RINASCIMENTO: la danza delle idee

L’Arte, tra Poesia e Filosofia nella Civiltà del Rinascimento Italiano

“Libro storico, didattico, didascalico, critico, enciclopedico e CreAttivo”. In qual misura ha inteso celebrare e rievocare lo spirito sperimentale e multidisciplinare del Rinascimento?

Ho cercato di seguire un approccio multidisciplinare, facendo una doverosa ricostruzione storica del Rinascimento in Pittura, scultura e architettura, seguita dall’analisi di alcune tematiche specifiche e di aspetti poco investigati dalla critica quali Le donne nel Rinascimento, o il Rinascimento minore di Longhi, per soffermarmi poi sull’analisi critica di alcune opere quali L’uomo vitruviano, La Pietà, La citta ideale, La leggenda della vera croce etc…ed infine ho avuto anche un approccio didascalico allegando un glossario dei termini rinascimentali. Il Rinascimento è stato caratterizzato dicevamo da una vera e propria Danza delle Idee, arricchita e impreziosita dalla sperimentazione e dalla multidisciplinarietà degli artisti e poeti (Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Piero della Francesca, Macchiavelli, Poliziano, Alberti, Ficino, Vasari etc…che erano poliedrici, creativi, innovatori) e uomini di cultura e dal fatto che le Accademie e nelle botteghe degli artisti si confrontavano e contaminavano idee, tecniche, filosofie, religioni. Si approfondirono in questo periodo gli studi delle altre religioni, della Filologia, dell’Astrologia, Archeologia, Matematica.

Nell’ultimo EXPO di Dubai, la riproduzione in scala tridimensionale del “David” di Michelangelo è stata tra le attrattive principali. Quali sono le ragioni sottese al comune sentire del riconoscimento del Rinascimento come culla di cultura mondiale nonchè brand di rinnovamento d’arte e civiltà?

Credo che l’unicità e grandiosità del Rinascimento, riconosciuta a livello mondiale sia dovuta essenzialmente a tre aspetti: Il primo è l’aver messo l’uomo al centro di ogni riflessione artistica, filosofica, poetica ed etica, il secondo la rinnovata attenzione alla cultura classica Greca (soprattutto in scultura e la filosofia di Platone e Aristotele), la terza la danza delle idee, idea centrale del libro, venutasi a creare dalla contaminazione interdisciplinare avviatasi nelle Accademie Medicee.
La concezione dell’uomo diventa centrale, più ottimistica e “laica”, l’uomo è sempre creatura, figlio di Dio, ma ora l’accento cade sul suo valore e sulle sue forze, sulla sua capacità di costruirsi il proprio destino, in una parola, sulla sua potenza e dignità; e il mondo e il corpo non sono più considerati strumenti di pena e tentazione ma elementi indispensabili per la realizzazione di sé. Si riscopre il mondo, la natura, l’uomo, lo studio dei classici latini e greci.

Lei analizza oltre le Arti, dall’Architettura alla Pittura ed alla Scultura, e gli autori, anche temi e idee innovative che hanno caratterizzato il Rinascimento. Ebbene, ravvede influenze, richiami, citazioni anche in esponenti dell’Arte Contemporanea o nel mondo della pubblicità e della moda?

Era inevitabile che il più famoso periodo storico dell’Arte nel mondo, che va sotto il nome di Rinascimento, non producesse studi, influenze, richiami, citazioni anche in autori sensibili dell’Arte Contemporanea da De Chirico a Duchamp, da Ceroli a Pistoletto, da Jorit a TVBoy a Mauro Rea e il mondo della pubblicità e della moda. La democratizzazione dell’Arte, ha portato ad un uso spesso decontestualizzato, ludico e irriverente, tramite procedimenti quali la citazione, la parodia, l’allusione. Sono le opere di Botticelli, Michelangelo e Leonardo ad essere strumentalizzate e usate con particolare frequenza. Ciò avviene non solo per la loro originalità figurativa e qualità tecnica, ma anche per la loro bellezza e sensualità, che le rendono particolarmente appetibili ai media contemporanei.
È curiosa anche un’immagine per i jeans di Valentino che raffigura frontalmente un uomo disteso a torso nudo (1990) (fig. 2). Essa si ispira palesemente al Cristo scorto del Mantegna (Brera). Lo stesso soggetto fu ripreso anche da Pasolini per un suo film. Il riferimento a una delle opere più intensamente religiose del Rinascimento che appare su una pubblicità commerciale e in un film. Facciamo notare infine che la moneta da 1 euro, riporta nel recto l’immagine dell’Uomo Vitruviano.
E’ forse TVBoy il più ironico e contaminato artista contemporaneo con il Rinascimento.
Famosa la sua opera “A second Reinassance”, in cui due giovani a un concerto hanno le sembianze di Leonardo che abbraccia la sua ragazza (Gioconda con occhiali e cappello) o nell’ironica “Ultima cena”, sono tutti a cena da Mc. Donalds, o S.O.S. in cui la Gioconda ha in mano un cellulare e indossa la mascherina.
Nell’opera “La creazione di Adamo. (God is a woman).” la genialità dell’artista si evidenzia in due particolari: Dio è stato sostituito da una Donna che porge ad Adamo una bomboletta spray. E il messaggio che sembra passargli è: “Continua tu il mio lavoro”, palesando in contempo la correlazione Dio/Donna e Creazione/Arte. Adamo che nelle altre versioni dell’opera è distratto da cellulare e P.C., in questa occasione è completamente concentrato a ricevere ed accogliere il messaggio della Donna.

Nel testo è presente un capitolo dedicato alle Donne dell’Arte del Rinascimento. E’ possibile rintracciare uno spirito squisitamente muliebre in talune espressioni artistiche rinascimentali?

Nel ‘500 pur sotto l’ambito familiare e sottoposte all’autorità dei padri e dei mariti, molte Donne si dedicavano allo studio dell’arte e della letteratura, e persino gli umanisti che auspicavano una maggiore istruzione femminile, era spaventati dalla loro successiva ribellione, autonomia e disobbedienza.
Grazie alle dinamiche della discendenza di sangue, le donne rinascimentali entrano “in politica”: sono duchesse, marchese, principesse o regine. Il loro ruolo è ancora spesso marginale, e l’educazione femminile è più modesta di quella degli uomini, ma le figure femminili dominano il panorama politico e culturale di questo periodo. Ma non facciamoci illusioni, in una famosa opera Consigli a una moglie giovane” di Ludovico Dolce tra le altre cose scrive: “Lei non gestisce il suo corpo, esso è “proprietà” del marito”.
I genitori sceglievano i mariti per le figlie e ne negoziavano la sistemazione economica per lo più senza che queste potessero intervenire. Una volta sposata, la donna aveva il compito di procreare, restando chiaramente fedele al marito, doveva vegliare sulla famiglia e, in assenza del coniuge, gestire la casa, limitandosi però, alle funzioni di governante, poiché solo il marito aveva il diritto di amministrare il patrimonio familiare. Fecero eccezioni, Sovrane rispettate, contesse temute, (Lucrezia Borgia, Caterina de’ Medici, Isabella d’Este) e grandi Poetesse e Pittrici come :
Vittoria Colonna (Marino, aprile 1490 o 1492 – Roma, 25 febbraio 1547) è stata una nobile e poetessa italiana) grande amica di Michelangelo;
Gaspara Stampa, (Padova, 1523 – Venezia, 23 aprile 1554) è stata una importante poetessa italiana.
Appartenente ad un ramo cadetto della nobile famiglia Stampa, condusse una vita elegante e spregiudicata nell’alta società veneziana. Le sue rime, concepite secondo il modello petrarchesco, costituiscono una delle più interessanti raccolte liriche del Cinquecento;
Sofonisba Anguissola, Nata a Cremona (1531-1625) da una famiglia patrizia, educata all’eclettismo dal padre Amilcare, divenne una celeberrima ritrattista presso la Corte di Spagna. E’ una delle poche pittrici del ’500 la cui opera non teme confronto con quella del sesso forte. Al punto di meritare l’encomio di Van Dyck che scrive di “preziosi avvertimenti” fornitegli dall’anziana artista incontrata a Palermo; Lavinia Fontana (1552-1614) è un’altra pittrice che si distingue nel panorama cinquecentesco. Figlia d’arte, il padre è Prospero Fontana (pittore bolognese, si dedica principalmente al ritratto e a temi religioso-mitologici). La sua abilità vale una illustre committenza pontificia: la pala d’altare per la Basilica di San Paolo fuori le Mura. Pittrice manierista celebre per i ritratti, ma anche per la sensualità e il gusto raffinato nei suoi dipinti;
Artemisia Lomi Gentileschi (Roma 1593-Napoli 1652) La più famosa delle Donne Artiste del Rinascimento, nacque a Roma l’8 luglio 1593 da Orazio e Prudenzia di Ottaviano Montoni, primogenita di sei figli, e operò tra Roma Firenze, Genova, Napoli e Venezia. Nota per l’espressività e drammaticità delle sue opere che hanno avuto l’influenza oltre che del padre Orazio Gentileschi, di Caravaggio, Carracci, Michelangelo, Van Dyck, ma che nonostante ciò hanno una forte impronta espressiva e una personalità autonoma, mitologica e “femminista”. L’Arte di Artemisia si esprime al massimo nei panneggi, nell’espressività erotica e realistica dei corpi, nelle scene di violenza (quasi sempre di donne vendicatrici). Fu la prima donna della Storia ad essere ammessa all’Accademia del disegno di Firenze e la prima Donna nella storia dell’Arte ad Autoritrarsi nell’atto di dipingere, e forse la prima pittrice donna a dipingere donne nude.

La cover del libro è di Mauro Rea, il quale reinterpreta e attualizza l’Uomo vitruviano. Ce ne svela l’intento comunicativo?

Tra le più affascinanti interpretazioni moderne dell’Uomo Vitruviano, voglio sottolineare quella di Mauro Rea che ha realizzato per la cover del mio libro RINASCIMENTO: La danza delle idee. Rea reinterpreta e attualizza il disegno di Leonardo in diversi modi e va oltre la semplice raffigurazione. Come prima cosa inserisce il disegno all’interno di un alfabeto neofuturista che danza intorno al disegno, poi inserisce accanto o dietro la figura maschile, quella femminile, il tutto su carta riciclata usa e getta di Amazon, con al centro un codice a barre. Il tutto come chiara denuncia del mondo mercificato in cui l’uomo non è più al centro della riflessione umana e filosofica, ma la merce ad uso e consumo delle masse. Infine la figura antropomorfa metà uomo e metà donna suggerisce anche una nuova centralità di attenzione umana al complesso mondo moderno LGBT.

Donato Di Poce

Ama definirsi autoironicamente “un ex poeta che gioca a scacchi per spaventare i critici”. (Nato a Sora – FR – nel 1958, residente dal 1982 a Milano). Poeta, Critico d’Arte, Scrittore di Poesismi, Fotografo, Studioso del Rinascimento. Artista poliedrico, innovativo ed ironico, dotato di grande umanità, e CreAttività.
Ha al suo attivo 43 libri pubblicati (tradotti anche in Inglese, Arabo, Rumeno, Esperanto e Spagnolo), 20 ebook e 40 libri d’arte Pulcinoelefante. Dal 1998 è teorico, promotore e collezionista di Taccuini d’Artista. Ha realizzato ©L’Archivio Internazionale di TACCUINI D’ARTISTA e Poetry Box di Donato Di Poce, progetto espositivo itinerante.
Vedi siti Internet:
https://www.wikipoesia.it/wiki/Donato_Di_Poce; http://www.donatodipoce.net;
http://www.taccuinidartista.it; http://www.creactivitybranding.it

Oltre i numerosi libri di Poesia, Aforismi e saggistica varia, ha pubblicato i seguenti libri di Critica d’Arte:
Anna Boschi: ContaminAzioni, I Quaderni del Bardo, Lecce 2022.
Taccuini d’Artista: Storia di un’idea da Leonardo da Vinci a Basquiat, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2020.
Mauro Rea: Icone Pop, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2020.
Poetiche dell’Invisibile, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2019.
Poetry Box: Taccuini d’Artista in scatola, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2019.
Giovanni Ronzoni: L’Arte per sottrazione, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2019.
Fotografia dell’invisibile: guardare non è vedere, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2018.
Donne per l’Arte, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2019.
Rompete le righe, Campanotto Editore, Udine, 2016.
La Stanza di Arles, CFR Edizioni, Sondrio, 2014
De Sculptura, CFR Edizioni, Sondrio, 2013;
Guardare non è vedere, CFR Edizioni, Sondrio, 2012;
L’Avanguardia dopo l’Avanguardia, anche. CFR Edizioni, Sondrio,2012;
Il Taccuino di Stendhal, Campanotto Editore, Udine, 2008.

iQdB edizioni di Stefano Donno
(i Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)
Sede Legale e Redazione: Via S. Simone 74 73107 Sannicola (LE)
Mail: iquadernidelbardoed@libero.it
Info Link: http://www.iquadernidelbardoedizioni.it
Blog: https://iquadernidelbardoedizionidistefanodonno.com/

Pompei. Mestieri e botteghe 2000 anni fa

Quali sono gli interrogativi peculiari della vita commerciale pompeiana, volendo offrire coordinate ai non addetti ai lavori?
Se da un lato consideriamo Pompei come “porta del tempo” unica al mondo, d’altro canto non si può non mettere l’accento sulle difficoltà di comprensione della città, nel suo complesso più ampio: commerciale, civile, religioso, politico, per chi in due ore di visita si trova difronte a elementi socio culturali straordinari. Questo, che ovviamente vale anche per lo studioso che per la prima volta si avvicina a questa realtà così complessa, vale ancora più per il turismo di massa. Anche perché in quello stesso tempo, il visitatore “mordi e fuggi” deve “entrare”, con le sue conoscenze attuali, nello spirito di una città che viveva duemila anni fa. E tuttavia, niente come le botteghe artigiane e quelle altre più squisitamente commerciali sono capaci di dare la cifra della vita all’epoca. Perché, a muovere la vita in una città sono gli artigiani: il barbiere, il tintore, il vasaio, il fabbro, e… (pare assurdo) la prostituta, il lenone, e persino il povero. Oltre ai bottegai e ai piccoli industriali come i produttori di garum. Un esempio? Come facevano i fullones (lavandai) a lavare, smacchiare, tingere, e stirare i vestiti senza le tecnologie e i prodotti di oggi? Grandi recipienti di coccio agli incroci stradali e l’invito ai passanti a orinarvi dento: l’ammoniaca contenuta nell’orina serviva per smacchiare gli abiti… Quella migliore la producevano i cammelli, per questo c’era tutto un mercato che consentiva l’arrivo dall’Africa del prodotto. E poi si servivano di una pressa di legno che funzionava da “ferro da stiro”, dopo averli trattati più volte in una sequenza di vasche. I maestri ebanisti lavoravano al meglio il legno locale ma si servivano di avorio importato per le applique preziose sui mobili. Ovviamente, e questo in pochi se lo sono chiesto, in città doveva esserci tutta una serie di botteghe con artigiani capaci di mettere a punto gli strumenti che servivano agli scalpellini, ai sarti, ai calzolai, ai fabbri. Ecco, il visitatore di Pompei, dovrebbe arrivare in città già bene informato per poter poi davvero godere appieno la visita.
L’antico si fa attuale. Senza fanatismi iperbolici e nostalgie canaglie, nella consapevolezza e certezza che la Pompei antica sia un luogo gremito di idee e popolato di storie. È la folla di immagini che narrano l’uomo e l’umano a scatenare la “pompeianità”?
Pompei, assieme a Ercolano e alle altre città distrutte dal Vesuvio, sin dal primo intervento di recupero e scavo, è stata al centro dell’attenzione del mondo. Tutto quanto emergeva dagli scavi sistematici non faceva altro che affascinare chi ne leggeva e quanti avevano la fortuna di poterlo osservare da vicino. La città si sente, davvero, sulla pelle, quando giri per i vicoli o entri nelle case. Nei pomeriggi estivi, quando sta per arrivare il crepuscolo, è il tempo migliore per girovagare negli scavi: allora davvero pare di sentire le voci della gente dei venditori di placentae e tractae (le pizze dell’antichità), degli schiavi, della plebe che torna dalle terme, dei ricchi che si danno appuntamento per la cena. E senti ancora battere il martello del fabbro, senti il segaccio del falegname, lo stridio del tornio del vasaio, strumenti di lavoro degli artigiani, che si sono ritrovati negli scavi e che ora fanno bella mostra nei musei, accendendo la fantasia e l’interesse di chi li osserva con stupore. Ogni strumento con la sua voce, ciascuno con la sua storia. Tante storie. Tutte da raccontare.
Numicia Primigenia, acquirente di un “lomentum verax”; orefici, tessitori, usurai, ambulanti, produttori e venditori di stoviglie…Usi, costumi e consuetudini d’un mondo davvero remoto.
Quali sono le difficoltà insite nel lavoro d’un divulgatore storico?

Tante, le difficoltà. Pompei, come anche altri siti d’interesse storico, scientifico e culturale non si possono descrivere solo facendo ricerche bibliografiche o copiando notizie da altri scritti: se sono stati fatti degli errori, essi si perpetuano all’infinito. E necessario vivere quello che si racconta, stare sul posto, e non per un giorno o due o una settimana. Bisogna entrare nelle case, studiare anche i minimi particolari che si andranno a utilizzare nella divulgazione. Serve tempo per entrare in quel “tempo” che si vuole descrivere; servono conoscenze del territorio, degli usi dei costumi, del cibo: servono sensazioni; serve “sentire” quella vita, a quel tempo. Poi, il tutto va elaborato e trasmesso, nella maniera più semplice possibile perché sia accessibile e fruibile ampiamente, dallo scienziato al più umile lettore. Questo fa il divulgatore: non si limita a proporre testi scritti per lui da altri ma li elabora di suo. Una maniera di raccontare che seguo ogni qualvolta scrivo di e su Pompei, o su altro. Faccio un esempio: per scrivere “Pompei AD 79, la moneta verticale”, racconto di due anni fa, ho girato per alcuni mesi, pur conoscendo bene la città, nelle strade e nelle case dove avrei ambientato la storia. Con Stefania Sabatino, la pittrice che ha lavorato sulle tavole che impreziosiscono il racconto/giallo, abbiamo girato e ci siamo soffermati negli spazi che descrivo perché lei davvero potesse vivere quei luoghi e così dargli anima nei disegni. “Pompei mestieri e botteghe 2000 anni fa” è nato dopo quasi un decennio di lavoro, quando uscì la prima edizione, venti anni fa; la seconda, riveduta, corretta e ampliata, ora. I libri, e la divulgazione, sono una cosa seria e non si gonfiano da una settimana all’altra.
Lei svela un immenso patrimonio culturale da cui trapela lo spirito imprenditoriale vesuviano. All’ombra del Vesuvio se ne posso scorgere ancora le tracce?
Si. Le cave di pietra lavica dalla cui lavorazione gli scalpellini vesuviani hanno ricavato straordinarie testimonianze che impreziosiscono i palazzi nobiliari napoletani risalenti al Settecento e all’Ottocento, sono una testimonianza ancora viva delle tecniche di estrazione e lavorazione della pietra lavica. Ancora oggi, la manutenzione di queste strade e piazze è affidata a un gruppo di maestri che, purtroppo, e per mancanza di scuole, anno dopo anno si riducono in numero e professionalità. Ecco, gli scalpellini pompeiani, duemila anni fa, lastricavamo piazze e strade di Pompei con quelle stesse pietre che ancora oggi troviamo nelle cittadine attorno al Vesuvio. E gli scriptores che segnavano i loro “OVF”, Oro Vos Faciatis (vi prego di fare), ovvero i “vota e fai votare” odierni sulle facciate delle case. E, come non ricordare il garum, diventato “colatura di alici”, oggi, con capitale mondiale a Cetara, cittadina in provincia di Salerno? E come non ricordare che il garum pompeiano, conosciuto in tutto il mondo dell’epoca, negli ultimi anni di vita della cittadina venne soppiantato da quello spagnolo, i cui produttori “ruppero” il mercato praticando costi bassissimi, cosa che portò a una crisi irreversibile per il prodotto locale. Niente di nuovo sotto il sole, ora come allora.
Recentemente, scoperte sono state effettuate nella Regio V. Di fronte a quale rinvenimento il suo cuore ha tremato?
I due stupendi mosaici e gli affreschi trovati nelle case del Giardino e di Giove hanno davvero dato emozione, senza dimenticare “Leda e il Cigno”, o la popina (osteria) con il bancone decorato. Ma è tutto quanto ritorna alla luce di Pompei che lascia sempre commozione. Anche una pietra, per chi la sa guardare, fa sussultare il cuore. Ma, più di tutto sono i resti mortali di quella gente uccisa dalla furia del Vesuvio a dare emozioni uniche. Persone, e non “elementi” di calchi, che vissero la tragedia della loro vita senza potere sfuggire a un destino crudele… povera gente che si trovò al momento sbagliato in un luogo sbagliato. E questo gli costò il bene massimo: la vita.

Carlo Avvisati è giornalista. Scrive per il Mattino di Napoli. Tra le sue pubblicazioni: 1906 Quando il Vesuvio perse la testa; Vesuvio 1906 il dramma di un popolo; Poppea, cronaca d’un omicidio presunto; Pompei, mestieri e botteghe 2000 anni fa; Plinio il Vecchio, il mistero dello scheletro scoperto sulla marina di Pompei antica; Napoli punto e…pasta, storia e leggende di spaghetti e affini; Vesuvio a.D. 79; Boscoreale, storia, tradizione e vocazione turistica; ‘O nonno mio riceva… detti motti e filastrocche in uso nel circondario boschese.

Non siamo sole. Otto storie di solidarietà femminile

Maristella Lippolis, Eleonora Molisani, Eva Martelli, Roberta Zimei, Loretta D’Orsogna, Valentina Di Cesare, Maura Chiulli, Patrizia Angelozzi: otto racconti differenti per stile e contenuti. Qual è il filo rosso che li accomuna?

Come ho scritto nell’introduzione del libro, una volta deciso il formato antologico del libro, ho dovuto decidere il tema dell’antologia e gli autori. E mentre per il tema è stato relativamente facile. Stefania era convinta che per migliorare la condizione femminile (nella scienza) era particolarmente importante che ci fosse più solidarietà tra donne. La ricerca degli autori invece non è stata scontata. Prima di tutto ho deciso di declinare il tutto al femminile, la borsa di studio sostenuta dalla vendita del libro è rivolta ad una giovane ricercatrice; quindi, mi è sembrato ovvio che il libro fosse anch’esso un prodotto al femminile, fatto da donne per aiutare altre donne. Un altro filo conduttore nella scelta delle autrici è stata l’appartenenza ad un territorio, l’Abruzzo ed il Molise, che Stefania sentiva suo. Ma un’appartenenza intesa nel senso più ampio, non semplicemente un qualcosa dettato da un passivo diritto di nascita, ma al contrario un rapporto attivo, dinamico, a volte anche conflittuale. Quindi autrici con storie e sensibilità diverse ma che tutte scrivono di donne che in un modo o nell’altro si aiutano. Quindi un libro di racconti scritto da donne che ha come protagoniste donne, ma un libro che, si badi bene, parla a tutti e che dovrebbe far riflettere tutti. Perché, purtroppo, nella realtà, molto spesso le donne vengono lasciate sole.

Dagli anni ’60 del Novecento il corpo delle donne diviene l’interprete della discussione politica, il movimento femminista esplora i paradigmi ed i ruoli stereotipati delle donne mentre l’azione dei collettivi arricchisce le meditazioni sulla differenza di genere.
Oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si combattono su questo campo?

A dire la verità, mi trovo sempre un po’ in imbarazzo quando si tratta di discutere del corpo delle donne perché penso che una delle cose migliori che noi uomini possiamo fare sia evitare il più possibile di dare la “nostra” versione sull’argomento. Infatti, credo che il problema principale sia proprio l’accettare come comune una visione del corpo femminile che si è formata principalmente attraverso una cultura maschile se non maschilista. Fateci caso, anche quando si vuole far notare che il canone attuale di bellezza del corpo femminile non è assoluto, si prendono come esempio i dipinti rinascimentali dimenticando che anche quelli sono corpi visti attraverso gli occhi di pittori uomini. Quasi tutti riconoscono la Venere di Botticelli o magari hanno in mente le donne dipinte da Manet. Ma quanti saprebbero indicare un nudo femminile dipinto da una pittrice? Lo stesso tipo di visione alterata del corpo femminile sta secondo me, anche alla base del fenomeno opposto, quando cioè invece di scoprire il corpo femminile lo si vuole coperto, implicando che il peccato sia nelle forme femminili e non invece negli occhi di chi le guarda.
E non è solo l’aspetto estetico del corpo femminile che subisce giudizi e censure è anche la sua fisiologia. Come altro spiegare che qualcosa di così naturale come le mestruazioni sia di fatto ancora un tabú nella nostra società ?
Ma non è solo una questione storico-culturale, il fatto che la visione maschile-maschilistica del corpo delle donne sia ancora prevalente nella società è anche il risultato della differenza di potere tra i due sessi. Se il potere e i soldi sono (principalmente) nelle mani degli uomini, è ovvio che si usino modelli e stereotipi che attraggano la loro attenzione quando si vuole vendere qualcosa o convincere qualcuno.

“E il mio La città delle donne? Care ragazze, quella città non esiste su nessuna mappa dello spazio e del tempo, eppure risiede nell’anima di tutte noi”. Così Molisani. Ogni donna è se stessa e tutte le altre?

Di nuovo, forse è una domanda a cui io non sono molto qualificato per rispondere e forse dovrebbe essere posta ad una donna. Ma se dovessi dare una mia risposta, direi che indubbiamente ci sono problematiche, sentimenti ed esperienze che sono condivise se non da tutte, da una buona parte delle donne. Tuttavia, ogni donna, è sé stessa, come d’altronde ogni essere umano è unico.
Però penso anche che al di là di differenze, principalmente legate alla differente fisiologia, non esista una separazione così netta tra i due sessi e che molti comportamenti considerati maschili o femminili sono in realtà il risultato di anni di pressioni sociali e culturali senza le quali la transizione tra il femminile e il maschile sarebbe molto più fluida.

Quanto è importante la collaborazione degli uomini, affinché le donne effettivamente non siano sole?

Se parliamo in termini di società, penso che sia innegabile che una maggiore partecipazione femminile in tutti quegli ambiti sociali dove le donne rappresentano ancora una minoranza, sarebbe di grosso giovamento; e in quest’ottica, sarebbe molto più semplice se ci fosse una collaborazione ed una mediazione tra uomini e donne. Purtroppo però, molto più spesso siamo in presenza di un conflitto, magari condotto in maniera inconscia, in cui le donne cercano di ricavarsi uno spazio mentre gli uomini cercano di mantenere le loro posizioni di potere. In questi contesti, secondo me, è molto più produttivo, per le donne, cercare di fare gruppo piuttosto che cercare singolarmente l’approvazione maschile.

Antonella Viola, immunologa, ha sostenuto: “Stefania aveva grinta, coraggio, determinazione, curiosità, cuore. E aveva potenziato queste sue doti grazie allo studio, all’impegno, alla fatica, all’integrità […] era una di quelle donne che aiutano le altre donne.”
Chi era Stefania?

È difficile rispondere a questa domanda in modo esaustivo in poche righe.
Stefania era innanzitutto una donna. Una donna tosta e sensibile. Stefania era una donna umile che però si poneva obiettivi ambiziosi e lavorava sodo per ottenerli, che sapeva cosa voleva e che ha saputo realizzarsi nonostante le difficoltà che spesso le donne devono affrontare per imporsi in un mondo ancora troppo a misura di uomo. E proprio perché lei le aveva dovute affrontare, si era impegnata, sia all’interno dell’università che all’esterno, per cercare di eliminarle. Ma Stefania era anche una donna a cui piaceva socializzare che amava la musica e amava ballare. Stefania era una madre presente ed attenta nonostante gli enormi impegni che la oberavano. Una madre esigente forse, ma tutt’altro che severa. Stefania era poi mia moglie. O forse sarebbe più corretto dire che io ero suo marito. Perché, forse fra tutti i ruoli rivestiti da Stefania quello di moglie era quello che le si addiceva di meno. Certamente non era una di quelle mogli che vivono all’ombra del marito. Per lei l’indipendenza ed uguaglianza era un requisito fondamentale nel rapporto a due. Senza di esse lo stare insieme non avrebbe avuto lo stesso senso, non sarebbe stato una libera scelta delle due parti ma una necessità di una di esse. Poi, ovviamente, Stefania era una scienziata. In italiano usiamo poco il termine scienziata sostituendolo spesso con “ricercatrice”, ma nel caso di Stefania questo termine è riduttivo. Per Stefania la ricerca era un obiettivo primario, la faceva con passione, entusiasmo e dedizione. Quando si trattava di fare scienza era instancabile
ed il lavoro scientifico della sua breve carriera è probabilmente il suo lascito più tangibile e duraturo.

Massimiliano Baldassarre
Comincia la sua carriera da ricercatore subito dopo il diploma lavorando come tecnico di laboratorio al Consorzio Mario Negri Sud di Santa Maria Imbaro. Dopo la laurea in Farmacia all’Università di Chieti si trasferisce negli Stati Uniti dove, grazie a una borsa post-dottorato dell’AIRC, approfondisce i suoi studi presso la Yale University.
Dal 2017 ricopre il ruolo di Ricercatore in Biologia Cellulare e Microbiologia all’Università di Aberdeen in Scozia.

Friedrich Nietzsche. Tentativo di labirinto

(collana “Eredi”, Feltrinelli 2017)

Nietzsche riassunto in formule manualistiche: il superuomo, la volontà di potenza e l’eterno ritorno.
Nietzsche è davvero un pensatore oracolare e soprattutto dottrinale?

Assolutamente no! Purtroppo è ciò con cui viene regolarmente scambiato, fraintendendo gravemente il suo pensiero; infatti, è ben difficile trasformare le idee del suo mobile e indeciso filosofare (più che di una sua statica, rigida filosofia, che non esiste) in tesi o dottrine impositive, autoritarie, che cercano dei credenti (Zarathustra non cerca e non vuole credenti). Il tono oracolare di Nietzsche, adottato letterariamente soprattutto in “Così parlò Zarathustra”, non deve trarre in inganno; se questo testo ha assunto la forma di un testo sacro, di una sacra scrittura, l’ha assunta in quanto mimesi e parodia di ogni sacra scrittura, cristiana o buddhista o di qualsiasi altra religione. Nietzsche è in primo luogo un diagnostico, uno psicologo del nichilismo; come tale, avendo “preso su di sé lo spirito d’Europa”, cerca di produrre un contraccolpo; e tutti i concetti di quello che io chiamo il “Nietzsche da manuale” (eterno ritorno, superuomo, volontà di potenza) vorrebbero per l’appunto svolgere la funzione di superare lo stallo e l’indebolimento, la dissoluzione nichilista. Ma non si tratta certo di dottrine, e nemmeno di concetti nel senso hegeliano del termine, bensì di pensieri che faticosamente cercano di trovare una via di fuga, e di far subire all’essere umano così com’è una metamorfosi, per condurlo verso un oltre. Perché, come ripete Zarathustra, “l’uomo è qualcosa che deve essere superato”: ma naturalmente non è detto che le strategie elaborate da Nietzsche siano quelle giuste. In ogni caso, cercare in Nietzsche delle dottrine è non solo sbagliato, ma gravemente fuorviante: “chi prende Nietzsche alla lettera, chi gli crede, è perduto”, ha scritto Thomas Mann, un grande lettore di Nietzsche.

Lei sostiene: “Oggi non possiamo non dirci nietzschiani, perché il mondo di Nietzsche è diventato il nostro mondo; non potrà mai più darsi, in modo credibile, una filosofia che abbia come riferimento la figura della verità in senso forte.”
Cosa significa, oggi, essere nietzschiani?

Significa che abitiamo tutti – come aveva già riconosciuto anche Dostoevskij – il mondo del nichilismo, cioè un mondo di verità deboli, revocabili, contraddittorie e plurali. Furono appunto questi due scrittori, Nietzsche e Dostoevskij, che, da postazioni e punti di vista differenti diagnosticarono, nell’Ottocento, l’avvento del nichilismo, giudicandolo entrambi negativamente (Dostoevskij ancora da un punto di vista cristiano, cioè morale, Nietzsche dal punto di vista di quello che lui battezza dionisiaco). Quell’epoca iniziata con la dissoluzione dei grandi sistemi di pensiero, delle religioni tradizionali, delle certezze, e che ci lascia nell’insicurezza più radicale, probabilmente non si è ancora chiusa. Tipico di Nietzsche è il cosiddetto prospettivismo, quell’articolazione della verità che non solo offre molteplici e relativi punti di vista, tutti dotati di una loro validità, ma anche presuppone verità in conflitto – come già succedeva nella tragedia antica. Incipit tragoedia è infatti una delle formule che Nietzsche utilizza nella Gaia scienza: si apre un’epoca che richiede, secondo la prospettiva di Nietzsche, decisioni eroico-tragiche, tra cui quella dell’adesione all’amor fati e all’idea stessa di eterno ritorno, che rappresenta pur sempre “il peso più grande” (Gaia scienza, aforisma 341). Non so se sia possibile essere nietzschiani, né cosa possa esattamente significare oggi: sicuramente si deve essere lettori di Nietzsche, poiché, anche al di là delle sue parole d’ordine, i suoi libri sono una miniera di osservazioni preziose di tutti i generi.

Leggendo “Friedrich Nietzsche”, emerge l’idea che Nietzsche miri a produrre un “effetto estetico”.
Quali sono gli obiettivi dell’operazione artistica svolta sul corpo della filosofia occidentale?

A un certo punto della sua filosofia, Nietzsche sentì il bisogno di propagare e propagandare le sue idee, specialmente quella cruciale, l’eterno ritorno. Per far questo, dovette affidarsi anche ai mezzi dell’arte e alla potenza estetica e diventare, come dice lui stesso (pensando anche a Wagner) “commediante”. “Così parlò Zarathustra”, con il suo misto di letteratura, poesia, testo sacro (e sua parodia), predicazione ecc. è l’esempio forse più efficace di quanto Nietzsche, grandissimo scrittore, si affidasse allo strumento persuasivo dell’effetto artistico. Ma tutta la sua filosofia sottintende una priorità dell’estetica, dalla Nascita della tragedia (1872) fino agli ultimi esiti in Ecce homo (1888): dal mondo giustificato “solo come fenomeno estetico” della sua prima opera, fino all’irruzione teatrale di Nietzsche stesso, con il suo proprio corpo, in quella specie di falsa autobiografia che è Ecce homo. Per non parlare, a metà strada tra queste due opere, della nozione di parvenza o apparenza (Schein, in tedesco) nella Gaia scienza (1882). Nel Crepuscolo degli idoli (1888), nonostante Nietzsche constati l’eliminazione del “mondo vero”, quello che rimane, la nuova realtà, è chiamata ancora parvenza, apparenza: e dunque un genere di realtà su cui soprattutto l’arte ha presa, con tutto quello che l’elemento estetico, sensibile, si porta dietro: l’illusione, il pathos, l’importanza della creazione. Una tale prospettiva forse nessuno l’aveva ancora avuta, nella storia della filosofia occidentale.

Il suo libro è strutturato secondo la forma del labirinto, tutt’altro che trasparente e profondamente enigmatico. Quali sono i volti di Nietzsche su cui ha desiderato gettar luce?

Non so se si possa e si debba gettare luce su un personaggio tanto ambiguo, pieno di sotterranei, di doppifondi e di luoghi segreti, come aveva già riconosciuto Lou Salomé. Illuminarlo sarebbe come strappargli la maschera, e Nietzsche si caratterizza anche per le sue molteplici maschere; si sa che “tutto ciò che è profondo ama la maschera”, come scrive in Al di là del bene e del male (1886), e da qui nascono le molte autodefinizioni di Nietzsche: non solo filosofo, ma anche psicologo, spirito libero, viandante, artista, poeta, e perfino giullare e commediante. La maschera, però, rivela attraverso un nascondimento – come l’arte ci dice la verità attraverso la menzogna; e noi dobbiamo onorare anche quel pudendum, di cui Nietzsche parla nella Gaia scienza, con il pudore diretto a ciò che non può essere totalmente svelato. In Nietzsche, che per certi versi è un pensatore lucido, illuminista e razionalissimo, sussiste però anche una forte e inafferrabile dimensione enigmatica, da lui stesso simboleggiata tramite la figura della Sfinge: “qui stai tu, inesorabile come la mia curiosità, che mi ha spinto a venire da te: ebbene, Sfinge, io sono uno che domanda (ein Fragender), come te: questo abisso l’abbiamo in comune – forse potremmo parlare con una sola bocca?” (Frammenti Postumi, 18[26], 1882).

La filosofia intesa come forma di aspirazione al sapere connotata da un rapporto di possesso con la verità è ormai lontana dalla contemporaneità?

Sicuramente il possesso di un’unica verità assoluta non è, né è mai stato, appannaggio di nessuno. Che vi siano, invece, verità molteplici, o per meglio dire discorsi molteplici, tutti a loro modo validi, che provengono da esperienze, angolazioni, punti di vista differenti, e che noi abbiamo bisogno di tutti questi discorsi (ad esempio del discorso della scienza, ma anche di quello dell’arte, della filosofia, e così via) per poter descrivere quanto più compiutamente possibile la nostra realtà umana (e anche quella extra umana), credo possa essere un lascito del pensiero nietzschiano: Nietzsche, infatti, rifuggiva da un’unica fonte del sapere, della saggezza e della sapienza, cercando di approvvigionarsi da tutte le fonti della scienza, per creare un discorso meno parziale e più complesso e completo possibile. Del resto, lui sostiene che tutti i grandi spiriti sono scettici: perché mai accontentarsi di un’unica verità?

Susanna Mati, filosofa e scrittrice, fa parte del gruppo di ricerca internazionale Hypernietzsche (École Normale Supérieure/CNRS). Ha insegnato per molti anni Estetica allo IUAV di Venezia; è stata anche docente presso l’IRPA di Milano. Per Feltrinelli ha scritto la monografia Friedrich Nietzsche. Tentativo di labirinto (“Eredi”, 2017) e sta curando per la collana dei Classici una riedizione delle opere di F. Nietzsche, della quale sono usciti finora i seguenti volumi: La nascita della tragedia (2015), Così parlò Zarathustra (2017), L’anticristo (2018), Poesie (2019), Al di là del bene e del male (2020), Crepuscolo degli idoli (2021), La gaia scienza (2022). Per la stessa collana ha curato inoltre F. Hölderlin, Poesie scelte (2010); Novalis, Inni alla notte e Canti spirituali (2012); Platone, Fedro (2013). In precedenza si è occupata di studi sul mito, pubblicando, tra gli altri, Ninfa in labirinto. Epifanie di una divinità in fuga (Moretti & Vitali 2006 e 2007; nuova ed. 2021), La decisione di Platone. Sulla “condanna dell’arte” (il melangolo 2010), La mela d’oro. Mito e destino (Moretti & Vitali 2009), Filosofia della sensibilità. Per un’estetica come pensiero mitologico (Moretti & Vitali 2014). Con Franco Rella ha pubblicato per Mimesis le ricerche su Nietzsche: arte e verità (2008) e Georges Bataille, filosofo (2007). Ha curato inoltre Le Muse di W.F. Otto (Fazi 2005), la Storia dell’erotismo di G. Bataille (Fazi 2006), I miti di Platone di K. Reinhardt (il melangolo 2015).

La mitologia spiegata ai truzzi

Lei rivisita, critica e commenta la mitologia greco-romana. Ebbene, quali sono gli interrogativi peculiari del pensiero mitologico romano e greco, volendo offrire coordinate ai non addetti ai lavori e, per di più “truzzi”?
Credo siano le stesse domande che gli esseri umani si pongono da sempre: che ci stiamo a fare qui, cos’è il destino, cos’è l’amore, perché la morte, cose di questo genere. Questo vale soprattutto per i Greci, che -semplificando un po’- sono più filosofi. I Romani in buona parte scopiazzano dai Greci, ma quando creano i propri miti sembravano più “politici”, più interessati a raccontare le origini di Roma, a volte anche per giustificarne il potere.


I miti greci e latini si confermano quali testi archetipici del pensiero occidentale, contemporanei ad ogni epoca. Quali ragioni ravvede nella specifica proprietà della classicità di porsi sempre in maniera speculare alle fratture epocali?
Quando diciamo di qualcosa che “è un classico” intendiamo dire che non tramonta mai, come un disco dei Beatles o una tragedia di Shakespeare. Ed è vero che i miti greci (e romani) sono stati e continuano ad essere generativi di pensiero per l’Occidente (anche se poi alcuni archetipi sono comuni al pensiero umano al di là delle latitudini oltre che delle epoche). I Greci sono riusciti a scandagliare le profondità dell’animo umano in maniera eccezionale, e hanno saputo esprimere tutto questo non solo attraverso la logica del pensiero filosofico, ma anche con il racconto, in maniera quindi evocativa e plurima. Il mito è molteplice, multiforme, metamorfico: nei momenti di grande cambiamento e di grande fertilità intellettuale è stato sempre fonte di ispirazione, pensiamo solo all’arte del Rinascimento o alle riletture in chiave moralizzante. Il mito ci affascina perché è una narrazione, lo possiamo ripetere, inserire varianti, adattarlo, come di fatto facevano i mitografi antichi, e come mi sono permessa di fare io, con gran faccia tosta, lo ammetto.


Penelope, Calipso, Nausicaa e Circe: Omero rende tali figure funzionali al suo percorso umano, emotivo, emozionale. Lei, invece, dà voce alle protagoniste; le rende interpreti, mutando la prospettiva circa il genere. Perché?
Se da un lato i miti sono eterni, dall’altro sono anche un prodotto storico che esprime i valori di una determinata società: in questo senso, possiamo a volte marcare una distanza tra noi e quel mondo che li ha prodotti. Il mondo greco era, ad esempio, un mondo patriarcale. Lì troviamo le radici di un pensiero misogino che non è affatto scomparso del tutto. Moltissimi miti ci restituiscono un’immagine delle donne come esseri irrazionali, inaffidabili, talvolta perfidi, addirittura sanguinari. Certo, le figure femminili dell’Odissea, come di molti altri poemi o tragedie, sono meravigliose da incontrare, perché parliamo di autori di altissimo livello. Tuttavia, questi autori sono sempre uomini. La voce delle donne in prima persona, come soggetti parlanti e scriventi, ci perviene raramente. Io non faccio altro che mettermi in coda approfittando della scia di importanti autrici (Eva Cantarella, Christa Wolf, Natalie Haynes, Margaret Atwood, per citarne alcune), per fornire uno sguardo diverso sui soliti miti, che a questo punto saranno un po’ meno “soliti”. Sono donna, e non posso far a meno di parlare da questa prospettiva: se finalmente l’altra metà del cielo prende in mano i miti e li racconta dal proprio punto di vista, credo che sarà un arricchimento per tutti.


Gli amorazzi extraconiugali di Zeus, le gare musicali di Apollo e Marsia versione “X Factor”, le sfighe di Edipo, i viaggi di Ulisse turista controvoglia e quelli di Enea rifugiato. Qualcuno potrebbe pensare ad una banalizzazione o, addirittura, “ridicolizzazione” di un patrimonio culturale intoccabile. Cosa risponde a questa considerazione?
La mia operazione si situa in un luogo particolare, che non è evidentemente quello della ricerca accademica, per la quale non solo ho il massimo rispetto, ma dei cui risultati mi servo continuamente , nei miei studi come nel mio lavoro di guida turistica. Far sorridere non equivale a ridicolizzare, tutt’altro: significa far vivere qualcosa, far pensare. Rendere chiaro non significa banalizzare, ma dare un punto di partenza saldo per la riflessione più approfondita. Questo libro è all’incrocio tra narrativa, divulgazione, umorismo, attualizzazione. Edipo è sfigato, ma non lo siamo tutti, quando percepiamo incontestabilmente il peso del fato nelle nostre vite? Enea è forse tanto diverso da quanti abbandonano i loro paesi distrutti dalla guerra e attraversano il mediterraneo in cerca di una nuova patria? Il patrimonio culturale, a mio avviso, non può essere “intoccabile”, per definizione. Metterlo in una teca e venerarlo a distanza significa condannarlo all’imbalsamazione, e per essere imbalsamati bisogna essere morti. La cultura va rispettata, e quindi conosciuta, e per conoscerla va presa in mano, fatta nostra, “toccata”, anzi dirò di più, “mangiata”, digerita e tradotta in carne e sangue. Sennò è solo un club per pochi addetti ai lavori.


Molti divulgatori disegnano profili storici d’indubitabile fascino. Ciò, evidentemente, richiede ricerche accurate e meticolose. Reputa che rendere narrativa la storia di una civiltà sia davvero un utile espediente per contribuire alla sua effettiva conoscenza?
La divulgazione, se fatta bene, serve proprio a questo: è un punto di partenza, dovrebbe far nascere un interesse che in seguito può portare a ulteriori approfondimenti, avventure, scoperte. Nel mio piccolo, l’idea è sempre stata quella di portare a tutti, truzzi e meno truzzi, qualcosa che altrimenti non avrebbero considerato, o che fa parte del loro retroterra ma in maniera quasi inconscia. E’ quel che faccio continuamente nel mio lavoro, lo facevo nel blog e nel libro dell’Arte Spiegata ai Truzzi, e provo a farlo con quest’ultima cosetta sul mito. Tutti più o meno abbiamo sentito parlare di Ulisse, tutti abbiamo detto una volta “che Cassandra che sei!” o “quello è un vero Narciso”, tutti sappiamo che la lupa è il simbolo di Roma, pure quelli che tifano Lazio. Quelli che i miti li conoscono benissimo possono usare il mio libro per farsi quattro risatine a denti stretti, quelli che non hanno mai sentito parlare di Coronide o Giasone forse si incuriosiranno, qualcuno rifletterà, qualcuno lo userà per sistemare il tavolo che balla. Ma se crediamo sul serio che la cultura debba essere per tutti, dalle basi dobbiamo partire : mai costruire il tetto prima delle fondamenta, dice il saggio.

Paola Guagliumi scrive di sé
A scuola ero una secchiona di quelle simpatiche, che fanno le caricature dei professori, per intenderci. Da adulta non è cambiato granché: mi piace ancora prendere in giro i professori e credo ancora che la cultura e l’umorismo siano due strumenti preziosi e potentissimi, specie se combinati insieme. Laureatami in Storia dell’Arte alla Sapienza di Roma, ho insegnato un po’, poi sono diventata guida turistica: il mio lavoro consiste nello spiegare l’arte e la storia della mia città all’americano medio, in modo semplice e divertente affinché non si addormenti a metà dei Musei Vaticani. Qualche anno fa mi è venuta l’idea di aprire un blog per spiegare anche al truzzo nostrano gli scarabocchi di Kandinskij o le statue greche: l’ho chiamato L’Arte Spiegata ai Truzzi. Nun ce potevo crede: ha spopolato! Tanto che nel 2016 Mimesis ne ha fatto un libro.
Con la mia ultima uscita editoriale, mi avventuro invece nel terreno del mito: se i truzzi hanno imparato ad apprezzare l’arte, perché non introdurli anche a questo altro affascinante aspetto della nostra cultura?

Antigone a Scampia

A Scampia, tra il 2008 e il 2009, cinquanta donne si sono riunite una volta al mese per ascoltare la storia di Antigone.
In qual misura un mito greco è vicino alla vicenda umana delle donne di Scampia?

Antigone è un’eroina della letteratura greca che rappresenta la lotta per la difesa dei propri diritti. E per questa sua forza può essere messa a confronto con le donne che lottano. Tutte le donne, ma in particolare quelle di Scampia, dove io ho fatto il laboratorio, sono donne che hanno molto chiaro e sviluppato il senso della famiglia, del legame di sangue, della discendenza e della conservazione del seme. Sicuramente altre donne in altre città o in altri quartieri hanno questa caratteristica ma io non lo so, può darsi. Sono certa però che qui è così.
A metà degli anni Trenta, Simone Weil aveva raccontato i miti greci agli operai e alle operaie di una fonderia francese.
Il Mito, ieri come oggi, è funzionale alla promozione dell’emancipazione delle masse popolari?

Direi di sì. Naturalmente non tutta la letteratura è adatta a questa o a quella situazione. Bisogna conoscerla, analizzarla e trovare le assonanze per piegarla ai nostri bisogni. Elettra per esempio è un’altra donna la cui storia è importante per riflettere sulla propria condizione di vita. Le storie che mettono in moto l’emancipazione sono le stesse storie di emancipazione e di lotta.
Scampia per trent’anni è stato un quartiere privo di identità e abbandonato al decadimento e alla noncuranza. I residenti possono reputarsi vittime e quali sono, a suo avviso, oggi, i bisogni a essi negati da soddisfare?
In linea generale direi di sì. Guardando la storia del quartiere sono chiare le enormi responsabilità dagli anni Ottanta, della politica e della società. Le persone sono state invitate, in qualche modo, a occupare il territorio in maniera non sempre legale. E tutti per anni hanno chiuso un occhio, o tutti e due. Riguardo alle occupazioni delle case, alla crescita e alla radicalizzazione della criminalità con i traffici di droga… e poi improvvisamente, grazie al libro di Roberto Saviano, ben dopo la fine della faida tra i Di Lauro e gli Scissionisti, Scampia si illumina: un faro s’accende sul quartiere portando allo scoperto ogni tipo di traffico che fino a quel momento aveva caratterizzato una parte sostanziosa dell’economia della zona.
E grazie a questo, in un certo senso comincia la pulizia. Pulizia che porta fondamentalmente allo spostamento della piazza di spaccio e alla crescita della povertà.
Il quartiere ancora oggi, nonostante sia molto cambiato, soffre. Le persone che vivono in alcuni Lotti, parchi, sono economicamente e socialmente svantaggiate.
Quali bisogni soddisfare? Investire di più sulla scuola, sull’educazione, sul terzo settore che spesso deve sostituirsi alla famiglia… l’educazione deve essere insegnamento di vita, deve insegnare l’alfabeto affettivo e quello per comunicare. È la cosa più importante su cui puntare. E non lo si fa abbastanza.
“Antigone”, così come “Elettra” o “Filottete”, possono essere interpretate quali opere paradigmatiche della resistenza all’oppressione esercitata dal potere?
Come dicevo sì, ma non solo riguardo l’oppressore. L’oppressore tante volte è la stessa persona oppressa. Oppressa da sé stessa, perché incapace di riflettere, di accrescere il proprio senso critico. Tante volte, la sofferenza viene vissuta come un dato di fatto che deve essere accettato, come un destino. E questo rende gli oppressi arrendevoli, incapaci di lottare, di cambiare rotta. Guardare come invece un eroe greco, un’eroina esce dalla propria condizione anche con la morte, dà loro forza e, come diceva la Weil, aiuta a riflettere e a ribellarsi al destino.
Il volume è corredato da un “Alfabeto Scampia”. Qual è la valenza territoriale delle ventidue parole esaminate con piglio antropologico?
Non lo so se quelle parole che io ho individuato e sulle quali mi sono soffermata abbiano una valenza territoriale. Io le ho scelte per descrivere il quartiere e l’ho fatto seguendo l’emozione che ognuna di quelle parole suscita in me: il parco per esempio è un luogo che mi commuove, con tutte quelle rose, gli alberi rari, e le rovine di un laghetto che un tempo aveva ospitato cascatelle e cigni. Mi piacciono i murales che raffigurano la Devis e Pasolini; mi danno speranza i bambini che danzano per le strada a Carnevale… Scampia è una piccola città in una grande città: si estende solo su quattro chilometri quadrati ma sopra questi chilometri ci abitano circa centomila cuori. E questo per me significa speranza e rinascita.

Serena Gaudino

Ha pubblicato racconti e storie per bambini, fra cui All’ombra delle due torri (Colonnese, 2005), il testo teatrale Antigone. Metamorfosi di un mito nella Miscellanea Teatrale (Artigogolo 2016), il reportage Alfabeto Stella, comparso in Stella d’Italia. A piedi per ricucire il Paese, curato da Antonio Moresco (Mondadori, 2013) e Diario di bordo, in Cammina cammina (Effigie, 2012). Suoi racconti sono comparsi nelle antologie: In viaggio. Passaggi letterari su ferro e su gomma, Colonnese 2009; Turin tales, un caffè a Torino, Lineadaria 2009; Italiane (a cura di Gaudino Tessore), Lineadaria 2011. Scrive sul primoamore.com

Gaudino Serena Antigone a Scampia Effigie (2022) 9788831976336 15,00 €

In principio erano i mostri. Storie di entità orrifiche e minacciose nel mito dei greci e dei romani

Nel 1996 Cohen individuò sette tesi per uno studio del mostruoso applicabili a culture e periodi storici differenti tra loro. Oggi, guardando al lessico del “mostruoso”, l’idea dell’universalità proposta da Cohen è ancora accoglibile?
Non del tutto. Come spiego nell’introduzione del libro, per mettere in evidenza le peculiarità di modelli culturali differenti dai nostri senza incorrere in facili anacronismi, è sempre necessario tenere conto delle categorie vicine all’esperienza degli antichi. Vocaboli come pelor, teras o lo stesso latino monstrum non sono perfettamente sovrapponibili al nostro ‘mostro’. Pelor può indicare anche oggetti di grandi dimensioni, compresi gli dèi olimpici, che, in quanto garanti dell’ordine cosmico, tutto sono fuor che ‘mostruosi’; teras può essere usato per gli aborti e i feti malformati, e il latino monstrum porta sempre con sé un’accezione divinatoria e sacrale che copre un largo spettro di fenomeni prodigiosi e miracolosi che non necessariamente sono riferibili a creature orrifiche, ibride e polimorfe. Ciononostante, io credo che possiamo continuare a usare termini lontani dall’esperienza antica, come ‘mostro’ e ‘mostruoso’, ma solo a patto di ricordarci della loro valenza interpretativa. Cerco di spiegarmi meglio facendo ricorso ad un esempio usato dall’antropologo cognitivista Dan Sperber, che ricorda che quando un antropologo sta parlando del ‘matrimonio’ di un popolo come gli Ebelo non sta effettivamente pensando che gli Ebelo abbiano un’istituzione identica a quella del matrimonio degli occidentali; sta semplicemente traducendo e interpretando, per mezzo di un vocabolo che condivide una certa aria di famiglia con il nostro ‘matrimonio’, un termine come kwiss che si riferisce, nella prospettiva degli Ebelo, a una unione approvata dagli dèi. La difficoltà per chi studia il mondo antico risiede nel trovare il punto di equilibrio fra il ‘vicino-a-noi’ e il ‘lontano-da-noi’. È in fondo, qualcosa di simile a quello che Clifford Geertz chiamava il ‘dialogo interpretativo’ fra le categorie delle culture ossservate e le categorie della cultura degli osservatori.
Lei discute dei mostri delle origini del cosmo, dei mostri declinati al femminile, dei mostri delle periferie del mondo. Quali sono le ragioni per le quali non ha incluso Invidia e Fama, così cari alla cultura romana d’età augustea?
Banalmente, si tratta di ragioni di spazio e, per così dire, di cautela. Benché la maggior parte dei testi cui faccio riferimento siano dei testi letterari, il mio obiettivo era quello di raccontare storie di ‘mostri’ la cui rappresentazione è comunque radicata in una memoria collettiva antica che prescinda dalle sole rappresentazioni letterarie. Il mio piano era cioè quello di esplorare ‘credenze’ radicate nell’immaginario antico. Fama e Invidia, invece, hanno tutta l’aria di essere invenzioni autoriali – di Virgilio e di Ovidio –, che certo, dal momento in cui fanno la loro apparizione, hanno un grande peso nella memoria dei poeti e nel sistema letterario. Proprio per questo però meritano forse una trattazione a parte e strumenti ben più complessi di quelli che ho utilizzato per la stesura del libro. So che la mia scelta può essere considerata arbitraria. E in parte lo è. Diciamo che è un modo di rimandare ad altre sedi la trattazione di queste due figure.
Taluni mostri personificano l’essenza stessa del femminile: affascinano gli uomini per poi consumarli oppure mangiarli avidamente. E’ possibile reputarli quali attentatori del corpo maschile interpretato quale metafora del corpo sociale della città oppure ipotizza che debbano essere pensati come immagine dell’ordine costituito?
Ogni mostro femminile esplicita diverse funzioni, ed è, per così dire, la proiezione di diverse paure che ci concentrano sul corpo e sulla psicologia femminili. Una cosa comunque non esclude l’altra. Nel mondo antico l’ordine costituito della città è pensato e stabilito dai maschi, che garantiscono anche la formazione del corpo sociale. Pensiamo, ad esempio, che in tutte le teorie antiche della riproduzione l’apporto del maschile è sempre identificato – in Aristotele, ma in fondo anche in Ippocrate – come quello più rilevante e ‘forte’, e i figli sono sempre ‘figli di padre’ molto più di quanto non siano ‘figli di madre’. Questo non significa ovviamente che i mostri antichi siano soltanto una proiezione del femminile. Ci sono mostri – come i Centauri o Polifemo – che hanno attributi decisamente maschili e anomici. Semplicemente, il modo di agire dei mostri femminili rimanda a terrori atavici che sono riconducibili alla sfera della differenza di genere: il terrore da parte degli uomini di essere sedotti, smembrati e uccisi, il terrore – da parte delle donne – di vedere i propri figli divorati, e così via.
I mostri dei Greci e dei Romani sono creature orrifiche e devastanti, ibride e poliforme, informi e bizzarre. Cosa ci sussurrano circa le culture che li hanno generati?
Sicuramente ci danno l’idea di paure e terrori profondi: in un mondo in cui il dominio sulla natura è spesso incerto e periclitante – si pensi ad esempio al topos della guerra giusta contro gli animali, che ho trattato altrove (qui) –, in cui gli uomini e le loro società sono così pesantemente esposti agli agenti atmosferici, agli attacchi delle fiere, il timore profondo è che la natura non sia mai dominata del tutto, e che faccia ritornare ogni cosa nel caos primigenio. Nel libro non è stato chiaramente esplicitato, ma una lettura eco-critica delle storie mostruose degli antichi è possibile. Siamo davanti a un modello che vede nell’avanzamento dell’antropizzazione l’unica forma possibile di ordine e di benessere e che, nelle storie dei mostri, lascia intuire lo sgomento creato dall’ambivalenza stessa della natura e dei suoi elementi.
Leggendo il suo volume, ci si trova, a mio avviso, anche di fronte all’elaborazione di una filosofia dell’orrore. Ce ne descrive i termini in relazione all’Uomo?
Lo confesso: non era nei miei intenti. Il mio tentativo è stato piuttosto quello di riflettere sulle categorie che usiamo per descrivere le culture antiche e di cercare, per così dire, di ‘classificare’ ciò che per sua essenza stessa tende a sfuggire a ogni forma di classificazione, ovvero il mostruoso. Per essere più precisi, la mia è un’analisi tipologica delle rappresentazioni e delle funzioni ricorrenti nel mito greco e romano.
È chiaro che, ora che me lo fa notare, degli spunti per una filosofia dell’orrore sono presenti nelle storie antiche di ‘mostri’. Un passo ulteriore potrebbe essere quello di spostarsi sul versante della ricezione. Ad esempio, in che misura l’immaginario occidentale è debitore della mitologia antica? In che termini il topos dell’esclusione e della rimozione del mostruoso ha influenzato il modo di agire e di pensare delle culture post-classiche?
Sicuramente spunti interessanti vengono dalla cultura ellenistica, che per la prima volta ha tentato di ‘umanizzare’ i mostri scavando nel loro passato problematico e mettendo in evidenza – per così dire – i loro ‘traumi’: penso alla Scilla che, prima di finire a distruggere imbarcazioni sullo stretto, era stata vittima della gelosia di Circe, o a Medusa che, prima di diventare un mostro, aveva subito la violenza di Poseidone. Il fatto stesso che le umanizzazioni del mostruoso avvengano spesso al passato, però, la dice lunga su quali sono i limiti stessi di una mitopoiesi che, tutto sommato, salvaguarda le versioni – e le paure – tradizionali.
Ma pensiamo anche a tutta una serie di mostri che vivono in spazi marginali – gli inferi, l’Occidente estremo, gli stretti –, ma che non sono rimovibili o eliminabili. Sono cioè una presenza da cui gli umani non possono liberarsi: Cerbero, ancora Scilla, con Cariddi, le Erinni, le Arpie rappresentano un limite al di là del quale neanche gli eroi come Eracle possono andare, come ad avvisarci che il mostruoso.
A mio avviso, poi, una domanda importante potrebbe essere la seguente: “è possibile ri-pensare i mostri liberandoli dalla categoria della violenza necessaria?”. È chiaro che la cultura post-moderna contemporanea si pone già domande simili. Il punto è cercare di capire come e in che misura la riflessione sull’antico possa dare un contributo in questo senso. Fin qui, la scelta che ho fatto è stata semplicemente quella di raccontare e mettere in evidenza. In futuro, chissà…

Pietro Li Causi è dottore di ricerca in Filologia e cultura greco-latina ed è stato assegnista di ricerca e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Palermo, dove ha insegnato Cultura latina e Lingua e letteratura latina. Attualmente insegna materie letterarie presso il Liceo Scientifico “S. Cannizzaro” di Palermo e fa parte, in quanto membro aggregato, del network “IRN Zoomathia (Transmission culturelle des savoirs zoologiques – Antiquité-Moyen Âge)”. Autore di numerosi contributi sulla storia della letteratura e sull’antropologia del mondo antico, si è occupato di autori come Aristotele, Plutarco, Ovidio, Plinio il Vecchio, Seneca, dell’etno-zoologia e della paradossografia dei Greci e dei Romani e di antropologia del dono nel mondo antico. Ha curato, assieme a Roberto Pomelli, L’anima degli animali (Einaudi 2015) e, per i tipi della Palumbo, ha pubblicato Sulle tracce del manticora (2003), Generare in comune (2008) e Il riconoscimento e il ricordo (2012). Le sue pubblicazioni più recenti sono, per i tipi de Il Mulino, Gli animali nel mondo antico (2018) e, per Inschibboleth, In principio erano i mostri (2022).

La sottile differenza

Lo spazio dei sentimenti è un territorio sismico: il grattacielo dei legami familiari è perennemente in bilico perché i legami familiari, così come intesi da Euripide, sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?
Un territorio sismico è per sua natura insicuro e così anche lo spazio dei sentimenti. La tranquillità di certi legami può essere spazzata via in pochi secondi, rasa al suolo da eventi, imprevedibili nella loro manifestazione, ma sempre possibili. Questo vale anche per quei legami familiari che apparentemente si presentano solidi ma che spesso hanno fondamenta fragili appoggiate su terreni altrettanto insidiosi.
Eppure, la famiglia che “funziona” è forse l’esempio perfetto di comunità, l’ambito che dovrebbe garantire una circolarità affettiva senza incrinature; ma è in questo ideale di perfezione che sta la sua fragilità, perché tutto ciò che sembra perfetto nasconde comunque un punto di debolezza, quello che mi piace definire il “punto di rottura”. Gelosie, risentimenti, spesso anche solo la pesantezza di certi silenzi rappresentano quelle scosse telluriche (per rimanere alla metafora iniziale) capaci di minare alla base qualsiasi costruzione, anche quella ritenuta più solida.
“La sottile differenza” fa riferimento alle piccole increspature dell’anima.
Le crepe possono essere foriere di benefici interiori, quantunque le ferite?

Sono convinto che ogni spazio che si crea nella dimensione personale di ognuno di noi vada letto come un’apertura, la traccia di un sentiero che non conoscevamo ma che può portarci verso la scoperta di qualcosa di nuovo.
Non si tratta solo di fare tesoro delle esperienze che la vita ci riserva, quanto di interpretare certi segni come strumenti per una crescita interiore.
Per risanare una crepa su un muro non è sufficiente chiuderla con una buona stuccatura, ma è necessario aprirla, allargarla, far sì che si allenti la tensione che ha contribuito a provocarla. Questo vale anche per noi. Ogni crepa, ogni incrinatura che segna il nostro essere richiede un intervento riparatore che metta in luce ciò che c’è intorno, che ci aiuti a comprendere non solo il perché della frattura ma anche e soprattutto cosa quel segno significhi per noi.
Le ferite guariscono, le cicatrici restano: dovremmo imparare a rendere uniche le nostre crepe, usare l’arte del kintsugi per dare loro nuova vita, ricostruire dove sembra impossibile.
Alle facili convinzioni, alla morale imperante, al comunemente detto quale atto di rivolta propone?
Credo che la più grande rivoluzione sia avere il coraggio di essere se stessi. In una società che mira a uniformare e a omologare, che tende a limitare il confronto critico e la curiosità della scoperta, difendere la propria unicità è l’unica lotta alle quale riservare le nostre migliori energie.
Con “La sottile differenza” chiedo al lettore di fare una scelta di campo, di decidere tra la libertà, anche quella di essere crudeli con se stessi, o l’adesione a stereotipi imposti dalla morale comune.
Non rinnego la famiglia come convenzione sociale, rivendico però il diritto di scegliere quali legami familiari accudire e quali recidere, come un buon giardiniere che sa quali rami potare e quali lasciare liberi di svilupparsi e che capisce quando non vale la pena sprecare energie dietro a una pianta destinata inesorabilmente a seccare.
Tra vivere la vita e lasciarsene solo attraversare, tra pensare di non avere alternative e scoprire una nuova strada: quale riflessione per chi, pur avvertendo la scossa che può modificare il corso della vita, presidia legami per senso di responsabilità?
Credo si debba distinguere tra responsabilità e coraggio. Ognuno è libero di scegliere se mettere a tacere la scossa che può cambiare il corso della propria esistenza o assecondarne l’onda cavalcandola con temerarietà.
Si vive meglio con un rimorso o con un rimpianto? Purtroppo, non esiste una risposta valida per tutti. Il coraggio è istintivo, impossibile da imparare, mentre il senso di responsabilità è qualcosa che ci viene insegnato; ecco perché la gran parte di noi compie scelte che si adeguano a convenzioni che la nostra cultura ci ha trasmesso come giuste e onorevoli. Il coraggioso, quello capace di modificare la propria vita seguendo la scintilla che illumina un sentiero nascosto, è una mosca bianca che rischia pure di essere emarginato quando certe scelte si dimostrano fallaci.
Le strade più belle sono quelle sconosciute, ma chissà perché tendiamo sempre a percorrere sentieri già battuti: anche questa è la sottile differenza tra vivere la vita e lasciarsene solo attraversare.
“Ho capito che l’amore non si pretende. Non si compra. Non può essere il prezzo di un riscatto.”
Cos’è l’amore?

L’amore è come l’acqua, si adatta al recipiente che lo contiene. Così fa con noi: riempie i nostri vuoti, colma cavità, si prende tutto lo spazio disponibile. O trascina con sé ogni cosa, quando rompe gli argini che non sappiamo rinforzare. È una forza dirompente e aggressiva. Un sentimento tirannico e totalitario.
Eppure, non sappiamo farne a meno: lo cerchiamo, lo bramiamo, a volte ce lo inventiamo. E allora è anche la scintilla che può farsi falò oppure incendio, che può dare calore o bruciare tutto ciò che abbiamo intorno.
L’amore è un sentimento libero che non può essere confinato tra recinti e steccati. Diventa sterile se tenuto in cattività.
L’amore è ognuno di noi quando smette di pensare a sé.
L’amore è una risposta difficile.

Federico Fabbri
Dopo gli studi tecnici e qualche anno di lavoro nelle aziende di famiglia, inizia la sua carriera nel settore finanziario; attualmente si occupa di gestioni patrimoniali presso una private bank fiorentina svolgendo la sua attività lavorativa tra Firenze e Prato.
Lettore onnivoro e curioso, ha una passione per i documentari televisivi, la musica leggera italiana e il tennis (che pratica a livello molto amatoriale).
Ha esordito con il romanzo Maledette ortensie (LuoghInteriori, 2015), finalista dell’edizione 2014 del Premio Letterario Città di Castello e vincitore del IX Premio Nazionale di Poesia e Letteratura La Tavolozza (Pontedera, 2016).
Il suo secondo lavoro, La verità ha bisogno del sole (AmicoLibro, 2017), finalista della X edizione del Premio Città di Castello ha vinto, nella sezione “Romanzi inediti”, l’edizione 2016 del Premio Letterario La Ginestra di Firenze e, nel 2017, il Premio Memorial Giovanni Leone.
I suoi racconti L’anima gemella, Il lato buio del cuore, La magia del Natale, La neve ha un suono sottile, hanno ricevuto riconoscimenti in concorsi a carattere nazionale, così come il racconto breve Satelliti, vincitore di puntata della trasmissione radiofonica Radio1 Plot Machine, inserito poi nell’antologia edita da RaiEri, dedicata all’edizione 2017/2018 del concorso.
Il racconto Una storia semplice ha invece vinto l’edizione 2018 del “Premio Racconti nella Rete” e i premi “Giubbe Rosse Inediti” (2017), “In Cento Righe” (2018), “Lo Scrittoio” (2018) e “Xilema – Racconta le parole” (2018).
Tutti questi scritti sono stati riuniti nella raccolta La strada verso casa (LuoghInteriori, 2020).
Il suo ultimo romanzo, La sottile differenza, secondo classificato nella sezione “Narrativa” alla XIV edizione del Premio Letterario Città di Castello 2020, è uscito a luglio 2021 per la casa editrice LuoghInteriori.

Sguardi sul teatro contemporaneo. Interviste di Fabio Francione

Lei dialoga con Josep Maria Miro ed Ascanio Celestini, Massimo Popolizio e Tiago Rodrigues, Pascal Rambert e Romeo Castellucci, oltre che con i fondatori di alcune delle compagnie d’avanguardia più importanti degli ultimi anni, da Anagoor alla Compagnia della Fortezza, dal Teatro delle Ariette a lacasadargilla. Ebbene, è rintracciabile un fil rouge che annoda le plurime e molteplici anime dell’Arte così come declinata dalle voci del teatro contemporaneo?

Sono molteplici i fili rossi intrecciati in questo libro. Nemmeno troppo scherzando mi sono trovato a dire di recente, a Modena nell’incontro di presentazione con Stefano Tè, il regista del Teatro dei Venti, che sotto sotto il filo rosso che lega tutti i nomi si divide nei celebri sei gradi di separazione. Ma, facendo cadere lo scherzo, i fili rossi che legano questi artisti sono quasi sempre soggettivi. Nel senso che la selezione effettuata a monte, nella progettazione del libro, ha tenuto conto delle mie esigenze, predilezioni, anche amicali con alcune compagnie che pedino criticamente da molti anni, nondimeno la ricerca non è stata esente dal tenere a mente il format della collana e le richieste editoriali. Non vi è stata opera di mediazione né di diplomazia. La scelta dei nomi da intervistare ovviamente era molto più ampia, altrettanto ovviamente ci sono nomi che non sono riuscito a raggiungere, ma vado orgoglioso di aver allargato il format di 12 interviste a ben 14.

Le opere teatrali si confermano quali testi archetipici del pensiero ad ogni latitudine, contemporanee ad ogni epoca.
Quali ragioni ravvede nella specifica proprietà della Teatro di porsi sempre in maniera speculare alle fratture epocali?

Non vedo fratture, ma continuità e contiguità temporali nel teatro. D’altronde se sopravvive da più di 3 mila anni, qualcosa vorrà dire tanto che nemmeno le nuove tecnologie l’hanno scalfito al pari del cinema più di cento e più anni fa. Tanto che quest’ultimo si è diluito in schermi di qualsiasi dimensione e piattaforme digitali che hanno dissolto il luogo in cui è sorto. La sala cinematografica ormai si va dissolvendo dall’immaginario collettivo restando solo nel languore nostalgico di qualche critico. Lo spettatore ha rinnovato il suo sguardo, i film ancora non del tutto. Mentre il teatro è un po’ come il tirar calci a un pallone, un posto lo trova sempre per potersi esprimersi ecco perché risulta inscalfibile all’incedere del tempo e dunque dall’alternarsi di epoche di crisi e auree.

La ricerca di distrazione ed evasione per scordarsi per qualche ora delle contingenze quotidiane in qual misura hanno inciso sulla recentissima produzione teatrale?

Credo per niente. Lo spettacolo inteso nella più larga accezione del termine è intrattenimento che può essere intelligente o meno, ma pur sempre di intrattenimento si tratta. Il teatro, pertanto, è soggetto a tali regole. Dipende poi come lo si vuol far passare. Ma anche il più smaliziato dei registi e dei drammaturghi sa che giocare sulla versatilità degli attori più che sui testi consente di allargare la sua platea. Di certo siamo sempre in zone marginali se non della cultura, già di per sé tenuta zitta e buona dalla politica, del dibattito nazionale.

La pandemia da COVID-19 ha investito con particolare aggressività il settore delle arti dello spettacolo: i precari si sono ritrovati disoccupati. Qual è lo stato dell’Arte, ad oggi?

Discorso lungo e complesso a cui di sguincio ho dato una risposta in precedenza. Il teatro nel dibattito nazionale non appare quasi mai. Nemmeno nel colore e nel pettegolezzo. Appartiene a pochi anche se è in crescita il numero degli spettatori. Ma il creare un nuovo pubblico è più di un imperativo. Però ci si dimentica troppo che il comparto spettacolo era già in sofferenza molto prima della pandemia. Ad ogni modo le chiusure di questi due anni hanno fatto sì che si progettasse molto di più di prima. I risultati cominciano ora a vedersi.

“Sguardi sul teatro contemporaneo” si chiude con la voce del grande maestro del teatro mondiale Eugenio Barba. Qual è il suo monito?

La presenza di Barba ha una sua ragione specifica nell’economia del libro. Da un lato lo status di maestro lo volevo mettere in evidenza, dall’altro però manca un pezzo che lo avrebbe consegnato ancor più alla sua già grande statura di uomo di teatro. Originariamente le due ali del libro, in apertura e chiusura, avrebbero dovuto essere consegnate alle interviste a Peter Brook e appunto a Barba. Purtroppo, Brook è scomparso durante il work in progress del libro e la figlia, Irina, contattata all’indomani della morte del padre, non si è sentita di raccontare ciò che le avevo chiesto: di dire qual era l’eredità che lasciava alle nuove generazioni Brook. Dunque, il libro è come un quadro scorniciato da un lato. Immagino che ora sia il lettore a tenere in piedi quella parte che non c’è. Reinventandola di volta in volta con le sue riflessioni.

Fabio Francione – giornalista e scrittore, collabora con “Il Cittadino” e “Alias”, inserto culturale de “il manifesto”. È curatore di numerose pubblicazioni di argomento teatrale, nonché autore di diversi contributi apparsi in atti di convegni e riviste di settore; ha inoltre ideato e curato la mostra e il relativo catalogo Paolo Grassi… senza un pazzo come me, immodestamente un poeta dell’organizzazione, Milano 2019 tenutasi al Piccolo di Milano in occasione del centenario di Paolo Grassi.

Le divine della Belle Epoque

La Bella Otero, Lina Cavalieri, Coco Chanel, Marie Curie, Eleonora Duse, Franca Florio, Mata Hari, Maria Montessori, tra le tantissime altre. In qual misura contribuirono a creare la “più affascinante delle illusioni”?

Nel nostro immaginario la Belle Epoque porta alla mente feste, frivolezza, euforia, ma in realtà non è stato così.
Il protagonista del periodo è stato il progresso, che ha investito tutti i campi, come ho scritto “uomini e donne videro le prime automobili, i dirigibili attraversare i cieli, i grandi transatlantici solcare gli oceani e, novità sorprendente, era sufficiente un click per avere le case illuminate.”
Accanto a questo aspetto ho cercato di raccontare un’epoca attraverso alcune delle donne più rappresentative del periodo. L’emancipazione femminile, la regolamentazione delle leggi sul lavoro e il suffragio universale erano temi all’ordine del giorno. Ho narrato la vita di regine, attrici, ballerine, scienziate e nobildonne, perché nei periodi di grande fluidità sociale il desiderio di affermazione cresce. Per questo credo che con la loro tenacia siano riuscite a dare un esempio e a rendersi protagoniste “della più affasciante delle illusioni”.

Antonio Gaudí, Peter Carl Fabergé, Alexandre Gustave Eiffel. Qual è la ragione sottesa allo spazio che dedica agli uomini che indirizzarono la stagione della Belle Époque?

Il testo è nato in seguito all’invito di un’amica soprano, Angelica Cirillo, a scrivere un testo adatto a raccontare la Belle Epoque che si sposasse con un concerto. Musica, parole e moda, visto il coinvolgimento di Barbara Borsotto, direttrice artistica del Museo della Moda di Sanremo, e titolare della Maison DAPHNÉ. Il mio impegno è stato quello di creare un testo breve, che toccasse gli aspetti più significativi del periodo e per questo è stato giusto dare spazio ai grandi protagonisti anche maschili. La genialità e il talento non hanno genere.

La dedica del volume recita: ”A tutte le donne emancipate, forti e intelligenti che gettarono le basi per le rivendicazioni dei diritti di tutte le donne”. E’ ancora dura la salita?

La dedica molto significativa è stata data da Barbara Borsotto che ha ideato un foulard, una linea di maglie e un profumo ispirato alle parole del libro.
Pensiamo che le conquiste nel giro di un secolo siano state impressionanti e le generazioni di oggi debbano essere grate ai sacrifici e alle battaglie di tante donne coraggiose, di ogni estrazione sociale.
Certo ci sono ancora disparità, ma i traguardi raggiunti devono dare il giusto ottimismo, soprattutto alle nuove generazioni.

Quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate.
Quale messaggio ci offrono?

Ho raccontato donne dalla personalità marcata e seducente, come Mata Hari e la Bella Otero, dal talento fuori dal comune, come Coco Chanel ed Eleonora Duse, dalla genialità straordinaria, come Marie Curie, dal coraggio di Matilde Serao. Il messaggio che ho voluto lanciare è di credere nelle proprie potenzialità, nel progresso. La parola che ha usato lei, Giusy, inarrendevolezza, racchiude in un solo vocabolo l’essenza del libro! Le ultime pagine sono dedicate alle riflessioni, perché il piccolo libro taccuino possa essere personalizzato.

Dagli anni ’60 del Novecento il corpo delle donne diviene l’interprete della discussione politica, il movimento femminista esplora i paradigmi e i ruoli stereotipati delle donne, mentre l’azione dei collettivi arricchisce le meditazioni sulla differenza di genere. La sua storia personale può documentare ostacoli dovuti alla sperequazione di genere?

Penso che ogni donna abbia affrontato il pregiudizio. Quanta fatica per affermare ciò che desideriamo essere!
Sono laureata in giurisprudenza, ho lavorato nel campo assicurativo, ho un passato tra ufficio, baby sitter, conciliazione dei tempi di lavoro. Sono una delle tante donne che ad un certo punto ha detto basta. Sono ripartita dall’università e mi sono specializzata nel campo del diritto del lavoro, con particolare attenzione alla storia della legislazione del lavoro femminile. Il diritto del lavoro è lo specchio dei tempi, in continua e necessaria evoluzione. Se ho avuto ostacoli? Si purtroppo. Mi sono sentita dire: sua figlia ha un mese, è grande, può tornare a lavorare a tempo pieno. Vorrei che mia figlia, che oggi ha diciotto anni, non dovesse sentire una frase del genere.

Raffaella Ranise si è laureata in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Genova. Ha collaborato alla cattedra di Diritto del lavoro della stessa Università presso il polo imperiese. Da alcuni anni si dedica alla scrittura. Ha pubblicato, insieme a Giuseppina Tripodi, Rita Levi-Montalcini: aggiungere vita ai giorni (Longanesi) e, per Marsilio, Noi un punto nell’universo. Storia semplice dell’astronomia (con la collaborazione di Francesca Matteucci) e I Romanov. Storia di una dinastia tra luci e ombre.