Professor Traina, le ideologie del nazismo e del fascismo hanno alimentato le rispettive ideologie in nome delle radici classiche dell’Occidente: purezza della razza e maschia romanità. Qual è la sua opinione al riguardo?
Gli svariati cultori, più o meno seri o improvvisati, della Fortuna dell’Antico dovrebbero riflettere su un dato di fatto: in nome delle radici greche e romane dell’Occidente (quelle romane vennero esaltate soprattutto dai gerarchi di casa nostra), l’antichità classica è stata rivendicata per giustificare le peggiori nefandezze. Del resto, prima ancora dei regimi totalitarismi che hanno funestato il Secolo Breve, i vari nazionalismi e colonialismi avevano ampiamente preparato il terreno.
Restando in tema, basterà fare un esempio relativo al Terzo Reich, che fece abbondante uso e abuso della Grecia classica. Riproponendo il tradizionale collegamento fra antichi greci e tedeschi moderni, gli ideologi nazisti non si limitarono ad affermare la comunanza spirituale tra i due popoli, ma si spinsero a rivendicare la comunanza del Blut “sangue”. Attuando così, come ha ricordato l’amico Johann Chapoutot, una vera e propria “annessione razziale della Grecia antica”.
Certo, molti gerarchi —a cominciare dal potentissimo Himmler— preferirono esaltare i germani, più primitivi ma in compenso puri e incontaminati. Che però piacevano solo relativamente al Führer, fedele alla tradizione del classicismo tedesco; più consono ai suoi gusti di artista mancato. Fu l’ideologo Alfred Rosenberg a trovare una soluzione soddisfacente quanto forzata: i greci altro non erano che colonizzatori nordici. Problema risolto.
Nel 1936, la propaganda delle Olimpiadi di Berlino tradusse anche sul piano dello sport questa brutale forzatura dell’antico; che fu portata sugli schermi da Leni Riefenstahl. Nel prologo del documentario Olympia (1937), la disinvolta regista ricorse a un effetto di animazione: vediamo così il Discobolo dello scultore Mirone da Eleutère prendere gradualmente forma umana fra le rovine di Olimpia, e trasformandosi nell’insegnante di educazione fisica Edwin Huber da Karlsruhe, virile atleta e insegnante di educazione fisica. A Berlino, però, il virile atleta non gareggiò nel lancio del disco maschile, bensì nel decathlon. Dove però si piazzò solo al quarto posto. Tutte le medaglie andarono a tre americani, vedi come va il mondo.
In tempi recenti Antigone è stata tirata in ballo per attaccare le misure sanitarie contro la pandemia da COVID-19…
Nel nostro dialogo di qualche tempo fa avevo parlato di una delle mie bestie nere, l’Umanista Semicolto. https://giusycapone.home.blog/2022/02/28/la-storia-speciale-perche-non-possiamo-fare-a-meno-degli-antichi/ Mi permetto di sintetizzare quanto già affermato: nemici della mia disciplina non sono solo i tecnocrati: per “umanisti semicolti” non intendo infatti ai soggetti semianalfabeti, o per dirla con Adorno quelli “semieducati”. Nella mia definizione personale, si tratta di soggetti con un’accettabile cultura generale, penalizzati però dalla loro mancanza di curiositas che li porta a stabilire una gerarchia delle discipline umanistiche. Riporto i miei ipsissima verba: “Complici alcuni insegnanti che non hanno saputo o voluto appassionarli ai tempi della scuola, e di qualche autore di libri di storia “in una situazione complicata” con la propria lingua, i nostri eroi si dilettano di arte, filosofia o letteratura, dando però poco peso alle discipline storiche, e a maggior ragione alla storia antica, ridotta a un pacchetto di date, personaggi, e naturalmente battaglie: tutto poco interessante rispetto all’Arte povera, i cronopios di Cortázar, la biopolitica di Foucault (e mettiamoci pure quella di Agamben), o altri rimedi infallibili per brillare in società, o meglio sui social.”
Ecco, Antigone è una delle poche cose che l’Umanista Semicolto —se non coltiva qualche interesse per il mondo antico e insegna, chessò, matematica alla Sapienza— ritenga degna di esser tenuta da conto. Questo vale anche per i politici, e persino per i pensatori di successo. Più o meno contemporaneamente, c’è chi ha paragonato la fanciulla tebana alla capitana Carola Rackete e chi al suo avversario Matteo Salvini, a suo modo capitano anche lui. Il suddetto Agamben, poi, ha voluto evocare per l’eroina immortalata da Sofocle per stigmatizzare chi cercava di arginare i danni della pandemia nel suo momento più critico. *PUBBLICITÀ* Non entro nei particolari perché ne parlo nel libro, che vi invito ad acquistare e a regalare in giro senza moderazione.
All’Antico si attinge costantemente e, soventemente, impropriamente. Reputa che in Italia si rischi di concorrere con il Caesars Palace di Las Vegas?
Il Caesars Palace degli anni d’oro, con il ristorante Bacchanal dove le cameriere accoglievano la clientela con un outfit classicheggiante quanto discinto (“i pepli superflui”: giuro, sarà l’unica freddura), non esiste più. E anche le “americanate” in salsa greca e romana non sono più le stesse di una volta. In Italia, tra i residui di questa paccottiglia, rimane qualche ristorante vintage o una più recente catena di pizzerie a tema “anticoromano (non ci sono mai andato, ma a dispetto del latino improbabile del menù le pizze sembrano buone). In compenso, ho l’impressione che un certo kitsch stia cominciando a diffondersi nei nostri musei nazionali. Intendiamoci: a differenza di quei professionisti talebani dei Beni Culturali che sparano a zero sempre e comunque sulle trovate del Ministero e dei direttori di museo, personalmente sono abbastanza tollerante: se certe cose un po’ strane attirano i visitatori e le scolaresche, why not? Trovo ben più disdicevole quegli allestimenti o quelle mostre in cui la storia cede interamente il passo a una museologia fondata esclusivamente sull’estetica del bel pezzo. Ma, si sa, il sonno della Regione genera mostre (oops, un’altra freddura. È l’ultima).
Oltre al patrimonio materiale, c’è anche quello immateriale delle tante idee e nozioni distorte circolanti in rete. Del kitsch si è appena detto; ma non trascuriamo il trash, che è ancor più devastante perché, a differenza del kitsch, si tratta di una dimensione non voluta. Farò un esempio attinto ancora una volta al bestiario italiano. Una premessa: la maggioranza dei nostri compatrioti non ha mai letto Tucidide né in greco né in traduzione (e fin qui non c’è nulla di male, a patto che almeno quelli più colti abbiano letto Erodoto, quello sì). Eppure, sono stati in tanti a improvvisarsi classicisti per rilanciare in rete, magari sbagliando anche la data, il testo in cui Paolo Rossi (il comico, non il calciatore) si era ispirato al discorso funerario in onore dei morti ateniesi nel primo anno della Guerra del Peloponneso, che Tucidide fa pronunciare a Pericle. Nulla da dire sullo spettacolo, che denunciava il pericolo alla minaccia di certi politici ai valori della nostra Costituzione: solo che molti hanno creduto, e tuttora credono che le parole di Rossi, col celebre tormentone “qui ad Atene facciamo così”, siano in realtà quelle di Pericle-Tucidide. C’è cascato persino Carlo Calenda, che ha fatto il Liceo classico: vedete un po’ voi.
Professore, si reputa che lo studio dell’antichità si sia piegato all’idea che i valori della società bianca occidentale siano posti al di sopra degli altri. Secondo lei si tratta di un ostacolo per il futuro degli studi di antichistica? E pensa anche lei che la cosiddetta “cancel culture” sia un pericolo per gli studi classici, come molti affermano?
Se parliamo di quanto si verifica negli Stati Uniti, lascio la parola ad Alice Borgna, che nel suo libro Tutte storie di maschi bianchi morti… (Laterza 2022), e anche sul suo blog https://giusycapone.home.blog/2023/02/15/tutte-storie-di-maschi-bianchi-morti/, ha spiegato come siano realmente andate le cose. A parer mio, nel discorso antichistico attuale, la Cancel Culture è un MacGuffin (non googlate, andate direttamente qui https://it.wikipedia.org/wiki/MacGuffin) da tirar fuori come trucco per tenere in sospeso gli spettatori e, nel nostro caso, i lettori dei millemila articoli e saggi dedicati a questa nuova minaccia per la Cultura Occidentale. E poi la Cancel Culture sta bene su tutto, e si può usare agevolmente come clickbait nella speranza di emergere nell’agone mediatico, o per incuriosire gli avventori delle librerie che vedono “Cancel Culture” sul titolo di un libro che in realtà parla soprattutto di mondo antico. Prima o poi questa moda finirà per passare: intanto, vediamo di occuparci di argomenti più interessanti.
Da parte mia, preferisco insistere su un equivoco corrente, in cui incorrono più o meno volontariamente sia i colti che i semicolti: che l’antichità classica coincida con l’antichità tout court. Gli stessi “degustatori dell’antico” che si stracciano le vesti per la decadenza dei loro studi non si sono mai posti il problema delle altre civiltà “classiche” come quella persiana, indiana o quella cinese: figuriamoci quelle tribù e comunità che gli stessi antichi disprezzavano in quanto barbare.
Come ho già spiegato in un’altra intervista (https://ilmanifesto.it/la-retorica-latina-non-e-da-tribunale: non badate al titolo, non l’abbiamo proposto né io ne l’intervistatrice), non possiamo continuare a considerare i greci e i romani come gli unici pilastri della nostra civiltà, né nei corsi di laurea in Lettere classiche né altrove. Come le nostre nonne che guardavano gli scandali e le miserie di Soap opera quali Dallas o Beautiful, concludendo “meno male che non viviamo in America”, molti nostri classicisti anche blasonati si accaniscono a tuonare contro i wokist, limitandosi alle notizie diffuse apposta per +indignarli, lette come se fossero programmi televisive. Ovvero passivamente, bevendosi tutto senza preoccuparsi del fact checking. Così, ciascuno vuol dire la sua a proposito di quella scuola di terz’ordine che vuole eliminare Omero dal programma, o di quell’università di prestigio che cerca di rimediare al calo delle iscrizioni proponendo un’antichità più inclusiva. Certo, l’ideologia woke ha conosciuto preoccupanti sbavature censorie, ma si sa, sono americani, e la censura la praticano anche certi ammiratori di Donald Trump.
Detto questo, come ripeto da anni, l’antichistica del futuro sarà inclusiva o non ci sarà proprio. Ma questa è una prospettiva ottimistica, e temo che il futuro sarà più pessimistico. Un mio carissimo amico, valoroso grecista e blandamente conservatore, ha dato la risposta definitiva: “Altro che Cancel Culture d’Oltreoceano: ci stiamo abbondantemente cancellando da soli”. Un po’ come gli inetti notabili della poesia di Kavafis Aspettando i barbari. Che poi si lamentano perché i barbari non sono arrivati, hai visto mai, magari risolvevano qualcosa.
Giusto Traina insegna Storia romana a Sorbonne Université. Si occupa attualmente di storia militare e geopolitica antica, in particolare dei rapporti tra Roma e l’Oriente. Ha pubblicato di recente La storia speciale. Perché non possiamo fare a meno degli antichi romani (Laterza, 2020) e, insieme ad Aldo Ferrari, Storia degli armeni, Il Mulino, Bologna, 2020; Marco Antonio (Laterza, edizione aggiornata 2022); La guerre mondiale des Romains. De l’assassinat de Jules César à la mort d’Antoine et Cléopâtre, (Fayard, 2023); I Greci e i Romani ci salveranno dalla barbarie (Laterza, 2023).









