Si vuole che Nietzsche abbia introdotto categorie innovative sul mondo greco all’interno di una “metafisica dell’arte” tenacemente improntata dalle teorie musicali e teatrali di Richard Wagner e dalla filosofia di Schopenhauer.
Nietzsche quale espressione tipica dello spirito germanico?
Non credo sia legittimo interpretare Nietzsche come semplice incarnazione del Volksgeist tedesco. Sin dalle prime opere egli è fortemente critico nei confronti della cultura tedesca della seconda metà dell’Ottocento, basti pensare alle Inattuali. E questa critica verrà messa a punto e approfondita successivamente, quando tramonterà anche il mito del forte popolo germanico capace di ereditare la potenza dionisiaca greca, capace di risvegliarsi dal torpore della modernità, dovuto anzitutto all’innesto dell’elemento romano (neolatino) sul sano organismo germanico. Via via Nietzsche riconoscerà con sempre maggior efficacia vizi e malanni dei propri connazionali. Nell’ottava sezione di Al di là del bene e del male, “Popoli e patrie”, ad esempio, considererà i tedeschi come dei “malati cronici”, la cui profondità filosofica è soltanto un’inibizione fisiologica, ovvero il sintomo di una cattiva digestione (cfr. l’aforisma n. 244). Questa considerazione, apparentemente triviale, è un chiaro esempio della lettura fisiologica che Nietzsche vuole applicare a ogni manifestazione dello “spirito”, in primo luogo alla morale. Lo smascheramento del supposto “spirito germanico” come effetto di una digestione lenta è segno della decostruzione a cui Nietzsche sottopone i suoi precedenti ideali, i suoi stessi vecchi miti.
Da “Umano, troppo umano” Nietzsche opera una cesura risolutiva con lo “germanesimo” e muta atteggiamento nei confronti del mondo greco tanto da asserire di essere “cento passi più vicino ai Greci, di quanto lo fossi prima”.
Ebbene, in qual misura è stato condizionato dai francesi del XVIII secolo?
L’importanza dei francesi per lo sviluppo del pensiero di Nietzsche non può venir trascurata. La centralità di Voltaire è, com’è ben noto, simbolicamente espressa dalla dedica che Nietzsche volle apporre alla prima edizione di Umano, Troppo umano, nel 1878. I moralisti, per di più, influenzarono l’autore tedesco tanto dal punto di vista del contenuto filosofico quanto dal punto di vista della forma, ovvero dello stile aforistico (ne approfitto per segnalare, en passant, la prossima pubblicazione di un Handbook, per la casa editrice tedesca de Gruyter, sui cosiddetti “filosofi di Nietzsche”, nel quale a ogni filosofo citato da Nietzsche è dedicata una voce enciclopedica). Attraverso queste letture Nietzsche sviluppa una storia naturale dei concetti morali e taglia i ponti con il “germanesimo” e la metafisica d’artista. È come se sottoponesse a critica tutto ciò che egli stesso era stato sino ad allora. Si tratta di un ripensamento radicale, estremo. Ancora all’epoca delle nuove prefazioni, tra 1886 e 1887, parlerà del wagnerismo come di una sorta di malattia, da cui ebbe la forza di guarire. Ecco, possiamo dire che i filosofi, saggisti e moralisti francesi, rappresentarono una medicina fondamentale per questa ‘guarigione’.
Il problema della catarsi e dell’estasi, il dionisiaco come simbolo dell’unitarietà del reale, il concetto di “spirito libero” e la sua genealogia, la nascita e l’evoluzione della teoria del “carattere misto” di Platone.
Cucire la filosofia con la filologia può reputarsi un valido criterio metodologico per leggere il rapporto tra Nietzsche ed i greci?
Certamente. In linea generale, la filologia permette un più puntuale e corretto lavoro sui testi e costituisce la base imprescindibile per l’interpretazione filosofica. Allo stesso modo, l’interpretazione filosofica può completare o anche guidare l’attività filologica. E questo vale in particolare nel caso di Nietzsche, così come nel caso di Giorgio Colli. Entrambi furono fini conoscitori dei greci dal punto di vista storico-filologico, non soltanto interpreti del pensiero greco. Nel volume che ho curato per IISF Press (Nietzsche e i greci. Tra mito e disincanto, 2022) emerge bene, credo, questo aspetto, ovvero l’inscindibilità di riflessione filosofica e indagine filologica nell’accostarsi di Nietzsche ai greci.
“Socrate, il punto decisivo [Wendepunkt] e il vertice della cosiddetta storia universale”, così Nietzsche.
Quali sono le motivazioni per cui la figura di Socrate assume in Nietzsche un valore esiziale?
La trattazione della figura di Socrate in Nietzsche meriterebbe un approfondimento che tenesse traccia di tutte le variazioni di prospettiva che si danno tra le diverse opere, dal momento che il filosofo greco è praticamente onnipresente nei testi nietzschiani. Alessandro Stavru, dell’Università di Verona, sta attivamente lavorando su questo tema e raccomando certamente la lettura dei suoi scritti, dal momento che è ben più esperto di me sull’argomento. Per questa occasione, mi limito quindi a dare giusto alcuni spunti di riflessione sul rapporto Nietzsche-Socrate. Nella Nascita della tragedia Socrate è presentato come chi uccide il dionisiaco attraverso l’ottimismo dell’uomo di scienza o dell’uomo teoretico, ovvero colui che confida nel potere della logica e che tratta la conoscenza come una medicina universale (Universalmedizin). Peculiare è senz’altro, in questo caso, l’attribuzione a Socrate di un certo “ottimismo” e soprattutto il suo allontanamento, anzi, più precisamente, la sua netta opposizione rispetto a lessico, prospettiva e simboli dionisiaci (nel trattato giovanile di Nietzsche non c’è posto per il Socrate ‘satiro’, per capirci). In altri testi dello stesso periodo Socrate è visto come brutto e malato, a differenza del popolo cui appartiene, classicamente bello e sano, in quanto è colui che ha invertito i ruoli di coscienza e istinto: in Socrate la coscienza ha un ruolo creativo e affermativo, mentre l’istinto è ciò che dissuade, che frena e ostacola. La ragione, quindi, prende in lui il posto dell’istinto e il risultato è una natura infelice, corrotta, decadente, per utilizzare un termine molto caro al Nietzsche più maturo. E difatti ancora all’altezza storica del Crepuscolo degli idoli, nei frammenti del 1888, Socrate è il “monomane della morale”, colui che manifesta una “contraddizione fisiologica”, similmente agli schizoidi, a coloro che vivono nella pericolosa situazione di una personalità scissa. Riassumendo: Socrate è per Nietzsche un punto di svolta, perché è l’iniziatore della morale occidentale, che genera i valori cristiani. Non è infatti un caso che per caratterizzare la figura chiave della Genealogia della morale, ossia il “prete asceta” (colui che fa nascere la colpa e il peccato, e condiziona i fedeli ponendoli in uno stato depressivo e antivitale) Nietzsche utilizzi l’identikit di Socrate.
Lei ha recentemente curato “Esprimere il vissuto. La filosofia di Giorgio Colli”.
In quali termini può essere definito il rapporto tra Colli e Nietzsche?

Quello con i testi di Nietzsche fu per Giorgio Colli un incontro fondamentale, avvenuto in giovane età. Bisogna scegliere per tempo i propri maestri, scrive, ed è stato giustamente osservato che i punti di riferimento della sua parabola filosofica sono stati effettivamente scelti in età giovanile e sono rimasti quelli per tutta la vita, salvo qualche eccezione. Schopenhauer, Nietzsche, i presocratici, Platone sono coloro che hanno più influenzato la nascita dell’impianto metafisico di Colli. D’altra parte, non va dimenticato che il confronto di Colli con Nietzsche è stato serio, rigoroso, e non ha risparmiato critiche e correzioni: ad esempio, il filosofo italiano rileva nel pensiero del suo maestro un’insufficiente attitudine logica, che non gli permette di demolire l’edificio del logos usando le stesse armi del logos. Ovvero, Nietzsche attacca la logica, ne smaschera la parzialità, facendo leva sulla storia, sugli effetti che un mondo regolato dal principio di non contraddizione ha sull’essere umano. Secondo Colli lo scetticismo di Nietzsche non è abbastanza radicale, non è portato fino in fondo. La critica di Nietzsche, cioè, rimane solo genealogica, non logica, e in ciò Colli vuole correggere la prospettiva del maestro. Lui si pone, infatti, come obiettivo una critica logica del logos, e la sua opera più famosa, Filosofia dell’espressione, ruota tutta attorno a questo intento.
Quindi, possiamo dire che quello di Colli con Nietzsche è un confronto complesso e articolato, lucido e impietoso. Emulare il maestro significa, per Colli, riconoscerne anche le debolezze e cercare di superarle. Con ogni probabilità Colli ha tenuto a mente le parole dello stesso Nietzsche, quando, in Così parlò Zarathustra, fa dire al suo personaggio che il vero discepolo non è chi passivamente replichi il percorso del maestro, ma chi osa sfrondarne la corona. Il rapporto tra maestro e allievo rimane a metà se si ferma alla sola venerazione, a una passiva accettazione di dogmi. Bisogna, piuttosto, cercare la propria individualità anche al di là dell’insegnamento del maestro. Questo Nietzsche fa dire a Zarathustra. E questo ha fatto Colli.
Il libro che uscirà per la casa editrice dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, Esprimere il vissuto. La filosofia di Giorgio Colli, che ho curato assieme a Giulio M. Cavalli e Sebastian Schwibach, raccoglie dieci saggi su aspetti salienti del pensiero del filosofo torinese. È un testo variegato per sua stessa natura, essendo un volume collettaneo, e indaga in sostanza quattro diverse parti della filosofia colliana: anzitutto il rapporto, di vitale importanza, con il pensiero antico. Colli – come già accennavo –, non si limita a riferirsi ai greci solo dal punto di vista filosofico e teoretico, ma ne approfondisce anche il profilo storico-politico (il saggio di Carlo Gentili, ad esempio, dà testimonianza di ciò). Un’altra sezione del volume è dedicata, invece, alla teoria della ragione di Colli, che, come dicevo, costituisce la vera e propria spina dorsale di Filosofia dell’espressione e, in senso più ampio, la peculiarità del filosofo italiano rispetto a Nietzsche. Il volume accoglie anche una coppia di saggi sull’estetica di Colli. Questo è un campo di indagine che spesso viene sacrificato nello studio del pensiero del filosofo torinese. Ciò dipende dal fatto che Colli non ha mai scritto un’“Estetica” e ha sempre considerato questa disciplina come un organo della metafisica, in ogni caso non autonoma. Alcune riflessioni di Colli sulla musica, d’altra parte, meritano attenzione, e in Esprimere il vissuto figura un saggio, quello scritto da Edoardo Toffoletto, proprio su tale argomento. Un altro campo di indagine del volume è il rapporto che lega il filosofo al misticismo. Quando prima ricordavo le radici del pensiero di Colli, ho nominato Platone, Schopenhauer, Nietzsche, ma a questi bisogna aggiungere anche fondamentali testi mistici della cultura occidentale e orientale, che Colli frequenta già da giovanissimo. Nei testi delle Upanishad o nell’Aurora di Jakob Böhme Colli vede espresso un pensiero più saldamente ancorato alla vita, al fenomeno dell’esistenza nella sua non totale comprensibilità, e vi ritrova una ragione non ancora inaridita.
Ludovica Boi è attualmente dottoranda di ricerca in Germanistica presso l’Università di Verona. Nel biennio 2021-2023 è stata assegnista di ricerca in Filosofia morale presso lo stesso ateneo, occupandosi del progetto «HEALING – HEALth and Illness in Nietzsche and the Greeks», per cui ha studiato il problema della salute e della malattia nelle opere e nell’epistolario di Friedrich Nietzsche, con l’obiettivo di analizzare parallelamente le formulazioni teoriche e l’esperienza biografica dell’autore circa questo tema. Nell’anno 2020 è stata borsista di ricerca presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (IISF), con un progetto sulle fonti della metafisica giovanile di Giorgio Colli. Ha studiato presso La Sapienza di Roma, ha ottenuto una borsa di studio DAAD, diverse borse di formazione IISF ed è socia del Centro Studi Giorgio Colli e della European Association of Religion (EuARe). I suoi interessi si concentrano sull’epoca contemporanea e si muovono soprattutto tra estetica, fenomenologia della religione e filosofia della letteratura. È autrice della monografia Il mistero dionisiaco in Giorgio Colli. Linee per una interpretazione (Stamen, Roma 2020) e redattrice della rivista scientifica «Filosofia italiana».








