Il romanzo francese tra Otto-Novecento fino ai giorni nostri.
Quanto le sue pagine tangono una guida sentimentale ed in qual misura si discostano da una storia della letteratura?
Il titolo è forse un po’ esagerato: più che altro ho scritto un breve profilo del romanzo in Francia (dal 1800 fino al 2022) partendo dalle mie preferenze, ma in un quadro storico che corrisponde a quello reale.
Stendhal; Honoré de Balzac; Flaubert; Victor Hugo; Emile Zola; Jules Verne Ed ancora: Marcel Proust, Albert Camus, Jean-Paul Sartre.
Ebbene, romanzieri idealmente uniti in un’alleanza intergenerazionale. Ravvede un fil rouge che annoda le plurime e molteplici anime della Romanzo declinato in terra di Francia?
Certamente, ed è proprio quello che spero si evinca dalla lettura del mio testo. Innanzitutto i romanzieri ambientano la gran parte delle loro vicende in Francia, e spesso nello stesso secolo e nel medesimo contesto sociale in cui vivono. E poi i loro testi sono impregnati delle idee (filosofiche, sociologiche o altro) delle rispettive epoche in cui operano.
Il romanzo, roman, ha avuto in Francia uno straordinario sviluppo.
Da dove deriva il nome “roman” e di quale significato culturale è vettore?
La parola deriva dal latino tardo, da cui viene il termine stesso in francese. In francese antico, “roman” voleva dire “opera scritta in lingua francese”. Quindi si trattava finalmente della lingua parlata dal popolo, non del latino, che a lungo è stata considerata l’unica lingua degna di un’opera letteraria. Una scelta culturale significativa: il “roman” è destinato a svagare il lettore e a farlo viaggiare con la fantasia; certamente lo fa anche riflettere sul suo mondo, ma senza essere troppo impegnativo o troppo serio. Una scelta, avrebbe detto Antonio Gramsci, nazionalpopolare.
Hegel sviluppa una definizione del romanzo: esso è la moderna epopea borghese. Lukacs afferma che questo genere, essendo il prodotto della borghesia, è destinato a decadere con la morte della borghesia stessa. Bachtin asserisce che il romanzo sia un «genere aperto», destinato non a morire bensì a trasformarsi. Oggi, si notano forme «ibride».
Quali tendenze di sviluppo ravvede di un genere che continua a sfuggire a ogni codice?
Qualcuno lo ha definito un genere divoratore, è un po’ come la storia di Saturno che divora i propri figli. A voler essere cattivi, ogni nuovo scrittore in qualche modo può essere considerato il seppellitore di quello che lo ha preceduto. Victor Hugo lesse l’orazione funebre ai funerali di Balzac, nel 1850, al cimitero del Père-Lachaise di Parigi. Eppure è anche vero che, come ha affermato Blaise Pascal, «Alla fine di ogni verità, occorre aggiungere che ci viene in mente la verità opposta» (« À la fin de chaque vérité il faut ajouter qu’on se souvient de la vérité opposée » — B. Pascal, Pensieri (479)). E poi il romanzo non è sempre soltanto finzione. Patrick Modiano (vincitore del Nobel nel 2014), ad esempio, con un libro come Dora Bruder (1996) ha reso un vibrante omaggio a tutti gli ebrei trucidati durante la Seconda guerra mondiale. Ecco un tipico esempio dell’evoluzione del genere: Dora Bruder è allo stesso tempo una biografia, un’autobiografia (Modiano è egli stesso ebreo, e ha vissuto da bambino la tragedia della guerra) e un romanzo poliziesco. Non credo che il genere “romanzo” sarà mai definito una volta per tutte. Tuttavia, la sua storia è spesso fatta di oscillazioni in avanti e indietro. Ad esempio, sembrava che con la corrente del “nouveau roman” (“nuovo romanzo”), negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, venisse abbandonata la dimensione del raccontare, per privilegiare invece le lunghe descrizioni o il potere magico delle parole (un esempio tipico di questa tendenza è un altro scrittore che ha vinto il Nobel nel 2008, Le Clézio): invece dalla metà degli anni Ottanta ad oggi, il romanzo ha ripreso a narrare storie, vicende (vissute o di fantasia). Ovviamente le varie tendenze spesso coesistono: semplicemente, a un certo punto, alcune di esse diventano maggioritarie.
Professore, qualche mese fa ad Annie Ernaux è stato conferito il premio Nobel.
Quali tratti la rendono peculiare?

Il romanzo più bello della Ernaux è senz’altro La Place (Il Posto, 1984). L’autrice ha vinto quell’anno il prestigioso Premio Renaudot con questo testo allo stesso tempo autobiografico e sociologico che è incentrato sul suo rapporto con il padre. Annie cresce in una piccola città di provincia, poi successivamente, giunta all’età adulta, si allontana per motivi professionali dal luogo di origine dei genitori. Il libro pone in contrasto la semplicità delle origini e dell’estrazione sociale dei genitori con il successo professionale che rappresenta per lei l’ottenimento di un posto (da qui il titolo) stabile come insegnante statale. Viene percorsa tutta la traiettoria sociale del padre, ne vengono narrati i gusti e la vita, nella loro nuda realtà. Allo stesso tempo, l’autrice mette in luce la frattura che nel corso degli anni si va aprendo tra lei e il padre, mentre invece sente più vicina a sé la madre. Al padre, l’autrice rimprovera implicitamente, ma senza giudicarlo, il fatto che non abbia mai voluto sollevarsi al di sopra della propria posizione sociale. Questa frattura è effettivamente il motore del libro, ed è presentata senza sentimentalismi, senza emozioni apparenti. Nei testi della Ernaux c’è questo spirito di osservazione quasi maniacale, e allo stesso tempo spesso l’analisi di qualche evento che si pone in controtendenza, di qualche frattura. La sua è senz’altro una scelta antiborghese. Eppure, lei stessa riconosce ad esempio nel suo romanzo Il Posto di essersi vergognata dei propri genitori, delle loro umili situazioni e cultura, nel momento in cui è giunta a stabilizzarsi in una situazione professionale borghese. Tuttavia, il libro è anche un vibrante omaggio alla figura del padre. Ernaux è molto legata alla sociologia di Pierre Bourdieu. Un altro scrittore che appare quasi più come un sociologo che come un romanziere è Houellebecq. Ernaux però è spesso più fine nelle sue analisi, e c’è una dimensione autobiografica che rende le sue narrazioni più autentiche, per quanto a volte durissime. Ernaux difende tesi femministe che ne fanno l’erede diretta di Simone de Beauvoir, un’altra scrittrice potentissima. D’altra parte, come negare che la nostra società, anche negli aspetti letterari, sia stata e spesso sia ancora maschilista? Per cui ben a ragione l’Accademia di Stoccolma ha assegnato il premio Nobel ad Annie Ernaux nel 2022 «per il coraggio e l’acutezza clinica con cui svela le radici, gli allontanamenti e i vincoli collettivi della memoria personale». «Nella sua scrittura, Ernaux in modo coerente e da diverse angolazioni, esamina una vita segnata da forti disparità di genere, lingua e classe».
ANDREA VANNICELLI è docente titolare di Lingua e Letteratura Francese nei Licei. Dopo la laurea in Francesistica e un dottorato di ricerca in Letterature comparate presso l’Università di Lovanio (Belgio) ha pubblicato numerosi saggi in riviste e volumi di ambito accademico. Collabora con vari periodici, tra cui “Studi Cattolici”. Tra i libri più recenti ricordiamo Il tramonto dei Lumi. Storia della letteratura francese da Chateaubriand a Houellebecq (GOG).








