Il suo studio propone un paradigma originale, uno “sguardo dialogico”, per identificare scelte estetiche e narrative che enfatizzano gli stilemi propri della letteratura migrante. Quali caratteristiche sono riconoscibili nelle narrazioni “di migrazione”?

Non è semplice rispondere a questa domanda, perché si tratta di una letteratura talmente varia e multiforme che, qualunque ricerca di caratteristiche o tratti comuni, sarebbe un azzardo. Sicuramente, il carattere ibrido delle narrazioni è una costante, ma ogni opera manifesta un proprio sincretismo, una propria espressione “meticcia”, e ciò determina una scompaginazione degli stilemi canonici. Ogni opera presenta un proprio sperimentalismo letterario, un’inedita polifonia narrativa, e va analizzata con uno sguardo scevro da etichette o formule. Solo così si potrà carpire la bellezza della contaminazione e percepire la carezza del nuovo che, in punta di piedi, cerca di trovare un proprio posto nel mondo. Un mondo globalizzato che, purtroppo, tende a marginalizzare tutto ciò che non si omologa ed uniforma a paradigmi fissi e quasi inespugnabili.
La migrazione è un fenomeno antropologico e sociale. Quali sono le ragioni che la rendono interessante per la narrativa contemporanea, ovviamente tenendo conto che il filone d’indagine narrativo si pone all’interno di un ampio ambito interdisciplinare?
Io credo fermamente che la letteratura abbia un grande potere: quello di rappresentare ed estrinsecare, attraverso l’opera scritta, la società in tutte le sue sfaccettature. E la società è come un organismo vivente che, inevitabilmente, cambia e si modifica nel tempo. La migrazione è lo specchio della trasformazione sociale e culturale. Il mondo non è più lo stesso da quando sono cadute le barriere territoriali, e i flussi migratori hanno contribuito non poco alla ridefinizione continua di frontiere e luoghi. Ma non solo! Gli scrittori migranti hanno dimostrato di saper interpretare la realtà con uno sguardo pluriprospettico, cogliendo le contraddizioni di una società in rapida evoluzione, grazie al loro ‘essere in-between’, sospesi tra spazi e tempi differenti. Infatti, vivono il dislocamento, reale e metaforico, in equilibrio tra presente e passato, tra cultura d’origine e cultura del paese d’arrivo. Questa particolare condizione si riflette in un’identità dinamica e una fisionomia letteraria irripetibile e singolare, che va ad arricchire la letteratura, rendendola sempre più interessante e appassionante.
Interventi di Pap Khouma, Kossi Komla-Ebri, Amara Lakhous, Mihai Mircea Butcovan, Christiana de Caldas Brito, Laila Wadia, Betina Lilián Prenz, Guergana Radeva: emerge una prospettiva comparativista.
Si può pensare ad una tassonomia della migrazione?
Sicuramente no. Si perderebbe la singolarità e la portata critica di questa letteratura. Io mi sono soffermata solo su alcuni degli autori, ma ognuno di loro esprime una propria specificità, dovuta al personale background biografico e culturale.
I testi di Pap Khouma, senegalese, precursore di questa letteratura, oltre ad essereuna testimonianza diretta del lungo viaggio, fisico e simbolico, e delle problematicitàinerenti all’integrazione nel nostro paese, sono importanti perché delineano il percorsoletterario dello scrittore. Infatti, partendo dal bisogno di un coautore per la resa linguisticanel testo autobiografico Io venditore di elefanti, l’autore è riuscito a conquistare unapropria autonomia contenutistica e formale nei testi successivi, fino a sperimentare latraduzione, nella sua lingua madre, il wolof, del I canto dell’Inferno di Dante, superandole difficoltà concettuali ed interpretative che l’opera dantesca presenta. Anche il testoNuovi imbarazzismi di Kossi Komla-Ebri, togolese, presenta un’innovazione non sololinguistica, attraverso la creazione di nuove parole, ma anche narrativa, grazieall’inserimento dell’oralità nel racconto e l’utilizzo dell’ironia per veicolare concettirilevanti, come la discriminazione e l’incontro/scontro tra culture differenti. Il testoScontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio di Amara Lakhous, algerino, è unesempio di autotraduzione e di trans-lingua, il cui tratto peculiare è la plurifocalità, voltaa sottolineare il vuoto identitario determinato dalla deterritorializzazione edall’attraversamento; inoltre, è un perfetto esempio di ibridismo linguistico, conl’inserimento di termini appartenenti a lingue diverse, compresa la sua lingua madre, cioèl’arabo. Il testo Allunaggio di un immigrato innamorato dell’autore romeno Mihai MirceaButcovan è caratterizzato dall’ironia e dall’innesto di termini linguistici appartenenti allasua terra, oltre che di vari dialetti italiani. I testi Amanda Olinda Azzurra e le altre e Quie là di Christiana de Caldas Brito, brasiliana, riflettono la saudade, la presenzadell’assenza, l’atemporalità, il soave tormento dell’essere umano scisso tra estraneità edappartenenza; nel primo è evidente l’ibridismo linguistico, grazie alla creazione del«portuliano», misto di italiano e portoghese; nel secondo, l’autrice associa e mescolatermini («unghiglie, pioggiarono, massacqua, marinverno»), creando un linguaggiocontratto e un lessico nuovo. Laila Wadia, indiana, narratrice brez meja, crea deineologismi morfologici, attraverso l’unione di termini inglesi e indiani; il testo Il giardinodei frangipani, tradotto dall’inglese dal prof. Ralph Pacinotti, rappresenta un esperimentolinguistico particolarissimo, che concilia perfettamente lingua inglese, italiana e dialettiindiani, senza annullare le specificità di ognuna. Morte con lode di Betina Prenz,argentina, è un romanzo in cui lo sperimentalismo è dato dalla commistione di generiletterari, dal dinamismo interno generato da punti di vista diversi, da incroci tra sequenzenarrative e descrittive, dalla presentazione dei personaggi che, il più delle volte, avvienedall’interno, dall’intersezione tra un tempo cronologico e un tempo in cui si innestanoistanti contemporanei. Anche Guergana Radeva, bulgara, nel suo testo Preghiera disangue sperimenta una commistione di generi letterari: noir, romanzo gotico,autobiografia, thriller psicologico, elementi religiosi, artistici, astrologici, esoterici esimbolici si intrecciano e si fondono, creando un metatesto i cui personaggi sono ambiguie irrisolti.
Il punto focale della domanda di ricerca evolve intorno alla rappresentazione del migrante.
Quali sono le motivazioni a lasciare la madrepatria rispetto ad un viaggio che può costituire sia un miraggio di libertà sia esperienza di disagio?
Migrare non è mai una scelta. È una necessità. Si scappa da territori in cui imperversano guerre e povertà, e ci si illude di trovare un’occasione per poter ricominciare. Nel viaggio, inteso come transito e attraversamento, si condensano aspettative, speranze e desideri. C’è un animo resiliente in chi è costretto a lasciare la propria terra, una forza indomita che impedisce di arrendersi. E si affronta il viaggio con la consapevolezza della fine, ma anche con la speranza di un nuovo inizio. È questa seconda possibilità che spinge ad affrontare l’incerto. Amara Lakhous, scrittore algerino, in un’intervista ha rilasciato questa riflessione: “Sapete, l’emigrazione è un atto di ribellione. […] Quando uno nasce in un paese vuol dire che dio ha voluto che quella persona nascesse e crescesse lì. Chi decide di andarsene compie un atto di ribellione”. Un atto di coraggio di fronte all’ignoto.
La prospettiva delle scienze sociali e la prospettiva estetico-ermeneutica si intrecciano con le percezioni emotive e sensoriali che emergono dal tessuto comunicativo delle opere a cui si fa riferimento.
Quanto la prospettiva metodologica interdisciplinare può istigare il lettore ad interrogarsi sui propri pregiudizi?
Nella società odierna, sempre più globale e complessa, non si può più fare a meno di una metodologia interdisciplinare. Come sottolinea E. Morin, se i saperi sono frazionati e disgiunti, non potranno mai spiegare una realtà così sfaccettata, trasversale e multidimensionale come quella che stiamo vivendo. Dunque, una metodologia interdisciplinare è imprescindibile per comprendere un fenomeno in tutte le sue sfumature. Inoltre, orienta verso un pensiero critico e divergente, fondamentale per imparare ad interpretare il mondo. Oggi, il prefisso inter- è diventato una base etimologica preponderante, ma anche una connotazione sociale. Intercultura, interconnessione, internazionale, interscambio… tutti termini che riportano ad un’unica categoria: la globalizzazione. Sicuramente un approccio interdisciplinare può portare un lettore a riflettere e correggere i propri pregiudizi. Bisogna educare ad osservare da diverse prospettive: solo così potranno acquisire le competenze necessarie per poter dialogare con ciò che è altro da sé.
Luisa Emanuele, docente di italiano e latino presso IIS “E. Boggio Lera” di Catania (Ct); tutor qualificato e cultore presso il Dipartimento di scienze umanistiche dell’Università degli studi di Catania.
Nata a Catania nel 1975, vive per un periodo a Nicosia (En), dove compie i propri studi fino al conseguimento del diploma liceale. Nel ’94 si iscrive all’Università degli studi di Catania e nel ’98 si laurea in Lettere moderne. Nel 2011 consegue una seconda laurea in Filologia moderna, e nello stesso anno collabora con l’Università di Catania, con il ruolo di assistente alla cattedra di Letteratura comparata. Ha frequentato diversi master e corsi di specializzazione, acquisendo competenze nell’ambito della letteratura italiana e delle letterature antiche. Dal 1998 è docente di italiano e latino presso istituti di istruzione superiore, e dal 2008 è insegnante di ruolo presso il liceo scientifico “E. Boggio Lera” di Catania. Svolge la funzione di tutor qualificato e di cultore presso il Dipartimento di scienze umanistiche dell’Università degli studi di Catania. Ha conseguito il Dottorato in Scienze umanistiche presso l’Università degli studi “G. Marconi” di Roma, lavorando ad un progetto di ricerca sulla letteratura migrante. Collabora con la rivista di letteratura italiana della migrazione El Ghibli, e pubblica per diverse riviste nazionali ed internazionali.








