Il pensiero di Carl Schmitt ha generato in molti la persuasione che l’unico argine per sgominare il neoliberismo sia, ancora quest’oggi, in piena globalizzazione, un ritorno alla statualità, intesa quale unico agente frenante rispetto alla ‘libera’ concorrenza dei paesi capitalisti. Reputa che gli eventi storici abbiano confermato tale posizione nostalgica di un potere visibile e riconoscibile?
Ciò che caratterizza il pensiero conservatore di Schmitt, e che ha trovato devoti anche a
sinistra a partire dagli anni ’80, è proprio la critica al capitalismo. Tuttavia oggi l’idea di
sovranità e di statualità sembra definitamente rimossa anche dall’agenda dei partiti
democratici. Insomma, l’interesse su Schmitt è scemato nella misura in cui il capitalismo si
è imposto come ideologia dominante anche tra i partiti tradizionalmente più statalisti.
Ormai le decisioni non sono più prese nel luogo in cui ci si aspetterebbe che venissero
prese, come in un parlamento o da un governo, ma altrove.
Come definisce Hannah Arendt il potere e in che modo lo distingue dalla violenza e dall’autorità nel contesto della sfera politica?
Il tentativo del mio libro è quello di costituire un vero e proprio triangolo tra le varie
definizioni di potere dei tre filosofi tenendo presente un punto che a molti sfugge: Foucault
e Arendt conoscevano bene il pensiero di Schmitt. Arendt, diversamente da Schmitt, ma
anche da Foucault, vede nel potere un’azione legale che si dovrebbe sganciare
completamente dalla violenza e dunque, almeno in parte, anche dall’autorità e dallo stato.
Insomma, il potere viene dal basso, è più una possibilità, un’azione politica che permette
agli individui di incontrarsi e condividere democraticamente le scelte e le opinioni.
Secondo Michel Foucault, il potere si camuffa e a si nasconde negli interstizi del sapere.
La trappola è mostrare un volto “amichevole”?
Se per Schmitt il potere dovrebbe essere visibile e deve essere riconosciuto e legittimato
per rappresentare il popolo; e per Arendt il potere dovrebbe essere un’azione propositiva,
individuale; per Foucault il potere è oggi storicamente e realisticamente più ambiguo:
circola ovunque; dalla sovranità passa agli individui e tra gli individui stessi circola come
in un reticolo. Il potere però ha bisogno del sapere perché oltre alla forza occorre
convincere gli individui a pensare quello che il potere vuole. Il fatto che ormai accettiamo
tranquillamente l’ideologia capitalistica e non c’è più resistenza contro di essa, dimostra
che questa forma del potere ha vinto.
Professore qual è la natura del potere ed in che modo influisce sulle relazioni e le
strutture sociali?
Io direi che la natura del potere racchiude tutte le interpretazioni di questi tre filosofi, i
quali, a loro volta, non hanno fatto che approfondire gli aspetti del potere già a suo tempo
esplicitati da Max Weber. Sono convinto che i tre filosofi siano in un certo senso
weberiani. Tuttavia, se per potere intendiamo la forma capitalistica attuale, il potere oggi si
diffonde ovunque anche nelle forme apparentemente più “amichevoli” appunto: le
tecnologie, i mass media, il mercato, l’umanitarismo, il politically correct. Pasolini le
avrebbe definite come le forme più sofisticate di un nuovo fascismo.
Carl Schmitt, Hannah Arendt e Michel Foucault da prospettive differenti hanno colto i
meccanismi pervasivi del potere. Ravvede altresì elementi minacciosi insiti nel potere
stesso?
Aggiungerei un aspetto del potere che spesso sfugge anche agli specialisti: il potere è
solo uno dei tratti culturali (in senso antropologico) di una data società. Occorre avere uno
sguardo antropologico anche sul nostro mondo contemporaneo. Ciò ci permetterebbe di
comprendere che non siamo mai completamente liberi e che nello stesso tempo occorre
continuamente vigilare, sospettare e resistere a qualsiasi tentativo del potere di sottrarre
spazi e tempi di riflessione. Il rapporto potere e cultura ci permetterebbe di capire i motivi
per cui si scatenano le guerre o quantomeno perché esse vengono giustificate e tollerate dai
popoli.

Il termine “nostalgia” rinvia al rimpianto malinconico di quanto è trascorso o lontano.
Perché “nostalgia del potere”?
Il titolo mi è sembrato calzante rispetto al pensiero di Schmitt su cui il libro si incentra.
L’idea di sovranità, per il quale il potere governava nella modernità, almeno nell’idea di
Schmitt, si basava sulla legittimità stessa del potere. Il popolo riconosceva (o doveva
riconoscere) la sovranità e si identificava nella stessa idea di nazione e di religione.
Tuttavia, la globalizzazione ha spazzato via questa forma classica del potere permettendo
che il potere stesso fosse altrove rispetto al luogo in cui si pensa si possa trovare.
In che modo l’idea di potere, oggi, viene concettualizzata? Qual è la teoria più vicina a
ciò che i più ritengono consista il potere?
Penso che il concetto di potere inteso classicamente permanga nella concezione
popolare e anche in molti studiosi. Tuttavia la maggior parte delle persone risponderebbe
che ormai il potere economico oggi sia di gran lunga quello più importante. Questo non
dimostra che essi abbiano ragione, dimostra solo che ormai tutti si sono assuefatti all’idea
che il modello economicistico è predominante.
Il potere è ambivalente e proteiforme, assume sembianze diverse dal tipo di cultura in
cui si inserisce. Quali sono i suoi lati oscuri?
Come dicevo poc’anzi, la cultura (in senso antropologico) può dirci molto sul tipo di
potere che si sviluppa in una data nazione. Purtroppo non credo, o non li conosco, che ci
siano studi specificamente incentrati sul tratto culturale specifico del potere
contemporaneo. Rimanendo al solo Occidente, si tratterebbe di dare corpo e volti a quegli
uomini che detengono oggi il potere economico e la cui conoscenza sfugge ai più. Alcuni
di loro presiedono direttamente alcuni stati nazionali, altri appoggiano dall’esterno governi
fantoccio. La mia impressione è che purtroppo questi uomini non pensano a governare per
il bene del loro popolo (ormai gli stessi concetti di popolo o di nazione non esistono più,
sostituiti da costrutti neutrali come popolazione e società) ma utilizzano il potere solo per
arricchirsi ulteriormente. La nostalgia del potere sta anche in questo: prima il potere si
circondava di uomini colti, di intellettuali, oppure gli stessi uomini di potere erano colti e
desideravano circondarsi di cultura (nel senso di conoscenza). Oggi il potere economico,
nel suo paradigma, è democratico: tutti (sia ricchi che poveri) vogliono più ricchezza ma
pochi vogliono più cultura. Questo mi spaventa molto. Se anche la cultura ha perso il suo
valore e i politici sono sempre meno colti e il denaro è l’unico interesse che spinge gli
uomini ad agire, il rischio di scelte politicamente sbagliate (almeno per il bene comune) è
sempre più alto.
Stefano Berni è docente di Storia e Filosofia nei licei. È stato Professore a contratto presso la cattedra di Filosofia del diritto dell’Università di Siena, assegnista e dottore di ricerca. È nel comitato scientifico della rivista «Officine filosofiche» dell’Università di Bologna e Presidente della S.F.I. di Prato. Si è occupato di filosofia francese contemporanea in particolare del pensiero di Michel Foucault e del rapporto tra soggetto, corpo, potere. Le pubblicazioni più recenti: Cultura e Diritto. Alle origini dell’antropologia giuridica, Roma 2014; Fare giustizia. Due scritti sulla vendetta, Milano 2014 (con Giovanni Cosi). Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico, Pisa 2018; Etiche del sé. Foucault e i Greci, Firenze 2021.




