La nostalgia del potere. Schmitt, Arendt, Foucault

Il pensiero di Carl Schmitt ha generato in molti la persuasione che l’unico argine per sgominare il neoliberismo sia, ancora quest’oggi, in piena globalizzazione, un ritorno alla statualità, intesa quale unico agente frenante rispetto alla ‘libera’ concorrenza dei paesi capitalisti. Reputa che gli eventi storici abbiano confermato tale posizione nostalgica di un potere visibile e riconoscibile?

Ciò che caratterizza il pensiero conservatore di Schmitt, e che ha trovato devoti anche a
sinistra a partire dagli anni ’80, è proprio la critica al capitalismo. Tuttavia oggi l’idea di
sovranità e di statualità sembra definitamente rimossa anche dall’agenda dei partiti
democratici. Insomma, l’interesse su Schmitt è scemato nella misura in cui il capitalismo si
è imposto come ideologia dominante anche tra i partiti tradizionalmente più statalisti.
Ormai le decisioni non sono più prese nel luogo in cui ci si aspetterebbe che venissero
prese, come in un parlamento o da un governo, ma altrove.

Come definisce Hannah Arendt il potere e in che modo lo distingue dalla violenza e dall’autorità nel contesto della sfera politica?

Il tentativo del mio libro è quello di costituire un vero e proprio triangolo tra le varie
definizioni di potere dei tre filosofi tenendo presente un punto che a molti sfugge: Foucault
e Arendt conoscevano bene il pensiero di Schmitt. Arendt, diversamente da Schmitt, ma
anche da Foucault, vede nel potere un’azione legale che si dovrebbe sganciare
completamente dalla violenza e dunque, almeno in parte, anche dall’autorità e dallo stato.
Insomma, il potere viene dal basso, è più una possibilità, un’azione politica che permette
agli individui di incontrarsi e condividere democraticamente le scelte e le opinioni.

Secondo Michel Foucault, il potere si camuffa e a si nasconde negli interstizi del sapere.
La trappola è mostrare un volto “amichevole”?

Se per Schmitt il potere dovrebbe essere visibile e deve essere riconosciuto e legittimato
per rappresentare il popolo; e per Arendt il potere dovrebbe essere un’azione propositiva,
individuale; per Foucault il potere è oggi storicamente e realisticamente più ambiguo:
circola ovunque; dalla sovranità passa agli individui e tra gli individui stessi circola come
in un reticolo. Il potere però ha bisogno del sapere perché oltre alla forza occorre
convincere gli individui a pensare quello che il potere vuole. Il fatto che ormai accettiamo
tranquillamente l’ideologia capitalistica e non c’è più resistenza contro di essa, dimostra
che questa forma del potere ha vinto.

Professore qual è la natura del potere ed in che modo influisce sulle relazioni e le
strutture sociali?

Io direi che la natura del potere racchiude tutte le interpretazioni di questi tre filosofi, i
quali, a loro volta, non hanno fatto che approfondire gli aspetti del potere già a suo tempo
esplicitati da Max Weber. Sono convinto che i tre filosofi siano in un certo senso
weberiani. Tuttavia, se per potere intendiamo la forma capitalistica attuale, il potere oggi si
diffonde ovunque anche nelle forme apparentemente più “amichevoli” appunto: le
tecnologie, i mass media, il mercato, l’umanitarismo, il politically correct. Pasolini le
avrebbe definite come le forme più sofisticate di un nuovo fascismo.

Carl Schmitt, Hannah Arendt e Michel Foucault da prospettive differenti hanno colto i
meccanismi pervasivi del potere. Ravvede altresì elementi minacciosi insiti nel potere
stesso?

Aggiungerei un aspetto del potere che spesso sfugge anche agli specialisti: il potere è
solo uno dei tratti culturali (in senso antropologico) di una data società. Occorre avere uno
sguardo antropologico anche sul nostro mondo contemporaneo. Ciò ci permetterebbe di
comprendere che non siamo mai completamente liberi e che nello stesso tempo occorre
continuamente vigilare, sospettare e resistere a qualsiasi tentativo del potere di sottrarre
spazi e tempi di riflessione. Il rapporto potere e cultura ci permetterebbe di capire i motivi
per cui si scatenano le guerre o quantomeno perché esse vengono giustificate e tollerate dai
popoli.

Il termine “nostalgia” rinvia al rimpianto malinconico di quanto è trascorso o lontano.
Perché “nostalgia del potere”?

Il titolo mi è sembrato calzante rispetto al pensiero di Schmitt su cui il libro si incentra.
L’idea di sovranità, per il quale il potere governava nella modernità, almeno nell’idea di
Schmitt, si basava sulla legittimità stessa del potere. Il popolo riconosceva (o doveva
riconoscere) la sovranità e si identificava nella stessa idea di nazione e di religione.
Tuttavia, la globalizzazione ha spazzato via questa forma classica del potere permettendo
che il potere stesso fosse altrove rispetto al luogo in cui si pensa si possa trovare.

In che modo l’idea di potere, oggi, viene concettualizzata? Qual è la teoria più vicina a
ciò che i più ritengono consista il potere?

Penso che il concetto di potere inteso classicamente permanga nella concezione
popolare e anche in molti studiosi. Tuttavia la maggior parte delle persone risponderebbe
che ormai il potere economico oggi sia di gran lunga quello più importante. Questo non
dimostra che essi abbiano ragione, dimostra solo che ormai tutti si sono assuefatti all’idea
che il modello economicistico è predominante.

Il potere è ambivalente e proteiforme, assume sembianze diverse dal tipo di cultura in
cui si inserisce. Quali sono i suoi lati oscuri?

Come dicevo poc’anzi, la cultura (in senso antropologico) può dirci molto sul tipo di
potere che si sviluppa in una data nazione. Purtroppo non credo, o non li conosco, che ci
siano studi specificamente incentrati sul tratto culturale specifico del potere
contemporaneo. Rimanendo al solo Occidente, si tratterebbe di dare corpo e volti a quegli
uomini che detengono oggi il potere economico e la cui conoscenza sfugge ai più. Alcuni
di loro presiedono direttamente alcuni stati nazionali, altri appoggiano dall’esterno governi
fantoccio. La mia impressione è che purtroppo questi uomini non pensano a governare per
il bene del loro popolo (ormai gli stessi concetti di popolo o di nazione non esistono più,
sostituiti da costrutti neutrali come popolazione e società) ma utilizzano il potere solo per
arricchirsi ulteriormente. La nostalgia del potere sta anche in questo: prima il potere si
circondava di uomini colti, di intellettuali, oppure gli stessi uomini di potere erano colti e
desideravano circondarsi di cultura (nel senso di conoscenza). Oggi il potere economico,
nel suo paradigma, è democratico: tutti (sia ricchi che poveri) vogliono più ricchezza ma
pochi vogliono più cultura. Questo mi spaventa molto. Se anche la cultura ha perso il suo
valore e i politici sono sempre meno colti e il denaro è l’unico interesse che spinge gli
uomini ad agire, il rischio di scelte politicamente sbagliate (almeno per il bene comune) è
sempre più alto.

Stefano Berni è docente di Storia e Filosofia nei licei. È stato Professore a contratto presso la cattedra di Filosofia del diritto dell’Università di Siena, assegnista e dottore di ricerca. È nel comitato scientifico della rivista «Officine filosofiche» dell’Università di Bologna e Presidente della S.F.I. di Prato. Si è occupato di filosofia francese contemporanea in particolare del pensiero di Michel Foucault e del rapporto tra soggetto, corpo, potere. Le pubblicazioni più recenti: Cultura e Diritto. Alle origini dell’antropologia giuridica, Roma 2014; Fare giustizia. Due scritti sulla vendetta, Milano 2014 (con Giovanni Cosi). Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico, Pisa 2018; Etiche del sé. Foucault e i Greci, Firenze 2021.

Scrivere di donne in Roma antica.La letteratura latina in ventuno figure femminili

Professor Lentano, le donne sono state costantemente presenti da quando esiste
l’arte stessa, intesa in tutte le sue sfumature; tuttavia, il loro tributo documentato rimane
scarsamente visibile. Quali sono, a suo avviso, le ragioni per le quali è stato così arduo
sottrarsi all’invisibilità?

Una grande antropologa francese, Françoise Héritier, scomparsa da qualche anno, ha
affermato che esistono due soli elementi comuni a tutte le culture umane, nel tempo e
nello spazio, una qualche forma di interdizione dell’incesto e un complesso di regole
che distinguono prerogative e attribuzioni dei generi femminile e maschile, di norma a
tutto vantaggio di quest’ultimo. Il mondo romano non fa eccezione, anche se l’etichetta
di “sessista” o “maschilista” attribuita a quel mondo rischia di essere troppo generica:
in realtà, i Romani attribuiscono un enorme rilievo alle donne, chiamate ad assicurare
la riproduzione ordinata dei gruppi familiari e a socializzare alle nuove generazioni i
modelli nei quali la cultura condivisa si riconosce, ma al tempo stesso le escludono da
qualsiasi forma di presenza pubblica e di uso sociale della parola. Coerentemente con
queste premesse, la letteratura, che in fondo non è che una forma altamente stilizzata
di discorso pubblico, bandisce le donne – con rarissime e motivate eccezioni – come
soggetto della produzione intellettuale.

Professor Lentano, Lesbia, Sempronia, Cinzia, ed ancora Fedra e Messalina.
Ventuno “ritratti”: un caleidoscopio di universi femminili, dissimili quanto ad età,
condizione, ruolo sociale, esperienza esistenziale. Quale tratto le accomuna?

Si tratta di figure femminili molto diverse l’una dall’altra, come lei stessa osserva:
un’aristocratica che si trovò invischiata nella trama eversiva nota come congiura di
Catilina, due protagoniste di altrettanti canzonieri d’amore, un personaggio del mito,
una giovanissima imperatrice che finì per essere travolta dallo stesso, immenso potere
accumulato nelle sue mani. In comune hanno due cose: la prima, ovvia, è rappresentata
dal fatto che nessuna di loro ha raccontato in prima persona la sua storia; quello che
sappiamo su Lesbia, su Messalina e su tutte le altre è quello che lo sguardo maschile
ha selezionato e scelto di trasmettere. La seconda è che tutte, in varia misura, sono
affette da quell’eccesso di passionalità istintiva e irrazionale, da quella sessualità
prorompente e anomica che i Romani assegnano volentieri alle donne: dai trecento
amanti che un Catullo amareggiato attribuisce a Lesbia agli uomini che Sempronia
avidamente cerca invece che esserne cercata, dalla torbida storia di incesto in cui è
coinvolta Fedra alla proverbiale insaziabilità sessuale di Messalina, che ne ha fatto a
partire dagli anni Cinquanta la protagonista di tanti scollacciati b-movies. Quanto a
Cinzia, la donna del poeta Properzio, anch’essa non si sottrae a questa caratterizzazione
comune: nell’attacco di un carme a lei dedicato, il suo amante lamenta che Cinzia gli
rinfacci la sua libidine e replica che quest’ultima, in realtà, è molto più pronunciata
nelle donne che negli uomini. Come volevasi dimostrare.

Professor Lentano, quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro
passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma
anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate. Quale
messaggio ci offrono?

È vero, molte delle protagoniste del nostro libro hanno tentato di forzare i limiti della
propria condizione, guadagnando spazi di agibilità personale e politica che erano di
norma negati alle donne. Pressoché invariabilmente, peraltro, questi tentativi si sono
risolti in un fallimento: basti pensare, tra i personaggi che abbiamo prima citato, al caso
paradigmatico di Messalina, moglie dell’imperatore Claudio intorno alla metà del I
secolo d.C., che accumulò nelle sue mani più potere di quanto mai una donna avesse
avuto nella precedente storia di Roma, ma fu liquidata dai potenti collaboratori del
principe quando divenne una figura troppo ingombrante. Del resto, tutte le donne di
cui Graziana Brescia ed io raccontiamo le storie sono personaggi a vario titolo fuori
dall’ordinario, e perciò tanto più meritevoli, dal punto di vista dei Romani, di vedere
ridimensionato il loro tentativo di aggirare le regole di comportamento della matrona
romana modello, la cui vita si consuma rigorosamente dietro le quinte della storia e
mai sul suo proscenio.

Professor Lentano, si dice fosse stato Numa Pompilio, all’alba della storia, a dettare
alle matrone di Roma l’obbligo del silenzio. La letteratura rende le figure femminili
funzionali al percorso umano, emotivo, emozionale maschile.
Lei, invece, dà loro voce; le rende protagoniste, mutando la prospettiva circa il genere.
Perché?

A questa domanda abbiamo cercato di rispondere nella pagina finale del libro: si tratta
di una forma di postumo risarcimento. La letteratura latina è piena di figure femminili,
ma queste figure, anche quando vengono loro attribuiti discorsi, sentimenti o pensieri,
sono invariabilmente “parlate” dagli autori maschi: se non nella vita reale, quanto meno
nella produzione intellettuale la regola di Numa è stata osservata scrupolosamente. La
presenza letteraria delle donne ricorda da questo punto di vista la figura retorica della
prosopopea, consistente nel dare personalità a soggetti che non sono in grado di parlare
oppure, come nel nostro caso, non appaiono titolati a farlo. La scelta di consacrare ad
altrettante donne i ventuno capitoli del libro e di riconoscere a ognuna di loro, per una
volta, la possibilità di “parlare” i propri autori è stata dunque anche un modo per
riparare a un torto millenario, spezzando il monopolio maschile della parola e
restituendo almeno l’eco di una voce che le maglie di quel monopolio hanno troppo a
lungo sequestrato.

Professoressa Brescia, la sua apprezzata opera ha protagoniste femminili. Quali
differenze o analogie è possibile cogliere tra la “congiurata trasgressiva”, la
“matriarca etrusca”, la “matrigna innamorata” e le eroine della modernità?

Il tratto che accomuna questa tipologia di figure femminili, pur nella loro diversità, è la
trasgressione dei modelli codificati da una società di stampo patriarcale che si fonda su una netta dicotomia e, soprattutto, su una gerarchizzazione di genere maschile/ femminile. Si tratta di una violazione delle regole che può manifestarsi nella passione della matrigna Fedra per il figliastro, nella componente trasgressiva della congiurata Sempronia che viola la misura in ogni ambito compreso quello sessuale, o nel ruolo determinante svolto dall’etrusca Tanaquilla nelle vicende politiche e dinastiche che determinarono l’ascesa al trono prima del marito Tarquinio Prisco e poi del genero Servio Tullio. Non stupisce la censura e la condanna senza appello espresse da una società dalla struttura tradizionalmente rigida come quella romana nei confronti di questa figura di donna giudicata trasgressiva sia per la naturale inclinazione femminile al piacere sia per la tendenza a sconfinare negli ambiti di pertinenza del maschile. Deprecabile appare agli antichi Romani la matrona che si comporta come una meretrice al pari di quella che agisce come un uomo. D’altro canto, come ci ha insegnato l’antropologia del mondo antico, è necessario, anzi, imprescindibile adottare una prospettiva di distanziamento critico tra presente e passato garantita da un approccio “emico” evitando il rischio di assimilare quella cultura alle nostre categorie di pensiero e di giudizio. Per rispondere alla sua domanda, direi, quindi, che proprio al fine di salvaguardare il fascino di figure come Fedra, Sempronia, Tanaquilla, occorre continuare a osservarle a distanza mentre si muovono a loro agio nelle stanze del loro tempo e resistere alla tentazione di usare una sorta di macchina del tempo per un’intrigante quanto illusoria interazione con un passato.

Professoressa Brescia, oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società
contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si
combattono su questo campo?

Nella cultura di cui i nostri ventuno profili femminili sono espressione, il corpo muliebre riflette la
dicotomia di genere maschile/ femminile di cui si parlava ed è caratterizzato come oggetto passivo, di attrazione e di una seduzione che vede nel ruolo di protagonista attivo l’uomo e che si traduce in desiderio di possesso e nella legittima aspirazione a soddisfarlo ricorrendo anche alla violenza. La bellezza femminile finisce, così, per configurarsi come una trappola in quanto espone quasi naturalmente la donna al rischio di subire violenza. D’altro canto, l’atavica diffidenza nei confronti del genere femminile trova rappresentazione in una cultura del sospetto nei confronti della presunta vittima della violenza sessuale sul presupposto del quasi inevitabile consenso/assenso della donna.
Assistiamo così, allora come ora, al delinearsi di una vera e propria semantica del corpo femminile che si manifesta nell’abbigliamento, negli atteggiamenti, nel modo stesso di relazionarsi con l’esterno: a questo complesso e articolato codice verbale ed extra verbale la cultura patriarcale attribuisce segnali equivoci di disponibilità.

Professoressa Brescia, il suo è un affascinante excursus tra percorsi estetici e
formali differenti, accomunati dall’unicità di ogni singola protagonista, esaminata con
maestria analitica da un punto di vista critico e poetico.
Ebbene, quali deduzioni si possono trarre rispetto all’attuale status della ricognizione
letteraria?

Diciamo subito che i presupposti che hanno orientato quello che lei molto generosamente definisce “un affascinante excursus” e che hanno costituito il filo conduttore di questi “percorsi estetici e formali differenti” sono due. In primo luogo, la convinzione che gli studiosi dell’antichità, oltre alle ricerche scientifiche destinate a un pubblico ristretto, debbano dialogare anche con .un pubblico più ampio di non addetti ai lavori animati da interesse e curiosità per la cultura dei Greci e dei Romani.
In secondo luogo, in linea con la lezione appresa dall’antropologia del mondo antico, questo libro cerca di condurre il lettore “dentro” la cultura romana concedendogli l’opportunità di osservarla con lo sguardo cdi chi ne era parte e di fuggire alle insidie di una prospettiva più egoista che tende a dare risposte e interpretazioni fondate sulla propria esperienza intellettuale. In particolare, in questo nostro progetto di ricerca, abbiamo ripercorso la storia della letteratura latina cercando di dare voce alle donne che vivono nelle pagine degli autori e che, però, in questa prospettiva rovesciata, rappresentano il punto d’arrivo e non quello di partenza. La parola alle donne, dunque, per quanto si tratti sempre e comunque di una parola filtrata e mediata dallo sguardo di una società patriarcale.

Professoressa Brescia, guardando alle recenti cronache, quali necessità ravvede
rispetto ad un ripensamento della percezione sociale della donna?

Pur adottando un approccio “emico” che salvaguardi l’alterità tra passato e presente, è comunque (e aggiungerei, purtroppo) possibile rintracciare nella cultura classica e, in particolare, nella letteratura latina, la presenza e, in un certo senso, le radici di modelli e stereotipi sulla violenza sessuale che permangono in società contrassegnate da profondi mutamenti culturali. Tali modelli si fondano su una netta distinzione tra l’identità sessuale maschile e femminile e tra le categorie dell’attività/passività cui corrispondono ruoli ben definiti: alla virilità maschile espressione di dominio, di potenza in ogni campo (politico, economico, sociale e sessuale) e che trova come suo ambito di manifestazione lo spazio esterno, si contrappone la passività femminile che si colloca nello spazio chiuso della casa. Si aggiunga che nella cultura del sospetto nei confronti del femminile fondata su pregiudizi atavici e purtroppo ancora radicati nella cultura contemporanea, la naturale propensione al piacere, l’intrinseca potenzialità seduttiva e la debolezza della volontà attribuite al femminile, rendono la donna quasi naturalmente complice quando non addirittura responsabile della violenza esercitata dal maschile sul suo corpo e, in generale, sulla sua persona.

Mario Lentano

Nel 1988 si laurea in Letteratura latina presso l’Università degli studi di Bari con Paolo Fedeli.
Nel 1992 consegue il titolo di dottore di ricerca in Filologia greca e latina presso l’Università degli studi di Pisa (coordinatore Gian Biagio Conte, tutor Maurizio Bettini).
Dal 1992 al 2002 è docente di ruolo di Materie letterarie, latino e greco nei licei classici.
Dal 2002 a tutto il 2004, come docente a contratto, insegna Lingua e letteratura latina e Filologia classica presso la sede di Grosseto dell’Università degli studi di Siena. Attualmente è professore ordinario di Lingua e letteratura latina. E’ membro del Centro interuniversitario di antropologia e mondo antico e del Collegio dei docenti del Dottorato in Scienze dell’antichità e archeologia.

Graziana Brescia

Professore associato di Lingua e letteratura latina presso l’Università di Bari. I suoi interessi di ricerca sono la storiografia, la retorica, la fortuna del classico e l’antropologia nella Roma antica e su questi temi ha pubblicato saggi e monografie. Ha curato voci per l’Enciclopedia oraziana (Treccani 1998) ed è autrice, tra l’altro, del recente Le ‘ragioni del sangue’. Storie di incesto e fratricidio nella declamazione latina (con M. Lentano, Loffredo 2009).

Non vuota retorica, ma monito!

Matteotti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919 nel Collegio di Ferrara e fu poi rieletto nel 1921 e nel 1924.
Venne soprannominato “Tempesta” dai suoi compagni di partito.
A quali tratti della sua personalità si deve l’appellativo?

L’instancabile partecipazione alle organizzazioni contadini e bracciantili, l’intransigenza contro i nemici delle classi lavoratrici e, alla fine di tutto, quella che potremmo definire una certa “ansia attivistica”, fecero sì che i compagni di partito, e non solo, usassero indicarlo con questo appellativo. Il coraggio non gli difettava e, personalmente, credo che ciò abbia in parte contribuito a tale definizione.
“Tempesta” passava ore nella Biblioteca della Camera “a sfogliare libri, relazioni, statistiche, da cui attingeva i dati che gli occorrevano per lottare, con la parola e con la penna, badando a restare sempre fondato sulle cose”.
Da dove nasce l’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia?

Nel 1920/1921 Matteotti era a capo della Camera del Lavoro di Ferrara, dove forte si faceva sentire la violenta pressione dei fascisti a salvaguardia degli interessi dei ricchi proprietari terrieri e a danno delle masse bracciantili. L’inchiesta nasce da qui, un resoconto schietto e puntuale di quanto stava avvenendo nelle campagne ferraresi così come in molte altre località del centro-nord.
In The Fascists exposed; a year of Fascist Domination, Matteotti sosteneva che il miglioramento delle condizioni economiche e finanziarie del Paese, che stava lentamente riprendendosi dalle devastazioni della Prima guerra mondiale, era dovuto non all’azione fascista, quanto alle energie popolari. Chi ne avrebbe beneficiato? Speculatori e i capitalisti, mentre il ceto medio e proletario?
In tutte le guerre, nella Prima come nella Seconda guerra mondiale, a beneficiare della cosiddetta “economia di guerra” sono i grandi trust industriali e finanziari che investono nelle commesse militari e nei generi di prima necessità. La guerra ha sempre impoverito, materialmente e moralmente, le classi proletarie. Poi, all’indomani della Prima guerra mondiale, c’era stato da parte del proletariato il tentativo di prendere il controllo della produzione, in agricoltura come nell’industria. Ed è lì che è intervenuto il fascismo, a bloccare un processo di autodeterminazione delle masse – quindi della gran parte della popolazione italiana – e a dare una svolta in chiave autoritaria al Paese.
“[…] Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”
Matteotti quale unico oppositore?

Sì, torniamo al Matteotti intransigente e profondamente antifascista di cui scrivevamo all’inizio. Un uomo che con questo celebre atto di accusa pronunciato alla Camera il 30 maggio 1924 si erge ancora una volta a difensore del carattere democratico dello Stato italiano, dando uno dei più alti esempi di dedizione al mandato elettorale. Purtroppo, il suo sacrificio non è poi servito a preservare il Paese dal ventennio di dittatura fascista.
Nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge che istituisce le celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti: tra le attività di ricerca su vita, pensiero e opera di Matteotti.
Quale, ad oggi, è meritevole di maggior attenzione?

Mah, dipende sempre dallo spirito con il quale ci sia accosta a certi tipi di celebrazioni di carattere istituzionale. Sono usciti molti bei libri che ripercorrono la traiettoria politica e personale di Giacomo Matteotti. Forse partirei da lì. E da una visita alla Casa Museo a Fratta Polesine.
Essere troppo ricco. Essere mezzo austriaco. Essere figlio di usurai.
La delegittimazione come arma politica?

Si tratta della solita macchina del fango, che viene messa in azione ogni qualvolta si voglia delegittimare l’azione politica e/o sociale di qualcuno/a che la pensa diversamente. Niente di nuovo, mi sembra. I giornali o la televisione, anche oggi, ne fanno largo uso; basti pensare a quello che si è scatenato intorno a Ilaria Salis prima e dopo l’elezione a eurodeputata.
“Giacomo Matteotti, Segretario del Partito Socialista Unitario, impegnato com’era per il riscatto dei ceti più poveri, apparteneva al gruppo di coloro che sapevano come le libertà dello Stato liberale dovevano sapersi tradurre in effettivi diritti per tutti gli italiani.”
Così, il Presidente della Repubblica.
Quali sollecitazioni alla riflessione promuovono queste parole?

Tante e nessuna, in realtà. Mi piacerebbe che il ricordo di Matteotti non risuonasse come vuota retorica ma possa rappresentare per molti un monito alle derive illiberali e antidemocratiche che si levano in Italia come nel resto del mondo.
Tra ponti, strade, piazze e scuole Giacomo Matteotti è il politico del ‘900 più citato nella toponomastica italiana, con circa tremila intitolazioni in gran parte delle principali città italiane.
Quale il lascito per le future generazioni?

Quello dell’esempio. Esempio di integrità morale, coraggio e di coerenza nello sviluppo del proprio percorso politico. Caratteristiche sempre più rare, mi sembra.

Germano Panettieri
Dopo una laurea in Economia svolge diverse esperienze lavorative all’estero. Nel 2010 fonda la casa editrice Nova Delphi Libri, di cui attualmente è direttore editoriale.

”Studiare e conoscere Matteotti a scuola”

Come le scuole hanno contribuito alle attività previste nell’anno dedicato a Matteotti, nel centenario del suo assassinio?
Da anni, collaboro con la Fondazione Matteotti, in qualità di studiosa, ed ho anche avuto la possibilità di pubblicare il mio saggio dal titolo “Rapporto sul sapere. L’intellettuale ne tramonto della politica” nella collana della Fondazione.
Quest’anno è stato importante, da docente di Filosofia e Scienze Umane, aver coordinato il progetto con il quale la scuola ha partecipato al “Concorso Matteotti” per le scuole, proposto dalla Direzione generale per lo Studente del Ministero dell’Istruzione e del Merito, patrocinato dalla Fondazione Giacomo Matteotti e dalla Fondazione di Studi storici Filippo Turati. Il progetto Matteotti 100 nelle scuole, al quale ha contribuito anche la Presidenza del Consiglio dei ministri, in vista del centenario, ha promosso sia la realizzazione di specifico materiale didattico originale per le scuole riversato in una nuova pubblicazione divulgativa a uso degli studenti e dei docenti, sia una serie di incontri con i pressi scolastici nazionali disseminati sull’intero territorio nazionale, realizzati negli anni scolastici precedenti in preparazione del Centenario. Da docente, ritengo inoltre importante il sostegno offerto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, alla quale fa capo la Struttura di Missione per gli Anniversari nazionali ed eventi sportivi nazionali ed internazionali, per la realizzazione del progetto Matteotti e noi. Una lezione di libertà, ideato dalla Fondazione Giacomo Matteotti per promuovere la memoria e i valori nelle scuole in occasione del centenario della morte. Il progetto originale – che utilizza ampiamente strumenti multimediali– si segnala per la sua natura multitask, idonea a coinvolgere emotivamente gli studenti al fine di stimolarne curiosità e creatività. Proprio la curiosità e la creatività sono state le tue competenze che come docente tutor, ho voluto che gli studenti della classe 4I sviluppassero portando avanti un PCTO di stampo “accademico”, attraverso il quale comprendessero come studio e ricerca siano lavoro, fatica e soddisfazione. Il Percorso ha avuto come scopo quello di partecipare al Concorso promosso dalla Fondazione, gli studenti sono stati chiamati a immergersi nel vivo dei discorsi espressi da Matteotti, studiandoli, analizzandoli per pensare come elaborare un prodotto che gareggiasse all’interno della categoria multimediale.
Quindi, la sua proposta didattica non è stata rivolta ad una classe uscente, in procinto di sostenere l’esame di Stato, e che già conosceva storicamente il fenomeno del fascismo? C’è stato uno sfasamento tra il percorso di ricerca proposto e il periodo studiato durante l’anno di storia? Ci può raccontare come è stato coordinato il Progetto? E la risposta della classe?
Il progetto ideato ha avuto per titolo “Il potere della parola”, volendo cogliere da un punto di vista argomentativo, lessicale, filologico e filosofico la potenza dei discorsi politici espressi da Giacomo Matteotti. Discorsi che, suo malgrado, sono stati la causa del suo assassinio; parole potenti in grado di destabilizzare il fascismo. Si è, quindi, pensato un percorso di ricerca -azione, allo scopo di motivare allo studio della storia in un’ottica di elaborazione di un prodotto multimediale.
Abbiamo simulato un’attività creativa aziendale, i docenti coinvolti del consiglio di classe sono stati – per la maggior parte – i colleghi di storia, di lettere, di scienze umane, di arte.
Il partner esterno del percorso è stato l’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea (ILSREC), con il quale il Liceo Pertini da anni ha già articolato iniziative culturali e didattiche. Gli studenti, in una fase preliminare, hanno partecipato ad alcune lezioni presso l’ILSREC, tenute dal prof. Paolo Battifora su “La metodologia e la ricerca storica”, “Il fascismo e la scuola” “Il fascismo e l’istruzione”. Gli incontri, sotto forma di laboratori e seminari, sono serviti per offrire agli studenti la base teorica su cui imbastire la propria ricerca e la produzione del prodotto multimediale con il quale gareggiare al concorso. Lo step successivo è stato svolgere delle ore extracurricolari presso la Biblioteca Berio del Comune di Genova. Per gli studenti sono state mattinate importanti ed originali da un di vista culturale, formativo oltre che didattico. La lezione non è solo quella in classe. Lo studio sul campo, la ricerca dei libri, la stesura di una bibliografia prima sull’autore e poi sul tema sono tutte attività formative ed orientanti importanti. Spesso, infatti, gli studenti imparano cosa sia una bibliografia solo in occasione della stesura della tesi di laurea triennale. La scuola, invece, deve preparare gli studenti al mondo universitario. La ricerca è un lavoro intellettuale con delle sue regole e con delle sue metodologie da conoscere e rispettare. Il rigore della ricerca è segno della fondatezza dello studio e dell’indagine elaborata. Insegnare ciò agli studenti di una classe quarta non è stato semplice, perché ha significato renderli autonomi e protagonisti del proprio percorso, considerando imprescindibile l’immersione all’interno dei testi. Studiare in biblioteca è stato importante perché potessero vivere lo studio in modo autonomo, indipendente, gestendo il proprio tempo senza la coercizione dettata dalla campanella, o dalla scansione delle lezioni curricolari. Organizzarsi in un ambiente diverso dalla scuola è stato stimolante perché hanno dovuto tenere conto della presenza di persone estranee, di scaffali nei quali riporre i libri dopo la consultazione, di gestione delle loro esigenze personali in un ambiente “lavorativo” altro rispetto all’edificio scolastico.
Quanto è durato il progetto? Con che risultati? Che ruolo ha rivestito la Fondazione Matteotti?
Il PCTO non è terminato, anzi, si concluderà nei primi mesi dell’anno prossimo, proprio con un viaggio a Roma presso la sede della Fondazione Giacomo Matteotti allo scopo di completare le fasi già svolte con la conoscenza diretta dei luoghi romani.
Il percorso, quindi, ha visto una seconda fase nella quale gli studenti, dopo aver elaborato i prodotti multimediali, hanno inviato i lavori svolti alla Fondazione Giacomo Matteotti per la partecipazione al Concorso, entro il 29 febbraio. L’elaborato proposto ha meritato la menzione speciale della Commissione esaminatrice dell’edizioni del centenario del concorso nazionale “Matteotti per le scuole”. Le studentesse hanno seguito la Premiazione, avvenuta il 17 maggio online, liete nell’essere menzionate, hanno espresso la loro soddisfazione per il plauso del progetto, ed hanno raccontato come abbiano realizzato il lavoro multimediale.
Inoltre, ho proposto, proprio per portare avanti il percorso come lettura estiva il saggio scritto dal Presidente della Fondazione Alberto Aghemo, edito da la Rubettino nel 2024, dal titolo La scuola di Matteotti. Un’idea di libertà: istruzione, democrazia e riscatto sociale.
Il saggio sarà presentato dagli studenti, proprio a Roma in occasione del viaggio di fine percorso. Gli studenti, quindi, avranno la possibilità di cimentarsi nella presentazione di un testo importante, all’interno della ricca bibliografia matteottiana. Inoltre, potranno raccontare – anche – in fase di colloquio orale durante l’esame di stato, non solo l’esperienza vissuta, ma quali competenze si siano sviluppate presentato il saggio del professor Aghemo.
Vuol raccontare brevemente il percorso proposto dal prof. Alberto Aghemo?
Alberto Aghemo precisa come la scuola per Giacomo Matteotti debba essere “qualche cosa per cui, almeno per quattro o cinque anni, la gente del popolo non pensi alla preparazione del lavoro manuale, ma impari anche delle astrazioni.” Matteotti, quindi, come precisa l’autore, ritiene che per mezzo della scuola gli studenti imparino a pensare, ad astrarre e ad elaborare concetti. La scuola è immaginata come libera, poetica, astratta affinché gli studenti possano beneficiarne del ricordo per qualche anno. Matteotti rivendica e riafferma l’interesse nei riguardi dell’istruzione e dell’educazione dei lavoratori. L’istruzione e l’educazione sono i mezzi attraverso i quali è possibile ottenere un riscatto sociale, ed attraverso cui è possibile emanciparsi politicamente. L’istruzione eleva moralmente i lavoratori. La scuola per Matteotti è più di un programma politico, ma è lo strumento più alto per manifestare la libertà. L’uomo di cultura e il militante appassionato attraverso un’intera vita di impegno per l’istruzione intesa come mezzo e come fine, come primo strumento di democrazia e come obiettivo di riscatto sociale.
Interessante è quanto scrive, nella Premessa ”Matteotti e l’istruzione popolare: la lotta di una vita”. Quando ci si discosti un poco dal cono d’ombra del monumento che si è soliti frequentare soprattutto in occasione delle commemorazioni e degli eventi celebrativi, emergono l’originalità, la lungimiranza e il respiro europeo di un politico di grande spessore che univa alla passione, lo studio, la preparazione, l’amore per i fatti in nome di quel sano pragmatismo che gli deriva dall’essere socialista riformista, lontano dagli ideologismi e da ogni forma di retorica (p.11). Matteotti ha sempre lottato, ritenendo che compito della scuola fosse quello di formare amministratori capaci in grado di promuovere l’elevazione sociale e culturale proletariato sulla scia della democrazia parlamentare.
Nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge che istituisce le celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti: tra le attività di ricerca su vita, pensiero e opera di Matteotti.
Quale, ad oggi, è meritevole di maggior attenzione?

Per comodità di esposizione, diamo un termine a quo a una riflessione sulla recente presenza di Matteotti nella scuola italiana lo si può individuare nell’anno 2014. In occasione delle celebrazioni del novantesimo anniversario della morte del politico polesano. Infatti, la Fondazione Giacomo Matteotti e la Fondazione di Studi storici Filippo Turati hanno predisposto un ampio calendario di iniziative, non soltanto celebrative ma anche formative, che raccolse vasti riconoscimenti a partire dall’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, cui si sommano il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei ministri e delle presidenze di Camera e Senato. Iniziative di commemorazione e di formazione, in stretta collaborazione con la Direzione Generale per lo Studente de Ministero dell’Istruzione che si è concretizzato nell’immediato nell’organizzazione con cadenza annuale del “Concorso nazionale Matteotti per le scuole”, avviato nel 2014/2015. Da allora il concorso, che intende stimolare anche la creatività dei giovani attraverso la realizzazione di elaborati testuali, grafici e multimediali a partire da un tema che viene indicato ogni anno dagli enti promotori, ovvero la Direzione Generale per lo Studente, la Fondazione Matteotti e la Fondazione Turati, ha registrato una partecipazione sempre crescente, dal punto di vista sia quantitativo che qualitativo, da parte degli studenti e delle scuole.
Molte iniziative hanno avuto un’efficace disseminazione presso i plessi scolastici nazionali grazie al sostegno di Istituzioni private e pubbliche. Tra le prime, si deve senz’altro segnalare la Fondazione Roma che ha contribuito significativamente alla realizzazione di un piano di attività formative di attività formative disseminate sull’intero territorio della Regione Lazio in occasione anche del centenario anniversario matteottiano. Le Fondazioni Matteotti e Turati e la Direzione Generale per lo Studente hanno sottoscritto un Protocollo d’intesa triennale, nel 2018 per la prima volta, poi rinnovata, nel quale è espressa l’intenzione tra le parti di realizzare iniziative didattiche e formative, attraverso il coinvolgimento diretto degli istituti scolastici di tutto il territorio nazionale, promuovendo percorso di formazione attraverso l’utilizzo e la divulgazione dei contenuti e dei materiali storici in possesso tra le Parti.

Rosaria Catanoso

Dottoressa di ricerca in Metodologie della Filosofia, docente di filosofia nei licei, membro del Centro per la filosofia italiana. Collabora regolarmente con le riviste “Segno”, “il cannocchiale. Rivista di filosofia”, “Tempo Presente” della Fondazione Giacomo Matteotti. Ha pubblicato saggi e articoli su Arendt, Heller, Husserl, Chiaromonte, Croce. Tra i suoi libri: Hannah Arendt. Imprevisto ed eccezione lo stupore della storia, Giappichelli, Torino 2019, Rapporto sul sapere. L’intellettuale nel tramonto della politica, Fondazione Matteotti, Roma 2021.

“Vogliono il nulla perché sono il nulla”

Matteotti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919 nel Collegio di Ferrara e fu poi rieletto nel 1921 e nel 1924.
Venne soprannominato “Tempesta” dai suoi compagni di partito.
A quali tratti della sua personalità si deve l’appellativo?

Matteotti non ha mai ceduto di un passo di fronte alla sua responsabilità, storica sociale politica, che riteneva essere legata indissolubilmente sia con la sua azione e sia in generale con la sua vita. Aveva un carattere intransigente, per quanto riguarda le sue idee, che riusciva però ad affievolire, se si trattava di migliorare le condizioni dei diseredati o di combattere un nemico comune. Ad esempio, rimase sempre un fiero avversario dell’interventismo nel 1914, cosa che gli attirò diverse illazioni sull’essere filoaustriaco, mentre non si risparmiava alla ricerca di quello che potesse essere un terreno comune di azione nella prassi politica, cercando anche di coinvolgere i comunisti, verso i quali si sentiva comunque ideologicamente lontano. Comprendendo fin da subito la pericolosità di Mussolini e del fascismo, comprendendone la radice affaristica e corruttrice, cercò in tutti i modi di combatterlo, a cominciare dal cercare di limitare i collaborazionisti con il governo fascista, presenti sia nella CGdL, sia all’interno del suo Psu. Tutto questo, Matteotti lo faceva da isolato, all’interno e all’esterno del partito, isolamento di cui eroicamente non si curava e che sarà una delle precondizioni della sua uccisione, ma anche delle violenze che negli anni precedenti l’avevano evocata.
“Tempesta” passava ore nella Biblioteca della Camera “a sfogliare libri, relazioni, statistiche, da cui attingeva i dati che gli occorrevano per lottare, con la parola e con la penna, badando a restare sempre fondato sulle cose”.
Da dove nasce l’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia?

L’inchiesta nasce dalla terra di Matteotti e cioè il Polesine. Qui, aveva potuto osservare, tra il 1919 e il 1921, l’affermazione del fascismo, che lui legava quasi esclusivamente alle lotte che c’erano tra la borghesia agraria e il proletariato, con quest’ultimo che si era senz’altro avvantaggiato del contesto dato dal biennio rosso. Da questo punto di vista (probabilmente troppo parziale, perché non tutta la borghesia si schierò con Mussolini), quindi, il fascismo non può che essere una forza reazionaria, il braccio armato e violento dei padroni. Il suo scritto è anche fortemente legato alle violenze da lui subite in prima persona in quello stesso torno di anni, violenze che sono susseguite alla rapida ascesa di Matteotti verso la politica nazionale e all’essere visto come l’avversario più temibile e irriducibile del fascismo.
In The Fascists exposed; a year of Fascist Domination, Matteotti sosteneva che il miglioramento delle condizioni economiche e finanziarie del Paese, che stava lentamente riprendendosi dalle devastazioni della prima guerra mondiale, era dovuto non all’azione fascista, quanto alle energie popolari.
Chi ne avrebbe beneficiato? Speculatori e capitalisti, mentre il ceto medio e proletario?

In una lettera a Turati del febbraio-marzo 1924 Matteotti scriveva: “Non volevano che scrivessimo l’anno di dominazione; non hanno voluto le conferenze; vogliono il nulla perché sono il nulla” (cit. in Mauro Canali, Il delitto Matteotti, Il Mulino). Matteotti non si sta rivolgendo ai fascisti, quanto a quelli del suo partito che tendevano a strizzare l’occhio al governo Mussolini. Uno degli intenti principali dello scritto di Matteotti era proprio, attraverso il lumeggiare la distanza che c’era tra il fascismo e le classi subalterne, quello di allontanare dal fascismo stesso qualsiasi forma di collaborazione che provenisse da sinistra. Questa distanza era qualcosa di programmatico, di scritto nel DNA stesso sia della politica mussoliniana, sia del PNF. Mussolini fu senz’altro abile a mostrarsi come l’uomo giusto al posto giusto, come l’uomo che era in grado di risolvere tutti i problemi del paese, compresi quelli del ceto medio, che comunque fu importante per quella che Matteotti vedeva come “la facile affermazione” fascista. In realtà, gli unici veri interessi che il fascismo ha protetto e fatto crescere, almeno fino alla metà degli anni Trenta, sono stati quelli degli industriali e degli agrari, bloccando i salari e distruggendo il diritto di sciopero. Due esempi lampanti ne sono la questione, legata all’omicidio di Matteotti, della possibilità dello sfruttamento del suolo italiano in senso petrolifero e le larghe concessioni che venivano fatte alle idroelettriche private, una delle quali, la SADE, era di proprietà di Giuseppe Volpi, che fu Ministro delle Finanze dal 1925 al 1928 e che era uno di quegli uomini fondamentali nel fascismo (un altro è Filippo Filippelli), uomini che facevano da mediatori tra gli alti ranghi del partito e del governo e il mondo imprenditoriale.
“[…] Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”
Matteotti quale unico oppositore?

Più che unico oppositore, direi uno dei pochi che davvero aveva compreso la specificità del fascismo, il suo violento dinamismo. Come abbiamo detto prima, la considerazione che Matteotti aveva del fascismo aveva un angolo di visuale giocoforza ristretto, considerazione ormai superata, ma che a livello storico è ancora piuttosto importante. Potremmo dire che Matteotti non faceva, come invece facevano altri, della sua avversione al fascismo una questione di superiorità morale; era invece un vero e proprio scontro ideologico, tra chi si schierava con gli agrari e gli industriali, in maniera corruttiva, e chi invece combatteva per i diritti delle classi subalterne; tra chi faceva della violenza un’arma politica e chi, pur intransigente, aveva da sempre cercato dei terreni comuni di lotta e di azione; tra chi agiva nell’ombra e chi alla luce del sole. In ogni caso, all’altezza di tempo della prima metà degli anni Venti non erano in molti ad aver già sviluppato un’avversione e una contrapposizione ideologica al fascismo: sarà soltanto dopo il 1936 che molte coscienze cominceranno a risvegliarsi, anche nel nome di Matteotti.
Nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge che istituisce le celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti: tra le attività di ricerca su vita, pensiero e opera di Matteotti.
Quale, ad oggi, è meritevole di maggior attenzione?

Mi chiedo, platonicamente, se sia possibile separare nettamente vita, pensiero e opere. Seguendo l’esempio di Guido Calogero, e di altri prima e dopo di lui, teoresi e prassi non soltanto non sono separabili, ma possono essere considerate come la seconda il rovesciamento dialettico della prima. Se in filosofia, ma non soltanto in essa, separo la teoria dalla prassi ottengo o un’azione non consapevole oppure un pensiero del tutto avulso dalla realtà effettuale. Se a questo schema aggiungo la cornice che è la vita, forse mi rendo conto che niente nella nostra esperienza è separabile, perché tutto si richiama a più strati. Ma, se devo proprio porre maggiore attenzione a un aspetto dell’esperienza di Matteotti, allora scelgo l’opera, l’azione, l’incuranza con la quale, nell’espletamento delle proprie mansioni, è andato incontro ai pericoli e poi all’uccisione: perché, forse, è questo l’aspetto che oggi può essere più lontano dal nostro modo di vedere la realtà e la vita, quello che ci può più essere di aiuto.
Essere troppo ricco. Essere mezzo austriaco. Essere figlio di usurai.
La delegittimazione come arma politica?

Purtroppo sì. Quando la persona e le sue idee sono limpide, inattaccabili, o comunque lineari, non resta che la delegittimazione, per chi vede la politica come un qualcosa di totale, senza limitazioni. Oggi come ieri, anche se il modo di fare politica è profondamente cambiato in questo secolo, passando per tante di quelle metamorfosi da poter perfino essere chiamato con un altro nome. C’è da dire, però, che la delegittimazione, che naturalmente azzera il confronto civile tra persone, è un’arma usata molto più a destra che a sinistra, intendendo per destra non soltanto quella che oggi governa, ma anche alcuni settori di quella pseudo-sinistra che lo ha fatto negli anni precedenti, fino ad arrivare a Craxi, che è stato poi l’uomo politico che ha mostrato apertamente come qualsiasi arma sia lecita, non a livello morale naturalmente, nel fare politica. Direi poi, finendo e tornando a Matteotti, che nel suo caso la delegittimazione è andata a braccetto con l’isolamento a cui è stato relegato, è stata uno dei modi con i quali veniva esorcizzata, negata e rimossa la sua fondamentale diversità, che dà sempre e comunque fastidio.
“Giacomo Matteotti, Segretario del Partito Socialista Unitario, impegnato com’era per il riscatto dei ceti più poveri, apparteneva al gruppo di coloro che sapevano come le libertà dello Stato liberale dovevano sapersi tradurre in effettivi diritti per tutti gli italiani.”
Così, il Presidente della Repubblica.
Quali sollecitazioni alla riflessione promuovono queste parole?

Sono senz’altro parole importanti, nel contesto in cui siamo immersi, parole delle quali ne capisco origine e finalità. Però, vi si possono anche ravvisare delle forzature, delle imprecisioni. Da socialista, per giunta molto attento alla sfera economica, Matteotti non poteva non vedere come lo Stato liberale italiano avesse le sue colpe nella presa del potere da parte di Mussolini, così come non poteva pensare che quello stesso Stato si preoccupasse di tutti gli italiani. Però, Matteotti non era Gobetti, non pensava al fascismo come all’autobiografia della nazione, non vedeva necessariamente continuità tra lo Stato liberale e il fascismo, pur individuando, come si è detto, quella fondamentale linea di convergenza tra il fascismo, e il suo capo, e borghesia, che certo non aveva voglia di continuare lungo la crisi che si era aperta con il dopoguerra e con il problema della riconversione industriale. Quindi, più che di Stato liberale sarebbe meglio parlare di democrazia, che è ciò che Matteotti contrapponeva, soprattutto nell’ultimo anno prima dell’omicidio, al fascismo. Più che di libertà, poi, Matteotti avrebbe preferito parlare di giustizia, che è il concetto più aderente al pensiero socialista e comunista, in questo caso molto vicini.
Tra ponti, strade, piazze e scuole Giacomo Matteotti è il politico del ‘900 più citato nella toponomastica italiana, con circa tremila intitolazioni in gran parte delle principali città italiane.
Quale il lascito per le future generazioni?

Gli uomini e le donne che si fanno latori di grandi idealità sono destinati a restare nelle menti, nei cuori, nell’immaginario delle persone. Al di là delle appartenenze. Oggi, in un momento storico nel quale le ideologie sembrano essere state deposte, l’esempio di Matteotti è piuttosto importante e non passa anno che nelle lezioni sul fascismo io non lo ricordi e non lo faccia conoscere ai miei alunni, al fianco delle figure di Amendola, di Gramsci, di Gobetti e di tanti altri. Sempre al di là delle appartenenze. Le future generazioni potranno senz’altro avere dei benefici dalla figura di Matteotti, purché non venga a esse calata dall’alto, ma sia vissuta nella sua profondità e nella sua specificità. I giovani hanno sempre bisogno di figure esemplari, che possano fungere per loro da instradamento nella vita, figure alle quali possano ispirare alcune loro scelte. Bisogna custodire tra queste figure anche Matteotti, per portare più avanti che sia possibile il suo grande messaggio umano e politico.

Emiliano Sabadello
Docente di ruolo di filosofia e storia al liceo classico Claudio Eliano di Palestrina, dopo aver insegnato per alcuni anni letteratura italiana e storia.
Ha all’attivo diverse pubblicazioni fra narrativa, saggistica e satira, fra le quali ci sono: Pennywise, un saggio su It di Stephen King, edito da Toutcourt edizioni; Il male maggiore. Stephen King e la violenza contro le donne, edito da Alter Ego edizioni; Il denaro e le sue forme. Teorie del denaro in Marx, edito da Il Rovescio editore. Ha curato, inoltre, un’edizione di alcuni racconti di H.G.Wells, Racconti della prima fantascienza, editi da Alter Ego edizioni. Ha partecipato a volumi collettivi quali: Spinoza. Un libro serissimo, edito da Aliberti e Almanacco Luttazzi della nuova satira italiana 2010, edito da Feltrinelli. Collabora con le riviste letterarie Il corsaronero, La nota del traduttore e Grado Zero.

Matteotti ed i “venti impetuosi”

Matteotti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919 nel Collegio di Ferrara e fu poi rieletto nel 1921 e nel 1924.
Venne soprannominato “Tempesta” dai suoi compagni di partito.
A quali tratti della sua personalità si deve l’appellativo?

Matteotti aveva un carattere battagliero, andava in giro a testa alta. Non aveva paura di chiamare persone e fatti con il loro nome, quindi dove la sua azione politica si manifestava, soffiavano “venti impetuosi”. Per questo i suoi compagni di partito lo chiamavano così.
“Tempesta” passava ore nella Biblioteca della Camera “a sfogliare libri, relazioni, statistiche, da cui attingeva i dati che gli occorrevano per lottare, con la parola e con la penna, badando a restare sempre fondato sulle cose”.
Da dove nasce l’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia?
Nasce dalla constatazione tragica e oggettiva delle violenze squadriste perpetrate negli anni che vanno dal ’19 al ’21. Erano tempi di violenze sistematiche, manganellate, olio di ricino e devastazioni di sedi sindacali. È un testo drammatico ed esemplare che racconta quanto veniva fatto alle persone dai fascisti: torture, violenze, stupri. Mi perfetto di consigliare l’edizione de l’Avanti! del 1922 a cura di P. Mencarelli, perché arricchita dall’originale apparato fotografico.
In The Fascists exposed; a year of Fascist Domination, Matteotti sosteneva che il miglioramento delle condizioni economiche e finanziarie del Paese, che stava lentamente riprendendosi dalle devastazioni della prima guerra mondiale, era dovuto non all’azione fascista, quanto alle energie popolari.
Chi ne avrebbe ne beneficiato? Speculatori e i capitalisti, mentre il ceto medio e proletario?

Credo che il fascismo non abbia mai portato nessun beneficio al paese, se non a ristretti gruppi di potere. Dobbiamo ricordarci che nel ’17 scoppia la Rivoluzione di ottobre in Russia, e nel ’21 a Livorno nasce il partito comunista. L’unica capacità di Mussolini è stata quella di convincere il re e “i poteri forti” di essere l’unico in grado di arginare la possibile “deriva” comunista. Il resto è storia…
“[…] Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”
Matteotti quale unico oppositore?

In quel contesto, nel famoso discorso parlamentare, dimostrò un coraggio incredibile, unico. Direi tuttavia che non fu l’unico oppositore: nel paese tanti dirigenti e sindacalisti, intellettuali, giornalisti, pagarono un caro prezzo per la loro dirittura morale. Certo, ci sono stati pure molti che si sono facilmente allineati. Vorrei proporre ancora un libro, davvero illuminante: Preferirei dire di no, di G. Boatti. L’autore racconta le storie dei 12 professori che non prestarono giuramento di fedeltà al fascismo. 12 su 1250… Credo non si debba aggiungere altro sulla predisposizione all’adulazione e al compromesso di bassa lega dell’italiano medio.
Nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge che istituisce le celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti: tra le attività di ricerca su vita, pensiero e opera di Matteotti.
Quale, ad oggi, è meritevole di maggior attenzione?

Sono usciti numerosi testi, tra cui il bel lavoro di Enzo di Brango, “Matteotti”, edito da Nova Delphi, e il saggio di M. Canali “Il delitto Matteotti”, per il Mulino (nuova edizione). In questi casi penso sempre che i lettori possano e debbano esplorare da soli, scegliendo secondo i gusti.
Essere troppo ricco. Essere mezzo austriaco. Essere figlio di usurai.
La delegittimazione come arma politica?

Tipico. Ricordiamoci che Matteotti non fu attaccato solo da destra, ahimè. Il nostro paese ha sempre avuto seri problemi con i “non allineati”, con la cultura libertaria (nella sua accezione più ampia del termine). Quando non si trovano argomenti politici per rispondere all’avversario, molti procedono con l’insinuazione, che è un’arma tremenda, perché appunto non sostiene scientificamente ma insinua, allude, trasformando una persona in un grigio simulacro a cui non credere. Nel 2024 accade lo stesso. A prescindere dalle simpatie politiche, la segretaria del Pd Elly Schlein è stata trattata similmente: “è svizzera, è ricca”, e via dicendo.
“Giacomo Matteotti, Segretario del Partito Socialista Unitario, impegnato com’era per il riscatto dei ceti più poveri, apparteneva al gruppo di coloro che sapevano come le libertà dello Stato liberale dovevano sapersi tradurre in effettivi diritti per tutti gli italiani.”
Così, il Presidente della Repubblica.
Quali sollecitazioni alla riflessione promuovono queste parole?

Credo che il dramma più grande per questo paese sia stato perdere uomini come Matteotti, Gobetti, i fratelli Rosselli: personalità che avrebbero potuto indicare al paese forme di socialismo e liberalismo più intelligenti e meno d’apparato. Il Presidente coglie perfettamente la necessità insoddisfatta degli italiani, ancora disattesa, di vivere in un paese in cui giustizia e libertà rappresentino le due facce di una medesima medaglia.
Tra ponti, strade, piazze e scuole Giacomo Matteotti è il politico del ‘900 più citato nella toponomastica italiana, con circa tremila intitolazioni in gran parte delle principali città italiane.
Quale il lascito per le future generazioni?

Sono pessimista con la ragione, ottimista con la volontà. Il livello culturale del popolo italiano sta precipitando, ormai anche i protagonisti più importanti della storia sono insignificanti per troppe persone. Ciò non vuol dire arrendersi al disfattismo o sentirsi autorizzati a badare solo ai propri interessi. Se si tornasse a investire seriamente sulla cultura – non solo umanistica, ma anche scientifica – questo paese potrebbe tornare a proporre un nuovo rinascimento.

Andrea Comincini
Laureato in Filosofia all’Università Roma Tre, ha conseguito un Ph.D. in Italianistica alla University College Dublin, dove ha lavorato in qualità di Senior Tutor. È stato Everett Helm Fellow alla Indiana University nel 2011. Giornalista pubblicista e ricercatore indipendente, collabora con varie riviste. Tra le numerose pubblicazioni: Altri dovrebbero aver paura (traduzione e curatela di lettere inedite di Sacco e Vanzetti, prefazione di Valerio Evangelisti e un contributo di Andrea Camilleri, 2012). Ha tradotto G. Bennett, A.C. Doyle, F. Fitzgerald, M. D. Higgins, D. Defoe e nel 2021 per CartaCanta ha tradotto – per la prima integralmente volta in Italia – I diari di viaggio di Herman Melville. Il Bel paese è il suo primo romanzo.

Giacomo Matteotti, figlio del Polesine. Un grande italiano del Novecento

Matteotti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919 nel Collegio di Ferrara e fu poi rieletto nel 1921 e nel 1924.
Venne soprannominato “Tempesta” dai suoi compagni di partito.
A quali tratti della sua personalità si deve l’appellativo?

Il soprannome “Tempesta” chiamava evidentemente in causa una personalità rigorosa, determinata, appassionata, poco accomodante. Sono molte le testimonianze, molti i documenti che ci descrivono la figura di Matteotti in questi termini. Il suo fascino deriva anche da un carattere che univa impeto, fiducia nei propri mezzi, intransigenza etica, profonda passione per l’ideale. Matteotti era una personalità ben distante dai cliché dell’uomo politico incline al compromesso o alla manovra sotterranea. Affrontava avversari e compagni di partito sempre a viso aperto. E non faceva sconti, all’occorrenza, nemmeno alla propria parte politica.
Da dove nasce l’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia?
Matteotti è tra i primi ad analizzare in modo lucido il fenomeno del fascismo, per certi versi – cito il grande storico del fascismo Emilio Gentile – in modo preveggente. Da un lato, operando come uomo politico nel Polesine, egli vede e subisce la novità dello squadrismo che invade le campagne padane, cogliendone tutta la carica eversiva e i rischi per l’intero edificio democratico; dall’altro, Matteotti è dotato della “forma mentis” e degli strumenti intellettuali che gli consentono di pensare da subito o quasi ad una denuncia sistematica – anche in forma di pubblicazione – delle violenze che si propagano a macchia d’olio nella Valle padana e oltre. Negli interventi dal Parlamento come nei suoi scritti più famosi non mancherà mai di riportare in maniera attenta e precisa quanto sta accadendo sui territori: le bastonature, le intimidazioni, gli omicidi, gli incendi delle tipografie e delle sedi politiche e sindacali ecc. Un doloroso censimento, è vero, ma il deputato socialista era un uomo da sempre attento ai fatti, a quanto prende forma nella realtà, e capisce che la sua denuncia del fascismo non poteva prodursi su un piano meramente teorico, declamatorio, ideologico in senso astratto, ma necessitava di un quadro esatto e puntuale, in grado di presentarsi con immediatezza agli occhi di chi leggeva e ancora desiderava – poteva – informarsi.
In The Fascists exposed; a year of Fascist Domination, Matteotti sosteneva che il miglioramento delle condizioni economiche e finanziarie del Paese, che stava lentamente riprendendosi dalle devastazioni della prima guerra mondiale, era dovuto non all’azione fascista, quanto alle energie popolari.
Chi ne avrebbe ne beneficiato? Speculatori e i capitalisti, mentre il ceto medio e proletario?

Un anno di dominazione fascista è probabilmente il testo più famoso di Matteotti ed è, appunto, indicativo di un metodo: un metodo, quello di Matteotti, che punta all’evidenza, all’obiettività, vuole persuadere attraverso il ragionamento e i numeri. In particolare, l’autore cerca di smontare la macchina propagandistica del governo Mussolini, sostenendo – appunto – che i relativi miglioramenti in campo economico non potevano essere ascrivibili alle scelte del nuovo esecutivo. Anzi, sia la politica economica che le politiche del lavoro sembravano andare contro gli interessi delle masse operaie e contadine, nel nome di una confusa ideologia “produttivista” che in questa prima fase vedeva, tra le altre cose, una strana convergenza tra il programma di governo di Mussolini e certe idee “tecnocratiche” di settori liberali. Rilanciare e sostenere la produttività post-bellica anche comprimendo le conquiste del mondo del lavoro, rassicurando nel contempo quella parte del ceto medio spaventata dal disordine sociale e dai proclami rivoluzionari – già ampiamente sconfitti – delle sinistre.
“[…] Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”
Matteotti quale unico oppositore?

Se Matteotti non è stato l’unico oppositore del fascismo, è stato certamente l’oppositore più intelligente e determinato. Diventa rapidamente il bersaglio principale dei fascisti. Sceglie il Parlamento come tribuna da cui denunciare alla nazione le violenze del fascismo, il suo carattere strutturalmente anti-democratico e da cui richiamare le opposizioni all’unità per una battaglia in nome della libertà e della democrazia. La sua attività politica e intellettuale è davvero incessante e si collega presto anche al contesto europeo, quando Matteotti partecipando a incontri e congressi cerca di spiegare ai colleghi francesi, austriaci, inglesi ecc. quello che sta accadendo in Italia con la presa del potere da parte di Mussolini.
Nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge che istituisce le celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti: tra le attività di ricerca su vita, pensiero e opera di Matteotti.
Quale, ad oggi, è meritevole di maggior attenzione?

Non saprei indicarne una in particolare. Penso che tutte le iniziative siano in qualche modo degne di nota, soprattutto se puntano a far conoscere meglio una figura straordinaria come quella di Giacomo Matteotti e a inserirla in modo compiuto nella storia del nostro paese.
Essere troppo ricco. Essere mezzo austriaco. Essere figlio di usurai.
La delegittimazione come arma politica?

Possiamo dire che Matteotti è stato oggetto di delegittimazione durante l’intero arco della sua carriera politica e pure dopo la sua morte, per ovvi motivi, purtroppo. Leggere quanto succede, per esempio, durante il “processo farsa” di Chieti del 1926 è ancora oggi roba per stomaci forti. Pensiamo alle parole usate contro Matteotti dal truce Farinacci, segretario del partito fascista e difensore di Dùmini. Non erano mancati in quei mesi neppure tentativi di depistaggio legati all’emergere di presunte trame matteottiane in Francia contro un esponente del fascismo e alla volontà di proteggere, di fatto, gli assassini del deputato, derubricando il delitto ad evento meramente accidentale. Già nella prima parte della sua militanza politica attiva e nel suo Polesine, comunque, Matteotti era stato costantemente oggetto di accuse e di epiteti che lo bollavano, ad esempio, come “socialista milionario”, “socialista impellicciato”, imputandogli da parte conservatrice e poi fascista una sorta di tradimento di classe. Accuse che si estendevano perfino alla sua famiglia. Altro capitolo significativo: il suo pacifismo, il suo antimilitarismo, la sua strenua opposizione alla guerra, che gli costeranno ulteriori persecuzioni e campagne diffamatorie.
“Giacomo Matteotti, Segretario del Partito Socialista Unitario, impegnato com’era per il riscatto dei ceti più poveri, apparteneva al gruppo di coloro che sapevano come le libertà dello Stato liberale dovevano sapersi tradurre in effettivi diritti per tutti gli italiani.”
Così, il Presidente della Repubblica.
Quali sollecitazioni alla riflessione promuovono queste parole?

Le parole del Presidente Sergio Mattarella hanno colto la complessità della figura e dell’opera di Matteotti: libertà e giustizia devono andare di passo, se vogliamo difendere e promuovere realmente la democrazia e l’eredità politica e ideale di Matteotti. Giacomo Matteotti era un socialista “gradualista”, era un marxista, ma era anche uno specialista del diritto. Proprio la sua formazione e la sua sensibilità di giurista gli fecero comprendere l’importanza della legalità e delle garanzie liberali; gli fecero comprendere come i diritti dei lavoratori potessero avanzare entro una cornice democratica, fatta di rispetto per le libertà individuali ma anche per le rivendicazioni delle organizzazioni di classe.
Tra ponti, strade, piazze e scuole Giacomo Matteotti è il politico del ‘900 più citato nella toponomastica italiana, con circa tremila intitolazioni in gran parte delle principali città italiane.
Quale il lascito per le future generazioni?

La memoria toponomastica è importante, ma non possiamo limitarci a quella. Dal centenario deve partire un messaggio molto chiaro per le future generazioni: Matteotti è stata una figura centrale nella storia italiana del Novecento, una figura che merita non solo di essere celebrata ritualmente, ma che deve essere ancora di più conosciuta, studiata, approfondita.

Diego Crivellari

Laureato in filosofia, dopo aver lavorato in campo editoriale, è attualmente insegnante nelle scuole superiori. Autore di saggi e articoli, ha recentemente pubblicato il volume “Scrittori e mito nel Delta del Po” (Apogeo editore), dedicato ai narratori del Grande Fiume.

Tempesta. Storia di Giacomo Matteotti

Matteotti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919 nel Collegio di Ferrara e fu poi rieletto nel 1921 e nel 1924.
Venne soprannominato “Tempesta” dai suoi compagni di partito.
A quali tratti della sua personalità si deve l’appellativo?

Matteotti era un uomo di una certa eleganza sia formale che sostanziale. Ciò non gli impediva di reagire con una certa verve a quelle che riteneva provocazioni, oppure per sostenere una tesi in cui credeva fermamente. Dagli atti parlamentari e dalle testimonianze dei suoi compagni di partito, Turati in testa (vedi le sue letere ad Anna Kuliscioff in cui cita appunto la focosità di Matteotti), emerge chiaramente questo tratto del suo carattere. Un carattere già così plasmato fin da ragazzino. Nel mio libro riporto un episodio in cui ha solo 14 anni quando viene zittito dopo un suo intervento accalorato in una assemblea socialista in cui s’era sentito gridare: «Tasi ti che te le braghe curte!» (taci tu che hai ancora le braghe corte). L’epiteto di “Tempesta” per questa sua cifra caratteriale è speculare a “Socialista impellicciato”: il modo col quale i suoi avversari politici cercavano di offenderlo, mettendo in contrasto la sua elevata condizione economica con un credo politico quale quello socialista particolarmente attento al “mondo degli ultimi”, come lo definì Ermanno Olmi ne L’albero degli zoccoli.
“Tempesta” passava ore nella Biblioteca della Camera “a sfogliare libri, relazioni, statistiche, da cui attingeva i dati che gli occorrevano per lottare, con la parola e con la penna, badando a restare sempre fondato sulle cose”.
Da dove nasce l’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia?

«Matteotti leggeva i bilanci dello stato come fossero romanzi» per dirla con le parole di Giovanni Amendola, pure lui vittima dello squadrismo fascista. Una pignoleria che aveva contraddistinto anche quella ricerca sulla violenza fascista. Aveva infatti battuto in lungo e largo il Polesine, raccogliendo parecchie testimonianze di episodi di violenza, di cui alcuni brutali e in alcuni casi crudeli perché perpetrati al cospetto di figli piccoli nelle abitazioni di socialisti e anarchici. Nel mio libro riporto alcuni degli episodi più significativi denunciati da Matteotti in quella sua ricerca. Da aggiungere che era riuscito a raccogliere testimonianze al riguardo provenienti anche da altre provincie grazie a colleghi e amici socialisti sia veneti che lombardi.
In The Fascists exposed; a year of Fascist Domination, Matteotti sosteneva che il miglioramento delle condizioni economiche e finanziarie del Paese, che stava lentamente riprendendosi dalle devastazioni della prima guerra mondiale, era dovuto non all’azione fascista, quanto alle energie popolari.
Chi ne avrebbe ne beneficiato? Speculatori e i capitalisti, mentre il ceto medio e proletario?

I periodi immediatamente successivi alle guerre sono fisiologicamente forieri di ripresa economica e le ragioni sono talmente intuibili da risultare banali. Nel caso della Prima guerra mondiale, l’Europa stava vivendo ancora la Belle  Époque, quando ci furono gli spari di Gavrilo Princip a Sarajevo. Tutt’ora ci si interroga sulle reali cause scatenanti di quella guerra. Fatto è che cambiò il mondo. Non a caso, la mia narrazione parte proprio dal fronte della guerra. Le sue macerie provocano tutto quel che accadrà nel resto del secolo fino alla caduta del Muro. Fu una guerra combattuta sulla testa del “quarto stato”. Gli interessi che mossero quel conflitto sono riconducibili a un capitalismo che aveva già evidenziato tutta la sua cifra predatoria. Le condizioni in fabbrica nella neonata industrializzazione italiana segnatamente in zone assai ristrette del Paese, erano di stampo vessatorio e segnate da quei ritmi denunciati perfino da Chaplin in un suo famoso film sul disincanto dei Modern Times. C’è un passaggio in Stalingrado di Grossman in cui una contadina si lamenta con una sua amica del prezzo degli stivali che resta alto, come ai tempi dello zar: «Perché – risponde quella – noi eravamo persone a quel tempo?». Un passaggio che la dice lunga su quel che ha significato in termini di speranza la Rivoluzione russa, non solo per la plebe ucraina o georgiana o caucasica, ma per gli ultimi di tutto il mondo, italiani compresi. Non a caso, proprio il «fare come in Russia» diventerà lo spartiacque fra il socialismo gradualista (che aveva in Matteotti il suo alfiere) e quello massimalista, con la conseguente nascita del Pcd’I nel 1921.
“[…] Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”
Matteotti quale unico oppositore?

Più che una tesi, è un fatto – come dimostrano gli atti parlamentari – che il segretario del Psu fosse rimasto solo ad opporsi attivamente al fascismo fin dai primi dei suoi 106 interventi alla Camera. Filippo Turati, il vecchio socialista compagno di partito di Matteotti, in una sua lettera alla Kuliscioff si spargerà il capo di cenere per aver lasciato solo quel suo «giovane compagno». Quando fu ucciso, Matteotti aveva infatti 39 anni, a fronte dei 66 del “vecchio” Turati. Per non parlare dei comunisti – Gramsci e Bordiga compreso – che riterranno sterile la sua battaglia perché, di fatto, non inserita in un’ottica rivoluzionaria di stampo leninista. Riferendosi a una espressione di Karl Radek, Gramsci arrivò a definire Matteotti «Pellegrino del nulla». Accuse rivolte da chi poi promosse quella scellerata ritirata dell’Aventino che avrebbe lasciato più che campo libero, intere praterie politiche al fascismo: Mussolini potrà infatti varare quelle “Leggi fascistissime” senza che il Parlamento si alzasse un ciglio. Leggi che avrebbero segnato l’abbrivio del regime. Un nuovo corso annunciato per altro dallo stesso Mussolini nel famoso discorso del 3 gennaio 1925 in cui si assumeva la responsabilità storica, politica e morale di tutto quanto accaduto fino a quel momento, compreso il delitto Matteotti.
Nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge che istituisce le celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti: tra le attività di ricerca su vita, pensiero e opera di Matteotti.
Quale, ad oggi, è meritevole di maggior attenzione?

Senza alcun dubbio il tema della democrazia e del suo presidio. Basta leggere alcuni interventi di Matteotti per rendersi conto di come avesse paventato tutto quello che poi sarebbe puntualmente avvenuto. Credo che il maggiore insegnamento da parte di un personaggio quale il suo sia quello che riconduce a una idea di democrazia che può essere praticata nelle sue più diverse declinazioni politiche (socialiste, comuniste, liberali, cattoliche, repubblicane, che poi sono le componenti della Resistenza), ma che deve essere costantemente presidiata perché non è affatto scontata.
Essere troppo ricco. Essere mezzo austriaco. Essere figlio di usurai.
La delegittimazione come arma politica?

Come detto, l’insulto di “Socialista impellicciato” nasce da lì, coerentemente con un’idea greve che vuole i socialisti, i comunisti, gli anarchici, coerenti con il loro credo solo se anch’essi pezzenti come quella plebe che vogliono riscattare. Se conosciamo un po’ di Storia, sappiamo che dalla Rivoluzione francese in avanti le avanguardie erano rappresentate da “impellicciati”, per dirla con quell’insulto: da Robespierre a Lenin, Trotsky, fino al dottor Ernesto Che Guevara.
“Giacomo Matteotti, Segretario del Partito Socialista Unitario, impegnato com’era per il riscatto dei ceti più poveri, apparteneva al gruppo di coloro che sapevano come le libertà dello Stato liberale dovevano sapersi tradurre in effettivi diritti per tutti gli italiani.”
Così, il Presidente della Repubblica.
Quali sollecitazioni alla riflessione promuovono queste parole?

Come detto, al presidio della democrazia. Che è di tutti. Perfino dei suoi avversari: in primis coloro i quali, andando al potere, negherebbero quel diritto al libero pensiero e alla sua libera espressione.
Tra ponti, strade, piazze e scuole Giacomo Matteotti è il politico del ‘900 più citato nella toponomastica italiana, con circa tremila intitolazioni in gran parte delle principali città italiane.
Quale il lascito per le future generazioni?

L’impegno. Senza quello non si va da nessuna parte. Un impegno che mi tocca constatare in misura assai minore nelle giovani generazioni rispetto alla mia. Io avevo 20 anni quando scoppiò la bomba a Brescia, ma da almeno quattro contestavo la guerra in Vietnam. Fu quella guerra nel Sud Est asiatico il viatico verso la politica per la mia generazione. Unitamente alle canzoni di Bob Dylan. Prima di chiudere, ci tengo a una precisazione, che sostanzia le quasi 900 pagine del mio libro: Matteotti non fu ucciso per quel che aveva detto il 30 maggio, ma per quello che avrebbe detto l’11 giugno relativamente alle tangenti petrolifere che coinvolgevano il cerchio magico di Mussolini e perfino la Corona.

Pino Casamassima
Giornalista e scrittore. Tra il 1976 ed il 1984 collabora con i quotidiani Il Giornale di Brescia e Bresciaoggi. Diventato professionista, oltre ad aver lavorato nelle redazioni di quotidiani e periodici, è stato inviato in Formula 1, opinionista per il web europeo del network americano CBS, oltre che consulente editoriale per Rizzoli libri. Attualmente scrive per Il Corriere della Sera e cura una rubrica su Il Giorno. Autore de La Storia siamo noi, collabora con History Channel, l’Università Cattolica di Milano, L’Archivio storico della Resistenza bresciana e della Storia contemporanea. Ha pubblicato una trentina di libri, alcuni dei quali tradotti all’estero. Movimenti, è pubblicato da Sperling&Kupfer. Gli Irriducibili, pubblicato da Laterza, ha avuto più edizioni. Fra gli altri titoli, I Sovversivi e Armi in pugno per Stampa Alternativa, Brigate Rosse (Newton&Compton), Il sangue dei rossi (Cairo), 68 – l’anno che ritorna con Franco Piperno (Rizzoli), Donne di piombo (Bevivino Editore), La Fiat e Gli Agnelli, una storia italiana (Le Lettere). Per il teatro ha scritto Strega! 15 quadri persecutori del XVI secolo nelle valli bresciane. Con il libro Il libro nero delle Brigate rosse ha vinto il premio Minturno 2008; con Il Sangue dei rossi ha vinto il premio Luigi Di Rosa 2011 ex aequo con Cuori neri di Luca Telese.
Piazza della Loggia (Sperling & Kupfer) è uscito nel 2014.

Mille Motivi per un Assassinio

Macchinazioni, intrighi, segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: sono ingredienti essenziali del giallo. Il suo romanzo in che misura diverge dal genere codificato?

Nella stesura del mio romanzo, come anche negli altri, pur mantenendo gli ingredienti dei gialli classici, seguo spesso i diversi stili narrativi del poliziesco americano, del quale io sono un lettore accanito. Le caratteristiche essenziali del racconto giallo sono presenti anche nel mio romanzo, ma oltre l’indagine c’è anche una ricerca introspettiva, un’analisi della interiorità dei singoli personaggi, delle loro passioni, delle loro abitudini, del loro eloquio: espressioni del volto che possono suggerire a chi conosce l’animo umano segreti volutamente nascosti. Spesso è proprio l’insicurezza di ognuno di noi a svelare un indizio importante ma devastante per chi lo nasconde. Il mio lavoro è ricamare la storia offrendo, come nel montaggio di un film, un continuo susseguirsi di flash, che obbligano il lettore a tener a mente tutti i passaggi che si sviluppano nel racconto, ricucendo a mano a mano le pagine che vengono alla luce.

Il percorso del protagonista si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?

La mia narrazione è volutamente composta da flashback proprio perché cerco di evidenziare al massimo l’incursione della memoria, traducendo i momenti del ricordo in azione momentanea. La memoria è secondo me un nutrimento che ci mantiene sospesi tra il passato ed il presente, incidendo quasi sempre in modo positivo sulle scelte fulminanti. In tal modo credo che non sia possibile “chiudere i conti con il passato” perché proprio il nostro presente è il risultato di ogni avvenimento trascorso.

Guardando ai casi di “cronaca nera”, reputa che il bisogno di verità possa sempre costituire un motore potente che spinge all’azione?

Purtroppo i casi di cronaca nera ci assalgono quasi quotidianamente, principalmente con episodi di femminicidio, di violenze familiari, di omicidi sine causa, in un crescendo che lascia perplessi. La ricerca della verità allora è effettivamente il motore potente che spinge all’azione, nella speranza di correggere socialmente la piaga.

Lei applica differenti prospettive ad altrettante corrispettive esperienze che l’uomo con le sue attitudini, peculiarità e tessuti relazionali, che gli sono caratteristici, si trova ad affrontare. Ritiene che la parola possegga la potenza per scarnificare l’uomo nella sua complessità e totalità?

“Scarnificare” significa letteralmente “privare della carne che sta intorno” e qui come metafora penso che possiamo accettare l’ipotesi che la parola, quindi il simbolo, possa avere la potenza di rendere la figura umana nella sua essenzialità primaria. Vera e propria scultura che mette a nudo tutte le esperienze, i sentimenti, le illusioni, le attitudini, i tessuti relazionali.

I protagonisti delle sue pagine sono genuini e, di certo, fortemente caratterizzati; i luoghi riconoscibili e concreti: pensa ad una trasposizione televisiva dei sui scritti?

Desiderare una trasposizione televisiva delle mie storie poliziesche è una aspirazione molto umana e semplice. Ma non mi faccio assolutamente illusione, conscio di come vanno le scelte in questo periodo storico, nel quale scarseggia la vera critica militante e si avvicendano preferenze che offrono grancassa, perché l’autore è un’autorità politica, un famoso personaggio pubblico o un protagonista di un contesto sociale attuale di grande rilevanza, da sacrificare temporaneamente

Quale uso fa della Parola il suo immaginario letterario?

L’uso della parola nel mio immaginario letterario è molto scorrevole. La scelta oculata del vocabolo deve assolutamente coincidere con l’esattezza di ciò che voglio esprimere; la visionarietà creativa non deve essere deformata da parole che possano portare il lettore ad interpretazioni false.

Alferio Spagnuolo, (Napoli, 1963), laureato in Giurisprudenza, ha esordito nel 1987 con il romanzo Nucleo impenetrabile, edito dalla Società Editrice Napoletana. Il libro reca il sottotitolo giallo a quattro mani perché scritto in coppia con il poeta, nonché padre dell’autore, Antonio Spagnuolo.

Sempre con quest’ultimo, ha pubblicato nel 2006, per la Kairòs Edizioni di Napoli, il giallo napoletano L’ultima verità con la prefazione di Maurizio De Giovanni.

Nel 2016 pubblica per la Robin edizioni il thriller: Il mistero del giglio scarlatto

Nel 2017 pubblica per Aletti editore una raccolta di racconti noir: Tra il nero ed il rosa, racconti per una notte.

Nel 2018 ancora per la Robin edizioni pubblica la seconda indagine del Commissario Giulio Salvati: Soave, innocente filastrocca di morte.

Nel 2021 sempre per la Robin edizioni pubblica la terza indagine del commissario Giulio Salvati: Il sentiero delle metamorfosi.

La quarta indagine del Commissario Giulio Salvati Mille motivi per un assassinio è stata pubblicata nel giugno 2024 da Robin edizioni, sempre nella collana I luoghi del delitto.

Due racconti sono stati pubblicati nell’Antologia Giallo Festival: Nel paese delle meraviglie (2020) e Nel vortice della perdizione (2023).

Intelligenza artificiale. Profili giuridici

Norme sempre più artificiali, pensiero legale autoreferenziale, avvocati
burocratici, giudici robotici, popolo smobilitato: per quale ragione le emozioni
sono state rimosse da quella che definisce “tecnocrazia legale”?

Il rapporto tra diritto e nuove tecnologie è stato, negli ultimi cinquant’anni, particolarmente complesso e problematico, soprattutto in Italia.
Ciò ha portato, in molti casi, a una mancanza di coordinamento tra quello che dovrebbe essere il ruolo delle parti processuali (non solo il giudice ma, anche, gli avvocati, i cittadini e persino le Cancellerie) e il supporto che la tecnologia dovrebbe dare per migliorare, e non complicare, il processo.
Purtroppo, in Italia fin dagli anni Ottanta del secolo scorso, quando il computer è diventato “personal” ed è entrato nelle case e nelle vite di tutte le persone, il mondo del diritto non è stato particolarmente rapido nel comprendere i benefici di una simile, inarrestabile rivoluzione digitale che avrebbe avuto il suo apice nel 2000 e che ancora oggi cresce grazie all’intelligenza artificiale.
Questo perché il legislatore ha sempre interpretato la tecnologia come una minaccia per i diritti, con una interpretazione spesso motivata dall’ignoranza tecnologica (del resto, ciò che non si conosce fa paura…), e ha sempre voluto disciplinarla in un’ottica di rischio.
Al contempo, non si è mai creata una vera e solida infrastruttura informatica pubblica che potesse rendere la tecnologia “amichevole” e utile per il mondo giuridico.
Si pensi a ciò che è successo in periodo di pandemia, dove in molti casi il sistema è crollato e la funzione giurisdizionale si è bloccata.
Il timore di “rimozione delle emozioni” sussiste in alcune aree del diritto dove l’intervento dell’essere umano è fondamentale: si pensi al penale, al diritto di famiglia, a questioni che possano riguardare soggetti vulnerabili.
Al contempo, però, la tecnologia potrebbe semplificare, velocizzare e portare a una riduzione di costi in tutti quegli ambiti ripetitivi, poco impegnativi intellettualmente, di pura organizzazione che al momento portano via tantissimo tempo agli operatori ma che, con una infrastruttura informatica efficiente, si potrebbero gestire meglio.
Si ricordi infatti che la tecnologia è utile al professionista soltanto nel momento in cui semplifica la vita professionale, non quando rende le questioni ancora più complesse.
Paul Celan asseriva: “Non dividere il sì dal no!”. Nella coabitazione di bene e male, eternità e tempo, verità e menzogna, colpa e destino, che s’annida la drammaticità dell’emettere un giudizio?
Purtroppo, nei prossimi mesi, e anni, la distinzione tra vero e falso sarà sempre più complessa da individuare.
I sistemi di intelligenza artificiale pensati per creare il deep fake, il falso profondo, stanno già preoccupando grandi giuristi e filosofi negli Stati Uniti d’America proprio su questo punto: la possibilità di scardinare l’intero sistema.
Viene rappresentata, in particolare, una situazione nella quale il bugiardo, in processo, sarà sempre più in una posizione di vantaggio processuale nel momento in cui i contenuti falsi non si potranno più distinguere da quelli veri.
Si pensi all’aumento di tempo processuale necessario per fare perizie per valutare se un documento vero sia falso o vero (perché così richiesto dalla controparte in malafede) o, ancora, l’aumento di costi per simili complesse attività.
L’intelligenza artificiale sta manifestando, tra le altre cose, questa incredibile capacità di confonderci in maniera realistica su ciò che sia falso e ciò che sia vero. Quest’anno sarà, in particolare, terribile sul punto: sarà un anno elettorale, sia in Europa sia negli USA, e un anno di guerre continue. I due contesti, quello pre elettorale e quello di guerra, sono momenti ideali per la generazione di contenuti falsi a fini di disinformazione o di dileggio e attacco dell’avversario.
E contrastare un simile fenomeno così tecnologizzato – con la potenza della intelligenza artificiale che economicamente è ormai alla portata di tutti – sarà sempre più complesso.
“Oggettivismo” iper-logico di un algoritmo e rifiuto del “giudizio” in quanto tale.
Come ci si districa tra l’aridità astratta dell’IA e l’omologazione da Web? Tra la
logica esasperata e l’ondivaga interpretazione degli eventi?

Districarsi in un simile quadro diventa molto complesso. A mio avviso sono necessari quattro parametri: la qualità del dataset iniziale, la tracciabilità delle operazioni e la loro trasparenza, la possibilità dell’intervento umano e l’evitare l’uso di strumenti automatizzati in contesti particolarmente delicati, operando, prima, una accurata analisi del rischio.
Il primo parametro, la qualità del dataset, ossia dei dati che vengono “dati in pasto” ai sistemi di intelligenza artificiale, è fondamentale per evitare risultati discriminatori. Purtroppo è sempre più difficile, nell’era dello scraping selvaggio (ossia della raccolta a strascico e senza alcuna selezione dei dati degli utenti), garantire che l’intelligenza artificiale possa operare con una base di partenza che non contenga dati obsoleti, non corretti o ridondanti.
Il secondo parametro è la garanzia di poter conoscere come un sistema opera, soprattutto se quel sistema ha degli effetti giuridici o sociali sugli esseri umani. Anche in questo caso l’ostacolo è presente e si chiama “black box”, ossia un sistema che non ci è dato conoscere nei suoi parametri (e “ragionamenti”) di funzionamento. L’idea, ad esempio, di sistemi di intelligenza artificiale che siano “open source”, ossia a codice aperto e visibile a tutti, può aiutare, e non poco.
Il terzo parametro prevede sempre e comunque la possibilità che un essere umano possa intervenire nel caso il risultato del processo sia inaccurato o, peggio, lesivo dei diritti delle persone. Anche questo, però, è molto complesso: sono ormai miliardi, nel mondo, i dispositivi (si pensi all’Internet delle Cose) che funzionano con l’intelligenza artificiale, e l’idea che ci possa essere una mente umana per ognuno di questi è praticamente irrealizzabile.
Infine, occorre una analisi del rischio accurata per cercare di comprendere se l’uso di tali strumenti possa, o meno, mettere a rischio i diritti e le libertà delle persone. Una simile, necessaria valutazione degli “equilibri” e dell’impatto che certe tecnologie possono avere sulle vite delle persone è altrettanto indispensabile per garantire una felice convivenza tra essere umano e macchina.

Le sue letture, i suoi studi, la sua esperienza di vita: ci sono tratti di comunanza tra
giudicato e giudice?

Penso che tutti i giudici, in qualche modo, trasportino caratteri personali in un giudicato o, quantomeno, si possa ricavare da una decisione una riflessione di colui o colei che l’ha preparata. Spesso chi critica l’uso dell’intelligenza artificiale in ambito giuridico e di supporto, o di “sostituzione”, di un giudice, manifesta proprio questi timori: quanta consapevolezza, quanta emozione, quanta coscienza ci può essere in un giudice-robot? In questo caso letture, studi ed esperienze di vita sono quelle immesse dai programmatori e rischiano, pertanto, di trasferire dei pregiudizi, anche inconsciamente, che possono viziare il percorso di ragionamento della macchina.
Terrorismo, tribunale mediatico, demagogia legislativa, rivolte popolari: ricorda un
fatto che l’ha scossa emotivamente in modo particolare?

Ho dedicato un libro, e un anno di ricerche, all’incredibile vicenda di Aaron Swartz, giovane hacker nordamericano che si è suicidato circa dieci anni fa dopo aver lottato per liberare la cultura prodotta con fondi pubblici. Lui era un piccolo genio dell’informatica cresciuto in un sobborgo di Chicago. Incontrò, da adolescente, studiosi del calibro di Tim Berners-Lee e Lawrence Lessig e lavorò con loro per costruire le architetture informatiche, e le licenze d’uso, del futuro. Con un cambio di vita radicale, deciderà poi di dedicarsi all’attivismo politico e tecnologico proprio mentre i suoi coetanei più talentuosi stavano sfruttando l’onda della Silicon Valley per arricchirsi (si pensi a Facebook). Lui dedicherà, invece, le sue energie e il suo talento a combattere per l’open access, per la sicurezza delle comunicazioni, per l’anonimato e per “liberare” contenuti e cultura dai confini, e pedaggi, delle grandi banche dati. A un certo punto, però, il governo degli Stati Uniti d’America lo prenderà di mira e, lentamente, la potente macchina giudiziaria americana lo stritolerà. Il suo insegnamento, le sue teorie, la sua passione sono ancora oggi, a distanza di dieci anni dalla sua morte, esempio per tantissimi utenti, hacker e cittadini della società dell’informazione. Ad Aaron sono stati dedicati tanti eventi (persino uno spettacolo teatrale) per cercare di comprendere il motivo di una simile violenza giudiziaria nei confronti di un ragazzo da parte del Governo degli Stati Uniti.

Giovanni Ziccardi (Castelfranco Emilia, 1969) è professore di“Informatica Giuridica” presso l’Università di Milano. Già Professore Jean Monnet nel corso di“European Union Data Governance and Cybersecurity dal 2019 al 2022, insegna criminalità informatica al Master in diritto delle nuove tecnologie dell’Università di Bologna. Coordinatore Scientifico del Centro di Ricerca Coordinato in “Information Society Law” (ISLC), è componente del Comitato Etico e del Comitato Sicurezza dell’Ateneo milanese. Dal 1984 – anno in cui gli fu regalato il primo computer – ha tenuto i contatti con gli ambienti hacker nazionali e internazionali, incontrandone gli esponenti e studiandone l’evoluzione. Ha dedicato a quegli anni un saggio (“Hacker – Il richiamo della libertà”, Marsilio, 2011) e due thriller (“L’ultimo hacker”, Marsilio, 2012, e “La rete ombra”, Marsilio, 2018). Avvocato e pubblicista, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Modena e dottore di ricerca presso l’Università di Bologna. I suoi ultimi lavori sono sui diritti digitali (“Diritti digitali”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2022), sull’uso delle tecnologie in politica (“Tecnologie per il potere”, Raffaello Cortina, 2019), sulla resistenza elettronica (“Resistance, Liberation Technology and Human Rights in the Digital Age”, Springer, 2012), sulla società controllata (“Internet, controllo e libertà”, Raffaello Cortina, 2015), sulle espressioni d’odio (“L’odio online”, Raffaello Cortina, 2016) e sulla morte digitale (“Il Libro Digitale dei Morti”, UTET, 2017).