Lo storico Francesco Maria Petrini ha coniato l’appellativo “Legionari di merende” per i
responsabili della lunga serie di omicidi che hanno insanguinato le campagne toscane
tra il 1968 ed i1 985.
Per quale ragione lei procede dalla cosiddetta “pista nera”?
In un’ottica investigativa non può parlarsi, in realtà, di una vera e propria pista. Ma
l’approfondimento dell’eversione nera toscana è una proiezione storiografica che va
necessariamente acquisita e trasmessa. In altre parole, se, come nel mio caso, si fa semplice
divulgazione, o come nel caso di Petrini, vera e propria storiografia (le inchieste le lasciamo fare
alla polizia giudiziaria e ai giornalisti professionisti) non si può scrivere e parlare di Mostro di
Firenze senza allegare determinati fatti storici, politici e sociali che fanno da sfondo ai delitti,
poiché molti dei personaggi finiti a vario titolo dentro questa lunga vicenda, e che questi fatti li
hanno per l’appunto determinati, sono stati e sono fascisti. Ma questa è una mia sintesi
estrema, che non può essere esaustiva. Per mettere a fuoco la questione, oltre alla mia trilogia
“MDF La storia del Mostro di Firenze”, edita quest’anno (2023) da Mimesis, consiglio quindi la
monografia di Petrini, intitolata proprio “Legionari di merende” (all’interno dell’antologia Atti del
convegno nazionale sul caso del Mostro di Firenze, AAVV, LA Case Book, 2022). Francesco è
stato uno dei primi studiosi a dare una proiezione e una dignità storiografica a quelle zone di
permeabilità tra i fatti del Mostro di Firenze e alcune dinamiche sociali e politiche proprie della
Toscana di quegli anni. E insieme a lui, ovviamente, anche il cronista Stefano Brogioni della
“Nazione” e l’avvocato Vieri Adriani, legale dei famigliari dei francesi uccisi a Scopeti nel 1985,
che si è occupato (o meglio, si sta ancora occupando) della figura di Vigilanti.
In questa sede, entrando solo per un attimo nel cuore del problema, basterà operare alcuni
rilievi sul delitto di Rabatta del 1974, per mille motivi, a mio parere, il più nebuloso ed enigmatico dell’intera sequenza omicidiaria: il babbo di Stefania Pettini, la prima vittima del Mostro, era un partigiano, e la stessa ragazza era una giovane comunista; la settimana prima del delitto, ricorreva l’anniversario della Liberazione del Mugello; durante la guerra, a Vinca, un paesino toscano, i nazifascisti avevano trucidato le donne del posto, umiliandole poi con dei legni infilati nei genitali; come è noto, il corpo di Stefania verrà vilipesa dal Mostro con modalità piuttosto simili, che non stiamo qui a descrivere. É possibile che questo delitto sia l’espressione di un revanscismo tutto personale ma allo stesso tempo anche politico? É possibile che qualcuno, a margine di quella importante ricorrenza, abbia voluto vendicarsi e punire il partigiano Andrea Pettini, trucidando sua figlia e umiliandone il corpo con modalità simili a quelle poste in essere dai nazifascisti anni prima, poco distante dal Mugello?
Sono domande che noi studiosi e autori abbiamo il dovere di porci. E se le risposte, oggi,
appaiono ancora criptiche, e per tale ragione nessuno è autorizzato a parlare di una vera e
propria pista nera dietro ai delitti del Mostro, è doveroso condividere col lettore ogni aspetto,
circostanza, coincidenza e dubbio. É questo ciò che ho cercato di fare nel primo volume di
MDEF La storia del Mostro di Firenze, sia in relazione alla questione dell’eversione di destra,
che degli altri aspetti che compongono questa incredibile e unica saga.
L’1 settembre del 1974, tre giorni prima del delitto, ricorreva il trentennale della
liberazione di Barberino di Mugello e dei comuni limitrofi, tra cui Borgo San Lorenzo.
Chi è Giampiero Vigilanti?
Sebbene fosse stato attenzionato già a seguito del delitto di Scopeti, Giampiero Vigilanti è
l’ultimo individuo che, da un punto di vista cronologico, è stato risucchiato nel vortice delle
indagini; ed è l’unico, a oggi, settembre 2023, ancora in vita. É un ex legionario, un neofascista,
uno che sa uccidere, ma soprattutto una persona che ha passato mezza vita accanto a molti dei
fatti e a molte delle persone finite a vario titolo nella vicenda del Mostro. O almeno è quello che
lui stesso ha raccontato. Da un punto di vista procedurale, la sua posizione è stata archiviata,
ma l’avvocato Vieri Adriani, in diverse occasioni, si è opposto e ha chiesto venissero svolte
indagini più approfondite. Indagini che egli stesso, da anni, porta avanti su mandato dei
famigliari delle vittime di Scopeti, tra l’altro.
Infine, è piuttosto probabile che sia suo il volto dell’identikit di Calenzano disegnato
nell’ottobre del 1981 e diffuso nell’estate dell’anno successivo.
La verità giudiziaria parla di due condannati in via definitiva come esecutori materiali
(Mario Vanni e il reo confesso Giancarlo Lotti) e Pietro Pacciani, condannato in primo
grado, assolto in Appello e morto prima della sentenza di Cassazione.
Chi potrebbero essere i mandanti?
É giusto fare una premessa. Anche Pietro Pacciani è individuato pacificamente da una
sentenza passata in giudicato come esecutore di alcuni dei delitti del Mostro di Firenze: ed è la
medesima pronuncia che sancisce la colpevolezza dei “suoi” Compagni di merende. Tuttavia, in
quel processo, Pacciani non figura come imputato (sì, questa cosa può apparire, e forse lo è,
come un cortocircuito giudiziario) ma nelle motivazioni della sentenza è individuato come
correo, complice, e anzi capetto della banda di assassini, cioè degli imputati e condannati Lotti e
Vanni. Pacciani morirà prima che verrà celebrata la ripetizione del processo di appello a suo
carico. Sul punto, è bene ricordare che la Corte di cassazione aveva annullato la sentenza che
aveva assolto il contadino di Vicchio. Dunque, Pacciani non muore da innocente, ma da
imputato in attesa di giudizio (e con una condanna in primo grado alle spalle, per dirla tutta).
Posto che nell’ordinamento non esiste alcun principio di presunzione di innocenza in capo
all’imputato – la Costituzione sancisce il ben diverso principio di presunzione di non
colpevolezza – non è corretto esercitarsi a dire in coro, come purtroppo accade nella letteratura
mostrologica, che Pacciani è morto da innocente per il semplice fatto che non si è formato un
giudicato di merito sulla sua vicenda processuale. É più corretto dire che Pacciani, in relazione
al “suo” procedimento è morto da non colpevole – o da imputato in attesa di giudizio, posto che,
come è noto, la sua morte aveva cagionato l’estinzione del processo a suo carico attraverso una
sentenza di mero rito -, ma anche e soprattutto che è morto da colpevole a seguito della
sentenza di merito passata in giudicato, dopo tre gradi di giudizio, sui Compagni di merende.
Sono questioni giuridiche fondamentali, che provo ad affrontare nel secondo volume della
trilogia, quella dedicata alla storia di Pacciani e dei Compagni di merende.
Venendo ai mandanti, v’è da dire che questi certamente sono esistiti, hanno manovrato dietro
ai delitti, sono stati sfiorati dalle indagini, ma non sono stati individuati come tali dalla Giustizia.
Ripeto: dalla Giustizia. E probabilmente mai lo saranno. É vero però che negli anni Zero la
procura di Perugia e quella di Firenze hanno scavato a fondo in una direzione ben precisa, non
trovando un riscontro pieno a livello processuale. Ne scrivo in maniera dettagliata nel terzo e
ultimo volume della trilogia MDF, intitolata Il medico, il farmacista e il legionario. Ma è vero
anche che alcune circostanze e alcune tremende coincidenze esistono, e insistono tutte verso
una sola direzione, verso un gruppo di individui, verso una collocazione geografica ben
individuata (a dire il vero, due collocazioni geografiche ben precise) e verso un’unità di tempo
che corrisponde a quella in cui agiva il Mostro. É bene prendere atto che, in taluni casi, può
esistere una decisiva differenza tra la verità processuale e la verità storico-naturalistica.
Gli omicidi non si fermano: le vittime saranno sedici.
Perché i delitti cessarono dopo l’eccidio della coppia francese, nel settembre del 1985?
Probabilmente uno dei responsabili era impossibilitato a commettere altri delitti poiché gli
inquirenti si erano avvicinati molto a lui, qualcun altro aveva fatto una strana e brutta fine, e altri
ancora erano morti per cause naturali. Quelli rimasti non avevano più le capacità organizzative
per proseguire con la scia di sangue, e avevano intuito che a breve gli inquirenti avrebbero
abbandonato le vecchie piste senza sbocchi. E infatti sarà così. Dunque si sono fermati.
Parlando in maniera meno criptica, a partire dal settembre del 1985, ultimo delitto del Mostro,
si verificano queste circostanze:
- Pietro Pacciani il 19 settembre del 1985, cioè undici giorni dopo il delitto di Scopeti,
subisce una prima blanda perquisizione a seguito di una lettera anonima; - Sempre Pacciani, nel 1987 verrà incarcerato e trascorrerà diversi anni in carcere per
aver stuprato le figlie; - Francesco Maria Narducci, la cui vicenda è oggi uno dei misteri più profondi della storia
recente del Paese e che presenta alcune zone d’ombra che si mischiano a quelle del
Mostro di Firenze, scompare l’8 ottobre del 1985, cioè esattamente un mese dopo il
delitto di Scopeti, e viene trovato morto (o meglio: viene ripescato un cadavere attribuito
a Narducci) nel lago Trasimeno alcuni giorni dopo; - Salvatore Indovino, figura sullo sfondo ma che può avere svolto il ruolo importante
nell’equilibrio della storia, muore di tumore nel 1986, l’anno successivo al delitto in
questione; - Infine, in concomitanza col delitto di Scopeti, il paracadute della pista sarda, che
garantiva ampi spazi di manovra alla banda di assassini (chiunque essa fosse), iniziava a
dare segni di cedimento a livello “istituzionale”, insomma rischiava di non essere più
un’assicurazione per l’impunità per i veri responsabili dei delitti. Una parte dei nuovi
inquirenti aveva preso la decisione di seguire nuove traiettorie investigative, sganciarsi
da quel “buco nero” logico che girava a vuoto intorno a quel gruppo di sardi, e indagare a
trecentosessanta gradi.
Tutti questi fatti possono aver determinato nella banda del Mostro la necessità di non
compiere più alcun delitto.
La “pista sarda” si è avvicinata alla verità o si è di fronte ad un depistaggio?
La pista sarda ha gravemente ritardato l’avvicinarsi alla verità. Detto ciò, non è giusto, anzi è
profondamente scorretto, sostenere che il giudice istruttore Rotella e i carabinieri del colonnello
Torrisi non abbiano agito nella maniera corretta. A ben vedere, a quell’altezza di tempo, era
doveroso, necessario e naturale seguire la pista sarda. Sia perché era l’unica pista promettente,
sia perché in effetti, all’epoca dei fatti (facile, oggi, dire il contrario), gli elementi che suggerivano
una responsabilità penale in capo ai fratelli Francesco e Salvatore Vinci (e in maniera
infinitamente minore in capo a Giovanni Mele e Piero Mucciarini) esistevano, erano solidi,
convergenti e andavano approfonditi. La pista sarda, poi, “muore” con la storica, profonda e
illuminante sentenza firmata dallo stesso Rotella, e rappresenta oggi un pezzo importante di
letteratura giudiziaria del nostro Paese. Le complicate dinamiche famigliari intorno al delitto del
1968, la vita dei fratelli Vinci, in particolare quella di Francesco, che può essere l’elemento che
lega i sardi ai sancascianesi, e tutte le trame sottese a quei fatti che si dipanano in maniera
confusa dal 1968 all’estate del 1982, vanno analizzate in maniera approfondita per cogliere il
senso profondo della storia del Mostro di Firenze (più che l’agire del Mostro di Firenze in sé).
Può dirsi, infatti, che la pista sarda è come il latino, una lingua morta che però va studiata, e
anche molto bene.
Sul depistaggio: molto pavidamente posso solo dire che gli elementi che lo lasciano
ipotizzare esistono, e in certi casi sono davvero evidenti, tuttavia non mi sento di accogliere
questa ipotesi come certa e riscontrata. Lo scambio di documentazione tra i magistrati Della
Monica e Tricomi e i carabinieri, il fascicolo Parretti, l’annuncio al Cittadino amico e l’esistenza
stessa di questo misterioso informatore anonimo, la questione dei bossoli del delitto di Signa
conservati a Perugia, la macchina di Francesco Vinci occultata nel grossetano, il maresciallo
Fiori e altre vicende sono questioni profondissime che non possono essere riportate in modo
esaustivo in questa sede, ma vengono spiegate nel dettaglio nel volume 1 di MDF.
Di sicuro, può dirsi che nell’estate del 1982, a seguito del delitto di Baccaiano, accade
qualcosa negli ambienti criminali e investigativi di Prato, che viene “raccolto” dai carabinieri del
Comando di Ognissanti di Firenze, e trasmesso poi alla magistratura. É da qui che parte, quasi
a tavolino, la pista sarda, che garantirà l’impunità ai veri colpevoli per diversi anni, collegando al
resto della serie un delitto che – oggi lo possiamo dire – non è stato compiuto dal Mostro; ma
che è una condanna a morte, un’esecuzione capitale, un femminicidio, dove Antonio Lo Bianco,
l’amante in auto con Barbara Locci, altro non è che una vittima collaterale.
Il collegamento tra questo vecchio duplice omicidio del 1968 e il resto della serie del 1974 e
degli anni Ottanta, per lunghi anni farà convergere tutte le traiettorie investigative solo sui sardi,
allontanando gli inquirenti dalla verità e dai veri responsabili dei delitti del Mostro. Almeno fino a
quando, come accennato prima, la divergenza di opinioni tra l’ufficio istruzione del giudice
Rotella e i carabinieri del colonnello Torrisi – che volevano continuare a correre sulla pista sarda
-, e la Procura e la Polizia – ormai decisi a seguire nuove traiettorie investigative – non sarà
talmente evidente da diventare una vera e propria spaccatura.



Roberto Taddeo, nato a San Benedetto del Tronto, il 28 gennaio del 1982.
Cresciuto a Perugia. Maturità classica e laurea magistrale in giurisprudenza. Abilitato alla
professione di avvocato presso la Corte d’appello di Bologna. Ha lavorato per anni nel settore
del diritto del lavoro, a Bologna. Contemporaneamente all’attività legale, dal 2015, ha svolto
quella di fotografo professionista ed è autore di diversi reportage.
In ambito editoriale è l’autore di:
- MDF. La storia del Mostro di Firenze, Vol. 1. La sequenza dei delitti e la pista sarda
(luglio 2023, Mimesis edizioni); - MDF. La storia del Mostro di Firenze, Vol. 2. Pietro Pacciani e i Compagni di merende
(ottobre 2023, Mimesis edizioni); - MDF. La storia del Mostro di Firenze, Vol. 3. Il medico, il farmacista e il legionario
(dicembre 2023, Mimesis edizioni).







