Certe morti non fanno rumore

Il dark web è quella porzione del Web ospitata dalle dark net, ma la parola dark fa subito pensare a criminali e vendite di droga e armi, mentre nelle dark net possiamo trovare di tutto, anche le versioni dark di famosi siti del Web, come il New York Times. Ne consegue che non tutti i contenuti del dark web sono illegali o pericolosi. Può spiegarci cosa sono le dark web, chi ci naviga e come accedervi?
Il Dark Web è una porzione, nemmeno tanto grande visto che conte qualche centinaio di migliaia di siti, del Deep Web ovvero quella parte della rete che non viene indicizzata dai motori di ricerca. La caratteristica principale è quella di garantire un elevato livello di anonimato grazie a delle regole di funzionamento che rendono estremamente complesso risalire all’indirizzo sorgente del traffico. Accedervi è perfino banale. Il più noto dei browser è Tor e per scaricarlo basta connettersi al sito https://www.torproject.org/. E’ bene sapere che la navigazione non soltanto è piuttosto lenta per ragioni tecniche, ma anche non semplicissima considerando che non esiste un equivalente di Google e soprattutto spesso il ciclo di vita dei siti è piuttosto breve. Chi possiamo trovare a spasso nel Dark Web è un’umanità molto varia. Ci sono attivisti politici impegnati nella lotta per i diritti umani in paesi non esattamente democratici, delinquenti di vario tipo e genere, esponenti delle forze dell’ordine a caccia di criminali e persone comuni molto curiose. In generale dobbiamo tenere ben presente che, ancora più che sul web, chi incontriamo potrebbe tranquillamente non essere chi dice di essere.
Ottenuta la piena transitività, grazie al digitale ed all’Intelligenza Artificiale, del mondo reale nel mondo virtuale, quali effettivi rischi corre l’umano?
Fino ad oggi il tema è stato quello dei rischi che non “vogliamo vedere”, ma domani sarà molto peggio perché ci confronteremo con quelli che non “potremo vedere”. La convergenza in Rete di tutte le tecnologie digitali e dell’informazione, la diffusione delle intelligenze artificiali, basate su algoritmi le cui logiche ci risultano spesso imperscrutabili, alle quali affideremo la gestione di u numero crescente di attività ci sta portando sempre più rapidamente verso la singolarità tecnologica. In quel momento non saremo più in grado di comprenderla a causa della sua complessità e nel momento in cui non capisci qualcosa puoi essere certo che non sarai in grado controllarla.
Macchinazioni, intrighi, segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: sono ingredienti essenziali del giallo. Il suo romanzo in che misura diverge dal genere codificato?
Sarebbe interessante sapere cosa pensa chi lo ha letto. Da autore ritengo di averli messi tutti, in questo non mi sento un innovatore. Forse gli elementi distintivi son due. Il primo è la centralità della tecnologia e la morte che non fa rumore è di un tipo molto particolare. Il secondo è proprio il protagonista perché non mi risultano altri gialli o thriller in cui a indagare è un esperto di cybersecurity che su malgrado si trasforma in detective.
Pensando alla sua peculiare attività giornalistica, reputa che il bisogno di verità possa sempre costituire un motore potente che spinge all’azione?
Faccio un passo indietro. Ancora prima della verità vi è la curiosità. Un forte desiderio di sapere e capire, uno stimolo che, almeno nel mio caso è insopprimibile. Ho sempre avuto il rifiuto per quel modo di essere che accetta l’assunto “non capisco, ma mi adeguo”. Ovviamente la curiosità non è sazia fino a quando non si convince di avere in mano la verità, cosa non facile perché raramente mi sono trovato di fronte a una “sola” verità, molte volte mi sono confrontato con delle verità che, in fondo, dipendevano dal punto di vista da cui si guardavano i fatti.
“Qui tutto è distanza / e là era respiro. Dopo la prima patria / questa seconda gli è ibrida e ventosa” (Rilke, Elegie duinesi, Ottava Elegia). Può commentare questi versi per noi?
Commetterò un “delitto”, decontestualizzano nel tempo e nello spazio i versi applicandoli a una realtà digitale. “Qui tutto è distanza”. Nella posizione di osservatore situato all’interno di un universo digitale con la possibilità di accedere ai suoi livelli più profondi saremmo una serie di stringhe alfanumeriche, riducibili essenzialmente a “0” e “1”. Esse saranno distribuite, replicate, ma descrittive di un medesimo soggetto. All’interno di quello che potrebbe essere un “multi-metaverso” esiteremmo in più luoghi contemporaneamente con diverse immagini di noi. Le nostre tre dimensioni spaziali e quella temporale perderebbero di significato: non ci sarebbe un sopra e un sotto e neppure un qui e ora, il concetto di individualità vacillerebbe. Vedremo dunque che tutto si riduce a stringhe che interagiscono, manipolando e venendo manipolate. Dalla loro semplice osservazione sarà evidente che ognuna di esse potrebbe essere opinione, accidente, fenomeno di un’idea, un’essenza, un noumeno situato altrove. Noi stessi ci dovremmo riconoscere come molteplici stringhe che rappresentano lo stesso soggetto e finiremmo per esserne l’esemplificazione. “e là era respiro”. Citando dal film “Matrix” Morpheus, la frase “… Credi sia aria quella che respiri ora?” ci rammenta un dato fisico: il suono è frutto delle vibrazioni di un oggetto o materiale e per propagarsi necessità di un mezzo che lo circondi. Nel mondo oltre lo schermo quel mezzo non esiste. Prendiamo atto così che per l’osservatore nel quale ci siamo trasformati la percezione sensoriale è assente, poiché i sensi, per come noi li conosciamo, non esistono. Noi non percepiremmo quell’ambiente, ma lo leggeremmo. “Dopo la prima patria / questa seconda gli è ibrida e ventosa”. Tuttavia l’interpretazione corretta dei livelli più profondi (esadecimale e binario) richiede specifiche conoscenze, di conseguenza la maggior parte di noi vedrebbe senza comprendere. Questo significa che nell’universo del digitale una rappresentazione come la musica, può essere solo “letta” a condizione di comprendere lo specifico linguaggio: molti sono in grado di riconoscere la Nona Sinfonia di Beethoven ascoltandola, molti meno leggendo lo spartito. Questo nuovo mondo fatto di “0” e “1” ci appare nella sua essenza di traumatica complessità e vivere al suo interno più difficile di quanto lo fosse in quello fatto di atomi e molecole. Soltanto l’immagine apparente che esso da di se stesso lo rende gradevole, grazie ai software che interpretano ogni singolo digit. La promessa che ci offrono i metaversi è quella di renderlo non tanto diverso dalla patria che abbiamo abbandonato. Allora è difficile non pensare al Nietzsche di “La Nascita della Tragedia” laddove il Metaverso funzionerà come la tragedia attica rendendo apollineamente tollerabile l’incomprensibilità dionisiaca di un’esistenza digitale

Alessandro Curioni
Giornalista; nel 2003, dopo un biennio di studio, pubblica per Jackson Libri il volume Hacker@tack dedicato alla sicurezza informatica. Da questa esperienza, e dopo sette anni nel settore, fonda nel 2008 Di.Gi. Academy, azienda specializzata nella formazione e nella consulenza nell’ambito della cybersecurity, della quale è azionista e presidente. È autore di saggi di successo, divulgatore, docente universitario e commentatore presso organi d’informazione come Rai, “Il Sole 24 Ore” e Class Cnbc. Il giorno del bianconiglio è il primo romanzo di una serie che ha come protagonista l’esperto di cybersecurity Leonardo Artico.

Dèi tra pareti Le statue di culto nella pratica rituale a Roma

“Statua di culto” è un’espressione davvero ricorrente.
Nel panorama urbano e religioso di Roma quanto ampi sono i contesti e gli usi dei “simulacra deorum”?

Le statue di culto sono oggetti cruciali nel panorama religioso romano. Gli spazi di fruizione non sono limitati ai soli templi, ma abbracciano geografie molto più composite: un signum di Bonus Eventus, ad esempio, fu dedicato in un magazzino per lo stoccaggio delle derrate. La rilevanza di questi manufatti in chiave topografica emerge anche dalla toponomastica: diversi assi viari sembrano richiamare statue di culto. In alcuni casi possono persino essere “isolate” come dimostra il simulacro di Vertumno, dislocato “open-air” nell’area del Velabro. Non solo: talvolta la devozione visuale non veniva rivolta a un unico oggetto, ma poteva estendersi a una pluralità di immagini qualificate come cultuali. Altrettanto sfaccettati gli usi: pratiche manipolatorie accertate, codificate e reiterate restituiscono una vivace partecipazione dei simulacra deorum alla vita urbana.

Lei percorre un esteso arco cronologico: dall’età regia a quella tardoantica. ll rito, nell’immaginario collettivo e nella memoria, assume forme dinamiche?

Seguire in senso diacronico i simulacri divini consente di cogliere proprio le forme dinamiche del loro utilizzo. I primi dèi fittili o “appena sbozzati dal falcetto” sono sostituiti dalle colossali e magnifiche apparizioni repubblicane; in età imperiale al reimpiego di simulacri illustri, riscontrabile ad esempio nel tempio di Apollo Palatino, si affianca la creazione di nuove iconografie: si pensi all’innovativa formulazione del Marte Ultore inaugurato nel Foro di Augusto, un nuovo modello di riferimento per la personificazione del dio che mostra la capacità dei simulacri di affermarsi come modelli di riferimento imitati e rielaborati. La vivacissima dialettica di distruzione/conservazione nella Roma tardoantica concorre infine a dimostrare come nello scenario urbano le statue di culto, seppure sgretolate e polverizzate come emerge da diverse testimonianze agiografiche, siano state ancora in grado di presentarsi come punti di riferimento visuali. Un dinamismo riflesso sia nei mutamenti intercorsi sia nelle costanti riscontrabili nell’elaborazione e nella gestione di questa classe di manufatti.

Lo studio della costruzione meditata di tali icone quale visione offre dell’interazione con divinità soltanto immaginate?

L’interazione con il fedele è sempre stato un nodo fondamentale: la statua di culto si pone, grazie allo statuto anfibio tra materia e simbolo, quale attore primario della pratica religiosa e protagonista di concitati momenti del culto. Nelle cornici spaziali di dislocamento erano in atto una serie di accorgimenti per agevolare l’interazione dell’immagine con l’osservatore, concependo talvolta l’allestimento come uno spettacolo immersivo. Le immagini fisiche degli dèi garantivano inoltre una dimensione cultuale non solo metafisica, ma anche pratica e “tattile”: i simulacri di culto potevano essere puliti, soggetti a bagni rituali, vestiti. Tra le pratiche manipolatorie attestate si segnalano anche unzioni episodiche e/o permanenti, mentre l’unico caso di cosmesi accertato riguarda la coloritura con minio applicata al simulacro di Giove Capitolino. La comunicazione verbale con le statue cultuali, capaci tanto di parlare quanto di ascoltare, è un altro tassello del complesso puzzle di interazioni tra fedele e divinità: sono note le confabulazioni ad aurem simulacri, preghiere sussurrate alle matericissime immagini divine. Ancora, essendo il simulacro tanto oggetto di culto quanto sede stessa del nume, poteva fornire segnali divinatori decisivi. Numerosi prodigi hanno infatti coinvolto le statue di culto urbane, capaci di piangere, sudare, emettere suoni e muoversi.

La cultura latina si conferma quale testimonianza archetipica del pensiero occidentale, contemporanea ad ogni epoca. Quali ragioni ravvede nella specifica proprietà della classicità di porsi sempre in maniera speculare alle fratture epocali?

La grande modernità del pensiero classico è ben osservabile anche nella costruzione delle immagini divine, modelli così forti da entrare nel nostro immaginario collettivo. I simulacri di culto rispecchiano le composite fasi storiche: a prescindere dall’esistenza o meno di una dimensione originariamente aniconica (forse un’operazione mitopoietica più simile a una “pittura di maniera” che a un compiuto tentativo di restituzione storica) una volta cristallizzato l’antropomorfismo degli dèi ecco che le statue di culto ben si inseriscono all’interno di maglie sociali e politiche della comunità non limitandosi, come dimostra ad esempio l’audace creazione della Venere Genitrice cesariana, a giocare un ruolo di esclusiva natura artistico-religiosa.

Molti divulgatori disegnano profili storici d’indubitabile fascino. Ciò, evidentemente, richiede ricerche accurate e meticolose. Reputa che rendere narrativa la storia di una civiltà sia davvero un utile espediente per contribuire alla sua effettiva conoscenza?

Rendere accessibili contenuti di qualità e aprirsi a una divulgazione non limitata alla sola accademia è fondamentale per un’archeologia troppo spesso strattonata tra facile sensazionalismo e autoreferenzialità cattedratica. Senza comunicazione si rischia di devitalizzare una conoscenza da auspicare quanto più capillare e pervasiva possibile: in quest’ottica, creare una narrazione storica convincente è uno strumento utilissimo.

Caterina Mascolo ha conseguito un dottorato di ricerca in archeologia classica presso La Sapienza Università di Roma. Collabora stabilmente con la cattedra di archeologia classica come cultrice della materia e fa parte della missione archeologica in Libia dell’Università Roma Tre. È autrice di diverse pubblicazioni scientifiche che spaziano dallo studio di singoli manufatti – specie reperti scultorei – a fenomeni più ampi come l’impianto di necropoli connesse a guarnigioni militari.

Elsa

Le prigioni delle donne

“[…] tu che ti leghi per la vita e per la morte, quasi t’identifichi con le cose che fai. Ma vedi, tu appunto hai questo dono di ricondurre ad unità gli elementi più disparati […]. Tu senti che il mondo è fatto a pezzi, che le cose da tener presente sono moltissime e incommensurabili tra loro, però con la tua lucida e affezionata ostinazione riesci a far tornare sempre i conti”
Così scrisse Italo Calvino.
Può definire Elsa Morante?

René de Ceccatty, all’interno del bel saggio che pochi anni addietro le ha dedicato, ha definito inclassificabile Elsa Morante. Un giudizio, questo, che lascia intendere alla perfezione quanto vano o parziale sia destinato a risultare ogni tentativo di racchiudere in una definizione la scrittrice romana (ma lei avrebbe preferito che io impiegassi la parola scrittore, al maschile). Tuttavia, intendo provarci. E allora dirò che Elsa Morante, col suo estremismo di fondo, che esclude ogni pacificante equilibrio e senso della misura, costituisce l’esempio più alto nella narrativa italiana novecentesca di compresenza degli opposti. Dico compresenza, non sintesi. La favola e la realtà, l’immaginazione e la razionalità, la fiaba e la storia convivono in lei, intrecciandosi sovente nella medesima opera. La stessa maestria esibita nel ritrarre figure di bambini e di giovani (Useppe, Arturo), e di donne del popolo analfabete (Nunziata), si origina da uno sguardo che è in grado di sentire e di cogliere “il meraviglioso”, avrebbe detto Cesare Garboli, “a ogni angolo di strada”. Sguardo mitico, dunque, sguardo che reinventa la realtà, e che convive, però, con la capacità di registrare le spigolose miserie dell’esistenza quotidiana e le grandi mistificazioni della Storia.

Morante riutilizza tematiche, topoi e modelli narrativi del romanzo ottocentesco. Eppure si innalza sul panorama letterario a lei coevo con estrema autonomia, slegata da qualsivoglia corrente.
In qual modo plasma la sua coscienza metaletteraria?

Ogni volta che devo parlare dei romanzi di Elsa Morante, mi torna in mente un verso della poetessa Antonia Pozzi: “Io vengo da mari lontani”. Infatti, il punto di partenza della scrittrice romana è il grande romanzo ottocentesco (trame di ampio respiro, personaggi ben caratterizzati, atmosfere, passo sicuro e senza fretta), tra realismo e naturalismo. Sebbene i suoi due primi romanzi, Menzogna e sortilegio (1948) e L’isola di Arturo (1957), vedano la luce quando in letteratura (e nel cinema) trionfa il Neorealismo, tuttavia a tale corrente mostrano di non pagare debiti. Tantomeno i libri successivi li pagheranno alle avanguardie di ogni tipo. Non solo, ma Elsa Morante risale molto più indietro rispetto agli amati Verga, Tolstoj, Dickens, Stendhal, al romanzo familiare e di formazione, al feuilleton, recuperando non pochi elementi magici, fiabeschi, meravigliosi, favolistici, che finiscono col deformare la dimensione spazio-temporale dell’opera. Inoltre, un punto di riferimento importante per Elsa Morante rimane anche Franz Kafka, da lei letto e riletto nel corso degli anni giovanili. La verità, alla fine, è che la Morante si è sempre lasciata guidare, più che da una poetica o da una determinata idea di scrittura, debitrice o non debitrice di qualche movimento o corrente, dall’urgenza con la quale i personaggi e le storie, che sembrano preesisterle, la reclamavano e la inchiodavano alla sedia, davanti alla scrivania del suo studio-tana-rifugio di via dell’Oca 27.

Sulla rivista “Nuovi Argomenti” Elsa Morante paragonava la funzione del “romanziere-poeta” “a quella del protagonista solare, che nei miti affronta il drago notturno, per liberare la città atterrita”
Ebbene, quali sono i riverberi letterari del suo sguardo alla società “piccolo-borghese burocratica”?

Forse la cosa migliore, per rispondere alla domanda, è rileggere la conferenza Pro o contro la bomba atomica, scritta tra il 1964 e il 1965 e letta per la prima volta al Teatro Carignano di Torino. Nel corso di questo intervento pubblico Elsa Morante definì l’arte “il contrario della disintegrazione”. Cosa intendeva dire? Una cosa molto semplice: in piena Guerra Fredda a salvare l’uomo dal suicidio nucleare e dall’irrealtà di rapporti alienati e alienanti poteva essere soltanto la poesia. Ma in che senso la scrittrice romana impiega la parola “irrealtà”, in quale la parola “realtà”, chiarito che l’antinomia Realtà/Irrealtà costituisce e definisce, insieme a quelle Potere/Arte e Felicità/Infelicità, l’essenza della condizione umana? Se reale è ciò che è vero, irreale è tutto ciò che è falso. Ma tenuto conto che nella Morante la parola verità, come d’altra parte in Pasolini, inerisce più all’ambito etico-morale che non a quello ideologico-conoscitivo – si fa sentire, sotto questo aspetto, l’influenza esercitata su di lei dalla lettura di Simone Weil –, ecco allora che il vero coincide col giusto, il falso con l’ingiusto. Reali sono la fragilità e il dolore della creatura, la libertà dello spirito, la sostanziale uguaglianza tra gli uomini, lo stupore incantato dell’infanzia, i sogni e la spontaneità dell’adolescenza, l’intelligenza, la sacralità della realtà, l’istintività presente al fondo di ciascuno di noi. Irreali sono, invece, la divisione in padroni e in servi, la giustificazione apologetica del potere, che per la Morante è sempre cieco, violento, criminale, la società dei consumi, la devastazione dell’ambiente in nome di un progresso meramente tecnologico, la stupidità, i pregiudizi e il cinismo della borghesia. A liberare la città atterrita (la società umana) dal drago notturno (l’irrealtà dell’esistenza) è soltanto l’arte, che riconduce lo stato delle cose presenti – l’irrealtà – dall’ordine della necessità, che può essere soltanto accettata e subita, a quello della possibilità, che può essere rifiutata e combattuta per fare posto a un’altra possibilità, avvertita come più vera e più giusta. È solamente nell’ultimo romanzo, Aracoeli (1982), bellissimo, tragico, senza luce, che Elsa Morante, come ha scritto Goffredo Fofi, esce sconfitta dallo “scontro con il drago dell’irrealtà”. La speranza a lungo coltivata nell’anti-potere della poesia e dell’arte è venuta meno.

Dall’infanzia a Testaccio fino agli ultimi anni segnati dalla malattia.
Quali sono state le difficoltà di tradurre la vita in letteratura?

Elsa Morante, al pari di Alberto Moravia, sposato nel 1936 e al quale fu sentimentalmente legata fino al 1962, e di Pier Paolo Pasolini, il suo amico del cuore per molti anni, non ha mai reciso il legame che unisce la vita alla letteratura. Certo, una cesura all’interno della sua produzione la possiamo cogliere intorno alla metà degli anni Sessanta, quando lo scrivere cessò per lei di essere un gioco segreto e divenne un confronto/scontro col mondo, come dimostrano tanto la conferenza Pro o contro la bomba atomica (1965) quanto Il mondo salvato dai ragazzini (1968). In un certo senso la Morante smise allora di essere un amanuense, circondata, come fedeli compagni delle sue ore, esclusivamente da gatti, fogli di carta, inchiostro e calamaio, e divenne una figura pubblica, un po’ vate un po’ maestra. Eppure, sia nella prima che nella seconda fase, Elsa Morante non rinunciò a trasferire sulla pagina episodi, motivi, atmosfere, umori squisitamente autobiografici. Tra questi è possibile menzionare la figura della madre, l’evanescenza di quella del padre, l’infanzia nel quartiere popolare di Testaccio, l’amore come malattia e tragedia, l’alone mitico che avvolge i primi anni di vita, la grazia fedele degli animali, la capacità tutta femminile di sentire con il corpo la vita e la morte.

Elsa Morante appare ormai a tanti la principale scrittrice italiana di ogni tempo.
Qual è il suo lascito?

L’amore e l’ammirazione che nutro per Elsa Morante sono grandissimi. Di conseguenza, mi sento di parte nel formulare un giudizio su di lei che contempli anche la valutazione del suo lascito. Distinguerei, in ogni caso, tra due tipi di lascito: quello squisitamente artistico e quello che rimanda all’idea che noi abbiamo oggi dello scrittore. Per quanto concerne il primo aspetto, è sufficiente fare riferimento ai libri di Elsa Morante, profondamente diversi l’uno dall’altro – al punto che Cesare Garboli ha potuto parlare di “capacità di apparire diversa a ogni appuntamento” –, ma tutti ugualmente belli e importanti, nei quali, e forse soltanto di Proust si può dire la stessa cosa, le esperienze personali dell’autore convivono con le grandi problematiche universali dell’esistenza. Per quanto riguarda, invece, il secondo tipo di lascito, è doveroso dire che se oggi, quando parliamo di scrittore, scrittura, opera di scrittura, lavoro di scrittura, la distinzione di genere “maschile/femminile” nulla ha a che fare col giudizio di valore che possiamo esprimere sul libro di cui stiamo ragionando, ciò discende in larga parte proprio dai capolavori morantiani, che niente invidiano alla produzione coeva di Moravia, Pasolini, Gadda, Calvino, Volponi, Bassani. Sono, e restano, dei romanzi straordinari, per molti versi, come ha riconosciuto anche Elena Ferrante, “insuperabili”, e che hanno chiarito, con la forza dell’evidenza e una volta per tutte, che tra scrittore e scrittrice la differenza continua ad avere senso, se ha senso, unicamente dal punto di vista della morfologia del nome.

Francesco Ricci
Critico letterario e docente, ha pubblicato ‘Il Nulla e la luce. Profili letterari di poeti italiani del Novecento’ (Siena 2002), ‘Amori novecenteschi. Saggi su Cardarelli, Sbarbaro, Pavese, Bertolucci’ (Civitella in Val di Chiana 2011), ‘Anime nude. Finzioni e interpretazioni intorno a 10 poeti del Novecento’, scritto con lo psicologo Silvio Ciappi (Firenze 2011), ‘Un inverno in versi’ (Siena 2012), ‘Da ogni dove e in nessun luogo’ (Siena 2014), ‘Occhi belli di luce’ (Siena 2014), ‘Tre donne. Anna Achmatova, Alda Merini, Antonia Pozzi’ (Siena 2015), ‘Pier Paolo, un figlio, un fratello’ (Siena 2016, Premio Rive Gauche di Firenze 2018), ‘Laggiù nel profondo. Mondo letterario e mondo psicoanalitico in Lehane, McCarthy, Schnitzler, Serrano, Tobino’, scritto con lo psicoanalista Andrea Marzi (Siena 2017), ‘La bella giovinezza. Sillabari per millennials’ (Siena 2017), ‘Prossimi e distanti. Gli adolescenti del terzo millennio’ (Siena 2019), ‘Elsa. Le prigioni delle donne’ (Siena 2019, Premio della Critica al Premio letterario nazionale Città di Grosseto 2020), ‘Storie d’amicizia e di scrittura’ (Siena 2020), ‘Radici’ (atto unico liberamente ispirato a Pier Paolo, un figlio, un fratello, Siena 2022), ‘Lessico essenziale. Introduzione a Pasolini in 33 voci’ (Siena 2022), ‘Madri e fratelli’ (Siena 2022). Inoltre, ha scritto il capitolo dedicato alla letteratura per il volume collettaneo interdisciplinare ‘Il Postmoderno’ (Siena 2015).

L’amore plurale

Molti, oggi, scelgono di porsi sotto l’ombrello delle non-monogamie etiche, ovvero consensuali e regolate. Quali tipologie di non-monogamie etiche si possono annoverare?

Le possibilità sono molte, proprio perché l’idea di fondo è quella di guardare ai desideri umani nell’ambito di relazioni tra persone adulte consenzienti in modo non giudicante, come possibilità da esplorare di comune accordo con i partner. Solo per limitarsi alle tipologie più frequenti, tra le più note vi è quella della “coppia aperta”, in cui entrambi i partner concordano di poter avere relazioni affettive e/o sessuali al di fuori della relazione principale. Si parla di “scambismo” per indicare la forma di relazione in cui coppie o relazioni di altro tipo si scambiano consensualmente i partner. Con il termine “poliamore” si indicano, invece, le relazioni affettive e/o sessuali tra più di due persone, che possono essere aperte, quando i partner concordano di poter avere altre relazioni esterne, oppure chiuse, secondo il paradigma della “polifedeltà”. È anche possibile che una persona poliamorosa abbia un legame con una persona monogama: in questo caso si parla di una relazione “mono-poly”. Nella cosiddetta “anarchia relazionale”, invece, si sceglie di vivere le relazioni senza stabilire gerarchie o regole e senza attribuire loro etichette.

Accantonata, quindi, l’esclusività sessuale, quale definizione chi sceglie di non essere in due in una relazione d’amore attribuisce al termine “fedeltà”?

In primo luogo, non è detto che in una relazione non monogama sia sempre accantonata l’esclusività sessuale, perché potrebbe accadere che si concordi di riservare l’aspetto del coinvolgimento sessuale a due o più persone e di avere altri partner con i quali si hanno relazioni affettive che non prevedono questo elemento. In generale, comunque, nelle relazioni non monogame consensuali, il concetto di fedeltà è definito dal fatto di attenersi ai patti concordati tra i partner e progressivamente oggetto di ridefinizione e rinegoziazione, nel rispetto dei desideri e della volontà di tutti.

La diffusa persuasione che la monogamia sia l’unico stile relazionale sano e duraturo nel tempo, la convinzione che la non-monogamia sia intimamente pericolosa da un punto di vista sessuale e relazionale implica una notevole stigmatizzazione sociale. Quali sono gli anticorpi per evitare trattamenti pregiudiziali?

Molte persone che vivono in relazioni non monogame sono, in effetti, oggetto di pregiudizi e stigmi, che hanno un impatto sulla salute mentale e la qualità della vita in generale. Credo che un serio lavoro sull’educazione al rispetto del modo di essere e dell’autodeterminazione altrui, in tutti i campi, in un’ottica che fa leva sul concetto che lo studioso e attivista Fabrizio Acanfora chiama “convivenza delle differenze”, possa essere una base importante.

Comunicazione e negoziazione tra i partner nonché auto-consapevolezza e “compersione” sono davvero la chiave per gestire la gelosia?

Questo è quello che ho avuto modo di ascoltare dalle persone non monogame che ho intervistato per realizzare la mia inchiesta e di cui ho letto approfondendo la letteratura internazionale sul tema. Ma, in generale, come per tutte le relazioni umane, resta valido il principio secondo cui ciascuna delle persone coinvolte ha la libertà di scegliere modalità che, nel rispetto degli altri, contribuiscano al suo benessere. Il fatto che gli esseri umani siano tutti diversi comporta anche, di necessità, che ciascuno possa impostare relazioni in cui modalità e valori di base sono differenti.

I Paesi Bassi hanno celebrato la prima unione nazionale fra tre partner nel settembre 2005. Ad oggi, è almeno aperto il dibattito circa il riconoscimento legale dell’ “amore plurale”?

Per quel che riguarda il nostro Paese, non mi sembra che si tratti di un tema oggetto di interesse nella riflessione sociale e politica e, in generale, la progressiva riaffermazione, nel dibattito politico, di idee reazionarie e imperniate sul concetto della cosiddetta “famiglia tradizionale” mi fanno pensare che l’argomento non rappresenti una priorità.

Anna Rita Longo
Da insegnante di Lettere nei licei con un dottorato europeo in Filologia e letteratura patristica, medioevale e umanistica, si è accostata inizialmente al mondo della comunicazione della scienza attraverso l’attiva partecipazione alle iniziative del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze), del quale è socia emerita. È anche membro del direttivo dell’associazione professionale di comunicatori della scienza SWIM – Science Writers in Italy, riconosciuta a livello internazionale. I suoi contributi possono essere letti su diverse riviste cartacee e online, tra le quali Le Scienze, Mind, Uppa, Focus Scuola, Wired.it, Wonder Why, Scientificast. Collabora anche alla realizzazione di iniziative di formazione di vario genere e spesso organizza e tiene relazioni in seminari e conferenze a carattere scientifico e culturale.

Emilio Salgari. Scrittore di avventure

La biografia di Emilio Salgari da lei redatta si fonda su testimonianze e documenti in buona parte sconosciuti. Quali difficoltà ha incontrato nel reperimento e nel vaglio delle fonti?

Preciso che la biografia Emilio Salgari. Scrittore di avventure (Oligo, 2022) è stata scritta insieme al mio amico Giuseppe Bonomi. Nel rispondere alle sua domande credo di poter rappresentare anche il suo pensiero.
La vita di Salgari è avvolta nella leggenda. La ricerca di certe, attendibili e documentabili è stata lunga e impegnativa a partire dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. Due luoghi sono stati importantissimi: la Biblioteca Civica di Verona in cui sono conservati riviste e quotidiani veronesi per cui aveva lavorato come scrittore e come giornalista e innumerevoli libri utili alla sua scrittura; l’Archivio Storico della casa editrice Giunti di Firenze dove ho lavorato per alcuni mesi per riordinare la carte editoriali lì conservate (contratti, lettere, illustrazioni originali, elenchi, ricevute, della casa editrice Bemporad e della casa editrice Donath di Genova). Importanti anche i documenti conservati nel Fondo Turcato della Civica veronese. Turcato è lo studioso di Salgari più importante nella seconda parte del Novecento.

Lei si sofferma sul laboratorio salgariano dove la creatività si combina con avvenimenti storici. Quali ritiene siano stati gli accadimenti maggiormente influenti sulla produzione di Salgari?

I romance di Emilio Salgari sono numerosi e così gli accadimenti storici considerati. In particolare, c’è una relazione molto stretta tra la rivolta mahdista in Sudan, che lo scrittore con lo pseudonimo di Ammiragliador segue puntigliosamente dalle pagine de “La Nuova Arena” di cui è redattore e il suo romanzo d’appendice (La favorita del Mahdi (1884) di cui conosciamo tre redazioni); i conflitti nell’area del Tonchino di cui scrive che si riflettono poi nell’appendice Tay-See (1883), in seguito modificata e pubblicata in volume con il titolo La Rosa del Dong Giang (1897). Davvero straordinaria la tragica storia d’amore in L’eroina di Port-Arthur (1904) ambientata in Giappone durante la guerra russo giapponese d’inizio Novecento e firmato con lo pseudonimo di Guido Altieri.

Leggendo il testo appaiono palesi le sue relazioni di Salgari con il Melodramma, la Scapigliatura e il Positivismo. Quali sono i tratti di originalità che rendono Salgari inconfondibile?

Lo scrittore, partendo dall’appendice e dal melodramma ottocenteschi, ha compiuto un lungo viaggio verso una scrittura moderna, visiva, novecentesca, che elude l’ipoteca manzoniana. In Salgari il criterio stilistico fissa le priorità, i caratteri, il ritmo della vicenda narrata; egli è uno dei più grandi narratori di storie della letteratura italiana e per questo sfugge, consapevolmente, alle tortuosità e alle lentezze tipiche di molta nostra produzione letteraria del suo tempo, racchiusa tra accademie e regionalismi.
Non a caso gli si addice il criterio di Robert Louis Stevenson sullo stile letterario, basato su tre elementi essenziali: la scelta delle parole, la tela o il tessuto delle parole, il ritmo della frase. .
Nello scrivere La Bohème italiana, d’evidente derivazione scapigliata, il romanziere ha preso spunto da Scenes de la vie de bohème di Henry Murger e, soprattutto, dal celebre melodramma pucciniano a esso ispirato.
La Bohème italiana è una dichiarazione di appartenenza letteraria. Non si deve però separare dal resto della sua narrativa a cominciare, per fare qualche esempio, da Il Corsaro Nero e dal ciclo caraibico, da Il Capitan Tempesta, o dal ciclo Western in cui domina la tragica e affascinante figura di Minnehaha, la scotennatrice. Proprio la passionalità e la drammaticità dei suoi personaggi evidenziano la capacità di trasporre il melodramma in letteratura. Il Positivismo per Salgari non è mera tecnica, strumenti adeguati, fiducia nel progresso, ma cultura e conoscenza tout court, e soprattutto una particolare concezione del mondo. I Robinson italiani è la sua opera positiva più importante, ma non di meno lo sono il ciclo dell’aria, Al Polo Australe in velocipede…
In Salgari tutto muove dalle ragioni interne alla narrazione, alla scrittura, alla visione del mondo: in ultima analisi dalla poetica. E mai da una ragione esterna: filosofica, ideologica o politica. Salgari aveva uno scopo eminentemente letterario: dimostrare che nel nostro paese era possibile scrivere e diffondere il romance, nel senso profondo del termine, con riferimento agli “eredi” più illustri di quella tradizione narrativa: Stevenson, Verne, Hugo, Dumas, Dickens, London e molti altri ancora.
È artefice di una letteratura di genere, di azione e di avventura senza confini, di voglia di sperimentazione, simile a quella di Capuana, per cui non sono meno importanti nella sua opera l’Orientalismo, l’Esotismo, il romanzo storico, l’immaginazione di una società futura….

Salgari, scrittore di avventure. Eppure i suoi viaggi non sono stati documentati.
Quali furono le sue fonti d’informazione?

Tra il 1883 e il 1893 Salgari è stato redattore prima de “La Nuova Arena” e poi dell’“Arena” dove, tra le tante cose, si è sempre occupato delle notizie estere da cui ha ricavato molte informazioni. È stato lettore onnivoro di riviste di viaggio (a cominciare dal “Giornale Illustrato dei Viaggi e delle Avventure di Terra e di Mare” edito da Sonzogno), diari, resoconti di viaggio, testi geografici, repertori scientifici e naturalistici, carte geografiche e portolani. A Venezia e Genova, città in cui è vissuto, raccoglieva nei porti informazioni e racconti dai marinai. Verona era città militare ma anche di viaggiatori ed esploratori, tra cui i missionari camilliani, comboniani e mazziani di cui egli conosceva le imprese. Sono numerosissime le ricerche sulle sue fonti come è evidenziato nel saggio in appendice alla biografia, Salgari e l’Oriente. Geografie del ciclo indo-malese, che mi permetto di segnalare.

Nel centosessantesimo anniversario dalla nascita qual è il lascito di Emilio Salgari?

Salgari è un classico della Letteratura italiana e internazionale pubblicato ancora oggi in numerosi paesi. Non esisterebbe la moderna letteratura italiana di genere senza i suoi romanzi. I lettori e l’editoria, prima della critica, hanno compreso immediatamente l’importanza della sua opera. Mi piace ricordare quanto io e Giuseppe Bonomi abbiamo scritto in merito: «È un grande processo culturale democratico, e la modernità che passa attraverso l’opera “mediana” di Salgari, in grado di modificare e orientare le scelte tecniche dell’industria editoriale per ciò che concerne il modo di costruire “fisicamente” i libri, poiché la rivoluzione che avanza e anche estetica e riguarda la carta, l’immagine, la grafica e l’illustrazione. La sua azione letteraria mette in discussione i labili e artefatti confini tra letteratura “alta” e letteratura “popolare” (per lungo tempo e, ancora oggi, con superficialità definita “paraletteratura”) e proietta immediatamente il romance italiano nella contemporaneità novecentesca. Dopo di lui, la letteratura italiana (in barba alla storia della letteratura) non sarebbe mai più stata scritta davvero allo stesso modo, non sarebbe più stata appannaggio esclusivo di ceti intellettuali, conservatori o comunque elitari».

Claudio Gallo, bibliotecario, docente di Storia del fumetto presso l’Università di Verona e direttore della rivista salgariana “Il Corsaro Nero”, è uno dei più grandi studiosi italiani di Emilio Salgari.

Eretiche. Donne che riflettono, osano, resistono

Dalle montaniste a Margherita Porete, da Giovanna d’Arco a Marta Fiascaris fino alle donne dell’Anticoncilio del 1869 ed alle moderniste. Ritratti di donne, un caleidoscopio di universi femminili, dissimili quanto ad età, condizione, ruolo sociale, esperienza esistenziale.
Qual tratto le accomuna?

Pur nei differenziati contesti culturali e storici, queste donne esprimono il disagio di non sentirsi riconosciute nei propri ruoli all’interno di una comunità gerarchica, clericale e maschile e, allo stesso tempo, l’esigenza di proporsi come portatrici di un messaggio liberante e alternativo in linea con l’annuncio evangelico

I suoi ritratti muliebri navigano nel tempo. Quale criterio di scelta ha adottato per navigare attraverso i secoli?
La scelta è stata condizionata dalle fonti che sono a disposizione e che rimandano perlopiù a processi e a documentazione che proviene da coloro che hanno condannato. Ho preso i casi di cui abbiamo testimonianza, i più conosciuti ed eclatanti, attingendo al materiale raccolto nei tanti anni di studio. Mi interesso da più di 40 anni di donne nella storia del cristianesimo e di dare loro visibilità. Per tanto tempo mi sono interessata di sante, venerabili, mistiche, fondatrici ecc. Alla fine della mia carriera, mi sembrava dare spazio a quelle donne, meno fortunate, che sono state ancora di più emarginate perché ritenute eretiche, cioè fuori della comunità ecclesiale.

Quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate. Quale messaggio ci offrono?
Ci fanno capire che il concetto di eresia è ideologico e non storico. Queste donne non si ritengono “nemiche di Dio o della Chiesa”, ma credono di seguire un’indicazione di Gesù a cui fanno costante riferimento e in nome di questa fedeltà, sono pronte anche a morire.

L’eresia è stata studiata attraverso i protagonisti maschili, mentre poca attenzione è stata riservata alle provocatorie e alternative esperienze femminili. Quali sono, a suo avviso, le ragioni per le quali è stato così arduo sottrarsi all’invisibilità?
Esiste una cultura atavica che considera il femminile insignificante e non meritevole di attenzione. Anche i libri utilizzati nelle scuole laiche non parlano di donne. Se tuttavia, risultano particolarmente pericolose per il sistema, si preferisce non parlarne per non divulgare la notizia sperando che l’esperienza provocatoria muoia con la protagonista. È quello che si faceva quando nel passato si bruciavano gli scritti delle donne affinché non se ne conoscesse i pensiero o quando oggi non si parla di quelle che, ordinate da vescovi compiacenti, celebrano i sacramenti ritenendo di poter far parte del cosiddetto ordine sacro.

Le sue pagine quanto si distaccano dal femminismo nelle sue plurime e molteplici flessioni?
Non penso se ne distaccano, perché sono pienamente inserite all’interno della teologia femminista, di cui credo di essere un’esponente. Esiste un femminismo cattolico che vuole restituire dignità e consapevolezza all’universo femminile attraverso una rilettura critica dei testi sacri, della tradizione e dell’impianto antropologico e teologico che hanno nei secoli penalizzato le donne. Anche io, come le mie colleghe teologhe, spero con i miei studi di aver dato un contributo in tal senso

Laureata in Filosofia e in Teologia, Adriana Valerio ha insegnato Storia del Cristianesimo e delle Chiese presso l’Università Federico II di Napoli. Ha fondato ed è stata presidente dell’«Associazione Femminile Europea per la Ricerca Teologica» (2003-2007) e attualmente dirige il progetto internazionale La Bibbia e le Donne.Tra le più recenti pubblicazioni: Donne e Chiesa. Una storia di genere (Carocci 2016); Il potere delle donne nella Chiesa (Laterza 2016); Maria Maddalena (Il Mulino 2020); Eretiche (Il Mulino 2022).

Dove non batte il sole

Lei è reputato a ragion veduta uno degli autori più acuti del fenomeno mafioso. Come si evoluta la mafia negli ultimi decenni?

La mafia, Cosa Nostra in questo caso, ha vissuto più di un decennio, tra gli anni 80 e gli anni 90, di guerre e di faide tra i corleonesi di Riina e di Provenzano – la cosiddetta mafia stragista-, e la vecchia mafia, quella che non era d’accordo con la nuova linea di Riina che voleva prendersi tutta la Sicilia e sferrare un duro attacco allo Stato. I corleonesi uccisero molti boss della vecchia mafia e nel 1992, con la Cassazione che convalida le dure condanne del maxiprocesso di Palermo, comincia con gli omicidi : prima uccidono l’europarlamentare Salvo Lima, poi la strage di Capaci, quindi la strage di via D’Amelio per farla pagare ai giudici Falcone e Borsellino. Poi nel 1993 viene catturato Riina, Cosa Nostra da’ l’ultimo colpo di coda con le bombe di Roma, Firenze e Milano e da quel momento non spara e non ammazza più. Nel 2006 viene catturato Provenzano e resta libero solo quel Messina Denaro, catturato dopo 30 anni solo lo scorso 16 gennaio. Con il suo arresto si può dire chiusa la lunga parentesi della mafia stragista. Oggi la mafia fa affari ad alto livello, in doppio petto, e se non spara più è perché ha raggiunto i giusti equilibri.

I personaggi che tessono la trama del suo romanzo, puntualmente, consegnano al lettore l’”oggi” con le implicazioni nel tessuto sociale esercitate dalla mafia.
I nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, propositi di cambiamento sociale?

Le stragi degli anni 90 hanno rappresentato l’inizio della fine di quella mafia che piazzava bombe e uccideva senza pietà. Perché l’opinione pubblica reagì con un grande moto di indignazione. La gente comune, quella che credeva che le cose di mafia fossero affari di altri, capì che tutti eravamo a rischio. E da quel giorno si è diffusa una cultura antimafiosa con un fermento culturale importante nelle scuole. Io stesso quando vado nelle scuole a parlare dei miei libri, mi confronto con studenti che hanno basi solide di coscienza civica e sono molto preparati sul tema del riscatto sociale attraverso la cultura, l’unica che può formare il senso del dovere. Purtroppo, c’è ancora molto da fare, soprattutto in quelle fasce del paese dove manca appunto la diffusione della cultura. Un giorno un ex killer di mafia in carcere da 30 anni mi ha detto .

Il suo impegno sociale, profuso nella scrittura, ha trovato alleati nelle Istituzioni o si è scontrato con l’inadeguatezza degli strumenti legislativi ed istituzionali?

E’ una domanda che implica un ragionamento molto vasto. Provo a sintetizzare. Nei miei romanzi ho avvertito il bisogno di “denunciare” le incongruenze della nostra giustizia, i limiti dell’applicazione delle regole, il rispetto della Costituzione. Nelle mie storie, quasi tutte realmente accadute, succedono cose che vanno a sbattere contro un certo giustizialismo all’italiana che ragiona di pancia e pur di prendere consensi in certe fasce di popolazione, tradisce l’elementare principio sancito dalla nostra Costituzione secondo cui chiunque sbagli, chiunque si macchi del peggior reato, ha il diritto di cambiare, di essere recuperato. In Italia questo non succede fino in fondo, complici appunto le Istituzioni che disattendono le basi della democrazia di uno stato di Diritto.

Sullo sfondo della sua narrazione c’è la vita in carcere e la certezza di non uscire più: fine pena mai. In giorni tempestosi in cui si discute di ergastolo ostativo e di 41bis, qual è la sua posizione in merito?

La mia posizione su questa delicata materia è chiara e può perfino apparire banale: io sono e sarò sempre per il rispetto della legge: e la legge dice che l’ergastolo ostativo è incostituzionale nella parte in cui obbliga il condannato a collaborare con la giustizia per poter usufruire dei benefici di legge che altri ergastolani, non ostativi, ottengono molo più facilmente. Il governo ha dovuto adeguarsi alla sentenza della Consulta e ha eliminato questo obbligo, ma inasprito le prerogative per poter accedere ai permessi, alla semilibertà, alla libertà condizionale. Per esempio, se prima occorreva aver scontato 26 anni di carcere per chiedere i permessi, ora ne servono trenta. Io mi chiedo, se l’art.27 della Costituzione stabilisce che il carcere deve tendere al recupero del condannato, come è possibile che esista una pena che finirà solo con la morte del reo? Sul 41bis invece, il cosiddetto carcere duro, si può essere d’accordo, ma bisogna valutare caso per caso: oggi viene applicato con troppa facilità, anche a chi, per esempio, non si sia macchiato di omicidi.

Lei è altresì un giornalista: reputa che il bisogno di verità possa sempre costituire un motore potente che spinge all’azione?

Vengo da un’epoca in cui il giornalista andava sul campo. Non c’era Internet, non c’era questa bolgia di informazioni a cui chiunque oggi può accedere. Il bisogno di capire, di scoprire, di verità appunto era una responsabilità, prima ancora che un dovere. Perché sapevi che dal tuo lavoro dipendevano molte cose. Io mi sono occupato nella mia carriera di grandi inchieste giudiziarie, di mafia. Ho seguito fin dal giorno del suo omicidio, l’inchiesta sull’agguato al giudice Rosario Livatino. Sono stato perfino indagato dalla procura di Caltanissetta insieme ad altri tre colleghi, per aver scritto un servizio sul quotidiano “L’Ora” a cui collaboravo, nel quale ragionavo sugli scenari che si profilavano e sui possibili killer del giudice. Avevamo “visto” bene e siamo stati indagati, e ovviamente prosciolti. Oggi il giornalismo si è un po’ adagiato. Sono sempre meno coloro che inseguono la notizia, e molti di più quelli che si fanno raggiungere dalla notizia comodamente seduti davanti al pc, bersagliati da mille e mille siti, tutti, chi più chi meno, in diritto di dire la propria su qualunque argomento. Questo a danno della verità perché paradossalmente, oggi scrivono tutti e ai tempi dei social, perfino il fruttivendolo ambulante (con tutto il rispetto per i fruttivendoli) si sente autorizzato a dire la sua su qualsiasi argomento d’attualità. Non voglio apparire saccente, ma ecco, venire da quel tempo mi aiuta a fare questo lavoro all’antica. Indagare, capire, ragionare. Nell’interesse supremo della verità.

Carmelo Sardo, giornalista, siciliano di Agrigento, vive e lavora a Roma. Ha esordito nella narrativa con Vento di tramontana (Mondadori, 2010). Malerba (Mondadori, 2014), scritto insieme al detenuto ergastolano Giuseppe Grassonelli, ha vinto il prestigioso premio Leonardo Sciascia ed è stato pubblicato in Francia, Germania, Spagna e Giappone. Dal libro è stato tratto il docufilm Ero Malerba, con la regia di Toni Trupia, ed è stato avviato il progetto per la trasposizione cinematografica.
Nel 2016 esce con Mondadori, Per una madre.

Contro metaverso

Salvare la presenza

Professore, lei scrive: ”Dopo il disastro del 6 gennaio, l’immagine dell’azienda viene rilanciata usando il “verbo” con cui il giovane Zuckerberg aveva definito la “missione” di Facebook: la creazione di un’infrastruttura sociale per dare alle persone il potere di costruire una comunità globale che funzioni per tutti noi”
Ebbene, dopo aver millantanto con Facebook il ritrovamento della comunità perduta, qual è oggi la missione del Metaverso?

La missione affidata a Metaverso vorrebbe essere quella di espandere nella realtà virtuale, che può proporci la tecnologia digitale, la “comunità globale” già largamente fittizia dei social. Realizzare come fenomeno sociale di massa il trascendere oggi a disposizione, grazie al digitale e all’intelligenza artificiale, del mondo reale nel mondo virtuale per il tramite della transitività tra i due mondi. Ratificare socialmente in modo sempre più pervasivo il nostro essere entrati nell’epoca dell’onlife3, dove la dimensione vitale, relazionale, sociale e comunicativa, lavorativa ed economica, è vista, agita e proposta come frutto di una continua interazione tra la realtà materiale e analogica e la realtà virtuale e interattiva.

Ottenuta la piena transitività, grazie al digitale ed all’Intelligenza Artificiale, del mondo reale nel mondo virtuale, quali effettivi rischi corre l’umano?

L’umano corre il rischio di subire come fenomeno di sociale di massa un’immersività sempre più radicale e radicata dell’esperienza reale, della vita di presenza, nella realtà virtuale. Il cui disagio è già socialmente evidente in tanti ambiti dell’esperienza quotidiana. La vita di “presenza”, la stessa quotidianiatà della relazione umana rischia l’effetto gorgo del reale nel virtuale, che il buco nero dell’online fagociti sempre più la realtà offline, la vita come tale. La vita, anche quotidiana, che fin qui abbiamo conosciuto e “abitato” in presenza. Non solo: un altro rischio evidente, che è largamente già realtà, si pensi alle polemiche sul controllo dei Big Data e alle battaglie per difendere la privacy, è che ci siamo messi sulla strada di un controllo autoritario della società e di tutti gli ambiti della vita individuale sempre più “totalitario”, in mano a poche mani, per altro neanche politicamente trasparenti.

“Immersi come siamo in questa distopia, l’unica via di uscita possibile è “salvare la presenza”. Come si scappa dal buco nero dell’online che fagocita la realtà offline; come si salva la vita come tale?

La prima risposta è una presa d’atto dei rischi della società dell’infosfera, della pervasività del digitale e degli algoritmi dell’intelligenza artificiale nella nostra vita. Le tecnologie digitali e la potenza di calcolo dell’IA, che certamente recano grandi benefici e nuove possibilità operative in tutti gli ambiti tecnici e scientifici, con i loro effetti operativi di grandi progressi in tantissimi ambiti, non devono “stregarci”. Cioè devono rimanere, come ogni tecnica è sempre stata, un’estensione strumentale dell’operatività umana, ma non devono asservirla a fini non umani di alienazione sociale in generale, e a fini non umani di altri umani, cioè di alienazione di controllo concentrata in poche mani. La seconda risposta irrinunciabile è di evitare la proliferazione incontrollata delle tecnologie digitali in ambiti fondativi della relazione umana di presenza: dalla formazione, la scuola, al lavoro, alla vita di relazione in generale e a quella del “tempo libero” in particolare. Scuola, lavoro, tempo libero devono restare luoghi di incontro fisico, di interazione psico-fisica tra le persone, quella dove nasce e si custodisce la vita di “presenza”, l’esperienza reale e non virtuale che ci rende e di mantiene intelligenze incarnate, emotive, relazionali in senso proprio e non in senso informazionale, la distopia degli inforg, degli organismi informatici che richiederebbe l’infosfera, la società del digitale e dell’IA.

Visori, sensori, avatar. Molto viene offerto come un gioco divertente e coinvolgente. Perché mai i più non comprendono che quella che reputano la propria esperienza sensoriale, in realtà, non è più la “propria”?

Perché ormai siamo già largamente vittime dei prodotti tossici delle nostre tecnologie digitali, come lo siamo da decenni delle nostre tecnologie energetiche ad esempio. E poi perché ormai abbiamo generazioni che sono come si dice “nativi digitali”, cui gli strumenti digitali sono messi in mano letteralmente appena finito lo svezzamento. Già la definizione è drammatica: non descrive una realtà neutra, ma una realtà dell’esperienza già orientata alla distopia. Se si aggiunge che le tecnologie del Metaverso funzionano come le nostre strutture neuronali, in parallelo analogico per così dire, ci rendiamo conto che siamo avanti sulla strada di non saper più distinguere realtà e realtà alienata; alienata, dove cioè di nostro c’è ben poco e siamo colonizzati anche mentalmente dall’ambiente digitale, virtuale, innaturale che abbiamo costruito.

“Qui tutto è distanza / e là era respiro. Dopo la prima patria / questa seconda gli è ibrida e ventosa” (Rilke, Elegie duinesi, Ottava Elegia). Può commentare questi versi per noi?

Ho voluto chiudere il libro con questi versi di Rilke, perché mi sembrano esprimere bene il rischio esistenziale che corre lo “spirito umano”, in concreto quel vissuto bio-psico-fisico che siamo nel mondo del distanziamento digitale, virtuale dalla vita di presenza: la perdita del respiro caldo, avvertito dell’altro, lo spaesamento dell’esperienza esposta ai venti incontrollati e incontrollabili dell’ibridazione virtuale della realtà. Venti che rischiano di svellerci dalla “terra”, dalla nostra terrenità carnale, consegnandoci all’inospitalità per l’umano di questa presunta vita “aumentata” che ci garantirebbe l’ibridazione virtuale della realtà.

Eugenio Mazzarella, filosofo, politico, poeta, è professore emerito di filosofia teoretica presso l’Università Federico II di Napoli. È stato preside della Facoltà di Lettere e filosofia dell’ateneo fridericiano, e deputato della Repubblica nella XVI Legislatura. È tra i maggiori interpreti di Heidegger e Nietzsche a livello internazionale. Per Carocci sono stati di recente ripubblicati due suoi classici studi: Tecnica e metafisica. Saggio su Heidegger (2021; 1ª Guida, 1981) e Nietzsche e la storia. Storicità e ontologia della vita (2022; 1a Guida, 1983). I suoi lavori hanno proposto un complessivo ripensamento della filosofia e dell’antropologia della tecnica, lungo il filo conduttore della necessità della resilienza dell’umano alla deriva post-umana dell’uomo tecnico, allo spaesamento della potenza dell’artificio: Vie d’uscita. L’identità umana come programma stazionario metafisico (il Melangolo, 2004; tr. spagnola Tirant lo Blanch, 2016 ); L’uomo che deve rimanere. La smoralizzazione del mondo (Quodlibet, 2017). Tra i suoi lavori più recenti: Il mondo nell’abisso. Heidegger e i Quaderni neri (Neri Pozza, 2019; tr. tedesca Ergon, 2020); Perché i poeti. La parola necessaria (Neri Pozza, 2020); Colpa e tempo. Un esercizio di matematica esistenziale (Neri pozza, 2022); Europa Cristianesimo Geopolitica. Il ruolo geopolitico dello “spazio” cristiano (Mimesis, 2022); Contro Metaverso. Salvare la presenza (Mimesis, 2022). Apprezzato poeta ha pubblicato diverse raccolte di versi, tra cui Opera media (il Melangolo, 2004) e Anima Madre (Paparo Edizioni, 2015); per Crocetti è in uscita (marzo 2023) la raccolta Cerimoniale.

“Tutto è santo, tutto è santo”

P. P. Pasolini e il corpo poetico

Professore, la Mostra espone i costumi di Danilo Donati meravigliosi, secchi colori arcaici, esposti nella veste nuda: essenziali, poveri, arte poverissima…Quali le sue considerazioni?

Sono rimasto colpito soprattutto dai costumi creati, esaltati nei “falsi” colori ( nel silenzio delle voci” abitate” dei corpi freddi, pensieri sudati anche lucenti ) specialmente quelli indossati dai personaggi protagonisti nei capolavori del grande poeta -cineasta sino a quegli ultimi medio borghesi di Salò…;
e poi, percorrendo le sale, il B/N meraviglioso sette, otto foto o più ( mi ricordo, si io ricordo ….era solo ieri l’altro o qualche mese fa () sulla parete in basso a sinistra del grande poeta con la madre tenero, infinite solitudini solcano l’atmosfera dell’appartamento di via Eufrate, e qualche tepido sorriso sparso appare; e nella sala media giganteggia l’intera parete coperta dalle tante denunzie(!) e assoluzioni del grande poeta: (In) giustizia “ben amministrata” nel nome del popolo italiano. Il potere giudiziario ( Terzo potere individuato da  Montesquieu) che persegue e annienta, sotterra le esistenze tutte ed anche….le cose con ferocia inaudita; lì anche esposti i fogli fascisti ( Lo Specchio, il famigerato Il Borghese e altri scandalizzati settimanali fotografici: insulsi gazzettieri ( al soldo del Padrone si diceva allora), scrivani su tricicli a rotelle in foto d’epoca) cani divoranti, raccontano di “reati efferati”, e vari i vilipendi perpetrati da Pasolini: invero Egli dissacrava, gridava alle nudità delle loro coscienze… ed anche alle nostre… () “Mi ricordo, sì, io mi ricordo …” Negli intermezzi della lavorazione in Portogallo di Viaggio all’inizio del mondo di M .De Oliveira, fra le montagne e il mare….Marcello Mastroianni si fa “girare” e meravigliato racconta… l’incontro col grande lusitano.

E, in seguito, il proseguir “guardando”…Illumination ….el Rimbaud di Casarsa. E’ bastevole la denuncia?

Non fu sufficiente gridare, denunciare, scrivere e poetare, egli perì come noi ora (in)umani,consapevolmente, sappiamo. Sorte atroce ma ancor prima il flagello, crocifissione e morte non sulla croce ( qui morivano i poveri diavoli “quasi ultimi” della Terra, affamati di luce: il sole africano mai stanco, antico arroventa l’aria, esalta le ombre ,uccide le pietre e la terra è fumo chiaro: al Mandrione o in Via Formia, tra l’Acquedotto romano e il Pigneto, ponte Testaccio e Casal Bertone …. (Stracci, Accattone , Ettore, la morte li attende e tanti altri, Balilla, Peppe il Folle, Cartagine, Nannnina, Bruna…( Er Pecetto ,uno dei Ragazzi di vita che va narrando ancora i respiri disperati del poetare) sopra-vivono appena, sottoproletari delle borgate alle foci del feroce neocapitalismo del XXX° e del IV °mondo assaliti da epica povertà.
Lui morì su uno sterrato freddo, non lucente, epico come la morte dei suoi personaggi, in una notte dove anche la Luna era assente (1/2 novembre 1975) .
Qui si dissolse nel fisico ( non nello Spirito) la sua vita poeticamente disperata ,avvolta nell’estremo sudario: cantò il mondo, lo esaltò tremendo quanto agognato ( l’ eterno ritorno): una esistenza di straordinaria, visionaria, vitalità, e passionale” follia”
Tantissime cose ancora si possono dire.. mi fermo qui per non tediare le persone a cui mi brigo d’inviar queste minute riflessioni.

La mostra bisogna vederla e…rivederla…, rincorrerla nelle otto ampie sale…Quale ambiente reputa ineludibile?

E’ d’obbligo fermarsi parecchio nella stanza piccola dove magnificente, la Bellezza appare , tra pioppi e prati, cammina con passo lieve( non ci sono margherite, solo erba); li si… “coglie” una Madonna in…posa ( una Pala d’altare!), una moderna Madonna che rivive ed esalta le forme nello spirito purissimo delle Grazie, pudicizia e degnità s’esaltano nelle sporgenze pre-medievali e d’altri secoli a venire.
Una Giocasta moderna ed antica col pargolo in fasce che avidamente…. “surge alla vita e va dentro….”() ; e la musica mozartiana dissonante (quasi dodecafonica) presidia il rettangolo che si allarga, s’innalza tra la luce dei faggi , esalta la visione e la bellezza: la forma che s’erge su pei campi e i declivi della terra d’Emilia ove la luce dalle terre sprigiona, s’ incunea sottile tra le fronde il primitivo affetto s’invera: una Mangano straordinaria, radiosa, meravigliosa, nell’espanso,- quasi roteante primo piano -, una Madonna casta di non eterea beltà.() Ecco che il corpo poetico (Lei nella Mostra ,….móstra anche l’”oltre”… ) assume tutta la sua grandezza antica : l’arcaico già avanza e s’avvera d’appresso nella barbara, rupestre Medea ( callasiana) della Colchide. () Dal Canto XXV° del Paradiso dantesco.

(**) E’ esangue, eterea la Mangano in Teorema ( come si addice al personaggio), veste i panni di Lucia – uno dei cinque personaggi più importanti del film.
In Edipo re ( primi fotogrammi già illuminano: da lì un balzo si giunge a Tebe) le mosse e l’ambiente sono autobiografiche del poeta ( siamo negli anni ’30) nelle terre folgoranti di luce dai tramonti obliqui ,ripiegati verso il cielo, tanto care a Bernardo e ad Attilio Bertolucci.

L’umano che va…alle Mostre: quali considerazioni?

…Sfinente dopo 4 ore- quasi cinque – di… visioni( in cui ho scambiato impressioni con altre persone: due romani e due forestiere(!), prendo l’uscita e ritorno a casa col fuoco e lo splendore (ancora) negli occhi….
Mostre come queste, bisogna vederle,…”mirarle” anche con gli occhi degli altri che passano accanto silenti, e pensano forse le stesse cose che anche tu pensi: emozioni illuminanti, pensieri non sciolti , sparsi (racchiusi in memoria).
Bisogna…”orecchiare”, “annusare” la gente, gli ospiti che guardano, si fermano e riprendono a guardare, e sentire…. Porgere le orecchie…. Bisogna visionare le Mostre di tale splendore, poiché nelle attuali epoche ( poco si concede); tremenda, minacciosa è la tecnologia che domina il tempo nostro, cui assistiamo: noi poveri visitatori e cultori d’arte imprigionati in una sorta di analfabetismo biologico; le Mostre purificano il pensiero, affondano le menti, acuminate sono le visioni, ossessioni pūre. Qui l’arte della visione è semplice e, al tempo stesso complessa, non è facile “vedere”, “sentire”, “ascoltare”, con i tre organi: Occhio, Orecchio ,Bocca tuttavia: le orecchie… per “guardare”, l’udito” per vedere” e con la bocca comunicare, l’anima si riempie di fine ossigeno spirituale.

La contemplazione del Bello: come guardare?

Per ultimo, la cosa più importante, è il momento contemplativo: si guarda appunto e si contempla…con attenzione sino a…giungere e svegliar il risveglio; il vero risveglio avviene durante lo stato di veglia, l’occhio è lucido (attento!) del guardare”, osservare ove lo scarto lieve è l’incanto della meraviglia. Il vortice linguistico che porta luce: la decostruzione del reale, parole e significati () 1) Scusate il tedio da me ancora provocato. Prometto a me di prender sosta,… ma vado avanti sempre. Infine il commento di cui parlo all’inizio non è affatto esiguo…. () Jacques Derrida- Filosofia della decostruzione: significati e luce, segreti e concetti, il vortice linguistico e le parole.

(2) Frase che pronunciò Carmelo Bene contro i giornalisti del tempo (‘60/’80 ) rivolta in particolare a Renzo Tian “gazzettiere” de Il Messaggero di Roma-
Nota extra
Molto importante la musica diffusa e soffusa nell’ambiente della Mostra. Sono echi e
richiami “selvaggi”, antichi ed arcaici dei tempi pre-storici ( atti in musica del Dopostoria ) riferiti ai film girati in Africa( Marocco, Egitto, Yemen) e in Cappadocia. In questi luoghi Pasolini girò Edipo re, Medea, Il fiore delle mille e una notte, Le porte e le mura di Sanaa, Appunti per una Orestiade africana e altro. Da qui i viaggi con Alberto Moravia, Elsa Morante, Dacia Maraini. E al ritorno in Italia a Fiumicino”……

….Come in un film di Godard: solo
in una macchina che corre per le autostrade
del Neo-capitalismo latino – di ritorno dall’aeroporto –
[là è rimasto Moravia, puro fra le sue valige]
solo, “pilotando la sua Alfa Romeo” in un sole irriferibile in rime
non elegiache, perché celestiale il più bel sole dell’anno –
come in un film di Godard……

Michele Castiello, Docente di Storia del Cinema UPTER Roma

Pier Paolo Pasolini seduto sulle scale del terrazzo della sua casa, luglio 1960 | © AF Archivi Farabola

La tradizione filosofica italiana

La filosofia italiana è viva e vegeta, eppure vige ancora quell’approccio “museale” volto solo a conservarne il glorioso passato. Quale prospettiva adottare per ripensarla, rivitalizzarla e renderla operativa nell’attualità?

Per evitare quell’approccio che, nel mio libro, ho definito “museale” – volto cioè a un recupero fine a se stesso del passato – è possibile assumere la prospettiva adottata dall’Italian Thought, un movimento filosofico, nato in Nord America, in seguito alla traduzione in inglese delle opere di autori italiani tuttora in attività. Il pensiero di filosofi come Roberto Esposito, Toni Negri, Giorgio Agamben, Gianni Vattimo e Adriana Cavarero – per citare soltanto i più noti – è oggi particolarmente studiato nei paesi anglosassoni. Ma non solo. Esso si è diffuso anche in Europa, America Latina e persino in Giappone. In breve, tale vettore speculativo – altrimenti noto col nome di Italian Theory – è una modalità teoretica di ripensare la nostra tradizione. In altre parole, esso risponde all’odierna necessità di far fronte ai cambiamenti e all’accresciuta complessità del mondo contemporaneo, elaborando nuove categorie all’altezza dei tempi, senza però rigettare il patrimonio filosofico che ci precede.

L’Italian Thought gode di successo internazionale. Cosa rende il pensiero italiano così apprezzato e studiato all’estero e quali sono le sue peculiarità?

Il successo del pensiero italiano è dovuto, io credo, a taluni suoi tratti distintivi che lo rendono particolarmente originale e attuale. Come ho detto, l’odierno Italian Thought risponde all’esigenza – sempre più sentita – di concretezza e di nuove categorie che siano in grado di leggere la complessa realtà di cui siamo abitatori, a distanza di sicurezza da certe filosofie senza alcuna connessione con il mondo della vita, della storia, della politica. Per dirla con le parole di Roberto Esposito, “la nostra non è stata né una filosofia della coscienza, come quella classica francese, né una elaborazione metafisica come la tedesca. Ma non è stata neanche una filosofia della logica e del linguaggio, come nei Paesi anglosassoni. Non è stata un’analitica dell’interiorità, della trascendenza, delle strutture logico-linguistiche, ma un sapere della vita, del corpo e del mondo”.

Da Dante a Vico, da Machiavelli a Gramsci: una tradizione nazionale unitaria, una traccia, un fil rouge pur nella loro differenza tematica?

Sì, vi è senz’altro una linea di continuità che attraversa il pensiero filosofico italiano da Dante a Gramsci fino all’odierno Italian Thought. Ma questo non significa, cela va sans dire, che la nostra tradizione possa essere ridotta a un’unica cifra peculiare. È vero che quella italiana è stata più una filosofia della “ragione impura”, attenta alla dimensione della concretezza storica e al mondo della vita, insomma a ciò che Machiavelli chiamerebbe “verità effettuale”, ma è altrettanto vero che gli autori, gli indirizzi, i centri di produzione culturale sono molteplici e rendono policromatica la storia del pensiero italiano. Non a caso, i quattro autori paradigmatici che ho preso in esame nel mio libro – Bertrando Spaventa, Giovanni Gentile, Eugenio Garin e Roberto Esposito –, pur condividendo l’esigenza di ripensare la nostra tradizione, ma lontani da un suo recupero meramente erudito e fine a se stesso, non valorizzano le stesse correnti filosofiche né, di conseguenza, sviluppano le medesime tematiche.

È praticabile una terza via alternativa sia al nazionalismo che al globalismo?

Non soltanto è praticale, ma è auspicabile. Come noto, uno degli esiti nefasti del globalismo è la riduzione delle molteplici culture a un’unica cultura mondiale. La soluzione a questa tendenza non può certo essere il nazionalismo, da respingere tanto quanto il paradigma “globalitario”, bensì una terza via che nel libro ho definito “internazionalista” e che si ispira al “cosmopolitismo di nazioni” di cui parla Mazzini. In tale paradigma, le peculiarità culturali – lungi dall’essere annullate – vengono conservate nelle relazioni armoniche inter nationes. D’altronde, come ha scritto giustamente lo stesso Gioberti, “né i partimenti nazionali offendono l’unione cosmopolitica, anzi ne fanno parte, perché l’universale non può stare senza il particolare e il conserto maggiore presuppone quelli di minor tenuta. Nei tempi antichi le nazionalità e le patrie erano contrarie alla cosmopolitia, perché la scarsa coltura fra loro le inimicava”.

Il filosofo può intendersi come paradigma dell’umanità?

Senz’altro può essere un modo di intenderlo, almeno stando alle celebri definizioni del filosofo come “funzionario dell’umanità” di Husserl e – prima ancora – dell’intellettuale come “maestro del genere umano” di Fichte. Fra l’altro, non mancano pensatori italiani che, già in epoca rinascimentale, concepivano la filosofia in questi termini. Si pensi a Tommaso Campanella, il quale scrisse significativamente: “Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia”. E si adoperò attivamente in tal senso: scrisse la Città del Sole, un’utopia che cercò di realizzare concretamente, organizzando in Calabria – sua terra natìa – una rivolta che avrebbe dovuto sovvertire l’allora governo spagnolo e “offrire quasi un esempio preliminare della grande repubblica universale che si deve preparare”. Arrestato nel 1599, Campanella non riuscì a mettere in pratica questo suo ambizioso progetto politico-filosofico. Un destino analogo era già toccato all’altro grande pensatore italiano di quel periodo, Giordano Bruno, che – di lì a poco – sarebbe stato arso vivo in Campo de’ Fiori. I due grandi sconfitti del nostro Rinascimento sono ancora oggi modelli paradigmatici di vite autenticamente filosofiche. Persino, appunto, nella sconfitta, che Bruno, in uno dei passaggi più potenti e attuali della sua opera, ci insegna ad affrontare: “Ho combattuto, è già molto: ho creduto di poter vincere (ma alle membra venne negata la forza dell’animo) e la sorte e la natura hanno represso ogni velleità ed ogni sforzo. È già qualcosa l’essersi cimentati: la vittoria, mi sembra, è nelle mani del Fato; per quel che mi riguarda ho fatto il possibile e ciò che mi appartiene non lo potranno negare né i secoli futuri né ciò che appartiene al vincitore cioè il non aver temuto la morte ed il non aver consentito ad alcun mio simile di anteporre una morte gloriosa ad una vita imbelle” (De Monade).

Corrado Claverini è assegnista di ricerca in Filosofia presso l’Università del Salento. Ha conseguito il Dottorato in Filosofia presso l’Università S. Raffaele di Milano. Tra le sue pubblicazioni: La tradizione filosofica italiana. Quattro paradigmi interpretativi (Quodlibet, 2021); Utopia concreta. Pensiero utopico e ideologia in Niccolò Machiavelli e Tommaso Campanella (Il Prato, 2015); Spaventa, Gentile e la tradizione italiana, «Il Pensiero», 57/2, 2018; Dove va la filosofia italiana? Riflessioni sull’Italian Thought, «Phenomenology and Mind», 15, 2018. Sua la curatela del fascicolo L’Italian Thought fra globalizzazione e tradizione, «Giornale Critico di Storia delle Idee», 1, 2019.