Dante, accanto alle parole, non esita ad usare parolacce come “merda” e “puttana” che hanno una precisa fonte nella Bibbia. Accanto alle parolacce dell’Autore, poi, si aggiungono le parolacce dei copisti. Dove risiede, a suo giudizio, la ragione politica di tale, lontana nel tempo, scelta lessicale?
Nei miei studi liceali ho amato molto Dante Alighieri e la Divina Commedia. Contrariamente alle tendenze della critica che ritiene il Paradiso la cantica meno importante, io la trovo la migliore di tutte, forse per il trionfo di bellezza e serenità che riesce a esprimere. Ovviamente le parolacce si trovano invece nell’Inferno e nel Purgatorio, dove danno un contributo sia nell’esprimere sensazioni di disgusto per le pene inflitte ai peccatori, sia nel mettere alla berlina e denigrare personaggi conosciuti dal Poeta e ritenuti da lui spregevoli. In alcuni casi si tratta di autentici nemici politici. C’è però da chiedersi se all’epoca esistesse davvero il concetto di parolaccia così come lo intendiamo attualmente. Fin da piccoli ci viene insegnato che certe parole sono proibite, che in teoria non dovrebbero essere pronunciate. In questo modo il nostro cervello fa una separazione ben netta tra le parole comuni e le parolacce, separazione che rimane in noi per tutta la vita, almeno per quei vocaboli che hanno una vera vocazione all’essere considerati scurrili, in parte dovuta all’aggressività del loro suono. Ai tempi di Dante forse quelle che noi chiamiamo parolacce erano solo parole aggressive o dispregiative, ma senza quel carattere di licenziosità di cui sono impregnate secondo l’immaginario collettivo del nostro tempo, nonostante siano più che mai usate.
Si reputa che colui che è capace d’esprimersi non ha necessità di appellarsi alla violenza: vige una cesura netta tra linguaggio e violenza?
Direi di no. Nel linguaggio si può esprimere violenza, insultare, essere offensivi anche senza usare scurrilità; questo può avvenire anche ad opera di chi si sa esprimere in modo impeccabile. D’altra parte spesso si usano le parolacce senza intenzione di offendere. La parolaccia però ha di per sé una violenza intrinseca che va a volte al di là delle intenzioni di chi la usa, ma sovente asseconda un’aggressività subdola, cosciente o inconscia. Altra cosa da dire è che coloro che difendono il turpiloquio sostengono che insultarsi anche con l’uso di vocaboli triviali allontani la possibilità di uno scontro fisico; in realtà è facilmente dimostrabile che succeda spesso il contrario: insultarsi con l’uso di parolacce può accendere gli animi e dalle parole si può passare ai fatti.
I Latini chiamavano il pene “mentula” e la vagina “cunnus”; nel Kāma Sūtra i genitali erano chiamati “lo stelo di giada” e “la porta di giada”. Ebbene, quali sono le ragioni per la quali molte parolacce sono legate alla sessualità?
Nel mio libro in effetti parlo di come erano chiamati gli organi genitali dai Latini e nel Kama Sutra. In entrambi i casi non si tratta certo di espressioni aggressive. In particolare “mentula” era un termine popolare, che la gente scriveva a volte sui muri all’interno di frasi dal carattere goliardico; il suo suono è indubbiamente rotondo, piuttosto armonioso, ben lontano dalla parolaccia più usata oggi per riferirsi al pene. Le espressioni usate nel Kama Sutra sono addirittura poetiche, elogiative, direi oniriche. Credo che tutto ciò sia collegato ad una visione positiva e naturale del sesso sia della cultura dell’antica Roma sia di quella indiana dell’epoca in cui fu scritto il Kama Sutra. Il punto è proprio questo: le parolacce legate alla sessualità esistono perché, nonostante la rivoluzione sessuale sessantottina, ancora oggi abbiamo dentro di noi una visione sporca della sessualità o perlomeno ambigua. I vocaboli scurrili di argomento sessuale si sono selezionati nel tempo come reazione a periodi di repressione sessuale che il mondo occidentale ha vissuto: hanno un suono aggressivo e spigoloso proprio per questo, cioè perché da un lato rappresentano un atto di ribellione ma dall’altro si portano dietro proprio quella negatività della visione del sesso da cui vorrebbero farci fuggire. Perciò, finché esisteranno parole aggressive riguardanti la sfera sessuale, l’essere umano occidentale non riuscirà a vivere nel modo più naturale e quindi più felice possibile la sessualità. Ogni volta che pronunciamo una parolaccia di argomento sessuale, senza rendercene conto diciamo a noi stessi che il sesso è una cosa sporca, confermando quella visione negativa del sesso che si è sedimentata nel nostro inconscio in secoli e secoli di repressione.
Quali sono le attuali possibili derive autoritarie del nesso linguaggio violenza?
Non credo si possano fare delle previsioni di carattere politico, ma non esiste solo il potere che viene dall’alto: esiste anche un potere laterale, strisciante, operato da chi ci sta attorno. Partiamo da un dato di fatto: spesso i regimi autoritari reprimono il linguaggio scurrile, per cui è facile che un atteggiamento di disapprovazione del turpiloquio venga interpretato come reazionario. Ciò avviene perché in realtà non si è mai riflettuto profondamente su cosa siano le parolacce. Esse si possono collegare alle condizioni di miseria e frustrazione del popolo vissute nei secoli scorsi: la scurrilità in questo modo viene giustificata e quasi sbandierata dalle sinistre come un baluardo di libertà. I tempi però sono cambiati e il turpiloquio non ha più questo tipo di giustificazione: si è borghesizzato ed è usato da figli e figlie di papà come da persone di alto livello culturale, che finiscono per superare in scurrilità i mitici scaricatori di porto. A questo punto la parolaccia diventa strumento di affermazione degli arroganti. Nell’adolescenza e oggigiorno anche nella preadolescenza ci sono alcuni capibranco non ben identificabili che per primi si accorgono di una sorta di prestigio data dall’uso di termini triviali; si tratta di uno scudo: usare parolacce per sembrare forti. Questi capibranco dettano legge e tutti gli altri si devono adeguare adottando il turpiloquio anche sulla spinta dell’equivoco secondo cui se usi le parolacce significa che non sei più bambino. Ragazze e ragazzi si illudono così di fare una scelta, ma in realtà subiscono un’imposizione: l’obbligo della scurrilità verbale, cosa che li immerge in un’atmosfera continua di aggressività, con effetti deleteri. Per adattarsi a ciò ci si spersonalizza, si diventi un po’ tutti uguali, ci si desensibilizza e di conseguenza si perde una parte della propria bellezza interiore, il che va ad accrescere il senso di disagio tipico di quell’età. Il turpiloquio porta altresì nelle menti degli individui una confusione di valori che in qualche modo rimane anche nell’età adulta. Come si può ad esempio pensare che sia priva di conseguenze l’aberrante sineddoche tanto in voga attualmente con la quale le parole “donna” o “ragazza” vengono sostituite dal termine scurrile indicante la vagina?
Lei ripercorre la “quotidianità linguistica”: abitudini, consuetudini, situazioni in cui tutti possono identificarsi, aprendo una riflessione sulla libertà che conferisce un uso pregno e consapevole della lingua. La Parola possiede un potere civico?
Ci sono studi linguistici che mettono in relazione la madre lingua con la visione del mondo e della vita da parte delle persone. Essere italiani, anziché francesi o cinesi porta a modellare le menti in maniera diversa in quanto ogni idioma poggia l’attenzione su determinati aspetti della vita. Le parole e il modo in cui esse sono usate sono fattori determinanti nel mondo valoriale che ci portiamo dentro. Le parole possono essere portatrici e custodi di valori, ma possono essere anche portatrici di disvalori: è il caso delle parolacce. Una svolta storica che porti ad un forte uso di termini scurrili all’interno della società, come è avvenuto a partire dalla fine anni 60, può avere effetti devastanti. E’ un errore ritenere che l’esplosione del turpiloquio sia da considerare espressione di autenticità e libertà; io credo che invece si tratti di un atteggiamento conformista: se non ti esprimi in modo scurrile non sei moderno, o sei fuori dal gruppo nel caso ad esempio degli adolescenti. Il linguaggio della normalità, del chiamare le cose con il loro nome porterebbe forti benefici alla società. Migliorerebbe il nostro mondo interiore; non avremmo l’atteggiamento schizoide del dover cambiare linguaggio a seconda dell’ambiente in cui ci troviamo; un genitore non si farebbe problemi quando parla coi propri figli perché la parolaccia sostanzialmente non esisterebbe più; così anche il rapporto tra la famiglia e l’esterno sarebbe più armonioso. Persino il passaggio da una stagione all’altra della vita risulterebbe più semplice, soprattutto il delicato passaggio attraverso l’adolescenza, che oggi viene considerato una sorta di tunnel. Bisognerebbe invece fare in modo che quest’età fosse vissuta nel modo più sereno possibile. In questo modo avremmo anche degli adulti meno nevrotici e tutta la società ne beneficerebbe.
Mario Cottarelli si è laureato in Scienze Biologiche all’università di Pavia nel 1982. Dal 1983 ha lavorato al quotidiano cremonese La Provincia, dove ha eserc itato soprattutto la mansione di correttore di bozze e successivamente ha svolto il compito di archivista e impiegato. Parallelamente si è dedicato alla musica, essendo pluristrumentista e compositore: negli anni 80 periodo in cui ha avuto collaborazioni con Claudio Simonetti e Ivana Spagna alcune sue canzoni di genere dance sono state pubblica te, oltre che in Italia, in vari Paesi europei (tra cui Germania, Francia, Gran Bretagna) e in seguito si sono fatte conoscere nell’America latina. A partire dagl i anni 90 ha composto molti brani per orchestre da ballo e infine ha inciso da protagonista (nel 2007 e 2011) due Cd di genere progressive rock, che gli hanno procurato la menzione nel libro “Rock progressivo italiano 1980 2013” di Massimo Salari (ed. Arca na). Vive attualmente a Brescia. Con questa pubblicazione è alla sua prima esperienza letteraria.








