgilio di Milano. Ho pubblicato nei Quaderni Urbinati di Cultura Classica un articolo sulla vista nel 2006 e tradotto e commentato gli epigrammi di Anite di Tegea e i frammenti di Ibico, pubblicati nel 2018 e nel 2019 nella casa editrice La finestra.

Intarsi

Intarsi” è un pamphlet liberamente ispirato ai Sonetti de’ mesi, scritti in volgare toscano nei primi due decenni del Trecento, da Folgóre da San Gimignano. Cos’ha ancora da raccontare la poesia comico-realistica?

Credo fermamente che ogni dialogo tra mondi lontani o anche divergenti crei di per sé un racconto fecondo, una narrazione capace di illuminare alcuni aspetti anche meno apparenti di ognuno. Mi è capitato di leggere il sublime lavoro di Folgore da San Gimignano dei Sonetti de’ mesi e anche se per sensibilità mi sono sempre sentito più affine alla poetica e al sentire del dolce stil novo, alla sua tensione verso la spiritualità, ai simboli angelicati come tramiti e passaggi verso un altrove, insomma alla immensa lezione che proviene dall’universo poetico Dantesco, ho avvertito subito la necessità di scrivere timidamente poesie in sottile dialogo e connessione con quel mondo medioevale borghese, così lontano e affascinante, con quello stilema letterario che nei contenuti del Plazer ricerca il piacere mondano nei frutti e nei doni che le stagioni naturali sanno dispensare ai cultori del bello e del piacevole, ovviamente alla luce della mia singolare prospettiva contemporanea, che vive invece il dissidio tra spirito e materia, tra piacere e illusione, tra mondo naturale e mondi artificiali. In questo senso addentrandosi nella poesia comico-realista e nelle sue origini monastiche, nei testi dei clerici vagantes, che erano definiti appunto chierici perché avevano gli ordini minori e potevano godere di alcuni privilegi ecclesiastici, ma che per condizioni sociali e economiche erano costretti e vagare in tutta Europa per seguire le lezioni universitarie che ritenevano più confacenti alla loro ricerca e al loro censo, scrivendo testi di goliardia o addirittura di satira o invettiva contro l’autorità, si può notare come sia così moderna questa goliardica e disincantata sensibilità, più moderna del mio lirismo astratto, dei miei simboli letterari e spirituali, che vivono e fanno vivere le mie poesie. Quindi scrivendo queste poesie in colloquio con questo medioevo originario e sublime, connotato si potrebbe dire tra poesia comico-realistica e dolce stil novo, la mia scrittura si è arricchita di più visioni e allo stesso tempo resa inattuale, ogni mese è diventato un flusso di pensieri, emozioni e sentimenti che le parole non trattenevano in un tempo determinato, forse al di là della storia, in dissidio tra città e campagna, tra umanità e meccanismo. O almeno spero che il lettore possa galleggiare in questa sospensione, ondeggiando all’interno del suo animo e delle sue emozioni, scisso e orfano tra passato e futuro.

Frammenti irregolari, visioni discordanti. Ha inteso narrare l’uomo contemporaneo?

Non è più possibile narrare l’uomo nel contemporaneo, il farlo è un volo pindarico alla ricerca di un umanesimo remoto. Questo credo sia il merito o demerito di questa raccolta, leggiadra quanto sfuggente. Voler porre alla luce una situazione nuova, un mondo che dialoga incessantemente con il passato e con le sue origini, proprio perché alla ricerca di fondamenta, con cui ricostruire se stesso. La poesia ha questo onere e questa vocazione. Un anno di poesia può passare in un attimo e un attimo può rappresentare una intera vita. Non resta che assemblare questo pezzi irregolari, discordanti, spezzati, in intarsi che si spera possano assumere forme riconoscibili e comunicare un qualcosa.

I versi sono illustrati con le surreali opere pittoriche di Andrea Bassani. Ebbene, quale via comune percorrono manifestazioni artistiche differenti?

Nel medioevo i manoscritti o i libri antichi erano decorati con la pittura ornamentale della miniatura, simboli stilizzati che avevano senso come metafora di un mondo trascendente e che non avevano bisogno di avere connotazioni realistiche, ma essere solamente tramiti per i miniatori di un sapere spirituale e anche in un certo senso mezzo di organizzazione della società e della conoscenza a partire da una visione spirituale. Ho già avuto modo nella mia precedente raccolta “notturna gloria” di arricchire e impreziosire le mie poesie con delle opere pittoriche o dei disegni artistici. Così anche in questo lavoro e per motivi differenti ho creduto che questo anno passato in poesia, trascorso mese dopo mese, potesse acquisire colore, profondità e contenuto anche attraverso le corrispondenze simboliche tra diversi linguaggi espressivi, tra la poesia e la pittura. Poi ho notato subito come la leggerezza eterea di queste poesia si sposasse in modo interessante con il senso surreale e onirico delle opere di Andrea Bassani, creando suggestioni e corrispondenze molto rarefatte, in cui la materia dell’emozione diventava spirituale nel colore e nella forma, in cui il senso dello scorrere del tempo paradossalmente era dato proprio dalla sua cristallizzazione estetica. Così questo libro è diventato un viaggio tra intarsi di parole e disegni, un viaggio orizzontale in ciò che si può osservare e verticale nell’introspezione di ciò che è misterioso ma ci abita e ci sovrasta come il cielo. Ci sono vari parallelismi grazie proprio all’intersecarsi di più piani di comunicazione e di linguaggi, il tutto nella luce prospettica del realismo comico di Folgore da San Gimignano che si riflette invece nel mio irrealismo lirico, perdonatemi questa auto-definizione.

Molta della poesia italiana contemporanea non rientra nelle forme e nella tradizione ed il consumo letterario è decisamente orientato al romanzo ed, in generale, alla prosa, spostando la poesia verso una posizione ancillare. Quali motivazioni ravvede rispetto a tale tendenza?

Mi viene in mente subito la tesi medioevale, anche di San Tommaso e altri, che dice appunto philosophia ancilla theologiae, cioè che la ragione naturale non illuminata dalla grazia è di per sé subordinata alla teologia, alla scienza che studia il divino, dalle sue manifestazioni sensibili fino a quelle più trascendenti. In questo senso credo si possa pensare proprio l’opposto di questa domanda, ossia che la prosa, intesa come racconto, narrazione, sia ancilla della poesia, che invece è alle origini di ogni linguaggio e civiltà, compresa quella occidentale, basti pensare al ruolo fondativo della poesia di Omero o di Dante. Questo ovviamente se si vuole fare un discorso sui massimi sistemi e sul valore estetico esistenziale del fare poesia. Per il resto seguendo i meccanismi contemporanei della visibilità, della fruizione da parte di più persone possibili dei lavori letterari che ne determinano la qualità o comunque l’attenzione degli addetti ai lavori e non solo, sicuramente la poesia si muove in un ambito di nicchia, per certi versi orgoglioso di stare in questa torre d’avorio di solitudine a volte, o comunque non scritta direttamente per allietare le moltitudini e i suoi desideri legittimi di divertimento e intrattenimento. C’è un senso aristocratico nello scrivere poesie e allo stesso tempo molto democratico, anzi direi ancora di più, universale, perché chi le scrive lo fa per se stesso e per gli altri, senza aspettarsi niente in cambio, un dono prezioso per tutti, che nasce dalle profondità del cuore per parlare alla parte più intima e non detta di ognuno, indipendentemente se gli altri lo possano apprezzare o respingere. Una foresta che cresce, anche da un piccolo germoglio invisibile, non fa rumore, ma crea nuova vita.

Valorizzando la propria attitudine a mimetizzarsi con la lingua di tutti, la poesia assolve compiti, probabilmente, cruciali: ricordare la fragilità dell’esperienza estetica. Crede che si debba reclamare lettori che sappiano entrare nei testi con strumenti diversi da quelli che la tradizione ci ha lasciato in eredità?

Credo che il linguaggio della poesia si rinnovi continuamente e che lo faccia per preservare la continuità della tradizione. Sembra un paradosso ma non lo è secondo me. Fare poesia o bellezza in ogni epoca con ogni mezzo è una vocazione che ha sempre attinto alle peculiarità creative dell’animo umano ed alle sue fragilità, come alle sue immensità. Perfino il lettore è uno scrittore di poesia, perché non puoi avvicinarti con tutto te stesso a un testo rimanendone estraneo, oggettivo, inerme, ma la tua lettura ricrea il testo, lo trasforma e ti trasforma, si attua una misteriosa trasfigurazione, ecco perché chiunque scriva legge dentro se stesso e chiunque legga riscrive dentro di se i segni visibili sulla pagina che lo rispecchiano e plasmano. Per quanto riguarda gli strumenti non credo si tratti solamente di un discorso educativo o didattico nel caso della poesia. I mezzi concettuali sono importantissimi, l’educazione alla lettura di un testo e alla sua interpretazione ovviamente, la base grammaticale o sintattica anche, ma bisogna immergersi nei testi come lo si fa nella vita, perché la letteratura è più vita della vita stessa, che passa nell’informe fino a quando qualcuno non decide di creare un nome che la nomini e la richiami all’esistenza assieme a un intero mondo, in cui le persone possano riconoscersi e perdersi, in cui le cose finalmente da neutre assumono simboli e significati, con cui ci traghettano dall’oblio della materia alla memoria dello spirito. Fare o leggere poesia è un’esperienza in un certo senso mistica, ecco perché credo ci sia spesso la tendenza moderna al disincanto di fronte ad una poesia che viene ad essere, è una forma di difesa verso un fuoco che può bruciare le tue vesti e lasciarti in compagnia di un’essenza che non sei pronto ad accettare o accogliere. Ogni tradizione ci lascia in eredità l’idea stessa di futuro e ogni storia che si tramanda il senso stesso della poesia, la nostalgia di riscoprire e rifondare questo qualcosa di originario e senza nome è l’effetto dell’amore per la scrittura di un semplice verso.

Emanuele Martinuzzi

Si laurea a Firenze in Filosofia. Precedenti pubblicazioni poetiche: L’oltre quotidiano – liriche d’amore (Carmignani, 2015), Di grazia cronica – elegie sul tempo (Carmignani, 2016), Spiragli (Ensemble, 2018), Storie incompiute (Porto Seguro, 2019), Notturna gloria (Robin edizioni, 2021). Ha ottenuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. Ha partecipato al progetto “Parole di pietra” che vede scolpita su pietra serena una sua poesia affissa in mostra permanente nel territorio della Sambuca Pistoiese assieme a quelle di numerosi artisti.

ZITTI E BUONI

BREVIARIO PER ASPIRANTI MÅNESKIN

CORSO ACCELERATO PER NON DIVENTARE UNA ROCKSTAR POSTMODERNA

1970: dal frastuono del Piper al Dark Sound inglese, dal Blues dei neri d’America ai Corrieri Cosmici tedeschi, dai crocevia di ogni follia underground all’energia dirompente del “muro del suono”, alle maschere prog partenopee: ebbene, quale ascendente assume la politica nel panorama del rock che ha osservato?
Sinceramente non credo che la musica rock abbia un ascendente politico, almeno nel senso stretto del termine. Usare la canzone per veicolare contenuti civili e rivendicazioni sociali è una prassi che attiene forse più alla tradizione folk anglofona e, in Italia, ai canti popolari regionali. Quando alla fine degli anni Sessanta il rock e la canzone d’autore cominciano ad appropriarsi di questi temi, lo fanno sempre attraverso le modalità trasfiguranti dell’arte, per cui l’aspetto politico viene diluito nella ricerca sui timbri, sugli arrangiamenti, sulla fonetica e sulla produzione in studio. Insomma, la canzone diventa innanzitutto un problema estetico. Non a caso Bob Dylan diventa Bob Dylan quando dismette i panni del menestrello e indossa quelli del poeta decadente. Poi, ovvio, se invece intendiamo il termine “politico” in un’accezione molto più ampia, ossia come capacità delle canzoni e dell’immaginario da loro creato di influenzare la società, cambiarne i costumi, liberare il corpo, generare nuove consapevolezze e affermare nuovi tipi di aggregazione, la musica rock ha fatto più di tanti programmi politici.
La nascita del rock costituisce la contraddizione del rock stesso, considerando che la sua alba e la sua vita sono inserite entro la cultura di massa e l’industria culturale. Qual è, oggi, la funzione ed il messaggio del rock, valutando il fatto che esso sia stato sicuramente partorito da una società capitalistica nella prima fase del consumismo?
Siccome considero la musica rock una forma d’arte a tutti gli effetti, non mi piace parlare di messaggi. C’è una famosa frase attribuita a David Lynch che cito spesso: se voglio mandare un messaggio, vado alle poste. Quando la musica vuole mandare messaggi, se va bene finisce nella didascalia, se va male addirittura nella pubblicità o nella propaganda. Pur essendo una forma d’arte molto fisica e diretta, la musica rock resta comunque una stratificazione di significati inscatolati in una forma e uno stile; ridurla a messaggio vuol dire appiattirla, prosciugarla delle sue molteplici vie d’ingresso e interpretazione, perciò, in tutta sincerità, l’ultima cosa che spero di trovare in una canzone o un disco è un messaggio. Sulla funzione, invece, credo che il rock – inteso come un sound incentrato sulle chitarre elettriche che, cronologicamente, più o meno va da Elvis a Kurt Cobain – per molti versi sia figlio delle avanguardie e delle neoavanguardie del Novecento, perché ha riformato il rapporto tra individuo e società attraverso la musica: negli anni Cinquanta il rock inventa i giovani come gruppo sociale, come tribù mi verrebbe da dire, concretizzando un processo intuito un decennio prima da Isidore Isou nei suoi proclami lettristi; nei Sessanta coagula le utopie e le contraddizioni dei figli dei fiori; nei Settanta sprofonda nella rabbia e nella disillusione generate dai primi scricchiolii della società del benessere; negli Ottanta diventa carbonaro e indipendente per sfuggire al rampantismo della cultura dell’immagine; nei Novanta, infine, prima si autodistrugge col grunge e poi si atomizza in mille particelle, non a caso è il decennio in cui nasce un genere che i critici definiscono post-rock.
Purtroppo sono più di vent’anni ormai che il rock non produce una storia nuova e collettiva, sopravvivendo come mero citazionismo del passato. Perciò abbiamo i Maneskin, perciò abbiamo gli IDLES. Tuttavia qualche rigurgito di fiamma c’è stato a metà decennio scorso con band come i Fucked Up, i Cloud Nothing, i Japandroids, che pur suonando generi e forme codificate dal tempo, lo hanno fatto col furore della prima volta. È stata l’ultimo bagliore del rock, la sensazione – almeno per me – che quella musica poter riaccendere un fuoco nel bosco, un fuoco collettivo. Per come la vedo io, oggi l’unica strada per il rock di riacquistare una forza aggregatrice e rivitalizzante porta fuori dall’Occidente. Qualche anno fa il collettivo Group Doueh ospitò un mese a Dakhla, nel Sahara occidentale, i francesi Cheveu per una serie di sessioni di scrittura e improvvisazione in tenda. Ne nacque un disco sbalorditivo: i Suicide nel deserto. L’unica strada è quella, secondo me: se gli occidentali vogliono continuare a suonare musica rock, devono uscire fuori da se stessi.
Oggi, si assiste al resistere d’una fruizione della musica rock principalmente da parte di chi venerava certuni artisti all’incirca venti o trenta anni fa e che, attualmente, si conforma al rito ed interviene ai medesimi concerti, sotto l’egida, chissà, della percezione di qualche cosa di scomparso ed unico. Quanto gioca la nostalgia?
La nostalgia gioca tantissimo. Il successo dei Maneskin è alimentato non solo dai giovani ma soprattutto da quaranta-cinquanta-sessantenni convinti che basti un riff di chitarra per riavere i Led Zeppelin o i Soundgarden, e che quei riff siano venuti a salvarli dalla trap e dalle altre diavolerie attuali senz’anima. È un’illusione: quei gruppi non torneranno più, e i trapper, con tutti i loro limiti, sono molto più vivi dei Maneskin. Non solo, io penso siano anche più vivi dei gruppi indipendenti che oggi suonano rock riproponendo senza inventiva e senza capacità di scrittura schemi dell’indie rock americano degli anni Ottanta o della new wave. Molti di questi gruppi sono celebratissimi dalla critica specializzata, che pur detesta i Maneskin, ma per me non c’è poi tanta differenza: il problema non è il successo. Che si tratti dei Maneskin o della giovane band inglese per cultori, la verità è che siamo diventati una società per adolescenti. Dove tutti, anche gli anziani, vogliono restare o tornare tali. Per cui, se quella tale band mi riporta, per dire, agli Smiths, che sono stati la colonna sonora dei miei diciott’anni, allora grazie a quella musica posso avere ancora vent’anni. Il problema non è musicale, è culturale: non sappiamo più crescere, guardare avanti. È l’infantilizzazione del mondo, giovanilsimo da cameretta.
Rievocando Reynolds e riferendosi al vivere inserendo la marcia della “retromania”, pensa che il ruolo “filosofico” del rock possa passare ad altri testimoni quanto a generi musicali?
Non tutto è perduto. Gli ultimi dischi di Lucio Corsi e Yves Tumor aprono uno spiraglio per eludere la “retromania”, sebbene partano da riferimenti stilistici ben ancorati al passato. Lucio Corsi – che ha il dono dei cantautori estinti – usa i cliché del glam rock per reincantare il mondo. Non è un revivalista, ma un classicista. Ha il senso del verso, la frase fulminante, la strofa che ti pennella fantasmagorie negli occhi. Mette insieme Ivan Graziani e il Rocky Horror Picture Show, Marc Bolan e Renato Zero. A differenza dei Maneskin è credibile perché non finge di rifondare il rock in uno spettacolo che in realtà lo prosciuga fino a lasciarne soltanto l’immagine; al contrario ne custodisce e vivifica lo spirito proprio perché non pretende di riportare in vita ciò che è passato, ma solo di rappresentare ciò che del passato necessariamente rimane in noi. Lui non vuole essere una rockstar, gioca a fare la rockstar. E siccome il gioco non è uno scherzo, Lucio Corsi è autentico.
Yves Tumor, invece, è una specie di rockstar residua, un distillato postmoderno di Prince, Bowie e Marilyn Manson. Come tutte le vere rockstar, ha una lingua e una narrativa. Della sua vita privata si sa poco, non si sa dove abiti e neppure il suo vero nome. La sua formula musicale è nucleare, rock’n’roll per il progetto Manhattan.
Il nichilismo, lo smarrimento, il senso di vuoto incolmabile, serpeggia tra le sue pagine. Il rock come illusione?
Qualche anno fa pubblicai un libro, sempre per Arcana, insieme al poeta e piscoterapeuta Luca Buonagudi, che è anche un mio amico e fratello. Si intitolava “Ambulance Songs. Non dimenticare le canzoni che ti hanno salvato la vita”. Pur essendo il mio esordio editoriale, per me quel libro non è stato un inizio bensì una resa dei conti con il mio rapporto col rock. Solo dopo averlo pubblicato ho capito che il rock ti salva la vita solo quando sei adolescente. E a me è capitato davvero, a quindici anni. Ma se continua a farlo anche dopo i trenta, è solo un’illusione, un inganno. Vuol dire che sei rimasto incastrato in una condizione psicologica non congrua alla tua età. Bisogna crescere, discendere, maturare: gli eterni ragazzacci Rolling Stones non pubblicano un grande disco da quando erano dei trentenni, mentre Bob Dylan, Leonard Cohen e Neil Young hanno continuato a farne accettando di invecchiare.

Salvatore Setola si occupa di musica, arte e cultura per il magazine Tortuga. È coautore dei libri Ambulance Songs, Ambulance Songs 2 e L’urlo. I suoni senza voce di Luciano Cilio.

Il salario minimo non vi salverà

Le leggi sul salario minimo sono in vigore in molte nazioni; contestualmente, si sono sviluppate differenti opinioni su vantaggi e svantaggi sulla sua eventuale introduzione. Qual è la sua posizione?
Ritengo che non abbia alcun senso definirsi favorevoli o contrari a un salario minimo introdotto per legge, senza tenere in doverosa considerazione il contesto nel quale viene calato. Il problema delle retribuzioni che non crescono in Italia è reale, ma non lo si risolve col salario minimo legale anche e soprattutto perché a non crescere sono principalmente quelle ad di sopra della soglia dei 9 euro. È un problema generale, complessivo: pensare di risolverlo col salario minimo legale significa non ragionare sulle cause annose che ci hanno trascinato nel pantano in cui siamo piombati. Il salario minimo legale può essere una previsione positiva in un mercato del lavoro sano, caratterizzato da un forte potere contrattuale delle lavoratrici e dei lavoratori: non è il caso dell’Italia e potrebbe dunque risultare controproducente.
Lei evidenzia come lo strumento del salario minimo legale non abbia alcuna possibilità di risolvere i problemi radicali e profondissimi che hanno causato il crollo dei salari in Italia. Per quale ragione reputa che una legge potrebbe provocare effetti persino controproducenti?
Il problema delle retribuzioni che non crescono è ormai storico e non fa che aggravarsi: è dovuto al crollo del potere contrattuale delle persone che popolano il mondo del lavoro. La disoccupazione strutturale è funzionale al disegno e si finge di volerla ridurre: l’eccesso di offerta di lavoro, infatti, comporta il crollo del prezzo del bene (le retribuzioni) e quello dei produttori di tale bene (i lavoratori). L’austerità e il disegno neoliberale hanno rappresentato la via maestra per ottenere il risultato lugubre dinanzi ai nostri occhi. La precarietà ha fatto il resto. In un contesto di questo tipo un salario minimo legale, piuttosto che rappresentare un trampolino, fungerà da zavorra per le retribuzioni, non solo: sarà una potente arma di ricatto nelle mani della politica, della stessa politica che ci ha condotto dove siamo.
Lidia Undiemi afferma che “Introdurre il salario minimo legale senza mettere in discussione la supremazia delle politiche neoliberiste significa porre le basi per una ulteriore spinta verso la diffusione di lavori precari e malpagati.” Come si evitano queste trappole?
Lidia, che autorevolmente firma la prefazione del libro, ha perfettamente ragione: le politiche neoliberali sono alla base del problema, ne rappresentano la struttura. Qualsiasi intervento che le ignori risulterà meramente sovrastrutturale, inutile, financo dannoso. Peccato che, tra le forze politiche impegnate nella battaglia in favore del salario minimo legale, spiccano coloro i quali hanno da un trentennio sostenuto quelle politiche nefaste. Delegare a questa politica il compito di determinare la soglia minima significa mettere la testa sotto la lama del boia.
La regressione delle nostre retribuzioni non riguarda solo coloro i quali oggi sono al di sotto della soglia minima legale casomai individuabile, nondimeno anche i settori “coperti” e “protetti” da contrattazione collettiva. Quali sono le cause della regressione o stagnazione dei nostri salari?
In primo luogo la ragione è economica: l’abbandono delle politiche economiche espansive, antiregressive, keynesiane, indirizzate alla piena occupazione ha generato l’eccesso di offerta di lavoro; è stato di fatto tracciato il contorno di un nuovo sistema capitalistico, caratterizzato dalla debolezza della domanda interna e votato alle esportazioni. Il mercato del lavoro ha perso di qualità e le riforme di flessibilizzazione del mercato del lavoro hanno fatto il resto. Lavoratori ricattabili, sempre più soli, esposti alle ritorsioni, non sono in grado di rivendicare migliori condizioni di lavoro. La logica è la stessa delle morti sul lavoro: a fronte di una normativa protettiva, contiamo più di mille morti sul lavoro ogni anno. La legge non serve a nulla se il mercato del lavoro è inquinato: resterà lettera morta. Le dinamiche che contano sono quelle di potere: è stato reciso il rapporto geneticamente costituzionale tra lavoro e democrazia.
Il mercato del lavoro precario è floridissimo. Perché non è stato possibile schermarsi dalla precarizzazione?
Per le ragioni che le ho appena descritto, le stesse che rendono inutile una legge sul salario minimo legale in Italia senza intervenire sulle cause storiche e strutturali del problema: il salario minimo legale può essere sostegno (per citare la celebre espressione di Giugni), ma solo in determinate condizioni che sono peraltro lontanissime da quelle attuali. Viceversa non potrà che dimostrarsi uno sgambetto.

Savino Balzano

Sindacalista, si occupa di Diritto del lavoro e attualmente svolge un dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università La Sapienza. Ha scritto Contro lo smart working (Laterza, 2021) e Pretendi il lavoro! L’alienazione ai tempi degli algoritmi (GOG, 2019). Fromboliere de La Fionda, collabora con L’Antidiplomatico.

Roma in bilico Svolte e scenari alternativi di una storia millenaria

Quali sono gli interrogativi peculiari del pensiero romano, Professore, volendo offrire coordinate ai non addetti ai lavori?

Sono gli interrogativi degli uomini di ogni tempo, sul mondo, l’esistenza, l’etica, ma con una particolare sensibilità per l’elemento politico e giuridico. I romani, come i greci e ben più dei moderni, sentono di fare parte di una comunità, una città-stato, cui sono strettamente legati. Ma con una sensibilità diversa rispetto ai greci: il pensiero filosofico di questi ultimi si è dovuto adattare alla più concreta società romana.

Le opere latine si confermano quali testi archetipici del pensiero occidentale, contemporanee ad ogni epoca. Quali ragioni ravvede nella specifica proprietà della classicità di porsi sempre in maniera speculare alle fratture epocali?

La letteratura latina, così come quella greca, ha subìto una decisa opera di selezione nel corso del tempo, selezione dovuta a una serie infinita di fattori, a volte anche casuali, più spesso invece a partire da una valutazione del valore dei singoli testi. Ci siamo così trovati di fronte alla cosiddetta ‘classicità’, a sua volta legata all’idea di un canone. Personalmente, preferendo una visione dinamica, più che di ‘classicità’ parlerei di ‘cultura greco-romana’ o, nell’accezione che intende Lei, di ‘saggezza degli antichi’ . Ma come osserva Lei, giustamente, ci troviamo di fronte a testi archetipici. L’archetipo agisce sempre ma vi torniamo con maggiore attenzione e consapevolezza quando le domande del presente si fanno più incalzanti, quando si ha l’impressione di essere di fronte a una frattura epocale. Poiché il presente, da che mondo è mondo, muta sempre e il concetto di frattura è elastico, ogni epoca ha trovato in questi testi archetipici risposte e suggestioni sempre diverse. Ciò soprattutto sino a qualche decennio fa, quando la formazione culturale occidentale ha iniziato ad abbandonare i modelli greci e romani. Ma conoscere tali modelli – e le suggestioni che da essi sono partite – è imprescindibile anche per la comprensione della modernità e dei suoi prodotti, quali la Rivoluzione americana o quella francese.

L’antico si fa attuale, dunque, senza fanatismi iperbolici e nostalgie canaglie, nella consapevolezza e certezza che la Roma antica sia un luogo gremito di idee e popolato di storie. È la folla di immagini che narrano l’uomo e l’umano a scatenare la “romanità”?

‘Romanità’ è un termine che andrebbe declinato al plurale. Il punto è proprio questo: Roma antica è una folla di idee, immagini e soprattutto storie che parlano dell’umano. Dico soprattutto storie e Storia – da cui anche l’importanza di Roma nella filosofia della storia – perché il maggiore lascito dell’Urbe, a differenza di Atene, non è filosofico ma è storico-giuridico. E poi, naturalmente, ci sono i suoi molti personaggi, i suoi individui, irripetibili ma con aspirazioni, pregi e difetti universali e senza tempo.

Lei disegna profili storici d’indubitabile fascino. Ciò, evidentemente, richiede ricerche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposto di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?

Innanzitutto grazie. Non credo di poter parlare di un metodo: chi scrive, soprattutto saggistica, resta sempre molto legato all’oggetto della trattazione. Piuttosto mi è stata molto utile la frequentazione dei biografi dell’antichità, in particolar modo Plutarco, ma anche di raccolte di aneddoti, detti celebri, stratagemmi. Si tratta della parte più ‘umana’ e ‘intima’ della storia, una storia che per troppi anni gli specialisti hanno considerato o come percorso collettivo o, all’estremo opposto, come frutto di decisioni di personaggi titanici, primo tra tutti Cesare.
Non è un caso che occupandomi di Cesare, nella mia altra monografia sempre edita per Mondadori (Cesare. La giovinezza del grande condottiero), ho deciso d’interrompere la trattazione a partire dal momento in cui il personaggio è divenuto davvero famoso. Questo per fare emergere i tentativi, le incertezze, le fragilità del personaggio e per liberarlo dagli schemi rigidi dello storico: lo storico infatti parla con il senno del poi, di chi sa bene come le cose sono andate a finire.

“Roma in bilico. Svolte e scenari alternativi di una storia millenaria”: una storia controfattuale. Quali ragioni l’hanno indotta a non rispettare il divieto di fare la Storia con i “Se”?

Perché le nostre fonti, a partire da Plutarco, hanno fatto la storia anche con i ‘se’ e perché, in fondo, il divieto non dovrebbe essere preso in maniera troppo rigida e letterale. Tale, purtroppo, è stata la lettura invalsa de Il significato storico della necessità di Benedetto Croce (1938). Esso introduce tre ‘divieti’. Il primo è quello che ci riguarda: fare la storia con i ‘se’. Gli altri due sono: cercare nella storia causa ed effetto; cercare nella storia una logica e quindi una prevedibilità. Mi pare chiaro che solo il primo dei tre abbia ottenuto accordo unanime. Croce però esprime tale divieto polemizzando esplicitamente con l’Uchronie del francese Charles-Bernard Renouvier (1876), che si attarda in una descrizione minuziosa di come sarebbe diventato il mondo se Commodo non fosse mai divenuto imperatore. Quella di Renouvier non può certo essere definita storia, e infatti è narrativa, più nello specifico ucronia, descrizione di un tempo inesistente. Ma se il gioco è breve e termina poco dopo avere posto gli interrogativi di fondo, come ha fatto il grande storico Arnold Toynbee ipotizzando la sopravvivenza di Alessandro sino a tarda età (If Alexander the Great had Lived on, 1969), il tutto assume un valore diverso, e dobbiamo parlare di controfattualità.
Essa, come ha osservato Luigi Cajani in una bella recensione al mio volume (https://www.historialudens.it/component/tags/tag/luca-fezzi.html), attira ormai molti storici perché non si pone, come si potrebbe erroneamente credere, sul piano della realtà (in cui si deve scegliere, filosoficamente, tra libertà e determinismo) ma su quello della conoscenza (in cui le informazioni sul passato sono limitate e quindi è salutare mettere in dubbio alcuni nessi causali che diamo per scontati). Oggi addirittura il Deutsches Historisches Museum di Berlino ospita una mostra sulle ‘strade’ che la Storia non ha preso (https://www.dhm.de/ausstellungen/roads-not-taken-oder-es-haette-auch-anders-kommen-koennen/more-story/ ).
La controfattualità non è quindi ucronia, e Roma in bilico non proietta il lettore in una dimensione fantastorica: il mio è convintamente un libro che ripercorre eventi-chiave nella storia di Roma, agendo attraverso interrogativi controfattuali che sono in larga parte posti dalle stesse fonti.

Personaggi ed eventi, leggendari o reali, che hanno segnato vere e proprie svolte nella storia di Roma antica e che hanno suggerito numerosi interrogativi.
Ritiene sia condivisibile l’opinione di coloro che reputano che i romani, conquistando la Grecia, abbiano inferto un duro colpo al sapere scientifico e filosofico?

Questa è una domanda difficile. Incontestabili sono le perdite materiali legate ad alcune distruzioni eccellenti a partire dal secolo II a.C., altrettanto certi i fenomeni d’impoverimento della Grecia, e lo stesso vale anche per la sensazione che il centro del mondo si fosse inevitabilmente spostato a occidente. Roma però è anche in grado di ospitare, assorbire, riadattare: la cultura greca – che ormai è già da tempo ellenistica – assume nuove e diverse forme. La questione, in termini assoluti, potrebbe forse essere spostata ad Alessandria di Egitto, che già dal sec. III a.C. custodiva gran parte del sapere antico. Vicende interne, dalle quali la potenza di Roma non fu aliena, a partire dalla metà del sec. II a.C. impedirono ai Tolomei di continuare la politica culturale dei predecessori. Ma ben dopo, in relazione alla più nota biblioteca del mondo antico possiamo menzionare momenti in cui sono ricordate o ipotizzate distruzioni: l’incendio di Cesare (48 a.C.), l’assedio di Aureliano (273), l’applicazione dei decreti antipagani di Teodosio (391-392), le conseguenze della conquista araba (642). Per quanto riguarda il pensiero che oggi chiamiamo ‘scientifico’ dobbiamo tenere conto che, in maniera ancora maggiore rispetto a quello che chiamiamo ‘filosofico’, è sempre stato un pensiero di élite, laddove l’abbondanza di manodopera a basso costo ha ostacolato la sua declinazione tecnologica.

Luca Fezzi, ex allievo della Scuola Normale Superiore di Pisa, insegna Storia romana presso l’Università degli Studi di Padova. Tra i suoi libri: Il tribuno Clodio (2008, Laterza); Catilina. La guerra dentro Roma (2013, EdiSES); Modelli politici di Roma antica (2015, Carocci); Il corrotto. Un’inchiesta di Marco Tullio Cicerone (2016, Laterza); Il dado è tratto. Cesare e la resa di Roma (2017, Laterza), tradotto in francese (Alea jacta est. Pourquoi César a-t-il franchi le Rubicon?, 2018, Belin) e in inglese (Crossing the Rubicon. Caesar’s Decision and the Fate of Rome, 2020, Yale UP); Pompeo (2019, Salerno); Cesare. La giovinezza del grande condottiero (2020, Mondadori).

Ragazze selvagge. Funzione narrativa ed evolutiva della selvatichezza

Clarissa Pinkola Estès scrive “Donne che corrono coi lupi”. Lei si è occupata d’analisi narratologica comparata del ruolo delle fanciulle in alcune fiabe contemporanee.
Ebbene, quanto del suo sguardo ha assorbito dal già citato testo?

“Donne che corrono coi lupi” è un libro che dovrebbe essere considerato un classico, una lettura necessaria per tutti, ma per le giovani donne in particolare. A prescindere dal fatto che possa avere dei limiti dal punto di vista scientifico o metodologico, come alcuni studiosi e alcune studiose hanno evidenziato, la portata del messaggio è talmente rilevante che possiamo lasciare da parte questi dettagli. Lo sguardo dell’autrice scivola talvolta verso una forma di simbolismo o spiritualismo di junghiana memoria che si può condividere o meno, ma il merito di aver focalizzato uno sguardo di genere sulla fiaba è innegabile. Ne Il mondo incantato aveva già Bettelheim parlato in modo circostanziato dello sguardo del bambino (termine usato come maschile sovraesteso) rispetto alla fiaba, indipendentemente dal genere, seppur lasciando intravedere la necessità di un adattamento. Pinkola Estés ha esplicitato ciò che restava sopito in Bettelheim e cioè che il significato di un mito e la sua interiorizzazione variano con il variare del genere all’interno di una determinata cultura nella quale quel genere assume dei precisi connotati. Credo di aver assorbito soprattutto questa modalità di accostamento ai testi. Del resto, dal momento che ormai persino la medicina è sempre più orientata a calibrare test e posologia dei farmaci in base al genere, mi sembra che il fondamento del discorso sia scientifico oltre che empiricamente sperimentabile.

La fanciulla selvaggia è un archetipo mai sopitosi che, verosimilmente, trae origine dalla κόρη.
Cosa conserva la produzione fiabesca di questo personaggio avvolto dalla nebbia del Mito?

La κόρη per antonomasia è Persefone, la fanciulla che con la sua presenza determina l’alternarsi delle stagioni. Tuttavia, a questo suo potere, si affianca la forte dipendenza dalla madre Demetra e dal legame con Ade, dunque una sua esposizione alle esigenze degli altri e alla fragilità che tale influenza determina. Questo tratto è presente in tutte le bambine/fanciulle di cui parlo nel testo. La vicinanza e consonanza con la natura, dunque con l’inconscio, che è l’ultimo legame che ci resta con il nostro lato animale (nonostante il paradosso secondo il quale saremmo l’unico animale a possederlo), è però il tratto prevalente, che scatena il conflitto nei confronti delle dipendenze dagli altri e dal sistema sociale. Gli altri rappresentano il recinto entro il quale la fanciulla deve far vivere o morire le emozioni che da queste relazioni dipendono. La produzione fiabesca ha intercettato benissimo questa complessità e la ripropone in diverse declinazioni che esaltano un aspetto piuttosto che un altro, a seconda del contesto storico e sociale. Di solito vi è il tentativo di sublimare le pulsioni di tipo erotico attraverso la metafora o l’allegoria, ed è qui che invece le fiabe contemporanee si scartano dalla tradizione, nominandole e, talvolta, concretizzandole come la Nina dei lupi di Alessandro Bertante.

“Selvatichézza” è un termine che rinvia alla rusticità ed alla rozzezza.
Occorre svincolarsi dall’urbanità per autodeterminarsi?

Sì, occorre un ritorno all’origine animale per assumere una prospettiva autonoma e personale sulla propria vicenda umana. Questo non vuol dire necessariamente trascorrere un periodo nella natura selvaggia, ma anche solo riconsiderare il cibo di cui ti alimenti (il veganesimo o il vegetarianesimo spesso sono scelte successive a un reale percorso di crescita), il tipo di attività fisica che svolgi (lo yoga vs allenamento marziale), il tuo rapporto con gli animali (se li temi, se vorresti viverci a stretto contatto, ecc.), le cure estetiche cui ti sottoponi (il trucco, la colorazione dei capelli, ecc.). Questo però non vuol dire che nell’antichità o comunque in epoche e culture meno urbanizzate l’autodeterminazione fosse più facile o indolore. Credo che per avviare il processo di autodeterminazione sia cruciale relazionarsi al mondo in cui viviamo e al progresso con occhi nuovi, destrutturando retaggi arcaici che al momento si mostrano evidenti nel patriarcato e nelle organizzazioni di stampo mafioso.

Nove romanzi, da “Nascita e morte della massaia” di Paola Masino a “Il paese dove non si muore mai” di Ornela Vorpsi.
Quali criteri hanno regolato la scelta?

Nove come i mesi di una gravidanza, necessari alla fanciulla per partorire sé stessa, cioè per autodeterminarsi. Ma, da un punto di vista pratico, nove è anche un numero adeguato perché il lettore possa seguire il discorso e discernere tra le nove protagoniste senza confondersi, o meglio, in modo che inizi a confondersi nella giusta misura per capire che si sta relazionando con un modello di riferimento, cosicchè la confusione sia tematica. Per quanto riguarda la scelta dei romanzi, ho cercato di individuare quelli che avessero una stessa temperatura narrativa, a mio parere, con stili molto ricercati ma differenti e dunque riconoscibili. Ho voluto inserire sia romanzi chiaramente ispirati alle fiabe e alla fantasia intesa in senso classico, come quello di Santacroce o di Troisi, ma anche romanzi che difficilmente potrebbero essere considerati fiabe, come quello di Bruck o di Vorpsi. Nel caso di Chi ti ama così di Bruck ho corso un rischio, perché il romanzo è basato sulla terribile esperienza di deportazione e per l’intera sua produzione letteraria l’autrice è associata alla narrazione della Shoah ed è giusto sia così, ma poiché è una grande scrittrice, credo che le sue opere non siano “solo” questo (che poi è tantissimo), così come i romanzi di Primo Levi non possono essere analizzati solo con questa categoria di indagine. Infine, anzi in realtà all’inizio di tutto, sono state le caratteristiche delle protagoniste, le loro voci e i loro desideri a sembrarmi affini, come se parlassero una stessa lingua, intrattenendo un legame la cui origine sembra avvolta nella nebbia del mito, per citare la domanda precedente.

La “selvatichezza” è un elemento primordiale, rinvenibile in forme molto diversificate in una vasta gamma di culture, civiltà e popolazioni di varie aeree del mondo. Qual è la ragione della pervasività di tale figura narrativa?

Questo tipo funzioni narrative sono tipiche delle narrazioni transculturali, nel senso che appartengono a culture indipendenti le une dalle altre, che non hanno potuto influenzarsi a vicenda. Per questo motivo gli antropologi pensano che facciano parte in qualche modo del patrimonio genetico dell’essere umano, il quale evidentemente rappresenta sé stesso grazie a delle strutture psichiche che ci rivelano una grande verità, e cioè che ciò che ci unisce è più importante di ciò che ci divide. Bisognerebbe ricordarlo spesso e usarle questo assunto come unica arma efficace contro i razzismi di ogni tempo. Lo rivendicano Francesco Remotti in Somiglianze. Una via per la convivenza (Laterza, 2019) e Raffaela Merlini e Daniela Fabiani in Narrazioni della transcultura (Franco Cesati, 2017), nell’auspicare che le «fratture linguistico-culturali e identitarie, e i nodi giurisprudenziali e normativi, derivanti dalla coesistenza di componenti sempre più eterogenee della popolazione, possano risolversi in concrete ricomposizioni».
In particolare, la selvatichezza risulta particolarmente pervasiva perché mette in questione continuamente da una parte il bisogno umano di non dimenticare il proprio corpo fisico e dall’altra la necessità di ordinarsi e costituirsi come corpo politico, in un conflitto che può essere distruttivo ma anche costruttivo, se si risolve nel rispetto dell’altro come individuo e nella solidarietà.

Lei si occupa di Gender studies.
Quale significato assume, oggi, il termine «femminismo»?

Oggi e sempre, parliamo di femminismi, al plurale. Tralasciando la (para)etimologia secondo la quale -ismo è le degenerazione di un qualcosa, storicamente sono esistite diverse espressioni della rivendicazione femminile dei diritti e degli spazi di realizzazione per le donne, anche in conflitto tra loro, per esempio sulla sessualità o sulla gravidanza. Oggi, a mio parere, il femminismo dovrebbe essere, ed è già in parte, inteso anche come forza prorompente di affiancamento e supporto reciproco alle minoranze e alle marginalità; dovrebbe farsi forza rappresentativa dell’intero movimento LGBTQIA+. Se la carica rivoluzionaria del femminismo ante litteram e poi di quello storicizzato è stata quella di scavalcare i recinti entro cui una categoria di persone – le donne – veniva limitata a vantaggio di un’altra categoria – gli uomini -, oggi occorre usare il termine femminismo in accezione più ampia e dunque come supporto alla riappropriazione di diritti che sono universali. Se questo atteggiamento prevalesse, non avremmo lager di nessun tipo nella nostra società.
La ragazza selvaggia non può esserlo davvero se non lo sono anche tutti gli altri. Lei, o meglio lei in quanto funzione sociale, ha la responsabilità di farsi apripista di un percorso che tutti dovrebbero imboccare.

Serena Vinci è archivista diplomata presso l’Archivio di Stato di Torino; si è laureata con lode in Letteratura, filologia e linguistica italiana all’Università di Torino ed è attualmente dottoranda all’Università di Modena e Reggio Emilia, in cotutela con l’Université Paris Nanterre. Si occupa principalmente di letteratura italiana contemporanea e letteratura in lingua italiana L2, oltreché di archivi letterari; è autrice di diversi articoli scientifici.