Il traslato del “mantello variopinto” rammenta un ordito di narrazioni, identità e poteri: quale tra queste trame considera, oggi, più logora e quale, invece, più inalterabile alle pressioni algoritmiche?
Nessuna è inalterabile, dunque ciascuna è a rischio logoramento.
Per Platone la democrazia è un variopinto mantello ricamato, e può facilmente degenerare in democrazia corrotta, quando la libertà diventa il potere di fare ciò che si vuole, la legge viene ignorata, le sentenze della magistratura sono trascurate, le competenze vengono scavalcate e il rispetto delle tradizioni scompare. Quando questo accade, si affaccia il rischio della tirannide, ultima e peggiore figura dell’involuzione del potere. Ed è interessante sottolineare certe analogie con le dinamiche a noi vicine: la potenza oligarchica delle logiche del neoliberismo, con i suoi miraggi di facile arricchimento e il divario sempre più ampio tra ricchi e poveri; la democrazia indebolita che diventa demagogia; e infine l’evocazione dell’uomo o della donna forti, che fa presa proprio sui ceti popolari, e che oggi chiamiamo populismo. Democrazia è una parola greca, composta da kratos, che significa potere, e demos, che significa popolo. Se si separano, diciamo che kratos, il potere, usa l’algoritmo per i suoi fini, mentre il demos, il popolo, lo subisce perché non lo conosce. E non conoscere gli strumenti del Potere è pericoloso. Nel mito greco, Kràtos, il Potere, è una divinità bifronte, inaffidabile, traditrice e nostalgica del caos. Le sue origini sono pur sempre oscure, infere, dispotiche. Fa parte dei Titani, stirpe senza regole, senza quel senso del limite introdotto dagli dèi Olimpi dopo la loro vittoria sui Titani, nella Titanomachia di Esiodo. Nonostante Kratos si allei con Zeus contro la sua stessa stirpe, è sempre pronto a voltare faccia e tornare il Titano che era. Quando Kratos, il Potere, sta dalla parte dei pochi, e non è più sostenuto dalla giustizia equa, dalla sapienza, dalla pace, ritorna il Titano che era, e la democrazia è in pericolo.
Nel libro sembra affiorare l’idea che la democrazia sia sempre più subordinata a dispositivi cognitivi esterni. In che modo gli algoritmi trasformano non solo le scelte collettive, ma anche la percezione stessa del “noi” democratico?
Nel nuovo millennio, sono e sono stati molti gli esperti che mettono in guardia contro al degenerazione della democrazia. Il sociologo Sabino Acquaviva, scomparso nel 2015, ritiene che la nostra non sia né una democrazia né una dittatura, e che questi due termini che continuiamo a usare siano inadeguati per definire il mondo in cui viviamo, in cui prevalgono scelte tecniche e tecnologiche che non sono né democratiche né politiche: viviamo in un mondo libero individualmente, ma responsabile di un clima sociale opprimente, in cui mancano i progetti di vita e la confidenza negli altri. Acquaviva definisce il regime odierno come una monocrazia. Ovvero potere unico. Che sarebbe quello che deriva dalle finanziarie e delle multinazionali che hanno una struttura rigidamente gerarchica e non ammettono dissensi né limiti, e poiché la società sta diventando una rete di organismi di questo tipo, le conseguenze per la democrazia sono ovvie. Lo storico Luciano Canfora dice nei nostri regimi democratici il potere dei pochi si instaura mascherandosi, senza mai presentarsi apertamente e si fonda sul denaro, sul potere e sul loro collegamento reciproco: nel sistema finanziario globale il danaro alimenta il potere e il potere alimenta il danaro. Svuotando di senso la democrazia. Dunque la domanda che oggi si pone drammaticamente è perché il sistema debba ruotare intorno al benessere di un potere essenzialmente fondato sulla speculazione e la contemplazione della ricchezza, e come fare per tornare a essere, da sudditi, cittadini. La sociologa statunitense Shoshana Zuboff, autrice di un corposo volume dal titolo Il capitalismo della sorveglianza, parla di furia antidemocratica, e scrive che dopo il crollo delle dittature e dei totalitarismi – almeno in Occidente – è ora l’ideologia neoliberista che vede lo Stato democratico moderno come una minaccia da combattere.
Lei descrive un continuum che va dal mito come dispositivo di coesione all’algoritmo come dispositivo di previsione. Ritiene che la perdita del mito sia irreversibile, o vede spazi per una sua riattivazione in forme contemporanee?
Il Mito non è mai perduto. Il Mito – come disse Salustio – è quell’insieme di eventi, di avvenimenti, che in realtà non sono mai accaduti ma che sono sempre, sono immortali, perché fondano il pensiero. Il Mito racconta le gesta del divino e dell’umano, degli dèi e dei mortali che agli dèi sono sottoposti come a un limite da non oltrepassare. E superare il limite, nella cultura greca, era considerato il peggior peccato che si potesse commettere: la superbia, la tracotanza, la hybris. La poetessa russa Marina Cvetaeva scrisse che la vera contemporaneità è la coesistenza dei tempi. Il passato dell’umanità non è qualcosa di morto e sepolto, ma è continuamente attivo, e se lo si ignora si finisce per muoversi in un presente senza vie d’uscita, perché il passato è vivo e incide sull’oggi e sul domani, come sanno bene i poeti. La Storia è un mezzo per ascoltare i percorsi del mondo, con senso critico e capacità di attenzione, così da contestualizzare e reinterpretare le tradizioni e le culture che ruotano nel tempo. La visione lineare e progressiva della storia – così radicata nel pensiero politico, tecnologico ed economico odierno – non favorisce né esaurisce la comprensione del cammino umano.
Nel suo lavoro appare una critica alla personalizzazione estrema delle informazioni. Ritiene che la suddivisione del discorso pubblico sia un fenomeno governabile o sia ormai parte strutturale dell’ecosistema digitale?
Tutto può – deve – essere governabile. Dalla Legge, dalla Giustizia, dalla Sapienza. Sconfiggendo i Titani, Zeus stabilisce un nuovo ordine più giusto e equo, proprio come l’avvento della democrazia è stato considerato la migliore forma di governo possibile, la più giusta, che poneva fine all’era degli imperi e delle dittature. Ma bisogna stare attenti. Se, dall’era moderna in poi, la democrazia è stata considerata un nuovo ordine, e il miglior governo possibile, tuttavia non è una divinità, come invece la Giustizia, la Pace, o la Sapienza, che la devono guidare, oppure il Potere, da cui deve essere protetta. Tra le divinità, la democrazia non ha mai trovato posto. I Greci sapevano che le forme di governo sono caduche e instabili, anche al loro interno. Appaiono dunque sempre imperfette. La democrazia – come ogni altra forma di governo umano – non è un principio cosmico, universale e immutabile, ma è un concetto mortale e mutevole, e deve essere costruito senza sosta. Deve costruire la sua solidità proprio conciliando Kràtos, il Potere che ne compone la parola, con Themis, la Giustizia universale, Eirene, la Pace, e con Atena-Sophia, la Sapienza. In modo da rinnovare sempre la sconfitta dei Titani tracotanti attraverso un ordine da ricreare e ricercare senza sosta, basato sui principi universali della giustizia e della saggezza, e garantito dalla loro sacralità.
Il libro suggerisce che gli algoritmi abbiano un ruolo formativo sulla sfera pubblica. Ma quali responsabilità politiche ed etiche attribuisce a chi progetta queste infrastrutture cognitive?
Oggi, la democrazia sembra essere messa a serio rischio soprattutto dalla concentrazione del potere in poche mani, dalla “finanziarizzazione” del mondo, dal potere che nelle mani di pochissimi fondi finanziari si fa sempre più assoluto trasformando l’economia, smantellando il Welfare, e dominando la politica tanto da sostituirsi agli Stati. Questo potere tecnologico-economico e politico fa capo agli stessi fondi finanziari che controllano la maggior parte delle risorse planetarie. Perciò, i maggiori studiosi (filosofi, sociologi, storici, politologi ecc.) parlano già di “democrazia oligarchica”, democrazia autoritaria, che poi sarebbe un ossimoro, e di “tecnocrazia”. Alexis De Tocqueville scrisse che anche le società moderne e democratiche possono virare verso una sorta di “tirannia della maggioranza”, che consisterebbe non soltanto nel volere dei pochi imposto sui molti, ma anche in un’omologazione del pensiero che domina la pubblica opinione proprio grazie ai molti che si accordano con il volere dei pochi.
A suo avviso, la crisi della democrazia è più imputabile alla perdita di capacità ermeneutica dei cittadini o all’ascesa di sistemi tecnico-informativi che neutralizzano la complessità?
In parte le ho appena risposto. Ma aggiungo che a inizio Novecento il filosofo Giuseppe Rensi riteneva che la democrazia più autentica fosse quella diretta, sul modello della Svizzera, ma venticinque anni dopo con lo spettro del fascismo che avanzava, scrisse che a garantire una democrazia autentica non possono essere né le armi, né le costituzioni perfette, né la divisione dei poteri per quanto bilanciati sulla carta, ma i mores maiorum che garantiscono una venerazione quasi religiosa dell’etica in politica. Nel diritto romano, i mores maiorum indicavano le antiche consuetudini che regolavano la vita cittadina in senso sia religioso che profano: secondo Rensi, devono diventare per tutti quell’ossatura d’autorità introiettata che permetta di avvertire un’invincibile ripugnanza nel commettere atti contrari alla democrazia e alle tradizioni che sottende e difende.
Lei discute il rapporto fra immaginario e potere. Nel mondo iperconnesso, quali tecniche narrative emergenti stanno ridefinendo la legittimazione politica?
Il mito non è immaginazione, ma realtà. Quello che ci dice su Kratos, il Potere, lo vediamo intorno ogni giorno. E il pericolo è proprio la delegittimazione della politica. In ogni forma di governo, e tanto più in democrazia, ci deve essere una forza che impedisce al potere, a Kratos, di pretendere il diritto esclusivo a governare, deve essere un’affermazione continua del diritto al potere sulla base della cittadinanza che appartiene a tutti, in ugual misura, come nel nuovo ordine creato da Zeus. La democrazia è una forza che si esprime con una libera e continua critica alle istituzioni, al potere, è una forza di dissenso e di cambiamento. Il miglior contrassegno di una società democratica sono proprio le critiche alle istituzioni, come afferma il filosofo polacco Zygmunt Bauman, che sottolinea quanto sia urgente togliere le sorti della politica dalle grinfie più oscure del potere, e riportare il dibattito e l’educazione alla politica nelle strade, nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole, e negli spazi pubblici dove i molti si incontrano e conversano. Come in un’agorà greca.
Considerando l’evoluzione dell’intelligenza artificiale, pensa che sarà possibile fondare nuove forme di deliberazione collettiva che non siano né nostalgiche né tecnocratiche?
No, finché il potere rimane nelle mani di pochi e l’intelligenza artificiale non è governata dalla legge e dalla giustizia. La nostalgia non c’entra niente. L’intelligenza artificiale, che è l’invenzione scientifica più importante del XXI secolo, è certamente in grado di fornire un contributo fondamentale, ad esempio nel campo medico e scientifico, se viene usata per il benessere dei molti. Ma se viene usata per l’arricchimento di pochissimi? Ci troviamo di fronte a strumenti di potere potentissimi, in grado di condizionare il pensiero e le azioni attraverso gli algoritmi e i dispositivi a cui siamo sempre connessi. Il rischio verso cui stiamo andando incontro, è che ciò di cui oggi più si parla sia anche ciò che meno si conosce. Ed è molto pericoloso non conoscere gli strumenti del Potere, di Kratos, che non è più sorretto e controbilanciato da Atena Sophia, la Sapienza, e da Themis, la Giustizia universale.
Il testo sembra oscillare fra diagnosi e proposta. Se dovesse condensare in un solo gesto concettuale la via per “riconfigurare” la democrazia, quale sarebbe?
Quella già indicata da Simone Weil negli anni Trenta, e dal giurista e politologo Gaetano Mosca nel 1912. La Weil riteneva che la democrazia nella sua forma compiuta non fosse mai stata davvero realizzata, ma aggiungeva che è un’ideale al quale ci si può avvicinare il più possibile, perché l’ideale, l’utopia, ha un preciso rapporto con la realtà, serve a mettere in movimento il pensiero, serve come modello a cui avvicinarsi il più possibile nella realtà. Simone Weil pensava che per avvicinarsi il più possibile all’ideale democratico e alla liberazione dall’oppressione sociale, bisognasse prima di tutto sopprimere i partiti politici, troppo schiavi del potere, e sostituirli con club aperti, movimenti fluidi, attorno a una scuola o a un circolo, dove alla “lealtà di partito” si sostituisse la convergenza delle idee e degli ideali, proprio come nella concezione politica francese che animò la Rivoluzione del 1789. Gaetano Mosca sosteneva che la democrazia nel suo senso compiuto e perfetto non esiste, ma diceva anche che l’idea di democrazia nel suo senso pieno e originario è indispensabile, e che bisogna avere fiducia nella sua possibile esistenza. Raccontava una storia: un padre in punto di morte aveva confidato ai suoi figli che nel campo di casa si nascondeva un tesoro prezioso, e loro, scavando e scavando, non trovarono niente, ma smuovendo tutte le zolle resero l terreno più fertile. Forse è così che potremmo riferirci a certe fasi storiche che hanno gettato dei semi, dall’Atene di Pericle alla Rivoluzione Francese: un tesoro suggerito e mai trovato davvero, che ha consentito di smuovere le zolle di un terreno che può farsi così più fertile, ma che ha sempre bisogno di essere via via smosso e concimato.
Qual è la più grande illusione che l’epoca algoritmica ci induce a credere riguardo alla libertà, e quale invece la consapevolezza più urgente da recuperare?
L’illusione è quella delle libertà individuali e del progresso senza fine, che già il filosofo tedesco Günther Anders sottolineava. La consapevolezza da recuperare è che non ci possono essere libertà individuali disgiunte da quelle sociali che il potere ci sottrae, e che il progresso non è una divinità ma è mortale e mutevole, e può essere messo in discussione. Non è una linea retta che si innalza da una presunta primitività a un continuo miglioramento, ma è il rinnovo delle tradizioni per il benessere collettivo, facendo attenzione a non superare il limite. Bisognerà dunque che sia anche la sapienza del mito a guidare l’algoritmo, perché tutti i problemi che i Greci si sono proposti rimangono problemi nostri, attuali. Perché i classici, gli antichi, i capisaldi della cultura europea – poeti, scrittori, filosofi – sono i contemporanei del futuro, come scriveva Giuseppe Pontiggia. La sfida del pensiero umano, oggi particolarmente urgente, è quella di guardare alla contemporaneità dell’antico. Perché dal mito e dalla poesia, con Omero ed Esiodo, nasce la letteratura, e dalla letteratura poi scaturiscono la storia e la filosofia con le loro ramificazioni, compresa la politica. Diceva Aristotele: «Lo storico traccia ciò che è avvenuto, il poeta ciò che dovrebbe avvenire». Dobbiamo confrontarci con gli antichi concetti di potere e democrazia, senza credere a una verità immutabile e univoca, ma cercando sempre di adattare e riportare il potere dentro l’alleanza con gli eterni principi di giustizia, pace, e sapienza.

David Drago Fiesoli ricercatore in letteratura presso CISESG





