Nietzsche e i greci. Tra mito e disincanto

Si vuole che Nietzsche abbia introdotto categorie innovative sul mondo greco all’interno di una “metafisica dell’arte” tenacemente improntata dalle teorie musicali e teatrali di Richard Wagner e dalla filosofia di Schopenhauer.

Nietzsche quale espressione tipica dello spirito germanico?

Non credo sia legittimo interpretare Nietzsche come semplice incarnazione del Volksgeist tedesco. Sin dalle prime opere egli è fortemente critico nei confronti della cultura tedesca della seconda metà dell’Ottocento, basti pensare alle Inattuali. E questa critica verrà messa a punto e approfondita successivamente, quando tramonterà anche il mito del forte popolo germanico capace di ereditare la potenza dionisiaca greca, capace di risvegliarsi dal torpore della modernità, dovuto anzitutto all’innesto dell’elemento romano (neolatino) sul sano organismo germanico. Via via Nietzsche riconoscerà con sempre maggior efficacia vizi e malanni dei propri connazionali. Nell’ottava sezione di Al di là del bene e del male, “Popoli e patrie”, ad esempio, considererà i tedeschi come dei “malati cronici”, la cui profondità filosofica è soltanto un’inibizione fisiologica, ovvero il sintomo di una cattiva digestione (cfr. l’aforisma n. 244). Questa considerazione, apparentemente triviale, è un chiaro esempio della lettura fisiologica che Nietzsche vuole applicare a ogni manifestazione dello “spirito”, in primo luogo alla morale. Lo smascheramento del supposto “spirito germanico” come effetto di una digestione lenta è segno della decostruzione a cui Nietzsche sottopone i suoi precedenti ideali, i suoi stessi vecchi miti.

Da Umano, troppo umano” Nietzsche opera una cesura risolutiva con lo “germanesimo” e muta atteggiamento nei confronti del mondo greco tanto da asserire di essere “cento passi più vicino ai Greci, di quanto lo fossi prima”.

Ebbene, in qual misura è stato condizionato dai francesi del XVIII secolo?

L’importanza dei francesi per lo sviluppo del pensiero di Nietzsche non può venir trascurata. La centralità di Voltaire è, com’è ben noto, simbolicamente espressa dalla dedica che Nietzsche volle apporre alla prima edizione di Umano, Troppo umano, nel 1878. I moralisti, per di più, influenzarono l’autore tedesco tanto dal punto di vista del contenuto filosofico quanto dal punto di vista della forma, ovvero dello stile aforistico (ne approfitto per segnalare, en passant, la prossima pubblicazione di un Handbook, per la casa editrice tedesca de Gruyter, sui cosiddetti “filosofi di Nietzsche”, nel quale a ogni filosofo citato da Nietzsche è dedicata una voce enciclopedica). Attraverso queste letture Nietzsche sviluppa una storia naturale dei concetti morali e taglia i ponti con il “germanesimo” e la metafisica d’artista. È come se sottoponesse a critica tutto ciò che egli stesso era stato sino ad allora. Si tratta di un ripensamento radicale, estremo. Ancora all’epoca delle nuove prefazioni, tra 1886 e 1887, parlerà del wagnerismo come di una sorta di malattia, da cui ebbe la forza di guarire. Ecco, possiamo dire che i filosofi, saggisti e moralisti francesi, rappresentarono una medicina fondamentale per questa ‘guarigione’.

Il problema della catarsi e dell’estasi, il dionisiaco come simbolo dell’unitarietà del reale, il concetto di “spirito libero” e la sua genealogia, la nascita e l’evoluzione della teoria del “carattere misto” di Platone.

Cucire la filosofia con la filologia può reputarsi un valido criterio metodologico per leggere il rapporto tra Nietzsche ed i greci?

Certamente. In linea generale, la filologia permette un più puntuale e corretto lavoro sui testi e costituisce la base imprescindibile per l’interpretazione filosofica. Allo stesso modo, l’interpretazione filosofica può completare o anche guidare l’attività filologica. E questo vale in particolare nel caso di Nietzsche, così come nel caso di Giorgio Colli. Entrambi furono fini conoscitori dei greci dal punto di vista storico-filologico, non soltanto interpreti del pensiero greco. Nel volume che ho curato per IISF Press (Nietzsche e i greci. Tra mito e disincanto, 2022) emerge bene, credo, questo aspetto, ovvero l’inscindibilità di riflessione filosofica e indagine filologica nell’accostarsi di Nietzsche ai greci.

Socrate, il punto decisivo [Wendepunkt] e il vertice della cosiddetta storia universale”, così Nietzsche.

Quali sono le motivazioni per cui la figura di Socrate assume in Nietzsche un valore esiziale?

La trattazione della figura di Socrate in Nietzsche meriterebbe un approfondimento che tenesse traccia di tutte le variazioni di prospettiva che si danno tra le diverse opere, dal momento che il filosofo greco è praticamente onnipresente nei testi nietzschiani. Alessandro Stavru, dell’Università di Verona, sta attivamente lavorando su questo tema e raccomando certamente la lettura dei suoi scritti, dal momento che è ben più esperto di me sull’argomento. Per questa occasione, mi limito quindi a dare giusto alcuni spunti di riflessione sul rapporto Nietzsche-Socrate. Nella Nascita della tragedia Socrate è presentato come chi uccide il dionisiaco attraverso l’ottimismo dell’uomo di scienza o dell’uomo teoretico, ovvero colui che confida nel potere della logica e che tratta la conoscenza come una medicina universale (Universalmedizin). Peculiare è senz’altro, in questo caso, l’attribuzione a Socrate di un certo “ottimismo” e soprattutto il suo allontanamento, anzi, più precisamente, la sua netta opposizione rispetto a lessico, prospettiva e simboli dionisiaci (nel trattato giovanile di Nietzsche non c’è posto per il Socrate ‘satiro’, per capirci). In altri testi dello stesso periodo Socrate è visto come brutto e malato, a differenza del popolo cui appartiene, classicamente bello e sano, in quanto è colui che ha invertito i ruoli di coscienza e istinto: in Socrate la coscienza ha un ruolo creativo e affermativo, mentre l’istinto è ciò che dissuade, che frena e ostacola. La ragione, quindi, prende in lui il posto dell’istinto e il risultato è una natura infelice, corrotta, decadente, per utilizzare un termine molto caro al Nietzsche più maturo. E difatti ancora all’altezza storica del Crepuscolo degli idoli, nei frammenti del 1888, Socrate è il “monomane della morale”, colui che manifesta una “contraddizione fisiologica”, similmente agli schizoidi, a coloro che vivono nella pericolosa situazione di una personalità scissa. Riassumendo: Socrate è per Nietzsche un punto di svolta, perché è l’iniziatore della morale occidentale, che genera i valori cristiani. Non è infatti un caso che per caratterizzare la figura chiave della Genealogia della morale, ossia il “prete asceta” (colui che fa nascere la colpa e il peccato, e condiziona i fedeli ponendoli in uno stato depressivo e antivitale) Nietzsche utilizzi l’identikit di Socrate.

Lei ha recentemente curato “Esprimere il vissuto. La filosofia di Giorgio Colli”.

In quali termini può essere definito il rapporto tra Colli e Nietzsche?

Quello con i testi di Nietzsche fu per Giorgio Colli un incontro fondamentale, avvenuto in giovane età. Bisogna scegliere per tempo i propri maestri, scrive, ed è stato giustamente osservato che i punti di riferimento della sua parabola filosofica sono stati effettivamente scelti in età giovanile e sono rimasti quelli per tutta la vita, salvo qualche eccezione. Schopenhauer, Nietzsche, i presocratici, Platone sono coloro che hanno più influenzato la nascita dell’impianto metafisico di Colli. D’altra parte, non va dimenticato che il confronto di Colli con Nietzsche è stato serio, rigoroso, e non ha risparmiato critiche e correzioni: ad esempio, il filosofo italiano rileva nel pensiero del suo maestro un’insufficiente attitudine logica, che non gli permette di demolire l’edificio del logos usando le stesse armi del logos. Ovvero, Nietzsche attacca la logica, ne smaschera la parzialità, facendo leva sulla storia, sugli effetti che un mondo regolato dal principio di non contraddizione ha sull’essere umano. Secondo Colli lo scetticismo di Nietzsche non è abbastanza radicale, non è portato fino in fondo. La critica di Nietzsche, cioè, rimane solo genealogica, non logica, e in ciò Colli vuole correggere la prospettiva del maestro. Lui si pone, infatti, come obiettivo una critica logica del logos, e la sua opera più famosa, Filosofia dell’espressione, ruota tutta attorno a questo intento.

Quindi, possiamo dire che quello di Colli con Nietzsche è un confronto complesso e articolato, lucido e impietoso. Emulare il maestro significa, per Colli, riconoscerne anche le debolezze e cercare di superarle. Con ogni probabilità Colli ha tenuto a mente le parole dello stesso Nietzsche, quando, in Così parlò Zarathustra, fa dire al suo personaggio che il vero discepolo non è chi passivamente replichi il percorso del maestro, ma chi osa sfrondarne la corona. Il rapporto tra maestro e allievo rimane a metà se si ferma alla sola venerazione, a una passiva accettazione di dogmi. Bisogna, piuttosto, cercare la propria individualità anche al di là dell’insegnamento del maestro. Questo Nietzsche fa dire a Zarathustra. E questo ha fatto Colli.

Il libro che uscirà per la casa editrice dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, Esprimere il vissuto. La filosofia di Giorgio Colli, che ho curato assieme a Giulio M. Cavalli e Sebastian Schwibach, raccoglie dieci saggi su aspetti salienti del pensiero del filosofo torinese. È un testo variegato per sua stessa natura, essendo un volume collettaneo, e indaga in sostanza quattro diverse parti della filosofia colliana: anzitutto il rapporto, di vitale importanza, con il pensiero antico. Colli – come già accennavo –, non si limita a riferirsi ai greci solo dal punto di vista filosofico e teoretico, ma ne approfondisce anche il profilo storico-politico (il saggio di Carlo Gentili, ad esempio, dà testimonianza di ciò). Un’altra sezione del volume è dedicata, invece, alla teoria della ragione di Colli, che, come dicevo, costituisce la vera e propria spina dorsale di Filosofia dell’espressione e, in senso più ampio, la peculiarità del filosofo italiano rispetto a Nietzsche. Il volume accoglie anche una coppia di saggi sull’estetica di Colli. Questo è un campo di indagine che spesso viene sacrificato nello studio del pensiero del filosofo torinese. Ciò dipende dal fatto che Colli non ha mai scritto un’“Estetica” e ha sempre considerato questa disciplina come un organo della metafisica, in ogni caso non autonoma. Alcune riflessioni di Colli sulla musica, d’altra parte, meritano attenzione, e in Esprimere il vissuto figura un saggio, quello scritto da Edoardo Toffoletto, proprio su tale argomento. Un altro campo di indagine del volume è il rapporto che lega il filosofo al misticismo. Quando prima ricordavo le radici del pensiero di Colli, ho nominato Platone, Schopenhauer, Nietzsche, ma a questi bisogna aggiungere anche fondamentali testi mistici della cultura occidentale e orientale, che Colli frequenta già da giovanissimo. Nei testi delle Upanishad o nell’Aurora di Jakob Böhme Colli vede espresso un pensiero più saldamente ancorato alla vita, al fenomeno dell’esistenza nella sua non totale comprensibilità, e vi ritrova una ragione non ancora inaridita.

Ludovica Boi è attualmente dottoranda di ricerca in Germanistica presso l’Università di Verona. Nel biennio 2021-2023 è stata assegnista di ricerca in Filosofia morale presso lo stesso ateneo, occupandosi del progetto «HEALING – HEALth and Illness in Nietzsche and the Greeks», per cui ha studiato il problema della salute e della malattia nelle opere e nell’epistolario di Friedrich Nietzsche, con l’obiettivo di analizzare parallelamente le formulazioni teoriche e l’esperienza biografica dell’autore circa questo tema. Nell’anno 2020 è stata borsista di ricerca presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (IISF), con un progetto sulle fonti della metafisica giovanile di Giorgio Colli. Ha studiato presso La Sapienza di Roma, ha ottenuto una borsa di studio DAAD, diverse borse di formazione IISF ed è socia del Centro Studi Giorgio Colli e della European Association of Religion (EuARe). I suoi interessi si concentrano sull’epoca contemporanea e si muovono soprattutto tra estetica, fenomenologia della religione e filosofia della letteratura. È autrice della monografia Il mistero dionisiaco in Giorgio Colli. Linee per una interpretazione (Stamen, Roma 2020) e redattrice della rivista scientifica «Filosofia italiana».

Il sensore che non vede. Sulla perdita dell’immediatezza percettiva

Lei sostiene che la saturazione mediatica, l’esasperazione della comunicazione
visiva, abbia condotto alla crisi del “terzocchio”, simbolo della crisi del vedere.
Quali ragioni ravvede quali produttive di tale scompenso?

Gabriele Perretta: La percezione è la presa di coscienza dei dati tangibili del nostro mondo,
dell’ambiente e del proprio corpo, attraverso processi di selezione, codificazione,
strutturazione, riconoscimento e attribuzione di significato. L’attività percettiva è parte
fondamentale delle mansioni cognitive, emozionali e comportamentali: origina dalla
sensazione, vale a dire la trasformazione che l’oggetto imprime agli organi sensoriali, e
procede attraverso un meccanismo complesso di rielaborazione e sintesi psicologica.
Bisogna distinguere la sensazione dalla percezione: la sensazione è legata alla ricezione
degli stimoli sensoriali provenienti dall’esterno; la percezione, invece, corrisponde
all’elaborazione delle semplici informazioni sensoriali in una forma più complessa. L’ecologia
dell’informazione e della cultura è, invece, uno stato di energia mentale che consente alle
persone di far fronte allo stress della vita, realizzare le loro capacità e contribuire
quotidianamente al miglioramento della comunità e del vedere. È una facoltà costituente e
indispensabile della vitalità e della prosperità, che è alla base delle nostre capacità
individuali e collettive di organizzare l’interpretazione e la comprensione del mondo,
costruire attinenze e frapporsi nella mondanità in cui viviamo. La salute percettiva è un diritto
umano fondamentale per lo sviluppo personale, comunitario e socio-economico. È più
dell’assenza di disturbi mentali; esiste su un continuum complesso, che viene vissuto in
modo diverso da una persona all’altra, con vari gradi di difficoltà e risultati sociali e clinici
molto diversi. Le condizioni di salute conoscitiva comprendono disturbi mentali e disabilità
psicosociali, nonché altri stati mentali associati a significativa angoscia, compromissione del
funzionamento o rischio di autolesionismo.
Quando definiamo il digitale un’arma a doppio taglio, partiamo dal presupposto che qualsiasi
dispositivo, se usato in modo improprio e sconsiderato, può rivelarsi dannoso. Questo vale
anche per l’innumerevole quantità di dispositivi tecnologici che ogni giorno sono nelle nostre
mani, sulle nostre scrivanie, a totale disposizione delle persone. Ad avvalorare la tesi
secondo cui il nostro assetto psicologico è cambiato in funzione della presenza del digitale
nella quotidianità, ma anche nella produzione di opere d’arte, c’è il preoccupante aumento
dei cosiddetti disturbi da iperconnessione e da iper-riconoscimento nel sistema dell’arte. Si è
sviluppata una cultura artistica narcisistica, che nasce dal desiderio e dalla necessità di
esibire online e offline un’identità artistica seducente, effimera e di base fittizia. Si ricerca
l’autostima che risiede nell’approvazione altrui, nel riscontro positivo a ciò che condivido con
l’altro, nell’immagine e nell’idea che ognuno vuole dare di sé dietro uno schermo. Gli
schermi dell’arte sono diventati gli schermi della disonestà politica diffusa, una malafede
gestita dal sistema del potere politico e finanziario. Il lato più oscuro della tecnologia digitale
è da ricercare proprio negli effetti politici che questa ha nel terzocchio delle persone, tanto
da scatenare dei processi vorticosi di esautorazione artistica collettiva.

La storia ci fornisce molti esempi di simbolismo, utilizzato per conferire
informazioni, raccontare storie e rappresentare la realtà. Naturalmente ogni cultura
produce simboli propri. Ebbene, le differenze culturali potrebbero disturbare la percezione del messaggio contenuto nell’immagine, limitando la sua efficacia o
falsando ed ostacolando la comunicazione?

Gabriele Perretta: Il termine simbolismo, derivante dal greco synballein, significa mettere
insieme. In origine, designava le due metà di un oggetto spezzato, un anello o una moneta,
ad esempio, ricomponibile attraverso il loro avvicinamento: in tal senso, ciascuna parte
diveniva un segno di riconoscimento. Il simbolo ha tratto dall’evoluzione di tale funzione
pratica una funzione rappresentativa, configurante «lo stare al posto di», che da una parte lo
avvicina al segno, a tal punto da esserne talvolta assimilato, e dall’altra lo oppone a esso. In
quest’ultimo caso, mentre il segno combina convenzionalmente qualcosa con qualcos’altro,
il simbolo, richiamando la sua parte corrispondente, rimanda a una particolare realtà non
determinata dalla convenzione, bensì dalla ricomposizione delle parti. La dinamica del
simbolo sostiene i processi del pensare: sostiene la codifica della sensazione (la percezione
organizzata), permette il formarsi delle sequenze di contenuti provenienti dall’esterno,
mantiene la memoria, «ri.media» la rielaborazione astratta e la formazione dei concetti,
collega il pensiero individuale ai contenuti del sociale. L’identità creativa è il confronto in cui
il nostro Sé si integra nello scambio delle identificazioni, si eleva nel livello di comprensione,
grazie all’indistinzione dei limiti tra noi e gli altri, quando lasciamo che nell’incontro venga
concessa un’occasione per l’attività creativa. Tale predisposizione promuove l’imprevisto
che viene dall’inconscio, che potremmo riconoscere a posteriori come l’oggetto ricercato di
cui si era in attesa, sebbene non l’avessimo nemmeno immaginato, e che favorisce una
trasformazione senza che ce ne accorgiamo, poiché per tollerare l’alterità ne rimuoviamo le
tracce. Questo rinforzo identitario sarà possibile se avremo una ingenua, ma certa, fiducia
nella vita, non solo nei confronti dell’ambiente e degli altri, ma anche nella presenza di
qualcosa di intelligente che agisce in noi, malgrado noi ed i nostri “livelli”, e che ha la
capacità creativa ed arricchente di dare forma e senso a ciò che continuamente incontriamo
negli scambi con l’esterno o l’interno di noi stessi. Siamo in una fase di passaggio, stiamo
vivendo grosse e profonde trasformazioni nel nostro essere mondo e essere al mondo. È
difficile darsi delle regole che abbiano valore assoluto. Anzi, se c’è un aspetto positivo nella
mediamorfosi in atto, e non solo nei regimi comunicativi, è la perdita dell’illusione che ci
possano essere degli assoluti in cui tutti dovrebbero identificarsi.
Quanto all’etica di chi svolge professionalmente funzioni mediali, non posso che riandare a
ciò che ho già detto. Un artista oggi come oggi non può essere tale se pensa solo alla carta
e al rapporto unidirezionale (autore/lettore) che ne caratterizza il funzionamento; deve
mettersi in gioco anche in ambito mediale (e di medialismo), facendosi filtro critico e agente
individuale che comunque ha una matrice collettiva. In questo senso, il suo compito
dovrebbe essere di agire come meta-traduttore dell’accoglienza sociale che è proprio della
medialità relazionale e condivisa. E lo stesso si potrebbe/dovrebbe dire del regista. Tutte le
tecnologie della medialità sono buone, a mio avviso, nel senso che amplificano la nostra
capacità di interagire con il mondo e con le teorie del medialismo, che io stesso ho
promosso a partire dalla seconda metà degli anni ‘80. Come ho detto ci aiutano a capire chi
siamo e cosa facciamo. Sempre che, però, vogliamo fare lo sforzo necessario per capire
come funzionano. Cosa, questa, che non è soltanto tecnica, anzi lo è ben poco. Soprattutto
una volta che la tecnologia l’abbiamo interiorizzata e opera come una sorta di natura. Così
mentre è naturale, per noi adulti alfabetizzati, conoscere il mondo attraverso la lettura dei
gesti artistici, entrare nel merito di questa naturalezza e coglierne i meccanismi interni (sul
piano della forma che essa dà al sapere) non è cosa agevole, richiede impegno, un forte
impegno di riflessione. Da un certo punto di vista, quello del medialismo almeno, si potrebbe
sostenere che la nostra è un’età particolarmente fortunata perché ci permette di mettere a
raffronto differenti sistemi mediali, quindi differenti quadri mentali e sociali. Attenzione, però,
qui non si tratta di dare delle valutazioni e di dire cosa consideriamo superiore e cosa
inferiore, si tratta di capire ciascun sistema per come e per che cosa differisce dall’altro (i
simboli che si fanno linguaggio con una grammatica comprensibile e quelli che invece
rimangono nella sfera volontaria dell’enigma).
Quanto al problema della spettacolarizzazione, va tenuto presente che ogni sistema mediale
agisce come una finestra sulla realtà (anche di noi stessi, come ho più volte detto), una
finestra che può essere più grande o più piccola. Cosa cambia, e drasticamente, con il
mediale e il linguaggio diffuso di rete è che il controllo e quindi l’operazione di filtraggio non è
più demandata ad un agente esterno (per esempio lo stato, la chiesa, l’editore riguardo al
libro) ma allo stesso utente, che quindi deve essere messo nelle condizioni di usare
consapevolmente e intelligentemente dei meccanismi di filtraggio, sia personali sia condivisi
con la rete delle sue relazioni. Qui sta il compito già attuale di chi svolge funzioni di pratica
sperimentale e mediale, compito che non può essere svolto positivamente l’artista stesso,
non si auto-costruisce in questa pluralità e differenziazione mediale. Su questo fronte le
politiche dei sistemi artistici localizzati nelle tecniche hanno sostanzialmente fatto fallimento,
in quanto troppo impegnate in azioni (volontarie o inconsapevoli) di contenimento di quella
che ci ostiniamo ancora a chiamare nuova tecnologia. Basti pensare a quanto è ancora
diffuso, nell’intellettualità artistica, la diffidenza nei confronti del mediale e quindi la
resistenza a farne piena esperienza personale.

La dimensione etico-estetica, la sua “performatività” nello scambio con il sociale,
diviene il gap con il quale il “sensorio” si confronta. In qual misura con l’affacciarsi
del binomio produttivo capitale/linguaggio muta l’uso dell’immagine?

Gabriele Perretta: Questa è una domanda molto importante che mi permette di collegare
subito vari pezzi del Sensore…. Il nuovo potere nasce facendo agire la sfera pubblica contro
le singolarità proletarie, contro la domanda di vita dei senza lavoro in un momento in cui
prende forma la crisi occupazionale del mercato del lavoro salariato. Una convenzione,
infatti, non è giusta o sbagliata in quanto più o meno aderente alla realtà oggettiva, ma in
virtù della sua capacità di diventare forza pubblica visiva. Col tempo si tende a naturalizzare
valori la cui radice si trova nella molteplicità dei comportamenti soggettivi. Ed il
funzionamento delle convenzioni è linguistico. Condensando tale elaborazione in una
formula, si può dire che il linguaggio non solo descrive i fatti, ma li crea. Lo stesso
capitale costante è diventato linguistico. Il General Intellect e il sapere che lo innerva non si
irrigidiscono nelle macchine, ma si cibano di solo lavoro vivo. Ad essere messa al lavoro è
l’intera vita dei lavoratori, o – meglio ancora – l’intera vita della comunità linguistica. Se le
nuove tecnologie hanno ampliato in modo travolgente l’accesso alle informazioni, ciò si
scontra con il limite umano della domanda, ossia con il bene scarso e deperibile
dell’attenzione. Nella attention economy i processi di monopolizzazione della produzione
immateriale non possono risolvere lo scarto, in quanto si tratta di una contraddizione insita
nella stessa forma del valore: aumentando il tempo d’attenzione, diminuisce il tempo
dedicato all’ottenimento di un reddito salariale, dunque le possibilità della forza-lavoro di
consumare le merci da essa prodotte. La sincronicità della crisi a livello internazionale, la
velocità e il grado di diffusione con cui si è manifestata, mettono radicalmente in discussione
la classica dialettica centro-periferia, attraverso cui sono stati analizzati i processi economici,
politici e sociali del ‘900. Nel processo di globalizzazione della finanza e degli investimenti, la
crisi della “nuova sensorialità distopica” ci dice che ciò che succede in un punto del globo
può avere immediate conseguenze sugli assetti complessivi. È a questo punto che
l’”esplosione del sensore che non vede” non va intesa come il riflesso degli istinti
bassamente irrazionali del genere umano, ma al contrario come il «disvelamento della
natura panica del modo di produzione capitalistico, della sua intrinseca precarietà». Allora,
per normalizzare i mercati, per regolarli dall’alto delle autorità centrali, è necessario
provocare una catastrofe, generare un panico tale da uniformare il comportamento dei molti,
tale da trasformare la gran quantità di gente in popolo unito dalla medesima logica. Il
Sensore che non vede decostruisce così le pretese oggettivistiche della scienza economica,
disvelandone la matrice processuale, insita nella dinamica dei rapporti di forza tra le parti,
nella tensione conflittuale all’interno del modo di produzione vigente – tra la potenza e
l’insubordinazione del lavoro vivo e l’appropriazione alienante del capitale.

Moltissimi amano le infografiche: esse racchiudono informazioni in una forma
simpatica, piacevole, non impegnativa. Quanto contribuisce alla crisi del vedere la
semplificazione?

Gabriele Perretta: Da quando le infografiche si sono imposte nel mondo del graphic design,
circa 10 anni fa, sono diventate un punto fisso per la comunicazione mediale, nei luoghi di
lavoro e in giro per il web. Come esplicitato dalla stessa pratica mediale diffusa, l’oggetto di
indagine del linguaggio mediale è il mediale stesso, precisamente rispetto al suo metodo e
alla sua natura. Ciò che allo stesso mediale manca è proprio uno spazio fuori di sé, in cui si
possa avere un dibattito su cosa sia la buona ricerca linguistica nel campo delle arti: intendo
dal di-segno fino ad arrivare alla multimediale più espansa. Il medialismo prova a crearlo
definendo la pratica mediale stessa come «passione per il costruire immateriale e il crescere
consapevole e critico». Questo significa che per fare buona critica non basta porre domande
o cercare risposte, ma bisogna «avere coraggio nel porre le domande giuste al momento
giusto e offrire le risposte corrette, anche se spiacevoli e impopolari». La situazione in cui la
riflessione è situata si potrebbe sintetizzare così: «La critica mediale oggi è un po’ come un
computer che ha perso memoria a causa dei bachi del sistema. Bisogna riavviarla». La base
da cui far ripartire la consapevolezza critica, per il Medialismo, si fonda su quella che lui
stesso chiama «la quarta rivoluzione post-dimensionale», ovvero quella delle tecnologie
digitali che sempre più «influenzano il modo in cui concepiamo il mondo e ci rapportiamo a
esso, così come il modo in cui concepiamo le scelte espressive e interagiamo con i propri
riconoscimenti linguistici».
Le infografiche sono importanti nella medialità di indirizzo concettuale perché fanno utilizzo
di elementi visivi coinvolgenti e di impatto, che permettono di comunicare in modo veloce,
efficace, lasciando invariato il significato originale. La comunicazione social è una
comunicazione concettuale che ha come caratteristica principale la velocità. Sui social
l’autore diffuso è distratto, va di fretta, e scorre la bacheca senza necessariamente leggere i
contenuti. Per questo motivo è indispensabile catturare l’attenzione del lettore (e poi
mantenerla, un po’ come accadeva nella vecchia opera della neo-avanguardia degli anni ’60
e ’70, vedi ad esempio l’aggiornamento di Art & Language attraverso il web) con elementi
grafici di impatto, che facciano leva sulla sfera emozionale ma che risveglino anche la
curiosità per la lettura del post intero. I brand, per esempio, utilizzano le infografiche per
costruire attenzione al marchio, ma anche per aumentare il coinvolgimento. Diciamo che il
medialismo, dopo la poesia visiva, fa un lavoro più aggiornato nella sfera dell’immateriale
mediagrafico.

Holderlin scrive “Dove c’è pericolo, cresce anche ciò che salva”. Quali sono gli
ostacoli affinché ci sia un risveglio, una radicale mutazione, un passaggio
trasformativo?

Gabriele Perretta: Complimenti, bella domanda anche questa: L’apertura di un nuovo luogo
per la comunicazione, quindi per l’incontro e il conseguente crearsi di nuove relazioni, è
sempre benvenuta. Il connettere convergenze organizzative e visioni che riportano ad una
progettazione razionale del nostro futuro costituisce la possibilità, l’indicibile in cui ci si
ritrova, in cui si ha la possibilità di riposare e riflettere su ciò che sfugge fuggendo. Fermarsi
nel luogo della condivisione significa, sempre, ritrovarsi e ritrovare nuove occasioni e
soprattutto nuove ribellioni. Sentiamo spesso parlare di innovazione sociale e assegniamo a
questo concetto, a questa idea che anima le politiche, il valore del miracolo che sta per
compiersi, lo viviamo come l’unico miracolo possibile. Ora, adesso, oggi, innovare il sociale
deve necessariamente rispondere ad una urgenza, rifondare una nuova possibilità del
costituirsi, del costituente, del costituibile: come? Solo ed unicamente attraverso il
ritrovamento della propria identità, intesa come radice organizzativa e collettiva, perché solo
da questo ritrovamento dipende il nuovo radicamento e la ri-costruzione dell’identità
comune. Le politiche, qualunque esse siano, sono ormai impotenti rispetto al ritrovamento
del senso profondo di una comunità di vedenti. Allora l’unico sentiero percorribile è mettersi
in cammino verso quelle risposte che le stesse comunità, solo dopo aver attivato processi di
ritrovamento, possono porre a se stesse come occasione di ricostituzione di significati.
Auguro a questo nuovo sentiero di ritrovamento di giungere a quella radura che, slargandosi
all’orizzonte, offra la possibilità di leggere con stupore i versi della poesia di Friedrich
Hölderlin che Lei mi suggerisce. Auguro a questo progetto la possibilità di nutrire l’utopia di
un paese migliore, in cui s-paesarsi diventi sempre meno possibilità di alienazione.

Gabriele Perretta

storico, critico, traduttore di lingue antiche e moderne, archeologo della modernità, curatore e insegnante universitario (già docente di Storia e metodologia della critica; Valorizzazione dei Beni Artistici e Paesaggistici) Paris IV (Paris), Accademia Albertina (Torino); poi titolare di Analisi dei processi comunicativi (Semiotica; Elementi di Comunicazione; Semiologia e retorica, Accademia di Brera (Milano)). Ideatore e animatore del Medialismo, scrive regolarmente su diverse riviste italiane e internazionali e fa parte di comitati scientifici di testate e collane di saggistica e ricerca. Membro del comitato scientifico AICA e della rivista Segno (cartaceo e online). Curatela ed edizioni internazionali: Medialismo (ed.bilingue), nuova ed. Paris, 2021 (riedizione del 1993); Le tournant. Évolution des formes d’art et analyse épistémologique, Paris, 2017; Pistes communes. Nouveaux paradoxes de la poésie et de la littérature, Paris 2015; Le premier livre d’écriture visuelle, Paris, 2018 (riedizione 2021); art.comm, Paris, 2019; Traité de la théorie des médias, Paris, 2000 (n. ediz.2019); La densità del vuoto. Gli anni ’70 dell’arte, Jesi, 2017; Media events & Media Performing, Paris, 2019; In.finite vie di toni, Ancona, 2019; Stendale. L’abbraccio delle muse (corrispondenza delle arti), Perugia, 2019; Medialismi 2.0 2.0,Napoli 2020/2021; + Divenire, Perugia, 2021; Capitale & Linguaggio, Paris/Trieste, 2022; L’effet Duchamp, London/Paris, 2022; Il sensore che non vede. Sulla
perdita dell’immediatezza percettiva, Paginauno, Milano, 2023.

Il mondo antico in 20 stratagemmi

I Greci presero Troia; Ramses II sconfisse gli Ittiti; Didone fondò Cartagine; Romolo fece rapire le Sabine; Temistocle vinse a Salamina; Annibale tenne in scacco l’esercito romano.
Qual è il filo rosso che cuce questi ed altri episodi della storia antica, greca, romana e non solo?

Il titolo spiega tutto: le storie che racconto nel libro ruotano intorno all’uso di stratagemmi. Quali? Quelli ideati da personaggi noti e meno noti del mondo greco, romano e orientale, o meglio del Medio Oriente. La parola “stratagemma” è di uso comune in italiano, identifica un’azione subdola o un sotterfugio che ha la funzione di depistare, confondere, ingannare. Dobbiamo, tuttavia, chiarire un concetto: la parola greca strategema, poi passata al latino e quindi alle lingue moderne, in origine aveva il valore di indicare l’espediente o la trovata di uno strategos, un generale. Era pertanto impiegata in ambito squisitamente, anche se non esclusivamente, militare. Ma gli stratagemmi presenti nel mio libro non si limitano a contesti militari, sono invece le modalità per superare difficoltà o sconfiggere avversari o tirarsi fuori da situazioni di impaccio o semplicemente sopravvivere. Per raggiungere questi scopi occorre un tipo particolare di intelligenza: non quella razionale o logica, bensì un’intelligenza di tipo pratico, proprio quella intorno a cui si sdipana il filo rosso del libro. I Greci la chiamavano metis, considerando Odisseo (l’Ulisse dei Romani) come il suo massimo rappresentante, e la trovata del cavallo di Troia come la sua applicazione più celebre e meglio riuscita. Quasi cinquant’anni fa, un libro illuminante di Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant (Le astuzie dell’intelligenza nell’antica Grecia, tradotto in italiano da Andrea Giardina per l’Editore Laterza) ha aperto la strada per riconsiderare questo tipo di intelligenza, che il pensiero antico tendeva a considerare come una qualità poco rispettabile, se non addirittura negativa. I due studiosi, che comunque si erano limitati al mondo greco e alle sue prime fasi storiche, non sono stati seguiti dagli storici del mondo antico. La ragione sta nella difficoltà di mettere in evidenza la metis, una qualità che le fonti antiche tendono a trattare con reticenza, se non addirittura a oscurare o attribuire esclusivamente a personaggi negativi. Scegliendo una serie di stratagemmi vincenti, ideati da donne e uomini del mondo antico, ho cercato di evidenziare l’importanza di questa dote.

Dunque i popoli antichi non si fecero mai scrupoli ad utilizzare mezzi subdoli e ingannevoli. Quale ruolo gioca l’intelligenza nell’avere la meglio sul nemico?

Lascio ad altri il compito di soffermarsi sul valore dell’intelligenza e sulla storia dell’intelligenza in generale, magari tenendo anche conto degli ultimi sviluppi della IA. In modo più modesto, per parte mia ho voluto mettere in luce quei meccanismi di ragionamento, evidenti a tutti, che si innescano in tutte le situazioni di difficoltà o di inferiorità. Ebbene, e di certo non sono io a scoprirlo, se si guarda con questa lente la storia si può facilmente ammettere che l’intelligenza è l’arma più potente a disposizione dell’uomo, non solo in guerra, ma in tutte le situazioni potenzialmente competitive. L’intelligenza permette di elaborare piani, essere flessibili, trovare i punti deboli dell’eventuale avversario, ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Direi che questo tipo di intelligenza è necessaria, addirittura indispensabile in ogni situazione, anche se spesso non ci accorgiamo di applicarla. Soprattutto l’intelligenza pratica, la metis, ha diverse forme e modalità di espressione, ed è in questa diversità e poliedricità che sta tutta la sua forza vincente. Prendiamo l’esempio di Temistocle: un personaggio ambiguo da molti punti di vista, che fu al tempo stesso traditore dei Greci e salvatore della Grecia. Come è possibile? Proprio grazie alla poliedricità della sua mente, che si traduceva in mille altre doti: l’abilità retorica, la lungimiranza, la doppiezza, la falsità. Ma non sveliamo troppo queste vicende, lasciamo ai lettori il gusto di scoprirle.

L’acume, scorrendo gli stratagemmi, possiede molteplici declinazioni.
Quale la miglior flessione per imporsi o, almeno, restare a galla?

Più che acume (che ha un senso più specifico e individua un livello più raffinato di comprensione) parlerei di intelligenza tout court. Non esiste, purtroppo o per fortuna, una ricetta che sia utile per sempre e per tutti. Se fosse esistita l’avremmo già scoperta e diffusamente utilizzata; anzi, l’avrebbero già utilizzata i Greci e i Romani. Non esiste una intelligenza, ne esistono cento, mille, milioni, tante quante sono le menti pensanti e le occasioni in cui si trovano a pensare, che sappiamo essere potenzialmente infinite. La migliore intelligenza? Io credo sia proprio l’intelligenza del polpo, di cui parlo nell’introduzione al mio libro. Questa creatura straordinaria dei mari nel corso della sua evoluzione ha sviluppato un livello di sensibilità e una forma di intelligenza del tutto particolari. Il polpo si confonde con la roccia cui si aggrappa e assume il colore di ciò che lo circonda, si modella perfettamente al corpo che avvolge, è imprendibile, secerne inchiostro per confondere i suoi avversari e praticamente sopravvive grazie a un sistema naturale di astuzie, che gli permettono di nascondersi, camuffarsi, sfuggire ai predatori, ma anche muoversi e attaccare. L’intelligenza del polpo è multiforme, così come multiforme è l’intelligenza del personaggio mitico considerato la quintessenza dell’intelligenza, o meglio dell’astuzia, il polytropos (aggettivo denso di significato, sarebbe a dire «dai molti giri, dalle molte volute, dai molti meandri») Odisseo. L’intelligenza del polpo, e quella di Odisseo, è un’intelligenza sia innata sia affinata dalla pratica e dall’esperienza; soprattutto è un’intelligenza che ho voluto definire «democratica», perché tutti possono possederla, senza distinzione di età, condizione sociale, sesso, appartenenza. A me piace pensarla così, è un’idea a cui ero affezionata già prima di concepire il libro; la sua stesura me ne ha dato conferma.

Imbrogli, trucchi e raggiri . “20 stratagemmi”: qual è stato il criterio selettivo?

L’intelligenza, no? E invece no, perché nei duemila e più anni di storia che gli episodi presentati nel libro coprono, di stratagemmi ce ne sono stati tanti e per tante ragioni. Alcuni sono molto noti, altri meno. Se avessi voluto raccontarli tutti non sarebbe bastato un libro, soprattutto se avessi voluto menzionare tutti gli stratagemmi compiuti in guerra. Per la verità i criteri sono stati diversi e diversamente intervenuti nel corso della scrittura, fino a che si sono combinati e amalgamati quasi da soli. «20 stratagemmi» sono in realtà 20 episodi (in realtà sono 21, con un bonus che a mio avviso non poteva mancare) di storia greca, romana e del Vicino Oriente che hanno per protagonista l’astuzia, la furbizia, il colpo di genio, l’abilità di parola, virtù che trovano espressione in personaggi noti ma anche meno noti della storia antica, come dicevamo. Tutti noi conosciamo Ulisse, tutti siamo rimasti ammaliati almeno una volta dal fascino di Cleopatra, e tutti sappiamo che Atene diventò il faro della Grecia grazie all’abilità di un politico consumato come Pericle. Ebbene, accanto a loro ci sono lo spartano Demarato, i persiani Arpago e Kavad, il barbaro Odoacre, nomi conosciuti soltanto dagli specialisti, ma che hanno trovato il loro giusto spazio in questo racconto. Quale? Lo scopriranno i lettori. Da buon filologo classico, ho poi privilegiato le storie meglio documentate dalle fonti letterarie in nostro possesso, quelle su cui gli autori antichi avevano qualcosa di interessante da raccontare e svelare. E infine ho cercato di guidare il lettore in un percorso cronologico, che sistemasse tutti i singoli episodi in un contesto storico generale, e fornisse punti di orientamento intorno ai puntelli cardine delle nostre conoscenze o anche reminiscenze scolastiche: la guerra di Troia, le guerre dei Greci contro i Persiani, la guerra del Peloponneso, Alessandro Magno, le origini di Roma, l’età delle guerre civili, l’Impero, e così di seguito fino alla caduta dell’Impero romano.

Ulisse, Pericle, Alessandro Magno, Annibale, Cleopatra…qual è il loro lascito per superare difficoltà in qualsivoglia contingenza?


Personaggi storici e mitici del mondo antico non ci forniscono ricette di comportamento o esempi da seguire. Rassegniamoci e facciamocene una ragione: il mondo antico non ha valore esemplare per la realtà contemporanea, è straordinariamente lontano e differente; e non era affatto migliore. Se poi vogliamo ritenere queste e altre vicende della storia antica osservatori privilegiati per indagare l’umanità nei suoi comportamenti e nelle sue attitudini, attraverso il loro evolversi storico, facciamo altro, facciamo antropologia. Studiando le storie che ho raccontato, esaminando le fonti, mettendole a confronto, ho invece imparato che quei fatti hanno poco da insegnarci ma molto da farci riflettere. In sé non dicono nulla o quasi: vi fareste voi arrotolare in un tappeto per incontrare un uomo, fosse anche l’uomo politico più importante per la vita vostra e del vostro paese? E se foste un uomo politico, affrontereste da solo una folla vociante e visibilmente contrariata provocandola apertamente? Credo invece che gli episodi che racconto e i personaggi che ne sono stati protagonisti siano delle chiavi per entrare in punta di piedi e in modo leggero nell’universo della storia antica da una particolare angolatura.

Quindi non possiamo utilizzare Ulisse, Annibale, Cleopatra, Pericle come modelli ma possiamo utilizzarli per conoscere la storia antica?

Proprio così. Si tratta, in definitiva, di un esercizio di metodo che potrei definire ingenuamente induttivo. Faccio un esempio, che forse chiarisce meglio il mio pensiero. Prendiamo Cleopatra: perché ci teneva tanto a incontrare Cesare? E perché per farlo utilizzò lo stratagemma del tappeto? Non possiamo rispondere a questa domanda – che non è poi un dubbio epistemologico ma una semplice curiosità – se non sappiamo cosa rappresentasse Cesare per l’Egitto in quel preciso momento, e se non sappiamo cosa volesse effettivamente Cleopatra da lui. Davvero dobbiamo credere che Cleopatra ne fosse perdutamente innamorata? Di uno che non aveva mai visto in vita sua e che aveva trent’anni più di lei? Se invece sottoponiamo l’aneddoto del tappeto al vaglio critico della ragione e andiamo un po’ più a fondo, possiamo capire la posizione dell’Egitto nello scacchiere ‘internazionale’ del tempo, i disegni di Cesare, insomma alcuni aspetti di questo periodo della storia di Roma. Alla fine dei 20 stratagemmi – che sono in realtà 21, come ho già detto e come qualche lettore attento mi ha fatto notare chiedendomi conto – ci accorgeremo che la forma mentale è sempre la stessa, così come anche l’astuzia o la furbizia, ma che gli antichi erano tanto e profondamente diversi da noi. E forse anche per questo potremo osservarli di più, e studiarli meglio.

Immacolata Eramo, ricercatrice di Filologia classica, insegna presso l’Università di Bari. I suoi principali temi di ricerca sono la letteratura tecnica antica e bizantina, e la sua ricezione in età moderna, e la storiografia antica. In particolare, dopo aver curato le edizioni critiche della Rhetorica militaris di Siriano (Discorsi di guerra, Bari 2010) e dell’anonimo De militari scientia (Appunti di tattica, Besançon 2018), più di recente si è occupata di Frontino, con un saggio («Exempla per vincere e dove trovarli. Introduzione agli Strategemata di Frontino», Bari 2020) seguito dalla traduzione commentata degli Stratagemmi per la collana Rusconi Classici greci e latini (Sant’Arcangelo di Romagna 2022).
Oltre a far parte di comitati scientifici e di redazione di alcune riviste internazionali di antichistica, svolge attività di consulenza e divulgazione per i temi attinenti alle sue linee di ricerca. È tra i componenti del Comitato scientifico della collana diretta da Alberto Angela «Genio. La grande storia delle scoperte che hanno cambiato la nostra vita» (Gedi, Rai).

La peste (e altre cose che in un romanzo sarebbero tacciate d’inverisimili)

Le sue pagine, Professore, offrono considerevole spazio alla peste milanese del 1630. Perché sono pressoché assenti i riferimenti alla Storia della colonna infame?
Si tratta di un’assenza voluta: quel libro tratta soprattutto del processo, che non è il tema del mio. Però alla Colonna Infame ho dato spazio nel titolo, anzi nel sottotitolo…

La peste apre l’Iliade, la prima opera della letteratura occidentale, e da lì in avanti è un tema onnipresente.
Dove risiede il fascino letterario delle epidemie?

Credo che non ci sia una ragione sola. In primo luogo, le epidemie stravolgono sempre la realtà, il mondo al quale siamo abituati; spaventano, terrorizzano, suscitano fortissime emozioni. La ricetta, insomma, per la costruzione di una narrazione potente e suggestiva. Inoltre, c’è la faccenda della loro imprevedibilità e della mancanza di spiegazione per le cause (questo è più vero in passato che adesso). Ciò scatenava la fantasia, soprattutto in epoche nelle quali le divinità fungevano un po’ da spiegazioni passepartout per tutte le cose che non eravamo ancora in grado di capire. L’ira degli dèi era la spiegazione più immediata, e da questa si partiva alla ricerca delle ragioni che l’avevano suscitata, individuando eventi o persone che venivano indicati come responsabili. Altre narrazioni, insomma, narrazioni nella narrazione che nella pressoché completa mancanza di conoscenze certe si possono sviluppare in ogni direzione e senza i limiti che il principio di realtà impone alle storie. Reale e immaginifico si mescolano l’uno con l’altro e ciò è per forza di cose affascinante.

Isolazionismo forzato, blocco della mobilità, volti nascosti da mascherine, delazioni manzoniane.
Perché taluni hanno reputato d’essere catapultati in un mondo distopico a colpi di approssimativi, ansiogeni ed apocalittici DPCM?

Anche qui ci sono tante ragioni, ma vorrei prima di tutto precisare che non si tratta di un fenomeno nuovo. Quello che abbiamo visto con il Covid lo abbiamo visto in tutte le epidemie del passato. Da una parte, c’è la sfiducia nelle istituzioni, che viene generata dalla constatazione che non sembra che riescano a far nulla per metterci al sicuro e che dunque, si conclude, hanno sempre millantato di poter svolgere una funzione che non sono in realtà in grado di svolgere. D’altra parte, l’eccezionalità dell’evento fa sì che molti lo osservino con incredulità: non esiste nessuna epidemia (i negatori delle peste sono registrati già da Tucidide, e tutti ricordiamo il signor Lucio manzoniano), si tratta solo di una finzione messa in giro dai governi per poter imporre nuove e più severe regole per soggiogare i cittadini (l’isolamento e i divieti di svolgere moltissime attività sono le strade che i governi hanno sempre adottato, a partire dalla peste di Atene, perché erano le sole che avevano mostrato di poter dare qualche buon risultato nel contenimento del morbo). C’è poi il fascino che esercitano le teorie del complotto, le teorie della cospirazione, oltre alla soddisfazione che si prova a stare dalla parte degli scettici, quelli che non si fanno abbindolare dalle favole, che non credono nei medici “di regime”, quelli con la mente libera, “professori di ignoranza e dilettanti di enciclopedia” che, come il signor Lucio di Manzoni, svettano quali abeti di pensiero autonomo sulla foresta di supini cespugli che ricordano un gregge di obbedienti e imbecilli pecore (che poi saremmo noi).

Di fronte allo stato d’eccezione, sia le posizioni dirittumaniste astratte che il sovranismo particolarista e populista, che dell’odierna egemonia neoliberale costituisce non l’alternativa bensì una scissione conservatrice, condividono invero lo stesso atteggiamento suprematista.
Quali sono le ragioni sottese alla rinuncia a guardare l’alterità?

La società è una costruzione artificiale, così come lo è l’uguaglianza. Quest’ultima nasce con l’artificio di Rousseau dell’invenzione del cittadino, un artificio a partire dal quale è possibile costruire la moralità politica che è alla base delle nostre democrazie. Dal punto di vista fisico, biologico, è evidente: siamo tutti diversi. Ci sono persone più forti, più belle, più intelligenti, più coraggiose di altre. Tuttavia, e qui sta la svolta geniale, questo è vero in natura ma non è rilevante in politica. Se entriamo nel mondo con tutte le nostre differenze e con tutte le nostre particolarità, entriamo nella società politica come individui costruiti normativamente come uguali, come cittadini. Sono i cittadini, non gli uomini, ad avere diritti e doveri, diritti e doveri verso gli altri cittadini. La svolta è geniale ed è epocale: quell’uguaglianza che in natura non esiste, viene costruita in politica, e così nasce una base per la costruzione dei diritti, del diritto moderno, democratico, protettivo, accogliente. Norberto Bobbio è lapidario: i diritti sono una lotta contro la natura, e aggiungo che si tratta di una lotta che non dobbiamo mai abbandonare perché perderla significherebbe la caduta di tutto.
Tuttavia, siamo forse tutti quanti portatori, chi più e chi meno sano, di quella che chiamo la Sindrome del Marchese del Grillo, quella malattia congenita che ci porta a ritenere di poter legittimamente fare cose che invece agli altri devono essere proibite. I più vecchi, come me, ricorderanno di essersi indignati quando un famoso tenore (Luciano Pavarotti) e un campione sportivo (Valentino Rossi), condannati per evasioni fiscali milionarie, furono ricevuti dal Ministro delle finanze in persona e, in un tripudio di sorrisi, strette di mano, fotografi e telecamere, concordarono direttamente un “patteggiamento” per restituire parte di quanto da loro sottratto illecitamente all’erario. Eppure, con eccezioni che in quanto tali non fanno statistica, nell’indignarci non ci ricordavamo di quel conto dell’idraulico o di quella visita specialistica che abbiamo pagato in contanti perché “Se le serve la fattura, ovviamente la cifra è più alta”. Ogni automobile parcheggiata sulle strisce pedonali è una manifestazione dello stesso atteggiamento, della stessa Sindrome: io adesso non sono un pedone e di quei pedoni (che non sono io) me ne fotto. Casomai, mi preoccupo di guardare che in giro non ci sia un vigile urbano.
Sembra che con la peste o con il covid non c’entri niente, ma non è così. Quei pacchetti di sigarette che tanti, non fumatori, portavano con sé nei giorni del lockdown per poterli esibire a un eventuale controllo come lasciapassare (era permesso uscire per comprare le sigarette e le sigarette vengono vendute senza obbligo di rilasciare lo scontrino) e tutti gli atri escamotage per uscire di casa cercando un varco nelle pieghe delle norme. So di casi in cui cavalli – sì, avete letto bene: cavalli – ospitati a pagamento in costose e attrezzatissime strutture, venivano visitati quotidianamente da ricche e spensierate proprietarie che per farlo attraversavano in automobile tre o quattro comuni, per poi salirci in groppa e vagare bucolicamente. Era permesso accudire gli animali domestici, la norma non era precisissima e quindi oltre ai cani e ai gatti c’era spazio anche per i cavalli; dunque “si può fare”, cioè si può andare in giro in auto in strade nelle quali la circolazione era severamente regolamentata, incuranti del fatto che così si aggrava la condizione del personale che le pattuglia per far rispettare un divieto di spostamento che non serve ribadire quanto fosse fondato su solide evidenze sanitarie.

Il punto, secondo me, è che siamo cittadini formalmente ma lo diventiamo anche sostanzialmente solo quando ci serve. C’è un famoso e famigerato discorso della Thatcher: non esiste la società, esistono persone che hanno un portafoglio e non c’è nessuna ragione per la quale si debba chiedere a qualcuno di tirare fuori dei soldi dal proprio portafoglio per pagare tasse che servono a dare una casa ad altri con i quali non esiste nessun rapporto. Questo pensiero è aberrante, è la negazione delle basi per l’esistenza di ogni moderna società politica. Ed esprime la stessa logica di chi, per esempio, rifiutava di indossare la mascherina sulla base del fatto che “Sono io che mi ammalo, casomai”, incurante del fatto che così aumentava le probabilità che altri – con i quali non aveva nessun rapporto, nessun dovere – si ammalassero e magari morissero.

Dichiarazioni quotidiane ossessive, psicotiche, paranoiche, semplicistiche perché limitantisi a snocciolare dati statistici privi di spiegazioni logiche ma nessuna analisi. Qual è la ragione per la quale, a tutt’oggi, manca una disamina storica, sociale, critica e genealogica della cosiddetta “pandemia da coronavirus”?

In realtà una spiegazione c’è: si tratta di uno spillover, del passaggio di un virus da una specie a un’altra, e non si tratta di un evento eccezionale. Le tante “aviarie” o “suine” sono nate così, e lo stesso vale per tante altre epidemie che non abbiamo notato o perché sono state tempestivamente circoscritte o perché non sono così tanto pericolose da causare allarme. Esiste una letteratura sterminata su queste malattie che veterinari, medici, biologi studiano da decenni. La diffusione rapidissima dipende dalla rapidità e dalla mole degli spostamenti di persone e di merci che avvengono nel mondo; oltre al fatto che nel caso del Covid non si ha un’immediata manifestazione del contagio: soggetti contagiati e contagiosi rimangono spesso apparentemente sani per settimane e per settimane vanno in giro tranquilli, ignari di essere portatori del contagio. Direi che è la ricetta perfetta per una pandemia.
Quanto all’analisi, anche quella c’è stata. Dopo poche settimane dalla presa d’atto che stavamo entrando in una pandemia il virus era stato “mappato” e la lettura delle sue varianti aveva permesso di individuare il percorso del contagio, oltre che di chiarire ulteriormente le fasi del “salto di specie”. Senza questa fase, non avremmo certo avuto a disposizione i vaccini (ottimi vaccini, ci tengo a precisarlo, casomai ci fossero dei dubbi) in tempi così rapidi.
La comunicazione politica non è stata così attenta, questo va detto. E al di là dei difetti della comunicazione, politicamente sono stati commessi errori un po’ da tutti e quasi tutti hanno preso almeno qualche decisione scellerata. Senza arrivare ai livelli demenziali di chi, come il passato presidente del Brasile, dichiarava sostanzialmente che il Covid era una faccenda che riguardava i deboli e che quindi un popolo virile e orgoglioso non avesse nulla da temere, di stupidaggini ne abbiamo sentito tante. E di scelte politiche scellerate ne abbiamo visto tante, a cominciare da quella di far proseguire quasi come se niente fosse tante attività produttive che francamente non erano essenziali in un periodo di pressoché totale pausa forzata dell’economia.
Credo però che parlare della sola classe politica sia riduttivo e che sia più opportuno parlare di classe dirigente, cioè di politici, associazioni industriali e dirigenti amministrativi.
Penso alle tante fabbriche che di fatto non hanno chiuso per nemmeno un giorno, oppure alla corsa che certi rettori (tra i quali quello che purtroppo era il mio) hanno fatto per riaprire le attività “in presenza” quando tutto suggeriva di proseguire con la prudente attività online. Il primo di settembre del 2020, per dire, nonostante le mie proteste ho tenuto una sessione di esami in università, con un centinaio di studenti spaventati in un ateneo quasi completamente deserto e in un silenzio surreale. Due giorni dopo, veniva decretata per legge una nuova chiusura in tutta Italia. Sono soltanto alcuni esempi, credo che chiunque ne possa aggiungere altri.

Le società capitalistiche sono state rese sempre più deboli e disuguali da decenni di guerra ai salari ed ai diritti delle classi subalterne, dalla demolizione del welfare e dall’imporsi di forme di coscienza ultracompetitive.
Ebbene, in qual misura la pandemia di Covid-19 ne ha fatto emergere le intrinseche contraddizioni?

In tutta onestà non vedo contraddizioni, ma vedo piuttosto il risultato di un sistema capitalistico che è stato progressivamente liberato dai freni. Personalmente, non sono affatto “anti-capitalista”, ma nel senso che non sono contrario al sistema capitalistico con correttivi giuridici nel quale sono cresciuto, che è molto diverso dal sistema capitalistico che osserviamo adesso e che assomiglia sempre di più al modello del padrone della ferriera che lavoratori e sindacati hanno combattuto nel mondo dalla metà dell’Ottocento fino alla costruzione di forme di stato sociale.
Bene (anzi, male): quel modello nel quale la mia generazione è cresciuta adesso non c’è più. Il contratto collettivo di lavoro, la più importante conquista del sindacato, è stato svillaneggiato anni fa dal cosiddetto “referendum” che Marchionne ha imposto ai suoi dipendenti, con il quale sostanzialmente chiedeva loro di scegliere tra accettare di lavorare a condizioni peggiori di quelle fissate dal contratto collettivo o andarsene a casa. Non giriamoci intorno, perché era così. Il tutto con i giornali che andavano in brodo di giuggiole e con gli editorialisti che facevano a gara a chi fosse quello al quale il suono della parola “Marchionne” provocasse l’erezione più poderosa. Dopo la sua prematura morte, abbiamo avuto anche la santificazione. Bene, se questo è stato possibile è perché è dalla fine degli anni Novanta che il contratto collettivo è stato progressivamente demolito dall’emergere di forme di lavoro dipendente prima inedite e, mi permetta, anche impensabili. I lavoratori formalmente “affittati” alle aziende dalle agenzie di lavoro interinale, che si distinguono dai “caporali” solo per un escamotage giuridico ma che, di fatto, realizzano quell’intermediazione nel rapporto di lavoro che è proibita dalla nostra Costituzione. Il posto fisso che viene presentato come una chimera da misoneisti o da fannulloni; e non dalla Confindustria, ma dal segretario del Partito Democratico in camicia bianca accolto con una standing ovation. Il volere “dei mercati” – legittimo volere, sia chiaro – che viene presentato come se fosse non l’espressione di una delle tanti parti in causa nello scenario dell’economia ma come un dato di fatto del quale si può soltanto prendere atto. È né più né meno che “l’abuso apologetico” del quale parlava Popper: mascherare le decisioni politiche da constatazioni dell’inevitabile.
Lavoratori che non hanno la ragionevole certezza di essere ancora al lavoro domani non possono fare altro che accettare qualsiasi condizione venga loro imposta dai datori di lavoro. La serrata non esiste più, ma esiste la cosiddetta “delocalizzazione”, che in pratica è la serrata di una fabbrica in Italia e la sua “riapertura” in Polonia o in un altro Paese europeo con stipendi medi più bassi.
La pandemia, quindi, non ha mostrato nessuna contraddizione del sistema, ma casomai avrebbe potuto far vedere meglio quello che è diventato il sistema. E dico “avrebbe” e non “ha” solo perché non credo che davvero tutto ciò sia risultato così evidente, dato che la classe dirigente ha cercato di mettere tutto sotto il tappeto.
A un certo punto, per tornare al Covid, c’è stato un liberi-tutti. Le regole di contenimento sono state ritirate, con comprensibile sollievo generale, e di fatto la pandemia è stata dichiarata politicamente morta. Non avevamo più l’appuntamento serale con il Presidente del Consiglio che snocciolava i numeri dei decessi, ma se l’avessimo avuto lo avremmo sentito pronunciare cifre paragonabili a quelle delle prime settimane del lockdown. Quando va bene, siamo sui cento morti a settimana, e non è raro che si arrivi a cifre ben più alte. Questi sono dati di fatto, ma sono dati di fatto che non vogliamo sentirci ricordare oppure che è inutile che ci vengano ricordati, perché tanto non possiamo farci niente. Non possiamo rifiutarci di andare a lavorare se sappiamo che nel nostro luogo di lavoro c’è un focolaio, perché ciò significherebbe con tutta probabilità soltanto che il nostro contratto non verrà rinnovato. Nessuna contraddizione, quindi (ripeto), ma solo la realtà che irrompe a farsi beffe delle nostre confortevoli illusioni.

Persio Tincani (La Spezia, 1968) è professore associato e insegna Filosofia del diritto e Teoria dell’interpretazione. Si occupa di etica normativa e dei rapporti tra diritto e letteratura. È autore di Argomenti di giustizia distributiva (Torino, 2004), «Ovunque in catene». La costruzione della libertà (Milano, 2006), Le nozze di Sodoma. La morale e il diritto del matrimonio omosessuale (Milano, 2009), Perché l’antiproibizionismo è logico (e morale) (Milano, 2013), Filosofia del diritto (Milano-Firenze, 2017), Identità e meraviglia (Milano, 2020), Raccontare la società. Politica e diritto nella letteratura e nelle altre arti (Milano, 2022), La peste (e altre cose che in un romanzo sarebbero tacciate d’inverisimili) (Milano, 2023) e del romanzo Come un solco nel mare (Milano, 2021). Ha curato la pubblicazione di numerosi volumi e delle antologie Viva la Rivoluzione! (Milano, 2006) e Diritti e culture (Torino, 2014). Ha pubblicato un centinaio di saggi su volumi collettanei e sulle principali riviste scientifiche. È membro del comitato scientifico di «Ordines», di «Diacronìa», della collana «Filosofi e filosofie del diritto» e del comitato di direzione della collana «Ombre del diritto». Dirige la collana «Storia del pensiero».

Elogio della consunzione epica

“Elogio della consunzione epica” è un immaginario epistolario fra divinità e protagonisti del pantheon greco.
Quali sono gli obiettivi che si prefigge?

Il libro si propone di attualizzare il mito alla luce della storica vicenda moderna contingente. In questo contesto, attraverso le epistole, si realizza un’umanizzazione del processo di epicità semantica dei miti, dimostrando che il mito è eterno al di là del tempo. L’opera mira a riflettere in modo diacronico i fondamenti strutturali dell’animo umano, evidenziando la perpetua rilevanza e universalità delle tematiche mitologiche, di per sé connotate di una radice archetipica. In tal modo, si instaura una connessione profonda tra il mondo mitologico e la contemporaneità, sottolineando la continua risonanza delle vicende epiche nell’evoluzione diacronica dell’uomo.

Desideri, gelosie, vendette, amori, conflittualità, gioie, rivalità, egoismi: in qual misura l’Olimpo greco possiede la caducità tipicamente umana?

L’Olimpo greco emerge come un reame divino, ma sorprendentemente, la sua trama intricata di passioni rivela una caducità umanamente tangibile. In questa rappresentazione, si attinge in modo originale alla capacità del mito di colmare lacune cognitive, dando vita a una dimensione mitologica che si intreccia con fragilità e mutevolezza umane. Le epistole, veicolo privilegiato per questa rievocazione, antropomorfizzano i personaggi mitologici, consentendo una comprensione più intima delle loro peculiarità simboliche e rafforzando il legame tra la divinità e l’umano nella riscoperta di una connessione universale.

Dottoressa, il titolo del testo si configura come criptico: dal punto di vista della neuropsichiatria, per quali motivazioni la consunzione, quantunque epica, è meritevole di elogio?

Il titolo, originale nella sua apparente cripticità, riflette l’implicito apprezzamento per l’approccio profondo alla mitologia, interpretato alla luce della drammatizzazione della modernità contingente. Come neuropsichiatra rievoco vicende di ascendenza mitologica con l’obiettivo di esplorare la percezione comune dell’astrazione simbolica.
In maniera simmetricamente opposta il mito supplisce all’indigenza cognitiva di decodificare l’anarchico dispiegarsi della molteplicità dei fatti umani. Si inaugura così una riflessione sulla capacità intrinseca dei miti di offrire significato e comprensione in situazioni complesse, contribuendo in modo tangibile al benessere cognitivo ed emotivo. In sintesi, la consunzione umanizza l’epicità mitologica; attraverso la narrazione della poliedricità dei sentimenti di eroi e dei si colora la monocromia dell’assoluto.

Spiritualità irrisolta di forze ed entità soprannaturali: eppure, l’Olimpo è eterno.
Come si combina la transitorietà con l’eternità?

Nell’ampio scenario di miti che danzano sull’Olimpo, meditiamo sulla fugacità delle passioni umane, incarnate, ad esempio, nelle intricate relazioni di dèi quali ad esempio Zeus ed Era. Le loro discordie, vissute con la vivacità delle emozioni umane, si sublimano in narrazioni immortali, tessendo il filo dell’eternità transgenerazionale. Analogamente, l’amore ardente di Eros e Psiche, con le sue sfide e vittorie, diventa un raffinato specchio del costante gioco tra temporalità ed immortalità.
Nel cuore della spiritualità dell’Olimpo, i miti si configurano come lampi intermittenti nell’arazzo del tempo, catturando l’essenza effimera delle emozioni umane. L’Olimpo, quindi, si rivela non solo il palcoscenico di divinità maestose, bensì un teatro umano dove gioie e tribolazioni mortali sono raffigurate con pennellate divine. Questi miti, incarnazioni dell’effimero, persistono nel tempo, colmando l’abisso tra la transitorietà dell’esperienza umana e l’eternità archetipica, creando un legame culturale senza tempo. In questa intricata danza tra immanente e trascendente emerge un continuum che, con raffinata eleganza, connette passato, presente e futuro, tessendo la trama immortale della nostra esistenza.

La mitologia, da sempre, offre suggestive chiavi interpretative della condizione umana.
Ebbene, le neuroscienze trovano un archetipo nell’immaginazione e nella fantasia dell’elaborazione mitologica?

Certamente, le neuroscienze riconoscono un legame profondo tra l’immaginazione mitologica e complessi processi cognitivi. L’elaborazione mitologica si configura a tal proposito come un archetipo nelle neuroscienze, con risonanza nelle regioni cerebrali coinvolte nell’immaginazione, nella memoria emotiva e nella comprensione simbolica, come evidenziato da studi di neuroimaging, per la maggior parte fondati sulla risonanza magnetica funzionale (fMRI).
L’analisi delle attività cerebrali durante l’elaborazione mitologica rivela l’attivazione di una “rete della narrazione” del cervello, coinvolgente regioni chiave come l’ippocampo per la memoria, il precuneo per l’immaginazione e la corteccia prefrontale per il ragionamento narrativo. Questa rete supporta la costruzione e la comprensione di narrazioni complesse, sottolineando la capacità innata di concepire e apprezzare miti attraverso intricate funzioni cognitive.

Un aspetto significativo risulta in aggiunta il coinvolgimento del sistema dopaminergico, associato alle emozioni e alla ricompensa. Questo aspetto potrebbe spiegare l’irresistibile coinvolgimento ed eccitazione suscitati dalle narrazioni mitologiche, suggerendo una connessione diretta tra il piacere emotivo e la fruizione di queste storie.
In conclusione, l’indagine neuroscientifica nell’ambito della mitologia fornisce una prospettiva approfondita sulla connessione intricata tra la fantasia mitologica e i processi neurali, sottolineando il ruolo cruciale che il cervello gioca nella creazione, interpretazione e apprezzamento delle narrazioni mitologiche.

Valentina Rapaccini
Laureata con lode in Medicina e Chirurgia nel 2015 presso l’Università Campus Bio-medico di Roma, successivamente specializzata in Neuropsichiatra Infantile nel 2022 presso l’Università di Tor Vergata. Attualmente lavora presso il Servizio territoriale di Neuropsichiatria Infantile e dell’età evolutiva della UslUmbria2 nella sede di Terni. Ha un incarico di docenza universitaria presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma.
Attualmente collabora con le autorità competenti e le forze dell’ordine per il monitoraggio e la gestione delle dipendenze giovanili, organizzando periodicamente corsi di formazione e aggiornamento per il personale specializzato. Tra le varie società scientifiche cui risulta attualmente iscritta, è in particolare membro della ISSED (International Society for Study of Emerging Drugs). Ha pubblicato in precedenza due libri sulla neuropsichiatria e le sue ricerche sono attualmente edite su riviste internazionali peer reviewed.
Elogio della consunzione epica, un immaginario epistolario fra divinità e celebrati protagonisti del pantheon greco, pubblicato a dicembre (2023) è il suo terzo libro.

Un anno di gioia

Ci avviciniamo al centenario della nascita di Goliarda Sapienza: quali sono le ragioni che rendono oggi interessante colei che definivano “Goliarda non esiste. Lei è l’esistenza”?

Goliarda Sapienza è una figura imponente e complessa che, nonostante le alterne vicende editoriali ha lasciato la sua traccia indelebile nella Storia, nel cinema, nella letteratura e nel costume del Novecento. Attraverso il suo corpo, la sua voce e la sua penna Goliarda ci arriva aldilà delle facili e moraliste catalogazioni ed è superando ogni tentativo di cristallizzarne la figura che la donna e la scrittrice -l’intellettuale avremmo detto una volta– si rivela in tutta la sua verace realtà pur rimanendo sempre sfuggente.

“Goliarda è l’esistenza” è vero.

Ha vissuto mille vite in una sola. Tutte a modo suo, tutte pienamente nonostante le privazioni e le difficoltà. Ha saputo riemergere da sé stessa senza diventare “personaggia”. Lei vera e reale nella sua personalità multiforme che reclamava e reclama ancora dalle sue pagine di non essere definita in nessun modo.

Quindi perché è interessante parlare ancora oggi di lei e affrontare l’impervio viaggio della celebrazione del suo centenario? Perché in questi tempi cupi di forte polarizzazione un’autrice che rivendica per sé “la sua parte di gioia” e il diritto a non essere catalogata mi sembra ancora di forte ispirazione per noi donne adulte e per le giovani generazioni.

E soprattutto perché nelle sue pagine possiamo trovare il senso dell’avventura, il desiderio di indipendenza e la rivendicazione del desiderio tutto espresso con una naturalezza disarmante e forse uno dei compiti della letteratura è quello di disarmarci rispetto ai nostri preconcetti. Ecco posso dire che Sapienza mi ha disarmata.

In un’intervista pochi anni prima di morire, Goliarda Sapienza disse: “Ho imparato tutto dal cinema, ho imparato a scrivere dalla macchina da presa”.
Quali tratti squisitamente cinematografici è possibile scorgere nella texture narrativa dei romanzi di Sapienza?

Beh, Goliarda dopo l’Accademia di Arte Drammatica che mai terminerà a causa della occupazione nazifascista del nostro paese – ha avuto un ruolo importante all’interno della Resistenza romana per cui fu costretta alla clandestinità e sebbene non abbia mai voluto dare troppo risalto a questo aspetto della sua vita sappiamo che l’esperienza la segnò profondamente- al finire della guerra recitò al teatro e al cinema lavorando con registi del calibro di Alessandro Blasetti, George Wihelm Pabst, Mario Camerini, Comencini, Visconti – è la ragazza che lancia i volantini in Senso- Marguerite Duras e Paolo Franchi. Ma è con Citto Maselli, regista vicino al PCI e con cui avrà una lunga storia di amore e di arte, che Goliarda inizierà anche a scrivere per il cinema perché di fatto, ancor prima della raccolta di poesie “Ancestrale”, lei inizia a scrivere per il cinema di Maselli.

Questo ha sicuramente lasciato una traccia nella sua scrittura, nella struttura dei dialoghi, nel potere icastico di certi passi in cui ti sembra di veder emergere dalle pagine le immagini evocate.

Per Goliarda Sapienza la realtà del paese si poteva conoscere andando in ospedale, in manicomio e in carcere. Così scrive ne l’Università di Rebibbia: “Vedi, qui la giornata è così piena di avvenimenti che alla fine diviene come una droga […]. Si torna a vivere in una piccola collettività dove le tue azioni sono seguite, approvate se sei nel giusto, insomma riconosciute […] non sei sola come fuori […]”
Quale posto occupano la collettività e lo specchio degli altri nella sua produzione letteraria?

Ho iniziato a leggere Sapienza da “Le certezze del dubbio” con un gruppo di lettura e in questo piccolo volume – che ho scoperto poi essere il seguito di L’università di Rebibbia- già si intuiva il bisogno della autrice di gettarsi nella realtà difficile e complessa del carcere che la società relega ai margini.

La collettività a cui fa riferimento Sapienza è quella di un gineceo liberato perché ormai già “passato in giudicato” dove ciascuna trova una sua collocazione nella piccola collettività.

La cella di Suzie Wong e il suo pranzo della domenica nell’ Università di Rebibbia sono la descrizione perfetta della sensazione di ritrovata appartenenza al genere umano dopo un periodo difficile passato “fuori” e la “malattia del carcere” spesso evocata ne “Le certezze del dubbio” è proprio la ricerca di tornare a quella routine ordinata che all’esterno deflagra in mille tentativi di conciliare la propria dimensione con quella della società.

In questi due volumi ci regala il racconto di una Roma all’alba degli anni ottanta dove tra lo sgombero delle case popolari del centro storico, le attività di supporto ai detenuti politici a cui fa chiaro riferimento e la diffusione dell’eroina già si vedono chiari i segni del progressivo sgretolarsi del tessuto cittadino.
Una fotografia lucida e spietata con cui dobbiamo fare i conti.

“Ecco la strada giusta: bisognava, così come si studia la grammatica, la musica, studiare le emozioni che gli altri suscitano in noi.”
Ciò da L’arte della gioia: qual è la via per l’autodeterminazione?

La via per l’autodeterminazione è sopravvivere alla memoria che o non c’è o tormenta, un quadernone con una penna biro, qualcuno con cui progettare libri e fughe, un pacchetto di sigarette, soldi a sufficienza e libri.
Rivendicare il proprio diritto all’esistenza e al desiderio solo perché si è vivi. Non lasciarsi incasellare dalle definizioni, non farsi abbattere o fermare dal vociare dei pettegoli. Procedere, amare, ridere di tutto anche in mezzo alla tragedia. Lasciare piccole tracce di sé negli amici.
Riconoscersi capaci di desiderio e non aver paura ad assumersene la responsabilità.
Riassumendo: indipendenza economica, libertà emotiva, una rete di solida per sostenersi, stimolarsi e non smettere mai di aggiornarsi sul mondo che ci circonda.

Lei ha ha ideato e fondato “Il Talento di Roma”.
Quali scopi si prefigge il Progetto che coordina?

Il Talento di Roma è un progetto online e offline che attraverso gli eventi legati ai libri, le esplorazioni urbane e la programmazione on line si prefigge l’arduo ma non impossibile compito di far riscoprire ai residenti la città eterna e le cose belle che ancora ci sono per creare una comunità capace di tornare a parlare e progettare insieme spazi di confronto libero e costruttivo i cui effetti positivi possano ripercuotersi su tutta la cittadinanza.

Attraverso i gruppi di lettura e itinerari non turistici della città cerchiamo di incentivare la conoscenza della città. Organizziamo eventi culturali, cerchiamo di creare una rete di collaborazioni che possano incidere positivamente nel panorama culturale e sociale cittadino.

Credo fortemente che Roma non sia solo il cono dicotomico tra Suburra e Caro Diario, che si meriti di più della speculazione mafiosa del tavolino selvaggio e del saluto romano delle arcinote liturgie fasciste che la funestano da tanti anni e che sia il momento di far conoscere quanto di vivo e vitale arde sotto la cenere che sembra volerci soffocare tutti, continuando anche a raccontare le energie resistenti che ancora animano questa meravigliosa città.

Penso sia compito di ciascuno di noi, secondo le rispettive riprendere in mano- tutti insieme- la narrazione di Roma che merita ancora tutta la nostra gioiosa e coraggiosa attenzione e partecipazione.

Io ci sto provando insieme ai miei collaboratori e nonostante a volte sia faticoso ci sta dando grandissime soddisfazioni. Se volete seguirci digitate il Talento di Roma sulla barra del vostro motore di ricerca e troverete il sito e gli account social.

Chiara Mazza
Nata a Roma il 17 aprile 1980, vive con un figlio quasi maggiorenne, un cane, un gatto e un pesce rosso immortale. Scrivere per altri è da sempre il suo lavoro. Crede nel potere delle parole e che Roma sia il suo posto nel mondo per questo ha fondato “Il Talento di Roma”. La sua cifra stilistica è la fattività che la porta a cercare di realizzare anche i progetti più ambiziosi. Per Tempesta Editore cura la collana “Daje”. Organizza eventi culturali e rassegne letterarie. Adepta alla fede della colazione al bar, ama guidare e non può stare troppo lontana dal mare.

Il femminicidio in Italia. Cinque anni all’inferno

Il femminicidio può essere attribuito al caso o è un fenomeno con radici culturali e sociali profonde, tenendo presente che, secondo un recente rapporto Eures, in Italia viene assassinata una donna ogni sessanta ore?

Dalle storie che io ho esaminato nella ricerca che ho condotto dal 2018 al 2022, il femminicidio non è un caso, né un atto di impulso imprevisto ed imprevedibile. Ogni femminicidio è premeditato, è covato nel tempo nella mente del femminicida. Non solo, il femminicidio trova legittimazione nella nostra millenaria cultura. Se pensiamo che il delitto d’onore in Italia è stato abolito solo nel 1981, ci rendiamo conto come sino a pochi anni fa uccidere la propria moglie o una donna della propria famiglia fosse considerato un atto socialmente accettato e legalmente giustificato. Adesso formalmente questi crimini sono puniti senza attenuanti formali, ma rimane un sottofondo culturale e una arretratezza del nostro codice penale che ancora oggi lasciano ampi margini di legittimazione a questi reati. Manca per esempio nel nostro ordinamento giuridico il reato di femminicidio, che potrebbe cambiare molto l’approccio a questi delitti.
Per quanto riguarda i dati numerici del fenomeno nella mia ricerca ho rilevato che attualmente non c’è un sistema di rilevazione dei femminicidi veramente attendibile. E’ assente un vero rilevamento basato sul movente di genere, come io ho cercato di fare nella ricerca che pubblico nel mio libro. E penso che purtroppo il fenomeno sia più esteso di quanto i numeri diffusi dicano.

Si reputa che la intimate partner violence si riveli una strategia per “fare il genere”, e per “fare le maschilità”. La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che la lingua sviluppa dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?

Le convinzioni culturali si esprimono in tanti modi. Alcuni concettualmente più elaborati e sofisticati, altri più immediati e diretti. Ma la sostanza non cambia. Anzi, nelle battute più dirette si svela il pensiero delle persone. Il linguaggio, le parole che usiamo sono rivelatrici di ciò che pensiamo. In questo senso, soprattutto i proverbi, gli stereotipi, i cosiddetti luoghi comuni e “modi di dire” sono in realtà potenti veicoli di concezioni culturali. E relativamente al rapporto uomo-donna, nella nostra cultura esistono una infinità di espressioni che di fatto pongono il maschio in una posizione dominante rispetto alla donna e lo autorizzano a maltrattare e ad usare violenza sulle donne. Il passo da ciò che si pensa a ciò che si fa poi è brevissimo.

Chi paga le conseguenze del femminicidio ed in quali forme?

Le prime vittime naturalmente sono le donne. Tutte le donne, sia le vittime dirette, sia le donne della sua famiglia, sia le donne della sua comunità. E più estesamente tutte le donne. Perché questi eventi, nella loro tragicità e crudeltà diffondono un senso di insicurezza e paura. Avvertono che non si è sicure nemmeno nelle proprie case, nella propria famiglia, nella propria città, nella propria comunità. Indicano che rispetto al maschio la donna “deve” adottare un surplus di precauzioni ed accortezza per evitare di essere vittima di aggressioni, violenze, stupro. Che permane una cultura maschilista che ripropone un presunto primato maschile sulla donna.
Poi ci sono i bambini e le bambine. Nella mia ricerca, che copre il periodo 2018 – 2022, 26 sono stati uccisi dai loro papà. In alcuni casi uccisi assieme alla madre. In altri casi uccisi dai loro papà, in una sorta di ruolo di Medea maschile, che uccide i figli per “punire” la loro madre per averli lasciati. In più ci sono i minori orfani, nella mia ricerca 190. Per questi si fa ancora troppo poco sia in termini di sostegno finanziario sia in termini di sostegno sociale e psicologico.

I media, soprattutto le cronache televisive, offrono ampio spazio alle voci di famiglie che rifiutano di ripiegarsi nel silenzio e nella discrezione,
esponendosi giornalmente. Qual è il loro fine?

Dalla mia esperienza, i famigliari delle vittime di femminicidio tendono ad evitare di esporsi attraverso interviste e servizi giornalistici e televisivi. Raccontare tramite i media una perdita così dolorosa non è facile. Nello stesso tempo c’è il bisogno di fare conoscere il male che è stato fatto alla loro famigliare e a loro stessi. Alla ricerca, penso, di una solidarietà unanime senza se e senza ma, come è dovuta. Invece dei media mi auguro che abbiano sempre come fine quello di informare correttamente il pubblico e di aumentare la consapevolezza della gravità del fenomeno della violenza sulle donne. E per raggiungere questi obiettivi devono stare molto attenti ad evitare spettacolarizzazioni del dolore, vittimizzazioni secondarie e forme di giustificazionismo dei femminicida.

Le norme religiose, a cui sono poi seguite le leggi civili, hanno acuito le disparità e le differenze tra maschi e femmine. Qual è ad oggi lo status delle discriminazioni di genere, soventemente preludio a forme di violenza?

Le teologie e le religioni hanno accompagnato ed accompagnano la nostra cultura. Ed è indubbio che le religioni più diffuse propongano un “Dio” maschile da cui deriva una concezione che assegna un primato alla figura maschile nella vita sociale e nella stessa vita religiosa.
Le religioni, inoltre, unite alla nostra tradizione culturale greco-romana hanno prodotto un costrutto ideologico di inferiorità della donna da cui sono derivati pregiudizi e discriminazioni, che a mio avviso anche attualmente rimangono radicati culturalmente e che sono le fondamenta della violenza di genere. Il primo, secondo me, pregiudizio verso le donne che rimane vivo è la non libertà di decidere di sé e del proprio corpo. La convinzione che sul piano della libertà sociale, sentimentale e sessuale la donna non possa godere ed essere considerata uguale all’uomo penso sia la forma di discriminazione maggiormente radicata nella nostra cultura e che fornisce il terreno su cui si innescano le situazioni di violenza.

Antonio Gioiello è psicologo-psicoterapeuta con esperienza nel settore delle dipendenze patologiche, della salute mentale e dei disturbi da abusi e maltrattamenti. Lavora all’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza presso il Centro di Salute Mentale di Corigliano Calabro. È presidente dell’associazione Mondiversi ets che gestisce il Centro Antiviolenza Fabiana e due Case Rifugio per donne vittime di violenza. È componente dell’Osservatorio regionale sulla violenza di genere della Calabria.

Gli affidabili: Cronache di provincia globale

Privilegi, concorsi truccati, reti clientelari, infiltrazioni mafiose, accordi prestabiliti a livello nazionale su chi deve comandare e dove, criteri gerontocratici di scelta, lobby bianche, rosse e nere, intrecci politici ed economici.
Molte sono le inchieste sull’ “università dei baroni” e generale è l’indignazione. Perché, allora, l’importante è non fare nomi?

Perché l’indignazione dura poco e chi fa nomi, poi, resta solo ad affrontare la ritorsione.
Del resto a chi è fuori della torre l’accademia sembra lontana anni luce dalla vita vera, e all’accademia questo va benissimo perché così può continuare a fare ciò che vuole.
Il grande fraintendimento è che si guarda a questo mondo come a una specie di Chiesa o di setta esoterica coi suoi riti e linguaggi misteriosi; ma gli interessi dietro le azioni di molti baroni, gratta gratta, non sono più nobili di quelli di una qualsiasi lobby di tassisti o d’imboscati alle poste. Semmai ci sono più sussiego e più formalità, e in questo è vero che l’accademia ha preso molto di certi aspetti peggiori della Chiesa: dalla gerarchia feroce alla curialità, dal conformismo censorio all’utilizzo della riprovazione sociale e dell’isolamento come armi dissuasive.

A Messina, “le indagini hanno mostrato le infiltrazioni mafiose e della ‘ndrangheta” e “la cosca Morabito è penetrata profondamente all’interno della Facoltà di Medicina e chirurgia”. Così scrive il pm Gratteri.
Quanto costa all’Italia questo “sistema” in termini economici?

Un’enormità. Eppure questo è un problema secondario per come la vedo io. Al netto degli immensi danni economici, l’impoverimento più grave per il paese è quello culturale e civile: lo spreco spaventoso di talento, di entusiasmo, di occasioni di crescita umana, di vite. Un’università dove vince chi non se lo merita, dove la moneta cattiva scaccia quella buona, non sarà mai in grado d’incidere significativamente sulla società. E infatti adesso succede l’esatto contrario: è l’università che insegue e blandisce la società, magari con la scusa della divulgazione (spesso fatta male, tra l’altro). Che rincorre goffamente parole e temi di moda per raggranellare l’elemosina di qualche like sui social, di qualche ospitata, di qualche rimasuglio di finanziamento. A patto, s’intende, che non la si disturbi sui concorsi e sulle altre beghe interne.

“Insaporire quel pezzo di pane con le spezie dell’illusione”: è alimentando false speranze “a furia di lusinghe” e contratti da fame che si compra il silenzio di chi non ha santi in paradiso?

Sì, perché il precario è il primo a illudersi. Ha investito troppo lavoro, troppo tempo, troppe energie per ammettere che potrebbe non farcela. E così il rapporto tra barone e precario diventa un rapporto abusivo a tutti gli effetti: l’abusato ha il terrore di restare fuori, ignora i molti segnali d’allarme e vede solo le poche briciole che gli arrivano poco prima che la corda si spezzi. E quelle briciole gli bastano per convincersi che lui “non finirà come gli altri”. In ogni caso, nel dubbio è sempre meglio non protestare.

“La persona al centro”, sì, ma in cambio di ampie deroghe ai valori cristiani: dall’Infanzia all’Università il nostro sistema di istruzione è totalmente fallimentare? O c’è anche un’amarezza frutto di un’esperienza deludente?

C’è una parte d’amarezza autobiografica. Ma non penso affatto che sia tutto da buttare nel sistema scolastico italiano, università inclusa. C’è del buono e quel buono va salvato. Il problema è quando si sacrificano i singoli e le loro potenzialità in nome del sistema. Dietro queste azioni non c’è quasi mai il desiderio del bene comune, ma solo dell’adeguamento a un qualche conformismo vecchio o nuovo. Che poi i “valori” invocati per giustificare certe azioni siano quelli più o meno annacquatamente sessuofobici di tante scuole cattoliche, o i dogmi pedagogico-aziendalistici che stanno distruggendo la scuola pubblica attuale, o l’accettazione acritica del malaffare accademico, cambia poco.

Il tuo romanzo presenta pagine oltremodo realistiche e, probabilmente, i protagonisti non stenterebbero a riconoscersi.
Hai mai desiderato compiere anche un atto di denuncia sociale?

Più che di “denuncia”, parlerei di “riflessione” sociale. Ed è per questo motivo che i personaggi sono e devono restare letterari: così li si rende universali e il lettore può estenderli al suo vissuto.
Del resto il tema del libro non è “l’università” o “la scuola” o qualche altro contesto particolare. È il disagio nei confronti di una società dove vieni educato al rispetto di certi ideali di libertà, di stato di diritto, di bene comune, di spirito critico, ma poi vieni escluso se quegli ideali cerchi di rispettarli. Una società (nella scuola come nell’accademia, nelle parrocchie, nelle aziende, nei partiti, nelle polisportive) dove la riprovazione collettiva non colpisce chi fa qualcosa di disonesto, ma chi fa qualcosa di sconveniente o di anomalo. C’è un che di tribale in questa violenza omologante, qualcosa che infiamma la tensione che è in tutti noi tra desiderio di far parte del gruppo e il desiderio di sentirsi liberi (o, messa in negativo: tra la paura della solitudine e la paura delle catene).
Sarebbe bello se il racconto tornasse utile ad altre persone che hanno vissuto situazioni analoghe. Sono convinto che ci farebbe un gran bene discuterne.

Francesco Luzzini (1977) è naturalista e storico della scienza. I suoi studi riguardano le scienze medico-naturalistiche e la storia ambientale nell’Europa d’età moderna, con frequenti incursioni nell’età contemporanea. Attualmente affiliato all’Università Ca’ Foscari Venezia come Marie Skłodowska-Curie Fellow (2021-2024), ha insegnato e svolto ricerca per numerose istituzioni italiane ed internazionali: fra queste il Max-Planck-Institut di Berlino per la storia della scienza, la Johns Hopkins University, la University of Oklahoma, la Radboud Universiteit di Nijmegen, la Linda Hall Library di Kansas City. È Contributing Editor per la bibliografia della rivista «Isis» e membro di redazione de «Il Protagora».

Elsa de’ Giorgi

Storia di una donna bella

Elsa de’ Giorgi, attrice cinematografica e teatrale, scrittrice, scultrice, animatrice di salotti culturali, regista: qual è la sua voce originale ed autentica?
Nel panorama letterario italiano la sua è davvero una voce originale. Non assomiglia a nessuna delle scrittrici sue contemporanee. Intanto per i temi trattati, derivati del resto dalla sua particolare vicenda biografica. Storia di una donna bella, insieme a I coetanei, racconta uno spaccato di storia italiana da un punto di vista talmente specifico, quello di attrice, che non può trovare corrispettivi. E nello stesso tempo dà voce a tutta una generazione di artisti e di intellettuali riuscendo a creare una vera e propria “autobiografia collettiva”, miscelando alla perfezione Storia e fiction.
Poi per lo stile, in un certo senso performativo. È come se l’autrice/attrice si mettesse in scena anche nella scrittura. Salvo qualche termine che è segno dei tempi, il linguaggio è moderno, la sintassi è scorrevole eppure sempre ben studiata. Anche la punteggiatura, che a volte sembrerebbe non rispettare le regole, è a suo modo un tratto distintivo che caratterizza una prosa accattivante.
E ancora è unica nella lucidità di analisi della società e del tempo in cui si è trovata a vivere. Non ha paura di raccontare tutte le sfaccettature dell’epoca fascista e post-fascista, restituendo in maniera autentica l’Italia di allora, con tutte le ambiguità e gli errori che la contraddistinguono.
“Artista” è il termine in cui più si riconosceva, dichiarava in un’intervista confessione a Sottovoce: essere artista – spiegava – è dare “più attenzione alle cose e avere una particolare attitudine a sentire e a vedere le cose”, è dunque “un’intelligenza delle cose”. Questa intelligenza delle cose è perfettamente visibile in Storia di una donna bella. L’alter ego romanzesco, Elena, è sempre presente a sé stessa, nella continua ricerca di trasformare in azione un pensiero volto a realizzare un mondo ben diverso da quello in cui si trova a vivere.

“Mai, prima d’ora avevo sentito formicolarmi nel sangue un personaggio, mai avevo sentito, come ora in me la sua presenza costante, la necessità di dargli vita.”
Così a proposito della sua interpretazione di Desdemona nell’Otello.
In qual misura la guerra può essere reputata il turning point verso il Teatro?

La rappresentazione di Desdemona è centrale nel romanzo, perché lo è stato nella stessa vita di Elsa de’ Giorgi. È stato davvero un momento di rivelazione, di coscienza dell’arte della recitazione, ma anche proprio di vivere. In Storia di una donna bella attraverso il personaggio del Maestro, Elsa de’ Giorgi ci dice delle cose fondamentali di quel particolare momento storico. Come per molti intellettuali dell’epoca – e questo era già successo durante la Prima guerra mondiale – la guerra rappresentò un punto di svolta nella vita, nella coscienza, che si concretizzarono in un cambio di passo nello stile o proprio nelle strutture della narrazione. Elena (leggi Elsa) decide di dedicarsi al teatro, perché è «una cosa vera, difficile, che fa paura come la guerra». A teatro scoprirà, molto più che al cinema, da cui era stata profondamente delusa, che sul palcoscenico piò inventare una Verità più vera della vita e che finanche la Morte può essere rappresentata e resa credibile.
Come ha scritto Elio Pecora in anni recenti, la de’ Giorgi “racconta degli altri con le qualità e le acutezze dello storiografo”.
Crede che sia questo l’intento de “Ho visto partire il tuo treno”?

Elio Pecora non poteva trovare parole migliori per definire lo stile di Elsa. Nel Libro degli amici ne traccia un bellissimo ritratto. Del resto è stato una delle persone a lei più vicine e non a caso ha firmato la nota finale della riedizione di Storia di una donna bella, tracciando in pochi tratti le peculiarità della scrittrice: «Quel che nell’opera di Elsa de’ Giorgi parrebbe il portato di un protratto narcisismo è invece ricerca accanita di sé e consegna e restituzione di un tempo e di una società». Ho visto partire il tuo treno nasceva con l’intento di restituire dignità alla relazione con Italo Calvino, finita nel tritacarne mediatico, ma è un libro che racconta di molte altre personalità del tempo, restituendoci dei ritratti incredibili. Penso su tutti a Pasolini e Magnani. Credo che pochi altri abbiano avuto la capacità di raccontarceli così bene come Elsa de’ Giorgi.
“Sono bionda, occhi azzurri rimarchevoli, avvezza a sentirmi guardata” con una “espressione da attrice ingenua che interpreta una regina” confida al lettore de “Un coraggio splendente”. Difficile non pensare a un suo riflesso, tanto più che poco prima il suo personaggio ha risposto ad “un telefono bianco, come quello dei film fascisti”.
Ebbene, quale ruolo giocò Elsa nell’antifascismo?

Attrice famosissima negli anni Trenta, aveva esordito giovanissima come giornalista e partecipato a un concorso di fotogenia. Nel descriverla gli articolisti la definivano spesso bellissima, biondissima, italianissima. Già in questi superlativi c’è tanto della politica del tempo! E in un primo tempo sembra stare al gioco, appare su tutte le riviste dell’epoca, in film di disimpegno che mostrano l’efficienza della cinematografia di Regime. C’è però un episodio molto significativo che vede Elsa ribellarsi a un costume del tempo, ovvero quello di utilizzare le dive a scopi propagandistici, fotografandole negli ospedali militari, edulcorando tutto il dolore che quei soldati nel frattempo provavano, molti vicini ormai alla morte. La giovane attrice chiese udienza al Minculpop, a Pavolini in persona, per dirgli che non avrebbe mai più prestato la sua persona a simili messe in scena. Dopo l’Armistizio nascose ribelli e partigiani nella sua casa e nei Coetanei racconta del suo ruolo nella scoperta dell’Eccidio delle Fosse Ardeatine. E i valori della Resistenza li ha testimoniati ben oltre gli anni della guerra.
Italo Calvino, quando l’aveva amata, ne fu “uno spettatore teatrale attratto da un personaggio dal quale si aspettava continua meraviglia”.
Qual è il lascito di Elsa de’ Giorgi?

La cultura italiana l’ha sempre bistrattata. Anzi l’ha volutamente ostracizzata. Eppure sono incredibili i rapporti che nel corso di tutta la sua vita è stata in grado di intrattenere con i maggiori politici e intellettuali del tempo. Lo scandalo della sparizione del marito, la relazione con Calvino e ancor di più la sua fine hanno continuamente ostacolato l’affermarsi di una personalità libera. Una donna fuori dal comune non solo per la sua bellezza, ma proprio perché questa si coniugava a doti intellettive e relazionali altrettanto eccezionali. Il Calvino degli anni Cinquanta deve molte delle sue ispirazioni (di contenuto e di stile) alla loro relazione, ma questo è ancora in gran parte un tabù, a cominciare dalle lettere che sono state messe sottochiave. Ma è soprattutto il pettegolezzo che ne è seguito ad aver reso la scrittrice invisa a certa critica che ha preferito ignorarla. Bisogna oggi riscoprirla – e finalmente un po’ la ricerca accademica se ne sta accorgendo (vedi gli studi di Pontillo, Rizzarelli, Simeone, Todesco, Tovaglieri…), insieme alla ripubblicazione delle sue opere (Feltrinelli a cura di Deidier e ora 13Lab). Recentemente è stato pubblicato un volume a cura di Vittoria Zileri dal Verme, che raccoglie saggi e testimonianze importanti: da Elio Pecora a Maria Teresa Benedetti, da Ludovico Pratesi a Giusi Radicchio da Tullio Kezich a Valentina Di Prospero. E recentissimo è uno spettacolo di Rosa Maria Manenti, La versione di Elsa, con Arianna Ninchi e Filippo Trentalance.
Insomma qualcosa si muove ed è un gran bene perché la lucidità di sguardo di Elsa de’ Giorgi potrebbe ancora orientare il nostro presente.

Marialaura Simeone è guest researcher presso la Leiden Universiteit, docente di italiano e storia e dottoressa di ricerca in “Comparatistica: letteratura, teatro, cinema” (Università di Siena). Ha al suo attivo numerose pubblicazioni tra cui si ricordano Amori letterari. Quando gli scrittori fanno coppia (2017) e Viaggio in Italia. Itinerari letterari da Nord a Sud (2018). Si occupa da anni della riscoperta e valorizzazione di scrittrici dimenticate o non adeguatamente canonizzate.

Breve storia della ricchezza e della povertà. Perché non siamo condannati all’iniquità universale

La storia dell’economia e del mondo è riletta con gli occhi puntati sulla ricchezza e sulla povertà.
Il debito e la povertà sono al centro di tutte le paure dell’Occidente: perché si ha la percezione che i governi restino immobili ed indifferenti?

Non si tratta di una percezione ma della realtà che è sotto i nostri occhi: la povertà è in continuo aumento in tutto il mondo, anche nei paesi come l’Italia dove fino a qualche decennio fa era un fenomeno marginale. Purtroppo l’economia oggi è nelle mani della finanza speculativa che ha la capacità di impoverire la classe media in un attimo, senza che i governi facciano nulla per impedirlo.
L’esempio più facile da capire è quello dei mutui subprime negli Stati Uniti: una bolla speculativa che ha portato prima a sopravvalutare il prezzo delle abitazioni, per l’acquisto delle quali la gente ha chiesto un mutuo. Poi, di colpo, il prezzo di quelle stesse abitazioni è crollato, lasciando migliaia di persone indebitate per una somma superiore a quella del valore della casa (oltre ad aver perso tutti i suoi risparmi).
Ora assistiamo al ripetersi dello stesso copione in Europa con la cosiddetta casa green: se non hai i soldi per le esose richieste della UE, la tua abitazione viene pesantemente svalutata, per di più non puoi venderla né affittarla. Anche questa è una forma di impoverimento, unita a tutte le altre vessazioni in atto in questo momento a carico dei cittadini: aumento del gas, dell’elettricità, della benzina, ecc.
L’attuale governo ha tagliato ancora la spesa pubblica per la sanità mentre ha aumentato i fondi per le armi, contro la volontà della maggior parte delle persone.
Ecco perché in realtà i governi non sono immobili ma agiscono concretamente nella direzione di aumentare la povertà, fenomeno attualmente molto visibile.

La diseguaglianza appartiene da sempre al nostro discorso pubblico.
La domanda di benessere alimenta quella rivoluzionaria?

No, è vero esattamente il contrario, come dimostra la storia del Novecento: i governi che hanno innalzato, anche di poco, il benessere delle masse hanno impedito l’insorgere di rivoluzioni. Ciò non è avvenuto in Russia, dove la cecità dei governanti ha mantenuto un sistema feudale che non forniva nemmeno il minimo necessario per la sopravvivenza.

La nostra società opulenta convive malissimo con la povertà.
Coltivare questo disagio non può costituire un ottimo viatico per elaborare soluzioni capaci di alleviarla?

Soluzioni, in passato, sono state trovare proprio dalla classe politica, quando gli stati erano proprietari della loro moneta. Oggi non possediamo più nulla: non solo la moneta ma nemmeno tutta quella fiorente industria pubblica riunita sotto il nome dell’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale, fondato nel 1933 da Mussolini), che comprendeva oltre 1000 società e banche pubbliche. Nel 1993, prima del suo smantellamento e svendita, era il settimo conglomerato al mondo per dimensioni con un fatturato: un vero gioiello ammirato in tutto il mondo per la sua capacità di conciliare gli interessi del capitale con quelli del sociale.
Oggi, una nazione come l’Italia non possiede nemmeno una società di telecomunicazioni pubblica, o una fonte di energia pubblica: l’ENI è pubblico per solo il 32% e l’ENEL per meno del 24%. Tutto è stato svenduto in nome della privatizzazione che avrebbe dovuto ridurre il debito pubblico (artatamente alimentato privando gli stati della sovranità monetaria), e creare più benessere mentre ha lasciato il vuoto. In futuro i giovani potranno fare solo i camerieri, come già succede in Grecia.
Senza parlare delle enormi quantità di denaro che passiamo agli Stati Uniti. Pensiamo solo ai miliardi spesi recentemente per i vaccini e le armi, tutti made in USA, oltre per il gas liquefatto proveniente dagli Stati Uniti e prodotto con la tecnica inquinante del fracking, con costo 10 volte superiore al gas naturale russo.

Molti pensano che basti impoverire i ricchi per arricchire i poveri. Che sia insomma tutta una questione di redistribuzione. Impoverire i ricchi non rischia di distruggere la ricchezza?
Un mondo di benessere per tutti è possibile, ma il mondo non può supportare e sopportare il concentrato di avidità raggiunto: 85 super ricchi possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale. Parliamo di 4 miliardi di persone, e l’1% (o, meglio, il primo decimo dell’1 per cento) della popolazione ha superato da un po’ la ricchezza del restante 99%. Inoltre l’economia oggi si regge sul debito e sulla speculazione finanziaria e non sulla produzione di beni e servizi reali, perché quest’ultima non consente margini di profitto così elevati.
L’economia si regge sul debito che ha raggiunto la cifra di 300 mila miliardi di dollari. Tre volte il Pil del pianeta Terra. Quindi impagabile! Ma a chi li dobbiamo questi soldi? Se tutto il mondo ha questo debito, verso chi ce lo abbiamo? In realtà il debito lo dobbiamo ai mercati finanziari e al sistema bancario che ha raggiunto in termini di Titoli speculativi e Derivati, la cifra mostruosa di 3 milioni di miliardi di dollari! Montagna di denaro carta, fittizio, che deve inverarsi, concretizzarsi diciamo, ricavandone beni e servizi dall’economia reale, fatta di lavoro.

Recentemente Papa Francesco ha asserito che la povertà è “disperata, priva di futuro, perché imposta dalla cultura dello scarto che non concede prospettive né vie d’uscita” e che occorre “portare i pesi gli uni degli altri, così che nessuno sia abbandonato o escluso”
Come si esce dalla povertà?

La povertà priva le persone dei diritti naturali, fondamento dei valori etico- sociali e della dignità dell’essere umano. Il suo aspetto più grave è il suo trasferimento tra le generazioni: le persone provenienti da famiglie povere hanno molte più probabilità di rimanere in quella condizione rispetto a coloro che provengono da situazioni più favorevoli.
Papa Francesco ha detto anche che questa realtà di miseria e di avidità ci deve spingere ad agire perché si tratta di problemi risolvibili e non di mancanza di risorse, e perché non esiste un determinismo che ci condanni all’iniquità universale.
Un nuovo modo creativo e semplice per uscire dalla povertà viene dalla Scuola Economica di Chicago con il suo Chicago Plan Revisited, pubblicato nel 2012 dal Fondo Monetario Internazionale, e si rifà al Chicago Plan varato negli anni Trenta per contrastare la Grande Depressione a seguito della crisi speculativa del 1929.
Il Nuovo Piano prevede:
• Una transizione da un sistema bancario privato che emette denaro basato sul debito (oggi le banche emettono il 93% del denaro circolante), a un sistema di emissione di moneta senza debito emessa dal governo;
• La separazione delle banche d’investimento/speculative dalle banche commerciali;
• Richiede alle banche una riserva del 100%, in depositi, per concedere prestiti;
Con questa semplice legge si eliminerebbe il debito pubblico degli USA, della Gran Bretagna, Italia, Germania, Francia, Gracia, Giappone, ecc.
In caso di crack bancario di banche speculative, il governo non deve più intervenire con soldi pubblici. Le banche commerciali non potrebbero fallire e si eliminerebbe la corsa agli sportelli.
L’unico ostacolo di questo Piano, che oggettivamente è l’uovo di Colombo, è l’opposizione del mondo finanziario che controlla la politica.

Claudio Dainese
Fin da giovane ha coltivato la sua passione per le materie economiche frequentando negli anni Settanta la Facoltà di Scienze Politiche di Padova, dove insegnavano prestigiosi docenti. Si è poi messo alla prova in campo pratico lavorando come esperto di logistica e IT (Information Technology) in diversi contesti aziendali, comprensivi di multinazionali di ampie dimensioni.
Da molti anni segue, come molti altri, il preoccupante evolversi dell’aumento della povertà in tutto in mondo, di cui riassume le cause in questo saggio ed espone le soluzioni individuate da famosi economisti. Su questo argomento ha già pubblicato Le attitudini che creano ricchezza e povertà, EMP 2022, insieme a Lidia Fogarolo.

Segnalato dalla Giuria del Premio Divoc 2023 con questa motivazione
Un testo dettagliato ed allo stesso tempo scorrevole che mette in chiaro i punti chiave della storia contemporanea: vi è tutto quello che serve, tutti i tasselli da conoscere per una lettura consapevole del mondo contemporaneo, senza pregiudizi e soprattutto liberi da manipolazioni.
Per chiunque sia curioso, nel miglior senso del termine, ed abbia voglia di capire realmente quali sono state le tappe storico-economico-finanziarie che ci hanno portati alla situazione attuale. Conoscere è capire, e capire è il primo passo per poter agire nella direzione della difesa dei diritti Umani, quelli veri, quelli che realmente contano per la costruzione di una società armonica, come Dio comanda.

IV^ di Copertina
Nel rapporto sulla ricchezza e la povertà nel mondo, pubblicato da Oxfam27 in occasione del World Economic Forum di Davos 2020, le cifre parlano chiaro: la ricchezza globale si accumula costantemente verso la cima della piramide distributiva composta dall’1% della popolazione. Il risultato di questo accentramento è il continuo aumento della povertà, non solo all’interno dei paesi del terzo mondo, ma anche nei paesi ricchi, o meno ricchi come l’Italia.
Eppure la soluzione c’è, è a portata di mano ed è spiegata in termini semplici in questo breve saggio: come uscire da questo tunnel che ci sta portando sempre più in basso, rendendoci sempre più poveri. Perché, come ha ricordato papa Francesco in un suo discorso del 2020, «si tratta di problemi risolvibili e non di mancanza di risorse. Non esiste un determinismo che ci condanni all’iniquità universale».
La povertà nel XXI secolo è una scelta voluta e non sostenuta da teorie economiche o dal fatalismo legato all’idea che “siamo in troppi”, come vorrebbero farci credere coloro che sono dediti a proteggere unicamente gli interessi di un’esigua minoranza della popolazione mondiale.