Bella ciao, Fischia il vento, Dalle belle città: in qual misura i canti della Resistenza aiutano la comprensione di un evento essenziale della nostra Storia?
La Resistenza fu un fatto esiziale ma convulso: le decisioni dovettero essere prese rapidamente, l’otto settembre mise tutti di fronte alla scelta fra il baratro e l’eroismo. Poi, venti mesi di vita frenetica, che non lasciava certo il tempo di prendere appunti, di scriverci su (ovviamente ci sono delle sporadiche eccezioni: abbiamo qualche diario coevo). Insomma la viva voce della resistenza ha lasciato solo due tracce: le lettere dei condannati a morte (raccolte in un fondamentale libro di Malvezzi e Pirelli) ed i canti. Le une sono la tragedia della resistenza, gli altri la sua allegria.
Questi canti sono un trattato di storia orale. Ha rinvenuto tracce di una relazione di somiglianza con le testimonianze scritte?
I canti della resistenza sono precisamente l’altro lato della testimonianza scritta: il giudizio delle classi popolari su quella pagina di storia. Ma questo sovente è la relazione fra storia scritta e storia orale.
Il popolo imbraccia le armi. Il popolo è unito, i bambini, diventati presto adulti, fanno la guerra, le donne combattono, i preti accolgono i feriti. In qual misura la Resistenza è anche lotta di un popolo, stanco, offeso ed umiliato?
La resistenza è molte cose: è un movimento nel quale le armi sono essenziali, ma sono ben lungi dall’essere l’unico elemento o anche solo il più importante: vi è un’etica della resistenza, una dialettica interna alla resistenza. La resistenza è una vasta insurrezione di popolo, ma non riguarda tutto il popolo: vi sono gli eterni indifferenti e poi vi sono i fascisti. Non dimentichiamo mai che la resistenza è anche una guerra civile, e che i fascisti – forti anche della codardia degli indifferenti – non hanno mai riconosciuto la loro sconfitta e restano tutt’oggi, come una grave malattia, nel corpo della nazione.
La Resistenza italiana è un argomento costantemente trattato. Esiste una faccia ancora in gran parte nascosta relativa alla presenza femminile. I canti colmano questa lacuna?
I canti della resistenza sono un riflesso delle persone che l’hanno fatta: dei loro pregiudizi, della loro cultura, ed anche – ahimè – del loro machismo. Dunque, così come nella storia di quegli anni il ruolo femminile è stato gravemente marginalizzato, così nei canti coevi non trova riscatto e giusta verità. Penso però che nella resistenza vi fossero in nuce i germi di ogni rinascita: anche nelle azioni del partigiano più stalinista vi era un processo libertario, nel partigiano monarchico il germe della repubblica, nel partigiano più maschilista un’orizzonte femminista. Nel fascista più onesto, più cortese e gentiluomo c’era invece il rogo delle streghe e l’umiliazione della donna.
Il suo libro contiene una selezione di foto e spartiti. Quali sono le difficoltà che ha incontrato non solo nel reperimento delle fonti ma anche nel rendere narrativa una pagina tanto significativa della nostra storia?
Questa è una domanda che mi fa sempre sorridere: se penso alle notti e ad i giorni passati ad accumulare fonti, documenti, informazioni, interviste, confronti… alla montagna da scalare di ogni singola storia… alle pagine fatte e rifatte, ai passaggi scritti e riscritti… beh, cosa ti devo dire: la fatica di fare un libro che prima non c’era è tanta. Però è una bella fatica, una fatica leggera, che ti fa crescere. Più che una fatica, un bel lavoro.
Molti canti, con un incedere ironico, mescolano il riso e la festa al mesto ricordo dei compagni caduti. E’ possibile individuare l’ironia tra le cifre stilistiche dei canti della Resistenza?
C’è ironia, c’è pathos, c’è eroismo ma anche scherzo: erano ragazzi di vent’anni che per la prima volta nella loro vita si sentivano liberi e – pur se costantemente tallonati dalla morte, dalla tortura, dal carcere – si stavano divertendo.
Ogni vallata, ogni repubblica partigiana aveva i suoi canti. Ebbene, i versi canori sono utili a gettare luce sulla quotidianità di coloro che sconfissero il fascismo, donandoci libertà e pace?
Il canto popolare in generale è ormai riconosciuto come fonte essenziale per la conoscenza della cultura e della vita delle classi subalterne. La guerra partigiana è stata molto studiata: esistono migliaia di pubblicazioni, testimonianze, film, romanzi… ma io dico che se non avessimo le canzoni, ci mancherebbe qualcosa di essenziale per capirla.
Lei ha altresì effettuato una emozionante, per me, ricognizione storica del canto libertario dalle sue origini al presente. L’anarchia, il principale terrore dei potenti e la più grande speranza degli oppressi. E’ possibile rinvenire un filo rosso che annodi l’Anarchia e la Resistenza nei canti?
A parte che alcuni dei più importanti canti della resistenza derivano da precedenti canti anarchici e che ovviamente molti anarchici combatterono nella resistenza… ma io credo che si possa tranquillamente affermare che – al di là dei rapporti diretti ed espliciti – la resistenza sia una pagina essenziale del movimento dei lavoratori, di cui gli anarchici sono una componente fondamentale. In Italia poi non ne parliamo: nel nostro paese il socialismo ed il sindacalismo nascono anarchici.
Alessio Lega, musicista e scrittore. Come autore di canzoni e come interprete dei repertori storici, popolari e poetici di tutto il mondo è stato insignito di prestigiosi riconoscimenti (due volte Targa Tenco). È autore di La nave dei folli (2019), Bakunin, il demone della rivolta (2015) e Incrocio di sguardi (con A. Celestini, 2012) e canta storie di amore e di anarchia.
“Ci muovevamo in un multicolore universo di storie”. Ebbene, quanto c’è dell’esperienza della guerra e della Resistenza come esperienza collettiva in queste parole? La guerra e la Resistenza furono per Calvino momenti fondamentali per la sua formazione come uomo e come scrittore. Lui stesso ebbe a dire – in riflessioni anche lontane da quegli anni – che l’esperienza della Resistenza lo aveva letteralmente “messo al mondo” e che “tutto quello che scrivo e penso parte da quell’esperienza”. Nelle sue Pagine autobiografiche spiegò come scelse di partecipare alla lotta partigiana: “….assecondando un sentimento che nutrivo fin dall’adolescenza, combattei con i partigiani, nelle Brigate Garibaldi. La guerra partigiana si svolgeva negli stessi boschi che mio padre m’aveva fatto conoscere fin da ragazzo; approfondii la mia immedesimazione in quel paesaggio e vi ebbi la prima scoperta del lancinante mondo umano. Da quell’esperienza nacquero, qualche mese dopo, nell’autunno del ‘45, i i miei primi racconti”. E’ per questo che noi abbiamo voluto indagare in profondità e nel suo contesto territoriale quella realtà e quegli anni, essendo consapevoli che dai personaggi incontrati e dalle vicende vissute nel paesaggio del Ponente ligure, nell’adolescenza e nei suoi vent’anni a Sanremo, Calvino ricavò il suo multiforme universo di storie, che lo accompagnò nelle diverse fasi della sua poetica.
In qualità di partigiano garibaldino, Calvino sceglierà il nome di battaglia “Santiago”. Da dove origina siffatta scelta? Calvino è stato molto legato alla terra del Ponente ligure dove arrivò a meno di due anni trascorrendovi l’infanzia e l’adolescenza fino agli anni della guerra e della Resistenza, fino al trasferimento all’Università di Torino. E’ arrivato a Sanremo nel 1925 da Cuba, dove i genitori, Mario ed Eva Mameli, entrambi scienziati, erano occupati presso la Stazione Agronomica Sperimentale di Santiago de Las Vegas e dove Italo nacque. Come i genitori a Cuba hanno voluto ricordare le loro origini chiamando il figlio Italo, così egli ha voluto ricordare la terra natia nel suo nome di battaglia “Santiago”.
Durante la Resistenza, Italo Calvino scrive alcuni articoli su “Il Garibaldino”, “La Nostra Lotta”, “La Voce della Democrazia sanremese” e “L’Unità”. Quali rischi concreti corre nello scrivere per giornali clandestini e stampati localmente? Italo Calvino iniziò da giovane giornalista la sua attività di cantore della Resistenza con i primi articoli sui giornali che, nati in clandestinità, uscirono liberi a Sanremo dal 27 aprile 1945. In particolare i suoi primi articoli firmati uscirono sull’organo ufficiale del CLN di Sanremo “La Voce della Democrazia” il 1 maggio 1945: “Primo Maggio vittorioso” e “Ricordo dei partigiani vivi e morti”. Nei giorni successivi Italo Calvino divenne il Condirettore de “La nostra lotta”, organo ufficiale del P.C.I. sanremese e Direttore Lodovico Luigi Millo, proseguendo la collaborazione con gli altri giornali, tra cui anche “Il Garibaldino”. Scrisse anche due racconti nel libro “L’epopea dell’esercito scalzo” sulla Resistenza imperiese, in cui narrò le gesta di “Castelvittorio paese deklla nostre montagne” e “Le battaglie del comandante Erven”.
La personalità di Italo Calvino sovente appare contraddittoria, considerata la grande varietà di atteggiamenti che, verosimilmente, riflette l’accadere nel quarantennio fra il 1945 e il 1985. E’ possibile, tuttavia, rinvenire un’unità d’intenti? Dagli anni della Resistenza e subito dopo dell’attività a Torino, in campo giornalistico con l’Unità ed editoriale con l’Einaudi, Calvino ha rappresentato un intellettuale profondamente “politico” nel senso ampio del termine, in un intreccio nobile tra cultura e politica, indipendente, originale, coerente nella sua complessità e nei suoi travagli, innovativo, visionario, ma molto concreto e attento alla realtà. Aveva una inquietudine che lo ha portato a guardare al mondo oltre all’orizzonte solito.
Il 2023 celebra il centenario della nascita di Italo Calvino. Qual è il suo lascito alla posterità letteraria? Trovo che Calvino abbia guardato “con sguardo etico le voragini del tempo e le peripezie della storia”, come ha detto un altro grande scrittore ligure Francesco Biamonti, sapendo essere un acuto interprete del suo tempo tanto da anticipare alcune criticità del nostro oggi. I suoi temi sono attuali ancora oggi (le città, le solitudini, la natura, l’ecologia) e continua ad essere un punto di riferimento letterario e filosofico, forse non ancora del tutto conosciuto.
Daniela Cassini, nata a Sanremo, è stata libraia e fondatrice di una Casa Editrice dedicata ai libri d’epoca. Nella sua città ha ricoperto la carica di Assessore alla Cultura e Turismo. E’ stata Vice Presidente della Fondazione per la Cultura Palazzo Ducale di Genova. Cura numerose iniziative letterarie e storiche sui temi della memoria. Nel 2022 ha scritto con Sarah Clarke il libro “Lina partigiana e letterata, amica del giovane Calvino” (Fusta Editore), che ha ricevuto il 2° Premio nella sezione Saggistica alla VII Edizione Premio “Augusto Monti” Anno 2022, organizzato presso il Castello Medioevale di Monastero Bormida (AT).
La “Circumvesuviana” è la linea ferroviaria ‘consacrata’ da Legambiente, nel 2019, come la peggiore d’Italia. Ebbene, quali sono le ragioni per le quali, quasi contestualmente, è divenuta un’attrazione turistica?
Come accaduto per Chernobyl e il relativo “Dark Tourism”, ovvero quella forma di turismo macabro che porta le persone ad avere una morbosa voglia di visitare luoghi teatri di disastri e tragedie, la Circumvesuviana si è ritagliata un suo segmento nel mercato turistico divenendo meta ambitissima per gli amanti del brivido. Oramai sono innumerevoli i turisti provenienti da tutta Italia che adoperano gli Scavi di Pompei come mera scusa per vedere la Circumvesuviana. Il libro Vesuviana state of mind è un’utilissima guida a tale scopo.
Quali sono i sentimenti che si celano dietro le persone, gli oggetti e le incombenze di tutti i giorni, ovviamente dal punto di vista del redattore di un saggio umoristico, un diario di bordo che è incline a suscitare riso e, al contempo, riflessione?
Fino a una decina di anni fa il sentimento che accomunava coloro che usufruivano della Circumvesuviana era la rabbia per un servizio che non si dimostrava adeguato alle aspettative. La rabbia, dinanzi all’assenza di miglioramenti, è andata poi trasformandosi in rassegnazione che – grazie all’ironia portata dalla pagina – ha mutato la sua pelle nuovamente divenendo “senso di appartenenza”.
Legami, solitudini, volti incrociati casualmente, quotidianità condivisa, quantunque estranei. Quale idea ha inteso veicolare delle relazioni interpersonali?
Ciò che unisce i viaggiatori della Circumvesuviana è senza dubbio un grande spirito di solidarietà, mosso dalla condivisione di un universo alquanto tragicomico. Come disse Kant: “La solidarietà del genere umano non è solo un segno bello e nobile, ma una necessità pressante, un essere o non essere, una questione di vita o di morte.”
“Circumvesuviana. Guida alle soppressioni e ai misteri irrisolti” è una pagina Facebook con oltre 150.000 followers che da cinque anni pubblica racconti, meme, contributi video. La satira è la cifra per decodificare i suoi intenti comunicativi?
La satira è l’unica strada percorribile per affrontare un tema così delicato. Adoperando toni che fanno leva sull’umorismo e l’ironia posso creare un rifugio per chi su questa pagina cerca un po’ di leggerezza. Se non percorressi quella strada la pagina sarebbe un semplice mezzo di denuncia, esasperante per chi torna a casa carico della frustrazione accumulata in giornata e – inoltre – fuori dalle mie corde comunicative.
Lei, di fatto, documenta un’inattesa “quinta stagione”: qual è il gusto del tempo, oggidì?
Chi vive prendendo la Circumvesuviana vive in un mondo di appuntamenti mancati, di promesse infrante, di amori mai sbocciati, e soprattutto in un mondo governato dall’attesa, quell’attesa tanto cara a Leopardi, lì dove si nasconde la strada per raggiungere la felicità.
Giovanni Masturzo è creatore e gestore della pagina Facebook satirica Circumvesuviana. Guida alle soppressioni e ai misteri irrisolti (150mila seguaci) e della pagina Instagram Vesuviana State of Mind (35mila follower), nonché autore del libro Vesuviana state of mind. Tutt’ora opera come sceneggiatore per cortometraggi, contenuti web e spot pubblicitari, allo scopo di far convivere le sue più grandi passioni: la scrittura e il cinema.
Salvatore Aversa fu ucciso dalla mafia a Lamezia Terme nel 1992. Quali sono le ragioni che l’hanno indotta a narrare di un evento che evidenzia a tutt’oggi dei lati oscuri? “Mi ero occupato della vicenda già nel 2017 con il libro “Il caso Aversa tra rivelazioni e misteri”. Del duplice delitto di Salvatore Aversa e della moglie Lucia Precenzano, emergeva una verità processuale con la confessione di due killer della Sacra corona unita, ma vi erano aspetti non chiariti. Omissioni, procedimenti lunghi, mezze verità e sospetti. Oggi, a distanza di anni, avverto ancora la necessità di ritornare sul caso anche alla luce di alcuni elementi nuovi che di fatto rafforzano la tesi espressa nel primo libro. Intanto, nel 2020 il Tribunale di Salerno, competente per territorio, ha condannato il Pm di allora, Adelchi D’Ippolito e la presidenza del Consiglio dei ministri a risarcire uno dei due presunti autori (l’altro nel frattempo è deceduto) del duplice delitto, ingiustamente accusato da Rosetta Cerminara. Alla base della condanna del Pm, mancati depositi di verbali, sottrazione di bobine, dichiarazioni non concordanti della Cerminara con quelle di altri testimoni eccetera. Altri elementi importantissimi e nuovi sono le dichiarazioni che ho raccolto nel dialogo con Walter, primogenito della coppia assassinata. Alcune sono inedite e degne di grande attenzione. Come per esempio quando parla della presenza di uomini dello Stato che la sera del delitto erano in casa degli Aversa. In particolare due poliziotti in borghese, forse agenti dei Servizi e che rimasero un’ora e mezza a frugare nella stanza da letto dei genitori di Walter. Dal racconto, emerge che sparì una cassetta con dentro degli appunti del sovrintendente di Polizia. Mai trovati. Cosa c’era scritto? Cosa conteneva quella cassetta? Non si seppe più nulla. Aversa era un poliziotto scomodo che non scendeva a patti con nessuno. Fu lasciato da solo e ucciso da una mafia si serie A, come ha avuto modo di dichiarare lo steso procuratore Nicola Gratteri di recente. All’epoca, il connubio con la politica era forte, e d’altronde purtroppo lo è anche oggi, Aversa indagava tra l’altro sull’omicidio di due netturbini, Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte, uccisi perché le cosche dovevano lanciare un segnale chiaro e inequivocabile all’Amministrazione comunale per avere l’appalto della raccolta dei rifiuti. Caddero due poveri innocenti e i familiari ad oggi non hanno ancora giustizia a distanza di 32 anni”.
Rosetta Cerminara, supertestimone. Quali le ombre sulla sua testimonianza, pur così carica di particolari e dettagli? “Cerco di sintetizzare e rimanere ai fatti. Rosetta Cerminara la sera del 4 gennaio 1992 disse di trovarsi in via dei Campioni a Lamezia Terme, luogo dell’agguato mortale e di aver visto due persone, uno l’ex fidanzato, sparare al sovrintendente di Polizia e alla moglie. Fu creduta perché in quel momento l’opinione pubblica pretendeva la verità e lo Stato doveva dimostrare la sua efficienza. Tant’è che a Lamezia arrivarono i migliori investigatori d’Italia: Achille Serra, Antonio Manganelli, Alessandro Pansa e anche Gianni De Gennaro. Insomma, il fior fiore dell’intellighenzia investigativa del nostro Paese. Gente che negli anni ha avuto carriere luminose. Eppure, non riuscirono a venire a capo se non prendendo per buono il racconto di una teste che poi si scoprì falsa. Tanto da essere condannata per calunnia anche se ancora oggi vive in una località protetta, e all’epoca alla sua famiglia fu dato un contributo miliardario. Il Presidente della Repubblica la insignì con una medaglia al valore civile che le fu poi ritirata. Basta dare un’occhiata alla sentenza relativa alla condanna del Pm per capire che la stessa “eroina”, all’ora del delitto, non poteva trovarsi sul luogo dell’agguato mortale perché era dal parrucchiere. Si parla di “negligenze non spiegabili” da parte del Pm; di negligenze che si palesano “inescusabili”. Allora una domanda viene spontanea: chi aveva interessi a depistare le indagini? Perché furono prese per buone le dichiarazioni di una ragazza che aveva il dente avvelenato contro il suo ex fidanzato? Nel primo libro racconto, sulla base di documenti originali, che la Cerminara confessò ad un poliziotto di essere stata violentata dallo stesso ex ragazzo e da altri, e che “gliel’avrebbe fatta pagare”. Perché nessuno tenne conto di quei propositi? Il delitto Aversa aprì purtroppo la stagione della strategia della tensione da parte della criminalità organizzata che culminò con le stragi di Capaci e via D’Amelio a Palermo e l’anno successivo con le bombe a Firenze, Roma e Milano. Una stagione di depistaggi e lati oscuri ancora non chiariti e che riguardano anche Lamezia e la Calabria”.
Walter Aversa, figlio di Salvatore, ha dichiarato: “Di sicuro oggi posso dire con assoluta tranquillità che quel processo ha avuto delle manine che lo hanno distratto, che lo hanno portato fuori binario”. Chi ed assecondando quali motivazioni? “Ma sì, perché intanto dopo tanti processi la verità vera (a parte quella raccontata dai due pentiti pugliesi che avrebbero fatto un favore alle cosche di San Luca a loro volta chiamati in causa dalle “famiglie lametine) rimane ancora un mistero, legato a ciò che non funzionò. E d’altronde la condanna del Pm ne è un esempio lampante. Ma chi paga? E poi le “manine” sono state tante a cominciare da chi ha voluto per forza che la Cerminara in quel momento doveva apparire attendibile, senza indagare fino in fondo sulla sua personalità, sui suoi trascorsi con l’ex fidanzato. Chi aveva interessi era quella cosiddetta borghesia mafiosa che determina ancora, a mio avviso, le sorti di molti dei nostri territori meridionali e non solo, e che in quel momento stava molto attenta a indirizzare la vicenda verso una “verità” costruita. Invece, come sostiene lo stesso Walter Aversa, tesi da me condivisa, chi ha avuto interesse nel voler uccidere Salvatore Aversa aveva interesse non nei confronti di una persona da cui vendicarsi, ma nel lanciare un messaggio e nel bloccare un filone investigativo che avrebbe portato probabilmente allo scoperto personaggi insospettabili che erano legati e coinvolti negli affari sporchi della città. Che erano i mandanti ideologici di quell’omicidio”.
Walter parla di “menti raffinate che lavoravano a stretto contatto con le famiglie criminali lametine e non solo”. In quegli anni la ‘ndrangheta sconfisse lo Stato? “Furono anni terribili. Quelle menti raffinate, di cui si parla, lavoravano a stretto contatto con le famiglie criminali lametine, tracciando un preciso modus operandi. Una mafia diventata imprenditoriale con rapporti stretti con professionisti e persone al di sopra di ogni sospetto, ma – come evidenzia Walter – che poi si trovano uniti, coniugati con determinati soggetti. Legami che comportano una necessaria complicità di fasce professionali e quindi con la politica. Non a caso Lamezia ha avuto tre scioglimenti del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. Non a caso noi mettiamo in evidenza che in quel periodo lo Stato fu sconfitto. Perché le cosche mandarono un segnale così potente da uccidere l’uomo che per antonomasia combatteva la mafia a Lamezia. All’epoca c’era chi diceva che invece quello era un segnale di debolezza delle “famiglie”, al contrario fu un monito tremendo e la mafia in quel momento sconfisse lo Stato. Prevalsero gli accordi, gli interessi particolari e quanto di più subdolo potesse insinuarsi nel cuore delle istituzioni”.
Lei scrive opere d’innegabile impegno e passione civili. Eppure, soventemente, su certi fatti si deposita la polvere. Quali suggerimenti di cittadinanza attiva può offrire ai giovani? “Si, spaziando tra la saggistica e la narrativa, cerco di rapportarmi a questa nostra epoca difficile dove predomina il potere del consumismo, dove la civiltà sembra essere al capolinea. Cerco di non abbandonarmi al pessimismo e scavare, per quanto possibile, dentro la società per capire i difetti, se così si può dire, e mostrare ciò che non si vede. Andare al di là di quello che propone il mainstream. Lo faccio con i romanzi e ancora di più con libri come questo che possono contribuire a formare una sana coscienza civile. È difficile ma bisogna provarci. Ai giovani cosa dire? Sono molto più avanti delle passate generazioni, ma soffrono secondo me di solitudine. Sembra un paradosso in questa epoca dove a predominare è l’uso dei social. Ma proprio questo isolamento si traduce in esasperato protagonismo che nasconde la totale assenza, o quasi, di una coscienza critica collettiva così da poter guardare il mondo come si fa con una telecamera dall’alto e vedere i singoli comportamenti. Non bastano le sporadiche manifestazioni o le adunate per difendere l’ambiente che, per carità, sono giuste e bisogna farne di più. Ma se non si arriva alla consapevolezza che i giovani possono cambiare il destino dell’umanità, si lascia tutto nelle mani dei potenti della terra che invece devono essere “avversati” dalla freschezza delle idee giovanili come accadde nel ’68, magari evitando errori e devianze passati e mettendo al centro la cultura della solidarietà, dell’uguaglianza e della pace. Valori conquistati in quegli anni ma che oggi sono a rischio. Dopo l’edonismo degli anni ‘80 e ’90, ai millennium spetta il compito di “rifare” il mondo e cambiare il sistema”.
Antonio Cannone, scrittore e giornalista professionista.
La “parola” ed il “corpo” sono di fatto una coppia sinonimica nel teatro pasoliniano. L’attraversamento del corpo nel teatro di Pasolini presenta una caratterizzazione in più rispetto agli altri plurimi e molteplici linguaggi che pur adopera?
Alla base delle singole opere di Pasolini il motivo del corpo appare legato a una lingua alternativa come unica via d’uscita dall’incomunicabilità. Il corpo è molto importante perché Pasolini fa un cinema fondato quasi interamente sulla fisicità degli attori. Nella prima parte della sua produzione cinematografica cerca attori non protagonisti che vengono dal sottoproletariato. Nelle borgate, – il protagonista di Accattone interpretato Franco Citti – o la Mamma Roma – nome dell’omonimo film del 1962, interpretato da Anna Magnani – Pasolini inquadra e fotografa i connotati psico-somatici della realtà. A questo si deve aggiungere l’osservazione-trasfigurazione del proprio corpo che subisce una crescita di importanza nel tempo, con la grande svolta della metà degli anni ’60 in cui Pasolini dichiara di voler “gettare il mio corpo nella lotta”, proprio in concomitanza con l’ingresso potente nel teatro. I personaggi teatrali di Pasolini non sono più quegli di Accattone e di Mamma Roma, che sprigionavano vitalità nonostante il loro disagio sociale: sono fatue marionette borghesi, minacciate da nevrosi, angosce esistenziali e creature voraci. Nel teatro il corpo mi sembra che sia ancora più radicale e consapevole del corpo nel cinema, nella narrazione e nella poesia. Il discorso al teatro è infatti più radicale perché è un pretesto: a parlare è il corpo. Lo stesso Pasolini nel parlare della poesia di Panagulis (noto anche con il diminutivo di Alekos, è stato un politico, rivoluzionario e poeta greco, considerato un eroe nazionale della Grecia moderna), afferma che la vocazione poetica è nata nell’uomo politico greco dalla condizione di incarceramento del corpo. Se il teatro di Beckett va collocato nell’ambito del «teatro dopo Auschwitz», con eroi traumatizzati (rappresentabilità della memoria traumatica) il teatro di Pasolini rappresenta l’uomo che subisce nel suo corpo il trauma del passaggio dal fascismo storico a una forma di nuovo fascismo consumistico: l’omologazione. È importante comunque ricordare che sin dagli anni Sessanta Roland Barthes avesse intrapreso la strada degli studi semiotici indagando sul problema del significato, del linguaggio scritto e orale in rapporto alla realtà. Barthes spiega dunque che in oriente la voce non è il solo mezzo di comunicazione possibile, non è il solo dispositivo che permette di entrare in contatto con l’altro, ma che il corpo nella sua totalità è un “segno” che si rivela come gesto e attraverso il gesto esprime e significa. Le riflessioni elaborate da Roland Barthes condizionano e ispirano l’ottica pasoliniana. Egli era infatti convinto che la scrittura letteraria, divenuta il luogo privilegiato d’espressione della corruzione e della volgarità di una società avviata verso la più completa omologazione culturale, non fosse più capace di rappresentare né di esprimere efficacemente la realtà. Dunque, la poesia ha perso valore linguistico e ne ha acquistato uno fisico: Pasolini rifiuta di confrontarsi con un sistema e con un codice linguistico capaci di rappresentare il senso univoco e definitivo delle cose e adotta un linguaggio che possiamo definire visivo. Nel teatro la presenza del corpo completa l’evocazione della parola.
Lei elegge un canone comprendente “il corpo in preda al desiderio sadomasochistico (Orgia), il corpo con la sua viscerale motivazione erotica che sconfina nella zooerastia (Porcile), il corpo imprigionato, tra scissione e visionarietà (Calderón)”. Come si pone tale canone in relazione al complessivo macrotesto pasoliniano?
La monografia propone una lettura critica delle tragedie “Orgia, Porcile e Calderón” volta a riconsiderare le tragedie pasoliniane come testi indispensabili per la comprensione della situazione politica dello scrittore durante gli eventi del 1968 e della sua visione critica e apocalittica del capitalismo. In questo senso la drammaturgia di Pasolini viene affrontata secondo vari aspetti, oltre quello letterario e linguistico, anche attraverso un’analisi di impronta comparatistica e contestualizzazione storico-antropologica. Si tratta di un tentativo di lettura del corpo nelle sue varie declinazioni simboliche, situandolo anche nella prospettiva critica del potere. Come tale, viene riconsiderata la posizione meno canonica del teatro all’interno dell’opera ultima di Pasolini. Il corpo, in realtà rappresenta il fil rouge dell’intero lavoro. Il nodo tematico, problematico e critico, non è tanto definire la centralità del corpo nel teatro di Pasolini, quanto capire come essa si esprima e quali segni emetta. Si tratta di un problema di espressione, di produzione di segni, della loro esplicazione. Le indagini su questi tre testi teatrali vengono condotte, da un lato, sempre in stretto rapporto con l’intero corpus pasoliniano, dall’altro, in una dimensione comparatistica che mira ad analizzare il fondamento filosofico del pensiero pasoliniano che va oltre il teatro. Con particolare attenzione ad alcuni aspetti meno noti e non adeguatamente indagati dalla critica pasoliniana: le analisi non scontate con l’opera di Sade che incidono in più punti sul teatro pasoliniano; il discorso riguardante la presenza della morte all’interno della scrittura; il pensiero femminista; la presenza di un registro farsesco che si sovrappone a quello luttuoso; le riflessioni di Spinoza sul potere ; le considerazioni ispirate dal pensiero di Derrida sull’assoggettamento degli animali e la nuova chiave di lettura di «Calderón» a partire dalla teoria di Erving Goffman sulle istituzioni totali.
Sade, Spinoza, Goffman, Calderón de la Barca, Strindberg quali riferimenti comparatistici. Quali sono le altre teorie tardonovecentesche sul “divenire animale” da lei considerate?
In Porcile emerge il tema della zoofilia che di solito i vari studi sull’argomento si limitano, in qualche modo, ad una lettura paralizzante che rimandi all’omosessualità dello scrittore. Ma l’omosessualità di Pasolini non ha niente a che fare con la zoofilia. La zoofilia necessita di essere commentata dal punto di vista delle avanguardistiche riflessioni sulla “questione dell’animale”. Un tema molto caro ai filosofi francesi e soprattutto a Derrida, non si tratta della questione dell’animale in sé ma del modo con cui uomo e animale entrano in rapporto, in un rapporto che non è solo filosofico ma anche di pensiero dentro la scala evolutiva. Pasolini collega l’incremento dell’assoggettamento e del trattamento violento degli animali allo sviluppo scientifico e tecnologico delle pratiche di allevamento, macellazione e utilizzo degli animali per il miglioramento del benessere umano negli anni ’60. Elemento presente anche nel teatro del più grande drammaturgo della letteratura tedesca, Bertolt Brecht. Bertolt Brecht, in Santa Giovanna dei Macelli, ricorre ovunque a immagini di macellazione per descrivere la disumanità dei capitalisti. Nella sua complessità polisemica l’animale in Porcile di Pasolini è il luogo in cui svelare i meccanismi su cui poggia la società capitalistica. La macchina neocapitalista ha appiattito l’animale su una sola e unica funzione, un ruolo che in precedenza nessuna creatura, selvatica o domestica che fosse, ha mai espletato su una scala così colossale: quello di materia prima dell’industria di macellazione di massa. Lo scrittore accenna a tali questioni nel contesto di un confronto tra il porcile e i campi di concentramento. Quello che emerge dalla mia ricerca non è un’etica animalista, ma la preponderante volontà di Pasolini di fare un ritratto dei totalitarismi soprattutto sulla base dell’equazione uomini -animali al macello. In quest’ottica Pasolini crea un parallelo tra l’assoggettamento degli animali e l’assoggettamento degli uomini sotto il segno di un destino apocalittico.
E’ chiaro che le drammaturgie pasoliniane celino una peculiare concezione filosofica ed impegno politico. Fino a che punto i connotati di quei poteri sono riconducibili al nostro mondo contemporaneo?
L’ultimo Pasolini ha indicato il punto più intimo e complesso della propria angoscia poetica e intellettuale nella visione di una «crisi cosmica» in atto consistente nel «passaggio dal “Ciclo” naturale delle stagioni, al “Ciclo” industriale della produzione e del consumo. Per rispondere alla tua domanda sono costretto a citare Porcile. Porcile è una spietata parabola di un’attualità spaventosa sulla società occidentale del ventesimo secolo ma permeata di una specie di macabro umorismo, con protagonista un ragazzo assente, vicino al tipo dei giovani di oggi, che decide di “non esserci più”, di non prendere parte al gioco, di non condividere, e di scomparire. Se spostiamo il discorso sul rapporto con la nostra realtà, ci accorgiamo che tanti giovani di oggi spariscono dietro ad uno schermo. L’aspetto fondamentale che passa dalla drammaturgia alla sceneggiatura è lo scontro generazionale che non si fa con parole, (mai Julian e suo padre vengono in contatto), proprio perché la generazione dei figli ha già perso in partenza, è già inevitabilmente vinta dal mondo capitalista. Senza mezzi termini, Pasolini afferma che nella fusione tra i due imperi economici le cui fortune affondano nella complicità con il nazismo, nasce l’Europa moderna: il neocapitalismo” in cui egli vedeva anche una continuità col fascismo. Rientra in queste connotazioni anche la magnifica raffigurazione del padre Klotz, paralitico, su una sedia a rotelle. È l’immagine che evoca la condizione della caduta del padre. In questo caso al Padre evaporato si sostituisce la paternità onnipotente e padrona del Capitale. È impossibile non vedere i tristi rimandi all’attualità, con i padri capitalisti che nel perseguire cieco dei loro interessi non lasciano alcuna speranza, alcun futuro ai propri figli. L’attuale conflitto in Ucraina può essere letto non solo in termini strettamente territoriali, ma come una guerra capitalista per la ridefinizione della mappa geopolitica mondiale e delle potenze da Occidente a Oriente. L’ultimo film di Pasolini Salò o Le 120 giornate di Sodoma, si svolge in un unico grande ambiente concentrazionario. “Salò” elabora l’idea di apocalisse come trasformazione della società in un gigantesco campo di concentramento dominato dai padri del Potere nel quale si consuma uno sconvolgente “genocidio culturale”. Certo al momento non possiamo parlare di «genocidio» in Ucraina. Ma le atrocità commesse anche sul piano ambientale riportano in auge le peggiori tendenze del Novecento. Un altro esempio è Orgia. Orgia non è solo una storia sadomasochista tra un uomo e una donna. è una metafora sulla reale impossibilità di godere dell’uomo moderno, e sulla necessità del male di spingersi sempre più verso l’eccesso, in un estremo tentativo di provare piacere. L’uomo contemporaneo fa sempre più fatica a desiderare. Il nostro non e affatto il tempo della liberazione del desiderio ma e il tempo dell’eclissi del desiderio. Quello che descrive Pasolini attraverso il prisma di Sade quando il desiderio diventa dovere, obbligo, imperativo superiore allora uccide il desiderio, il desiderio diventa un lutto dell’erotismo. Il principio di prestazione oggi prevede il godimento come dovere, come obbligo, come obbligazione. Pasolini l’aveva previsto e in fondo anche la Scuola di Francoforte aveva già criticamente analizzato la deriva della società dei consumi. Ma Pasolini aggiunge la questione del corpo, al centro della scena pasoliniana c’è la nuova configurazione del sistema capitalistico la proliferazione di un desiderio senza più limiti. In Calderón, personaggio che si trasforma da essere umano in “membro ”colonizzato” di una società a forma di svastica; in “Porno Teo Kolossal” l’apocalisse è quasi desiderata come eutanasia della civiltà, tendenza che si potrebbe estendere altresì al contenuto di Petrolio, dove l’apocalisse si prefigura come catastrofe ecologica. Le opere di Pasolini possono essere analizzate criticamente come “registratori” dei pericoli che la modernità frappone tra l’umanità e la natura; Petrolio in particolare, si insinua un futuro distopico avvalendosi di un grande argomento di drammatica attualità, quello della crisi energetica e della speculazione sulle fonti di energia. Al dramma ecologico è dedicato ampio spazio nelle molte descrizioni presenti nel romanzo, indicando forti accenti ambientalisti a sostegno della salvaguardia della natura.
Qual è il lascito pasoliniano?
Pasolini è uno degli intellettuali più influenti del Novecento. Il lascito di Pasolini è tutto nella tensione tra nostalgia, profezia e la riflessione sul fascismo e la sua evoluzione storica che attraversa tutta l’opera pasoliniana ed è ancora oggi di grande rilevanza e attualità. Le sue riflessioni, la sua lucida analisi del contesto storico e culturale ci riguardano completamente. E ci riguardano perché oggi più che mai viviamo l’ascesa delle forze del neofascismo. Il fascismo nasce e rinasce. Abbiamo combattuto l’ideologia nazista e l’ideologia fascista ma quel nazismo e quel fascismo oggi si sono presentati nel corso dell’umanità in maniera assolutamente drammatica, oggi si ripresentano non allo stesso modo ma sotto altre vesti subdole che ripropongono quella stessa sceneggiatura, quello stesso refrain, la creazione di un apparato totalitario. Nel nuovo dilagante fascismo possiamo ritrovare in effetti senza sforzo, forme camuffate di fascismo anche nel campo progressista.
Georgios Katsantonis ha conseguito il dottorato di ricerca in Letterature e Filologie Moderne con lode presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. La sua tesi dottorale ha vinto la trentasettesima edizione del Premio Pier Paolo Pasolini 2021, che ogni anno la Cineteca di Bologna, in collaborazione con il Centro Studi Pasolini di Casarsa, dedica alle tesi di laurea magistrale e di dottorato sulla vita e sull’opera del poeta e regista bolognese. Si è laureato in Discipline del teatro e dello spettacolo presso l’Università degli Studi di Patrasso (Grecia) e ha conseguito il Master in Letteratura, Scrittura e Critica teatrale presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Ha tenuto seminari in ambito universitario. È stato relatore invitato a numerosi convegni in Italia ed Europa. Per quanto riguarda la produzione scientifica, e autore di due monografie e di numerosi saggi relativi al teatro performativo contemporaneo, approfondendo in particolare, alcune modalità rappresentative di Theodoros Terzopoulos, Ariane Mnouschine, Robert Wilson, Rimini Protokoll. Si e occupato anche della figura di Eduardo De Filippo e della sua ricezione in ambito greco, andandone ad indagare le rappresentazioni sui teatri ellenici dal dopoguerra fino ai tempi più recenti; documenti e giudizi critici inediti sul piano storiografico; recensioni pubblicate da vari critici, per la prima volta tradotte in italiano in modo da poter disporre anche dati sulla percezione interculturale dal punto di vista etnografico. La Fondazione Premio Internazionale Galileo Galilei gli ha conferito il “Premio Nicoletta Quinto” dedicato a giovani studiosi che si sono distinti nel campo degli Studi sulla cultura italiana.
Anatomia del potere. Orgia, Porcile, Calderón. Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo
Cesare Pavese definì Italo Calvino uno “scoiattolo della penna”. Quali sono le ragioni sottese a tale appellativo? Pensando al Sentiero dei nidi di ragno, il romanzo d’esordio di Italo Calvino, nato proprio dall’incoraggiamento e dallo sguardo del suo amico (e primo lettore) Cesare Pavese, Calvino riesce a raccontare la Resistenza attraverso gli occhi di un bambino. Con leggerezza, quindi, come quella di uno scoiattolo che è sempre sospeso a metà tra cielo e terra.
L’opera e la personalità di Italo Calvino soventemente appaiono contraddittorie, considerati grande la varietà di atteggiamenti che, verosimilmente, riflette l’accadere delle poetiche e degli indirizzi culturali nel quarantennio fra il 1945 e il 1985.E’ possibile, tuttavia, rinvenire un’ unità d’intenti? Sicuramente, come dicevo, la leggerezza, intesa come cifra stilistica e sentimentale, e anche lo sguardo, il guardare, da Pin, il protagonista del Sentiero, a Palomar, che appunto osserva il mondo in tutte le sue forme e cerca di capire come farsi da parte.
Neorealismo, gioco combinatorio, letteratura popolare sono tra i numerosi campi d’interesse toccati dal percorso letterario di Calvino. Su quali aree si è concentrata la sua attenzione? Ho cercato di mostrare, dall’inizio alla fine, quel filo sottile, a volte invisibile, che lega il percorso di vita di Calvino alle sue opere, e non solo perché si tratta di un testo rivolto ai ragazzi. Credo che spesso le scuole e le accademie dimentichino che dietro alle opere si nascondono sempre degli esseri umani.
“Nel Novecento è un uso intellettuale (e non più emozionale) del fantastico che s’impone: come gioco, ironia, ammicco, e anche come mediazione sugli incubi o i desideri nascosti dell’uomo contemporaneo” Così Calvino. In qual misura il “fantastico” calviniano si fa pioniere del contemporaneo? La più grande paura di Calvino, pensando al nostro millennio, era che non fossimo più capaci di immaginare, di pensare a occhi chiusi. Basterebbe conservare quella forza, quella capacità, quell’attitudine, per portare avanti il suo messaggio.
La Resistenza è un elemento ineludibile della biografia di Italo Calvino. In qual misura essa segna anche la sua opera narrativa? “La Resistenza mi ha messo al mondo”, ha confessato una volta. Quell’esperienza, per lui, è stata una sorta di spartiacque, è stata quella che l’ha spinto, insieme agli inviti di Cesare Pavese, a scrivere il suo primo romanzo, e quindi, in effetti, a diventare uno scrittore.
“L’arte di scrivere storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita, tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla.” Questa è una delle citazioni che arricchiscono il suo testo. Perché l’ha scelta? Per quello che dicevo, la corrispondenza continua tra la vita e le opere, che sembrano annullarsi, e invece non fanno altro che alimentarsi a vicenda, continuamente.
Il libro è corredato dalle illustrazioni di Giulia Rossi. Quali sono le ragioni sottese alla scelta d’una narrazione illustrata? È un racconto rivolto ai ragazzi, le illustrazioni, bellissime, aiutano a mettere a fuoco le parole, e magari portano i ragazzi a confrontare i loro pensieri con quelli che ha avuto Giulia Rossi leggendomi.
Il 2023 celebra il centenario della nascita di Italo Calvino. Qual è il suo lascito alla posterità letteraria? I centenari sono un’occasione per leggere o rileggere libri belli. Potremmo partire da qui, da quell’articolo sui classici che Calvino ha pubblicato sull’Espresso nel 1981: “Leggere i classici e meglio che non leggerli”.
Giorgio Biferali Giorgio Biferali è scrittore, docente dell’accademia Molly Bloom e insegnante di italiano in un liceo. Collabora con quotidiani e riviste culturali, dove si occupa principalmente di cultura pop. Ha pubblicato, tra gli altri, L’amore a vent’anni, romanzo d’esordio presentato al Premio Strega 2018, A Roma con Nanni Moretti (Bompiani), Il romanzo dell’anno (La nave di Teseo), Cose dell’altro mondo e Guida tascabile per maniaci delle serie tv (entrambi editi da Clichy).
“Autobiografia di uno spettatore”: dalla giovanile formazione cinéphile in qual misura lo “schermo” ha determinato parti significative dell’immaginario di Calvino? In sala l’adolescente Calvino scopre tre pilastri fondamentali per la sua ricerca e la sua narrativa futura: l’eros, il comico e il romanzesco. L’eros ha il volto di Myrna Loy, Marlene Dietrich, Greta Garbo, Jean Harlow, Katherine Hepburn. E poi, in epoche successive, di Monica Vitti, Anita Ekberg e Marilyn Monroe. Dive maliose, conturbanti, intraprendenti e spigliate, tutte sublimate in un ideale di distanza luminosa, extraterrestre. La loro personalità cinematografica, a mio avviso, influenza profondamente eroine come Viola, Claudia, Olivia, Ludmilla e tante altre ancora. Il comico, poi, è incarnato da Douglas Fairbanks, Charlie Chaplin e Buster Keaton, gli ultimi indicati dallo scrittore stesso come suoi numi tutelari per la sostanza comico-ironica con cui forgia gran parte della sua letteratura. E l’avventura perché il cinema essenzialmente è questo per Calvino: eroi impavidi, pericoli, imprevisti, esplorazioni di mondi altrimenti inavvicinabili. Tutte categorie estetiche e narrative che fondano, non a caso, le sue predilezioni letterarie (Hemingway, Conrad, Stevenson etc.) e il suo stesso percorso artistico: dal Sentiero, passando per I nostri antenati, fino, a ben vedere, al Viaggiatore.
L’opera e la personalità di Italo Calvino soventemente appaiono contraddittorie, considerati grande la varietà di atteggiamenti che, verosimilmente, riflette l’accadere delle poetiche e degli indirizzi culturali nel quarantennio fra il 1945 e il 1985. E’ possibile, tuttavia, rinvenire un’ unità d’intenti?
La domanda richiederebbe ore di ragionamenti che, forse, non approderebbero a un orizzonte di senso unitario e definito. Calvino è un intellettuale, per sua stessa ammissione contrastante, polimorfico, in perpetuo dissidio con sé stesso, continuamente insoddisfatto dei progressi della sua letteratura. Ha più volte discusso e “rinnegato” le sue posizioni, – basti pensare, per dirne una, alla militanza politica nel fronte comunista in gioventù – eppure, ritengo che una certa tensione conoscitiva, una smania “enciclopedica”, una volontà di approfondire, indagare conoscere l’io che guarda il mondo, e l’io dentro il mondo, non si sia mai spenta in lui. In questo senso il cinema, ma ovviamente anche la letteratura – basti pensare, per esempio, al valore che assumono i libri per Cosimo– sono strumenti formidabili di conoscenza. Ed entrambe custodiranno questo valore fino alla fine, anche quando si saranno sbriciolate tutte le speranze di ribaltamento, in senso marxista, della società.
Neorealismo, gioco combinatorio, letteratura popolare sono tra i numerosi campi d’interesse toccati dal percorso di Calvino. Su quali aree si è concentrata la sua attenzione?
Io ho cercato, per quanto possibile, di togliere la polvere a tutti gli interventi di Calvino sul cinema. Che sono tanti e spesso sono stati ignorati dalla critica. Di conseguenza, mi sono trovato a percorrere in vario modo tutti e tre i campi. A un certo punto, però, mi sono reso conto che facevo ricerca per capire come il cinema che Calvino vedeva parlava di lui, come i film recensiti potessero dirmi qualcosa di significativo sui suoi libri, come le sue recensioni fossero anche delle dichiarazioni di poetica, come discutessero, da un versante non letterario, convinzioni letterarie. Così, nelle sue predilezioni cinefile si possono trovare, nel tempo, apprezzamenti del cinema neorealista (soprattutto De Santis, Rossellini, Zampa) quando lui stesso si inserisce, problematicamente per la verità, nello stesso filone letterario; della saga di James Bond come equivalente cinematografico di quella narrazione struttural-combinatoria che Calvino faceva risalire, via Propp, alle fiabe; di cinema popolare, come narrazione transclassista fatta per allietare e insieme educare il pubblico. Calvino, vero sociologo del cinema, apprezzerà questa vocazione sempre, dall’adolescenza sanremese, fino alla giuria al festival di Venezia del 1981, da scrittore ormai affermato e adulto. Il cinema per lui è sempre una storia che succede sullo schermo, più una che succede nella sala.
“Nel Novecento è un uso intellettuale (e non più emozionale) del fantastico che s’impone: come gioco, ironia, ammicco, e anche come mediazione sugli incubi o i desideri nascosti dell’uomo contemporaneo” Così Calvino. In qual misura il “fantastico” calviniano si fa pioniere del contemporaneo? Anche questa domanda non è semplice da sciogliere. Credo che fosse pionieristica all’epoca, per un autore che ha sempre rifiutato un contatto diretto con la psicanalisi, l’idea del sogno, dell’immaginazione onirica come assoluta verità dell’Io, come dimensione conoscitiva da esplorare, valorizzare e mettere sullo stesso piano di una cognizione razionalistica del reale, così come dell’immaginazione fantastico. Anche così si spiega la predilezione assoluta per il cinema di Federico Fellini. In fondo, questa lezione, anche per vie non strettamente calviniane, mi pare sia stata recepita da vari artisti e intellettuali del nostro tempo.
La Resistenza è un elemento ineludibile della biografia di Italo Calvino. In qual misura essa segna anche la sua opera narrativa? Calvino a guerra finita diventa militante. Continua, cioè, quella battaglia iniziata durante la guerra per una causa comune, questa volta non più con un fucile in mano ma con la macchina da scrivere. Si sente investito, come tanti altri colleghi, di una missione: forgiare una letteratura che possa ridisegnare la realtà tenendo viva la memoria di quel traumatico passato comune. La realtà storica, per questo, gli ideali resistenziali sono sempre l’humus sul quale far fiorire le storie. Molti Racconti, l’architrave narrativo, morale e scenico del Sentiero ovviamente, sono scritti a partire da queste convinzioni, sono ambientati direttamente durante la guerra. Per trasmetterla alla società e denunciare gli orrori del nazifascismo.
“L’arte di scrivere storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita, tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla.” A suo avviso, qual è il significato ultimo dell’opera di Calvino? Rispondo con un’altra citazione di Calvino, quella che mi sta più a cuore tra le sue recensione, perché mi pare auto eloquente. Siamo negli anni Ottanta, l’intellettuale, ormai completamente disilluso, vede al cinema Kagemusha di Akira Kurosawa e ne rimane folgorato. Davanti alla fine della dinastia Takeda che racconta il film, a un mondo in disgregazione capisce che l’unica via, dice Calvino, è tentare «d’imporgli un ordine, l’unico cui si possa pretendere, cioè un ordine interiore, presupposto d’ogni altro possibile ordine, presupposto d’ogni altro possibile ordine o forma o ragione che abbia presa sulle cose»
Lo star-system degli anni ’30 pare già vagheggiare il mito del femminino. In filigrana esso emerge in zone significative della produzione narrativa di Calvino?
È possibile rintracciare, carsicamente, in gran parte, se non in tutte le sue storie, una dinamica relazionale maschile -femminile, un discorso amoroso che riecheggia certi moduli morali e narrativi della commedia hollywoodiana anni Trenta: dal Sentiero agli ultimi racconti ritorna nei libri di calvino un femminino seducente, conturbante, pieno di intelligenza che per lunghi tratti irretisce un mascolino più dimesso, affannoso, confuso, incapace di tenere le redini delle schermaglie sentimentali. E proprio questa “sfuggenza”, questo “amore difficile”, questa impossibilità dell’uomo di raggiungere la donna produce senso narrativo, diventa il telaio narratologico grazie al quale la storia va avanti. Fino all’happy ending risolutivo che in Calvino non manca mai, come, non a caso, non manca nel cinema americano classico su cui lo scrittore si era formato.
Il 2023 celebra il centenario della nascita di Italo Calvino. Qual è il suo lascito alla posterità letteraria? Sinceramente, non essendo un letterato, ma un semplice studioso e prim’ancora che uno studioso, un appassionato di cinema e di letteratura, ritengo che le sue riflessioni intorno alla cura della forma, alla ricerca del perfezionismo lessicale, della chiarezza espositiva, dell’esattezza – per usare una parola Sua – siano ancora, nell’epoca del dell’impoverimento del linguaggio, dell’imprecisione linguistica straordinariamente attuali. Come anche, in estrema sintesi, l’idea che la letteratura debba sempre servire a qualcosa: a farci conoscere meglio noi stessi e il mondo, non solo quello che abitiamo adesso o che abbiamo abitato, ma quello che ci sarà tra centinaia o migliaia di anni.
Davide Maria Zazzini Dopo gli studi classici a Pescara terminati nel 2015, si è trasferito a Roma, in Sapienza per conseguire la laurea prima in Lettere Moderne e poi in Filologia Moderna. Il suo percorso di apprendimento attualmente continua con un Master in Drammaturgia e Sceneggiatura presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma. Scrive principalmente di cinema e letteratura su La Rivista del Cinematografo e altre testate giornalistiche.
“Chi sono io?” Questo è il quesito che senza posa domina il testo. Dunque, ritiene che sia possibile definire un’identità in una relazione così peculiare?
Ciò che credo è che sia impossibile definire un’identità oltre la relazione. Come ribadisco più volte nel testo la relazione è l’essere vita della vita. Noi non siamo nulla se non le relazioni che intratteniamo. Lo stesso essere un corpo implica una serie di connessioni interne ed esterne in un costante mutamento anche a livello biochimico. Quello che ad oggi risulta evidente è come la tradizione filosofica occidentale ci abbia consegnato una descrizione di “essere umano” del tutto inadeguata alla comprensione dell’essere nella vita. Secondo questa tradizione, infatti, l’uomo sarebbe qualcosa di completamente sganciato dal restante e si porrebbe in una condizione oppositiva rispetto ad ogni elemento presente nella realtà. Le dicotomie uomo/animale, natura/cultura, spirito/materia e molte altre sono rappresentazione diretta di questo tipo di impostazione. Secondo quanto consegnatoci dalla filosofia, l’essere umano fonderebbe la sua causa solo su sé stesso creando la propria identità in maniera completamente autonoma: questa è la lezione fondamentale che ci consegna l’umanismo per cui l’essere umano sarebbe somma di tutte le cose e rappresentazione dell’intera realtà. Essendo l’uomo principio di sé stesso e svolgendo egli un ruolo di autarchia nei riguardi del restante nulla ha pari dignità ontologica della condizione umana. Come sottolineo nel testo questo tipo di approccio vede la sua massima espressione in Cartesio che, considerando di fatto l’uomo composto di una materia differente dal cosmo (res cogitans) e ponendo la sua forza identitaria in un atto di introflessione individualista (cogito ergo sum), non solo lo considera qualcosa di diverso dal restante, ma lo isola all’interno di una realtà che di fatto egli percepisce come estranea. Ciò che la filosofia post-umanista ci riconsegna, anche sulla scia degli attuali approcci scientifici, è qualcosa di profondamente differente. Ogni vivente, infatti, nutre la propria identità attraverso la relazione con ciò che lo circonda. Ecco, quindi, che da una concezione autonoma dell’umano si passa a una visione eteronoma secondo la quale la costruzione del proprio principio di identificazione si fonda nel dialogo che il vivente intraprende con il mondo. Questo ci rende misura di una soggettività che non è mai definita, ma è in costante movimento in cui non è l’approdo lo scopo del viaggio, bensì le tappe che esso riserva. Non si può rispondere alla domanda “chi sono io?” se non si considera questo quesito come un interrogativo relazionale. Io sono le relazioni che costantemente, in ogni momento, intesso con la realtà che mi circonda giacché non abito il mondo ma sono parte di esso e la mia presenza è presenza di mondo. Domandare circa l’identità è quindi un domandare riguardo la relazione. Il pensiero del post-umanismo mette in luce come le questioni vadano affrontate sempre in termini intersezionali: questo è un vero e proprio approccio differente al pensare. Se si bada bene non ci sono più questioni che possano essere risolte se non incrociandole tra loro. Potremmo spingerci ad asserire che quella del postumanismo sia di fatto una epistemologia intersezionale. Tuttavia, tornando alla questione della relazione gli Animal Studies ci hanno mostrato come l’alterità sia stata fondativa nel ruolo dell’identità dell’essere umano, come il concetto di ibridazione non possa in alcun modo non essere più accolto quale metro di misura della nostra condizione esistenziale come di ogni altra. Proprio Darwin nei suoi Taccuini ci ricorda come la vita debba essere vista e compresa per mezzo dell’immagine del corallo: ogni parte si interseca con l’altra e il suo darsi non implica scissioni o gradi quanto una connessione costante tra le differenti parti in cui non v’è mai una realizzazione definitiva, ma solo tappe non di crescita quanto di evoluzione. Ciò che credo è però che vi siano alcune specie che hanno intrapreso un rapporto elettivo le une con le altre e proprio il cane è stato il grande compagno evolutivo dell’essere umano. Perché proprio il cane viene definito il nostro più fedele compagno? La risposta è presto detta: noi ci siamo co-evoluti con il lupo-cane. La nostra identità come specie dipende direttamente dalla presenza del proto-cane nelle nostre vite. Il nostro cervello non avrebbe la conformazione che ha (uno sviluppo così accentuato della neocorteccia) se non ci fossero stati i lupi-cani a difendere i nostri villaggi quando da nomadi ci siamo stabilizzati e siamo diventati allevatori-cacciatori. Precedentemente, quando eravamo ancora raccoglitori-nomadi fu probabilmente il lupo ad insegnarci le dinamiche di caccia e l’alleanza con questa specie a permetterci di portare all’estinzione il nostro cugino prossimo Neanderthal. Questi sono solo alcuni esempi che argomento con attenzione ne La filosofia del cane che hanno lo scopo di far comprendere come essere umano e cane abbiano di fatto una relazione elettiva e di come non si possano considerare in maniera disgiunta l’uno dall’altro. Ecco, quindi, che se molte specie hanno assunto un ruolo epifanico per la nostra condizione esistenziale, svelandoci appunto predicati che altrimenti non avremmo mai potuto neppure immaginare (come avremmo potuto di pensare di poter volare se non fossero stati gli uccelli a suggerircelo?) e per le quali è corretto parlare di ibridazione, per quanto concerne il cane questo concetto non è più sufficiente. Ad esso, infatti, preferisco di gran lunga quello di compromissione giacché siamo due animali che non possono definirsi l’uno senza l’altro, essendo entrati in una dimensione di profonda philia (amicizia) attraverso la quale la diversità dell’uno ha condotto all’eccellenza la differenza dell’altro. Da qui si comprende come cane e uomo non siano l’uno fondatore dell’identità dell’altro esclusivamente secondo un’ottica filogenetica ma, soprattutto, esistenziale. Nel testo – che appositamente ho definito una narrativa filosofica – viene esposto come i miei cani – di cui racconterò appunto la storia – abbiano condotto la mia vita oltre le risacche in cui la volontà sociale che questo mondo formalizzato e normalizzante mi stavano conducendo e di come, attraverso la loro presenza, io mi sia resa disponibile a riconnettermi con autenticità a concetti quali la relazione, la cura, il gesto spontaneo, il desiderio e quindi la libertà. Il cane assume il ruolo del Virgilio in grado di traghettarci da questa realtà ipertecnicizzata, funzionale in cui solo calcolo e progettazione hanno valore a un mondo in cui è ancora possibile un’azione salvifica che possa in qualche modo riconsegnarci a un futuro oltre il concetto di progresso (essendo proprio il progresso quell’elemento che di fatto ci sta negando un futuro). Il rapporto con il cane svela la nostra natura eteronoma e ci spiega come lo stare nella relazione sia accoglienza dell’altro nelle sue differenze e quanto il senso della vita si declini proprio in questo andare sempre oltre sé stessi in questa “fame di mondo” che di fatto è voglia di scoprire cosa accade oltre le mura della propria autarchia autonomista. Il cane diviene ponte per la nostra animalità, per riscoprirci animali e riammetterci a quell’universo anti-efficentista, anti-tecnologico, anti-performativo in cui vi è ancora spazio per desideri ed emozioni e nel quale poter aspirare ancora a un anelito di felicità.
Quali sono le ragioni che le fanno ritenere che un animale possa tracciare la strada per un futuro post-umanista?
Uno dei cardini su cui si fonda il pensiero post-umanista è l’impossibilità di considerare l’essere animale umano l’unico soggetto presente nella realtà. Ogni vivente possiede una propria identità (un Sé e quindi un presenziare nella vita) e un per Sé da intendersi come quel contributo intimo, individuale ed unico che la sua presenza garantisce al mondo e la possibilità di interpretare la realtà secondo un piano assolutamente individuale. La questione che si apre è quindi enorme: non si tratta tanto di ammettere emozioni e pertanto sofferenza alla dimensione animale tutta, ma di comprendere come ogni specie sia interprete di un mondo unico e di come vi siano molteplici mondi quante sono le specie presenti sul pineta. La catastrofe dell’estinzione di una immensa varietà di viventi – e non v’è stato periodo storico così altamente esposto ad essa – resta un percepito ancora altamente superficiale in quanto non siamo in grado cogliere il significato profondo della scomparsa di una specie. Al di là dei numeri e delle statistiche dovremmo pensare a un ultimo vecchio esemplare che si accascia solo sul terreno, che esala l’ultimo respiro nell’isolamento di una triste melanconia di abbandono e comprendere come, attraverso la sua scomparsa, si celebri la fine non solo della sua vita, ma della storia della vita intesa come esistenza di quello specifico mondo che egli rappresentava. L’estinzione di una specie è di fatto la scomparsa di un mondo. Non è sufficiente quindi continuare a “parlare di animali” è necessario “parlare con gli animali” affinché sia possibile compiere quel passaggio pratico che ci faccia ac-con-sentire, con e grazie a loro, alla generazione di un universo nuovo in cui gli spazi possano essere pensati non solo come possesso dell’umano, ma luoghi di condivisione con specie differenti. E da qui emerge la mia esperienza come consulente della relazione con il cane: nonostante il cane sia l’animale che ancora abita con noi e condivide con noi esperienze di vita – oggi glielo si chiede sempre di più – di fatto non ci siamo mai preoccupati di creare degli spazi di inclusione pensati sulla base di quello che è il suo etogramma specie-specifico, preferendo continuare a trattarlo come un dis-abile. Il concetto di disabilità è in realtà immaginario giacché disabile diviene solo chi non rientra in quei canoni che la società ha aprioristicamente deciso essere “normali”; per fare un esempio: esistono le scale perché la maggioranza le può fare, ma, la questione, è chiedersi se è disabile chi non le possa fare o se è la struttura del mondo che abbiamo creato ad essere disabilitante. Ogni metropoli dis-abilita soggetti che non siano pressantemente ed esclusivamente umani o meglio, se ben state a guardare, dis-abilita anche l’umano stesso essendo ormai essa pensata per lo scorrimento di macchine e non di persone (le uniche aree ancora pedonali ed adibite all’umano sono quelle dello shopping). Il cane, se effettivamente accolto ed ascoltato, è in grado di narrarci riguardo le follie antropocentriche della nostra epoca, è capace di mostrarci come noi siamo schiavi di un sistema che abbiamo completamente smesso di gestire ma ci gestisce dall’alto, come le nostre relazioni (contatti) fondate su simulazioni non facciano altro che esasperare il nostro senso di isolamento e solitudine (pensate che siamo nell’epoca della comunicazione perenne e della pornografia dell’esposizione mediatica eppure non siamo mai stati così soli). Tuttavia, molti cani entrano nelle nostre vite per lenire dei bisogni affettivi, quali surrogati di qualcosa d’altro che manca al nostro stare nel mondo, ma se colti pienamente nella loro alterità, che entra in costellazione con la nostra identità, possono diventare guida per uscire da questa caverna di “non sensi” e riconnetterci a un mondo in cui – proprio perché sconnessi dall’impianto tecnico – possiamo riscoprire il senso dello stare nella vita. Una volta che ci si è ricompresi all’interno del sistema Natura, una volta realizzato che il nostro presenziare nell’esistenza è solo quel secondo in cui l’onda si arriccia su sé stessa per poi tornare ad essere ciò che è sempre stata e quindi Oceano, sarà possibile ripensare il concetto di equilibrio. Non si tratta di razionalizzare la nostra presenza sul pianeta ripercorrendo tematiche come quelle della sostenibilità – giacché essa non è altro che porsi il quesito su quanto l’uomo possa ancora depredare il pianeta prima che tutto collassi – e di sostituire questa mentalità con quella della bio-proporzinalità. Equilibrio è condivisione dello spazio Terra giacché tutti siamo non parte di essa, ma consustanziali. Ed è il cane che riportandoci lungo le “strade del bosco” ci permette di compiere l’azione dell’Anarca (E. Jünger, Trattato del Ribelle) il quale si spoglia del suo antropocentrismo per riconsegnarsi al Mondo e non sentirsi più solo. Non è l’animale a tracciare le strade del futuro ma riconnetterci alla nostra animalità, al nostro essere principalmente animali, a rendere pensabile l’impensato: il futuro.
In qual modo il post-umanesimo può divenire una quotidianità del vivere, considerata la filosofia accademica, ovvero una tradizione filosofica fortemente intellettualizzata e teoreticizzata?
Come abbiamo detto la teoria del post-umanismo è solida; lo scopo ora è trasformare questa teoria in una prassi dell’esistenza. Credo che questa prassi debba proprio partire da una riscoperta del concetto di relazione. Nulla vi è di più pratico della relazione giacché la nostra vita quotidiana è costellata di momenti relazionali, non esistono attimi in cui non ci relazioniamo con qualcosa o con qualcuno. Il punto è riflettere sul come questo avviene. Si tratta davvero di cose estremamente banali: la freddezza con cui ci rapportiamo con il barista che ci porge il caffè al bar la mattina, l’indifferenza con cui neppure porgiamo saluto al taxista che guida l’auto che ci porterà dalla stazione all’università, l’incapacità di guardare negli occhi la cassiera di un supermercato. Viviamo in un mondo in costante accelerazione nel quale le persone paiono aver perduto ogni importanza: esse sono funzionali e appunto in quanto tali devono espletare delle precise funzioni e devono essere efficienti, veloci, asettiche. Non importa cosa abiti il loro animo. Non importa chi loro siano: come dei robot devono rispondere a quello specifico compito che la società gli ha imposto per poter perpetuare questo sistema di mobilitazione totale al dictat produci-consuma. La relazione è il vero elemento emergenziale della nostra epoca e la prassi della filosofia post-umanista deve ripartire proprio da una rinnovata considerazione di essa; se noi siamo il frutto delle nostre relazioni in un’epoca in cui sono i contatti e la simulazione a trionfare diviene impossibile rispondere al quesito “chi sono io?”. Proprio per comprendere la nostra povertà relazionale il cane ci è da guida: accogliere un essere di differente specie con una grande urgenza e voglia di comunicare con noi, di collaborare ma, di fatto, con forme espressive differenti, ci porta ad allenarci all’ascolto. È questo propedeutica offerta dal cane che permette di ricondurci nella relazione e all’interno della sua autenticità e quindi potenza. Il cane ci è da guida all’interno della prassi più importante del mondo post-umanista: la prassia della relazione. Non siamo più in grado di ascoltare neppure chi amiamo sempre preoccupati di “avere ragione”, di rimanere arroccati sulle nostre posizioni, non sapendo mai compiere quel passo oltre sé stessi che dona senso alla vita. Il cane ci guida all’ascolto perché proprio il cane non valuta la relazionalità su dinamiche di potere – come scrivo, il mito del capo branco deve essere superato se si vuole davvero comprendere il mondo del cane – quanto su dinamiche di piacere. La domanda che egli si pone se posto all’interno di un gruppo è quale possa essere il suo ruolo per migliorare le condizioni del gruppo stesso. Ecco il quesito fondamentale della relazione: cosa posso fare di buono io per te? Perché quel bene sarà anche il mio bene, proprio come ci insegna Aristotele nell’Etica Nicomachea. Se riuscissimo a orientarci nel mondo attraverso la bussola di questo domandare molte cose assumerebbero aspetti differenti. Il Pianeta stesso non verserebbe nella situazione emergenziale che oggi conosciamo, giacché comprenderemmo come la nostra presenza dovrebbe coniugarsi con il restante non secondo un’ottica di sfruttamento e dominanza quanto di rispetto, allo scopo della massima fioritura e dell’eccellenza espressiva di ogni forma vivente. Ecco perché la prima prassi post-umanista è una prassi relazionale, pratica che trascende i sofismi accademici, una prassi che non ha paura di sporcarsi le mani e di incontrare la vita di tutti i giorni. Proprio perché la filosofia si svuota di ogni valore e sensatezza se non è in grado di parlaci della vita, attraverso la vita. Ecco perché relazione è cura e cura è riscoperta del desiderio, del gesto spontaneo e amore per quella libertà che è connessione profonda con tutto ciò che ci circonda.
Da Platone a Derrida fino ad indagare i limiti e le prospettive di un mondo tecnologico guidati da un ospite: il nichilismo. Che cosa è il nichilismo alle soglie dell’epoca del post-umanismo?
Una delle prospettive fondamentali del libro è quella di recuperare il pensiero filosofico occidentale, provando a interrogarlo ponendogli delle questioni attuali e cioè ri-vitalizzandolo e attualizzandolo, non lasciandolo sopire in quell’orizzonte storiografico in cui, quasi per difesa, sembra essersi trincerato. Nei primo capitolo del testo cerco di sondare nuovamente il mito di Prometeo ed Epimeteo di Platone, mostrando come i due titani non siano figure dicotomiche ed oppositive e quanto la loro operazione generativa sia possibile solo riconoscendo l’azione congiunta dell’uno e dell’altro; di come l’uomo – al contrario delle interpretazioni correnti del mito – non sia esclusivamente il prodotto della tecnica e del fuoco, e quindi unicamente di Prometeo, ma anche del suo costante rapporto con le qualità degli altri animali. Nel secondo offro una re-interpretazione del mito della Caverna sempre di Platone, mentre nel terzo provo ad incontrare nuovamente lo sguardo della gatta di Derrida (L’animale che dunque sono) per comprendere se quegli occhi possano indicarci un passaggio ulteriore oltre a quello che venne offerto al filosofo francese. Al tema del nichilismo dedico l’ultimo capitolo del mio testo proprio perché credo che esso debba essere reinterpretato alla luce della filosofia post-umanista. Nichilismo oggi non è più la morte di quei valori trascendentali legati a una realtà ultramondana quanto piuttosto la caduta e l’abbandono in un mondo esclusivamente antropocentrico. L’incubo dell’umanismo è appunto la realizzazione di questa società che, rinchiusa nella propria stanza atrofica ricolma di specchi in grado di proiettare solo l’immagine dell’essere umano, ha abbandonato il mondo e con esso la ricchezza della diversità. Nichilismo è la gettatezza in un universo in cui solo le immagini hanno valore (da qui la mia rilettura del mito della caverna di Platone alla luce dei quisiti di cui la nostra epoca abbisogna) e nel quale l’autenticità dell’essere viene sminuito allo scopo di far risplendere solo la funzionalità del proprio ruolo nel sistema. Ai nostri giovani non viene chiesto cosa essi desiderano, ma vengono imposti dei test in grado di misurare le loro qualità operative, non gli viene domandato di conoscersi, ma solo di aderire a un impianto che irretisce il loro “segreto” inteso come quel contributo desiderante che anima ogni individuo nel suo stare nella vita. Non c’è più un’educazione alla diversità, al sentimento, all’affettività, ma solo una ridondante richiesta di adesione al sistema. È una società la nostra militarizzata in cui la norma diviene normativa e in cui non vi è più spazio per gesti che siano spontanei e per questo generativi. La tecnica, che agli inizi del Novecento viene tematizzata da grandi autori come Jünger, Spengler, Anders, Heidegger e molti altri, diviene l’unico linguaggio con il quale sappiamo confrontarci. Si crea quindi una diminuzione della ricchezza del mondo in un atto di semplificazione per cui la polifonia della vita rischia di annullarsi alla luce di un unico modo di pensare ed agire: quello del pensiero della tecnica. La tecnologia – apparentemente il grande ed unico dispositivo del nostro tempo – diviene quindi quella nicchia nella quale l’uomo si è rinchiuso e si sente al sicuro giacché non scorge come dietro ad essa si celi il pensiero della tecnica che di fatto è nichilismo. Nichilismo è appiattimento della realtà all’interno di una matrice produttiva e operativa nella quale o sei dentro o sei fuori, in cui non v’è spazio per le differenze e in cui tutto assume il medesimo colore e lo stesso sapore asettico e plastico di un mondo privo di creatività. Per questo stiamo male, è questa la ragione per la quale il grande sintomo della nostra epoca è la depressione: non v’è possibilità di esprimere il proprio per Sé e per tale ragione la vita è priva di senso. La conformazione dei desideri, delle forme, i corpi ormai interfaccia di una perfezione plastica, la relazione completamente gestita se non esclusivamente rivolta a dispositivi tecnologici, il volto dei luoghi sempre più simile in ogni dove del mondo e l’estrema azione di controllo a cui siamo costantemente sottoposti sono tutti sintomi dell’ospite inquietante: il nichilismo. Espressione estrema di questa volontà di controllo (biopotere) è rappresentata proprio da un movimento che spesso viene associato al post-umanismo ma che, in realtà, guarda in direzione opposta ad esso: il transumanismo. Esso è l’emblema di quella visione per cui l’uomo, in maniera del tutto autonoma rispetto a ciò che lo circonda, può intraprendere un percorso di verticalizzazione per condurlo verso orizzonti sempre più antropici e nei quali, attraverso la tecnologia interpretata come potenziamento, può liberarsi addirittura del fardello più pesante della vita: la morte. Quello dei transumanisti è un mondo progettato a tavolino, nel quale esiste una grande demarcazione tra ciò che è “normale” e ciò che è “difettato” e in cui il pieno controllo della realtà è assunto da dispositivi tecnologici. Ma il pensiero della tecnica non conosce sentimento, non sa dove sia l’affettività e irretisce ogni forma di relazione che non sia quella tecnologica. Il mondo del nichilismo è un mondo fatto di misurazioni e non di emozioni, è un mondo nel quale tutto è funzione e scompare completamente il desiderio. La macchina, infatti, può risolvere la più complessa delle equazioni che le sottoponiamo, ma non sarà mai in grado di creare un desiderio proprio, di percepire un problema se non le viene presentato da qualcuno d’altro, di compiere quel gesto spontaneo che incarni quel senso di libertà a cui ogni animale, compreso quello umano, anela. Il volto del nichilismo ci appare in maniera chiara ed immediata in questa società quando, abbandonata ogni forma di relazione autentica, ci si blinda all’interno della propria introiezione narcisistica e non si riesce più in alcun modo ad entrare in relazione con l’altro. Tuttavia, la cosa peggiore è che viviamo come automi (come gli altri ci hanno detto che si deve vivere) senza neppure rendercene conto. Questo è il malessere e la rabbia che ogni giorno constatiamo nelle nostre vite, questo il male oscuro che ci ingabbia: l’aver perso contatto con la nostra identità profonda che di fatto è relazione, che è animalità. Pertanto, per convergere oltre questa linea di demarcazione nichilista l’unica strada che possiamo percorrere è quella di riscoprire la nostra animalità e con essa quei concetti salvifici che sono relazione, cura, desiderio, gesto spontaneo. Per questo il cane (e l’alterità in generale) con il suo sguardo, al contrario di quanto afferma Derrida, non vuole guardare solo per vedere, ma consegnarci all’arduo compito di sondare in profondità ciò che siamo, ciò a partire dalla nostra identità fino ad arrivare a svelare i meccanismi malati del nostro tempo che appunto sono sintomo del fenomeno del nichilismo. L’ultimo paragrafo del capitolo si intitola A spasso con il cane. Oltre il nichilismo proprio perché la sua presenza, il suo essere ancora all’interno della vita, la sua capacità di perdersi nel tempo (pensiamo alla gioiosa corsa di un cane su un prato) e non di perdere tempo, può farci da guida e da ponte verso un nuovo modo di stare nella vita: non essere più degli automi che svolgono funzioni, che consumano prodotti, che rispondono in maniera meccanica a stimoli tecnici.
La parola “uomo” viene utilizzata “asteriscata”. Per quale ragione?
Proprio come affermo nell’introduzione del testo questo libro è assieme un principio e una fine in quanto esso entra in diretta costellazione con L’Abbecedario del postumanismo. Infatti, a partire dall’analisi linguistica condotta da me e dalle mie colleghe Elisa Baioni e Lidia Maria Cuadrado Payeras che voleva sondare i limiti del linguaggio alla luce della filosofia post-umanista, si tenta di operare un superamento di essa stessa senza però abbandonare l’azione precedentemente messa in atto. Nell’Abbecedario si è tentato di rivelare come il linguaggio non sia qualcosa di innocuo ma esso presenti, nel suo darsi, già una pre-interpretazione della realtà per cui, seguendo la lezione di Wittgenstein, il linguaggio è il limite del nostro mondo. In quel lavoro si è voluto mostrare come fosse fondamentale gettare le basi per una grammatica di un mondo in divenire, sillabando nuove possibilità espressive proprio attraverso e grazie al linguaggio. Ne La filosofia del cane però si apre una nuova riflessione: se l’Abecedario posava i piedi su quella che Wittgenstein definiva l’isola della descrivibilità logica e cioè quella terra ferma in cui i piedi sono ancora in qualche modo saldi e nel quale tentiamo di rispettare le regole, ciò che avviene nel mio ultimo lavoro è qualcosa di diverso. Sempre Wittgenstein, infatti, ci suggerisce come questa isola sia circondata da un oceano immenso ed esso è mobile, liquido ed instabile e come sia solo in questa dimensione di incertezza che si possono affrontare le questioni importanti della filosofia. Ecco perché necessitiamo di una guida che vada oltre le sicurezze della logica, ecco perché il cane deve essere con noi: stiamo infrangendo le regole, stiamo andando oltre il dicibile, varcando quel terreno in cui poter chiedere circa il senso, sapendo che esso si coglierà sempre e solo come segreto. Il senso e il segreto hanno qualcosa di estremamente affine: se si pronunciano non sono più tali. Il senso si afferra come sensazione passeggera ma non si può possedere, comprendere, definire e pertanto dire. Il senso è l’anello che non tiene di Montale, la corsa di un segugio alla ricerca del profumo di mondo, lo squarcio di una tela di Fontana, il nostro stare sempre instabile nel flusso acquoreo della vita. Il cane si spinge con noi all’interno di questa dimensione e, come nel passato remoto della nostra specie ci fece da guida per poter sopravvivere, egli può farlo oggi per poter ritornare a vivere. Nonostante, quindi, le due opere sondino territori differenti (il terreno del dicibile e quello dell’indicibile) non si è voluto dimenticare l’azione posta in essere dall’Abbecedario e perciò la volontà di scardinare certi costrutti che abbiamo ereditato dal pensiero umanista. Come viene evidenziato nelle Avvertenze linguistiche poste all’inizio de La filosofia del cane è importante comprendere come quando si utilizzi la parola “uomo” lo si faccia asteriscandolo proprio allo scopo di non voler ricadere in quella logica secondo la quale questo concetto introiettasse la visione di un essere umano normativizzato secondo i canoni della tradizione; ma, soprattutto, come nel momento in cui apparentemente si fosse venuta a creare un opposizione tra uomo ed animale la convinzione profonda fosse quella dell’insensatezza e dell’infondatezza di questa dicotomia. Perché ogni uomo* è animale. Se sul concetto di umanità possiamo discutere ed esprimere dei dubbi ciò su cui non si può farlo è infatti quello di animalità. Siamo tutti animali. Solo questa “certezza” nel mare magnum del dubbio è faro per poter accedere a un nuovo ed insieme antico modo di stare nella vita: il post-umanismo.
Manuela Macelloni è filosofa e consulente della relazione con il cane. Nel 2003 vince il “Premio Selezione Poesia” e pubblica il testo Vanità d’Immenso. Coordinatrice del Centro Studi di filosofia Postumanista, è inoltre Vice-Presidente dell’Internetional Society of Zooanthopology, Responsabile di redazione di Animal Studies. Rivista di Zooantropologia e collabora con SIUA (Scuola di interazione Uomo- Animale). Ha scritto per diverse riviste di settore – alcune tra queste Dianoia, Bollettino della società filosofica italiana, Shift. International Journal of Philosophical Studies – ha poi contribuito al volume di Rewriters Post-human: da una visione egologica a una visione ecologica curato da Roberto Marchesini; inoltre ha partecipato a diversi convegni nazionali ed internazionali riguardanti temi come l’animalità, il postumanismo, la zooantropologia. Cura per la testata giornalistica nazionale Rewriters il blog Quore di cagna. Ha pubblicato per Mimesis nel 2022 l’ Abbecedario del postumanismo e nel 2023 La filosofia del cane. Orme per un futuro post-umanista.
Scampia è una periferia certamente difficile, dimenticata e, soventemente, mistificata. Come “si fa scuola”? Partendo dai bisogni, e quindi dall’ascolto di chi ti sta di fronte. La scuola ha il compito civico di prendere per mano i ragazzi, occuparsi di loro, capirli, e questo vale ovunque e a qualsiasi età, ma in contesti di marginalità sociale e di povertà educativa è un viatico imprescindibile per ‘fare scuola’ ed essere efficaci; se attivato dal docente diviene una leva essenziale per conoscere e far crescere lo studente in quanto persona in primis… E’ questo l’approccio decisivo per creare relazioni autentiche, ma naturalmente richiede una sensibilità pedagogica significativa e una forte motivazione in chi insegna in luoghi come Scampia..
La sua riflessione sembra assumere un’ottica chiaramente istituzionalista e libertaria. Come si può in un contesto scolastico, dunque normato, incedere ancora oltre l’idea di inclusione? Nel libro ‘Fare scuola a Scampia’ c’è la testimonianza, corroborata da molti ex studenti che hanno ‘vissuto’ con me le esperienze didattiche raccontate, di come in un’istituzione pubblica si possa, concretamente, educare alla libertà e alla massima espressione pur in una cornice normativa e organizzativa istituzionale in cui – come del resto in ogni scuola italiana – vi è tanta burocrazia, ci sono per dirigenti e docenti lacci e lacciuoli e ci si ritrova ad operare in un’architettura di sistema antiquata, rigida, spesso inamovibile, di stampo sotto certi aspetti addirittura ottocentesco, se pensiamo agli arredi di un’aula, alla sistemazione dei banchi, della cattedra, all’assoluta prevalenza che ancora oggi verifichiamo del metodo frontale e unidirezionale di fare lezione tra docente e discenti. Questo scenario, oramai anacronistico, appare una contraddizione rispetto a metodologie didattiche ‘libertarie’ che consentano cioè lo sviluppo della creatività e dell’autonomia di giudizio critico negli studenti, delle singole espressività.
Il suo assunto è che ciascun ragazzo sia unico. Chi deve assumersi la responsabilità etica di condurre gli studenti alla scoperta della propria unicità? Ogni insegnante che voglia incidere sui ragazzi – educare deriva dal latino educěre, «trarre fuori», «tirar fuori ciò che sta dentro» – dovrebbe assumersi questa responsabilità e di conseguenza dotarsi di una cassetta degli attrezzi idonea e adeguata a questo fine, che diventi una traccia etica, metodologica e professionale, del proprio ‘fare scuola’… Ma se diamo all’insegnamento un’impronta educativa e non istruzionista, ci sono ampi margini di manovra per intercettare i ragazzi e costruire con loro una relazione formativa autentica, in fondo non ci chiedono altro e lo percepisci bene quando in classe si crea quell’alchimia tra te e loro …
Se i genitori non è detto che siano necessariamente esperti della crescita, per ogni docente dovrebbe esserci questa competenza, una vision di questo suo operare quotidiano e qui ritorniamo ai grandi contributi che la pedagogia e le scienze della formazione negli ultimi 30 anni ci hanno dato, spesso rimasti inascoltati.
Sperimentazioni e progetti innovativi condotti mediante gli strumenti digitali. Perché reputa che il digitale sia utile alla coesione educativa? Ma per molte ragioni. Prima di tutto i nostri giovani e giovanissimi sono nativi digitali, vivono in un mondo condizionato moltissimo dalle immagini e dalla multimedialità – una sorta di liquido amniotico, comunicativamente e culturalmente parlando. Ci piaccia o no, il mondo digitale è ben presente nelle nostre vite e in tutti i campi da circa trenta anni e oggi scorre rapido verso il Metaverso. Ma stranamente, tra noi adulti e migranti digitali, prevale ancora diffidenza e distacco. Ignorare, snobbare o temere l’universo digitale significa essere fuori dalla realtà e dall’universo in cui i nostri ragazzi sono nati; viceversa relazionarsi a loro assegnando la dovuta centralità all’era digitale è quindi un passaggio intergenerazionale centrale, pedagogicamente indispensabile per conoscerli, prestare loro ascolto, e per questa via rintracciarne sensibilità, talento, vocazioni, ma anche fragilità e limiti della loro personalità in un momento cruciale della loro crescita. Un’apertura di dialogo intergenerazionale verso di loro che ha peraltro il vantaggio di farci individuare come figure a loro non ostili, ma interessate a conoscere meglio l’universo nel quale sono nati e crescono in modo da costruire percorsi che diventino coinvolgenti e condivisi. Se questo nostra apertura di credito verso di loro è necessaria, è altrettanto importante che come educatori si abbia verso le tecnologie innovative un approccio che mi piace definire umanistico e mai tecnocratico, proprio per costruire nei giovani consapevolezza critica nell’uso del digitale, della rete e della realtà aumentata… Ogni qual volta l’uomo nella storia ha utilizzato scienza e tecnica col fine umano- centrico di progredire e migliorare la propria condizione di vita e quella dell’ambiente, tutta l’umanità ne ha tratto dei benefici; quando viceversa si è fatto piegare e guidare da atteggiamenti subordinati alla tecnologia, di ‘asservimento culturale’ , si è persa la bussola con conseguenze spesso negative se non disastrose. E su questo il grande scrittore Isaac Asimov ci aveva messo in guardia fin dagli anni ’40 quando ci indicò eticamente nelle tre leggi della robotica i sentieri lungo i quali muoversi per non farci distruggere dalle macchine ad intelligenza artificiale… 1.Un robot non può recare danno agli esseri umani, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, gli esseri umani ricevano danno. 2.Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, tranne nel caso che tali ordini contrastino con la Prima Legge. 3.Un robot deve salvaguardare la propria esistenza, purché ciò non contrasti con la Prima e la Seconda Legge. Per questo usare in chiave umanistica e formativa il digitale a scuola, in questi trenta anni, ha significato da un lato metterli a loro agio, ‘giocare in casa loro’, generare un interesse e coinvolgimento importanti in aula e dall’altro ha consentito di creare ambienti di apprendimento cooperativi e interattivi in cui il lavoro di gruppo, ben coordinato dal docente, ha generato coesione ed inclusione educativa. Dalle tante testimonianze di studenti presenti nel libro FARE SCUOLA A SCAMPIA emerge con nettezza il bel clima relazionale, umano, cooperativo che nei progetti descritti si è formato tra studenti e docenti, e queste caratteristiche degli ambienti di apprendimento sono connaturate e derivate dal digitale, dalla rete e da quella modalità circolare di veicolazione/elaborazione di saperi e conoscenze che determina. E tanto più se si pensa all’oggi e alla rapidità delle tecnologie, all’avvento del Metaverso, tanto più è necessario educare ad un livello di consapevolezza, umanistico dei dispositivi digitali, della rete, della realtà aumentata, che oggi appare decisamente insufficiente. Indirizzarli continuamente ad un uso etico, che eviti (si pensi ai bambini e agli adolescenti) di divenire schiavi di questi strumenti e per evitare che prossimamente l’intelligenza artificiale e il Metaverso ci travolgano.
Scampia per trent’anni è stato un quartiere privo di identità e abbandonato al decadimento e alla noncuranza. I residenti possono reputarsi vittime e quali sono, a suo avviso, oggi, i bisogni a essi negati da soddisfare? In questi ultimi 15 anni, da quando è stata smantellata la piazza di spaccio che aveva reso Scampia famosa a livello planetario, nonostante le speculazioni mediatiche di potenti serie televisive, tendenti a perpetuare ‘a vita’ l’immagine del quartiere infernale, a fini esclusivamente commerciali, molte cose sono cambiate. Sono state abbattute alcune vele per volontà di combattivi comitati di quartiere che negli anni scorsi hanno trovato ascolto e sintonia con l’amministrazione comunale; al posto di una delle vele demolite è sorto un polo universitario della Federico II, finalmente inaugurato nell’ottobre scorso, sono state inoltre realizzati e consegnati numerosi alloggi di edilizia popolare con negozi di prossimità a servizio del quartiere, si è completata la stazione metro, per citare solo le più importanti trasformazioni avvenute nel quartiere. In questo modo e negli anni è così cresciuta una nuova consapevolezza civica negli abitanti di Scampia, anche grazie al permanente lavoro delle scuole, dei centri sociali e delle parrocchie, che di continuo offrono concrete opportunità di crescita e riscatto a chi vi abita, tutte condizioni che rendono il quartiere vivo ed effervescente, arricchendo anche di orgoglio e senso identitario i propri abitanti. A fronte di ciò nel quartiere attualmente permangono però altissimi tassi di disoccupazione e di dispersione scolastica, insieme ad una scarsissima, se non inesistente, offerta di lavoro, fattori che pregiudicano fortemente un radicale cambio di registro civico, sociale ed economico per Scampia e che rischiano di affievolire se non compromettere le pur tante positività ed energie attive e presenti. Eliminare la vergogna atavica dell’abbandono scolastico, creare occupazione dignitosa per gli abitanti costituiscono gli strumenti fondamentali per restituire a Scampia dei connotati complessivamente coerenti con quanto previsto dalla nostra Costituzione; un obiettivo che, nonostante i molti passi avanti registrati negli ultimi venti anni, appare ancora lontano.
Nicola Cotugno vive a Napoli dove è nato; architetto, già docente di Tecnologia presso l’ITI «G. Ferraris» di Napoli, formatore docenti in ambito nazionale (Future Labs, ImparaDigitale), esperto in tecnologie didattiche, progetta ambienti di apprendimento multimediali. Ha raccontato nel libro FARE SCUOLA A SCAMPIA Buone pratiche digitali per la coesione educativa, Erickson – 2022 la sua intensa esperienza di docente.
Il titolo del volume appella Tina Anselmi “La ragazza della Repubblica”. Quali sono le ragioni che hanno indotto a definire così la prima donna ministro della storia d’Italia?
“La ragazza della Repubblica” era un appellativo, con cui affettuosamente la chiamava Sandro Pertini. Questo soprannome che Pertini le aveva dato, mi è piaciuto subito, perché nonostante l’età che aveva Tina quando è stato coniato, le conferiva tutta la freschezza del suo essere. Una persona che, a dispetto del passare degli anni, non aveva mai perso la trasparenza e la lealtà, in genere propri della giovinezza, l’aderenza a principi che si erano mantenuti invariati. Inoltre, il termine “ragazza” associato a “della Repubblica” dava un inevitabile senso di appartenenza alla Repubblica, un concetto che Tina aveva già dentro di lei a partire dagli anni della Resistenza, ma anche di colei che lottava per il benessere della Repubblica. In sostanza un epiteto che si abbinava a pieno con il modo di essere di Tina Anselmi.
Il fascismo, la Resistenza, il referendum del ‘46, la DC, il Caso Moro, l’avvento del craxismo, fino alla fine della Prima Repubblica. Tina Anselmi cavalca anni complessi. Qual è la genesi della sua passione politica e come si evolve? La genesi della sua passione politica rimonta indietro nel passato, fin quando da bambina ascoltava e osservava il mondo con trasporto. La genesi è scritta nelle parole che lei amava dire “per cambiare il mondo bisogna esserci”, coscienza politica che è maturata gradualmente e si è trasformata in azione quando ancora diciassettenne, nel 1944 la fecero assistere alla macabra scena dei giovani partigiani impiccati a Bassano del Grappa. Da li in poi Tina è stata un’instancabile donna d’azione, sempre pronta ad agire nel bene della collettività, trasformando e migliorando tutte le situazioni che vedeva ingiuste. Principi sani, un padre socialista, il fascismo la guerra hanno sicuramente forgiato la strada che doveva percorrere, uniti a una tempra e un carattere determinato, ma accogliente. Partigiana negli anni di guerra, nel secondo dopoguerra accanto alle filandine nelle fabbriche, poi nel Movimento Femminile della DC e così avanti fino ad essere la prima donna Ministro della storia della Repubblica italiana. Tina Anselmi attraversa e si intreccia a degli anni cruciali per la storia politica italiana lo fa con grande coerenza, rimanendo salda a dei principi sani e lottando tenacemente ogni qual volta li vede messi in pericolo.
Lei si è avvalsa di numerosi fonti di archivio nonché delle testimonianze di sorelle e nipoti di Tina Anselmi. Quali difficoltà ha incontrato nella raccolta e nel discernimento? Quando più fonti sono concordi nel dire la stessa cosa non c’è difficoltà nel discernere. La difficoltà nella ricerca, che poi corrisponde al vantaggio della creatività è stato ricercare la parte emotiva che componeva il suo essere donna, questo è stato difficile da rintracciare. Tina, sebbene fosse una persona socievole e allegra, era molto riservata per ciò che concerneva il suo privato, che teneva ben stretto. L’interiorità sfugge sempre alle cronache, la parte più intima e delicata della persona è quella più difficile da scoprire e poi da tratteggiare e quindi sono stata molto felice quando alcune persone molto vicine a Tina dopo la lettura del libro mi hanno detto “Tina era proprio così” è stato il complimento che più ho apprezzato.
La Legge 194, la Commissione P2, l’impegno sociale…donna coraggiosa, passionale e volitiva. Quale scotto ha dovuto pagare il suo essere una donna integerrima e impetuosa? Essere integerrima e impetuosa sono qualità che l’hanno coadiuvata in tante sfide, caratteristiche che l’hanno sostenuta e in tanti momenti della sua vita le hanno permesso di ottenere risultati. Quando però è arrivata alla Presidenza della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia Massonica P2 la contropartita è stata differente, al termine della Commissione ha dovuto scontare un lento allontanamento dall’azione politica, fino ad arrivare al 1992, anno in cui viene obbligata a candidarsi in una circoscrizione dove sicuramente non avrebbe vinto. Viene quindi allontanata dall’azione vera e propria. Non solo ci sono stati anche diversi tentativi di metterla nel dimenticatoio o anche di screditarne la memoria. Mi fa piacere pensare che questo libro, così come altre iniziative fatte su di lei permettano di riappropriarsi della memoria di una donna coraggiosa e volitiva che può essere un esempio forte e uno stimolo per tanti lettori, non solo sul lato politico, ma come donna, come persona.
Qual è il lascito di Tina Anselmi? Innanzitutto, credo che personaggi di valore, come quello di Tina Anselmi abbiano tutta l’urgenza di essere riscoperti, fatti ricamminare nelle nostre vite per reintegrare dei valori che oggi a volte sembrano dimenticati. E nel caso delle giovani generazioni ancora più importante riportare alla luce delle personalità che non hanno conosciuto, ma che possono ergersi come buon esempio. Tina teneva molto alle giovani generazioni, farle crescere con una coscienza attiva e saggia, per lei “la memoria” era fondamentale. I messaggi che secondo me lascia ancora oggi Tina Anselmi, sono più d’uno sicuramente, quelli più rilevanti sono il suo invito a “imparare a esserci” in modo attivo, per essere consapevoli e attori di quello che succede, questo unito al messaggio di esserci per gli altri, un pensiero altruistico di condivisione del bene da parte della collettività e profondo rispetto dell’altro; questo soprattutto nella società dove viviamo abbiamo perso e andrebbe riposizionato in cima, così come sempre lo è stato per Tina Anselmi.
Chiarastella Campanelli, romana, è laureata in Scienze politiche, si è specializzata successivamente nell’area del Medio Oriente. Dal 2008 a oggi ha occupato la posizione di Direttrice editoriale per la casa editrice il Sirente curando tre collane editoriali. Nel 2019 ha pubblicato il racconto Margherita dagli occhi azzurri nella raccolta per bambini Dai mamma…Racconta! A.A.V.V. Editrice il Sirente. Nel 2021 il libro per ragazzi il mistero di Pyrgi – avventura tra gli etruschi Dalia Edizioni. Tina Anselmi, la ragazza della Repubblica Graphofeel Edizioni è il suo primo romanzo.