L’avventurosa storia della Radio pubblica italiana

La “Garzantina della radio” edita nel 2003 ed il suo “L’avventurosa storia della Radio pubblica italiana”: è possibile stabilire un confronto?
La Garzantina è un’opera di indiscusso valore ma è aggiornata al 2003, presenta in ordine alfabetico trasmissioni, personaggi radiofonici e questioni tecniche in ordine alfabetico. I miei due volumi seguono invece un ordine cronologico dall’inizio del ‘900 (i primi esperimenti di Guglielmo Marconi, la nascita dell’Araldo Telefonico e dell’Unione Radiofonica Italiana, l’Uri, l’antenata della Rai) fino al 2022 con gli attuali 14 canali della Rai ai quali si aggiungono una ventina di network nazionali privati ed innumerevoli radio locali e webradio. E’ una storia d’Italia (si parla anche di eventi politici e di cronaca, nonché di costume) attraverso le trasmissioni, i conduttori, i registi, gli autori che hanno caratterizzato la storia della radiofonia italiana: da Maria Luisa Boncompagni (la prima annunciatrice della radio italiana) a Luca Barbarossa (a parer mio il miglior speaker radiofonico attuale), passando per Nunzio Filogamo, Nicolò Carosio, Silvio Gigli, Corrado, Mike Bongiorno, Sergio Zavoli, Alberto Sordi, Enzo Tortora (tutte persone che poi passeranno in televisione, ma quasi tutti i grandi dello spettacolo hanno iniziato con la radio). Il primo volume ha inizio con l’Italia giolittiana e i primi esperimenti di Marconi, passando per la radio di Mussolini e per quella dell’immediato secondo dopoguerra e degli anni ’50 del secolo scorso. Una radio culturale, pedagogica, ma anche di intrattenimento (non a caso nasce in questo periodo il Festival di Sanremo che originariamente era una trasmissione radiofonica). Botta e risposta, il Giornale Radio, Tutto il calcio minuto per minuto, Ciak, Sorella Radio ed altre trasmissioni entrate nella storia.
Il secondo volume di apre con la radio degli anni ’60 ed arriva fino ai nostri giorni (con il ritorno in radio di Renzo Arbore e di Fiorello). Erroneamente data per morta con l’avvento della televisione, la radio non solo resiste (negli anni ’50 la tv non è ancora presente nelle case di tutti gli italiani) ma ha un rilancio grazie ad illuminati dirigenti come Leone Piccioni, Luciano Rispoli e Maurizio Riganti. Nascono trasmissioni come Bandiera gialla, Per voi giovani, Supersonic, Popoff, Gran varietà, La corrida, Batto quattro, Il gambero, Hit parade, Dischi caldi, Alto gradimento, Chiamate Roma 3131. Renzo Arbore, Gianni Boncompagni, Paolo Giaccio, Mario Luzzatto Fegiz, Andrea Camilleri, Maurizio Costanzo, Paolo Limiti, Enrica Bonaccorti, Mina sono fra i protagonisti della radio degli anni ’60 e ’70. Con la seconda metà degli anni ’70 nascono le prime radio libere, il monopolio Rai (già in parte interrotto da Radio Montecarlo e Radio Capodistria) finisce, il pubblico giovanile si sposta sulle emittenti private, la Rai mantiene i propri ascolti grazie all’informazione (settore nel quale nessuna emittente privata è mai riuscita, e mai riuscirà, a battere la Rai), per recuperare l’azienda radiofonica di Stato fa nascere due canali in stereofonia (Raistereo1, Raistereo2) e Raistereonotte, proprio mentre stanno per nascere i grandi network privata, la radio degli anni ’80 non era mai stata analizzata a livello storico. Infine analizzo sempre attraverso eventi politici e di costume, le trasmissioni e i conduttori della radio degli ultimi trent’anni. La radio è stata ancora una volta erroneamente data per morta con l’avvento di internet, ma invece ha saputo rinnovarsi ed adeguarsi ai tempi: il Dab, lo streaming, i podcast, l’interazione con i social, la radiovisione. Tutto questo ha fatto si che oggi questo media, ormai centenario, viva un momento felicissimo.
Da dieci anni lei conduce la trasmissione “Stile italiano”, la storia della canzone italiana raccontata dai suoi protagonisti: quanto, oggi, l’ascolto della radio può agevolare la conoscenza musicale?
La radio ha sempre contribuito al successo dei brani musicali, e in parte ancora ha questa funzione. In merito alla conoscenza musicale esistono trasmissioni che fanno conoscere la storia della canzone italiana: Il mio Stile italiano, pur avendo intervistato quasi tutti i grandi che hanno fatto la storia della canzone italiana è piccola cosa rispetto ad alcuni programmi di Radio Rai, purtroppo non tutti i network privati hanno questo obiettivo e preferiscono adeguarsi alle nuove tendenze musicali trascurando la storia e la conoscenza della musica del passato.
La radio ha segnato i tempi della storia, ha comunicato per prima vicende di portata epocale. La radio del nuovo millennio: la nascita di Gr parlamento, di Isoradio, Radio3 Classica: quali sono gli effetti dei media sulla politica e sul costume italiano?
Si è passati da un unico canale radiofonico strumento del potere politico durante gli anni del fascismo, ad un’offerta variegata sia a livello informativo che di generi radiofonici. Per diversi anni ho collaborato con la rivista Millecanali, nata negli anni ’70, allora era un’utopia arrivare a mille canali radiofonici. Oggi fra radio pubblica, network privati, radio locali, webradio, radio straniere, e grazie alla rete, l’ascoltatore può avere centinaia di migliaia di alternative ed un’offerta variegata. Sono tantissimi gli eventi di portata epocale annunciati in anteprima dalla radio, basti pensare all’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale, al comunicato di Titta Arista (speaker dell’allora Giornale Radio) che annunciava le dimissioni di Mussolini e la nomina del Maresciallo Pietro Badoglio, alla fine della seconda guerra mondiale (annunciata da Corrado). E, ancora, tanto per citare alcuni eventi del secondo dopoguerra: il rapimento e l’assassino di Aldo Moro, le stragi di Via Capaci e via D’Amelio, il crollo delle torri gemelle e la recente invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin. Molti eventi di cronaca, morti di personaggi nazionali e internazionali le abbiamo apprese ascoltando la radio, quando ancora non c’erano i telefonini e la rete.
La radio pubblica italiana nel 2024 festeggerà il proprio centenario: c’è un filo rosso che lega la sua storia, quantunque i naturali cambiamenti?
Il filo rosso è senz’altro la compagnia che ha la radio ha fatto (e fa) alle persone, oltre ad informare, istruire e dettare tendenze musicali. E’ cambiato il modo di ascoltare la radio e sono cambiati gli stessi apparecchi riceventi: si è passati dai radioloni dell’inizio della prima metà del secolo scorso davanti ai quali la famiglia si radunava per ascoltare le trasmissioni, ai transistor, alle autoradio, alla radio ascoltata tramite i cellulari o il pc, è cambiato il modo di fruirla ma la radio è sempre una grande amica.
Lei ripercorre la quasi centenaria storia della radio italiana attraverso i suoi conduttori, i programmi che ne hanno fatto la storia, le canzoni lanciate dalla radio, i funzionari con uno sguardo interno: ci regala un ricordo?
I ricordi e gli aneddoti sono tantissimi sia personali, sia dei personaggi radiofonici intervistati, ne cito uno inerente Gran varietà una delle trasmissioni più longeve della storia di Radio Rai. Gran varietà era uno show radiofonico in onda la domenica mattina, basato sull’alternanza di sketch comici e canzoni, che ebbe come conduttori personaggi del calibro di Jonny Dorelli, Walter Chiari, Mina, Raffaella Carrà ed altri, con la partecipazione di tutti gli attori e cantanti oggi entrati nella storia dello spettacolo italiano. Diventò un rito ascoltare la trasmissione in attesa del pranzo in famiglia e con il pensiero rivolto al pubblico in diretta “dall’Auditorium A di via Asiago in Roma”. Salvo poi scoprire, anni dopo, io tramite le mie ricerche storiche, altri, come il prof. Umberto Broccoli (autore della prefazione), Michele Mirabella e lo stesso Luca Barbarossa, lavorando in Rai, che il pubblico in sala non c’era. La trasmissione era infatti registrata a blocchi, il geniale regista Federico Sanguigni inseguiva le star e faceva recitare la loro parte di fronte a un registratore, nei luoghi più impensati (in treno, nel bagno del camerino ecc. ecc.). Poi, a Roma, montava tutto con gli applausi, sbobinando e incollando centinaia di metri di nastro… La radio è anche questo…

Massimo Emanuelli
Docente e speaker radiofonico, da oltre 30 anni conduce la trasmissione radiofonica L’angolo della scuola, da dieci anni conduce anche la trasmissione Stile italiano, la storia della canzone italiana raccontata dai suoi protagonisti. È l’organizzatore del Premio Gigi Vesigna (intitolato alla memoria dello storico direttore di Tv Sorrisi e Canzoni) che ogni anno premia un personaggio del mondo dello spettacolo.

L’avventurosa storia della Radio pubblica italiana. Vol. 1

Diari di viaggio. I racconti di viaggio di Melville per la prima volta integralmente in italiano

“Le luci della strada viste dall’alto si accendono nel colmo della malinconia. Un’immagine del genere si potrebbe vedere dalla loro finestra, se uno dei due potesse sciogliersi dall’abbraccio, accostarsi al davanzale e odorare una parte intera dell’estate.” Henri Meschonnic adopera “il tradurre” , Georges Mounin usa le locuzioni activité traduisante oppure opération traduisante. Ebbene, come si disambigua il termine “traduzione”?
Ho una certa difficoltà a cercare una definizione del tradurre. Certamente, è un’operazione infinita e destinata all’insuccesso, nel senso che non possiamo mai riportare interamente un testo da una lingua all’altra. Lungi, però, dall’essere un limite, questa mancanza apre spazi a possibili arricchimenti ermeneutici. Tradurre, confrontarsi, perdersi e ritrovarsi. Dal fallimento alla vittoria. Sicuramente, nel processo traduttivo si evince quanto afferma Meschonnic, ovvero “all’identità non si arriva se non attraverso l’alterità”. Credo che il grande traduttore sia colui il quale nella sconfitta trionfa svelando altro. Infine, la vita è traduzione. Il “naufragio dell’esistenza”, di cui parlava il filosofo K. Jaspers, ci porta sulle spiagge assolate del silenzio, proprio come la parola poetica naufraga sempre davanti alle sponde del silenzio-limite: da qui, ogni ri-velazione è possibile.
Nella rappresentazione contemporanea della figura traduttiva, è stata fortemente voluta anche dagli organi istituzionali l’introduzione della codifica di mediatore. Lei ha tradotto i racconti di viaggio di Melville. Ritiene di essere dotato esclusivamente di un talento traduttivo linguistico o di essere anche un mediatore culturale?
Se ho avuto talento lo lascio dire ad altri! Posso affermare che prima di tradurre ho riletto le opere maggiori di Melville, quindi nella “trasformazione” in italiano delle sue lettere mi sono immerso non solo nei ricordi di un uomo, ma ho anche viaggiato in un secolo differente dal mio. La mediazione culturale l’ha prodotta il testo, io semmai l’ho accompagnata, vivendola. Aggiungerei un dettaglio: i confini tra testo e traduttore, quando si affronta un grande autore quale appunto Melville, reclamano sicuramente la conoscenza di due culture e di un bagaglio tecnico, ma è, infine, il testo ad avere la meglio perché ne diventiamo parte, ne siamo assorbiti. Il lettore, l’ultimo a completare la traduzione, con la sua “presenza in scena”, completa il rapporto trinitario di mediazione e di rivelazione. Questa traduzione mi ha cambiato, è stata simile a una seduta psicanalitica, mi ha portato in un luogo sconosciuto da cui ho compreso che ogni mediazione è possibile se si trova già nell’altro qualcosa di nostro. Penso al famoso simbolo bianco e nero dello yin e dello yian, il tao.
I diari di viaggio di Herman Melville palesano al lettore ricordi, percezioni ed esperienze basilari per intendere la biografia irrequieta di uno dei più grandi scrittori del Novecento. Crepe, interstizi di assurdo che compromettono il linguaggio medesimo. Quali sono le peculiarità della narrazione di Melville?
La cosa più sorprendente, in un testo non destinato alla pubblicazione, e quindi plausibilmente più spontaneo e libero, è stato registrare una scrittura incredibilmente accurata, proprio come per un romanzo da pubblicare. Ciò che Melville racconta produce un grande impatto emotivo. Mi sono trovato spesso “accanto a lui”, come se fossi un suo compagno di viaggio. Se c’è un tratto nella sua scrittura è certamente la potenza nell’evocare energie interiori sconosciute o poco nitide. Alcune crisi interiori dello scrittore sono diventate mie, certi pensieri del sottoscritto li ho ritrovati fra epistole dal profondissimo tratto lirico. In Moby Dick scrive: “O natura, o spirito dell’uomo! Quanto sono inesprimibili le analogie che vi legano! Non il più piccolo atomo si agita o vive nella materia senza avere il suo bel duplicato nella mente.”- l’energia della sua narrativa, così terrestre, produce nella mente echi straordinari.
I diari sono accompagnati da un’introduzione che ne illustra la figura storica ed artistica dalle prime lettere giovanili sino alla corrispondenza del 1850. A suo avviso quanto incidono le specificità storiche sulle tipicità linguistiche?
Incidono, eccome, ma non per i motivi che potremmo pensare. Non si tratta infatti di registrare un “semeion”, un segno, o l’atmosfera di un’epoca all’interno di un testo. Ciò che colpisce è realizzare quanto quel mondo sia presente in noi, valichi i confini spaziotemporali, ci parli dell’oggi. I grandi romanzi, le grandi scritture non sono mai nel passato, ma nel presente e nel futuro. Ci raccontano del domani.
Lei ha scelto di tradurre i racconti di viaggio di Melville. Ci racconta un aneddoto legato proprio alla scelta?
Difficile sceglierne uno in particolare. Posso dire, in assoluta sincerità, che alla fine è stato Melville a tradurmi. Oggi avverto una nostalgia di quella scrittura, e credo lui mi manchi come manca un vecchio amico che non si vede da parecchio tempo. Penso che dovrò riprendere qualche suo testo per tradurlo e incontralo di nuovo! Quando, dopo parecchie ore di lavoro, spegnevo il computer e mi dedicavo ad altro – per esempio fare una passeggiata – andavo in giro avendo addosso l’odore dei deserti intorno Gerusalemme, da lui frequentati, o guardavo la mia città con gli occhi stanchi per l’intenso bagliore delle Piramidi, così incredibilmente descritte. Se non è magia questa, non so cosa altro lo sia.

Andrea Comincini, laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi Roma Tre, ha conseguito un Ph.D. in Italianistica all’University College Dublin, dove ha lavorato in qualità di Senior Tutor. È stato Helm-Everett Fellow presso la Indiana University. Ha pubblicato: Itinerari filosofico-letterari, Altri dovrebbero aver paura (traduzione e curatela di lettere inedite di Sacco e Vanzetti, con prefazione di Valerio Evangelisti e con un contributo di Andrea Camilleri; Voci dalla Resistenza, una collezione di testimonianze sulla vita dei partigiani; L’anima e il mattatoio (poesie);Le ragioni di una congiura, ancora su Sacco e Vanzetti; La persuasione e la retorica di C. Michelstaedter, edizione critica.; Nefes. Piccolo trattato sull’esistenza infranta (Tangram edizioni scientifiche). Ha tradotto e curato vari testi di letteratura angloamericana (Fitzgerald, Bennett, Melville) collabora con varie riviste filosofiche e letterarie.

Atlante dantesco. I luoghi di Dante e della Divina Commedia

L’Italia fra il Duecento e il Trecento, da Firenze alle città, ai castelli e ai paesi dell’esilio, fino ai luoghi vivacemente descritti d’Inferno, Purgatorio e Paradiso: quello di Dante è un itinerario reale o letterario?
“In Atlante dantesco” racconto i luoghi reali e quelli immaginari. La Firenze medioevale, un mondo ormai sommerso, ma all’epoca molto sanguigno e vitale: violento ma anche percorso da grandi forze creatrici, dall’arte alla filosofia e alla teologia. Quella di Dante era una Firenze internazionale, se consideriamo che le banche fiorentine si erano largamente diffuse in Europa, nel Nord Africa, nel Vicino Oriente, e che il fiorino d’oro, al valuta pregiata di Firenze, era un po’ come l’euro o il dollaro di oggi, veniva cambiato ovunque.
Il percorso che traccia si avvia dai luoghi reali vissuti o attraversati da Dante nel corso della sua vita, snodandosi da Firenze alle colline toscane e romagnole, da Bologna a Verona e a Ravenna.
Il suo Atlante dantesco si potrebbe seguire anche come una guida di viaggio?

Il libro si può leggere come un romanzo o consultare come una guida di viaggio. È un affresco sul medioevo e sul mondo di Dante, raccontato attraverso i luoghi, gli amici, le passioni, la letteratura. Ma è anche un libro storico-geografico sull’Italia di ieri e su quella di oggi, in comparazione. Vi sono riportati gli itinerari percorsi da Dante, i suoi viaggi, i suoi soggiorni, tutto ciò che ha visto e raccontato. Perciò può essere utilizzato per ripetere quegli stessi itinerari sulle sue orme. Alcune cose non esistono può, altre sono cambiate, altre ancora sono quasi come allora.
Le descrizioni delle località e dei territori d’Italia sono minuziosamente descritti, creando spazi davvero affascinanti.
Li ha effettivamente visitati?

Sono stato in quasi tutti, e il fascino rimane: solo l’idea che Dante sia passato per quei luoghi, che si sia soffermato a osservarli coi propri occhi, mette in moto l’immaginazione. Basti pensare che ogni anno milioni di turisti provenienti da tutto il mondo giungono a Firenze anche solo per provare l’emozione di calcare lo stesso suolo calpestato dai suoi calzari. Firenze, Venezia, Padova, Treviso, Verona, Bologna, Ravenna, Forlì, Milano, Pisa, Lucca, Siena, Roma, Napoli, il Casentino (Poppi, Romena e Porciano), la Lunigiana, il Mugello, San Benedetto in Alpe, San Godenzo, San Gimignano, Fiorenzuola di Focara, Brisighella, Pomposa, il Polesine, le Valli di Comacchio. La Consuma e il passo dell’Ommorto, l’Orrido di Botri, le cascate dell’Acquacheta, Fonte Avellana, il Castello di Fosdinovo, la Rocca di Gradara, Giovagallo, Castelnuovo Magra. L’elenco è sterminato. E poi i tre regni immaginari, Inferno, Purgatorio e Paradiso, descritti però con una tale precisione di dettagli e vividezza da renderli tangibili, perfino riconoscibili.
L’itinerario che tesse sulle orme del sommo Poeta è notevolmente denso anche per quanto attiene la Firenze medievale. Quali sono le ragioni per le quali è tutt’oggi poco conosciuta?
La Firenze medioevale è stata sommersa, come dicevo, da quella rinascimentale e dagli stravolgimenti delle epoche successive: ai tempi di Dante il Duomo era in costruzione, e così il Palazzo Vecchio e Santa Maria Novella, insomma era una Firenze del tutto diversa, il cui cuore erano il Battistero, che è più o meno quello che vediamo ora, e la Badia Fiorentina. Le numerose torri che svettavano sulla città, simbolo delle famiglie e delle faide caratterizzanti la sua epoca, sono state abbattute nei secoli o inglobate in edifici più tardi. Ne restano in piedi ancora parecchie, molte suggestive, che trovate descritte e raccontate nel mio libro e che potete ammirare: basta saperle individuare, cosa niente affatto semplice, se non avete con voi una guida adeguata.
Il suo homo viaticor ha uno sguardo delicatamente carezzevole, accoratamente umile, soavemente poetico, fortemente empatico e mai profanatore dei luoghi danteschi.
In quale accezione possiamo declinare il suo uso del termine “viaggio”?

Viaggiare nello spazio fisico e geografico si accompagna sempre a un viaggiare dell’anima, a un misurarsi con sé stessi. Perciò, raccontare le peregrinazioni di Dante è al tempo stesso un confrontarsi con il mistero dell’uomo e della sua anima, e prima ancora ovviamente con sé stessi. Il viaggio va affrontato, a mio giudizio, non come sfida ma con occhi incantati, con la capacità di accogliere ciò che ci viene incontro, perennemente mossi dalla curiosità e dal desiderio di “entrare” nelle cose in profondità, sempre con lo spirito del viandante, dell’ospite. Ovviamente senza mai mettere da parte la prudenza. Quello che racconto nel mio libro è un viaggio che, una volta concluso, ti induce a ripeterlo da capo. Non vi dirò pertanto “buon viaggio”, ma “buon ritorno”.

Gianluca Barbera collabora con le pagine culturali de “il Giornale”. Ha lavorato per anni in campo editoriale e ha pubblicato racconti su riviste e in antologie, oltre a diversi romanzi, tra cui ricordiamo Magellano (2018) e Marco Polo (2019), entrambi editi da Castelvecchi e vincitori di numerosi premi. Per Solferino ha scritto Il viaggio dei viaggi (2020) e Mediterraneo (2021). I suoi libri sono tradotti in varie lingue.

Girl. L’universo femminile nella vita e nelle canzoni dei Beatles

Cynthia e Yoko, Jane e Linda, Michelle e Lucy in the Sky, Pattie e Olivia, Dear Prudence, Maureen e Barbara Bach, ma anche Astrid, May Pang, Nancy Andrews, Francie Schwartz, Heather Mills e Polythene Pam, Julia Stanley e Mary McCartney e tante altre, fino a Nancy Shevell, attuale moglie di Paul.
Ai Beatles per raggiungere la perfetta armonia e completare un universo altrimenti pieno solo a metà sono state necessarie le donne?

“Per l’altra metà del cielo” è la sfavillante dedica che Lennon inserirà come incipit al brano Woman, contenuto nel suo ultimo album, che è un’ode alla sua donna, ma probabilmente a tutte le donne del mondo.
L’evoluzione dei Beatles nel modo di guardare e rapportarsi alle donne è uno degli aspetti più importanti del mio nuovo libro. Bisogna tener presente che loro venivano da un ambiente tutt’altro che moderno o emancipato, la Liverpool del dopoguerra e del decennio successivo, quando la donna veniva identificata con la figura materna, la casalinga che la sera aspettava a casa il marito, oppure con le irraggiungibili dive di Hollywood che ti guardavano dai poster della tua cameretta – quasi sempre Brigitte Bardot. Di lì a poco, i quattro si trovarono catapultati – prima ancora di compiere vent’anni – nei malfamati quartieri a luci rosse di Amburgo, dove fecero una dura gavetta e dove sdoganarono tante cose, tra cui il sesso.
Nelle loro prime canzoni i personaggi femminili sono perlopiù semplici destinatari di dichiarazioni d’amore adolescenziali; presto però si trasformeranno in figure più complesse, alcune dal fascino letterario, come Eleanor Rigby o Girl. In sintesi, nel giro di qualche anno la visione beatlesiana del femminile evolverà verso una concezione più moderna, fino ad arrivare al femminismo rivoluzionario di canzoni come Woman is the nigger of the world. Va aggiunto che, tra le donne da te citate, ci sono mogli, amanti, compagne e altro ancora, ma la perfetta armonia verrà raggiunta solo con alcune e non subito. Uno dei capitoli del libro si intitola “Il club delle prime mogli”: va precisato che ho incluso anche la fidanzata storica di Paul, Jane Asher, con la quale però ruppe proprio alla vigilia del matrimonio e quindi non ha mai sposato. Queste “prime mogli”, tutte inglesi, lasciarono il posto a quelle con cui i Quattro avrebbero, stavolta davvero, completato il proprio universo: Yoko per Lennon, Linda per McCartney, Olivia per Harrison e Barbara Bach per Ringo. Curiosità: nessuna di loro era inglese!
Qual è, oggi, la funzione ed il messaggio della musica dei Beatles, valutando il fatto che esso sia stato sicuramente partorito da una società capitalistica, forse, nella prima fase del consumismo?
Mi verrebbe da citare la celebre – e abusata – All you need is love, in questi tempi in cui sembra proprio che imperversi tutto tranne che l’amore; ma in verità, come nelle grandi opere d’arte, nelle canzoni dei Beatles ci trovi qualsiasi cosa e individuare un unico messaggio è un’operazione riduttiva.
Come in un gran calderone, a cominciare dai primi testi ingenui si arriva fino alle liriche universali o esistenziali, passando per storie inventate per raccontare la quotidianità della gente comune e per tematiche insite nella cultura e nella religione orientale.
Quanto al capitalismo e al consumismo, è la stessa vecchia storia applicabile a qualunque campo artistico: nel caso specifico, vieni dalla classe operaia del nord dell’Inghilterra e sei trasgressivo e arrabbiato, ma finirai con lo svenderti per arrivare al successo e, se ti va bene, solo dopo riuscirai a rivendicare il tuo credo; in sintesi, è ciò che ha fatto soprattutto Lennon nell’arco della sua esistenza. Ecco, mi piace pensare ai Beatles come una spina nel fianco dell’establishment, sebbene inizialmente fossero stati nascosti ad arte dietro una facciata perbenistica. A tal proposito, si pensi allo sberleffo di un ventenne Lennon che, davanti alla Regina, chiese ai reali di applaudirlo con il tintinnio dei loro gioielli. Erano ben sessant’anni fa!
Le groupies che entrano dalla finestra del bagno e la Pretty Nurse crocerossina di Penny Lane; eppure, emerge il nichilismo, lo smarrimento, il senso di vuoto incolmabile. Il femminile declinato dai Beatles come speranza, illusione?
Ad entrare dalla finestra del bagno di casa McCartney non fu una groupie, quelle erano donne di tutt’altro genere che cercavano ben altro. Ad intrufolarsi tramite una scala nel giardino fu invece un gruppo di ragazzine – delle fan all’ennesima potenza – che piantonavano gli studi di registrazione e stazionavano davanti alle abitazioni nel tentativo di avere un autografo, di scattare una polaroid o anche solo di ottenere uno sguardo da uno dei loro idoli. Si pensi che rubarono magliette, pantaloni e fotografie e lasciarono al loro posto i gioielli e un quadro di Magritte.
La Pretty Nurse di Penny Lane, così come Lady Madonna o Lovely Rita, erano personaggi inventati per raccontare il quotidiano trascorrere dei giorni – nel caso di Lady Madonna si trattava dei problemi economici che assillano tutti i comuni mortali: quadretti della vita di ogni giorno di gente comune impegnata nel tran tran quotidiano, a volte impregnato di smarrimento e altre volte di un triste senso di vuoto, come capita a tutti. Emblematica è la storia dipinta in She’s leaving home, la ragazzina che non va d’accordo con i genitori e scappa di casa, tratta da un episodio realmente accaduto.
In altre occasioni, sì, la donna si trasforma in un simbolo di speranza, in un qualcosa di salvifico, una figura grazie alla quale crescere e migliorarsi (si vedano per esempio Don’t let me down, Something, Maybe I’m amazed o la già citata Woman) o in cui rifugiarsi (come in Let it be o Help!).
Da Girl e Eleanor Rigby: dove inzia la realtà e finisce la fantasia di testi impressi nella memoria collettiva?
Come capita spesso ad ogni artista che si rispetti, i personaggi inventati allo scopo di scrivere una canzone si intrecciano con riferimenti a persone realmente esistite e conosciute. Se Dear Prudence, che hai citato prima, è una persona reale utilizzata per scrivere una canzone stupenda, Eleanor Rigby è l’emblema della solitudine, è una sorta di poesia su una persona anziana che non ha più legami di parentela né di amicizia, che ormai vive nella sagrestia della Chiesa in cui raccoglie il riso dopo i matrimoni che lei non ha mai avuto e dove un giorno morirà dimenticata da tutti. È una figura che deriva dalle vecchiette a cui McCartney, da ragazzino, a volte tagliava l’erba o sbrigava piccole faccende per incrementare la paghetta. E curiosamente, oggi quell’emblema della solitudine ha una statua a Liverpool che non trova un attimo di pace perché è assediata dai fans a ogni ora del giorno! Girl, frutto della folle genialità di un Lennon poco più che ventenne, è invece una ragazza un po’ frivola, che l’autore ci descrive partendo da una canzone d’amore semplice solo in apparenza, che termina tra citazioni bibliche e spunti critici sulla religione cattolica: la ragazza è un po’ superficiale, e allora lui finisce per chiederle “tu che fai di tutto per farmi sentire un idiota davanti agli amici, ma te lo hanno mai spiegato che per arrivare al piacere bisogna prima soffrire? Ti sei mai chiesta cosa vuol dire che un uomo deve spaccarsi la schiena per meritarsi anche un solo giorno tranquillo?”. Il riferimento è al concetto cattolico secondo cui per star bene bisogna prima soffrire… e mentre il cantante si chiede il perché di tutto ciò, un ineffabile coro ripete Tit tit tit, cioè tette tette tette…
Ci racconta un aneddoto che rievoca con particolare nostalgia legato alla fruizione delle canzoni dei Beatles?
Qui la frase “colonna sonora della vita”, seppur assai trita, calza a pennello. I 45 giri – rigorosamente quelli lenti – infilati nel mangiadischi per ballare alle feste al buio o in riva al mare e poi colpiti con un furtivo calcetto per farli ripartire “automaticamente” in modo da durare di più (non per nulla, uno dei più gettonati era Hey Jude con quel suo lungo finale). E le ore trascorse a spulciare tra gli scaffali dei negozi di dischi alla ricerca della rarità… Sono tutte cose che oggi non esistono più e che i ragazzi dell’epoca digitale faticano persino a comprendere. Per fortuna però, anche per loro esistono ancora i Beatles.

Vincenzo Oliva da oltre mezzo secolo appassionato di musica e collezionista di dischi e libri dei Beatles (ma non solo), dice di essere scrittore solo per hobby e per passione, e intanto ha già pubblicato i seguenti volumi:
Paul McCartney – dischi e misteri dopo i Beatles, con Russino e Guffanti, Editori Riuniti, 2003
Help! Tutte le canzoni e gli album che i Beatles hanno realizzato con altri musicisti, Gremese, 2011
You may say I’m a dreamer, con Riccardo Russino, Arcana, 2014
Let it be – il concerto sul tetto e le sessioni della discordia, Tempesta Editore, 2018
John Lennon – canzoni, storia e traduzioni, con Riccardo Russino, Diarkos, 2020
Girl – l’universo femminile nella vita e nelle canzoni dei Beatles, Tempesta Editore, 2022

Amarsi. Seduzione e desiderio nel Rinascimento

Nell’Italia del Quattro e Cinquecento va in scena il gioco della seduzione. Erotismo è innanzi tutto gioco tra chi tenta di ottenere qualcosa e si espone, laddove l’altro si allontana. E’ indubitabile che si invita in tal modo il partner a concedere il suo corpo, ad essere il suo stesso corpo e ad offrirsi, non quale mera ed inconsapevole carne ma in quanto corporeità abitata da un individuo che è libertà.
Quanto deve l’erotismo al senso di curiosità, ossia al fascino sperimentato nei confronti di un corpo che non è il proprio, alla promessa di una coincidenza, interiore ed esteriore, con l’altro?

Nel nostro libro si parla di erotismo e di seduzione. Il testo si incentra proprio sul processo seduttivo che caratterizza il Rinascimento. Abbiamo seguito un percorso fatto da cinque tappe: guardarsi, privarsi, toccarsi, baciarsi, fare l’amore. La stessa letteratura ellenistica parlava di queste varie tappe, che poi sono state riprese nel Rinascimento a partire da Lorenzo de’ Medici in un suo canto per il Carnevale.
Lì la corporeità è un importante elemento di seduzione. Nel Rinascimento si vuole riproporre un modello che ha le sue basi nella classicità greca, nella tradizione dell’antica Grecia, dove il corpo era un valore, corpo inteso come immagine, come segno di coraggio e bellezza. La corporeità si riscopre dopo il Medioevo, dove era stata estremamente celata. La corporeità di cui noi parliamo nel nostro libro ha dimensioni diverse,perché la seduzione non è unicamente legata alla corporeità strettamente in senso fisico,ma anche ad altre dimensioni. Quindi, dall’abbigliamento con le donne che si vestono,acconciano i loro capelli in modo particolare come segno di seduzione,guardano al loro abbigliamento in modo raffinato, legato ai vari sensi al percorso che abbiamo identificato.
Quindi la vista, il tatto, il gusto, l’olfatto sono tutti elementi che portano all’attrazione, perché seduzione è appunto attrarre a sé. Ma il nostro libro parla anche di amarsi,che significa non solo capacità di sedurre, ma anche di lasciarsi andare, di lasciarsi percorrere dall’altro, di entrare in contatto con l’intimità dell’altro. Quello che abbiamo descritto, dunque, riguarda anche questo incontro con l’altro, questa unione tra soggetti diversi, che possono essere uomini con donne, dunque amori eterosessuali, ma anche di uomini che si innamorano di altri uomini, dunque amori omosessuali e anche di donne che si innamorano di altre donne.
Palazzi, piazze, alcove vibrano di un nuovo modo di amarsi e di concepire il desiderio. L’arte erotica rinascimentale palesa sia la prossimità e la vicinanza alla frenesia, all’eccitazione ed al desiderio di possesso fisico, sia la capacità di trattenersi, di rinunciare al possesso reale in favore dell’immaginazione.
Tale sublimazione possiede lo scopo di distaccarsi dalla sessualità oppure intende purificarne certi aspetti risultanti maggiormente difficoltosi, facendosi in tal modo arte, pura utopia?

Il nostro libro pone l’accento sull’amore passionale, che nasce dall’attrazione, dalla seduzione che coinvolge la corporeità, ma vuole anche superare un dibattito tra l’amore profano, cioè amore legato ai sensi, e amore sacro, cioè amore che ha elementi di sublimazione, di contatto con la dimensione divina.
C’è un superamento di questa dicotomia, di cui parla anche Tullia d’Aragona, chiamata anche “cortigiana onesta”; precedentemente, si utilizzava quest’espressione per delineare donne che erano disponibili sessualmente sotto prestazioni in denaro, e che grazie a tali azioni avevano raggiunto delle posizioni sociali anche elevate.
Dunque, grazie alla loro professione di meretrici, godevano di grande liquidità e potevano comprarsi dimore sfarzose. Molto spesso capitava che fossero donne molto intelligenti, come Tullia d’Aragona, che seducevano non solo con la loro corporeità ma anche con la loro cultura. Tullia suonava il liuto, cantava divinamente, sapeva anche scrivere, era una filosofa. Nella sua opera pubblicata nel 1547 denominata “Infinità d’amore”, parla con Benedetto Varchi su cosa sia l’amore.
In un passaggio presente nel nostro libro, lei definisce l’amore fatto da due ragioni: una disonesta e l’altra onesta.
Il disonesto è proprio degli uomini volgari e plebei, cioè di quegli uomini che hanno un animo basso e vile e sono senza virtù e gentilezza, qualunque essi siano, di piccolo o grande lignaggio, volti solo a goder della cosa amata. Il suo fine non è altro che quello degli animali bruti, cioè di avere solo piacere senza curare più oltre.
L’amore onesto, proprio degli uomini nobili, chiunque essi siano, cioè poveri o ricchi, non è generato dal desiderio, ma dalla ragione, che ha per suo fine il trasformarsi nella cosa amata, tal che di due diventino uno solo. Per Tullia, appunto, il fine ultimo dell’amore, non è concepito come per Marsilio o come Giovanni Pico della Mirandola come unione mistica, bensì il fine è la compenetrazione tra corpo e spirito, che può portare anche a vette spirituali elevate,ma non prescinde mai dalla corporeità degli amanti. Una simile compenetrazione è sempre frutto del rapporto terreno tra amante e amato, cioè quella reciprocità dell’amarsi.
Nelle relazioni fra donne e uomini, in quelle omoerotiche, tra ceti diversi, la rivoluzione amorosa del Rinascimento cambia per sempre la società.
Il sesso e la sessualità, per rottura di livello ontologico, restano una forza di natura più o meno incerta, ovvero un tabù da censurare implacabilmente?

Bisogna distinguere tra ‘400 e ‘500, soprattutto nei primi decenni del ‘500, si verifica l’apoteosi di questa licenza sessuale, di questa apertura, anche riguardo la raffigurazione dell’amore, di questo percorso, del momento del guardarsi, del parlarsi, toccarsi, baciarsi, fare l’amore.
Ci sarà un momento, quando Pietro Aretino scrive i suoi sonetti e li illustra, illustrerà i vari modi di fare l’amore, le varie posizioni esplicite, erotiche, trasgressive, e questo libro è stato dato alla stampa, ma nel momento in cui è stato dato alla stampa c’è stata la paura da parte sopratutto delle autorità religiose che questo potesse avere una divulgazione molto ampia.
In seguito vedremo che ci sarà la Controriforma, con un periodo dove sarà presente una grande condanna della sessualità.
Le ninfe avvenenti di Botticelli, le opulente e discinte matrone di Tiziano, gli dèi lussuriosi, come il possente Marte che, pur vincitore di mille battaglie, soccombe alla bellezza di Venere.
L’uomo finito, centrato su se stesso, si sente spinto ad unirsi a qualcosa d’altro ed a rischiare così di perdersi negli altri, nella “comunità carnale”.
Il sentimento erotico preludente alla voluttà in qual misura ritiene che sia intrinsecamente associato alla finitezza a cui è destinato l’individuo?

Quando si parla di eros, bisogna sempre pensare ad una relazione dove si incontrano contraddizioni,ambivalenze,la paura del perdersi nell’altro,di essere abbandonati.
Ci sono sempre questi chiaroscuri,quindi abbiamo da una parte la finitezza e dall’altra l’eternità. Finitezza: il legame può essere anche di brevissima durata, passione momentanea, succedeva anche all’epoca, con donne sposate che si invaghivano di giovani, come si parla nella novella di Piccolomini sui due amanti. Per finitezza si intende anche unione, cioè che da due si diventa uno oppure quattro (amore generativo), come fatto riferimento con Tullia d’Aragona. L’amore è conoscenza e trasformazione di sé,ma anche forza creatrice. Pensiamo all’amore come capacità di creazione, pensiamo ai dipinti del Botticelli ispirati all’amore e alla passione, a quelli del Michelangelo. Possiamo anche pensare all’amore che vive Properzia de Rossi, primissima scultrice bolognese che secondo il Vasari avrebbe avuto un amore non corrisposto nei confronti di Antonio Galeazzo Malvasia. Grazie a questa lacerazione che lei vive, realizza questo grandissimo bassorilievo,
“Giuseppe e la moglie di Putifarre”, che si trova ancora oggi nella chiesa di San Petronio. Questo bassorilievo è arrivato fino a noi, finitezza, dunque, ma anche eternità.
Professoressa Greco, l’Apoxyómenos di Lisippo, datato al 340-330 a.C.; gli altorilievi dell’India orientale, raffiguranti molteplici posizioni sessuali; l’innumerevole arte ceramica greca del periodo arcaico con scene esplicite di pederastia ma anche i peni in erezione, collocati all’entrata di ville e dimore patrizie.
Perché è così difficoltoso avvicinarsi ai costumi, agli usi ed alle consuetudini delle trascorse civiltà che, soventemente, trattano l’erotismo e la sessualità con una buona dose d’umorismo?

Come mai è così difficile confrontarsi con le altre culture? Bisogna dire che nel nostro libro c’è un invito al lettore..la richiesta di immedesimarsi nel Rinascimento, con la consapevolezza però che è un epoca diversa dalla nostra.
Spesso ci fanno questa domanda: perché occuparsi del passato? Ci sono delle analogie con il presente? Sì, ci sono delle analogie, trovate attraverso indagini sociologiche sull’amore. Quello che avviene oggi è lo stesso di quello che avveniva agli antipodi, cioè nel Rinascimento. Oggi gli amori iniziano grazie a piattaforme digitali, ma le tappe dell’incontro sono le stesse che avvenivamo nel Rinascimento, cioè guardarsi, anche con una piccola foto che si vede nel proprio profilo; poi, si inizia a parlare scambiando le prime mail, è un incontro che avviene mediante lo scambio di pensieri e anche di poesie e poi lentamente dal guardarsi si incomincia ad uscire dall’ambito virtuale per poi arrivare al reale, ci si conosce e possono seguire dei momenti dove ci si sfiora, ci si tocca.
Ci sono elementi in cui oggi ci riconosciamo, però è fondamentale sforzarsi di entrare in un’altra epoca che non è la nostra, questo è il nostro invito. Ci sono tanti quadri, poesie, che portiamo degli autori dell’epoca, quindi un scivolare lentamente in un’altra epoca, che ha altri modi di vedere. Questo è molto importante, anche perché, solo conoscendo bene il passato, possiamo capire il nostro presente, ma anche perché si fa lo sforzo di conoscere sfaccettature diverse dalle nostre, si fa lo sforzo di comprendere la diversità storica delle nostre società ed interazioni.
Ciò al giorno d’oggi è un problema, perché cerchiamo sempre la banalizzazione, la semplificazione, ridurre con poche formule il nostro mondo. Però, se ci sforzassimo di vedere le peculiarità del passato, potremmo vedere tante cose, come anche il cambiamento del ruolo della donna nel Rinascimento, salvo alcune eccezioni, ci sono tantissime donne che sono estremamente soggiogate alla cultura patriarcale, relegate al ruolo di mogli e di madri e che quindi non hanno la possibilità di scoprire tutti gli ambiti della propria capacità di seduzione; questo ci fa diventare consapevoli di cosa abbiamo acquisito e che si può anche facilmente perdere, come ben sappiamo.
Lo stesso discorso è applicabile riguardo gli amori omosessuali. Come sappiamo, c’era stata un’apertura nel Rinascimento, ma poi c’è stata una grandissima condanna di questi legami amorosi, che oggi lentamente stanno emergendo, questo ci fa comprendere il nostro percorso, le nostre battaglie, le nostre conquiste.

Silvana Greco
Ha conseguito il dottorato di ricerca in sociologia all’Università di Milano e ottenuto l’abilitazione a professore in sociologia alla Technische Universität Dresden. Dopo aver insegnato in prestigiose università italiane, dal 2013 è docente di Sociologia del giudaismo presso la Freie Universität Berlin. È autrice di una sessantina di pubblicazioni sulla sociologia della cultura, dell’arte, dell’ebraismo. Tra i suoi volumi: Il Rinascimento parla ebraico (con G. Busi, 2019); Cibo, identità culturale e religione. Tra antico e contemporaneo (con G. Busi, C. Lambrugo, G. Curatola, M. Albanese, 2016); L’amicizia nell’età adulta. Legami d’intimità e traiettorie di vita (con P. Rebughini, M. Ghisleni, 2012). È Vicepresidente della Fondazione Palazzo Bondoni Pastorio e curatrice di mostre d’arte.

La Roma di Pasolini. Dizionario urbano

“Arrivammo a Roma aiutati da un mio dolce zio, che mi ha dato un po’ del suo sangue: io vivevo come può vivere un condannato a morte sempre con quel pensiero come una cosa addosso, – disonore, disoccupazione, miseria. Mia madre si ridusse per qualche tempo a fare la serva. E io non guarirò mai più di questo male.”
In qual misura il sottoproletariato che vive in miserevoli sobborghi, le borgate hanno contribuito a circoscrivere l’uomo, i suoi incontri, le sue idee politiche, i suoi amori, i suoi momenti di fuga?

L’incontro di Pasolini con la borgata e con il sottoproletariato fu una conoscenza che stravolse la sua visione sugli uomini, sulle cose e sul mondo, soprattutto sulle regole che reggevano il mondo. L’amore di Pasolini per questo proletariato, nasce perché vede in loro la purezza, la purezza di quegli individui che non sono stati ancora omologati, contagiati, da quel processo di evoluzione che il commercio, la società dei consumi, sta cominciando nell’Italia degli anni ‘50/60, dove la classe borghese sta attuando, anche grazie ai media della televisione, una trasformazione, un’omologazione, sia dei desideri sia del linguaggio sia dei costumi del proletariato. Quindi Pasolini rivede nelle borgate, in quella massa di popolo, la purezza che è caratteristica della cultura italiana ma, soprattutto, della storia italiana.
Gadda, Bertolucci, Bassani, Moravia, Morante, Citati, Penna: quanto è palpabile l’ascendente degli “amici di Trastevere” nella produzione letteraria di Pasolini?
È uno scambio reciproco. Molti di quei personaggi abitavano a Monteverde, vicino casa sua, quando Pasolini abitava a via Carini.
C’erano Gadda, Caproni, Rodari, Bertolucci padre poeta e Bertolucci figlio. A Trastevere c’era Penna. Erano tutti grandi poeti, intellettuali, registi, personaggi d’arte che non erano nati a Roma, ma si erano trasferiti lì per motivi di lavoro. Questa piccola comunità, che lega molto tra di loro, trasmette e proietta la cultura, la letteratura, l’arte, la poesia e il cinema verso una direzione.
Certamente l’un l’altro hanno trasmesso ispirazione, confronto, dialogo, certamente Pasolini è tra questi; ha respirato l’aria di altri scrittori, ha fatto respirare la sua aria ad altri scrittori e altri artisti.
Pasolini naufraga nel “gran corpo di Roma…Soprattutto gli odori lo colpiscono: di asfalti, pattume, pietre, erba, pisciatoi, carbone, stracci, gas, terra lurida, tabacco, cotiche, vomito, fango, immondizia, morte e vita mescolate”. La vista, l’olfatto, il tatto. Sono i sensi il passaporto per evitare filtri ideologici e scavare nelle liriche pasoliniane?
Pasolini naufraga nel gran corpo di Roma, lo colpiscono soprattutto gli odori di asfalti, pattume, pietre, erba, pisciatoi, carbone, stracci, gas, terra, tabacco, cotiche, vomito, fango, immondizia, morte e vita mescolate.
Si, perché i nostri cinque sensi sono i nostri percettori dell’esterno. I poeti, gli scrittori, gli artisti ma, fondamentalmente, tutti possono svilupparli, e questo sviluppo dei sensi, che ritroviamo nell’opera di Pasolini, sia nei film sia nella poesia, nei romanzi, ma anche nel teatro e nella saggistica, rappresentano il contatto diretto con il mondo. Sono la testimonianza di un intellettuale che sfrutta le armi naturali, le eleva alla massima potenza per osservare il mondo che ha intorno, anche nei piccoli dettagli, anche nelle piccole scene.
Le borgate, Campo de’ Fiori, il carcere, le vie, il cimitero, i cinema, le piazze, l’Eur, i municipi, i grattacieli, i mercati, gli ospedali, i parchi, i ponti, i ristoranti, le tante osterie e caffè frequentati…il Tevere, la via Appia, Villa Borghese.
Quanto differiscono i luoghi romani quanto a riverberi artistici dai luoghi che comprendono l’infanzia e la prima giovinezza vissute a Casarsa?

Da una parte abbiamo il mito della natura, della montagna, dell’ambiente, della purezza, il nido contadino dell’allevamento, della coltivazione, il profilo delle montagne, il clima diverso.
Roma è un altro mondo, Pasolini quando arriva a Roma nel ‘50, decennio fondamentale per la trasformazione politica, culturale e urbanistica di Roma e dell’Italia, incontra una Roma tanto diversa da quella che lascerà nel ‘75, ossia 25 anni dopo, però trova ovviamente una città che si avvia verso la metropoli, e tutto quello che comporta quello che può essere una città con centinaia di migliaia di abitanti,rispetto alle zone più vuote,isolate,del suo priori.
Il contrasto è netto,che porta ad una produzione molto alta, perché Pasolini per gioventù e per necessità fino ad arrivare a Roma aveva pubblicato solo la raccolta di poesie a Casarsa, quando arriva a Roma, nel ‘50, aveva grossi problemi economici,comincia a insegnare alla scuola di Ciampino. I primi periodi se la passa male, dal ‘55, cinque anni dopo l’arrivo, esce “Ragazzi di vita”, “Una vita violenta”, “Accattone”, “Mamma Roma”. Sicuramente Roma per Pasolini diventa una fonte di ispirazione diretta, concreta, che lo introduce nel grande mondo della letteratura, dell’arte e del cinema.
“Dizionario urbano”: dalla “A” di “Accattone” alla “V” di “Valle Giulia”.
Il suo homo viaticor ha uno sguardo delicatamente carezzevole, accoratamente umile, soavemente poetico, fortemente empatico e mai profanatore dei luoghi romani.
In quale accezione potremmo declinare l’itinerario urbano pasoliniano?

Con una maniera di scoprire Roma. Pasolini quando arriva a Roma ne rimane affascinato e al tempo stesso un po’ impaurito,perché è una realtà molto diversa,superiore a quella che immaginava. La Roma del centro non interessa a Pasolini, a lui interessa quella della periferia,interessano la vita,i costumi,le espressioni,la lingua che viene parlata da quella classe abbandonata,sbaragliata dal dopoguerra, le persone soprassediate dal meridione. A lui interessa la fetta più interessante, che porta in sé più storia e più tradizione. Quindi, il “Dizionario urbano”, è una mappatura di tutti i luoghi pasoliniani, dove ha vissuto, gli amici, dove ha ambientato le poesie, i romanzi, i racconti. È una mappatura, per vedere in questo quarto di secolo che Pasolini ha trascorso a Roma, i quartieri che ha frequentato, la sua vita da osservatore, da curioso, da intellettuale, che vuole conoscere e salvaguardare quella classe sociale che vede pian piano scomparire, sconfitta e annientata dall’omologazione del pensiero, della cultura, della lingua e del bestiario.
Questa è la grande sfida di Pasolini: cercare su difendere l’essere umano dall’omologazione che una società consumistica, basata unicamente sulla finanza, voleva trasformare.
Pasolini cerca di difendere l’uomo, in quanto essere umano, e non farlo diventare un robot, che acquista feticci ed è pronto a vendersi e a vendere la sua vita per feticci materiali.

Dario Pontuale 
Critico letterario e scrittore ha collaborato nella stesura della Storia della Letteratura Italiana di Manfredi –Sacco e si è interessato in modo particolare agli scrittori italiani e non dell’Ottocento e del Novecento. Nei suoi studi si è soffermato sulla figura di Ce sare Pavese e di Pier Paolo Pasolini. Ha vinto numerosi premi per molte sue opere tra cui “La biblioteca delle idee morte” e “L’irreversibilità dell’uovo sodo”.

Lessico essenziale – Introduzione a Pasolini in 33 voci

Pasolini dichiarò: “I racconti di Canterbury sono stati scritti quarant’anni dopo il Decameron ma i rapporti tra realismo e dimensione fantastica sono gli stessi, solo Chaucer era più grossolano di Boccaccio; d’altra parte era più moderno, poiché in Inghilterra esisteva già una borghesia, come più tardi nella Spagna di Cervantes. Cioè esiste già una contraddizione: da un lato l’aspetto epico con gli eroi grossolani e pieni di vitalità del Medioevo, dall’altro l’ironia e l’autoironia, fenomeni essenzialmente borghesi e segni di cattiva coscienza”
Può commentare tale asserzione alla luce dei suoi studi?

L’intera “Trilogia della vita” nasce come critica impietosa del presente, un presente che a Pasolini non piace affatto, che è figlio della mutazione antropologica avvenuta in Italia nell’arco di un quindicennio, e che ha prodotto l’omologazione nei bisogni e il genocidio di tutte le forme di vita minore. Il Medioevo dei “Racconti di Canterbury, ma la stessa cosa potrebbe dirsi per “Il Decameron” e per “Il fiore delle Mille e una notte”, costituisce agli occhi di Pasolini il miglior esempio di un’epoca nella quale a definire la condizione umana erano ancora parole come spontaneità, vitalismo, verità, autenticità, le quali appaiono invece svuotate di significato, quasi incomprensibili, all’interno della società del neocapitalismo. Tuttavia, nei “Racconti di Canterbury” due elementi colpiscono lo spettatore: il tema della morte, rispetto al “Decameron”, si fa più marcato, mentre quello erotico perde parte della sua solarità mediterranea (primo elemento); inoltre, già compare la critica nei confronti di una borghesia (secondo elemento) che, in quanto trionfante in Inghilterra, esibisce già tutto il suo marciume morale, il suo ridurre l’esistenza all’accumulo di denaro e alla crapula. Da ciò trae origine la contraddizione di cui parlavi nella domanda.
L’immaginario letterario e l’attività giornalistica di Paolini nella sua produzione cinematografica.
Ha ritrovato segni, rimandi, riverberi?

La ragione di fondo che spinge Pasolini a passare dai racconti e dai romanzi romani al cinema, nonostante il grande successo di “Ragazzi di vita” e di “Una vita violenta”, va ricercata nell’esigenza, per lui fortissima, di rinvenire un linguaggio che non “evochi” la realtà, ma che la “riproduca”. Insomma, a partire da un certo punto, lui intende far parlare la realtà attraverso la realtà stessa. Ciò a cui, però, Pasolini non vuole rinunciare, al di là del linguaggio impiegato e impiegabile, è l’osservazione dell’esistente e, in particolare, dello spazio e degli uomini che abitano suddetto spazio. Ora, a partire grosso modo dalla metà degli anni Sessanta, Pasolini si rende conto che il patto organico, che per secoli ha legato lo spazio e gli uomini (si pensi, a titolo d’esempio, al Friuli contadino), si spezza, a causa dell’avanzare della modernità capitalistica. Quali sono le conseguenze del neocapitalismo sia a livello di forma dell’ambiente naturale e cittadino sia a livello di mentalità, immaginario, psicologia, gusti, desideri degli uomini? Dinanzi a questo processo irreversibile, di cui Pasolini è testimone critico, possono mutare i sentimenti provati – che passano in lui dallo smarrimento alla disperazione – ma non cambia il suo sforzo tenace di offrire una risposta a tali interrogativi. Insomma, l’oggetto di riflessione è lo stesso, e senza soluzione di continuità scivola da un ambito artistico ed espressivo all’altro.
Attaccato e finanche osteggiato da tanti nel corso della sua vita, Pier Paolo Pasolini ha conosciuto post mortem una rivalutazione capillare.
E’ da reputarsi un’icona pop?

All’interno dei manuali scolastici dell’ultimo anno della scuola secondaria superiore, lo spazio dedicato a Pasolini oramai eguaglia quello riservato ai suoi “fratelli” Calvino e Gadda. I giovani – ne ho avuto conferma al recente Festival “un giorno d’autunno” (Siena 7-24 novembre) – riempiono le sale nelle quali vengono proiettati i suoi film. Non pochi di loro mi confessano che la lettura degli “Scritti corsari” ha costituito una cesura, ha diviso la loro esistenza in un prima e in un dopo. E allora rispondo di sì alla tua domanda, ti dico che l’artista bolognese è anche un’icona pop, se concentriamo la nostra attenzione su due aspetti che tale definizione racchiude, cioè la visibilità e il carattere esemplare di Pasolini come “parresiaste”, come chi intrattiene con la verità un rapporto etico e non ideologico, assoluto e non relativo o strumentale.
Dalla A di “Accattone” alla Z di “Zigaina Giuseppe”: 33 voci per introdurre Pasolini.
Qual è la “voce” che meglio esprime l’essenza pasoliniana?

È difficilissimo rispondere a questa domanda. Se costretto a scegliere, però, una voce, forse direi “solitudine”. Quest’ultima è stata la cifra stessa dell’intera esistenza di Pasolini (precoce conseguenza della sua diversità sessuale), ora percepita come inebriante ed esaltante, come lo fu anche per l’amato Rimbaud, garanzia di libertà e indipendenza di pensiero, ora sentita come atroce e disperata, perché testimone incontrovertibile del solco che si è aperto con gli altri, anche con le persone che si sono amate di più e che ci hanno amato di più.
Storia personale e storia professionale serrate in intimo connubio. Riflettendo, in particolare, su Salò, reputa che Pasolini abbia plasmato la sua intera produzione a propria immagine e somiglianza?
No. Di sicuro si può parlare – e Carla Benedetti lo ha fatto benissimo nel suo “Pasolini contro Calvino” – di una radicale impurità estetica: l’artista Pasolini in carne ed ossa, infatti, è sempre sulla scena, il suo io è un io smodato. Analogamente, si può anche osservare che gli addentellati tra l’opera di Pasolini e la realtà extratestuale sono fortissimi, con la conseguenza che a definire la prima – l’opera – le dichiarazioni, i processi subiti, gli interventi giornalistici non contano meno dei film o delle sceneggiature o dei testi narrativi. Però, a me pare mancare in Pasolini una precisa e cosciente volontà di plasmare a propria somiglianza la sua produzione. Per lui è stato naturale e spontaneo partire da sé (la sua vita, il suo vissuto), come gli era stato naturale e spontaneo avvicinarsi inizialmente ai braccianti friulani e poi ai sottoproletari romani. Non scordiamoci che in ordine di tempo la prima scrittura pasoliniana è quella diaristica dei “Quaderni rossi”: negli anni la finzione accampa i propri diritti, conducendo a opere più liberate fantasticamente dalla biografia, ma quest’ultima non viene mai completamente meno.

Francesco Ricci

Critico letterario e docente, ha pubblicato ‘Il Nulla e la luce. Profili letterari di poeti italiani del Novecento’ (Siena 2002), ‘Amori novecenteschi. Saggi su Cardarelli, Sbarbaro, Pavese, Bertolucci’ (Civitella in Val di Chiana 2011), ‘Anime nude. Finzioni e interpretazioni intorno a 10 poeti del Novecento’, scritto con lo psicologo Silvio Ciappi (Firenze 2011), ‘Un inverno in versi’ (Siena 2012), ‘Da ogni dove e in nessun luogo’ (Siena 2014), ‘Occhi belli di luce’ (Siena 2014), ‘Tre donne. Anna Achmatova, Alda Merini, Antonia Pozzi’ (Siena 2015), ‘Pier Paolo, un figlio, un fratello’ (Siena 2016, Premio Rive Gauche di Firenze 2018), ‘Laggiù nel profondo. Mondo letterario e mondo psicoanalitico in Lehane, McCarthy, Schnitzler, Serrano, Tobino’, scritto con lo psicoanalista Andrea Marzi (Siena 2017), ‘La bella giovinezza. Sillabari per millennials’ (Siena 2017), ‘Prossimi e distanti. Gli adolescenti del terzo millennio’ (Siena 2019), ‘Elsa. Le prigioni delle donne’ (Siena 2019, Premio della Critica al Premio letterario nazionale Città di Grosseto 2020), ‘Storie d’amicizia e di scrittura’ (Siena 2020), ‘Radici’ (atto unico liberamente ispirato a Pier Paolo, un figlio, un fratello, Siena 2022), ‘Lessico essenziale. Introduzione a Pasolini in 33 voci’ (Siena 2022), ‘Madri e fratelli’ (Siena 2022). Inoltre, ha scritto il capitolo dedicato alla letteratura per il volume collettaneo interdisciplinare ‘Il Postmoderno’ (Siena 2015).

UNA ZATTERA PER ITACAL’ Odissea come guida spirituale per naufraghi contemporanei

Chi è Ulisse? E’ il protagonista avvincente e convincente dell’Odissea di Omero. Qual è il suo lascito, la sua lezione?
La lezione che ci viene dal personaggio di Odisseo (o Ulisse) possiamo definirla sconfinata, perché la sa figura ha determinato per molti aspetti la stessa forma mentis dell’uomo occidentale. Il nostro modo di concepire l’essere umano, quale individuo, la nostra idea di identità, la nostra concezione dell’amore e della morte sono il risultato, per alcuni versi, dei versi cantati dagli aedi riguardo la figura di Odisseo; versi che poi divennero il grandioso poema epico che conosciamo. Sono sempre le storie che fanno i popoli, mai viceversa; nel caso della cultura occidentale, potremmo dire che la storia alla base della nostra civiltà sia proprio quella di Odisseo. Per cui l’Odissea è forse un ottimo punto di partenza per riflettere sulla nostra identità culturale, anche e soprattutto per realizzare dialoghi coerenti con l’altro.
Ulisse pare esortarci a reagire alle avversità con spirito di sopportazione e rassegnazione di fronte alle tempeste degli abbandoni, delle malattie, dei drammi inspiegabili. La sua forza viene dal dolore?
Nell’Odissea il concetto di dolore assume diverse accezioni e numerose raffigurazioni. Nel caso di Odisseo esso si manifesta anzitutto nello scontro tra l’eroe e il Dio del mare, Poseidone, caricandosi di fondamentali significati spirituali, simbolici e filosofici. La sua lotta per realizzare il ritorno è complementare e speculare a quella di Penelope. In un certo senso tutti e due combattono contemporaneamente l’ostilità di Poseidone: lui tra le onde, lei nel chiuso della reggia. Ma il loro dolore è unico, perché unica è la lotta contro il mare, giacché in un certo qual senso unica è la loro essenza. La tragicità dell’esistere, nella sua imponderabilità e insuperabilità, è vista da un Greco antico in una maniera molto diversa da noi moderni. Non parlerei di accettazione, sopportazione o – per usare un termine ormai diventato insopportabile – “resilienza”; piuttosto, il Greco convive con il senso stesso del dolore integrandolo nella sua esperienza di vita. Per questo, un’immagine che ricorre nella sapienza ellenica, e che costituisce uno dei fulcri filosofici dell’Odissea, è la felicità umana quale oggetto di invidia degli Dei.

Ulisse è, dunque, l’uomo abbattuto, stanco, sopraffatto, umiliato di questo nostro tempo. E’ il profugo, il naufrago, l’esule da tanti maledetto?
Odisseo è anzitutto l’eroe che attraverso la forza della creatività, il potere dell’intelligenza e della cultura, la formidabile capacità di adattamento data dalla psiche, riesce a fronteggiare l’immensità della furia divina per tornare a essere ciò che destinato a essere. È certamente un naufrago e un esule, essendo un reduce. Ma ciò che lo riporta (temporaneamente) a casa è la forza della ragione. Ovvero, in altri termini, la consapevolezza di ciò che lo distingue dall’essere Nessuno, nome con il quale, com’è noto, talvolta si presenta nei suoi viaggi. Lui è un Re (un basileus) e un padre (di un fanciullo che nei vent’anni di lontananza non ha più visto); soprattutto, è un marito innamorato. Senza queste coordinate sarebbe davvero Nessuno. È così per tutti noi: cerchiamo coordinate di senso in virtù delle quali possiamo distinguerci dall’essere niente. Una volta trovate e vagliate, vanno difese a ogni costo per rivendicare (l’espressione è di Seneca, non di Omero, ma qui ci serve) a noi il dominio di noi stessi.
Antico e contemporaneo in vivace e scoppiettante dialogo; distanti e al contempo affini. Lei punta a stabilire l’eternità dei classici?
Probabilmente i Classici, proprio in quanto tali, sono eterni. Per questo, evitando quanto più possibile ogni forzatura per “modernizzare” il pensiero greco, ho svolto in tutto il libro costanti parallelismi con il nostro mondo contemporaneo, a livello sociologico e psicologico. Ma non ho pensato la cosa come una (ecco un’altra orrenda parola) “modernizzazione”: è proprio il testo greco, secondo me, con i suoi esametri eroici, a parlarci direttamente delle medesimi questioni che ci troviamo ad affrontare oggi nel nostro mondo globaledigitale: quando amiamo, soffriamo, ci esaltiamo, terrorizziamo. Non c’è in me nessun intento divulgativo, anche perché non credo alle operazioni di divulgazione, attraverso semplificazioni, della cultura umanistica – cultura stupenda proprio perché complessa; il tono colloquiale e talvolta comico del libro vuole solo essere una lettura, fedele quanto più possibile, del poema greco, secondo il mio modo di intenderlo.
Il tono che adotta è colloquiale, soventemente ironico, talora tragico. Quanto nel sondare le emozioni ha fatto leva sul suo essere, tra l’altro, performer teatrale?

Moltissimo. Sia perché le riflessioni che qui si svolgono nascono dagli spettacoli sull’Odissea che ho presentato negli ultimi anni, sia perché lo stile del libro vorrebbe ricalcare, per quanto possibile, quella mescolanza di toni e registri, tra narrazione filosofica e stand-up comedy, che tento di perseguire nelle lezionispettacolo dal vivo. Inoltre, è stato importantissimo per me tenere presente come l’Odissea sia nata, non quale testo intellettuale scritto, ma proprio come performance live di alcuni professionisti della comunicazione anticamente chiamati aedi. E vedere una connessione, per quanto piccina, tra quell’arte ellenica e la mia attività odierna, per me è una grande emozione.

Cesare Catà
È un filosofo e un performer teatrale. Come una specie di trobadore del nuovo millennio, si esibisce regolarmente in lezioni-spettacolo dedicate a Shakespeare, agli antichi miti, alle fiabe folkloriche e ai grandi classici della letteratura moderna, portando le sue storie sia in teatro che in luoghi inusuali come spiagge, pub, boschi, montagne. Dottore di Ricerca in Filosofia del Rinascimento presso l’Università di Macerata, ha svolto la sua formazione con esperienze a Honolulu, Dublino, Trier, Parigi. È autore di vari saggi di filosofia e letteratura. Ha tradotto e curato le opere, tra gli altri, di Henry D. Thoreau e Pamela L. Travers. Appassionato insegnante, tiene corsi di formazione aziendale e seminari per alunni di diverse età, dalle Elementari all’Università. Cura un blog per l’Huffington Post. Tra le sue pubblicazioni: Chiedilo a Shakespeare (Ponte alle Grazie, 2021) e Una zattera per Itaca (Ponte alle Grazie, 2022).

Tuscia in Pasolini: studio onnicomprensivo di un rapporto articolato

In Pier Paolo Pasolini la Tuscia viterbese è stata molto più di un banale inciso: perché la terra intorno alla Città dei Papi lo ha interessato tanto da demarcare le opere, il pensiero e la sua stessa biografia?
Parlare di Tuscia, in Pasolini, significa far riferimento a un esempio concreto di terra non ancora devastata dall’universo orrendo del consumismo e dall’industrializzazione. Nel nostro territorio lo scrittore ritrovava quel passato arcaico mosso dai “tempi lenti del vivere” che ormai, negli anni ’70, era difficile rintracciare altrove.
Le battaglie combattute in favore della Tuscia dal giornalista corsaro poggiano le fondamenta proprio su questo aspetto: per difendere questa arcaicità dall’estendersi dell’industrializzazione, Pier Paolo si impegnò in prima persona, prima a Chia e poi con l’Università della Tuscia.
Le riflessioni apparse negli ultimi anni di vita sono strettamente legate a queste dinamiche: la Tuscia è spesso il punto di partenza, o di arrivo, di denunce a carattere nazionale; e questa influenza nel pensiero, come dicevo, ha riflessi immediati sia sulla sua opera (letteraria e cinematografica) che sulla sua stessa biografia.

Lei ha dichiarato: “Il primo rapporto tra la Tuscia e Pasolini si ebbe nel 1963/64, periodo in cui il poeta scoprì le meraviglie intorno alla Torre di Chia, torre che riuscì ad acquistare solo nel 1970”
Quali sono le ragioni sottese alla completa dimenticanza del rapporto tra la Tuscia e Pasolini?

Accade spesso che le questioni di vita personale abbiano riflessi sull’apprezzamento di una persona anche sotto altri punti di vista. Pasolini ha pagato forse un po’ questo: soprattutto negli anni immediatamente successivi alla sua morte, per via delle complesse situazioni che lo hanno portato alla ribalta della stampa nazionale e internazionale, la tendenza è stata quella di “lasciarlo andare”, dimenticarlo. Ovviamente non parlo del mondo accademico, che ha sempre compreso la complessità e validità del suo pensiero.
Ora, comunque, reputo i tempi maturi per una riscoperta su larga scala: si è iniziato finalmente a sovrapporre l’opera alla persona, e il centenario della sua nascita ha rivestito, in questa svolta, un ruolo decisivo.

Il saggio, con molta evidenza, è stato sviluppato con una considerevole silloge di fonti locali e nazionali. Quali ostacoli ha incontrato nel ricostruire la vicenda di “un rapporto articolato”?
Lo studio “onnicomprensivo” (che non è onnicomprensivo per i risultati finali, ma per l’atteggiamento tenuto in fase di ricerca) ha voluto fin da subito riuscire a recuperare tante più fonti quante possibile. Ciò perché, parlando di un rapporto tra uno scrittore e un territorio, non era opportuno tralasciare ciò che è entrato nella “leggenda” dello scrittore nel territorio viterbese, apparso pertanto in testi redatti da penne di ogni tipo, anche “minori”.
La difficoltà, comunque, è stata il riuscire a trovare manoscritti originali riferiti al viterbese nel ricchissimo Archivio Vieusseux di Firenze: eccezion fatta per alcuni suggerimenti di Graziella Chiarcossi (nipote di Pasolini), ho dovuto muovermi tra le carte in maniera sistematica e talvolta esasperante, scandagliando pagina per pagina tutte le risorse a disposizione nel Fondo Pasolini, per rintracciare ogni minimo collegamento alla Tuscia.

Moltissime sono le opere che Pasolini realizzò tra le mura della sua dimora medievale: la Torre di Chia. Reputa che Pasolini nelle sue molteplici esperienze artistiche abbia puntato all’incantesimo, al mistero, alla fascinazione, alla malìa? Qual è la chiave d’accesso per discriminare i suoi intenti comunicativi?
Parlare degli intenti comunicativi di Pasolini e cercare di discriminarli non è lavoro per cervelli umani. Sicuramente era un grande amante della dialettica ad effetto: un’arte maneggiata a meraviglia che riportava in tutte le sue opere, fino ad arrivare ad ammettere egli stesso di voler “scandalizzare” attraverso Petrolio.
Forse è un azzardo, ma oserei dire che le sensazioni cui mirava come fine ultimo l’artista, in particolare con i suoi film, riguardava l’area del “sacro”. Se vogliamo parlare, dunque, di incantesimo, mistero, fascinazione e malìa, dobbiamo secondo me cominciare ad analizzarlo da questo punto di vista. Nonostante fosse dichiaratamente ateo.

Per tornare, infine, alla chiave di accesso: credo fermamente che una chiave di accesso univoca non esista.
Può offrirci un ricordo personale aderente alle ragioni che l’hanno indotta allo studio ed all’approfondimento dell’opera pasoliniana?
Nei miei primi lavori da giornalista mi sono avvicinato con forza a ciò che riguardava la Tuscia e le sue “perle” storico-naturalistiche. Poiché ciò è avvenuto in concomitanza ai miei studi letterari, che ho seguito con passione e coinvolgimento, l’interesse alla questione è nato da sé. Le Cascate di Chia e la Torre, con la valle che giunge fino alla Piramide Etrusca di Bomarzo, hanno suscitato perciò in me una curiosità che non ha trovato corrispondenza in alcuna opera edita. Solo Silvio Cappelli, attraverso un suo breve saggio, aveva toccato il tema. Ma mi ero accorto di come non esistesse una vera e propria opera completa in merito al rapporto, nonostante di eventi e articoli a riguardo ce ne fossero tantissimi. Ho pensato, quindi: perché non raccogliere tutta questa conoscenza, darle una struttura e metterla ordinatamente a disposizione di tutti?

Simone Chiani
È laureato in filologia moderna. Lavora come insegnante di lettere, progettista europeo e giornalista. È autore di tre libri: Impronte con l’editore Ensemble, Evasione con l’editore Sette Città e, sempre con l’editore viterbese, ha pubblicato il saggio Tuscia in Pasolini. Innamorato della Tuscia, la sua terra, ha contribuito in forma volontaria alla sua divulgazione attraverso progetti web-social e mostre fotografiche.

I rifugiati politici nella Grecia antica

“Esule, profugo, rifugiato sono termini affini”. Ebbene, reputa che siano sovrapponibili nella Grecia antica così come nella realtà coeva?

Le parole delle migrazioni, per citare un saggio recente di Raffaella Setti, sono sempre in viaggio. Quella del viaggio è un’immagine efficace, credo, per sottolineare la mobilità del lessico migratorio, ma anche la tendenza alla risemantizzazione delle parole nell’uso dei parlanti, tendenza che da un lato rivela una certa approssimazione nell’uso comune, esito talvolta di scarsa consapevolezza, dall’altro tradisce precise intenzioni dietro alle scelte linguistiche. Sia sufficiente pensare a come in Italia, come conseguenza dei flussi migratori dall’Africa prima, dalla Siria poi, l’uso del termine migrante si sia imposto nel linguaggio comune a discapito di vocaboli tradizionali come emigrato/immigrato, tipici del lessico novecentesco della migrazione. Un destino analogo ha accomunato i termini profugo e rifugiato che sono protagonisti del mio libro: essi si sovrappongono spesso nell’uso comune, ma non si può parlare a rigore di perfetta sinonimia. Profugo, letteralmente “colui che cerca scampo”, è termine dell’italiano antico, di ascendenza latina, risalente al XIII secolo; rifugiato, invece, viene introdotto a seguito della formalizzazione del concetto di «rifugiato» nella Convenzione di Ginevra del 1951, a partire dal francese réfugié, già attestato nell’Editto di Nantes del 1598. Tale operazione di definizione del concetto di rifugiato è alla base del processo di diversificazione dell’uso di questi termini in ambito istituzionale. Una diversificazione importante, tutt’altro che neutra, che deve essere tenuta nella giusta considerazione per definire e riconoscere diritti e prerogative di soggetti da tutelare.
Per ciò che concerne l’antichità greca, occorre precisare che le categorie a cui si deve fare riferimento sono quella dell’esilio e dell’esule (principalmente phygé e phygás, benché gli autori antichi abbiano adoperato talvolta termini diversi, finanche più generici per indicare l’esilio e la condizione giuridica da esso risultante), all’interno del quale lo storico può riconoscere di volta in volta situazioni accostabili alla condizione del moderno rifugiato. Ciò può sembrare un’operazione anacronistica, essendo quello di rifugiato concetto novecentesco, ma l’origine del fenomeno è, in fondo, molto più antica della sua formalizzazione e risale in realtà all’antica Grecia e alla realtà delle libere poleis. Il mondo greco, in effetti, sperimentò situazioni di guerra cronica dovute alle lotte tra poleis, ai conflitti contro nemici esterni o alle sedizioni interne, nel contesto delle quali la lotta tra fazioni opposte si risolse spesso nell’espulsione della parte sconfitta. Benché dunque non esista piena sinonimia fra i termini della migrazione, né si possa sostenere una perfetta sovrapponibilità fra antichi e nuovi rifugiati, è altrettanto vero che è possibile rilevare somiglianze, analogie che rendono l’applicazione del concetto moderno all’antico particolarmente feconda sotto il profilo ermeneutico. Ritengo che il confronto tra situazioni e concetti di epoche diverse sia utile sotto una prospettiva duplice, non solo perché consente di giungere a una migliore comprensione dell’antico, ma anche perché aiuta a riflettere sul nostro tempo e ad illuminarlo di nuovi significati.

Il tema dell’esilio ha toccato la storia greca dall’arcaismo all’età ellenistica-romana. Il reperimento di fonti, Dottoressa Loddo, ha costituito un ostacolo alla sua ricerca?

Chiunque voglia indagare l’esilio nella Grecia antica può dirsi sufficientemente fortunato perché può avvalersi di un buon numero di fonti, che coprono un arco temporale piuttosto continuo. Si tratta di materiale certamente eterogeneo: oltre all’importante contributo offerto dai resoconti storici e dalla documentazione epigrafica bisogna considerare anche i riferimenti che si trovano in altri generi letterari come l’epica, la lirica, l’oratoria o il teatro. Occorre rilevare, tuttavia, una difficoltà non da poco con cui lo storico si deve confrontare quando tenti di ricostruire una storia dei rifugiati nell’antichità greca. Gli antichi hanno dato spazio prevalentemente a quella che potremmo definire la grande storia, intesa come resoconto di eventi concernenti la sfera politico-militare, con il risultato di trascurare nella maggior parte di casi la prospettiva dal basso. Ciò si traduce in un’attenzione marcata alle vicissitudini di quei rifugiati che nel libro definisco celebri, ovvero di personaggi di primo piano della scena politica, le cui vicende personali influirono nelle dinamiche comunitarie e influenzarono in sostanza il corso della storia. Per le stesse ragioni possiamo disporre di buone informazioni sulle attività di gruppi politicizzati di rifugiati, benché molti dettagli sulla loro vita in esilio ci sfuggano. Questi gruppi hanno lasciato una traccia evidente nelle fonti, specie quando adottarono un atteggiamento pugnace, combattivo nei confronti dell’esilio, dando avvio a operazioni di vario genere, spesso discutibili sul piano morale, per tornare in patria. Di contro, disponiamo di pochi dati sulle esperienze individuali dei rifugiati ordinari. Il pregiudizio elitista degli autori antichi, unito alla prospettiva politica di cui si è detto, ha finito per oscurare le storie degli ultimi, rendendo ardua l’impresa di trovare risposte a molti degli interrogativi che li riguardano. Non siamo in grado, ad esempio, di determinare con precisione il numero dei rifugiati; il discorso sulla scelta della destinazione d’esilio è giocoforza parziale, perché costruito su una documentazione limitata, che riflette le strategie di soggetti politicamente attivi; mancano dati certi sull’estrazione sociale dei fuoriusciti, sulle possibilità concrete di promozione sociale, sull’esistenza di sovvenzioni pubbliche e di reti private che potessero alleviare la condizione di chi perdeva, insieme alla cittadinanza, tutto il suo mondo. Ciò che possiamo affermare con sicurezza è che tutti i rifugiati, a prescindere dalla condizione sociale, condividevano il senso di straniamento che l’abbandono della patria suscitava in una realtà come quella della Grecia delle poleis, in cui il cittadino interpretava la sua identità mediante l’appartenenza alla comunità civica.

Oggidì, elevatissima è l’attenzione alle condizioni di vita di chi per i più disparati e disperati motivi lascia la terra natia.
Si possono rintracciare forme antiche di attivismo dei rifugiati nonché forme di organizzazione sociopolitica in esilio?

La sua domanda mi dà modo di precisare che le attitudini dei rifugiati della Grecia antica nei confronti dell’esilio furono piuttosto diversificate. Non è raro leggere di fondazioni di città da parte di fuoriusciti, soprattutto in età arcaica, quando l’avventura coloniale rappresentava un’opzione possibile. Alcuni esuli cercarono forme di integrazione più o meno definitiva nei paesi ospitanti, intravedendo nella condizione di straniero residente o nella naturalizzazione occasioni concrete per ricominciare. Altri fecero propri gli ideali del cosmopolitismo, diffusosi su impulso delle scuole filosofiche cinica e stoica, e rifiutarono l’idea che l’esilio fosse un male assoluto sulla base della considerazione che era possibile allargare i confini della polis al mondo intero. È noto, a questo proposito, il motto di Diogene di Sinope che, a chi gli chiedeva di dove fosse originario, rispose di essere un cittadino del mondo. Nondimeno, l’orientamento prevalente era di considerare l’allontanamento dalla città d’origine, forzato o indotto che fosse, una fase transitoria dell’esistenza, in attesa della tanto agognata kathodos, il rientro in patria. È in questo contesto che possiamo cogliere meglio l’attivismo dei rifugiati, che si esplicò sia a livello culturale e religioso, con l’organizzazione di (e la partecipazione a) festival religiosi ed eventi sportivi e culturali di carattere panellenico, sia sul piano politico e militare. In generale, si può affermare che la tendenza era quella di riprodurre anche in esilio il modello poleico, imitando le istituzioni e le pratiche civiche che meglio si conoscevano. In questa scelta è facile riconoscere ragioni culturali e considerazioni di ordine pratico, che inducevano a ricorrere a ciò con cui si aveva una maggiore familiarità. Un esempio calzante è costituito dalle assemblee e dal meccanismo della deliberazione collettiva, che accomuna cittadini di pieno diritto e rifugiati. È degno di nota, in questo senso, che, laddove è possibile operare un confronto, le decisioni formali degli esuli si ispirano e riproducono lessico e formule tipiche della deliberazione delle città greche. Addirittura, esistono casi non sparuti in cui comunità di rifugiati, per lo più oppositori e dissidenti politici, si costituirono come demos (popolo) in esilio, un modo insieme per legittimare la propria posizione e disconoscere l’autorità del governo in carica in patria. Merita un cenno anche l’intensa attività diplomatica dei rifugiati, che si realizzò con l’invio di vere e proprie delegazioni presso le città alleate o le grandi potenze dell’epoca, con l’obiettivo di ottenere aiuto o di vedere riconosciute le proprie istanze a livello internazionale. La guerra, infine. Il ricorso all’attività militare da parte dei fuoriusciti fu a tal punto frequente da suscitare un dibattito, di cui le fonti antiche conservano alcune voci, sulla (il)liceità di muovere guerra contro i concittadini e sulla condotta che l’esule doveva tenere nei confronti della patria durante l’esilio. Le azioni militari riconducibili agli esuli comprendevano azioni di disturbo, saccheggi e devastazioni del territorio della madrepatria, portate con lo scopo di persuadere gli antichi nemici a decretare il richiamo formale degli esuli, ma anche spedizioni militari vere e proprie, che prevedevano l’arruolamento di truppe mercenarie e il supporto di potenze straniere, per rovesciare i governi in carica e sovvertire l’ordine costituito. Gli esuli che volessero far ritorno in patria necessitavano di un provvedimento formale che autorizzasse il loro rientro.

Quali erano gli strumenti formali con cui si autorizzava il rientro degli esuli?

Le città greche prestarono grande attenzione alla regolamentazione del rientro in patria, elemento questo che spiega la diversificazione degli strumenti formali elaborati. La principale distinzione concerne provvedimenti ad personam e misure a vantaggio di gruppi. Nel primo caso si parla di condono (adeia), un provvedimento che sospendeva gli effetti di una sentenza giudiziaria e la conseguente applicazione della pena, consentendo al beneficiario di fare ritorno in patria in sicurezza e di sottrarsi al pericolo di arresto sommario. Nel caso di gruppi si deve parlare piuttosto di amnistia. È degno di nota che il greco antico non impiegò un termine tecnico per indicare l’amnistia fino alla piena età ellenistica, ma si servì di una perifrasi evocativa di una precisa esperienza storica: il me mnesikakein (l’impegno a non ricordare il male subito) che vide la sua applicazione più nota ad Atene negli accordi di riconciliazione del 403 a.C. L’amnistia rappresentò un importante strumento politico per superare momenti di grave crisi per la comunità civica e ritrovare la concordia, normalizzando i rapporti fra i cittadini. In particolare, fu lo strumento a cui si ricorreva per ricomporre il conflitto civico, la stasis o guerra civile che lacerò a lungo le poleis. L’amnistia implicava la rinuncia dello stato a perseguire in giudizio gli individui destinatari del provvedimento amnistiale e ad applicare le pene previamente comminate. Desistere da qualsiasi forma di ritorsione nei confronti degli esuli rappresentava la condizione necessaria per ottenere una riconciliazione duratura.

Demarato, Alcibiade, Temistocle, Diagora di Melo sono “i rifugiati celebri” la cui vicenda è oggetto dei suoi studi.
Si possono rilevare dinamiche ricorrenti e tattiche di condotta che essi condividono con i “rifugiati ordinari?”

Credo sia possibile individuare diverse analogie tra le esperienze dei personaggi storici che ho definito “rifugiati celebri” e i rifugiati comuni. Con ciò non intendo dire che le vicende di personaggi di spicco della scena politica ateniese come Temistocle o Alcibiade vadano considerate come paradigmatiche; piuttosto esse sono rappresentative di attitudini e di strategie di comportamento che sono riconoscibili anche nelle vicende collettive. Si tratta di percorsi analoghi che prevedono l’abbandono della città di origine, l’individuazione di un luogo alternativo in cui insediarsi, la ricerca della sicurezza materiale e psicologica, l’affidarsi a questo scopo a familiari, amici, ma anche a un network esteso di conoscenze al di fuori della patria, il tentativo di reinventarsi nel nuovo contesto. Non è fuori luogo supporre che le esperienze siano state simili anche sotto il profilo emotivo, benché le testimonianze antiche su questo tema siano limitate: i timori e le aspettative per un futuro che appariva incerto saranno stati ragionevolmente analoghi, propri com’erano della condizione di rifugiato, così come il senso di straniamento che lo sradicamento dal paese di origine generava. È anche vero però che in questo discorso le diseguaglianze materiali devono aver giocato un ruolo importante, un aspetto su cui i resoconti antichi si soffermano solo occasionalmente. È da questo punto di vista probabilmente che le differenze fra rifugiati di alto profilo e rifugiati ordinari si fanno più marcate.

Laura Loddo è ricercatrice presso l’Università degli Studi di Cagliari, dove insegna Storia della storiografia greca ed Epigrafia greca. I suoi interessi includono la storia politico-istituzionale, specie d’età arcaica e classica, il diritto attico, la legislazione antica, la cittadinanza e l’esilio politico. Tra le sue pubblicazioni Solone demotikotatos. Il legislatore e il politico nella cultura democratica ateniese, LED, Milano 2018 e Political Refugees in the Ancient Greek World. Literary, Historical and Philosophical Essays, Presses Universitaires du Midi, Toulouse 2020.