Parliamo di parolacce senza dire parolacce

Dante, accanto alle parole, non esita ad usare parolacce come “merda” e “puttana” che hanno una precisa fonte nella Bibbia. Accanto alle parolacce dell’Autore, poi, si aggiungono le parolacce dei copisti. Dove risiede, a suo giudizio, la ragione politica di tale, lontana nel tempo, scelta lessicale?

Nei miei studi liceali ho amato molto Dante Alighieri e la Divina Commedia. Contrariamente alle tendenze della critica che ritiene il Paradiso la cantica meno importante, io la trovo la migliore di tutte, forse per il trionfo di bellezza e serenità che riesce a esprimere. Ovviamente le parolacce si trovano invece nell’Inferno e nel Purgatorio, dove danno un contributo sia nell’esprimere sensazioni di disgusto per le pene inflitte ai peccatori, sia nel mettere alla berlina e denigrare personaggi conosciuti dal Poeta e ritenuti da lui spregevoli. In alcuni casi si tratta di autentici nemici politici. C’è però da chiedersi se all’epoca esistesse davvero il concetto di parolaccia così come lo intendiamo attualmente. Fin da piccoli ci viene insegnato che certe parole sono proibite, che in teoria non dovrebbero essere pronunciate. In questo modo il nostro cervello fa una separazione ben netta tra le parole comuni e le parolacce, separazione che rimane in noi per tutta la vita, almeno per quei vocaboli che hanno una vera vocazione all’essere considerati scurrili, in parte dovuta all’aggressività del loro suono. Ai tempi di Dante forse quelle che noi chiamiamo parolacce erano solo parole aggressive o dispregiative, ma senza quel carattere di licenziosità di cui sono impregnate secondo l’immaginario collettivo del nostro tempo, nonostante siano più che mai usate.

Si reputa che colui che è capace d’esprimersi non ha necessità di appellarsi alla violenza: vige una cesura netta tra linguaggio e violenza?

Direi di no. Nel linguaggio si può esprimere violenza, insultare, essere offensivi anche senza usare scurrilità; questo può avvenire anche ad opera di chi si sa esprimere in modo impeccabile. D’altra parte spesso si usano le parolacce senza intenzione di offendere. La parolaccia però ha di per sé una violenza intrinseca che va a volte al di là delle intenzioni di chi la usa, ma sovente asseconda un’aggressività subdola, cosciente o inconscia. Altra cosa da dire è che coloro che difendono il turpiloquio sostengono che insultarsi anche con l’uso di vocaboli triviali allontani la possibilità di uno scontro fisico; in realtà è facilmente dimostrabile che succeda spesso il contrario: insultarsi con l’uso di parolacce può accendere gli animi e dalle parole si può passare ai fatti.

I Latini chiamavano il pene “mentula” e la vagina “cunnus”; nel Kāma Sūtra i genitali erano chiamati “lo stelo di giada” e “la porta di giada”. Ebbene, quali sono le ragioni per la quali molte parolacce sono legate alla sessualità?

Nel mio libro in effetti parlo di come erano chiamati gli organi genitali dai Latini e nel Kama Sutra. In entrambi i casi non si tratta certo di espressioni aggressive. In particolare “mentula” era un termine popolare, che la gente scriveva a volte sui muri all’interno di frasi dal carattere goliardico; il suo suono è indubbiamente rotondo, piuttosto armonioso, ben lontano dalla parolaccia più usata oggi per riferirsi al pene. Le espressioni usate nel Kama Sutra sono addirittura poetiche, elogiative, direi oniriche. Credo che tutto ciò sia collegato ad una visione positiva e naturale del sesso sia della cultura dell’antica Roma sia di quella indiana dell’epoca in cui fu scritto il Kama Sutra. Il punto è proprio questo: le parolacce legate alla sessualità esistono perché, nonostante la rivoluzione sessuale sessantottina, ancora oggi abbiamo dentro di noi una visione sporca della sessualità o perlomeno ambigua. I vocaboli scurrili di argomento sessuale si sono selezionati nel tempo come reazione a periodi di repressione sessuale che il mondo occidentale ha vissuto: hanno un suono aggressivo e spigoloso proprio per questo, cioè perché da un lato rappresentano un atto di ribellione ma dall’altro si portano dietro proprio quella negatività della visione del sesso da cui vorrebbero farci fuggire. Perciò, finché esisteranno parole aggressive riguardanti la sfera sessuale, l’essere umano occidentale non riuscirà a vivere nel modo più naturale e quindi più felice possibile la sessualità. Ogni volta che pronunciamo una parolaccia di argomento sessuale, senza rendercene conto diciamo a noi stessi che il sesso è una cosa sporca, confermando quella visione negativa del sesso che si è sedimentata nel nostro inconscio in secoli e secoli di repressione.

Quali sono le attuali possibili derive autoritarie del nesso linguaggio violenza?

Non credo si possano fare delle previsioni di carattere politico, ma non esiste solo il potere che viene dall’alto: esiste anche un potere laterale, strisciante, operato da chi ci sta attorno. Partiamo da un dato di fatto: spesso i regimi autoritari reprimono il linguaggio scurrile, per cui è facile che un atteggiamento di disapprovazione del turpiloquio venga interpretato come reazionario. Ciò avviene perché in realtà non si è mai riflettuto profondamente su cosa siano le parolacce. Esse si possono collegare alle condizioni di miseria e frustrazione del popolo vissute nei secoli scorsi: la scurrilità in questo modo viene giustificata e quasi sbandierata dalle sinistre come un baluardo di libertà. I tempi però sono cambiati e il turpiloquio non ha più questo tipo di giustificazione: si è borghesizzato ed è usato da figli e figlie di papà come da persone di alto livello culturale, che finiscono per superare in scurrilità i mitici scaricatori di porto. A questo punto la parolaccia diventa strumento di affermazione degli arroganti. Nell’adolescenza e oggigiorno anche nella preadolescenza ci sono alcuni capibranco non ben identificabili che per primi si accorgono di una sorta di prestigio data dall’uso di termini triviali; si tratta di uno scudo: usare parolacce per sembrare forti. Questi capibranco dettano legge e tutti gli altri si devono adeguare adottando il turpiloquio anche sulla spinta dell’equivoco secondo cui se usi le parolacce significa che non sei più bambino. Ragazze e ragazzi si illudono così di fare una scelta, ma in realtà subiscono un’imposizione: l’obbligo della scurrilità verbale, cosa che li immerge in un’atmosfera continua di aggressività, con effetti deleteri. Per adattarsi a ciò ci si spersonalizza, si diventi un po’ tutti uguali, ci si desensibilizza e di conseguenza si perde una parte della propria bellezza interiore, il che va ad accrescere il senso di disagio tipico di quell’età. Il turpiloquio porta altresì nelle menti degli individui una confusione di valori che in qualche modo rimane anche nell’età adulta. Come si può ad esempio pensare che sia priva di conseguenze l’aberrante sineddoche tanto in voga attualmente con la quale le parole “donna” o “ragazza” vengono sostituite dal termine scurrile indicante la vagina?

Lei ripercorre la “quotidianità linguistica”: abitudini, consuetudini, situazioni in cui tutti possono identificarsi, aprendo una riflessione sulla libertà che conferisce un uso pregno e consapevole della lingua. La Parola possiede un potere civico?

Ci sono studi linguistici che mettono in relazione la madre lingua con la visione del mondo e della vita da parte delle persone. Essere italiani, anziché francesi o cinesi porta a modellare le menti in maniera diversa in quanto ogni idioma poggia l’attenzione su determinati aspetti della vita. Le parole e il modo in cui esse sono usate sono fattori determinanti nel mondo valoriale che ci portiamo dentro. Le parole possono essere portatrici e custodi di valori, ma possono essere anche portatrici di disvalori: è il caso delle parolacce. Una svolta storica che porti ad un forte uso di termini scurrili all’interno della società, come è avvenuto a partire dalla fine anni 60, può avere effetti devastanti. E’ un errore ritenere che l’esplosione del turpiloquio sia da considerare espressione di autenticità e libertà; io credo che invece si tratti di un atteggiamento conformista: se non ti esprimi in modo scurrile non sei moderno, o sei fuori dal gruppo nel caso ad esempio degli adolescenti. Il linguaggio della normalità, del chiamare le cose con il loro nome porterebbe forti benefici alla società. Migliorerebbe il nostro mondo interiore; non avremmo l’atteggiamento schizoide del dover cambiare linguaggio a seconda dell’ambiente in cui ci troviamo; un genitore non si farebbe problemi quando parla coi propri figli perché la parolaccia sostanzialmente non esisterebbe più; così anche il rapporto tra la famiglia e l’esterno sarebbe più armonioso. Persino il passaggio da una stagione all’altra della vita risulterebbe più semplice, soprattutto il delicato passaggio attraverso l’adolescenza, che oggi viene considerato una sorta di tunnel. Bisognerebbe invece fare in modo che quest’età fosse vissuta nel modo più sereno possibile. In questo modo avremmo anche degli adulti meno nevrotici e tutta la società ne beneficerebbe.

Mario Cottarelli si è laureato in Scienze Biologiche all’università di Pavia nel 1982. Dal 1983 ha lavorato al quotidiano cremonese La Provincia, dove ha eserc itato soprattutto la mansione di correttore di bozze e successivamente ha svolto il compito di archivista e impiegato. Parallelamente si è dedicato alla musica, essendo pluristrumentista e compositore: negli anni 80 periodo in cui ha avuto collaborazioni con Claudio Simonetti e Ivana Spagna alcune sue canzoni di genere dance sono state pubblica te, oltre che in Italia, in vari Paesi europei (tra cui Germania, Francia, Gran Bretagna) e in seguito si sono fatte conoscere nell’America latina. A partire dagl i anni 90 ha composto molti brani per orchestre da ballo e infine ha inciso da protagonista (nel 2007 e 2011) due Cd di genere progressive rock, che gli hanno procurato la menzione nel libro “Rock progressivo italiano 1980 2013” di Massimo Salari (ed. Arca na). Vive attualmente a Brescia. Con questa pubblicazione è alla sua prima esperienza letteraria.

Cesare deve morire. L’enigma delle Idi di marzo

Caio Giulio Cesare, militare, politico, console, dittatore, pontefice massimo, oratore e scrittore romano: qual è la sua statura politica e militare?

Giulio Cesare non fu soltanto un generale, il più grande che Roma ebbe, ma un uomo di Stato e un intellettuale. Non a caso la sua figura e la sua vicenda umana e politica non cessano di affascinare. Le sue idee, la sua visione erano assai più avanzate della classe dirigente del tempo, mediocre, miope ed egoista, ripiegata su se stessa perché preoccupata di difendere privilegi e interessi. L’aristocrazia senatoria dell’ultimo secolo repubblicano non era riuscita a raggiungere la consapevolezza di una Roma ormai dalla sostanza imperiale e pensava soltanto a perpetuare vecchie logiche ed equilibri già dissolti. Cesare, per esempio, aveva capito sino in fondo la necessità di allargare la base del consenso sociale estendendo la cittadinanza a popoli e comunità che sostenevano con uomini e risorse finanziarie l’espansionismo romano. Aggiungo un dato che sovente si tende a trascurare: Cesare fu il primo a concepire a Roma l’istituzione di una biblioteca pubblica. Chiamò un ex pompeiano, Marco Terenzio Varrone, il più illustre antiquario del tempo, ma le Idi di marzo interruppero il progetto (che poi fu ripreso da Augusto): anche solo questa idea ci dà la cifra di Cesare, della maturata consapevolezza del nesso tra politica, potere e cultura come strumento di costruzione del consenso, visione che verrà praticata largamente dal suo erede.

Cesare fece della capacità di ribaltare il tavolo in situazioni avverse la sua carta vincente. Può offrirci qualche esempio?

Cesare ebbe gravi momenti di difficoltà, a cominciare dal celeberrimo attraversamento del Rubicone. Il generale sapeva di avere contro la grande maggioranza del senato e soprattutto il più valente generale (almeno sino a quel momento), cioè Pompeo. Eppure, con determinazione, coraggio e una buona dose di fortuna prese quella decisione. A proposito del motto “alea iacta est”, è interessante la ricostruzione di Luca Fezzi, nel suo ultimo libro, che ci consegna una prospettiva diversa di quel Cesare: “il dado è tratto” è una volgarizzazione successiva dell’espressione pronunciata da Cesare in greco, e che molto probabilmente fu “alea iacta esto”, ossia “si getti il dado”, il che ci trasforma il Cesare arrogante e sprezzante sin qui tramandato in un Cesare, anche timoroso degli sviluppi incerti, ma non per questo meno determinato nel rischiare.

Quanto e cosa deve Roma a Caio Giulio Cesare?

Se Roma è diventata la capitale di quel grande impero, il più potente e longevo impero dell’antichità, un impero disteso lungo tre continenti (Europa, Africa e Asia), multietnico, all’insegna del pluralismo culturale, religioso, linguistico e normativo, lo deve molto anche a Cesare. La Storia non si interpreta con i “se”, ma l’idea di estendere il dominio a Oriente per consolidare il potere romano gli avrebbe dato ragione con lo spostamento del baricentro politico su questo scacchiere nei secoli della Tarda Antichità. Anche un fatto, apparentemente soltanto di carattere privato, la scelta testamentaria del proprio erede nel pronipote Ottaviano, il futuro princeps che, dopo le guerre civili, seppe assicurare una transizione morbida dalla vecchia res publica alla res publica imperiale, ne dimostra l’acutezza!

Fascino, spregiudicatezza, cultura, propulsività, acume intellettivo: perché Gaio Cassio, Marco e Decimo Bruto a colpi di pugnale posero fine alla sua vita?

I congiurati erano espressione di primo piano quella classe dirigente, guardavano con preoccupazione al costante rafforzamento politico di Cesare temendo il restringimento degli spazi politici per se stessi. Peraltro Cesare fu ucciso tre/quattro giorni prima della partenza per la missione orientale e forse, come scrive Cicerone, non sarebbe tornato vivo. Che bisogno c’era di quell’uccisione teatralizzata? Il fine dell’omicidio, secondo la propaganda dei congiurati, fu quello di salvare la repubblica da un disegno monarchico di Cesare (in realtà mai nutrito da quest’ultimo), e a cui, come ho provato a dimostrare, non credettero neppure gli storiografi antichi, che ne individuarono invece i moventi nella gelosia e nell’invidia. Se Cesare fosse riuscito in quella grandiosa impresa avrebbe assicurato a Roma il dominio delle terre conosciute tra i due oceani, come scrisse Nicola Damasceno, e avrebbe così oscurato persino la fama di Alessandro Magno, che in Occidente non mise mai piede. Con ciò non nego che Cesare accentrò un immenso potere su di sé, ma semplicemente che non intese mai trasformare la repubblica in una monarchia. Con buona pace dei congiurati e dei moderni aggrappati a una visione romantica antistorica.

Fonti archeologiche, letterarie e giuridiche. Il suo è un saggio dal sapore di narrazione. Quale metodo si è imposto di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?

Ammetto di essermi divertito facendo una scommessa con me se stesso, ossia provare ad abbandonare ermetismi specialistici e tipici di una certa letteratura accademica, cambiare registro e provare a interessare un pubblico più vasto, certo colto, ma più largo di curiosi attratti dalla storia. Una figura come Giulio Cesare poi ha agevolato l’impresa. In Italia manca ancora una tradizione di divulgazione storiografica, non giornalistica, fondata sul più assoluto rigore del metodo di indagine e di ricostruzione storiografica. Quanto all’impiego delle fonti, questo costituisce quasi un mio punto d’onore, onestà e trasparenza verso studenti e lettori: leggere tutto, ma sgombrare la mente da preconcetti, tesi preconfezionate e soprattutto insulse attualizzazioni. Perciò occorre disporre sul proprio tavolo tutti i documenti esistenti, non trascurarne nessuno, neppure quello, all’apparenza, più insignificante e assumere ogni angolo di visuale. Credo che il resto prima o poi verrà da sé.

Orazio Licandro, professore ordinario all’Università di Catania, insegna discipline antichistiche presso il dipartimento di Scienze Umanistiche, nonché presso la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici del medesimo ateneo. Insegna anche Epigrafia e Papirologia giuridica presso il Corso di Alta Formazione in Diritto Romano della Sapienza di Roma. Ha condotto ricerche a Monaco di Baviera e insegnato in diverse università anche estere. La sua variegata produzione (oltre 100 titoli) spazia dalla storia politica e del costituzionalismo antico alla storia del libro antico e alla tradizione del testo. Dirige con O. Diliberto, C. Giuffrida e M. Huang la rivista «Codex». Tra i suoi ultimi libri: Ius scriptum. Lineamenti di epigrafia e papirologia (2020) e Papirius Iustus. Libri XX de constitutionibus (2021). È stato parlamentare, consigliere e assessore comunale. È Visiting Professor presso la Law School of Zhongnan University of Economics and Law di Wuhan (Cina), in qualità di esperto di storia delle codificazioni.

Filosofia Della Resistenza. Antigone, Elettra E Filottete

«Sono passati circa duemilacinquecento anni da quando in Grecia si scrivevano bellissimi poemi. Ormai, a leggerli, sono quasi soltanto coloro che si specializzano in questo studio, ed è un peccato. Perché questi antichi poemi sono talmente umani da essere ancora molto vicini a noi e possono interessare tutti. Sarebbero persino molto più commoventi per quanti sanno che cosa significhi lottare e soffrire, piuttosto che per coloro che hanno trascorso la loro vita tra le quattro mura di una biblioteca.» Simone Weil

Professoressa, quali sono i motivi che hanno indotto Simone Weil a scrivere, nel 1936, tre inviti alla lettura di altrettante tragedie sofoclee: Antigone, Elettra e Filottete?

Sono testi destinati ad un giornale di fabbrica. Simone Weil credeva fermamente nella possibilità di educare gli operai e le operaie alla bellezza, e a questo fine riteneva che l’incontro con la poesia classica e con l’antica sapienza greca si sarebbe rivelata per loro una fonte straordinaria di idee e pensieri di libertà e di emancipazione dall’oppressione. La condizione operaia, connotata dalla subalternità e dalla schiavitù che obbligano questi esseri a un’esistenza infelice, può, secondo lei, essere contrastata solo con il sapere e la bellezza.

Antigone, Elettra e Filottete possono essere interpretate quali opere paradigmatiche della resistenza all’oppressione esercitata dal potere?

In particolare, questi tre poemi tragici rappresentano per Weil esempi archetipici del dissidio, del contrasto che giunge sino alla battaglia per la sopravvivenza tra l’individuo e il potere costituito, tra il singolo e la collettività, tra l’io e i più. Inoltre, poiché ella credeva fermamente nella potenza individuale (incarnata da Antigone) rispetto all’oppressione sociale (rappresentata da Creonte), vede nelle eroine e negli eroi tragici modelli esemplari di resistenza da offrire a chi rischia di soccombere alle forme di sopraffazione che la società esercita sui singoli, compresa la schiavitù del lavoro di fabbrica. Per lei la giustizia è una virtù soprannaturale che assai di rado prende corpo nell’apparato dei diritti e delle leggi.

Come si ribalta la prospettiva di un lavoro degradante consci che in fabbrica “si sperimenta, molto più che altrove, quell’avvilente annullamento della facoltà del pensiero che, proprio in virtù dell’equazione tra esseri umani ed essere pensanti, costituisce basilare esperienza di de-umanizzazione”?

Far conoscere Antigone o Elettra e le loro storie corrisponde per Weil alla possibilità di alimentare un pensiero, attitudine umana per eccellenza, che invece l’atmosfera della fabbrica – il suo frastuono, la sua velocità, i suoi ritmi alienanti, i gesti meccanici e ripetitivi –, inibisce completamente e annulla. Se la catena di montaggio abbruttisce gli esseri umani perché li induce a smettere di pensare, la conoscenza delle tragedie classiche opera esattamente in senso inverso: induce idee e pensieri che alimentano l’essenza stessa della natura umana con il fuoco della loro bellezza e con l’intensità dei valori che risvegliano.

Nell’introduzione lei dispone i testi in dialogo con lo stesso compito dell’essere filosofa per Weil. Ebbene, qual è il dovere di una filosofa rispetto al presente ed alla materialità?

Simone Weil è la filosofa della vita concreta, è una pensatrice appassionata di realtà, affamata di cose vere e presenti, “portatrice d’acqua”, cioè di significati importanti per l’esistenza. Si pensa spesso alla filosofia come l’ambito dell’astrazione, ma io condivido con Simone Weil l’idea che il compito principale della riflessione filosofica sia quello di avere presa sulla realtà, di impegnarsi a comprenderla, di prospettare i cambiamenti delle situazioni che invece di favorire la crescita umana producono umiliazione, violenza e inumanità. La filosofia è esercizio di comprensione e trasformazione, professo quella che Michel Foucault ha definito “ontologia del presente”.

Cosa significa l’atto del resistere, del non capitolare, sia parimenti nell’assoluta solitudine, prima ancora che il discorso divenga collettivo?

Oggi resistere è un atto necessario. Il momento che stiamo vivendo è tragico, la percezione della vulnerabilità e della fragilità dell’esistere è condivisa, ma non per questo meno drammatica. La pandemia mostra a tutti e a tutte che siamo interconnessi e interdipendenti. Ecco perché è difficile immaginare la resistenza come un atto esclusivamente individuale, anche se Weil ne difende tale valenza eroica, Arendt diceva che la disobbedienza civile è un atto individuale che ha valore collettivo, e questa è l’idea di resistenza che oggi occorre. Vale a dire, anche quando la percezione è quella di un agire individuale, il potere lo si contrasta soltanto con atti sociali, con alleanze tra persone diverse, con accordi plurali che si armonizzano per favorire il cambiamento. Il gesto forte della singola individualità deve accompagnarsi a movimenti di gruppi e collettività che perseguono l’obiettivo di un bene comune, di un miglioramento che riguardi la vita di tutti e tutte.

Francesca R. Recchia Luciani è docente di Filosofie contemporanee e saperi di genere presso l’Università di Bari Aldo Moro. Ha scritto saggi e monografie su Max Weber, Ludwig Wittgenstein, Peter Winch, Hannah Arendt, Primo Levi, Günther Anders, Simone Weil e il manuale (curato con A. Masi) su Saperi di genere. Dalla rivoluzione femminista all’emergere di nuove soggettività (2017). Dirige la collana della casa editrice il melangolo Xenos. Filosofia, fenomenologia e storia dell’alterità e co-dirige «Post-Filosofie. Rivista di pratiche filosofiche e di scienze umane». Responsabile della Linea d’azione sulle questioni di genere di UniBA, è coordinatrice del Centro Interdipartimentale di Studi sulle Culture di Genere CISCuG-UniBA e dirige il Festival delle Donne e dei Saperi di Genere, ambito di ricerca, approfondimento e disseminazione dei temi legati alle soggettività femminili e alle trasformazioni delle identità sessuali e di genere, giunto, con cadenza annuale, alla IX edizione (2020). Dopo aver curato la raccolta di saggi di Jean-Luc Nancy intitolata Del sesso (2016), ha di recente co-tradotto, introdotto e curato l’ultimo libro del filosofo strasburghese pubblicato in italiano Sessistenza (2019), oltre a saggi e interventi sulla violenza di genere. Coordina lo Short Master dell’Università di Bari su Teoria e didattica dei diritti delle differenze la cui III ed. si è svolta nell’A.A. 2018-19. Altro suo ambito prevalente di ricerca da vari anni è l’ermeneutica della Shoah che coltiva sia organizzando ogni anno il Corso di Storia e Didattica della Shoah presso l’Università di Bari, giunto già alla VIII edizione, sia attraverso varie pubblicazioni: ha tradotto e curato il libro di Joža Karas, La musica a Terezín 1941-1945 (2011); nel 2007 ha curato, con F. Fistetti, il volume collettaneo H. Arendt. Filosofia e totalitarismo; nel 2013, con L. Patruno, la raccolta di saggi Opporsi al negazionismo. Un dibattito necessario tra filosofi, giuristi e storici; nel 2014 e in nuova edizione nel 2015 ha pubblicato La Shoah spiegata ai ragazzi; nel 2016 ha curato con C. Vercelli il volume collettaneo Pop Shoah. Immaginari del genocidio ebraico. La sua ultima pubblicazione è Il racconto della Shoah per il XXI secolo. Testi, testimonianze, film, Progedit, 2020.

Arte terapia dell’anima. Guarisci te stesso

Sembra che l’Italia abbia assunto modi e maniere di un irresponsabile anfitrione di numerosi obbrobri offerti come artistici ed urbanistici, abdicando al suo ruolo di Maestra del bello e dimenticando di perseguire il principio dell’Alto. Può indicarci qualche esempio di abiezione?
Qualche esempio sarebbe errato darlo, perché si rischierebbe di non citarne alcuni che appartengono ad un contesto che io chiamo DISAMBIENTALE. Sarebbe allora meglio ragionare su come ogni opera, chiamata d’arte, si integri con ciò che già c’è. Non è questa una legge universale, credo che per gli architetti del Rinascimento ridisegnare l’impianto medioevale di intere città (fra cui Firenze e Roma) non fu opera semplice. Rinnovare affonda nel principio di modernità, ma se per alcuni momenti della storia possiamo affermare sia stata corretta la Damnatio Memoriae per altri credo gli innovatori e nuovi talenti dovrebbero fare attenzione a ciò che già c’è. Il Novecento ci ha catapultato in faraonici trionfi dell’arte contemporanea, soprattutto quella del secondo Novecento. Le avanguardie, e tutta l’arte concettuale, oggi ha un valore di nicchia, poco perseguibile dalla critica comune, ma molto “inseguibile” da quel mercato a cui non interessa il bello in quanto concetto di una società pensante i valori, quanto una forte provocazione e denuncia a ciò che l’uomo non è stato in grado di mantenere. Tutte le forme del secondo novecento son servite più al commercio che ai musei, e sempre più servono a determinare quei nomi che nelle aste determinano il borsino dell’arte. Non li chiamerei obbrobi, certo è che le generazioni a venire dovranno essere capaci di dargli la corretta interpretazione, raggiungendo anche per loro un valore simbolico capace di fornire un senso all’esistenza, che non sia quello economico. Il Maestro del “bello, come dice lei, non è solo nel nostro più profondo Umanesimo. Si manifesta in diversi momenti della storia dell’arte (pensiamo a Caravaggio, ma anche a Modigliani, A Piero della Francesca, come a Mondrian) e tute le volte che questo accade è perché l’artista ha saputo interpretare con lo strumento a lui donato un messaggio che non ha tempo…ecco il valore del bello, l’assenza di spazio e di tempo!

Con un andamento dicotomico generalmente si contrappone Eterno e Contemporaneo: ravvede possibilità di sincretismo?
Si perché, come ho detto sopra, il valore dell’uomo è assoluto. Un sincretismo evidente è, per esempio, l’opera pittorica del medioevo con la contemporaneità di Picasso. Esiste sincretismo laddove c’è osservazione del talento nel passato. Se osservo e colgo ciò che è stato fatto, ciò che è stato già comunicato, ciò che il genio ha saputo determinare, ecco che non posso che innovare quel linguaggio con strumenti nuovi, con visioni nuove, suggerendo che il valore costante nell’arte è la sopravvivenza del bello, del valore. Pochi giorni fa sono stato a visitare a Padova Giotto, ma soprattutto le sale del museo degli Eremitani. Non avevo mai notato quante Sacre Famiglie ci fossero all’interno, quante Madonne con il Bambino. Non si può che determinare che il valore del bello affonda in una ricerca costante di ciò che è la purezza, il valore estremo della sensualità, di un gesto profondo come è quello dell’allattamento di un bambino. Ecco che eterno e contemporaneo diventano idealmente due linee parallele che sovrapponendosi l’una all’altra determinano la continuità.

Lei assume che ciascuno di noi, di fronte ad un’opera pittorica, può accogliere indicazioni e suggestioni capaci di condurla in sé. Ebbene, come si può leggere “maieuticamente” un’opera d’arte?
Già nella parola maieutica esiste il canale di comunicazione diretto al sé. Cerco di spiegarmi. Generare consapevolezza equivale a condurre dentro il proprio io dei messaggi che “agganciano” le nostre reti neuronali preposte all’emozione. Ciò che siamo è il frutto di una somma di esperienze, che abbiamo tracciato grazie al complesso mondo emozionale. Io credo che ogni artista, tutti, che abbiano celebrato il loro mondo interiore attraverso la raffigurazione, abbiano portato anche quelle informazioni profonde ed esistenziali. Cosa fa un astante nel momento in cui incontra quel messaggio? Se è propenso a portarlo nel suo sé lo aggancia. A volte accade che ci commoviamo per una poesia o anche un’immagine, siamo più calamitati da una tipologia di figure piuttosto che da altre. Facciamo scelte, decidiamo cosa mirare, anche quando entriamo in una sala e guardandoci attorno pensiamo che ciò che ci circonda non ci appartenga. Rimango sempre basito a fronte delle orde di persone a fronte della Gioconda. Oggi permettono di fare dei selfie. Oggi, per molti, riconoscersi in quell’immagine diventa un momento di alta complicità, sebbene le stesse non si rendano conto che attorno a quell’immagine sotto vetro ci sono capolavori straordinari (menomale, mi dico sempre, non soffrono di invidie o gelosie). L’opera d’arte, che non è il manufatto artistico, può essere letta solo maieuticamente, ma per far ciò è importante staccarsi dalla conoscenza empirica fornita da guide umane automatizzate o da audio guide su cui selezioniamo dei numeri. Staccarsi da questo modello di attenzione per entrare in un modello più sottile di contemplazione. Guardo, fisso, rilevo, mi stupisco, rimango ancora un po’, scruto, esploro e indago finché ad un tratto sento che quel lavoro di osservazione è arrivato. Allora si generano delle domande. A quelle domande, con le corrette risposte, io posso consegnare il principio di guarigione.

Da Giotto a Michelangelo, da Durer a Canova: dieci dieci opere per RI-educarsi al sentire. Qual è stato il criterio di selezione adottato?
Come dice lei ho selezionato, ma sarebbe interessante in un secondo volume entrare più nel complesso mondo dell’arte contemporanea, soprattutto quella del secondo Novecento. La mia selezione è stata compiuta su quelle opere che per me hanno determinato quel principio di guarigione. Giorgione, Tiziano, Lotto, Michelangelo, sono stati negli anni dei miei studi universitari e post universitari, condottieri di una mia guarigione interiore. Sono stati delle medicine, soprattutto in funzione di una personalità fragile che si è ristrutturata grazie ai loro principi di comunicazione, che ho fatto miei, e che ho poi riportato nel mondo scolastico nel quale mi sono affermato. Ricordo che è stato cn questi principi legati al bello che ho potuto affrontare diversi momenti di alcuni miei studenti caduti neo baratro dei disturbi alimentari. Non so se sono stato chiaro. La forza di quelle opere ha generato un cambiamento perché nel loro sé, questi studenti, hanno iniziato a chiedersi.

Lei usa il termine “terapia”. Dinanzi ad un’opera d’arte l’osservatore da chi o cosa dovrebbe iniziare a guarire?
Nella risposta sopra ho indicato una mia personale esperienza, da insegnate a studente. Se penso ad un osservatore “normale” messo davanti ad una qualsiasi opera che determini quel passaggio straordinario di comunicazione di un principio o di un valore, ecco che quello che son certo accada è che chi osserva subisce un cambiamento. IL cambiamento è interiore, non fosse altro che uscendo quell’osservatore diventa il narratore di ciò che ha sentito. Non c’è viaggio meraviglioso che non si realizzi nel racconto. Se si racconta il viaggio prende senso, al contrario rimane esperienza personale. Ecco che l’osservazione di un’opera che ci ha colpito determina quel viaggio, una scoperta continua, un passaggio anche nelle semplici espressioni dei personaggi che possono diventare fonte di informazione e ispirazione di cambiamento. I bambini fanno tanta meno fatica a fare questo. Il loro grado di osservazione abbatte ogni possibile diga andando anche oltre la percezione dell’artista. Guarire significa riagganciare quella parte infante (non vorrei rubare la parola fanciullino al sommo Poeta), eppure qualcosa di quella teoria la si può ritrovare anche in questo libro in cui si dichiara espressamente che nessuno è escluso da questa possibilità di dialogo Omeopatico. Nessuno, proprio perché il linguaggio contemplato dall’artista è universale. Chiaro l’opera non potrà guarire da espresse malattie del corpo, anche se, credo, e non sono certamente un medico, la guarigione più profonda possa avvenire nell’anima, in quella coscienza che sta proprio nel sentire e nella rieducazione a quel bello sul quale le nuove generazioni dovranno puntare.

Marcello Riccioni nasce come storico e critico d’arte, organizzatore di mostre ed eventi. Dal 1999 insegna arte e pubblica saggi d’arte e studi dedicati alla scuola. Allievo del Dott. Daniele Novara, da lui apprende e sviluppa il processo “maieutico” nella lettura di un’opera d’arte.

Impius Aeneas

“Impius” ad Enea: è un errore di battitura? Perché adotta l’aggettivo antonimo dell’epiteto virgiliano?

Il titolo della mia ricerca è un po’ ad effetto: mira ad informare il lettore che, accanto al ritratto letterario del “pius” Aeneas ce n’è un altro, ampiamente testimoniato, che ce lo descrive in maniera opposta. Questo, beninteso, non significa affatto che gli autori che ce ne parlano credano davvero ad un Enea empio: vuol dire solo che ne erano informati. E’ la strada che prima di me hanno già seguito gran parte degli autori citati, e in particolare Omero, Virgilio, Dante. Sul piano letterario io sono con loro.

Livio, Orazio, Seneca, Tertulliano, Servio, Virgilio stesso; così come Dionigi d’Alicarnasso e Dione di Prusa narrano di un Enea traditore. Si tratta di fonti affatto secondarie doviziosamente presenti in un’appendice di testi originali in greco, in latino, in lingua d’oil ed in italiano arcaico. Perché nel tempo si è affermata la versione meno dissacrante del mito?

Virgilio e, sulle sue orme, Dante preferiscono non rinfocolare i contrasti con i sostenitori della tesi che Enea abbia effettivamente tradito. In età cesariana ed augustea gli avversari politici della gens Iulia sostennero energicamente la tesi che, come Cesare e Ottaviano, il loro mitico progenitore era un traditore; quando la repubblica fu definitivamente soppiantata dall’impero, la polemica naturalmente si sgonfiò.

Le terzine della Divina Commedia ricordano un Enea che con San Paolo è precursore ed esempio di Dante nel sovrumano impegno del viaggio oltremondano. La responsabilità diffamatoria è scaricata integralmente su Antenore, da cui desume il nome uno dei luoghi più truci dell’Inferno. Per quale motivo Dante finge di essere all’oscuro del coinvolgimento di Enea?

La sua domanda contiene già in nuce la risposta: Dante, come già Virgilio, e per quel che deduciamo Omero e il ciclo, è convinto della assoluta pietas dell’eroe. Ma non vuole attirare l’attenzione dei lettori sull’argomento, quindi quando incontra effettivamente Enea nel Limbo non gli rivolge nemmeno la parola, così come non parla affatto di Antenore quando cita l’Antenora. Lo fanno tanti dei commentatori contemporanei, rimproverando al poeta il suo silenzio sulla vicenda del tradimento: loro conoscevano bene, come Dante!, la versione di Ditti e Darete, Benoit de Sainte Maure, Guido delle Colonne e molti altri che fa di Enea e Antenore due complici.

Orazio nel “Carmen saeculare” narra di Enea sopravvissuto al suo popolo “senza inganno”. L’argomento “tradimento” non è sollevato per veto augusteo o per timore ossequiente ispirato da Virgilio?

A sollevare il dubbio sono appunto i sostenitori del tradimento di Enea, e Orazio replica loro che l’eroe “sine fraude”ha lasciato Troia per venire a fondare Roma: prova questa che le polemiche degli anticesariani e antiaugustei contro la gens Iulia erano ancora vivaci.

Se Enea non è un “insignem pietate virum”, mosso dalla “pietas”, qual è la sua “lezione” per l’uomo contemporaneo?

Sono poco proclive a pensare che da personaggi mitici e letterari ci si debba attendere “lezioni”, almeno quando l’autore non lo dica esplicitamente. Omero, Virgilio, Dante ci parlano positivamente di Enea, e mi sembra prudente essere della loro opinione. Ciò non toglie che le persone di cultura e soprattutto i docenti debbano sapere della doppia tradizione letteraria sul personaggio. Ma anche su Napoleone e Garibaldi, che sono personaggi storici, si dice tutto e il contrario di tutto. Per me Enea è diventato più affascinante dopo la mia ricerca, e il merito è di Virgilio e di Dante.

Francesco Chiappinelli scrive di sè
Sono nato a Bovino, uno dei borghi più belli d’Italia, nel 1947. La mia famiglia era numerosa: otto maschi e una sorella! I nostri genitori ci hanno trasmesso l’amore per lo studio e una moralità aliena da formalismi e moralismi. Mi sono laureato in Lettere classiche nel 1969 e ho insegnato prima Italiano e Latino nei Licei Scientifici, poi per 25 anni Latino e Greco nei Licei Classici, prevalentemente al Vico di Napoli. Ho molti amici tra i miei ex alunni. Sono felicemente sposato, padre, e nonno di Mattia, che ha quattro anni.

PS. Le mie ricerche non si sono limitate all’IMPIUS AENEAS. Questi testi alternativi all’epica omerico-virgiliana mi hanno portato a pubblicare L’ALTRA ILIADE, L’ALTRA ODISSEA con la quale ho conseguito il secondo posto per giornalismo e critica al Mario Soldati 2012, e DANTE E L’ ALTRA ILIADE nel 2018.

CONTRO LO STATO. ARTICOLI (1935-36)

Socialismo liberale socialismo libertario: tolleranza e di rispetto reciproco o posizioni antagoniste?

Eliminerei tolleranza (un termine che sa di rassegnazione, che è un pessimo sentimento per chi si propone di far crescere lo spirito critico di ciascuno) e metterei in successione “rispetto” ed “antagonismo”. L’interpretazione del binomio “Socialismo liberale” è ancora oggi un dilemma che appassiona gli studiosi della materia. Benedetto Croce, pregiudizialmente banale per prevenzione, lo definì un “ircocervo”, sentenziando l’impossibilità di una convivenza tra le due definizioni; in realtà se diamo a “Socialismo” il carattere di “sostantivo” e a “liberale” il carattere di “aggettivo” (per questo maiuscole e minuscole non sono utilizzate a caso), il matrimonio tra i due lemmi non è per niente ossimorico. “Il socialismo come fine, il liberalismo come metodo”, l’idea che Rosselli lanciò agli inizi degli anni Trenta del secolo scorso, resta ancora oggi attualissima e si pone come antagonista d’eccellenza a quei miseri ed impalpabili rimasugli ideali delle forze politiche attualmente sulla scena italiana ed europea. Un socialismo umanista che pone al centro l’individuo (“l’uomo è il fine. Non lo Stato” scrive Rosselli nell’articolo che dà l’incipit al volume da me curato) e che sia garante delle libertà collettive delle comunità nelle quali egli è inserito è senz’altro antagonista al “socialismo di Stato” che le contrae palesemente ed è antagonista di quel “liberalismo” surrettizio tipico italiano che nulla ha ereditato dalle correnti europee facenti capo a Stuart Mill, Godwin, Russell ecc. Il liberalismo italiano in particolare, da sempre, ha predicato “licenza” per pochi e briciole d’avanzo per tanti.

In tale contesto va inserito il “rispetto” inteso come sforzo pedagogico per educare le “masse” in modo da trasformarle in “popolo”. Finché si hanno “masse” il pensiero unico ha gioco facile; quando si ha “popolo” il fiorire di opinioni rappresenterà la vera crescita umana dell’uomo. Questa crescita implementa di conseguenza la libertà, trasformando ciascuno in potenziali libertari.

Nell’imminenza dello scoppio della Guerra civile spagnola quali furono i rapporti tra giellisti e anarchici italiani e spagnoli?

Nell’introduzione del volume mi sono brevemente intrattenuto sul rapporto tra Rosselli e Berneri. Esso ha un comun denominatore nella figura di Gaetano Salvemini, maestro per entrambi. Camillo Berneri si laureerà con Salvemini (come Nello Rosselli, fratello di Carlo), agli insegnamenti dello storico pugliese deve molto anche Carlo Rosselli che si servirà di molti dei consigli di Salvemini per la sua tesi di laurea. Nei primi mesi del fascismo Rosselli e Berneri frequentarono il “Circolo di Coltura” che a Firenze dibatteva su questioni di politica e filosofia e, ancora insieme, diedero un contributo non indifferente al foglio clandestino Non mollare!. Giocoforza non casualmente si ritrovarono fianco a fianco in Spagna, quando insieme a molti miliziani italiani, provenienti questi ultimi da Giustizia e Libertà e dal Comitato Anarchico Italiano Pro Spagna, entrarono nella Columna Ascaso.

Berneri fu assassinato il 5 maggio 1937 a Barcellona dagli agenti di Stalin; Rosselli fu trucidato il 9 del mese successivo in terra di Francia dai sicari di Mussolini.

Cos’ha interrotto la barbarie totalitaria?

Non sono così convinto che ci troviamo di fronte ad un’interruzione della barbarie totalitaria… Se è vero, come è vero, che il comunismo come “dittatura del proletariato” (se il proletariato abbia mai avuto vera voce in capitolo…) ha esaurito ogni capacità di fascino sull’uomo è anche vero che le destre a impostazione totalitaria si sono “rifatte il trucco” ma non hanno smesso di far paura. Sono molti i Paesi – anche in Europa – dove con l’alibi della maggior sicurezza collettiva, l’esigibilità della pena, la necessità della gerarchia, ci si sta avviando verso un percorso che condurrà inevitabilmente a forme malaugurate di “Stato etico”. Per circoscrivere il fenomeno all’Italia, pensiamo, ad esempio, alle vessazioni di genere ancora fortemente presenti nella nostra quotidianità come i femminicidi; pensiamo alle vessazioni contro il gender, quella dubbia morale per la quale l’orientamento sessuale è una colpa e non una naturale predisposizione dell’individuo… Insomma, senza voler far torto ad Hannah Arendt che del totalitarismo ha dato una definizione scientifica difficilmente confutabile, segnali di repressione ideologica sono ben evidenti nella nostra comunità.

Lei ha asserito: ”Da anni appare sopita l’idea del superamento dello Stato, soprattutto a seguito del ruolo sempre più invasivo del sovra-Stato europeo”.

Il socialismo libertario quale auspicabile opzione?

Quando Berneri e Rosselli diedero vita a questo eccezionale dibattito (eravamo a metà degli anni Trenta del secolo scorso) dobbiamo tener conto che i due libertari si trovavano di fronte, come casi di riferimento, un’Italia sotto la scure del fascismo, una Russia che anche soprattutto a Stalin (ma non solo) mostrava il volto feroce della repressione di ogni dissidio e di Hitler che si avviava a minacciare i confini dei paesi circostanti la Germania. Tutto questo avveniva se non con la compiacenza, almeno con la tolleranza degli altri Stati borghesi europei. Cosa propongono Berneri e Rosselli? Una virata secca verso l’elevazione dell’uomo e delle comunità ad un’autodeterminazione non contrattata con il grande capitale. Un federalismo che, ispirato alle teorie di Cattaneo, potesse rimettere al centro delle decisioni gli uomini e le comunità di riferimento. Una rivoluzione concettuale che era ed è praticabile purché sostentata da una rigida pedagogia civile che rimetta al centro i grandi temi delle libertà individuali che stiamo svendendo nel nome di un neoliberismo che, come gli squali dell’oceano, fagocita ogni cosa che si muove.

L’idea federalista di Cattaneo era già stata, malauguratamente per noi, sconfitta all’indomani dell’Unità d’Italia, quando il percorso di formazione della nazione avrebbe potuto solo che beneficiare dal riconoscimento delle peculiarità di tutti gli Stati attori. Quell’idea, rimodulata su quei tempi agitati dei totalitarismi, poteva essere un buon viatico anche all’indomani della seconda guerra mondiale: anche allora si preferì un percorso di consolidamento dell’accentramento in ossequio ai nuovi padroni del mondo di ritorno da Yalta.

Al di là dei pregiudizi statali e nazionali, così come degli interessi di classe e di parte, quali reputa siano oggi gli interessi da tutelare della società umana nel suo insieme?

Come ho già detto, il tema delle libertà individuali è tra i punti essenziali all’ordine del giorno. Una libertà che transiti da individuo ad individuo, una libertà che si estenda senza limiti moralistici e che renda tutti uguali alla nascita è la conditio sine qua non per costruire una società di liberi e uguali proiettata al futuro e in grado di individuare gli obiettivi comuni sui quali costruire le proprie lotte. Oggi, per esempio non è più differibile la questione ambientale. In questi ultimi anni mi sto appassionando moltissimo alle teorie di Murray Bookchin che hanno fatto breccia tra i curdi e si stanno mettendo in pratica nel Rojava. Non è peregrino affermare che in esse trovo molte confluenze con le tesi di Berneri e Rosselli in materia di federalismo, di autodeterminazione e di uguaglianza; le tesi di Bookchin aggiungono un elemento nuovo non ipotizzabile nel periodo in cui scrivevano i Nostri: l’ecologia sociale.

Il Rojava curdo-siriano sta consapevolmente sperimentando forme di democrazia diretta proponendo (nel quasi totale silenzio dei media mainstream) un modello di società antagonista sia ai regimi dittatoriali (la Siria di Assad) sia ai regimi teocratici (ISIS). La popolazione del Rojava ha iniziato ad autogovernarsi attraverso una rete di assemblee e consigli in cui vengono decisi aspetti cruciali della vita sociale come l’autodifesa militare e l’amministrazione della giustizia. Questa visione non-statale dell’organizzazione sociale, fortemente influenzata dal municipalismo libertario di Murray Bookchin, è, a mio parere, la rivoluzione necessaria soprattutto per il contributo fondamentale delle donne, tenute ai margini per secoli ed ora in grado di esprimere un’autorità di pensiero ed azione fresca, non inquinabile: sono loro, in prima battuta, ad aver individuato nello Stato borghese il principio organizzatore da abbattere. È questo l’esempio da tenere in considerazione per la costruzione di un progetto politico più giusto e più consono alle donne ed agli uomini del secolo corrente, un modello sociale da esportare anche in Occidente per sconfiggere quell’insulsa supponenza che ci fa ritenere superiori al resto del mondo.

Contro lo Stato. Articoli (1935-36)

Enzo Di Brango

Scrittore, collabora con l’edizione italiana di Le Monde diplomatique. È autore di saggi e romanzi a carattere storico. Nel 2015 è stato finalista al “Premio Mario Luzi” con il romanzo L’arca della Salvezza (Albatros, 2015), un affresco del periodo a cavallo del crollo del Regno delle due Sicilie; nel 2019 è stato insignito del “Premio Vallecorsa –Memorie del territorio” da parte dell’Amministrazione provinciale di Frosinone. Il saggio da lui curato “Camillo Berneri, Carlo Rosselli, Contro lo Stato. Articoli 1935-1936” (Nova Delphi, 2021) si è aggiudicato nel 2022 il “Premio Guido Picelli per la ricerca storica” istituito dalla Fondazione Archivio Bocchi di Parma. Per Nova Delphi libri ha pubblicato: Brigantaggio e rivolta di classe. Le radici sociali di una guerra contadina (2017), un’interpretazione in chiave sociale della rivolta brigantesca post-unitaria (scritto con Valentino Romano) e Con le migliori intenzioni. Una bomba a San Pietro (2019), la storia romanzata di un attentato dinamitardo avvenuto nel 1933 alla nota basilica vaticana. È in uscita, sempre per i tipi Nova Delphi: Un’insolente eresia. Salvemini e gli anarchici: le convergenze della diversità, in concomitanza con il 150° della nascita dello storico e antifascista pugliese.

È vice presidente del Circolo Giustizia e Libertà di Roma.

Uno zaino già pronto per il viaggio. Scritti su Etty Hillesum

Esther Etty Hillesum: “È un periodo troppo duro per persone fragili come me. So che seguirà un periodo di umanesimo.”
Qual è il lascito di questa giovane donna che redige undici quaderni fitti fitti durante una pagina nerissima per la storia umana?

La sua scrittura è di una disarmante onestà. Gli orrori della Shoah, che pure la travolgono, sembrano quasi fare da sfondo di fronte al suo coinvolgente percorso di ricerca interiore, registrato nei diari e nelle lettere. Etty desidera un modo nuovo e liberante di vivere le sue relazioni, ma soprattutto di conoscere se stessa. Etty testimonia quanto ognuno di noi sia un grumo di contraddizioni e che solo l’essere presenti a se stessi può mettere al riparo da un giudizio che esclude l’altro e che semina odio.
Rilke, Tommaso da Kempis, Sant’Agostino, il Corano, il Talmud, il Tao The Ching costituiscono le letture di Etty.
In quali termini si può descrivere il suo rapporto con Dio?

In primo luogo, quello di Etty con Dio è un rapporto personale e, a mio modo di vedere, aconfessionale. È un’ebrea di nascita che scopre la Bibbia attraverso la lettura cui l’avvia il suo amico, amante, guida Julius Spier. Legge con emozione le lettere di Paolo e vi trova parole che le aprono strade inaspettate nella sua ricerca di senso all’amore, all’amicizia, all’altro da sé. Dio le appare come «la parte migliore» di ogni essere umano, come un pozzo da dissotterrare e a cui attingere senza fine, per citare alcune delle immagini più note dei suoi scritti.
Poeti, pensatori, figure di straordinaria statura campeggiano nelle fitte pagine dei diari di Etty Hillesum, come compagni di viaggio a cui ella riconosce, con gratitudine profonda, intuizioni sul mistero della vita e dell’essere umano. Non sono solo letture, ma interlocutori straordinari, che le parlano in ogni momento, la accompagnano fino alla fine, sostenendola mentalmente e spiritualmente. Resta Dio, anche nel campo di smistamento di Westerbork, come un compagno di viaggio insostituibile, a braccetto col quale procedere nella “passeggiata” della vita, fino alla fine.
Etty nel tempo della persecuzione incita sé e gli altri ad essere “una generazione vitale”. vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro.”
Chi è il nemico da sconfiggere per “vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro.” ?
Sicuramente l’odio. Questa emozione, che è pure tanto prevedibile di fronte all’orrore della persecuzione nazista è considerata un’arma letale quanto il peggiore ordigno bellico. Odiare travolge chi è odiato, ma distrugge anche chi prova questa terribile passione. Etty lo sperimenta, fin da quando lavora al Consiglio Ebraico. Vivere nel modo migliore possibile significa per lei non aggiungere un solo “atomo di odio” a quello che già la stritola giorno per giorno. Rispondere al male col male significa smettere di vivere. Ed Etty vuole arrivare viva fino alla fine, a quella fine che non conosce fino in fondo.
Etty non è una martire, ma una innamorata della vita, che vorrebbe salvarsi insieme alla sua famiglia e che si trova a vivere un dramma, di cui spesso le sfuggono i contorni reali.
I suoi accurati studi hanno, evidentemente, richiesto ricerche meticolose. Vivere con consapevolezza storica può costituire la garanzia di un futuro per l’Europa al riparo dai totalitarismi?
Sì, Etty insegna molto in tal senso. Non sapeva che cosa accadesse in Polonia, verso cui era cosciente che prima o poi sarebbe partita. Lo zaino già pronto per il viaggio era per quell’ignota terra, per campi di lavoro che si credevano insopportabili, dentro il quale prova a mettere l’essenziale, il necessario. Etty non aveva contezza dei campi di concentramento, dei forni crematoi di Auschwitz. Non era al corrente di quello che l’aspettava. La sua consapevolezza straordinaria sta nella coscienza del suo tempo, maturata con grande coraggio e resistenza. Un giorno, con la lucidità di chi osserva “dai merli della storia”, si sarebbe dovuto parlare di quel male orribile e insensato, a cui Etty vuole assolutamente sopravvivere per essere una cronista del suo tempo, a servizio delle nuove generazioni; vuole imbracciare la penna come un martello, che scolpisca nelle coscienze il lascito di un’epoca buia e insensata, che pure tanto ha rivelato del mistero che è l’essere umano, nel bene e nel male. La non violenza è l’unica scelta possibile a garanzia di un futuro di convivenza responsabile e pacifica.
Professoressa Rotondo, qual è la sua raccomandazione prima di accostarsi alle opere di Etty Hillesum?
Non cedere alla tentazione di incasellarla, attribuendole idee, adesioni, posizioni che non aveva. Etty Hillesum è una giovane donna irrequieta che ha lottato per liberare se stessa dalla morsa delle aspettative, dalla “voracità” affettiva, dalla prepotenza narcisista. Etty ha cercato se stessa con coraggio, smascherando le sue ipocrisie: per questo va ‘ascoltata’ con la sua scrittura sincera e potente, non va santificata. Dio, un Dio di tutti e per tutti, è forse la conquista più grande e radicale di questo suo percorso faticoso al fondo di sè, senza compromessi, in un tempo sempre più ridotto e per questo vissuto intensamente, con una partecipazione totale.

ARIANNA ROTONDO ha conseguito il dottorato in Storia del Cristianesimo e delle Chiese (età antica, medievale e moderna) presso l’Università di Padova. Attualmente è professoressa associata di Storia del cristianesimo presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania. È docente invitato presso lo Studio Teologico San Paolo di Catania. Le sue ricerche riguardano i modelli di genere e le relazioni sociali nei gruppi cristiani antichi e tardoantichi, la poesia greca biblica (Parafrasi del vangelo di S. Giovanni di Nonno di Panopoli) di V sec. d.C. e la predicazione cristiana come dispositivo di costruzione identitaria nella tarda antichità. Collabora al progetto internazionale in quattro lingue, La Bibbia e le donne, per il quale di recente ha curato il volume Scritti apocrifi e scritti di donne tra primo cristianesimo e tarda antichità (Il pozzo di Giacobbe 2022). Si è occupata degli scritti di Etty Hillesum a partire dal 2011, indagandone diversi aspetti e contribuendo a diffonderne i contenuti anche in ambito accademico. Ha scritto anche della poesia religiosa di Alda Merini.

Ladri di antichità

Archeologi, studiosi, giornalisti e rappresentanti delle Istituzioni offrono la loro testimonianza rispetto al traffico clandestino di testimonianze culturali, rubate o scavate illecitamente.
Quali sono gli interessi dei “tombaroli”, spesso dipinti come ferventi appassionati d’arte?

I “tombaroli” non si possono assolutamente definire come ferventi appassionati d’arte perché sono coloro che saccheggiano i siti strappando dalle viscere della terra ceramica, sculture, monete e quant’altro capiti loro tra le mani, incuranti del danno che arrecano ai territori depredati. Ma essi sono soltanto il primo anello della catena di quelle che, con un termine coniato ad hoc, sono definite, a buon diritto, “archeomafie”. Poi ci sono i ricettatori, che si occupano di piazzare i reperti scavati abusivamente sul mercato clandestino; a questi si rivolgono i compratori, antiquari o case d’asta che, dopo l’acquisto, provvedono immediatamente a dotare le antichità rubate di documenti di identità fasulli che ne attestino la legittima provenienza al fine di poterle immettere – ripulite – nel mercato nero dell’arte. La filiera si conclude per lo più nelle teche di importanti musei internazionali che, orgogliosi, ostentano il bottino: a quel punto, però, si tratta di oggetti che, per quanto straordinari, sono muti, incapaci di raccontare la storia del contesto culturale e storico che li ha generati. Lo stesso percorso può immaginarsi per migliaia di opere d’arte trafugate in ville storiche o nelle chiese, sempre più frequentemente bersaglio di saccheggi e distruzioni. Ma sono i reperti archeologici a rappresentare il business più florido perché, essendo beni sconosciuti fino al loro ritrovamento e pertanto mai catalogati né inventariati prima della scoperta, sfuggono facilmente alle ricerche degli investigatori

Il tema della tutela dei beni culturali è assai spinoso.
Occorre puntare su prevenzione, repressione, promulgazioni di Leggi, stipulazione di Convenzioni o sulla “diplomazia culturale” per modificare sensibilità e standard etici?

Rispetto alle dimensioni del saccheggio perpetrato quotidianamente ai danni del nostro patrimonio culturale, le azioni di tutela, prevenzione e repressione sono spesso tardive e inadeguate, a cominciare dalla cronica insufficienza delle risorse umane ed economiche impiegate. Divieti, vincoli, azioni repressive e diplomatiche hanno avuto sinora, in Sicilia come nel resto d’Italia, un effetto molto limitato, riuscendo solo ad attenuare il saccheggio, non certo a fermarlo. Scavi clandestini, furti e traffici illeciti continuano infatti ad essere alimentati dalla spasmodica richiesta di beni culturali da parte di un mercato internazionale la cui ultima destinazione sono non solo i collezionisti privati e i grandi musei che, al di là delle dichiarazioni deontologiche di facciata, spesso in realtà restano consapevolmente e colpevolmente “disattenti” riguardo alla reale provenienza dei reperti acquistati, ma anche, purtroppo, ed è questo forse il problema che emerge con maggiore gravità, gruppi criminali e terroristici che li utilizzano come fonte di finanziamento. Per arginare questo dramma globale una, se non l’unica, strada perseguibile è sicuramente l’acquisizione, da parte della comunità locale, di un senso di appartenenza e di riappropriazione del patrimonio archeologico, partendo dalla considerazione che si protegge solo ciò che si ama e si ama solo ciò che si conosce. Ne consegue che la diffusione della conoscenza del patrimonio culturale, soprattutto da parte di chi è fisicamente più vicino a esso, rappresenta la premessa ineludibile a ogni politica di conservazione: far scoprire a un popolo, a una comunità locale, le proprie radici attraverso le sue testimonianze archeologiche, artistiche, storiche e culturali, è il primo passo perché imparino a conoscerle, a rispettarle e a salvaguardarle. In questo senso diventano di fondamentale importanza le attività di educazione al patrimonio culturale rivolte agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, per dare un futuro alle testimonianze del nostro passato. L’idea di fondo che si fa strada è che diffondendo la conoscenza del patrimonio culturale, a partire proprio dal territorio in cui esso è presente, si rendono le comunità locali in grado di apprezzarlo, si suscita con esso un rapporto di affezione e un legame identitario, e di conseguenza un senso di responsabilità nel custodirlo.

La Sicilia è il fulcro territoriale del testo. I ladri di antichità sottraggono anche identità culturale e memoria ai territori?

Il fenomeno è da decenni di scottante attualità per la Sicilia, che è una delle aree più colpite al mondo dall’azione predatoria di scavatori di frodo, trafficanti e acquirenti privi di scrupolo. Si tratta di una vera e propria ondata emorragica, che ha depauperato e continua a depauperare irrimediabilmente i territori di partenza e gli stessi reperti, ormai irreparabilmente decontestualizzati, che non possono più raccontarci la loro storia, causando quindi un gravissimo danno all’identità culturale e alla memoria storica del territorio al quale sono stati illecitamente strappati.

Formazione ed informazione paiono costituire gli unici antidoti atti a contrastare l’attività dei trafficanti di antichità.
Qual è, ad oggi, l’azione messa in campo dalle Istituzioni?

Oltre alla formazione e all’informazione di cui abbiamo parlato prima, di fondamentale importanza oggi per il “lecito recupero” dei beni culturali illecitamente sottratti e immessi nel mercato clandestino, è certamente l’azione congiunta di inquirenti, soprintendenti, archeologi, storici dell’arte, forze dell’ordine e in particolare il contributo dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale, eccellenza italiana nel contrasto a questi reati.

Dottoressa Modeo, ci regala il racconto di un recupero per lei particolarmente emozionante?

Mi piace ricordare sempre un importante recupero di cui è stata protagonista l’Associazione culturale di volontariato SiciliAntica a cui sono iscritta dal lontano 2003, di cui sono stata Presidente Regionale dal 2012 al 2021 e di cui faccio ancora orgogliosamente parte nella qualità di Vicepresidente Regionale.
Il 16 giugno 2009, viaggiando online alla ricerca di Tesori centuripini “perduti”, Giuseppe Biondi, allora Presidente di SiciliAntica Centuripe, si è imbattuto in un’inserzione pubblicata dal sito di aste online http://www.ebay.com. L’inserzione era stata creata dalla galleria d’arte australiana Archeogallery, visibile in tutto il mondo, con base d’asta di $9.000.
Si trattava di un vaso centuripino con tracce di vernice bianca, rossa e blu. Sul sito, la Galleria d’arte dichiarava che nel 1982 detto vaso proveniva da asta di Ex-McKenzie Perth Australia Occidentale, in precedenza di proprietà di un collezionista privato West Australian.
Giuseppe Biondi aveva effettuato questa ricerca per implementare il suo sito internet http://www.kentoripa.altervista.org che raccoglie virtualmente molti vasi “Centuripini” sparsi per il mondo e che aveva creato per far conoscere il museo di Centuripe che, di questi vasi ne esponeva, all’epoca dei fatti, solo uno, tra l’altro molto rimaneggiato e senza tracce di colore. Su consiglio del Presidente Regionale di SiciliAntica, è stata subito inoltrata una segnalazione al comandante del Nucleo Tutela dei Carabinieri, Giuseppe Marseglia. Il comandante ha iniziato l’iter per “provare” a chiedere la restituzione dell’oggetto, restituzione poco probabile in quanto in territorio internazionale non era vigente nessuna convenzione per il rientro di oggetti archeologici. Lo stesso magistrato incaricato di intraprendere una rogatoria internazionale, diede pochissime speranze per il rientro del reperto e addirittura stimava tempi “biblici”. Una serie di circostanze favorevoli consentirono, invece, il rientro immediato della lekanis centuripina nel suolo natio, in primis l’arrivo a Enna di un giovane Sostituto Procuratore di Sortino, Francesco Augusto Rio, animato da buoni propositi e appassionato di archeologia. La circostanza che ha consentito il rientro del vaso è stata proprio una transazione di mercato: l’acquirente del vaso era un portoghese di Amadora (un territorio soggetto alla tutela dell’esportazione clandestina) che, all’arrivo dell’oggetto acquistato online, insieme al pacco, ha trovato il magistrato e i carabinieri dietro la porta del proprio negozio di arte, per cui non ha potuto esimersi dal consegnare volontariamente la lekanis centuripina appena acquistata, forse perché intimidito o preoccupato di passare guai giudiziari.
Il vaso, all’arrivo in Sicilia, è stato esposto a Palazzo D’Orleans dall’11 al 14 dicembre 2012 in occasione della riunione del Consiglio Regionale Siciliano dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti. Dopo la trafila di mostre e presentazioni istituzionali, ha preso la strada della sua amata Centuripe ed è stato esposto nel locale museo archeologico, dove si trova tutt’ora, nella vetrina dei vasi centuripini con vista Etna.

Simona Modeo (Caltanissetta 1970) è Docente di Lettere e Archeologa. Ha collaborato con le Soprintendenze per i Beni Culturali e Ambientali di Caltanissetta e Palermo. Ha partecipato a numerose campagne di scavi sia in Sicilia sia in altre regioni italiane e ha al suo attivo diverse pubblicazioni su tematiche e problematiche storico-archeologiche. Nel 2013 ha pubblicato la monografia Le iconografie femminili delle stele di Mozia per Salvatore Sciascia editore e nel 2016 ha collaborato alla redazione del volume Itinerari di pietra. Viaggio tra paesaggi e castelli al centro della Sicilia per la casa editrice Lussografica, per la quale nel 2018 ha anche pubblicato, nella collana Mesogheia – Studi di Storia e archeologia della Sicilia antica, da lei fondata nel 2017 insieme a Marina Congiu e a Calogero Miccichè, il saggio Dioniso in Sicilia. Mythos, Symposion, Hades, Theatron, Mysteria che, nel 2022, ha ricevuto il Premio Nazionale Himera. Dal 2003 al 2009 è stata Presidente della Sede nissena dell’Associazione culturale SiciliAntica e, dal 2012 al 2021, Presidente Regionale.
Attualmente ricopre la carica di Vicepresidente Regionale dell’Associazione. Dal 2004 è co-curatrice degli Atti dei Convegni annuali di Studi sulla Sicilia antica, organizzati dalla Sede nissena dell’Associazione (Itinerari e comunicazioni in Sicilia tra Tardo-antico e Medioevo, Diodoro Siculo e la Sicilia indigena, La Sicilia romana tra Repubblica e Alto Impero, con il contributo dell’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana e del Comune di Caltanissetta e, ancora, per Salvatore Sciascia Editore, Greci e Punici in Sicilia tra il V e il IV secolo a.C., ΕΙΣ ΑΚΡΑ. Insediamenti d’altura in Sicilia dalla Preistoria al III sec. a.C., La Sicilia bizantina: storia, città e territorio, Timoleonte e la Sicilia della seconda metà del IV sec. a.C., Dal mito alla storia. La Sicilia nell’Archaiologhia di Tucidide, La Sicilia del IX secolo tra Bizantini e Musulmani; Viaggio in Sicilia: racconti, segni e città ritrovate; Nelle terre dei Normanni. La Sicilia tra Ruggero I e Federico II; Le grandi battaglie della Sicilia antica; per la collana Mesogheia della casa editrice Lussografica, Eracle in Sicilia. Oltre il mito: arte, storia e archeologia, Cenabis bene. L’alimentazione nella Sicilia antica, Teatro, musica e danza nella Sicilia antica, Mare Nostrum. I Romani, il Mediterraneo e la Sicilia tra il I e il V sec. d.C., Nelle terre dei Sicani. Passato, presente e futuro dei siti archeologici della Sicilia centrale: problematiche e proposte).

Se il fascismo va di moda. L’estremismo di destra e i giovani

Si può affermare che l’estremismo di destra impregni, oggi, qualsivoglia ambito di vita e di interesse di un numero rilevante di persone, permeando moda, musica, volontariato, (anti)femminismo, sport, arte e finanche cultura.
Qual è la malìa del fascismo?

Isoppo: è innegabile che quella attuale sia una società in cui la violenza in generale sia ormai uno stile comunicativo. La televisione urlata, le immagini e le storie sempre più violente proposte senza filtro alcuno, fino ad arrivare a videogiochi violenti e assolutamente realistici. Senza entrare nel merito dei messaggi veicolati, è innegabile che lo stile comunicativo del fascismo sia uno stile violento, fatto di slogan urlati. I nostri giovani praticamente familiarizzano sin da piccoli con l’aggressività e la violenza e pertanto questa modalità di porsi non solo non risulta respingente, ma anche in qualche modo “rassicurante” perché conosciuta, anzi…riconosciuta. Credo sia questo a essere pericoloso, la non percezione della presenza del fascismo perché ci muoviamo in una società violenta che ci ha abituato a certi contenuti e a certi stili.
Ghiglione: Oltre a questo aspetto, è necessario evidenziare che i movimenti, le associazioni e i partiti di estrema destra si presentano come movimenti “antisistema” con l’intento di convogliare lo scontento e il disagio di tanti giovani che percepiscono di non avere opportunità e si sentono incompresi. Questi gruppi aggregano utilizzando linguaggi e contesti che da sempre sono attrattivi per i giovani (musica, sport, moda), ma anche attraverso la gratificazione e la valorizzazione delle loro capacità e competenze, attraverso l’assegnazione di ruoli apicali. Si tratta, infatti, di organizzazioni facilmente “scalabili” per chi milita con abnegazione e dedizione nelle tante attività messe in campo, comprese quelle che hanno un risvolto sociale (tipico esempio sono le raccolte di cibo per le famiglie italiane in difficoltà). Questo permette ai giovani militanti di sentirsi utili e gratificati.
Numeri, messaggi in codice, bandiere e loghi. Mode, riti, formazione dei “patrioti”.
Quale codice comunicativo adopera l’estrema destra?

Isoppo: qualunque codice comunicativo, nessuno escluso. Là dove prima c’era un sano senso di vergogna (parliamo pur sempre di un reato, come lo è per esempio la pedofilia), adesso si ostenta con orgoglio l’appartenenza a movimenti di estrema destra e qualunque canale è efficace e utilizzato. Nel libro abbiamo evidenziato la presenza di linee di abiti destinati ai fedeli “patrioti”, abbiamo analizzato come sempre più persone mostrano con orgoglio tatuaggi che hanno richiami al fascismo. Il saluto romano viene fatto anche davanti alle telecamere, senza alcun segno di autocensura (l’ultimo in ordine di tempo quello fatto dal fratello del presidente La Russa, per esempio).
Ghiglione: I simboli sono importanti al fine di accrescere il senso di appartenenza, siano essi riti di affiliazione, un gesto riconoscibile come il saluto “romano” o del “legionario”, un tatuaggio impresso per sempre sulla pelle che rappresenta un simbolo nazifascista. La nostra tolleranza e distrazione e la conseguente impunibilità per tutto questo fa il resto.
Nel libro si analizzano “gli ingranaggi del meccanismo, le leve psicologiche del consenso, il lievito madre della militanza”
Quanto influisce la disinformazione, l’assenza di coordinate storiche e culturali?

Isoppo: purtroppo è stata determinante. In ogni presentazione non manca mai l’occasione di sottolineare come l’assenza, in Italia, dell’equivalente processo di Norimberga abbia determinato una mancata percezione della gravità dei fatti relativi ai crimini commessi in tempo di guerra. Così come sottolineiamo ogni volta che, mentre in Germania il cognome Hitler è sparito, qui da noi ai Mussolini viene permesso di fare politica attiva perché ci sono persone che li votano condividendone le idee e, implicitamente, ammirandone il background familiare (chissà, magari anche con nostalgia).
Sono inoltre ben pochi gli studenti che, come da programma, riescono ad affrontare ampiamente e con spirito critico gli eventi di storia moderna, ovviamente in riferimento alla seconda guerra mondiale. Quella parte del programma è generalmente affrontata alla fine dell’anno scolastico, con l’estate ormai alle porte e con una notevole pressione per le ultime interrogazioni che molto toglie alla voglia di approfondire un determinato argomento.
Ghiglione: Oltre a ciò, non possiamo non tenere di conto della regressione culturale che si è determinata nel nostro Paese negli ultimi trent’anni, a causa della quale populismi e pensieri radicali hanno trovato terreno fertile. Da questo punto di vista la cartina di tornasole sono state le reazioni violente che si sono manifestate durante l’emergenza sanitaria: come è emerso dalle indagini e dal percorso giudiziario riguardante l’assalto alla sede nazionale della CGIL, lo scontento e il timore, generato dai provvedimenti governativi per arginare i contagi, è stato captato e convogliato da movimenti neofascisti per generare odio e pregiudizi, anche contro la scienza, e radicalizzare il pensiero. La disinformazione e l’assenza di coordinate culturali sono state determinanti.
Facebook ospita più di 2.700 profili di propaganda fascista, dei quali almeno 300 magnificanti Forza Nuova e Casa Pound.
Qual è il ruolo della galassia dei social media nella diffusione del pensiero fascista tra i giovani?

Isoppo: prendiamo tristemente atto che i social media non sono una nuova forma di comunicazione tra i giovani, ma sono ormai LA forma di comunicazione. Non ci si chiede più per prima cosa il numero di telefono ma il contatto Instagram. Anche molti adulti non leggono più i giornali ma si fanno un’idea dei fatti di cronaca attraverso Facebook e Twitter. Sono convinta che col tempo, là dove un tempo nascevano testate giornalistiche, oggi prenderanno sempre più campo nuovi social, nella falsa percezione di comunicare sempre più e sempre meglio. In realtà è una comunicazione talmente superficiale che diventa una “non comunicazione”, una comunicazione fast che facilita la propaganda fascista fatta generalmente di slogan a effetto ma poco articolati.
Ghiglione: Web e social media sono diventati strumenti essenziali per le organizzazioni neofasciste, per riuscire a intercettare e coinvolgere i giovani diffondendo un pensiero radicale. Per raggiungere questo scopo si diffondono appositamente fake news, discorsi d’odio e si individua un nemico contro il quale coalizzarsi. Gli effetti sono visibili nelle tante aggressioni contro chi osa manifestare la propria soggettività sia essa sessuale, di genere, di etnia.
A conclusione del saggio si legge: “Soprattutto è necessario sporcarci le mani e tornare a essere partigiani.”
Chi sono le ragazze ed i ragazzi che hanno deciso di difendere la democrazia del nostro Paese e la nostra Costituzione?

Isoppo e Ghiglione: nel libro descriviamo degli esempi specifici: Simone di Torre Maura, i ragazzi del cinema America, Cibo, lo street artist di Verona. Ma è ovvio che, per fortuna, i nuovi resistenti non siano solo loro. Sono tutti coloro che “non gli sta bene che no”, per parafrasare Simone. A iniziare dalle donne che non si rassegnano alla regressione culturale che le vorrebbe nuovamente “angeli del focolare” e che le destre hanno sempre provato a promuovere, provando a limitare la loro libertà e autodeterminazione, anche per quello che riguarda il diritto di scelta in caso di aborto. Non è sufficiente avere una Presidente del Consiglio donna per considerare superato il rischio di un rafforzamento della cultura sessista e patriarcale di destra nel nostro Paese. Come è ovvio, il cambiamento più importante avviene nella cabina elettorale ed è soprattutto lì che dovremo difendere la nostra bellissima, fragile Costituzione, ma nel frattempo ognuna e ognuno di noi deve fare la propria parte per promuovere la cultura democratica, contro ogni rigurgito fascista e nazista.

Vanessa Isoppo: psicologa-psicoterapeuta. Specializzata in Psicoterapia dell’approccio centrato sulla persona, Problemi e patologie alcol correlate, Scienze criminologico-forensi. Psicoterapeuta libero professionista, ha scritto inoltre “G. W. Vizzardelli, analisi psico-criminologica di un serial killer adolescente” per Oltre edizioni.

Lara Ghiglione: coordinatrice della Segreteria Generale e responsabile delle politiche di genere della CGIL nazionale. Specializzata in criminologia è anche autrice di un saggio sui linguaggi delle mafie “Così parlano le mafie. Viaggio nei linguaggi delle mafie di ieri e di oggi” Città del sole edizioni, e di uno sulla corruzione “Corrotti. Dentro gli affari criminali di èlite e mafie” Armando Editore.

RINASCIMENTO: la danza delle idee

L’Arte, tra Poesia e Filosofia nella Civiltà del Rinascimento Italiano

“Libro storico, didattico, didascalico, critico, enciclopedico e CreAttivo”. In qual misura ha inteso celebrare e rievocare lo spirito sperimentale e multidisciplinare del Rinascimento?

Ho cercato di seguire un approccio multidisciplinare, facendo una doverosa ricostruzione storica del Rinascimento in Pittura, scultura e architettura, seguita dall’analisi di alcune tematiche specifiche e di aspetti poco investigati dalla critica quali Le donne nel Rinascimento, o il Rinascimento minore di Longhi, per soffermarmi poi sull’analisi critica di alcune opere quali L’uomo vitruviano, La Pietà, La citta ideale, La leggenda della vera croce etc…ed infine ho avuto anche un approccio didascalico allegando un glossario dei termini rinascimentali. Il Rinascimento è stato caratterizzato dicevamo da una vera e propria Danza delle Idee, arricchita e impreziosita dalla sperimentazione e dalla multidisciplinarietà degli artisti e poeti (Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Piero della Francesca, Macchiavelli, Poliziano, Alberti, Ficino, Vasari etc…che erano poliedrici, creativi, innovatori) e uomini di cultura e dal fatto che le Accademie e nelle botteghe degli artisti si confrontavano e contaminavano idee, tecniche, filosofie, religioni. Si approfondirono in questo periodo gli studi delle altre religioni, della Filologia, dell’Astrologia, Archeologia, Matematica.

Nell’ultimo EXPO di Dubai, la riproduzione in scala tridimensionale del “David” di Michelangelo è stata tra le attrattive principali. Quali sono le ragioni sottese al comune sentire del riconoscimento del Rinascimento come culla di cultura mondiale nonchè brand di rinnovamento d’arte e civiltà?

Credo che l’unicità e grandiosità del Rinascimento, riconosciuta a livello mondiale sia dovuta essenzialmente a tre aspetti: Il primo è l’aver messo l’uomo al centro di ogni riflessione artistica, filosofica, poetica ed etica, il secondo la rinnovata attenzione alla cultura classica Greca (soprattutto in scultura e la filosofia di Platone e Aristotele), la terza la danza delle idee, idea centrale del libro, venutasi a creare dalla contaminazione interdisciplinare avviatasi nelle Accademie Medicee.
La concezione dell’uomo diventa centrale, più ottimistica e “laica”, l’uomo è sempre creatura, figlio di Dio, ma ora l’accento cade sul suo valore e sulle sue forze, sulla sua capacità di costruirsi il proprio destino, in una parola, sulla sua potenza e dignità; e il mondo e il corpo non sono più considerati strumenti di pena e tentazione ma elementi indispensabili per la realizzazione di sé. Si riscopre il mondo, la natura, l’uomo, lo studio dei classici latini e greci.

Lei analizza oltre le Arti, dall’Architettura alla Pittura ed alla Scultura, e gli autori, anche temi e idee innovative che hanno caratterizzato il Rinascimento. Ebbene, ravvede influenze, richiami, citazioni anche in esponenti dell’Arte Contemporanea o nel mondo della pubblicità e della moda?

Era inevitabile che il più famoso periodo storico dell’Arte nel mondo, che va sotto il nome di Rinascimento, non producesse studi, influenze, richiami, citazioni anche in autori sensibili dell’Arte Contemporanea da De Chirico a Duchamp, da Ceroli a Pistoletto, da Jorit a TVBoy a Mauro Rea e il mondo della pubblicità e della moda. La democratizzazione dell’Arte, ha portato ad un uso spesso decontestualizzato, ludico e irriverente, tramite procedimenti quali la citazione, la parodia, l’allusione. Sono le opere di Botticelli, Michelangelo e Leonardo ad essere strumentalizzate e usate con particolare frequenza. Ciò avviene non solo per la loro originalità figurativa e qualità tecnica, ma anche per la loro bellezza e sensualità, che le rendono particolarmente appetibili ai media contemporanei.
È curiosa anche un’immagine per i jeans di Valentino che raffigura frontalmente un uomo disteso a torso nudo (1990) (fig. 2). Essa si ispira palesemente al Cristo scorto del Mantegna (Brera). Lo stesso soggetto fu ripreso anche da Pasolini per un suo film. Il riferimento a una delle opere più intensamente religiose del Rinascimento che appare su una pubblicità commerciale e in un film. Facciamo notare infine che la moneta da 1 euro, riporta nel recto l’immagine dell’Uomo Vitruviano.
E’ forse TVBoy il più ironico e contaminato artista contemporaneo con il Rinascimento.
Famosa la sua opera “A second Reinassance”, in cui due giovani a un concerto hanno le sembianze di Leonardo che abbraccia la sua ragazza (Gioconda con occhiali e cappello) o nell’ironica “Ultima cena”, sono tutti a cena da Mc. Donalds, o S.O.S. in cui la Gioconda ha in mano un cellulare e indossa la mascherina.
Nell’opera “La creazione di Adamo. (God is a woman).” la genialità dell’artista si evidenzia in due particolari: Dio è stato sostituito da una Donna che porge ad Adamo una bomboletta spray. E il messaggio che sembra passargli è: “Continua tu il mio lavoro”, palesando in contempo la correlazione Dio/Donna e Creazione/Arte. Adamo che nelle altre versioni dell’opera è distratto da cellulare e P.C., in questa occasione è completamente concentrato a ricevere ed accogliere il messaggio della Donna.

Nel testo è presente un capitolo dedicato alle Donne dell’Arte del Rinascimento. E’ possibile rintracciare uno spirito squisitamente muliebre in talune espressioni artistiche rinascimentali?

Nel ‘500 pur sotto l’ambito familiare e sottoposte all’autorità dei padri e dei mariti, molte Donne si dedicavano allo studio dell’arte e della letteratura, e persino gli umanisti che auspicavano una maggiore istruzione femminile, era spaventati dalla loro successiva ribellione, autonomia e disobbedienza.
Grazie alle dinamiche della discendenza di sangue, le donne rinascimentali entrano “in politica”: sono duchesse, marchese, principesse o regine. Il loro ruolo è ancora spesso marginale, e l’educazione femminile è più modesta di quella degli uomini, ma le figure femminili dominano il panorama politico e culturale di questo periodo. Ma non facciamoci illusioni, in una famosa opera Consigli a una moglie giovane” di Ludovico Dolce tra le altre cose scrive: “Lei non gestisce il suo corpo, esso è “proprietà” del marito”.
I genitori sceglievano i mariti per le figlie e ne negoziavano la sistemazione economica per lo più senza che queste potessero intervenire. Una volta sposata, la donna aveva il compito di procreare, restando chiaramente fedele al marito, doveva vegliare sulla famiglia e, in assenza del coniuge, gestire la casa, limitandosi però, alle funzioni di governante, poiché solo il marito aveva il diritto di amministrare il patrimonio familiare. Fecero eccezioni, Sovrane rispettate, contesse temute, (Lucrezia Borgia, Caterina de’ Medici, Isabella d’Este) e grandi Poetesse e Pittrici come :
Vittoria Colonna (Marino, aprile 1490 o 1492 – Roma, 25 febbraio 1547) è stata una nobile e poetessa italiana) grande amica di Michelangelo;
Gaspara Stampa, (Padova, 1523 – Venezia, 23 aprile 1554) è stata una importante poetessa italiana.
Appartenente ad un ramo cadetto della nobile famiglia Stampa, condusse una vita elegante e spregiudicata nell’alta società veneziana. Le sue rime, concepite secondo il modello petrarchesco, costituiscono una delle più interessanti raccolte liriche del Cinquecento;
Sofonisba Anguissola, Nata a Cremona (1531-1625) da una famiglia patrizia, educata all’eclettismo dal padre Amilcare, divenne una celeberrima ritrattista presso la Corte di Spagna. E’ una delle poche pittrici del ’500 la cui opera non teme confronto con quella del sesso forte. Al punto di meritare l’encomio di Van Dyck che scrive di “preziosi avvertimenti” fornitegli dall’anziana artista incontrata a Palermo; Lavinia Fontana (1552-1614) è un’altra pittrice che si distingue nel panorama cinquecentesco. Figlia d’arte, il padre è Prospero Fontana (pittore bolognese, si dedica principalmente al ritratto e a temi religioso-mitologici). La sua abilità vale una illustre committenza pontificia: la pala d’altare per la Basilica di San Paolo fuori le Mura. Pittrice manierista celebre per i ritratti, ma anche per la sensualità e il gusto raffinato nei suoi dipinti;
Artemisia Lomi Gentileschi (Roma 1593-Napoli 1652) La più famosa delle Donne Artiste del Rinascimento, nacque a Roma l’8 luglio 1593 da Orazio e Prudenzia di Ottaviano Montoni, primogenita di sei figli, e operò tra Roma Firenze, Genova, Napoli e Venezia. Nota per l’espressività e drammaticità delle sue opere che hanno avuto l’influenza oltre che del padre Orazio Gentileschi, di Caravaggio, Carracci, Michelangelo, Van Dyck, ma che nonostante ciò hanno una forte impronta espressiva e una personalità autonoma, mitologica e “femminista”. L’Arte di Artemisia si esprime al massimo nei panneggi, nell’espressività erotica e realistica dei corpi, nelle scene di violenza (quasi sempre di donne vendicatrici). Fu la prima donna della Storia ad essere ammessa all’Accademia del disegno di Firenze e la prima Donna nella storia dell’Arte ad Autoritrarsi nell’atto di dipingere, e forse la prima pittrice donna a dipingere donne nude.

La cover del libro è di Mauro Rea, il quale reinterpreta e attualizza l’Uomo vitruviano. Ce ne svela l’intento comunicativo?

Tra le più affascinanti interpretazioni moderne dell’Uomo Vitruviano, voglio sottolineare quella di Mauro Rea che ha realizzato per la cover del mio libro RINASCIMENTO: La danza delle idee. Rea reinterpreta e attualizza il disegno di Leonardo in diversi modi e va oltre la semplice raffigurazione. Come prima cosa inserisce il disegno all’interno di un alfabeto neofuturista che danza intorno al disegno, poi inserisce accanto o dietro la figura maschile, quella femminile, il tutto su carta riciclata usa e getta di Amazon, con al centro un codice a barre. Il tutto come chiara denuncia del mondo mercificato in cui l’uomo non è più al centro della riflessione umana e filosofica, ma la merce ad uso e consumo delle masse. Infine la figura antropomorfa metà uomo e metà donna suggerisce anche una nuova centralità di attenzione umana al complesso mondo moderno LGBT.

Donato Di Poce

Ama definirsi autoironicamente “un ex poeta che gioca a scacchi per spaventare i critici”. (Nato a Sora – FR – nel 1958, residente dal 1982 a Milano). Poeta, Critico d’Arte, Scrittore di Poesismi, Fotografo, Studioso del Rinascimento. Artista poliedrico, innovativo ed ironico, dotato di grande umanità, e CreAttività.
Ha al suo attivo 43 libri pubblicati (tradotti anche in Inglese, Arabo, Rumeno, Esperanto e Spagnolo), 20 ebook e 40 libri d’arte Pulcinoelefante. Dal 1998 è teorico, promotore e collezionista di Taccuini d’Artista. Ha realizzato ©L’Archivio Internazionale di TACCUINI D’ARTISTA e Poetry Box di Donato Di Poce, progetto espositivo itinerante.
Vedi siti Internet:
https://www.wikipoesia.it/wiki/Donato_Di_Poce; http://www.donatodipoce.net;
http://www.taccuinidartista.it; http://www.creactivitybranding.it

Oltre i numerosi libri di Poesia, Aforismi e saggistica varia, ha pubblicato i seguenti libri di Critica d’Arte:
Anna Boschi: ContaminAzioni, I Quaderni del Bardo, Lecce 2022.
Taccuini d’Artista: Storia di un’idea da Leonardo da Vinci a Basquiat, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2020.
Mauro Rea: Icone Pop, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2020.
Poetiche dell’Invisibile, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2019.
Poetry Box: Taccuini d’Artista in scatola, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2019.
Giovanni Ronzoni: L’Arte per sottrazione, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2019.
Fotografia dell’invisibile: guardare non è vedere, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2018.
Donne per l’Arte, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2019.
Rompete le righe, Campanotto Editore, Udine, 2016.
La Stanza di Arles, CFR Edizioni, Sondrio, 2014
De Sculptura, CFR Edizioni, Sondrio, 2013;
Guardare non è vedere, CFR Edizioni, Sondrio, 2012;
L’Avanguardia dopo l’Avanguardia, anche. CFR Edizioni, Sondrio,2012;
Il Taccuino di Stendhal, Campanotto Editore, Udine, 2008.

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