Lei adopera l’espressione “nuovo umanesimo” a proposito delle opere di Stephen King in cui viene esplorato il tema della violenza contro le donne.
Per quale ragione King è da ritenersi un umanista?
Direi senz’altro per la sua attenzione all’essere umano in quanto tale, che è sempre centrale nelle sue opere. Questo voler rimettere l’essere umano al centro dei discorsi e dell’universo, passando spesso e volentieri per le sue paure, caratterizza, secondo me, King come uno scrittore attento alle pieghe della storia e della realtà, consentendogli di cogliere le grandi problematiche del nostro tempo, nelle quali purtroppo non viene ultima la violenza contro le donne. Inoltre, ritengo che King possa essere configurato come un umanista anche per un altro motivo, cioè a dire per lo sforzo che ha fatto e che continua a fare verso una presa di coscienza complessiva nei confronti della violenza, che nei suoi romanzi e racconti non è soltanto rivolta contro le donne, ma in generale contro chi è diverso e chi è avvertito come più debole.
Il gioco di Gerald, Dolores Claiborne, Rose Madder, Notte buia, niente stelle e Sleeping Beauties.
Donne differenti per età ed estrazione sociale, accomunate da un elemento maschile tossico e violento. In qual misura, nell’espressione della violenza, il “fantastico”, tra le cifre dell’horror, è combinato al realismo delle cronache coeve e quotidiane?
Nel bellissimo saggio Danse Macabre, del 1981, King scriveva che l’horror, come tutto, è un fatto storico e che ciò che ha spaventato una generazione difficilmente spaventerà la successiva, o comunque non nello stesso modo. Così, anche le cinque opere che ho analizzato nel mio libro rispondono in maniera diversa alle sollecitazioni della cronaca: se nei tre romanzi della prima metà degli anni Novanta l’impianto del “fantastico” resta comunque preponderante nell’economia e nello sviluppo delle storie, nelle due opere degli anni Dieci del Duemila, invece, la Realtà sembra essere in grado di ribaltare le cose. E non è soltanto, come è stato detto, perché King ha cambiato modo di scrivere, o perché nelle opere del secondo periodo le donne reagiscono e si vendicano (perché quello lo fanno anche Dolores e Rose nei rispettivi romanzi): ma è perché i “mostri” che fanno più paura non sono più quelli dentro di noi, ma quelli che sono là fuori, comunque in agguato. E la letteratura, se è tale, non può non prenderne atto.
Le narrazioni, spesso, scavano nello scabroso a buon mercato e nel pruriginoso.
Quanto la parola letteraria di King si discosta dalla maniera torbida in cui si forniscono dettagli su omicidi di donne?
Direi tantissimo. King non ha mai cercato né le storie facili e né tantomeno ciò che lei definisce efficacemente «pruriginoso». Anche per questo tante persone nel mondo, al netto delle mode, apprezzano la voce kinghiana, che è sempre e comunque schietta, mai banale, anche quando tocca argomenti delicati o storicamente stratificati, come ad esempio l’omicidio di John Kennedy, che a mio parere King non interpreta correttamente, seppur in un libro tanto bello quanto struggente come 22/11/’63 (la cui protagonista, Sadie, ha un ex-marito violento). Sembra paradossale da dire di uno scrittore che ha venduto oltre cinquecento milioni di copie in tutto il mondo, ma mi sento ancora di affermare quanto dicevo qualche anno fa: King non scrive per il mercato, scrive per lenire un dolore, per conoscere la realtà e per fare chiarezza in sé stesso (si può vederde in merito l’Introduzione a Scheletri). Nella fattispecie del nostro argomento, il narrare la violenza di genere non è per King qualcosa di furbo, o di scritto a bella posta per attrarre l’attenzione sul romanzo di turno, quanto piuttosto un tentativo conoscitivo, un portare all’attenzione degli altri la problematica.
Pestare, uccidere o stuprare una donna definiscono, senz’altro, modi e maniere per perpetrarle violenza.
Eppure, King, filtrando disequilibri e diseguaglianze, osservando acutamente la società occidentale, in particolare statunitense, pare individuarne altri.
Da dove scaturisce, in prima istanza, la violenza?
Penso che la violenza, nelle forme che stiamo analizzando, scaturisca direttamente dalla società occidentale, cioè capitalistica, e dall’incontro di queste istanze violente con individui predisposti a riportarle sul prossimo. Non ho mai creduto a quello che invece si legge sempre quando ci si trova di fronte ai diversi fatti di cronaca, cioè a dire alla teoria del folle isolato, come potremmo definirla. È una teoria che ci fa andare a letto con la coscienza a posto, che ci solleva da ciò che non abbiamo fatto e che avremmo potuto, e dovuto, fare: la società capitalistica tende ad autoassolversi sempre e comunque. Ma è una teoria che, alla fine, non è sostenibile e che si sgretola già alla prima critica, e non soltanto per quanto riguarda la violenza di genere. E King nelle sue opere non tende mai ad abbracciare la teoria del folle solitario, quanto a riportare sulla società tutta intera ciò che mette in scena. In questo, anche se è il libro più debole che ho analizzato nel volume, è paradigmatico Sleeping Beauties, romanzo ancora una volta corale, che ha il pregio di mostrare, per così dire, la struttura sociale che c’è dietro alla violenza privata. Detto questo, però, il nostro sforzo da umanisti deve essere non quello di rifugiarci nelle chiusure della comunità, che è un qualcosa di statico, quanto quello di tentare di rendere migliore la società, che resta comunque la dimensione dinamica di cui ha bisogno l’essere umano.
Dagli anni ’60 del Novecento il corpo delle donne diviene l’interprete della discussione politica, il movimento femminista esplora i paradigmi ed i ruoli stereotipati delle donne mentre l’azione dei collettivi arricchisce le meditazioni sulla differenza di genere. Oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società contemporanea è quello muliebre.
Quali forze diverse ed in contrapposizione si combattono su questo campo?
Il corpo, come è detto nell’articolo 13 della nostra Costituzione, è inviolabile. O dovrebbe esserlo. E qui davvero ogni tipo di violenza si sovrappone all’altra. E forse non ci sarebbe bisogno neanche di aggiungere altro. Ma ci proviamo. Penso per esempio al corpo di Pasolini, martoriato, e a come lui stesso avesse messo proprio il corpo al centro di molte sue concezioni, evidentemente individuando in esso e nell’attenzione che dovrebbe meritare una delle cifre più importanti della modernità. “Il corpo è mio e lo gestisco io” è uno degli slogan del femminismo degli anni Settanta, slogan (e modo di vedere il mondo) che oggi viene attaccato da molti ambienti ultraconservatori e afferenti ai vari movimenti che sono contro l’aborto. Però, ancora nell’ultimo rapporto UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione) 2023, emerge che almeno un quarto delle donne che hanno un partner non sono in grado di negare allo stesso un atto sessuale. Ed è questo soltanto uno dei dati allarmanti divulgati dal rapporto. Il corpo, quindi, è purtroppo ancora oggi da una parte visto come il bersaglio più facile da attaccare per far passare i propri scopi politici e dall’altra come un qualcosa che possa essere usato a proprio piacimento.
Professore, l’argomento bruciante del sessismo e della discriminazione di genere è, soventemente, trattato da un punto di vista squisitamente femminile.
Ebbene, qual è la visione complementare, ovvero maschile del vivere in una società da tanti reputata patriarcale e sessista?
Condivido con King, anche se in forme e situazioni molto diverse, l’essere cresciuto in una famiglia senz’altro di stampo matriarcale, circostanza che ha avuto il suo notevole peso nel mio modo di stare al mondo e quindi di fare cultura. Il male maggiore, come sempre mi trovo a dire, consiste di un doppio punto di vista maschile sulla violenza di genere, perché si tratta di un libro scritto da un uomo su cinque opere di un altro uomo che hanno al proprio centro splendidi e coraggiosi personaggi femminili, tutti accomunati dall’essere o essere stati oggetto di violenza. Sono sempre stato fermamente convinto che ci sia la necessità di trattare l’argomento anche dalla parte maschile e devo dire che negli incontri che sono succeduti alla pubblicazione del libro la presenza e la partecipazione maschili sono sempre state in aumento. Dall’altra parte, e lo dico con profonda tristezza, da una certa intellighenzia questo interessamento maschile al problema è visto con molto sospetto, come una sorta di invasione di campo da parte del nemico. E il libro, giocoforza, non è stato accolto sempre con pieno favore. Detto ciò, i dati sono innegabili, almeno per il rapporto Istat che ho usato nel libro: i femminicidi sono in aumento e la violenza sulle donne è un fenomeno che nel suo complesso inizia a segnare, dopo gli Stati Uniti e il Messico, anche il nostro Paese. E non è semplice per chi è avulso da tutta questa violenza assistervi giorno dopo giorno, esservi chiamato in causa da un lato per il proprio sesso e dall’altro per la trazione patriarcale che ha avuto la società. Pertanto, ho scritto il libro anche per questo: per non rimuovere ciò che «è stato», per non arrogarci diritti che non abbiamo.
King, raccontando di una conversazione con un’amica, ha riferito: “Ci vuole coraggio per uscire con un ragazzo, vero? Quel ragazzo ti attrae, forse ti interessa. Ma quel che stai pensando, in fondo è Sto per entrare nella tua macchina. Sto per andare con te da qualche parte. Sto per aver fede nel fatto che mi riporterai indietro intera. Ci vuole coraggio”. Lei mi ha risposto: “Tu non potrai mai saperlo”
Ebbene, la forza fisica è la chiave esplicativa?
King è sempre stato molto coerente con le sue idee e anche questo episodio non fa che confermarlo. Nelle storie di King che ho analizzato nel libro la forza fisica è molto spesso il discrimine che consente poi l’episodio di violenza, anche in quella di carattere psicologico (si veda il racconto Maxicamionista, ad esempio). Molte delle donne protagoniste delle storie di King non sono state riportate indietro intere e molte sono rimaste nei sedili posteriori di quelle automobili. D’altra parte, molte di quelle stesse donne sono coraggiose, perché affrontano ciò che capita loro a viso aperto, dando una lezione al mondo, anche quello degli intellettuali, lezione che è davvero di grande spessore. La forza fisica e il suo uso sopraffattorio, però, sono anche un sintomo di un’inferiorità morale e spirituale che appare evidente, per quanto questo riconoscimento non possa certo bastare.
Professore, «Meglio a destra con le escort che a sinistra con i trans» è un’espressione tratta dal web. Quanto incide il contesto dei social media in cui tutti noi navighiamo nell’acuire ed inasprire un clima già pregno di livore?
Vorrei declinare quest’ultima risposta dal lato del mio lavoro di insegnante. I social media sono (per il momento, perché la questione dell’Intelligenza Artificiale è tutta da affrontare) l’ultima forma di quella che viene considerata la quarta rivoluzione industriale. L’unione dello Smartphone con i social media ha portato negli Stati Uniti, una decina di anni fa a un’impennata dei suicidi e della depressione tra gli adolescenti. Purtroppo i social media e Internet in generale tendono a sostituirsi alla realtà, instillando nelle menti, giovani e meno giovani, modelli di esistenza che non sono minimamente reali. Con l’unione della pornografia e di Internet anche la sessualità ne sta risultando deviata, soprattutto per quanto riguarda i ragazzi. Anche se ci sono studi contrastanti sul rapporto diretto pornografia/violenza, nel senso che alcuni studi la ammettono, mentre altri tendono a mostrare come anzi la pornografia faccia in qualche modo da valvola di sfogo (senza essere moralisti) per i bassi istinti, purtroppo l’immagine della donna che ne esce è comunque quella di un oggetto che è lì a completa disposizione. Così, il sano rapporto che dovrebbe esserci nella sessualità si trasforma in qualcos’altro, in un incontro tossico e disturbato. Il passo verso la violenza di genere è, in alcuni casi, davvero molto breve: è stato studiato il fenomeno per cui non tutti gli abituali consumatori di pornografia sono diventati dei serial killer, ma praticamente tutti i serial killer erano o erano stati degli abituali consumatori di pornografia. È, questo, giusto un esempio di quanto i social e Internet possano davvero giocare un ruolo decisivo in intere esistenze, andandolo a fare proprio nelle nostre fragilità.
Emiliano Sabadello è docente di ruolo di filosofia e storia al liceo classico Claudio Eliano di Palestrina, dopo aver insegnato per alcuni anni letteratura italiana e storia.
Ha all’attivo diverse pubblicazioni fra narrativa, saggistica e satira, fra le quali ci sono: Pennywise, un saggio su It di Stephen King, edito da Toutcourt edizioni; Il male maggiore. Stephen King e la violenza contro le donne, edito da Alter Ego edizioni; Il denaro e le sue forme. Teorie del denaro in Marx, edito da Il Rovescio editore. Ha curato, inoltre, un’edizione di alcuni racconti di H.G.Wells, Racconti della prima fantascienza, editi da Alter Ego edizioni. Ha partecipato a volumi collettivi quali: Spinoza. Un libro serissimo, edito da Aliberti e Almanacco Luttazzi della nuova satira italiana 2010, edito da Feltrinelli. Collabora con le riviste letterarie Il corsaronero, La nota del traduttore e Grado Zero.








