Il dark web è quella porzione del Web ospitata dalle dark net, ma la parola dark fa subito pensare a criminali e vendite di droga e armi, mentre nelle dark net possiamo trovare di tutto, anche le versioni dark di famosi siti del Web, come il New York Times. Ne consegue che non tutti i contenuti del dark web sono illegali o pericolosi. Può spiegarci cosa sono le dark web, chi ci naviga e come accedervi?
Il Dark Web è una porzione, nemmeno tanto grande visto che conte qualche centinaio di migliaia di siti, del Deep Web ovvero quella parte della rete che non viene indicizzata dai motori di ricerca. La caratteristica principale è quella di garantire un elevato livello di anonimato grazie a delle regole di funzionamento che rendono estremamente complesso risalire all’indirizzo sorgente del traffico. Accedervi è perfino banale. Il più noto dei browser è Tor e per scaricarlo basta connettersi al sito https://www.torproject.org/. E’ bene sapere che la navigazione non soltanto è piuttosto lenta per ragioni tecniche, ma anche non semplicissima considerando che non esiste un equivalente di Google e soprattutto spesso il ciclo di vita dei siti è piuttosto breve. Chi possiamo trovare a spasso nel Dark Web è un’umanità molto varia. Ci sono attivisti politici impegnati nella lotta per i diritti umani in paesi non esattamente democratici, delinquenti di vario tipo e genere, esponenti delle forze dell’ordine a caccia di criminali e persone comuni molto curiose. In generale dobbiamo tenere ben presente che, ancora più che sul web, chi incontriamo potrebbe tranquillamente non essere chi dice di essere.
Ottenuta la piena transitività, grazie al digitale ed all’Intelligenza Artificiale, del mondo reale nel mondo virtuale, quali effettivi rischi corre l’umano?
Fino ad oggi il tema è stato quello dei rischi che non “vogliamo vedere”, ma domani sarà molto peggio perché ci confronteremo con quelli che non “potremo vedere”. La convergenza in Rete di tutte le tecnologie digitali e dell’informazione, la diffusione delle intelligenze artificiali, basate su algoritmi le cui logiche ci risultano spesso imperscrutabili, alle quali affideremo la gestione di u numero crescente di attività ci sta portando sempre più rapidamente verso la singolarità tecnologica. In quel momento non saremo più in grado di comprenderla a causa della sua complessità e nel momento in cui non capisci qualcosa puoi essere certo che non sarai in grado controllarla.
Macchinazioni, intrighi, segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: sono ingredienti essenziali del giallo. Il suo romanzo in che misura diverge dal genere codificato?
Sarebbe interessante sapere cosa pensa chi lo ha letto. Da autore ritengo di averli messi tutti, in questo non mi sento un innovatore. Forse gli elementi distintivi son due. Il primo è la centralità della tecnologia e la morte che non fa rumore è di un tipo molto particolare. Il secondo è proprio il protagonista perché non mi risultano altri gialli o thriller in cui a indagare è un esperto di cybersecurity che su malgrado si trasforma in detective.
Pensando alla sua peculiare attività giornalistica, reputa che il bisogno di verità possa sempre costituire un motore potente che spinge all’azione?
Faccio un passo indietro. Ancora prima della verità vi è la curiosità. Un forte desiderio di sapere e capire, uno stimolo che, almeno nel mio caso è insopprimibile. Ho sempre avuto il rifiuto per quel modo di essere che accetta l’assunto “non capisco, ma mi adeguo”. Ovviamente la curiosità non è sazia fino a quando non si convince di avere in mano la verità, cosa non facile perché raramente mi sono trovato di fronte a una “sola” verità, molte volte mi sono confrontato con delle verità che, in fondo, dipendevano dal punto di vista da cui si guardavano i fatti.
“Qui tutto è distanza / e là era respiro. Dopo la prima patria / questa seconda gli è ibrida e ventosa” (Rilke, Elegie duinesi, Ottava Elegia). Può commentare questi versi per noi?
Commetterò un “delitto”, decontestualizzano nel tempo e nello spazio i versi applicandoli a una realtà digitale. “Qui tutto è distanza”. Nella posizione di osservatore situato all’interno di un universo digitale con la possibilità di accedere ai suoi livelli più profondi saremmo una serie di stringhe alfanumeriche, riducibili essenzialmente a “0” e “1”. Esse saranno distribuite, replicate, ma descrittive di un medesimo soggetto. All’interno di quello che potrebbe essere un “multi-metaverso” esiteremmo in più luoghi contemporaneamente con diverse immagini di noi. Le nostre tre dimensioni spaziali e quella temporale perderebbero di significato: non ci sarebbe un sopra e un sotto e neppure un qui e ora, il concetto di individualità vacillerebbe. Vedremo dunque che tutto si riduce a stringhe che interagiscono, manipolando e venendo manipolate. Dalla loro semplice osservazione sarà evidente che ognuna di esse potrebbe essere opinione, accidente, fenomeno di un’idea, un’essenza, un noumeno situato altrove. Noi stessi ci dovremmo riconoscere come molteplici stringhe che rappresentano lo stesso soggetto e finiremmo per esserne l’esemplificazione. “e là era respiro”. Citando dal film “Matrix” Morpheus, la frase “… Credi sia aria quella che respiri ora?” ci rammenta un dato fisico: il suono è frutto delle vibrazioni di un oggetto o materiale e per propagarsi necessità di un mezzo che lo circondi. Nel mondo oltre lo schermo quel mezzo non esiste. Prendiamo atto così che per l’osservatore nel quale ci siamo trasformati la percezione sensoriale è assente, poiché i sensi, per come noi li conosciamo, non esistono. Noi non percepiremmo quell’ambiente, ma lo leggeremmo. “Dopo la prima patria / questa seconda gli è ibrida e ventosa”. Tuttavia l’interpretazione corretta dei livelli più profondi (esadecimale e binario) richiede specifiche conoscenze, di conseguenza la maggior parte di noi vedrebbe senza comprendere. Questo significa che nell’universo del digitale una rappresentazione come la musica, può essere solo “letta” a condizione di comprendere lo specifico linguaggio: molti sono in grado di riconoscere la Nona Sinfonia di Beethoven ascoltandola, molti meno leggendo lo spartito. Questo nuovo mondo fatto di “0” e “1” ci appare nella sua essenza di traumatica complessità e vivere al suo interno più difficile di quanto lo fosse in quello fatto di atomi e molecole. Soltanto l’immagine apparente che esso da di se stesso lo rende gradevole, grazie ai software che interpretano ogni singolo digit. La promessa che ci offrono i metaversi è quella di renderlo non tanto diverso dalla patria che abbiamo abbandonato. Allora è difficile non pensare al Nietzsche di “La Nascita della Tragedia” laddove il Metaverso funzionerà come la tragedia attica rendendo apollineamente tollerabile l’incomprensibilità dionisiaca di un’esistenza digitale

Alessandro Curioni
Giornalista; nel 2003, dopo un biennio di studio, pubblica per Jackson Libri il volume Hacker@tack dedicato alla sicurezza informatica. Da questa esperienza, e dopo sette anni nel settore, fonda nel 2008 Di.Gi. Academy, azienda specializzata nella formazione e nella consulenza nell’ambito della cybersecurity, della quale è azionista e presidente. È autore di saggi di successo, divulgatore, docente universitario e commentatore presso organi d’informazione come Rai, “Il Sole 24 Ore” e Class Cnbc. Il giorno del bianconiglio è il primo romanzo di una serie che ha come protagonista l’esperto di cybersecurity Leonardo Artico.








