LE OPERE , I GIORNI: STORIE QUOTIDIANE DI PASSIONE. Racconti

“Le opere, i giorni: storie quotidiane di passione” contiene in sé un rimando alla Costituzione.
Ebbene, la democrazia trova nel lavoro il collante necessario a tenere insieme le diverse tradizioni culturali e politiche sulle quali poggia la Repubblica italiana?

La nostra Costituzione stabilisce un nesso fortissimo tra lavoro e democrazia fin dal primo articolo. Dove non c’è lavoro, onestamente retribuito e tutelato dalle legge, non esiste democrazia perché viene meno il vincolo fondamentale che consente di essere cittadini di uno Stato libero, democratico e solidale e non servi di un potere.
La tradizione cattolica, quella liberale e quella socialista – che sono alla base del nostro cammino di libertà antifascista – hanno trovato proprio nel lavoro il punto di contatto tra le aspettative del singolo e la ricaduta sociale di ogni lavoro e ogni attività.
Per questi motivi, nella postfazione del mio libro di racconti dedicati al lavoro, ho scelto di analizzare i passaggi prima ricordati.
Tra le altre cose, con un folto gruppo di amici, prendo parte da un decennio alla manifestazione La notte del lavoro narrato, ideata da Vincenzo Moretti, che ad ogni 30 aprile raccoglie migliaia di adesioni per parlare, raccontare e analizzare storie di lavoro e arrivare tutti insieme fino al Primo Maggio, Festa dei lavoratori.

Le storie narrate inducono alla riflessione circa le grandi trasformazioni del mondo in cui viviamo.
Quali le sfide della complessità e delle transizioni che dobbiamo affrontare?

La convinzione di vivere in una sorta di eterno presente non aiuta ad aver coscienza delle transizioni e della complessità e non crea le condizioni per una visione ampia e articolata. In altri tempi si sarebbe parlato di utopia.
Il sentirsi avulsi dalla storia, intesa come un costante divenire, ci fa sentire più soli e, quindi, incapaci di guardare lontano.
Le nostre conoscenze e convinzioni vacillano e sono tutte da ripensare; molte di esse sono figlie di un pianeta popolato da circa due miliardi di abitanti: oggi cambia tutto e la scala di riferimento muta totalmente e la popolazione mondiale si amplia con una velocità incredibile.
In altri termini, la storia è fatta di complessità, crisi e transizioni che determinano il nostro futuro.
Ecco, l’altro punto che mi appare decisivo, anche in relazione alla transizione ecologica, è la volontà di recuperare il senso di responsabilità dei singoli.
Nei confronti delle grandi questioni – l’esempio più semplice è l’atteggiamento nei confronti delle grandi scelte economiche – si è determinato un senso di impotenza o di disimpegno che spinge i singoli a non sentirsi parte dei processi che pure cambieranno le nostre vite. La vera e forte transizione, se vogliamo ancora parlare di democrazie, starà nella capacità di coinvolgere i singoli nei processi decisionali e sottrarli così al peso della cosiddette “tecnocrazie”. Il grande rischio è quello di non sentire la responsabilità delle scelte e viverle, quindi, in maniera passiva.

La chiave narrativa che è andata emergendo nella lettura dei racconti è quella della valorizzazione di prodotti non seriali e ripetitivi.
Quali sono i principali motivi per cui abbiamo assistito ad un progressivo di svilimento del lavoro manuale?

Ripercorrere i processi che hanno portato allo svilimento del lavoro manuale e artigianale è un cammino complesso che dovrebbe aiutarci a riflettere sulle rivoluzioni tecnologiche che abbiamo affrontato e sull’estremo peso che il mondo della finanza – anche quella “virtuale – ha assunto nel nostro mondo.
Il campo delle scelte individuali si è – almeno nelle nostre società – allargato e con esse le libertà politiche. Anche le libertà connesse al “mercato” non dovrebbero spaventarci e dovrebbero, piuttosto, spingerci a riflettere su quali siano i nostri reali bisogni. Che cosa conta davvero nelle nostre vite? Oggi questa domanda non sembra trovare un particolare spazio nel dibattito pubblico. La promessa di liberarci dalla schiavitù del lavoro ha prodotto nuove forme di dipendenza.
Molti sono però i segnali di una inversione di tendenza e di un recupero di un rapporto più vero e profondo con gli oggetti e processi di produzione.
Oggi ci dobbiamo preparare ad uscire da un’ottica seriale delle produzioni e pensare ad una capacità di adeguare i prodotti sempre più alla specificità del cliente con le sue particolarità e alla loro sostenibilità in termini di produzione, uso e riciclo.
Questa attenzione, capace ad esempio di superare quella che viene definita come obsolescenza programmata, richiede la stessa maestria che è propria di quegli artigiani che, con la loro manualità, hanno reso insostituibile la mano dell’uomo. Oggi con altri mezzi e altre “macchine” potrebbe essere richiesta la stessa identica cura nella gestione di un “pezzo” unico e duraturo.

Ἔργα καὶ Ἡμέραι” opera di Esiodo.
Quale linea di continuità si può tracciare dall’VIII sec. a.C. ad oggi?

Questa domanda è bellissima e terrificante ad un tempo: bellissima perché ci colloca nel solco di una tradizione ricca di parole, suggestioni, immagini senza la quale non sapremmo né dirci né raccontarci; terrificante perché ci chiede uno sforzo di analisi davvero enorme.
Da Esiodo, dalla sua opera Le opere e i giorni, ad oggi il rapporto fra un passato mitico preso ad esempio e la decadenza del presente è una delle trappole più pericolose che possiamo vivere. La speranza e la costruzione del futuro chiedono di avere un rapporto forte con il passato, senza, però, collocarlo nell’orizzonte del “perduto”. Il lavoro, nel senso più ampio che possiamo dare a questo termine, ha sempre una componente futuribile, in divenire, in fieri e quindi, in qualche misura, utopica. Dobbiamo sempre lavorare per allargare il nostro sguardo sul mondo, sui diritti, sulle libertà, senza soggiacere ad una apparente e mortale impotenza.

Lo smart working ha implicato in tempi recenti una rivoluzione culturale, giacché ha scassinato alla base consuetudini ed approcci consolidati nel mondo del lavoro subordinato, fondandosi su una cultura orientata ai risultati nonché su una valutazione legata alle reali performance.
Non si rischia di accendere gare, competizioni, sfide, intaccando irrimediabilmente la possibilità dei lavoratori di farsi comunità?

Le rispondo accennando qualche piccolo spunto di riflessione che andrebbe poi adeguatamente approfondito. Non ho alcuna pretesa o aspettativa di essere esaustivo. Le segnalo delle brevi riflessioni che possono poi essere singolamente gestite.
In senso generale, la recente esperienza legata alla epidemida da Covid -19 ha costretto a rivedere molte delle nostre convinzioni organizzative e sociali.
La diffusione di quello che viene definito come smart working è infatti per molti versi fittizia. Nella maggior parte dei casi si è trattato semplicemente di home working – svolgo a casa ciò che svolgevo in ufficio – perché le strutture non erano preparate e il lavoro era organizzato sempre nello stesso modo da decine e decine di anni.
Dentro a questo orizzonte abbiamo, però, come anche la sua domanda propone, iniziato ad intravedere altri grandi rischi e problemi.
Non a caso, ad esempio, si inzia a parlare di dirittto alla disconessione e alla necessità di regolare il rapporto fra i momenti di lavoro e quelli della vita privata.
Sono nati in questi anni tanti piccoli miti, atti di redenzione e razionalizzazione necessari a gestire i traumi legati alla pandemia, come quello dei piccoli borghi pronti ad accogliere migliaia di persone se adeguatamente coperti dalle reti internet.
Non le nascondo poi lo sgomento per quanto accaduto con l’insegnamento a distanza e la confusione degli intereventi in proposito.
Non si ricorda poi a sufficienza che abbiamo ceduto milioni di dati personali di docenti e alunni ai grandi gestori, non essendo a disposizione una piattaforma nazionale. Anche questa condizione non è stata ancora metabolizzata adeguatamente.
Concordo, infine, con le sue riflessioni: dobbiamo vigilare per evitare che si allontanino i lavoratori dalla possibilità di farsi comunità, rendondoli sempre più deboli e costretti nelle maglie del potere dei datori di lavoro.
In effetti, bisogna ricordarci che abbiamo lavorato in quei mesi in un clima di emergenza e che tutti i punti fondamentali vanno ancora affrontati con attenti approfindimenti.

Antonio Fresa
Laureato in filosofia, insegna presso un liceo della provincia di Terni.
Attualmente è presidente della sezione dell’Università della Terza età/delle tre età di Narni; giornalista pubblicista, collabora con alcune testate on-line e con case editrici per la realizzazione di eventi culturali e rassegne letterarie.
Ha pubblicato numerosi racconti e ha partecipato con buoni risultati a premi letterari di carattere nazionale.
Premio Ellera (Vi..racconto, Ellera Edizioni)
Premio Racconti nella rete (Racconti nella rete, Nottetempo)
Ha pubblicato la raccolta di racconti Delitti esemplari nel bel paese (L’Erudita).
Da questa raccolta una compagnia teatrale francese ha tratto uno spettacolo teatrale andato in scena in varie città.
Ha portato in scena il suo monologo Nea-polis una conferenza impossibile, da cui ha ricavato il testo Neapolis, ovvero contro l’ovvietà del presente (Gambini Editore).
Da un suo testo è stato ricavato lo spettacolo RiKordami dedicato alla memoria della Shoah portato in scena con un significativo successo.
Di recente ha pubblicato la raccolta di racconti Le opere, i giorni. Storie quotidiane di passione (Gambini Editore).

Breve manuale per una gentrificazione carina

“Gentrificazione”: da “gentrification”, letteralmente “borghesizzazione”.
Professore, il progressivo cambiamento socioculturale di un’area urbana da proletaria a borghese da chi è operata ed a chi giova in termini economici?

In termini generali è un mutamento tipico del capitalismo immobiliare almeno dagli anni ’50 del Novecento e segue la logica per cui le case, in primis, smettono di essere semplicemente un bene d’uso (“il tetto sulla testa”) e diventato un bene di scambio (“alloggetto per investimento”). Quindi chi se ne avvantaggia è quell’individuo o, sempre più spesso, quella società che fa della compravendita di un terreno o di un immobile un momento di speculazione.

Ebbene, la classe operaia, la quale è progressivamente rimpiazzata, non potendo più economicamente sostenere i nuovi standard qualitativi del luogo di residenza, può legittimamente sentirsi sfollata o indotta alla migrazione?

Per rispondere adeguatamente bisognerebbe capire cosa è la classe operaia in questo momento, caratterizzato da elevati livelli di disoccupazione e da economie terziarie che non necessariamente si avvalgono di operai ma anche di giovani lavoratori e lavoratrici della conoscenza dai redditi però assimilabili a quelli operai. Detto questo, e cioè che è cresciuto moltissimo il segmento che noi chiamiamo di “classe precaria”, bisogna poi capire dove e come vive. In generale, comunque, gli espulsi dai meccanismi di gentrification sono i nuclei a basso reddito e scarsi livelli di istruzione, chi è in affitto, le popolazioni di origine straniera. Molto spesso poi, queste tre categorie si sovrappongono.

Alcuni vedono la paura dello sfollamento, che domina il dibattito sulla “gentrificazione”, come un ostacolo alla discussione su approcci autentici progressisti per distribuire i benefici delle strategie di riqualificazione urbana.
La “Sanità” a Napoli, con siti d’immenso interesse artistico, aveva proprio bisogno di luminarie e cappelli appesi a corde?

Gli abitanti hanno sempre bisogno di tutto, sia del pane che delle rose. Quindi ben vengano riqualificazioni che portano ANCHE elementi decorativi, purché prima vi sia il “pane” e cioè che gli abitanti abbiamo il diritto a rimanere lì dove abitavano anche prima, di stare in condizioni abitative decorose ed economiche e di sentirsi a casa nel quartiere rigenerato.

Birrifici artigianali là dove c’erano minimarket etnici, ostelli di lusso al posto di fabbriche delocalizzate, eleganti loft impiantati in ex quartieri popolari: tutto molto carino, effettivamente.
Si può ritenere che sia un’operazione di “maquillage” per camuffare, fino a celare la povertà, il bisogno, il disagio?

Di solito sì. Viene preferito un intervento estetico a uno etico e in generale siamo sempre meno disposti a tollerare la dimensione visibile della povertà. Come se ci vergognassimo anche di qualcosa che siamo stati e non vogliamo più essere e quindi cercassimo di occultarlo ossessivamente. La povertà ci va bene se è nascosta nelle cucine dei ristoranti che frequentiamo, ma quando diventa flagrante, esposta, persino politica, allora diventiamo rapidamente molto intolleranti.

I “Quartieri spagnoli” sono rapidamente diventati un set fotografico per batterie di selfie.
Come si può non accorgersi che ci si trova in un’inquietante distopia?

Questo tema è molto complesso perché, come ci ricorda sempre la lettura del libro di Marco D’Eramo, Il Selfie del mondo, siamo spettatori dei selfie degli altri a casa nostra, ma siamo anche autori di selfie noi stessi non appena viaggiamo. Questa contraddizione è al centro dell’industria turistica globale e dovremmo trovare dei modi maturi per non condannare gli altri su cose che facciamo noi stessi. Poi, sono certamente d’accordo che i cosiddetti “favela tour”, ovvero il turismo della povertà, dove si cercano i segni del malessere altrui per goderne esteticamente, vadano stigmatizzati e occorre sostenere invece forme più caute e attente di sguardo sull’Altro.

Giovanni Semi insegna Sociologia delle culture urbane e Sociologia generale presso l’Università di Torino. Ha pubblicato Gentrification. Tutte le città come Disneyland? (2015) e curato, con Carlo Capello, Torino. Un profilo etnografico (2018).

Berlino e la memoria del muro.Rapporto con il passato, ricostruzione dell’identità, erinnerungsorte

Ricostruire un’identità nazionale che non sia influenzata dagli eventi passati e mantenere viva la memoria dei fatti: quali difficoltà incontrano i cittadini tedeschi nel confrontarsi col proprio passato nazionale?
Quando Pierre Nora teorizzò per la prima volta il concetto di Lieu de Mèmoire, lo fece considerando il suo Paese natale – la Francia. Si tratta di un paese dal passato glorioso e di fatti, nessun cittadino francese si sarebbe mai sognato di costruire un luogo di memoria se non per glorificare e celebrare il proprio Paese. In Germania, chiunque si guardi indietro sin dalla nascita di uno stato unito così per come noi lo conosciamo (impero tedesco, nascita del secondo Reich, 1871), deve fare i conti con una nazione che in effetti, ha fatto della politica di potenza la sua cifra fondamentale. Il che non rappresenterebbe un problema – molti Paesi hanno seguito questa strada nel corso dei secoli – non foss’altro che in Germania, nel corso del ‘900, questa smania di potere ha portato ai risultati disastrosi che noi tutti ben conosciamo (la Machtversessenheit, in lingua originale). A ben pensare, ricostruire una propria identità che superi determinati confronti con la storia più recente, pare proprio fare a pugni col concetto di mantenere viva la memoria di quella stessa storia così poco edificante: per paradosso invece, è proprio quella la strada. Se si mantiene viva la memoria, si riconoscono gli errori e se si riconoscono gli errori è più semplice ridare forma ad una identità nazionale.

Pierre Nora ha teorizzato il concetto di “luogo di memoria”.
Ne esemplifica il significato?

Il Luogo di Memoria, sebbene siamo tutti portati a considerarlo come un mero luogo fisico, è tutto ciò che di concreto e astratto ci riporta al ricordo del nostro passato, fosse questo di carattere privato o istituzionale. Il passare del tempo, secondo Nora, si fa sempre più veloce e i reali ambienti di memoria si perdono con lo scorrere di esso. Proprio per questo motivo, noi necessitiamo di azioni che allontanino questa perdita. Conservare un oggetto, partecipare ad una processione, prendere parte a un evento – così come visitare un museo o un memoriale, sono proprio le azioni che ci permettono di ricordare e preservare memoria.

Il ricambio generazionale può offrire un valido contributo a chiudere la partita dei tedeschi con il passato?
Per certi aspetti sì, per altri forse, non ancora. Più che offrire un valido contributo, in questo momento, offre una valida speranza. Mi spiego meglio: la speranza di molti tedeschi è proprio quella che, nascendo nuove generazioni di cittadini che non hanno vissuto direttamente gli eventi, cambi la percezione degli eventi. Un bambino nato oggi sarà un bambino a cui verrà raccontato che la sua città natale è stata divisa da un muro ma non sarà un bambino che ha conosciuto il muro. Fin qui, tutto scorre. Tuttavia il discorso è più complesso perché se a quel bambino – per esempio – verrà costantemente spiegato che il muro è caduto ma i buoni stanno a ovest e i cattivi ad est, quello diventerà un uomo con una precisa convinzione di fondo. Questo è il motivo per cui ancora non parlerei di contributo, ma di speranza.

Recentemente, nel 2019, prima del calcio d’inizio della partita di  Bundesliga tra Hertha Berliner Sport-Club e RB Lipsia, venne realizzata dai tifosi una coreografia in cui fu simbolicamente abbattuto un muro di pannelli di cartone su cui campeggiava la scritta: “Uniti contro ogni muro, uniti per Berlino”.
Quali altre invisibili “cortine di ferro” esistono oggi in Germania?

Esattamente quella di cui parlavo nella risposta precedente: il sentiment attuale – per usare un termine contemporaneo – è proprio quello di un Paese che, ancora dopo quasi 35 anni, cerca di omogeneizzarsi. Questo sia ad est che ad ovest, per quanto appaia ridicolo, a noi che guardiamo da fuori, suddividere ancora la Germania in due settori. La realtà è che la zona ovest – per alcuni aspetti – fatica ancora a svilupparsi come la parte occidentale e che i sentimenti di molti cittadini svariate volte sfociano in forme di nostalgia per quello che è stato: un Ossis che nutriva determinate aspettative sul sistema occidenatale e non le vede realizzate, tenderà a rintanarsi nel ricordo, per quanto distorto, della ex DDR; un Wessis, per contro, rischia di considerare il suo connazionale orientale come una sorta di disturbatore venuto da un Paese diverso.

Il titolo del libro reca il termine “identità”. Non trova che sia pericoloso, se “ombrello” di propositi da recinto?
Beh, viviamo in un’epoca in cui di “ombrelli” se ne creano parecchi e anche per questioni di minore entità. Personalmente ritengo che la Storia si faccia coi fatti e non solo con gli ombrelli; con la maturità di ogni singolo cittadino e con la forza di far bene e di vivere meglio. Purtroppo, ci basta accendere un telegiornale e renderci conto che questo spesse volte non succede.

Angela Parise, laureata in Lettere presso l’Università degli studi del Piemonte Orientale, è autrice e blogger. Al suo attivo la pubblicazione di sette romanzi e svariati premi letterari. Attualmente studia presso la facoltà di Filologia dell’Università del Piemonte Orientale e procede coi suoi studi di storia tedesca del ‘900, che sono il suo campo di ricerca.

Il dramma del giudizio

“Dopo aver tanto parlato di processo, bisogna parlare di giudizio per capire non tanto il processo quanto il diritto cosa sia”, così il giurista cattolico Francesco Carnelutti.
Per quale ragione ha scelto di elaborare la sua riflessione, confrontandosi anche con opere letterarie e teatrali quali l’”Orestea” di Eschilo ed “Il processo” di Kafka?

Perché l’espressione artistica e poetica compresa nelle opere letterarie citate è in grado di cogliere l’essenza del fenomeno giuridico in maniera profonda. Direi, addirittura, radicale. Nell’Orestea si rappresenta, tra tante altre cose, la necessità del diritto per garantire la coesistenza sociale. Ma, in particolare, è l’istituzione del Tribunale, dell’Areopago, quindi del giudizio, a sancire il passaggio dalla regola della vendetta alla regola del processo, dalla furia meccanica alla parola dialogica. Istituire il giudizio significa, dunque, dare vita al processo stesso di civilizzazione. Nel Processo di Kafka, seguendo un possibile percorso interpretativo, il rifiuto nei confronti del giudizio degli esseri umani, dell’arbitrio che esso inevitabilmente comprende, allude ad un giudizio altro, ulteriore, trascendente, a cui tutti siamo sottoposti e da cui tutti siamo attratti. Ma è solo attraverso il giudizio degli esseri umani sugli altri esseri umani che si può accedere ad altro, che si può essere in attesa di un giudizio altro e assolutamente necessario perché in grado di donare senso alle nostre esistenze.
Paul Celan asseriva: “Non dividere il sì dal no!”.
Professore, è nella coabitazione di bene e male, eternità e tempo, verità e menzogna, colpa e destino, che s’annida la drammaticità dell’emettere un giudizio?

La drammaticità è il frutto dei limiti di ciascun essere umano che, come dice lei, deve convivere con la tensione verso l’infinito, da una parte, e la realtà della propria finitudine, dall’altra. Il giudizio è un dramma perché consiste in un’azione conflittuale. Il conflitto, in particolare, è quello del giudice con se stesso. In quanto essere umano, non può non essere consapevole dei propri limiti cognitivi. Non può mai sapere tutto quello che c’è da sapere su ciò per cui è chiamato a pronunciarsi. Nonostante questi limiti, che in alcuni casi cosiddetti difficili appaiono in tutta la loro portata, è comunque obbligato a valutare, a volere, a giudicare. Ecco, questo scarto, tra la conoscenza limitata che il giudice ha e l’obbligo di giudicare, è la fonte del dramma, del conflitto, spesso lacerante, che egli vive con se stesso, considerando le conseguenze importanti che ogni giudizio comporta sulle vite degli altri.
“Oggettivismo” iper-logico di un algoritmo e rifiuto del “giudizio” in quanto tale.
Come ci si districa tra l’aridità astratta dell’IA e l’omologazione da Web? Tra la logica esasperata e l’ondivaga interpretazione degli eventi?

La via da percorrere è quella della giustizia. La via, cioè, che conduce il giudice ad assumere la consapevolezza di dover rispondere, in ogni caso, ad una richiesta di giustizia, sebbene nessun ordinamento possa mai fornire al giudice una regola assoluta, chiara, esplicita ed inequivocabile della giustizia. Quindi la via che propongo è una via umana, non certo robotica. Non esiste, e non può esistere, l’algoritmo della giustizia. Non si tratta certo di una via semplice. Anzi, è una via drammatica e, infatti, accentua il dramma del giudizio perché complica ulteriormente il lavoro del giudice. Lo obbliga, infatti, a coltivare un’adeguata sensibilità, a mettersi nei panni degli altri, a soppesare con equilibrio i principi di giustizia che ispirano il nostro ordinamento. Tuttavia, non vedo altre strade, se non si vuole ridurre il diritto e il giudizio a un affare tra macchine, perdendo qualsiasi senso di giustizia o, al contrario, all’affermazione dell’arbitrio dei singoli in nome di una giustizia personale che non sarebbe altro che espressione di mero potere.
Le sue letture, i suoi studi, la sua esperienza di vita: ci sono tratti di comunanza tra giudicato e giudice?
Sono entrambi essere umani, entrambi fragili, limitati, incompiuti. Ma questo significa anche che sono pari, che hanno il dovere morale del rispetto reciproco. Tanto giudice quanto giudicato, incarnando i ruoli che l’ordinamento loro attribuisce, non fanno altro che dare senso alla vita comune, al legame sociale. Perché per essere giudice e per essere giudicato bisogna essere riconosciuti come tali. Bisogna, cioè, che si accetti la pari dignità di ciascuno affinché i conflitti possano essere risolti in maniera ponderata, meditata, attraverso la riflessione, la dialettica, il confronto tra le diverse ragioni. Giudice e giudicato sono espressione di una comunità che si è data delle regole e che ha scelto di sostituire la parola alla spada. Sebbene questo non significhi che il giudizio non produca violenza o atti di forza, come quelli che conducono a privare qualcuno della propria libertà.
Lei commenta una vasta letteratura giuridico-culturale circa il “giudizio”.
Ebbene, è approdato ad un porto sicuro?

No. Non esiste un porto sicuro. Diciamo che sono in piena navigazione e che ho trovato una bussola affidabile per continuare, se riesco, la traversata. Mi riferisco alla bussola della libertà. O, per meglio, dire, alla bussola che fa coincidere il Nord del Giudizio con il Nord della liberta. Giudicare, in altre parole, vuol dire essere liberi. Vuol dire assumersi la responsabilità della scelta in assenza di criteri definitivi, semplicemente sulla base di un modo di pensare che Immanuel Kant definiva largo. Significa pensare da sé, con la propria testa, tenendo conto sempre dell’unicità e della dignità di ciascun altro essere umano.

Alessio Lo Giudice
Professore Ordinario di Filosofia del diritto e Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Messina. Dottore di ricerca in Filosofia del diritto presso l’Università di Tilburg nei Paesi Bassi e in Sociologia del diritto presso l’Università degli Studi di Milano. Già ricercatore presso l’Université Catholique de Louvain in Belgio. La sua riflessione ha per oggetto la regolazione sociale in ambito post-nazionale ed europeo, sullo sfondo delle teorie moderne e contemporanee dello Stato e della democrazia. Si occupa anche dei profili filosofici del giudizio giuridico e politico. Tra le sue pubblicazioni, oltre a “Il dramma del giudizio”, si segnalano: La democrazia infondata. Dal contratto sociale alla negoziazione degli interessi, Carocci 2012; Istituire il postnazionale. Identità europea e legittimazione, Giappichelli 2011; Il soggetto plurale. Regolazione sociale e mediazione simbolica, Giuffrè 2006; Giudicare in ipotesi e rinunciare al giudizio non sono la stessa cosa. A partire dal caso limite del reato estinto, in “Legislazione Penale”, 2021; The Rule of Law and Democracy in Robert Alexy’s Legal Philosophy, in “Rivista di Filosofia del diritto”, 2020; Sulla crisi del giudizio politico, in “Teoria e Critica della Regolazione Sociale”, 2019; The Constituting Value of a European Democratic Experimentalism, in “Contemporary Pragmatism”, 2018; Dallo Stato di diritto allo Stato di sicurezza? Tracce di una torsione istituzionale, in “federalismi.it”, 2017; The Concept of Law in Postational Perspective, in Seán Patrick Donlan, Lukas Heckendorn Urscheler (eds.), Concepts of Law. Comparative, Jurisprudential, and Social Science Perspectives, Ashgate, 2014. Co-dirige la Collana di Filosofia del diritto “L’Europa del Pensiero” per Castelvecchi e Co-coordina la collana editoriale “Rifrazioni. Studi critici di storia della filosofia del diritto” per ETS. È componente del comitato di direzione della Rivista “Teoria e Critica della Regolazione Sociale”, del Comitato scientifico della Collana editoriale “Filosofia e pensiero critico” per Castelvecchi, e del Comitato editoriale della serie “Legal Studies in International, European and Comparative Criminal Law” per Springer. Collabora con “Huffington Post”, “Left Wing” e “Filosofia in movimento”. È autore del podcast “Filosofi & Diritto”.

Graphic design

L’illustrazione è un’antichissima forma d’arte. Gli Egizi disegnavano immagini religiose su papiro.

Ebbene, quali e quanti vantaggi, oggidì, offre il graphic design?

Credo in materia di comunicazione ci si trovi di fronte a un altro grande cambiamento.

Gli strumenti si sono certamente evoluti anche se, molte volte, quando riguardo i lavori di circa 30 anni fa di personaggi come Brody o Boom, quei progetti mi sembrano essere fortemente più moderni e sperimentali di buona parte di quello che vedo oggi nel graphic design.

La comunicazione visiva, come il linguaggio, è in continua evoluzione e deve essere costantemente codificato.

Fra le critiche che hanno affrontato i graphic designer più interessanti, proprio nel loro periodo di massima creatività, principalmente ci fu quella di generare immagini “mostruose” secondo i canoni correnti di ciò che doveva essere una buona immagine o un impaginato corretto. Mi riferisco a visual che oggi io io trovo assolutamente straordinarie.

Capita spesso che la società decida di accettare e poi imitare i suoi mostri.

Venne attaccato nello stesso modo l’illustratore inglese Aubrey Beardsley, nel primo ’900.

La sperimentazione grafica può essere stridente e scorretta, ma mi auguro resti sempre libera e consapevole del suo ruolo sociale: sono sempre stata molto interessata al modo in cui la pubblicità e il design possono manipolare il “come” le persone pensino e credo sia molto importante che i designers capiscano il contesto in cui lavorano.

Per quanto riguarda i vantaggi offerti dai nuovi strumenti digitali (realtà aumentata, metaverso, blockchain , NFT, AI) credo sia abbastanza inevitabile imparare a utilizzarli È una nuova sfida per la propria creatività. La domanda secondo me non è se accettare o meno la macchina, che ormai esiste, ma in che modo io possa utilizzarla per dare nuova forza e impatto al mio progetto.

Perché se non lo farò io, lo farà comunque qualcun altro e questo non mi piace.

Certo può preoccupare l’uso che alcuni manager potrebbero fare della tecnologia in termini di riduzione dei posti di lavoro.

Per questo è fondamentale la formazione delle risorse ma anche un’educazione culturale generale all’utilizzo di questi strumenti, che sappia valorizzare il potere di insubordinazione delle idee.

L’illustrazione è il risultato dell’invenzione intellettuale e del dominio delle tecniche necessarie: la legislazione corrente include la professione dell’illustratore tra quelle che fruiscono del diritto d’autore?

L’autore dell’illustrazione detiene i diritti d’autore ma può decidere di cedere l’utilizzo dei diritti al cliente (agenzia di comunicazione, casa editrice, azienda).

Quando ho lavorato come dipendente in una agenzia di pubblicità, il datore di lavoro aveva i diritti d’uso della mia illustrazione per contratto. Questo include le opere eseguite sia a mano che in digitale.

Per quanto riguarda piattaforme social, nel contratto stipulato tra l’utente ed Instagram  (ad esempio) viene regolamentato il diritto d’autore sui contenuti pubblicati dall’utente, quindi non prevede nessuna cessione dei diritti d’autore a favore della piattaforma. 

Come illustratrice indipendente, posso decidere. Spesso le condizioni contrattuali sono inadeguate alla cessione e alla durata di cessione dei diritti. Come cita la direttiva UE 2019/790 (l. 633/1941 e ss. mm. ii.), i compensi per gli illustratori prevedono anche i proventi delle royalties, ovvero la partecipazione ai proventi commerciali dell’opera.

Ormai, le agenzie realizzano i layout al computer, utilizzando la fotografia in modo massiccio: quanto è ristretto il mercato, oggi?

Nel mio mestiere di creativa non ho mai vissuto una rivalità con la tecnologia.

Alla fine dell’800, con la crescita della fotografia, molti illustratori hanno avuto più problemi di quanti ne abbia avuti io sia con la fotografia che con il digitale.

Il mio compito è prima di tutto quello di avere delle idee poi in seconda battuta di creare delle immagini, perciò l’integrazione con la tecnologia nel mio caso è stata fluida.

Penso che ormai clienti e pubblico sappiamo riconoscere la differenza di impatto emozionale dei differenti media.

Quello che può essere un problema per la mia professione è invece l’ignoranza nel saper distinguere un’immagine che funzioni da una che piace, o aderisca alla tendenza del momento.

Personalmente il piacere emotivo-sensoriale dello stendere il colore sulla carta e la praticità di sviluppare in un soffio di tempo un disegno digitale che serve per un lavoro urgente, sono azioni che restano in ambiti diversi e con obiettivi differenti.

Decidere di lavorare a un’opera unica o generare un’immagine riproducibile in serie sono azioni con intenzioni di base differenti. Non le valuterei sullo stesso piano.

Editoria, concept art, character design, tatuaggio, pittura, scenografia, advertising: campi di applicazione professionale sono molteplici.

L’illustrazione è davvero un trampolino di lancio per una corposa varietà di sbocchi professionali?

Io ho studiato illustrazione presso lo IED di Milano. Saper disegnare mi ha aiutata perché ho ideato tessuti, packaging, illustrato campagne pubblicitarie, e fatto una scorribanda nel mondo dell’animazione.

E con gioia immensa ho illustrato libri, riviste, copertine.

Quello che ho imparato a fare mi ha permesso di lavorare in ambiti differenti e straordinari ma non mi ha evitato di restare a volte senza lavoro anche per mesi. 

I dannati della Saint George” di Dario Pontuale.

Quali intese si stabiliscono tra narratore ed illustratore?

Intanto è inevitabile sottolineare come molti dei miei disegni non esisterebbero senza il lavoro di Dario, mentre i suoi scritti esisterebbero anche senza i miei disegni.

É vero che non sempre chi scrive e chi disegna stanno guardando lo stesso paesaggio o tanto meno sono interessati a comunicare la stessa emozione.

Ma a volte capita una specie di incantesimo, un’intesa creativa che supera gli individui fino a chiedere loro di farsi da parte, perché il lavoro che stanno realizzando insieme si trasformi in qualcosa che aspiri alla bellezza. Questa magia è rara e ancora più preziosa perché non è necessaria.

Elena Miele, laureata in Comunicazione pubblica e d’impresa, Master in Brand Management IED.

Non avrai altro idolo all’infuori di me. 50 appunti per un «esodo» dalla biocrazia capitalista

“Non avrai altro Dio all’infuori di me”, Esodo 20, 3.
Lì si vuole significare il primato dell’inquantificabile, dell’invisibile, dell’incapitalizzabile.
E nel titolo del libello ?

Nel titolo del libello avviene un’inversione parodistica e tragica insieme. Dio, il Mistero, la Vita, l’Invisibile, l’Inclassificabile – o quale che sia il nome di questa dimensione – sparisce e al suo posto troneggia l’idolo, il vitello d’oro, il feticcio, Moloch, il grande capitale vampiro e divoratore. L’idolo è creato, è fatto dal lavoro vivo dell’uomo ad esempio, ma si spaccia per increato e per datore di lavoro e di vita, mentre invece vuole solo crescere a dismisura, predare, e sempre si nutre di vita e del vivente. Il problema è che noi non vediamo più la tragica inversione, non inorridiamo più di fronte alla sparizione e alla sussunzione di questo Mistero che è anche il nostro essere stesso, ma naturalizziamo l’idolo e alla fine, coscienti o no, diventiamo idolatri, alcune volte entusiasti, spesso rassegnati, ma idolatri restiamo. Ipnotizzati, sonnambuli, sconnessi da noi stessi e dal fondo dell’essere, abdichiamo alla nostra umanità, al nostro compito di mediatori tra il cosmo e l’indicibile. Accettiamo un’antropologia miserrima e diventiamo ad immagine e somiglianza dell’idolo e non del Mistero (qualunque sia, ripeto, il suo nome).

Le società capitalistiche sono state rese sempre più deboli e disuguali da decenni di guerra ai salari ed ai diritti delle classi subalterne, dalla demolizione del welfare e dall’ imporsi di forme di coscienza ultracompetitive.
Ebbene, in qual misura la pandemia di Covid-19 ne ha fatto emergere le intrinseche contraddizioni?

Il tardocapitalismo è la forma ad oggi più assolutizzante, onnipervasiva e violenta di quello che chiamo il capitalocene, cioè l’eone del capitale, che nasce, nelle sue prime forme, tra XII e XIII sec. Il capitalismo è sempre una rimappatura del reale secondo le sue logiche di accumulo di potere e di mercificazione, una conquista del reale, e certo non solo un sistema economico. Oggi è un capitalismo tecnocratico, transumano, della sorveglianza e del controllo assoluti (almeno nelle intenzioni), dataista, biocratico e somatocratico: vuole impadronirsi delle radici (anche genetiche) della vita e dei corpi, anche sotto pelle. Trattasi di fatto di un “nuovo fascismo” omologante e dilagante, come già intuì genialmente Pasolini. L’epidemia Covid è stata, almeno all’inizio e paradossalmente, una opportunità di rimessa in discussione radicale delle oscene politiche neoliberiste, che hanno devastato la natura, i diritti sociali, che hanno privatizzato la scuola e la sanità, tagliato il welfare state, veicolato un’antropologia competitiva, violenta e totalmente antisolidale ecc. Ma presto il capitale si è impadronito dell’epidemia e ne ha fatto un suo nuovo pascolo, per imporre inediti controlli, gigantesche raccolte di dati, oceanici introiti per lo squalo di Bigpharma, il tutto, in genere, di fronte alla nostra remissività, alla nostra paura, alla nostra accettazione passiva e poco critica di una narrazione ossessiva e terrorizzante. L’occasione è stata persa e si è tramutata di fatto in una sorta di incubo.

La miseria, la costrizione e l’incanto camuffati da pregio, da promozione e successo.
Si è ancora in tempo per fuggire dal “capitalocene”?

Sì, quelle che lei cita sono tutte inversioni tipiche della “pseudoteologia”, ma di fatto del nichilismo capitalocenico. Le virtù diventano debolezze, i vizi virtù, l’accumulo una cosa doverosa e positiva, la sobrietà un inutile orpello. Come dicevo prima, il capitalismo è soprattutto una risistematizzazione del mondo secondo il “vangelo dell’idolo”; la guerra è pace, la servitù è libertà, l’ignoranza è conoscenza. Sembra Orwell, ma siamo piuttosto noi… Lei mi chiede se possiamo ancora fuggire dal capitalocene… La risposta è difficile e articolata. Sì direi, da un punto di vista interiore: mi accorgo del totalitarismo capitalista, mi accorgo dell’idolatria che mi ha irretito, mi accorgo di essere servo dell’idolo. È doloroso, ma posso, dantescamente “ritrovarmi”: «mi ritrovai per una selva oscura». Mi ritrovo, mi trasformo, compio una metanoia, decido di non appartenere più all’idolo. Decapitalizzo la mia vita. Sarà un lungo e doloroso processo, ma che avviene già adesso, nell’istante in cui mi risveglio. Questo è il lato personale. Il lato sociale, collettivo è molto più complesso. La pervasività di questa biocrazia è sempre più estesa. Serve un risveglio dei popoli, degli oppressi. Serve una trasformazione rivoluzionaria. La via, al momento, appare ancora minoritaria. Certo dobbiamo svegliarci in fretta, perché il tempo non gioca dalla nostra parte. Senza il risveglio dei popoli sarà difficile uscire da questa morsa distruttiva. È anche vero che il sogno di giustizia, di pace, di amore che alcune persone, alcuni gruppi, un certo “circolo cosciente dell’umanità” ha coltivato ieri e oggi, non muore. Dipenderà da noi, ma anche dalla nostra capacità di allearci con la natura e con l’invisibile per un cammino di liberazione insieme.

Holderlin scrive “Dove c’è pericolo, cresce anche ciò che salva”.
Quali sono gli ostacoli affinché ci sia un risveglio, una radicale mutazione, un passaggio trasformativo?

Holderlin ha ragione. E il suo paradosso è mai più vivo e cogente oggi. Gli ostacoli sono di tre tipi: interiori, perché siamo “formattati” dall’idolo, suo servi, che lo vogliamo o meno, e non vediamo più che l’idolo che si dice dio è invece un feticcio sanguinario. Dall’altra sono strutturali: l’impero dell’idolo ha creato un dispositivo di leggi, norme, tecnologie, ha creato un sistema vasto e capillare che ci vincola. Terzo problema: i poteri forti, oligarchici, accumulatori e predatori, che non hanno nessuna intenzione di cedere. E non cederanno, a meno che noi, ripeto, ci risvegliamo, singolarmente e come popoli.

Si può immaginare una forma concreta di universalismo e pensare ad una diversa configurazione del rapporto tra individuo, società civile e Stato?

Domanda molto complessa. Non posso che dare piccoli cenni. Le risposte vanno costruite insieme e richiedono tutto il nostro studio, la nostra dedizione e la nostra creatività. Penso che ci troviamo di fronte alla “fine di un mondo”. Non alla fine del mondo, ma di un mondo. Le democrazia borghesi collassano. Il tardocapitalismo è insostenibile: drena la vita, succhia la natura, sconvolge i climi e distrugge le biodiversità. Si tratta di un crollo, non di una crisi. Ma paradossalmente questa è anche una possibilità: vanno ripensati i fondamenti del nostro stare al mondo. Servono nuove antropologie, nuove società civili, nuove idee di Stato. Più che universalismo, dobbiamo riscoprire il pluralismo delle culture, delle comunità. Questo sistema è un nuovo fascismo che omologa tutto: stessi cibi, stessi vestiti, stesse cure mediche, stesse tecnologie, stesse idee economiche ecc. Le risposte al crollo devono essere plurali, comunitarie, legate anche ai luoghi e alle geografie singolari. Basta modelli unici. Basta le torri di Babele! Crolla l’impero. E non sarà facile, ma nasceranno nuove possibilità di stare al mondo, possibilità più umane, rispettose, giuste, amanti, conoscenti. L’idolo vuole ridurre tutto a uno. Ne va della nostra stessa sopravvivenza. Naturalmente questo non sarà un processo automatico, ma legato, almeno in parte alle nostre scelte, al nostro coraggio di trasformarci e di risvegliarci. Dobbiamo riscoprire l’arcobaleno della realtà e rinascere a noi stessi e al mistero stesso della realtà tutta nella quale siamo imbarcati.

Gianni Vacchelli
Narratore, scrittore e docente (PhD). Insegna in un liceo classico del milanese. E stato amico personale e libero allievo di Raimon Panikkar. I suoi principali oggetti di scrittura e di studio sono la narrazione, Dante, la Bibbia, il pensiero e l’opera di Raimon Panikkar, la mistica, letti con un’ermeneutica attenta all’interculturalità e alla dimensione simbolico-interiore e critico-politica. In questi ultimi anni si è occupato di una riarticolazione critica di spiritualità, politica ed economia, nell’ottica di una nuova educazione liberatrice. Collabora con il quotidiano L’Avvenire e con varie testate online. Tra i suoi ultimi libri ricordiamo: Dante e la selva oscura (2018, Lemma Press); «L’inconscio è il mondo là fuori». Dieci tesi sul capitalocene: pratiche di liberazione (2020, Mimesis) e il saggio Dante e l’iniziazione femminile. Beatrice, Maria e altre ‘dee’ (2020, Lemma Press); L’«attualità» dell’esperienza di Dante (2021, Mimesis). Nel 2022 sono usciti il suo sesto romanzo, manitas (Jouvence) e la sua opera narrativa più importante dopo 20 anni di gestazione: I Vivi (un’orestea), un lungo romanzo-trilogia, che riscrive l’Orestea di Eschilo dal punto di vista dei bambini e rivaleggia in modo seriogiocoso con l’Ulisse di Joyce. Appena uscito nel giugno del 2023 il saggio Non avrai altro idolo all’infuori di me. 50 appunti per un «esodo» dalla biocrazia capitalista. Un suo breve profilo biobibliografico si può leggere in http://www.factotumagency.it/it/autore/gianni-vacchelli.

Intellettuali, Asterios, Trieste 2023

Per Gramsci la forza era nella società politica, oggi la forza è nella Rete. Nel virtuale si trova il consenso.
Cosa distingue un intellettuale da un influencer?

Cara Giusi, la tua domanda mi consente di riprendere un mio precedente libro nel quale ho dedicato spazio al rapporto tra intellettuali ed influencer. Infatti, nel saggio Rapporto sul sapere. L’intellettuale nel tramonto della politica, (edito per la Fondazione Matteotti nel 2021) proprio nel capitolo 3, dal titolo Intellettuali dallo scrittoio al virtuale, mi soffermo su cosa differenzia queste due figure, volendo cogliere nel consenso lo scarto tra l’una e l’altra. Lontani dai partiti di massa, che si stanno quasi estinguendo, gli intellettuali sono presenti nei talk show, nei festival di filosofia, nelle accademie, nei salotti televisivi, sulle pagine culturali dei quotidiani più risonanti. Purtroppo gli intellettuali che provano a trasmettere le proprie idee attraverso i media divengono funzionali allo spettacolo. Spesso scoprono di essere tollerati solo nella misura in cui assicurano intrattenimento e aumentano l’audience. Il problema da cogliere riguarda l’effetto dei mezzi di comunicazione di massa sugli intellettuali. Nella grande comunicazione mediatica, il linguaggio scritto risulta essere sempre marginale. Con i social, ancor di più, lo stile è volatile, svincolato da ogni rapporto con il patrimonio semantico della lingua. La televisione prima, e internet ancora di più, adoperano l’immagine quale strumento precipuo. I post su instagram sono l’emblema di come si possano adoperare foto e immagini accompagnate da parole addirittura sgrammaticate. Il linguaggio è semplice, ai confini della banalità. Accessibile a tutti. Scevro da colte argomentazioni, privo di un lessico ricercato. In ciò si radica di certo la sua democraticità. Dalla coesistenza di vecchi e nuovi media, dal continuo scambio tra giornali, cinema, televisione e sociale network si è giunti al punto in cui questi ultimi consentono la visione dei primi. Le notizie viaggiano su vari canali comunicativi, duplicando le possibilità del sapere, ma non le conoscenze. A chi parlano? Chi li ascolta? Questo è il problema. In questo tempo gli intellettuali contribuiscono in misura modesta al dibattito pubblico, e la gente non è certo interessata al confronto tra idee. La subordinazione del sapere a obiettivi di carattere pragmatico ha contribuito alla diffusione di un’atmosfera intellettuale che invita poco alla sperimentazione e allo sviluppo di visioni complesse. In questo clima, nuovi volti popolano il panorama dei colti che spaziano dall’ingegnere informatico, al web designer. Purtroppo costoro non riscuotono il dovuto riconoscimento e rimangono anonimi. Quel che suscita plauso è esser visti sui social o sulle piattaforme. I nuovi mezzi non mostrano grandi personalità, spiccano individui mediocri, indistinti che cercano riconoscimenti, applausi e like. Partecipare ha lo scopo di essere riconosciuti e considerati. Quel che conta è l’accesso. A questo si aggiunge il contatto con il pubblico, al quale si parla di sé e si cerca di porsi nel modo più naturale possibile. Lo scopo è l’unicità, nella quotidianità. Unicità e banalità. Facebook è diventato il luogo su cui giocare la partita della nostra credibilità sociale. L’esperienza personale diretta è vista come garanzia di autenticità e di novità assoluta. Ognuno cerca la propria autoaffermazione, mostrandosi genuinamente la propria quotidianità. Esaltazione dell’ovvio. Narrazione e stories. Digital storytelling e racconti personali. Il paradigma narrativo è la normalità. Mettersi allo specchio e riprendersi è il mezzo per creare ed essere lo spettacolo, sempre con naturalezza e spontaneità.

La pandemia da Corona Virus ha imposto un ripensamento delle parole di senso comune: il pensiero critico di medici, virologi e biologi si è intrecciato con la politica.
Ebbene, medici, virologi, biologi sono intellettuali?

Entriamo ora nel vivo del libro scritto insieme a Giuseppe Cantarano, Intellettuali, all’interno della collana Lessico Pandemico. Si, gli scienziati sono intellettuali. Intervengono da studiosi, da teorici, da critici e da esperti. Il lavoro dello scienziato di professione ha un aspetto teorico fondamentale, pur avendo delle ricadute pratiche importanti. Ma la scienza è prima di tutto pura speculazione. Una tesi scientifica è da provare, ma va creduta quasi dogmaticamente e fideisticamente. Su cosa crediamo? Sulla ripetibilità dell’esperimento. Eppure è la prima volta che in due anni abbiamo un vaccino. Virologi in tv e sui mezzi di comunicazioni invitano ed insegnano a lavare le mani, ad adottare il distanziamento ad usare le mascherine. Il pubblico, non abituato al linguaggio tecnico, a volte non comprende totalmente il messaggio. Le informative vengono trasmesse per diffondere, anche, calma e tranquillità. Capua, Viola, Zangrillo, Bassetti ci influenzano, per le loro idee e per le loro ipotesi. Anche in contrasto. La loro credibilità mediatica aumenta. Le scelte comunicative sono volte a persuadere. La scienza ha avuto un grande impatto sul modello culturale e sul sistema sociale. Negli ultimi decenni, il legame tra ricerca scientifica e politica è diventato sempre più complesso, fino ad essere finanziata solo se applicata alla soluzione di problemi o alla generazione di innovazione tecnologica. La pandemia ha posto il problema del finanziamento e della scelta sugli investimenti, così come la promozione dei farmaci e dei vaccini.
Il problema grosso diventa prendere decisioni. La politica non ha più pensato a lungo termine, ed ha delegato senza immaginare e progettare scelte concrete in ambito sanitario. Anni di tagli nei confronti della sanità pubblica e dei dipartimenti e della ricerca, per poi chiedere velocemente soluzioni rapide ad un problema immenso e complesso.

L’indagine sul ruolo degli intellettuali è apparsa sempre allacciata alle questioni relative ai rapporti tra sapere e potere, tra pensiero e azione, tra teoria e pratica, tra utopia e realtà. È corretto affermare che l’intellettuale debba essere considerato, a questo punto, un attore sociale senza alcun futuro, esclusivamente un’orma del passato?

Più che corretto, noi speriamo proprio che non lo sia. Scriviamo su questo tema, come di recente ha fatto anche il prof. Cassese, in un saggio edito per il Mulino ed uscito nel 2021, dal titolo sempre Intellettuali. Noi abbiamo voluto capire come gli intellettuali abbiano colto e gestito la questione pandemica, perché è l’evento che ha influenzato in modo dirompente la realtà e che ancora ci riguarda. Nel testo ricordiamo il manifesto proposto da tanti accademici in difesa della scuola, quale luogo di socialità e contro l’idolatria della didattica a distanza. Questo manifesto è uscito su la stampa proprio il 15 maggio del 2020. Le prese di posizione mostrate nei confronti di alcuni provvedimenti restrittivi, però, solo sempre e solo state espressi da singoli. Non da un gruppo omogeneo di pensatori. Il dibattito è stato acceso. E forse lo è ancora adesso. Noi nel libro riprendiamo le affermazioni di Agamben, e discutiamo con Esposito. Presentiamo le analisi proposte da Di Cesare. Abbiamo presente come studiosi illustri come Fistetti, Gembillo, Cacciatore, abbiano, negli anni, studiato il legame tra filosofia, scienza, sociologia, economia. Da Morin la lezione da assumere è cogliere i problemi in un’ottica complessa e non riduzionista. Eppure, la politica ha fatto l’opposto, proprio nel momento decisionale. Non lavora sui problemi nel lungo periodo, ma propone soluzioni immediate, senza tenere conto degli effetti. Questi sono sotto gli occhi di tutti, trascorsi pochi anni. Non siamo fuori dagli esiti della pandemia. Solitudine. Isolamento. Paura del contagio. Crisi. Viviamo non volendo rischiare, o avendo paura di correre il rischio di ammalarci. Sembra normale. Eppure non si può dover scegliere tra libertà e vita.
Aver voluto studiare la relazione tra sapere e potere, ha come scopo quello non di ricucire un’antitesi impossibile. Vogliamo invece comprendere cosa oggi, ancora, il pensiero possa offrire al fare della politica. Il pensiero deve offrire coerenza. Gli intellettuali devono insegnare a dubitare, ed a riflettere tenendo in considerazioni non solo le scelte del mercato e della finanza. Gli intellettuali devono mostrare i valori sui quali è impossibile negoziare. Il tradimento inaccettabile riguarda i valori. Possiamo discutere sulla loro validità, sulla loro universalità, sul loro relativismo. Qualsiasi dibattito non snatura il senso dei principi di giustizia e verità, che rimangono inderogabili. Come dice benda, allora, l’intellettuale: “ha il dove dovere di assumere una posizione precisa, a rischio altrimenti di cadere nella predicazione del dilettantismo, che costituisce, specificamente, in fatto di morale, un insigne tradimento del chierico”.

Gli intellettuali con il loro pensiero poco docile, anzi sovente sovversivo, hanno contribuito a mettere in crisi i valori fondanti dei dogmi, delle credenze, dei costrutti ideologici vigenti nelle società e culture di appartenenza.

Quanto gioca, oggi, la vocazione a dissentire? Essa è barattata col perseguimento del consenso?

Penso di no. Penso, invece, che cerchino di dissentire, ma il problema sia rispetto a cosa? Su quali temi? Quali idee politiche non condividono? Quale establishment vogliono destituire? Ci sono tanti pensatori che su fronti diversi si danno da fare per difendere l’ecologia e l’ambiente. Ci sono molti studiosi che lottano per i diritti sociali, per la determinazione da parte delle minoranze. Ci sono storici che analizzano e si stanno schierando contro il revisionismo storico, che non riconosce il senso delle parole. Ci sono giuristi che vogliono analizzare le fonti della nostra Costituzione, che ancora non è totalmente messa in atto. Ci sono politologi che valutano le proteste e le sommosse geopolitiche in Africa e in Medio Oriente, per contrastare di una certa parte politica sulle migrazioni.

Gli studiosi ed i critici che lottano con le armi del sapere e della cultura sono attivi. E propositivi.

La scuola, quale luogo di formazione, è quello in cui devono giungere le battaglie culturali per poter formare cittadini consapevoli. La scuola, l’università e la ricerca devono essere davvero in sinergia. Oggi, purtroppo ci sono sloga – penso al liceo del made in Italy – che servono a non affrontare in modo strategico il grande problema del lavoro. Anni di tagli alle università, alla scuola, ai dipartimenti, hanno condotto ad un pensiero sempre meno eterogeneo. Anni di tagli alla sanità, hanno condotto al tracollo degli ospedali in epoca covid. Pensare in modo strutturato ed interconnesso vuol dire cogliere come non si possa programmare una gestione della sanità che non tenga conto di una ricerca in ambito accademico, ma che non tenga conto di contratti più equi e giusti. Pensare in modo strutturato significa che non si possa pensare di risolvere il calo demografico senza tenere conto degli stipendi del ceto medio. Ormai scomparso. Ti rispondo da madre, e da docente preoccupata per il futuro dei miei figli prima e dei miei studenti. Si deve fare tanto e si può ancora cambiare il corso delle cose. La politica deve essere speranza. E la cultura deve essere fuoco vivo.

Nel recentissimo passato, dunque, il sapere degli intellettuali e la prassi politica hanno saputo stabilire un’innegabile “relazione virtuosa”.

In qual misura gli intellettuali hanno supportato la politica nell’incidere e nell’orientare i comportamenti sociali durante il periodo buio della pandemia?

Il punto è che all’intellettuale venga chiesto d’espletare mansioni specifiche che spaziano dalla progettazione al coordinamento alla comprensione delle condizioni di possibilità risolutive dei fenomeni. Emergono figure nuove. Manager. Responsabili. Esperti. Ora non è più possibile parlare di lavoro intellettuale in maniera generalizzata ed univoca. I problemi scaturiti dall’epidemia pongono urgentemente ciascuno di noi, in generale, a riflettere in merito al proprio ruolo all’interno della società. Lo scienziato è visto come eroe. Gli annunci scientifici sono attesi. Le parole degli studiosi rendono manifesta l’esigenza della comunità pubblica di un linguaggio rassicurante. Questi studiosi adoperano ogni mezzo, anche i social, e sono pienamente immersi nel tempo dell’informazione pervasiva e capillare. L’informazione diventa virale. Le teorie rischiano di diventare, nell’essere divulgate in forma spasmodica, chiacchiera. Degli studiosi si chiacchiera. E si conoscono le loro vite. Le loro storie. I loro successi. Ed i loro fallimenti. Emergono nuove figure, in apparenza più accattivanti a livello pubblico, più utili sotto l’aspetto persuasivo. Biologi, immunologi, medici, fisici, informatici, giuristi, figure multiformi accomunate dal saper partecipare al discorso pubblico, allo scopo di contribuire alla gestione della cosa pubblica. La pandemia è stata l’emblema della res pubblica. Questo significa che hanno fatto politica dall’esterno. Queste figure pubbliche hanno posto in discussione la normalità della vita condotta fino a quel momento. I loro dictat sono stati assunti dal sistema e dalle istituzioni. La politica ha dato loro visibilità. Potere. Non assumono direttamente le decisioni. Ma dicono cosa sia meglio. Studiano. Fanno ricerca. E indicano la strada.

La riflessione degli intellettuali prevede tempi lunghi, ampi, distesi. La sollecitudine delle decisioni politiche può ancora permettersi l’attesa, il paziente ascolto della riflessione degli intellettuali?

Purtroppo no. I risultati, però, sono sorprendenti. Per la prima volta tutti noi abbiamo subito in modo rapido e decisivo le revisioni della scienza, cambiando continuamente visione a proposito del virus e delle misure utili a contenerlo. Un tempo i momenti di revisione teorica rimanevano chiusi tra le riviste specialistiche e settoriali. Ora gli effetti delle modifiche hanno avuto conseguenze sulla quotidianità di ciascuno. Ruolo cardine, per attivare le precauzioni contro ogni possibile pericolo, è svolto dalla divulgazione mediatica delle decisioni sotto forma di notizie. Politica e media hanno adoperato la scienza, quale intelighentia non uniforme nelle sue verità. Le istituzioni hanno sposato la precauzione quale abitus da attribuire ad ogni decisione e norma. In questo modo, tra i cittadini ci sono stati i seguaci pedissequi dei dogmi scientifici. Ci sono stati, anche, gli avversari spavaldi che, sbeffeggiando la mascherina e qualsiasi proposta scientifica e normativa sono incappati, poi, nel virus. Sui social, poi, hanno mostrato rammarico per non aver creduto e non aver obbedito alle normative da un lato, ed alle ipotesi scientifiche dall’altro.

I filosofi, in particolare gli epistemologi, da tempo, ormai, hanno chiaro come tutte le teorie scientifiche siano per prove ed errori. Del resto, la verità è solo la confutazione della teoria precedente. Gli addetti ai lavori hanno chiaro la differenza tra il contesto della scoperta e il contesto della giustificazione. Molti filosofi della scienza sono disposti a sostenere che il contesto della scoperta sia spesso avulso da pratiche metodiche. Anzi, sottolineano come le più grandi scoperte della scienza moderna siano state effettuate in realtà in via del tutto casuale. Ora, il grande pubblico ha innanzi agli occhi la consapevolezza della perdita delle certezze. In questa sede preme puntualizzare il continuo sforzo di autocorrezione promosso dalla comunità scientifica. Le decisioni politiche, scegliendo quale fede scientifica abbracciare, hanno sostenuto le proprie azioni su basi impolitiche. Quindi, la politica ha demandato ad altri il senso ultimo del suo fare.

ROSARIA CATANOSO dottoressa di ricerca in Metodologie della Filosofia, docente di filosofia nei licei, membro del Centro per la filosofia italiana. Collabora regolarmente con le riviste “Segno”, “il cannocchiale. Rivista di filosofia”, “Tempo Presente” della Fondazione Giacomo Matteotti. Ha pubblicato saggi e articoli su Arendt, Heller, Husserl, Chiaromonte, Croce. Tra i suoi libri: Hannah Arendt. Imprevisto ed eccezione lo stupore della storia, Giappichelli, Torino 2019, Rapporto sul sapere. L’intellettuale nel tramonto della politica, Fondazione Matteotti, Roma 2021.

Cultura materiale della Resistenza

Storia della Resistenza Italiana attraverso gli oggetti e i materiali utilizzati dai partigiani

Aviolanci, radio, uniformi, equipaggiamento, distintivi, segni di riconoscimento, armi: qual è il valore della cultura materiale, tra l’altro poco nota, nello studio della vita partigiana?

La cultura materiale è un dato molto importante, che ci aiuta a capire quali siano stati i fattori che portarono alla nascita, crescita e sviluppo del fenomeno resistenziale in Italia; inoltre, illustrano da vicino quali furono le difficoltà logistiche, dal rifornimento di viveri per i piccoli gruppi, fino a quello per le formazioni, ormai “cresciute” in numero ed esperienza, al fornire armi e munizioni, vestiario, scarpe, etc. etc., dati che troviamo talvolta riportati in maniera superficiale e grossolana. Ovviamente, lo studio materiale non si può scindere, da quello documentale, come è giusto che sia, ma arricchisce, puntualizza e getta nuove basi di studio, su una materia vasta quale può essere la Guerra di Liberazione Nazionale 1943 – 1945, aprendo poi ovviamente nuovi spunti sul prima (come ad esempio sulle prime formazioni antifasciste italiane, come gli Arditi del Popolo, o sulla Guerra Civile Spagnola, primo campo di battaglia dell’antifascismo internazionale), sia, volendo, sul dopo, oltre che ovviamente sul periodo in questione. Purtroppo, venendo a mancare quasi totalmente i protagonisti diretti, viene a mancare il fattore della memoria storica, a cui poter fare domande dirette su determinati aspetti della vita dei volontari della libertà: fortunatamente, negli ultimi anni, e con l’ausilio di fotocamere, registratori e riprese, è possibile avere un buon numero di queste testimonianze. Mentre, parlando proprio di quegli oggetti che andremo ad interrogare, ci troviamo invece di fronte ad un altro problema, quello legato alla loro rarità: tutto ciò che riguarda la Resistenza è di difficile reperimento, dovuto all’eccezionalità del reperto ed alla sua manifattura, destinata a uomini e donne che vivevano in clandestinità. Così come è difficile ritrovare i luoghi dove si fermarono, dove fecero vita comune, dove trovarono riparo per poco tempo, in virtù delle leggi della guerriglia che prevedono uno spostamento continuo. Applicando il filtro della ricerca archeologica, quindi, è possibile arricchire le informazioni in nostro possesso su quel periodo essenziale, per la nostra storia odierna, che rappresenta la Guerra di Liberazione Nazionale 1943 – 1945; non solo, ma vedere da vicino quale sia stata l’evoluzione del movimento partigiano, la sua organizzazione, serve anche e soprattutto a superare determinate visioni semplicistiche, che vedono i partigiani come un gruppo di persone prive o quasi di qualsiasi regolamento o organizzazione, mossi unicamente da ideali e quindi poco efficaci, dal punto di vista militare, mentre il quadro generale che esce fuori da questo studio è totalmente diverso.

La galassia resistenziale può ritenersi riunita politicamente nel Comitato di Liberazione e militarmente nel Corpo Volontari della Libertà.

Partigiani cattolici, comunisti, autonomi, azionisti, socialisti: qual è la traccia, il filo rosso che cuce rapsodicamente anime tanto differenti?

Cosa unisce anime tanto differenti, ma non solo politicamente, anche in base alla provenienza ed al ceto sociale? Certo, la libertà dal fascismo e dal nazismo, l’aspirazione ad una società diversa, la fine della guerra e delle sofferenze: certo, non una visione univoca per ciascun combattente, dato che difficilmente le aspirazioni e i modelli politici dei partigiani di fede comunista, socialista o giellista potevano essere in linea con quanto sperato dai partigiani monarchici o cattolici. Anche il concetto stesso di Patria, che per molti poteva veramente rappresentare il piccolo nucleo cittadino entro il quale erano nati e cresciuti, era di difficile interpretazione: qual era la patria? Quella che aveva spinto tanti giovani a morire tra i deserti africani, o sulle montagne in Grecia, o nelle gelate steppe sovietiche padri, amici, fratelli di quei giovani? Quella stessa patria he arresta finalmente uno dei responsabili di questa tragedia, permettendo la fuga dei regnanti verso lidi sicuri, e contemporaneamente abbandona a se stessi soldati e ufficiali, fatti prigionieri e tradotti in Germania? Sicuramente, la molla che fece scattare il moto di ribellione, lo troviamo proprio in questa rivalsa contro quello che era stato un nemico, combattuto tra l’altro dai padri di molti di questi giovani durante la Grande Guerra; ma con la creazione dei CLN, ed in seguito alla famosa Svolta di Salerno che si crea finalmente un modello unico da seguire e perpetrare fino alla vittoria finale la lotta per l’indipendenza e la libertà nazionale: la Resistenza si può ben definire come l’ultima grande campagna del Risorgimento italiano, dove a combattere sugli spalti non furono solo i giovani intellettuali, sempre troppo lontani dalle masse popolari, ma contadini, operai, soldati, studenti, finalmente uniti in una unica grande lotta di popolo.

Gli Internati Militari, i reparti del Regio Esercito, la Divisione “Garibaldi”, il Corpo Italiano di Liberazione: ribelli.

Qual è la molla che fa assumere la decisione estrema di conquistare anche con le armi la libertà?

La risposta al sopruso, alla violenza. E spesso molti di questi soldati, reduci delle disastrose campagne volute dal regime fascista, una volta prigionieri degli ex alleati, capiscono di esser stati a loro volta strumenti di sanguinose occupazioni; ricordo a tal esempio, le parole di Angiolo Gracci” Gracco”, comandante della Brigata Garibaldi Sinigaglia di Firenze, che racconta con le lacrime agli occhi l’occupazione di Firenze da parte delle truppe tedesche, oppure i soldati della Divisione Partigiana Garibaldi in Montenegro, che decide di schierarsi al fianco dei partigiani di Tito e di Hoxa contro i nazifascisti; la Resistenza è occasione di riscatto per tutti coloro che hanno obbedito, più o meno coscientemente, agli ordini del Fascismo.

Gli oggetti “parlano”.

Ebbene, come si sono formati i codici di comportamento, le idee, la visione del mondo, l’“antifascismo esistenziale” di chi quegli oggetti li ha adoperati?

Ogni “oggetto” è in grado di parlare. Sta a noi ascoltare ciò che vuole raccontarci, o quello che noi vogliamo sentire. Spesso mi è capitato di sentire, in molte esposizioni che ho curato, espressioni contrastanti circa la presenza di simulacri di armi o armi disattivate, utilizzate e/o recuperate, orami ridotte ad innocui fermacarte. Ecco, ad esempio, molti si fermano solo davanti al fatto che questa fosse un oggetto creato per uccidere, innegabile: ma altri vedevano oltre a questo, alcuni ci vedevano un oggetto creato con una determinata perizia tecnica, altri un utensile che si dimostrò abbastanza superato, rispetto a quello che misero in campo altri eserciti nello stesso periodo della guerra, altri ancora vedevano un interessante reperto, il quale era passato di mano, finendo a combattere contro coloro che l’avevano usato per togliere libertà ad altri; quindi, uno strumento in grado di riportare la libertà ai popoli. Quindi, è sempre e comunque necessario porre più domande possibili a qualsiasi reperto noi andiamo ad indagare, non fermandoci mai a interpretazioni sommarie; e questo può essere adottata come chiave di interpretazione per qualsiasi manufatto della Guerra di Liberazione Nazionale. Ad esempio, il pugnale donato alla milizia fascista, con l’impugnatura terminante con il becco d’aquila, diventa un importante cimelio catturato al nemico, che spesso orna il fianco di un valoroso partigiano; cambia il proprietario, ma non cambia la funzione ornativa dell’oggetto, che assume però un significato diverso, di preda bellica. Stessa cosa per le armi, gli oggetti più bramati dai combattenti per la libertà, sia per l’ovvio utilizzo (senza le armi non si può combattere!), sia per il significato che hanno: oltre ad essere uno strumento necessario alla lotta, rappresentano anche un trofeo di guerra, da mostrare per dar prova del proprio coraggio. E questo discorso si può applicare a qualsiasi altro reperto – preda bellica usata e conservata dai partigiani (fibbie di cinture, pugnali, decorazioni nemiche, uniformi o parti di esse, stivali, etc. etc.) Mentre i materiali provenienti dagli aviolanci e tutto ciò che proviene dalle autoproduzioni clandestine, dalle armi alle uniformi, distintivi e buffetterie varie, rappresentano, nel dopoguerra, quella testimonianza di esser stato parte di un esercito segreto, di aver fatto la propria parte, e spesso viene preso e conservato in un armadio, riposto in un cassetto, dentro la vecchia madia in cantina; termina la funzione che hanno avuto, ma non il significato, il perchè sono stati utilizzati e poi riposti.

Francesco, l’antifascismo può essere ridotto ad una ideologia obsoleta?

L’antifascismo non potrà mai essere considerato un’ideologia obsoleta, perché è stata, e lo sarà sempre, il moto rivoluzionario che si oppone ad un sistema tirannico, liberticida e violento, ciò che è stato il fascismo. Ed è bene non creare mai la divisione tra fascismo e nazismo, dato che il primo è stato ispirazione e promulgazione del secondo; non a caso, in tutto il mondo non esiste questa dicotomia, ma ci si riferisce sempre ed unicamente al fascismo. L’antifascismo sarà sempre un’ideologia valida, giovane, la quale si oppone al fascismo, che come ci ricorda Pertini, “…non può essere considerato una fede politica. Il fascismo è l’antitesi di tutte le fedi politiche, perché opprime le fedi altrui. Il fascismo non è un’opinione, ma un crimine.”

Francesco Marchetti è uno studioso e ricercatore. Laureato all’Università di Pisa è esperto in ricerche sul terreno delle Alpi Apuane e degli Appennini. Si occupa di memoria, conservazione e tutela del patrimonio legato alla lotta di Liberazione. Con Tralerighe libri ha pubblicato il saggio “Comunità rurali” (2019).

Friedrich Nietzsche e il nazionalsocialismo e altre questioni nietzscheane

Nietzsche riassunto in formule manualistiche: il superuomo, la volontà di potenza e l’eterno ritorno. A quale tipologia di pensatore può essere ascritto Nietzsche?
Il pensatore al quale Nietzsche, per sua stessa ammissione, si ispira, è Schopenhauer; entrambi, infatti, individuano nella volontà il carattere fondamentale dell’esistenza, una volontà insaziabile e che anela instancabilmente a traguardi sempre nuovi; ma mentre Schopenhauer sostiene che questa inappagabile volontà deve essere repressa, in quanto portatrice di grandi sofferenze, Nietzsche, al contrario, sostiene che questa volontà deve essere assecondata, con tutte le sue conseguenze, in quanto sopprimerla significherebbe negare la vita e rinunciare alle sfide che essa pone. 
Nel mio libro cerco di dimostrare il legame a mio avviso inequivocabile tra il pensiero di Nietzsche e il nazionalsocialismo. Come sappiamo, Hitler era un lettore di Nietzsche, a tal punto da regalare a Mussolini tutte le sue opere. Certo, Nietzsche non era nè razzista nè nazionalista, e nemmeno particolarmente antisemita, ma è innegabile che nei suoi scritti si possono trovare molte pagine che ben si adattano all’ideologia nazionalsocialista. Egli, ad esempio, sostiene la necessità di annientare i malati, ed esalta la gerarchia, il militarismo, la guerra, la disuguaglianza degli uomini anche nei diritti, ecc. Tuttavia, il superuomo nietzscheano non coincide affatto con la figura di Adolf Hitler, in quanto il superuomo rifugge la fama e gli onori per dedicarsi a una vita riservata e lontana dalla massa. Hitler è invece paragonabile a un’altra figura presente nella filosofia di Nietzsche, ossia “l’uomo grande”, un uomo privo di scrupoli e che detiene un potere politico, come lo erano ad esempio, secondo Nietzsche, Giulio Cesare, Cesare Borgia e Napoleone. Ciò non toglie che il concetto di “volontà di potenza” sia comune a tutti gli esseri viventi, comprese le piante, e che tale volontà, in varie forme, sia il carattere fondamentale della vita di tutte le creature viventi e addirittura, secondo Nietzsche, anche del mondo inorganico. L’eterno ritorno è, a mio avviso, come spiego nel mio libro, un surrogato della credenza in una vita eterna, in quanto prevede che tutte le cose ritorneranno ciclicamente per l’eternità, quasi a conferire al Tutto e alle esistenze degli individui una sorta di immortalità. Credo che Nietzsche sarebbe stato favorevole al transumanesimo, ossia un movimento che sostiene che la scienza possa e debba favorire una crescita fisica e psichica dell’uomo, una crescita il cui scopo sia quello di creare superuomini simili al superuomo nietzscheano. 

Nietzsche, soventemente, è indicato come il “filosofo del male”, tanto da reputarsi ispiratore del nazifascismo novecentesco.
In qual modo, allora, riesce ad innervare il transumanesimo odierno?

Nel nostro presente, come in tutte le epoche, ci sono figure che incarnano il superuomo e la filosofia di Nietzsche, queste figure non vanno ricercate tra i politici o tra i personaggi noti, ma piuttosto tra uomini nascosti e spiritualmente superiori che conducono una vita più semplice e più riservata. Credo che Nietzsche, nel descrivere il superuomo, non faccia altro che descrivere sé stesso, ossia un individuo che non ambisce agli onori che la massa conferisce. Quindi i superuomini, seppure molto rari, esistono anche ai giorni nostri, ma la massa non sa della loro esistenza e ne ignora la grandezza e la profondità. Sergio Moravia, grande studioso di Nietzsche, afferma che “Nietzsche ha costretto l’umanità a divenire adulta”, ma temo che non abbia ragione; l’umanità non sa neppure dell’esistenza di Nietzsche; certo, la grandezza di un pensatore non si misura con la sua fama, anzi, ma credo che l’umanità stia andando nella direzione opposta rispetto a quella auspicata da Nietzsche. Moravia ha ragione nell’individuare lo scopo di Nietzsche, che è appunto quello di elevare il genere umano, ma tale proposito è attualmente del tutto inadempiuto. 

Riesce a scorgere convergenze tra figure appartenenti al nostro presente e Friedrich Nietzsche, capace di innalzarsi al disopra dell’aurora boreale delle illusioni con cui l’uomo abbellisce la tragicità del proprio esistere?
Nel nostro presente, come in tutte le epoche, ci sono figure che incarnano il superuomo e la filosofia di Nietzsche, ma queste figure non vanno ricercate tra i politici o tra i personaggi noti, ma piuttosto tra uomini nascosti e spiritualmente superiori che conducono una vita più semplice e più riservata. Credo che Nietzsche, nel descrivere il superuomo, non faccia altro che descrivere sé stesso, ossia un individuo che non ambisce agli onori che la massa conferisce. Quindi i superuomini, seppure molto rari, esistono anche ai giorni nostri, ma la massa non sa della loro esistenza e ne ignora la grandezza e la profondità. Sergio Moravia, grande studioso di Nietzsche, afferma che “Nietzsche ha costretto l’umanità a divenire adulta”, ma temo che non abbia ragione; l’umanità non sa neppure dell’esistenza di Nietzsche; certo, la grandezza di un pensatore non si misura con la sua fama, anzi, ma credo che l’umanità stia andando nella direzione opposta rispetto a quella auspicata da Nietzsche. Moravia ha ragione nell’individuare lo scopo di Nietzsche, che è appunto quello di elevare il genere umano, ma tale proposito è attualmente del tutto inadempiuto. 
Nietzsche e la teoria del Superuomo: quale nesso con uno dei temi più affrontati nei tempi coevi, ovvero la volontà di potenza dell’intelligenza artificiale?
Dai testi di Nietzsche emerge talvolta una spietatezza e una insensibilità davvero sconcertanti, intervallate da considerazioni quasi sdolcinate e, oserei dire, di stampo “cristiano” (del resto era figlio di un prete). In effetti, però, nei suoi scritti è spesso lodata la spietatezza, la cattiveria e la mancanza di scrupoli, quasi a voler propugnare un tipo di uomo non offuscato da desideri di “moralità”, ossia un “automa” che non si ponga problemi di “coscienza”. In questo senso, dunque, probabilmente l’intelligenza artificiale potrà in futuro creare degli automi spietati e “puri” nel loro agire, ma è improbabile che si possa un giorno riuscire a creare individui capaci di provare emozioni umane, quelle emozioni che Nietzsche, suo malgrado, non riesce a fare a meno di esprimere, altalenando esortazioni alla mancanza di scrupoli e alla violenza a riflessioni quasi commoventi. 
Reputa che sia l’essere molto legata alla vita reale l’attrattiva costante per la filosofia di Nietzsche?
Il fascino del pensiero di Nietzsche risiede sicuramente nel suo essere molto legato alla vita reale, e infatti, non a caso, il terzo capitolo del mio libro è intitolato “Una filosofia che parla della vita”. Si potrà essere più o meno d’accordo con le teorie e le riflessioni che questo grande pensatore propone, ma è innegabile che la sua filosofia nasce dalla vita reale ed è concepita per influenzare la vita reale stessa, ed è per questo che Nietzsche è a mio avviso il più grande pensatore di tutti i tempi, in quanto il suo pensiero è del tutto alieno a un approccio alla realtà astratto e incomprensibile del quale Hegel è il più emblematico rappresentante.

Matteo Martini è nato a Montevarchi nel 1972 e si è laureato in filosofia presso l’Università di Siena (sede di Arezzo). “Friedrich Nietzsche e il nazionalsocialismo”, pubblicato nel 2020, è composto dalle sue Tesi di laurea, Triennale e Magistrale, fuse insieme e pubblicate da “Controcorrente”; è il suo secondo saggio, dopo “Filosofando” pubblicato nel 2008, ed è il frutto di un’approfondita lettura dei testi dell’ultimo Nietzsche e in particolare de “La volontà di potenza”.

Cervelli fritti per merenda

In Occidente la tradizione del racconto è molto antica, addirittura risalente alle antiche forme orali e ai generi medievali dell’exemplum, del fabliau, del lai, eppure gioca ancora nella serie B delle scelte autoriali.

A quali ragioni attribuisce questo status di subordine?

Credo sia esclusivamente un discorso legato a temi economici e di marketing. In realtà, se analizziamo la storia della letteratura, scopriamo che alcune tra le migliori produzioni sono rappresentate proprio dai racconti. Tutti i più grandi, a mio avviso, hanno raggiunto le vette più alte proprio attraverso i racconti. Ernest Hemingway, Charles Bukowski, John Fante e molti altri hanno creato vere e proprie gemme letterarie la cui caratteristica è data proprio dalla brevità. In ogni genere letterario riscontriamo che le cose migliori sono state espresse proprio attraverso i racconti. Nel genere horror, un autore come Lovecraft secondo me si merita il podio accanto ai grandi romanzi di genere come Dracula o Frankenstein. Matheson lo è stato per la fantascienza. Molti racconti di Stephen King hanno la stessa autorevolezza dei suoi romanzi migliori. Alcune raccolte di Irvine Welsh sono notevolissime espressioni della contemporaneità. Molti grandi romanzi classici, in definitiva sono racconti molto lunghi: Il Vecchio e il mare; La Metamorfosi, Giro di vite, La fattoria degli animali, il Gabbiano Jonathan Livingstone. La mia idea è che se una cosa è scritta bene è scritta bene. Romanzo o racconto non dovrebbe fare alcuna differenza. Anche perché, se si volesse farlo, posso assicurare che condensare in poche pagine idee, stile e forza narrativa non è semplice. Il romanzo ti permette di coprire l’orizzonte, di analizzare e sviscerare più punti di vista. Con il racconto devi selezionare, asciugare, andare dritto al sodo senza tante scorciatoie.

Buzzati considerava il racconto “la sua forma di espressione preferita”, “una struttura breve e agile”, che “non fa in tempo a stancare il lettore, neanche quando è brutto, perché mal riuscito”.

Nel suo caso, quali ragioni l’hanno indotta ad offrirci otto racconti?

Per me i racconti devono essere come delle scudisciate. L’anima letteraria deve sanguinare. E questi otto racconti per me rappresentano altrettanti sassi che ho voluto lanciare nelle acque melmose delle coscienze collettive. Anch’io considero il racconto la mia forma di espressione preferita, ma per il semplice motivo che tutto, alla fine, si riduce a quell’ultimo pezzo di carne vicino all’osso, quello che dà sapore. E poi, è nei racconti che secondo me si raggiunge la pienezza del proprio stile narrativo. E gli otto di questa raccolta sono la testimonianza di varie fasi della mia vita. Sono stati scritti tutti in tempi diversi. In ognuno c’è un’evoluzione, sia mentale che stilistica.

La violenza, gratuita e spogliata di intenzioni etiche, risparmia poche di queste storie. Il suo pare profilarsi come un resoconto d’insieme sulla vita, un’immersione nella contemporaneità talvolta spietata e disillusa.

Esistono balsami per lenire l’amara ruvidezza della realtà?

Al momento sono un po’ pessimista circa la condizione umana. E se là fuori ci sono dei balsami, io ancora non li ho visti. La verità è che ognuno cerca il suo balsamo personale, o se lo fabbrica. Viviamo in un’epoca in cui le diseguaglianze sociali sono diventate talmente aberranti da essercisi abituati. Casi di cronaca sempre più mostruosi, guerre fratricide, una generale, esasperante sensazione di vuoto che scatena i peggiori istinti di violenza. Essendo un classe 79, ho vissuto un’importante fase di transizione. Sono cresciuto per la strada, con gli amici, si stava tra la gente, si sentivano storie, si facevano un sacco di cose, ci si conosceva l’un l’altro e non in modo superficiale. E poi la tecnologia ha compiuto il balzo, il capitalismo più selvaggio ci è andato a braccetto, la globalizzazione ha iniziato a ritorcersi contro le nostre anime e nemmeno ce ne siamo accorti. Si è diventati dipendenti dalle app, dalla velocità di apprendimento. Abbiamo allargato i nostri orizzonti, ma ci siamo ristretti dentro. Ciò che sembra avvicinarci, in realtà ci allontana. La verità, pura e semplice e volendo anche un po’ cinica e nichilista, è che la realtà a volte è davvero spietata. Il più delle volte, perlomeno. E quando non lo è, nel profondo sai sempre che Madama Morte è sempre dietro l’angolo e già questa cosa dovrebbe far vacillare. Non siamo altro che cavie di un laboratorio cosmico. Chi lo dirige? Chi lo sa?

Brevità, essenzialità, densità, unicità sono elementi essenziali del racconto. Ebbene, data siffatta premessa, pensando alla bambina abusata in “Lilly”, l’ideazione di un personaggio come si concilia con il desiderio di scandaglio interiore, di sfogliare la mente, di prestare attenzione a ogni possibile riverbero cerebrale connaturato al coevo modo di porsi di fronte all’umano?

Nonostante abbia una vera e propria venerazione per la parola scritta, che considero la più alta espressione dell’intelletto umano, ritengo che una persona si distingua, alla fine della fiera, sempre per ciò che fa, e non per quello che dice. E a questo concetto ho voluto applicare il mio stile narrativo, in particolar modo per questo racconto. Una sorta di metodo Stanislavskij letterario. I miei personaggi compiono delle azioni, si muovono nel paesaggio che gli ho creato intorno. Più rendo vivo il paesaggio, più le loro azioni sono reali. E così facendo, trasmettono emozioni. Lilly non ci dispiega il suo mondo interiore, non fa autoanalisi. Lilly racconta solo ciò che vede e ciò che le capita. E, di quando in quando, elabora pensieri semplici e lineari eppure, nella trasparenza tipicamente infantile, ancora più profondi di quanto qualsiasi introspezione psicologica potrebbe fare. Le azioni sono sempre scaturite dai pensieri. Mostra un’azione e mostrerai un pensiero.

I flash emozionali connaturati alla narrazione breve richiedono una rara abilità linguistica ma anche un’affinata tecnica redazionale.

È il “correlativo oggettivo” la chiave di volta per incantare il lettore o la segnaletica stradale della punteggiatura?

Per rispondere a questa domanda ci dobbiamo addentrare inevitabilmente in un discorso stilistico. Per quanto mi riguarda, le opzioni sono entrambi percorribili, e anzi devono compenetrarsi. Per questo scrivo così vorrei leggere. Di certo si può dire che prediligo una scrittura asciutta, secca, d’impatto, che arriva dritta dentro la roccia dell’anima, come una picconata. Ma in molte occasioni mi piace gustarmelo quel momento finale, e allora ci giro intorno, fino a che raggiungo il succo concentrato dell’idea che voglio esprimere. Negli anni ho imparato molto ad asciugare, ma in alcuni casi, determinati tipi di racconti richiedono una maggiore complessità che mi piace tradurre in una certa cura per i dettagli. Quando mi viene in mente una storia, già so come dovrò scriverla, che registro dovrò usare. Mi piace molto sperimentare, cambiare generi, così come ho fatto in questa raccolta. Ma comunque, il correlativo oggettivo è alla base di tutti e otto. Tradurre le emozioni con le azioni, con gli oggetti, a mio avviso risulta più efficace nel facilitare l’empatia nel lettore. Si deve scrivere come se si raccontasse un aneddoto a un amico particolarmente assonnato. Sai che lo devi tenere sveglio per arrivare alla fine, e allora non devi essere né pedante, né svogliato. Devi essere suadente, e allegro. Le emozioni le tiri fuori con le parole, ed è come componi quelle parole che fa la differenza. Cerco di non creare mai personaggi statici. Devono comunque arrivare alla fine con un qualche tipo di consapevolezza.

Simone Nepa

Classe 1979, romano d’origine, da qualche anno vive a San Benedetto del Tronto. Inizia a scrivere da giovanissimo, quando scopre Hemingway e Carver. Cambia molti mestieri, dal facchino al barista, da addetto alla sicurezza al corriere espresso. Poi, si dedica alla ristorazione, dove si cimenta come cuoco. Intanto studia cinema, legge tantissimo e scopre Celine e Bukowski, Fante e Genna. Alla lettura intreccia la scrittura. Poesie, racconti e romanzi. Gli piace camminare per le grandi città, adora girare in macchina di notte per Roma ed è un fanatico degli spuntini notturni. Grande appassionato di viaggi e musica strumentale. Vincitore nella sezione racconto al Premio Letterario Nazionale Bukowski 2020 e al Premio Letterario Nazionale Streghe & Vampiri 2021. Ha pubblicato per Giovane Holden Edizioni ‘Cervelli fritti per merenda’. Di prossima pubblicazione ‘Il precipizio delle cose sbagliate’.