La famiglia «spezzata». La crisi dell’oikos nella tragedia di Euripide

La famiglia «spezzata»: perché i legami familiari, così come intesi da Euripide, sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?
I legami familiari risultano elemento imprescindibile, profondamente connesso all’idea della sopravvivenza alla morte, per così dire: tramite la famiglia e la sopravvivenza dei suoi culti, l’uomo greco perpetua il ricordo di sé e di tutto ciò che è stato prima di lui. Quando la sopravvivenza della famiglia e della propria discendenza risultano minacciate, si accendono, pertanto, paure ancestrali. Tutto ciò che mette a repentaglio la sopravvivenza del nucleo familiare rappresenta, così, la minaccia dell’oblio, della perdita permanente del vissuto personale di intere generazioni di uomini.
Più prosaicamente, però, il tutto si riconduce, al contempo, a un più razionale timore per la perdita e la dissipazione di un patrimonio familiare, il kleros, che agli ierà, componente religioso-sacrale, risulta intrinsecamente congiunto.

“Alcesti” ed un unico quesito: spettava o no ad Admeto accettare il sacrificio della moglie? Quali sono le innovative istanze culturali sottese a questo interrogativo?
Personalmente, ritengo che l’accettazione del sacrificio di Alcesti rappresenti un messaggio apparentemente e amaramente conforme al processo di cancellazione che subiva la figura femminile ad Atene: doveva risultare evidente, al di là di qualsivoglia finzione letteraria, come una donna dovesse, purtroppo, risultare perfettamente sostituibile, secondo la logica patriarcale ateniese. Pertanto, le parole di Alcesti, che si contrappongono alle deboli e retoriche ricusazioni di Admeto, rappresentano uno specchio più o meno fedele al pensiero comune.
Non escludo però che, per contrasto, Euripide intendesse altresì suscitare una reazione emotiva nel suo pubblico, invitato a riflettere sulla concreta rilevanza dell’elemento femminile nella quotidianità della famiglia ateniese classica, importanza, questa, misconosciuta dal diritto e dalla società.

“Fenice”: “Ma avendo commesso io stesso l’errore, non consiglierei mai ad un altro uomo di cedere il potere ai suoi figli prima che l’oscurità si sia abbassata sui suoi occhi, se desidera continuare ad essere onorato da loro”
Non per tutti i padri avere un figlio che sia beneficiario dei propri lasciti costituisce una fortuna?

Euripide ama mettere in crisi e sfidare il buon senso del suo pubblico, portando all’estremo paradosso l’attrito sorto dal contrasto tragico. Egli vuole, in questo modo, dimostrare, quasi da “sofista”, come anche il rapporto forse più sacro, quello tra padre e figlio, possa non essere considerato aprioristicamente una benedizione, quando la mentalità ateniese aborriva tipicamente la sterilità, poiché in grado di condannare un oikos alla tanto temuta estinzione. Non ritengo, però, che Euripide intendesse prendere una posizione netta al riguardo, e nemmeno fosse intenzionato a suggerire delle risposte al suo pubblico: la sua abilità sta, appunto, nel provocare gli spettatori e il loro buon senso fino al paradosso, costringendoli a mettere in discussione anche i più profondi e consolidati capisaldi morali ed etici della società ateniese, lasciando, infine, al pubblico stesso il compito, quanto mai arduo, di costruirsi un’opinione critica, anche qualora ciò significasse rottura con il pensiero comune, in un momento in cui tendevano a sbiadire quei valori tradizionali, all’apparenza certezze monolitiche, che avevano confortato le generazioni precedenti.
“Elettra”: il matricidio è un fatto squisitamente personale. Ebbene, quale differenza può stabilirsi rispetto all’universale concetto eschileo di giustizia in un contesto di relazioni familiari?
La differenza sostanziale, a mio giudizio, potrebbe proprio consistere nel risalto attribuito da Euripide al dramma del singolo. Il tragediografo finisce, così, per risultare ben lontano da quella volontà eschilea di rinviare a categorie universali e a massimi sistemi comuni a un’intera civiltà che, con una certa solennità, intende affermare le proprie categorie valoriali. Si tratta, cionondimeno, di un conflitto parimenti drammatico e puramente tragico. Nel rinfacciare alla madre la slealtà, i tradimenti, il dolore procurato, l’Elettra euripidea riesce a risultare comunque convincente, mai superficiale o insincera. Questa evoluzione del conflitto tragico parrebbe rimandare a un più generale ripiegamento della società greca sull’individualismo, sul dramma del singolo e sulla sua ritrovata centralità, anche a scapito dell’interesse della collettività.
Jacobs rende metafora l’uccisione dei figli, definendo come “Complesso di Medea” il comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli a seguito di separazioni conflittuali: in qual misura ritiene che Euripide abbia inferto il colpo mortale all’oikos?
Ritengo che la Medea, con la sua datazione così alta, non rappresenti un colpo già mortale, ma, forse, la prima ferita realmente profonda. Con essa, Euripide squarcia un velo sulla società ateniese, smaschera, con la violenza efferata della sua protagonista, alcuni costrutti sociali apparentemente indiscutibili, come la subordinazione assoluta della componente femminile e l’apparente onnipotenza del kyrios nella gestione dell’oikos, ma, al contempo, rammenta la pericolosità della gestione spensierata della vita familiare all’uomo ateniese, che la subordina spesso alle preoccupazioni per la “cosa pubblica”. Egli ricorda, così, al suo pubblico, come non debba essere sottovalutato quel legame più arcaico e primordiale che è il legame di sangue, un legame connesso a spaventose e incontrollabili: egli, che si trova costretto ad affidare la sorte del proprio patrimonio e discendenza a questo legame, vorrebbe operare su di esso un controllo spasmodico e, forse, vano: più si illude di poter fare ciò che vuole, più rischierà di condannare la propria famiglia alla rovina. Si pensi allora a quegli eroi, come Neottolemo, che “inquinano” la propria discendenza introducendo in casa varie concubine e figli illegittimi, oppure a quelli, come Giasone, che pensano di poter ripudiare una donna e disconoscere i figli di primo letto solo per la sopraggiunta occasione di conseguire una discendenza migliore: tutti costoro si misurano con queste forze troppo più grandi e, per loro, incontrollabili, in grado di portarli alla rovina, se non debitamente considerate.

Luca Bergadano, dottore di ricerca in Scienze archeologiche, storiche e storico-artistiche presso l’Università degli Studi di Torino, si è dedicato, fin dalla sua tesi magistrale, ad approfondire i legami tra il teatro euripideo e la società ateniese della seconda metà del V secolo. Dalla sua tesi di dottorato, egli ha tratto la sua recente monografia intitolata La famiglia ‘spezzata’: La crisi dell’oikos nella tragedia di Euripide. Precedentemente, ha pubblicato per RDE un contributo sullo Ione di Euripide dal titolo: Lo Ione di Euripide tra oikos, polis ed ethnos.

Il dono di Cadmo. L’incredibile storia delle lettere dell’alfabeto

Lei disegna una storia d’indubitabile fascino: la storia dell’alfabeto.
Per quale ragione reputa che sia un dono offertoci da Cadmo?

Nell’antica Grecia circolavano diverse tradizioni sull’invenzione dell’alfabeto, ma quella secondo cui i greci ricevettero le lettere da Cadmo il fenicio era di gran lunga la più consolidata.
Il nocciolo di questo racconto è accolto con favore pressoché unanime dagli studiosi. D’altro canto, la similitudine tra caratteri greci arcaici e fenici, sia per forma sia per i suoni rappresentati, è lampante; con delle differenze dovute a esigenze linguistiche diverse. Anche l’ordine in cui sono disposte le lettere in greco rispecchia l’ordine che queste hanno negli alfabeti semitici, e semitici sono i nomi di quasi tutti i caratteri.

Galileo Galilei asserì che l’alfabeto ci consente di «parlare con quelli che son nell’Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille e dieci mila anni». Quale valore possiede, oggi, l’alfabeto, considerate le enormi potenzialità comunicative delle immagini?
Innanzitutto l’alfabeto e la scrittura in generale non sono altro che una raffigurazione della lingua attraverso immagini. Ne erano in qualche modo consapevoli gli antichi per i quali “scrivere” e “disegnare” (e spesso persino “dipingere”) erano due aspetti contenuti in un’unica forma lessicale: scribere in latino e graphein in greco (da cui abbiamo sia “grafia”, sia “grafica” in italiano!), solo per citare le due lingue antiche che sono a fondamento della nostra cultura. Potremmo in effetti dire che la scrittura è una forma specializzata di pittura. Essa si serve di immagini in forma più strettamente codificata. Dunque sfrutta proprio le stesse “enormi potenzialità comunicative” di cui si dice nella domanda. E io credo che, invece di dover temere la concorrenza delle immagini, la scrittura alfabetica se ne gioverà sempre più, riabilitando per certi versi la pittografia e la logografia, maggiormente utilizzate nei sistemi di scrittura cosiddetti ideografici.
Un capitolo per lettera, dall’antico Egitto alla Fenicia, alla Grecia, a Roma. Nell’itinerario dell’alfabeto quale tappa segna il popolo etrusco?
Secondo la tradizione antica, l’alfabeto in Etruria era stato portato a Tarquinia da Demarato di Corinto, padre del futuro quinto re di Roma. Il racconto, seppur contenente elementi non veritieri dal punto di vista storiografico, è comunque significativo (e non del tutto infondato): è dal territorio tarquiniese che proviene l’attestazione più antica in etrusco ed è dai greci che gli etruschi appresero l’uso dell’alfabeto, infine furono gli etruschi a influenzare fortemente la costituzione dell’alfabeto latino, pressappoco nello stesso periodo in cui – sempre secondo la tradizione antica – a dominare Roma erano re di origine etrusca provenienti in particolare da Tarquinia, a cui alludono esplicitamente i nomi di due degli ultimi tre re che governarono la città: Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo.
Comunque siano andate le cose, sta di fatto che l’alfabeto etrusco non è altro che un alfabeto greco, adattato alla lingua etrusca. Ora, anche l’alfabeto latino è il frutto dell’adattamento dell’alfabeto greco alla lingua latina. Però, se – come punto di partenza di quello latino – consideriamo solo l’alfabeto greco, non possiamo spiegarci certi fenomeni, come l’uso della terza lettera per indicare il suono iniziale di “casa” anziché quello di “gatto”: nella loro lingua gli etruschi non avevano quest’ultimo suono e assegnarono alla terza lettera dell’alfabeto il valore del primo. Gli etruschi esercitarono, quindi, quantomeno una forte influenza nella costituzione dell’alfabeto latino.

“Il dono di Cadmo” possiede un corposo apparato d’immagini.
Il reperimento di fonti ha costituito un ostacolo alla sua ricerca?

Qualunque ricerca è difficoltosa, anche quando i dati e le fonti esistono in abbondanza e sono a portata di mano. Fortunatamente per me, esistono diversi studi accademici e, sebbene la pubblicazione del mio libro sia stata decisa appena due dozzine di mesi fa, l’idea risale a molti anni prima e avevo raccolto man mano passi d’autore, immagini e appunti vari.
Nel guardare una N non si può non pensare a un antico serpente di mare. Perché mai alcuni segni si sono imposti su altri?
Difficile dare una risposta. Da un lato potrebbe aver contato la possibilità di stilizzare più agevolmente un segno rispetto all’altro, in modo che a eseguirne la silhouette bastassero pochi tratti. Poniamo di trovarci nella condizione di scegliere come rappresentare attraverso una figurina il fonema /b/ utilizzando il principio acrofonico che portò alla formulazione dell’alfabeto. Potremmo scegliere tra una balena o una banana o una bottiglia, per dire. Quale delle tre è più facilmente stilizzabile e al contempo riconoscibile pur essendo rappresentata con pochi tratti? La stilizzazione di una balena finirebbe per essere presa per un pesce qualsiasi (e magari nel nostro caso per indicare il fonema /p/). Quella della banana rischierebbe di esser scambiata per uno spicchio di luna (che potremmo aver già assegnato al fonema /l/). Tra le tre figurine, quella della bottiglia forse rimarrebbe riconoscibile anche ridotta ai minimi termini.
Tuttavia questo è solo uno degli aspetti da considerare. Nel dono di Cadmo si trovano tutti i percorsi che si presume abbiano portato le lettere ad avere una forma piuttosto che un’altra e chi lo leggerà scoprirà quanto siano diversi e a volte strabilianti!

Alessandro Magrini

Dopo gli studi di filologia classica ed egittologia presso La Sapienza di Roma, dove ha tenuto interventi sull’insegnamento del latino e sull’utilizzo dell’informatica come strumento per la scrittura e la catalogazione dei testi in geroglifico, non ha mai smesso di coltivare la passione per lo studio delle lingue e del mondo antico. Guida turistica abilitata di Roma e Provincia, attualmente redattore presso la casa editrice Futura, sin da giovanissimo ha collaborato con i Gruppi Archeologici d’Italia e con il Centro Italiano di Archeologia Sperimentale. Per Ponte alle Grazie ha pubblicato Il vero amore è quando si amorano tutti. Dialoghi di una bimba col suo papà dalla nascita ai quattro anni (con sua figlia Elena, 2020) e Il dono di Cadmo. L’incredibile storia delle lettere dell’alfabeto (2022).

Rock Memories. Scritti ribelli e sincronicità di un giornalista musicale

1970: dal frastuono del Piper al Dark Sound inglese, dal Blues dei neri d’America ai Corrieri Cosmici tedeschi, dai crocevia di ogni follia underground all’energia dirompente del “muro del suono”, alle maschere prog partenopee: ebbene, quale ascendente assume la politica nel panorama del rock che ha osservato?
Ho vissuto e ho osservato, il Rock, da tutte le angolazioni. Prima, da bambino, con gli occhietti sgranati sulle luci della notte al riparo nascosto di una radiolina a transistor, in collegio, il peggio possa capitare a chiunque. Mi salvarono quei suoni di ribellione, contrari alla natura coercitiva dei dogmi di santa madre chiesa. Erano i Beatles, gli Yarbirds e i Troggs. La politica non c’entrava. Era solo il respiro di una nuova generazione che non voleva subire. Quando sei o sette anni dopo mi resi conto che quello che sognavo era la Libertà, il Rock assunse per me ancora di più il suo carattere di reazione al sistema. Non era politica. Era vitale per noi correre a perdifiato in ogni direzione e senza una ragione apparente. La politica, soprattutto in Italia, ha invece poi letteralmente frantumato le capacità di coesione delle fasce giovanili che volevano emergere e lottare – anche nelle piazze – ma pacificamente. Gli scontri ai concerti hanno chiuso la stagione dei fiori e dei sogni di un mondo migliore.
La nascita del rock costituisce la contraddizione del rock stesso, considerando che la sua alba e la sua vita sono inserite entro la cultura di massa e l’industria culturale. Qual è, oggi, la funzione ed il messaggio del rock, valutando il fatto che esso sia stato sicuramente partorito da una società capitalistica nella prima fase del consumismo?
Non concordo nella premessa, secondo la quale il Rock nascerebbe e vivrebbe in funzione della cultura di massa. No. Il Rock, quello vero, è “controcultura”, è la visione a distanza di cervelli che non si sono corrotti e fatti corrompere. Inoltre, sul piano dei suoi contenuti essenziali, il Rock affonda le sue radici nel Blues dei Neri Americani e nella controcultura dei poeti e scrittori Beat, da Corso a Ferlinghetti, da Kerouac a Ginsberg, che dal Be-Bop jazzistico hanno ripreso il senso della fuoriuscita dalle regole. Alla seconda parte della domanda, rispondo con quanto ebbi modo di scrivere nel ’76 sul settimanale Nuovo Sound: “il movimento, perde i suoi connotati spontaneisti, anticapitalisti e sabotatori della società bianca, nel momento in cui subisce l’ennesima infiltrazione da parte del sistema. Il suono diviene funk – cioè ritmico e calcolato – svilisce la sua preziosa socialità: gli si opporrà negli anni ‘60 il free per dare definitiva liberazione all’essenza negra, ma nello stesso tempo i bianchi partoriranno il rock – una parola come cultura come uso di droghe come significato politico – che musicalmente è di stretta derivazione Soul e Rhythm & Blues”.
Le interviste a David Bowie a New York ed in Italia ai Gentle Giant, ad Emerson Lake & Palmer ed ai Colosseum. Oggi, si assiste al resistere d’una fruizione della musica rock principalmente da parte di chi venerava certuni artisti all’incirca venti o trenta anni fa e che, attualmente, si conforma al rito ed interviene ai medesimi concerti, sotto l’egida, chissà, della percezione di qualche cosa di scomparso ed unico. Quanto gioca la nostalgia?
Per chi ami veramente il Rock la nostalgia non esiste. Sono solito ricordare l’incipit “Ma l’amore mio non muore” e di questo sentimento bisogna nutrirsi per non trasformare il “messaggio” in una qualsivoglia imposizione di pensiero. La sede di un concerto, dei Sigur Ros o dei Rammstein resta anche oggi un catino ribollente di energia, che gli artisti incanalano verso determinate direzioni. Tali energie possono essere dirompenti sia interiormente sia esteriormente, ovvero fanno toccare con mano le linee vitale che, vedasi la Kundalini, si collocano al centro e lungo tutto il nostro essere e ne scaturisce una sensazione estatica, di elevazione e di trascendenza. Il contatto con l’elemento fisico, lo stravolgimento di ogni istante in cui il suono diventa la muraglia da scalare insieme a tanti altri individui esiste nel qui e ora. Quindi si vive nel Presente.
Ciao 2001 negli anni 1970-1974. Fra i protagonisti del suo viaggio Black Sabbath, Joe Cocker, The Doors, Frank Zappa, Miles Davis, Santana. Osanna, Franco Battiato.
Il nichilismo, lo smarrimento, il senso di vuoto incolmabile, serpeggia tra le sue pagine. Il rock come illusione?

Chiedo scusa per la risposta brevilinea: che è NO. Ma ricordo una notte al Peppermint Lounge di New York, un locale epico di cui parlerò nel secondo volume. Ero in assai giù di morale, senza soldi e solo, con una prima moglie che aveva deciso di lasciarmi e tornare in Italia. Seduto su divanetto, un bicchiere di tequila agli sgoccioli. Mi si avvicina un tizio allampanato e vestito di nero che con forte accento francese e un mezzo sorriso mi fa: “Nichilista o alcolista?” e mi misi a ridere e lui mi offrì un’altra tequila e mi disse che era un pittore della Factory di Andy Warhol. Cosa si può volere di più dalla vita?
Rievocando Reynolds e riferendosi al vivere inserendo la marcia della “retromania”, pensa che il ruolo “filosofico” del rock possa passare ad altri testimoni quanto a generi musicali?
L’ossessione per il passato significa paura del vivere oggi e non avere un domani, ma è vero che il passaggio del testimone è importante, se considerato a mo’ di staffetta 4×100. Invece il Rock è vivo proprio perché il testimone lo perde a ogni pié sospinto, per la sua caducità, per la sua profonda e fragile rappresentazione dell’animo umano che deve affrontare ogni giorno una realtà peggiore del giorno prima. Negli anni 80 post punk si inneggiava alla “lobotomia dei teenagers” come unica soluzione al loro trascinarsi verso la barbarie dell’imborghesimento. Se prendiamo i gruppi di oggi dobbiamo chiederci: dove hanno provato? In uno scantinato, un garage, chi gli ha dato i soldi per acquistare gli strumenti e l’amplificazione? Hanno messo i pannelli fonoassorbenti per non disturbare il vicinato? Hanno chiesto il permesso ai vigili urbani? Della “filosofia” degli anni 60 e primi 70, fino a Woodstock hanno capito qualcosa? La mia risposta è sì. E chi glielo ha spiegato? Nessuno. Lo sentono dentro di sé cosa è SUONARE e GRIDARE. Poi per fare ARTE c’è sempre tempo.

Maurizio Baiata scrive di sé
giornalista, saggista, documentarista, ho vissuto di Musica e di Mistero. Nel 1970 uscì il mio primo articolo sul settimanale “Ciao 2001” e da allora, per un decennio, ho collaborato con “Nuovo Sound”, “Best”, “Muzak”, “Gong”, “Stereoplay”, un percorso culminato alla direzione della prima edizione italiana di “Rolling Stone”. Dal 1972 ho condotto programmi radiofonici RAI quali “Atmosfere 2000”, “Spazio X”, “Un Passo Avanti”, “Combinazione Suono” e “Un certo Discorso”, cui sono seguite negli anni ’80 le corrispondenze da New York, per tornare alla carta stampata, come capo redattore cultura del quotidiano “Il Progresso Italo Americano” sino al 1986. Due, le esperienze in case discografiche: la prima con la RCA Italiana al marketing e promozione, la seconda, rientrato in Italia nel 1987, quale capo ufficio stampa della Virgin Dischi a Roma. Come giornalista e documentarista free lance, mi sono dedicato al campo investigativo e dei misteri (soprattutto UFO), dirigendo riviste, curando opere enciclopediche per la Fabbri e la Curcio e, nel 2002, la mostra multimediale “Mysteria – Viaggio ai Confini della Realtà” a Roma. Nel 2009, nuova importante parentesi americana, a Phoenix, Arizona, alla direzione del bimestrale “Open Minds” sino al 2011, poi al rientro in Italia, ho dato forma ai miei ricordi fra “dischi e dischi volanti” nel saggio “Gli Alieni Mi Hanno Salvato la Vita”. Ho poi curato le edizioni del best seller di Michael Wolf “The Catchers of Heaven – I Guardiani del Cielo” (Verdechiaro) e di “Roswell Il Giorno Dopo” del col. Philip Corso e la versione in inglese del film-documentario di Franco Battiato “Attraversando il Bardo – Sguardi sull’Aldilà” (Bompiani). Dal 2016 a oggi, sono stato direttore artistico del negozio “Welcome to the Jungle Record Store” a Roma, ho scritto per il mensile “Classic Rock” e il bimestrale “Vinile” e sono stato al microfono del programma “Classic Rock On Air” con Renato Marengo. Due, i fiori all’occhiello nel management musicale: lo “Spirituality Tour” di Juri Camisasca e Rosario Di Bella e l’album “Endo” del gruppo etno-ambient Nuclearte. Nel Luglio 2022 esce “Rock Memories – Scritti Ribelli e Sincronicità di un giornalista musicale”, primo di due volumi (Edizioni Verdechiaro), con copertina di Pablo Ayo e prefazioni di Susanna Schimperna e Renato Marengo. Un lungo cammino, dai primi anni Settanta ai giorni nostri, attraverso territori emozionali, musiche liriche e magiche, ruggenti e iconoclaste, poetiche e oscure, testimonianze di epoche diverse, di incroci e contaminazioni, di opere ed esperienze che restano nel tempo. Dai dischi ai dischi volanti… una vita trascorsa su questi due versanti della passione e della ricerca, sempre cercando di esprimersi sulla base di un principio fondamentale dell’informazione: la libertà si conquista in primis lottando contro l’ignoranza e l’arroganza del potere.

La poesia di Giorgio Caproni per imparare l’italiano e per conoscere l’Italia

Professoressa Caprile, Lei si richiama costantemente alle parole ed alle rime “chiare” ed “elementari” di Giorgio Caproni. Qual è il suo scopo? A chi lancia il guanto di sfida?

Le rime “chiare” ed “elementari” formate da analoghe parole sono alla base della poesia di Caproni e proprio dell’ampio uso di “lessico domestico” – dunque di un vocabolario concreto, come espressione della vita quotidiana – parlo diffusamente in un mio recente libro (La poesia di Giorgio Caproni per imparare l’italiano e per conoscere l’Italia, Sestri Levante, Gammarò, 2022), dimostrando, con una sorta di “censimento” delle parole da lui più usate, che la sua poesia è ordita con un linguaggio “pratico” e non aulico, distanziante e inaccessibile. Egli resterà comprensibile anche quando adotterà una forma metrica spezzata, con versi che sembrano perdersi nella vastità della pagina bianca, per esprimere la sua angoscia di trovarsi alle prese con una realtà intimamente inconoscibile e che dunque, inevitabilmente, sfugge al linguaggio e tuttavia continuerà a scrivere, contraddicendo dunque la sua tentazione al silenzio, il rischio dell’afasia. Con una lingua “quotidiana” – senza per questo rinunciare alla creazione di estrosi e comunque ben comprensibili neologismi – Caproni, come tutti i grandi poeti (e come i grandi cuochi, che dagli ingredienti più semplici preparano i piatti più prelibati e sorprendenti), ottiene un linguaggio poetico, insomma, sa declinare in poesia anche la lingua di tutti i giorni. Però, ben più persuasive e “chiare” delle mie osservazioni, ci sono le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Caproni nel suo intervento all’Università di Urbino del 1° dicembre 1984, quando fu insignito della laurea ad honorem in Lettere e Filosofia:

«Linguaggio pratico e linguaggio poetico usano lo stesso codice di convenuti segnali […]. Ma mentre nel linguaggio pratico il segnale acustico o grafico della parola resta stretto alla pura e semplice informazione, nel linguaggio poetico la parola stessa conserva, sì, il proprio senso letterale, ma anche si carica di una serie pressoché infinita di significati armonici che ne forma sua peculiare forza espressiva. Farò un esempio molto grossolano. Mi trovo in una caserma, dove ancora i segnali vengono trasmessi da una cornetta. La cornetta squilla il segnale del rancio, e il marmittone che conosce il codice prende la gavetta e si allinea nel cortile per ricevere la “sbobba”. Ma supponiamo che un estroso ufficiale, invece dalla solita cornetta, faccia suonare quello stesso segnale da un virtuoso di flauto. Il soldato, sì, capisce che quello è il segnale del rancio, ma anche sente qualcosa d’altro (il valore musicale di quel segnale: il significante, si direbbe oggi), e certamente resterà interdetto (incantato ad ascoltarlo), anziché precipitarsi alla chiamata».

La produzione letteraria caproniana, sia in poesia che in prosa, riflette appieno la realtà italiana del Novecento. Qual è stato il suo sguardo sulla cultura e sulla società rispetto ad un’evoluzione soventemente sconfortante?

Caproni, consapevole del male insito nell’esistere e anche di quello operato dagli essere umani, non era sostenuto da una fede religiosa, dunque il suo sguardo sulla realtà era privo di un conforto e di una speranza di risarcimento in alcun aldilà. Fece comunque la sua parte nel mondo, contribuendo come poteva secondo i suoi valori (il suo contributo alla Resistenza fu quello di riaprire la scuola per i figli dei contadini, quello alla società fu di curare le nuove generazioni con il suo lavoro di maestro), ma con il disincanto di chi appunto non si aspetta un senso ultraterreno al vivere, né di poter attribuire un senso alla vita terrena. Per dirla con le belle parole di Calvino, forse si dedicò a “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

La natia Livorno, gli anni Trenta a Genova, la seconda metà della vita vissuta a Roma. Qual è stato l’apporto dei luoghi nella formazione di Giorgio Caproni?

Per rispondere nel modo più adeguato lascio la parola allo stesso Caproni, citandone una lettera inedita del 1979 – e parzialmente pubblicata su “la Repubblica” del 6/10/2002 – scritta ad Attilio Bertolucci in occasione della pubblicazione, da parte di quest’ultimo, di Viaggio d’inverno

«La tua poesia, come una terra, come un’aria, come un paese antico e sempre nuovo della terra, non si legge, non è fatta di parole, si cammina, si respira, si guarda, si tocca, come una pietra della campagna, come una cupola della città o una ragazza o un bosco troppo profondo (troppo tremendamente vero […]) per poterlo “ridire”, perché si possa dire il perché di tanta naturale e mozione e verità. È come se dovessi dirti perché mi piace un albero o una marina o il pensiero di un antico saggio […]».

Credo che altrettanto Caproni avrebbe potuto dire della sua poesia, nella quale il paesaggio – e non solo le sue “città del cuore” (Genova e Livorno, a cui aggiungerei il borgo di Loco in cui ha scelto di essere sepolto) e la “necessaria” Roma, ma il mare, i paesi dell’entroterra ligure, i boschi… – entra sempre, come dato terreno in cui cercare ancoraggio al reale anche quando è in realtà metaforico (come le lande in cui si svolge la caccia alla fantomatica Bestia delle sue ultime produzioni). Lo sguardo di Caproni si sofferma sulla realtà e la appunta nei suoi versi, in modo più spiccatamente sensoriale nella sua prima produzione, ma comunque anche – pur se trasfigurata – nelle ultime raccolte. La conoscenza diretta, di impatto sensoriale, della vita, è stata fondamentale per tessere i suoi versi e non a caso, nel suo lessico, il campo semantico della percezione della realtà attraverso la vista è ampiamente rappresentato, con il ricorrere spesso ai verbi “guardare” e “vedere”, al vocabolo “occhi” e ai colori.

Lei reputa che chiunque, anche uno studente italiano, attingendo dal denso vocabolario caproniano, possa intraprendere ed ampliare la sua conoscenza della lingua italiana. Ebbene, qual è lo specifico linguistico di Giorgio Caproni?

Caproni, soprattutto dopo il “primo tempo” della sua produzione poetica, ha indagato in particolare i temi del lutto, della negatività, del male e dunque ha sviluppato tutto un linguaggio – in termini di vocabolario e metafore – per esprimerli. In certe sue poesie si assiste ad un’evidente complicazione sintattica – e sono questi i temi proponibili a studenti madrelingua, assai adatti per chi desidera approfondire questa tematica, per verificare quanto la creatività di un poeta possa non discostarsi dal linguaggio quotidiano (per quanto riguarda sia il lessico, sia la costruzione dei periodi). Per quanto riguarda invece l’opportunità di usare testi di Caproni, opportunamente selezionati e “guidati”, agli studenti stranieri, soprattutto a questo argomento è dedicato il terzo capitolo del mio più recente libro, dove ho indicato alcuni esempi di suoi testi poetici utilizzabili per una specifica didattica rivolta a chi vuole imparare l’italiano (e conoscere l’Italia), non essendo questa la sua lingua madre.

Maria Teresa Caprile è stata professore a contratto di Letteratura italiana per stranieri dal 2011 al 2021 presso l’Università di Genova, dove pure è docente dal 2006 nei corsi di Lingua italiana per stranieri, ed è studiosa della Letteratura Italiana, materia nella quale ha conseguito il Dottorato di ricerca presso l’Università di Granada. È autrice, in collaborazione con Francesco De Nicola, dei saggi-antologia “Italia chiamò”. 150 anni di storia italiana nelle pagine degli scrittori liguri (De Ferrari, 2010), Gli scrittori italiani e il Risorgimento (Ghenomena, 2011), Gli scrittori italiani e la Grande Guerra (ivi, 2014) e della monografia Giorgio Caproni (“Dante Alighieri”, 2012). Ha curato la ristampa dei romanzi La prova della fame (Gammarò, 2016) di Carlo Pastorino e Sissignora di Flavia Steno (De Ferrari, 2017) e l’edizione delle poesie di Riccardo Mannerini (ispiratore di alcune canzoni di Fabrizio De André) in Il viaggio e l’avventura (Liberodiscrivere, 2009). Per l’insegnamento dell’italiano a stranieri è autrice dei volumi Attraversiamo l’Italia! I nostri poeti per imparare l’italiano e amare l’Italia (Vannini, 2015) e In viaggio con i poeti (Gammarò, 2018) e, in collaborazione con Emanuela Cotroneo e Alessandra Giglio, Lezzioni di itagliano (ivi, 2012).

Tra tempo e tempo

E’ nota la differenza tra autobiografia e romanzo autobiografico.
Quale solco ha impresso la scrittura letteraria della sua vicenda umana?

Ho sempre concepito un forte legame tra scrittura ed esistenza, quindi credo che nella mia attività letteraria – iniziata nel 1985 con la pubblicazione di alcuni racconti e proseguita poi per molti anni, fino al 2016, in ambito poetico – sia possibile cogliere una tensione costante tra la parola e il nostro essere nel mondo, tra ciò che la scrittura, nelle sue diverse forme (nel mio caso la poesia e il racconto), riesce a esprimere e il mistero di ciò che noi siamo e sentiamo. Il sentimento del mistero è per me fondamentale. Senza mistero non c’è ricerca. Nel mio libro di racconti Storie di un’altra storia, ad esempio, i personaggi sono contesi da forze misteriose, opposte, in bilico tra perdizione e salvezza, come credo siamo tutti noi, chiamati a scegliere quotidianamente. Il desiderio dell’oltre, che si spinge fino ai margini dell’indicibile e che si può rinvenire nella mia produzione in modo più o meno palese, non deve essere considerato come una fuga dalla realtà, tutt’altro. Esso, infatti, nasce sempre dal nostro esserci, dal nostro quotidiano: è dentro la nostra esistenza e costituisce lo slancio più autentico per comprenderla meglio. E nel mio libro Tra tempo e tempo affermo che la vera poesia non è esercizio, ma carne dell’esistenza, testimonianza, tragica contesa tra la parola e la vita.
Il suo percorso si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole impatto emotivo. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione?
La memoria può essere domanda di senso, ricerca di appropriazione di sé e di appartenenza. In questo senso il cosiddetto “tempo vissuto” diviene motivo di indagine e di riflessione, tuttavia credo che occorra essere consapevoli che non è tutto. C’è una memoria dell’io, ma c’è anche una memoria ulteriore, segreta, che ci chiama e che chiede ascolto, accoglienza, perché è nel tempo che, in fondo, si riverbera l’eterno. Nella mia produzione letteraria la memoria acquisisce una certa importanza solo a partire da alcune composizioni poetiche di Luce del volto (2002) per poi assumere maggiore rilevanza con la raccolta Livorno (2008). In Tra tempo e tempo, in particolare, la memoria personale non si limita ai ricordi, ma interroga la coscienza e diviene, a seconda dei momenti, sguardo interiore, vertigine, grido o preghiera. Annuncia, in qualche modo, un passaggio.
Un diario spirituale ed intellettuale. A quale urgenza ha risposto?
Ho sessantotto anni, sono ormai un insegnante in pensione e, dopo parecchie pubblicazioni, ho avvertito il bisogno di fare un bilancio della mia vita: ne è scaturita una sorta di resa dei conti con me stesso. Mi sono messo in discussione per cercare di comprendermi meglio ed è stato inevitabile sfidare quel nulla, quel vuoto, quell’abisso che per lungo tempo hanno assediato la mia esistenza e hanno segnato la mia opera, anche se, a ben vedere, dietro lo scacco continuo, il senso di smarrimento e di sconfitta di alcuni miei scritti è possibile intuire l’attesa segreta di qualcosa di importante e di indicibile, come un cambiamento o addirittura una rivelazione. Mi sono perso per ritrovarmi. Sono fuggito per ritornare. Un diario è sempre una testimonianza che attende, un insieme di pagine scritte che aspettano altro, la pagina nuova, bianca.
Lei offre ai lettori innumerevoli riflessioni circa il senso della letteratura, della morte, del sacro e del mistero. Quanto la sua vicenda personale può assurgere a manifesto del dissidio interiore in cui versa l’Uomo?
Oggi viviamo tempi difficili. La pandemia, la guerra in Europa, il cambiamento climatico sono fenomeni inquietanti che ci dicono della nostra fragilità e dei nostri continui errori. Sembra che la memoria storica insegni poco o nulla. Ci siamo comportati come se fossimo i padroni della nostra vita, senza cura per gli altri e per l’ambiente. Siamo spesso divisi, a metà, come affermo a proposito di me stesso nel libro. Dobbiamo ritrovare un senso per ritrovarci e avere il coraggio della speranza e del cambiamento, anche a cospetto del baratro. L’abisso è sempre a due passi da noi, è terribile, ma non dobbiamo averne paura. Lo dico per primo a me. Il peccato contro la speranza è il più mortale di tutti, si legge nel Diario di un curato di campagna di Bernanos. E il mio libro, nel trattare i grandi temi che lei cita, vuole essere anche una provocazione per il lettore, così come anch’io sono stato provocato durante la scrittura. Io voglio che un testo non sia innocuo, cerco nelle parole una scossa per l’anima, che non mi lasci come prima, altrimenti non ne capisco la pubblicazione. Il dissidio interiore non va rimosso ma affrontato per cercare di comprenderlo ed eventualmente superarlo. La mia è un’autobiografia che cerca di parlare a ogni lettore.
Sfogliando le sue pagine, si colgono parole fortemente evocative. La sua è una prosa poetica?
No, anche se la poesia, in qualche modo, permea la mia scrittura, tanto che sono presenti diverse citazioni poetiche, tra cui alcuni versi di Mario Luzi dai quali ho tratto il titolo del libro. Non mancano poi riferimenti filosofici a una dozzina di autori. In passato, invece, ho scritto vere e proprie prose poetiche che hanno rappresentato il mio esordio: fu, allora, la scelta di uno spazio liminare rispetto alla maggior parte delle pubblicazioni, uno spazio condiviso da pochi autori: Roberto Carifi, Mario Benedetti e Giampiero Neri.

Mauro Germani
Fondatore e direttore responsabile della rivista di scrittura, pensiero e poesia “margo” dal 1988 al 1992. Pubblicazioni recenti: Critica: “L’attesa e l’ignoto. L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio, 2012); “Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero” (Zona, 2013); “Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei” (La Vita Felice, 2014). Poesia: “Luce del volto” (Campanotto, 2002), “Livorno” (L’arcolaio, 2008); “Terra estrema” (L’arcolaio, 2011); “Voce interrotta” (Italic Pequod, 2016). Narrativa: “Storie di un’altra storia” (Calibano, 2022), “Tra tempo e tempo” (Readaction, 2022)

TUTTI SCRITTORI!Come difendersi dai corsi di scrittura creativa

Migliaia di scrittori, centinaia di case editrici, 82.719 le opere librarie pubblicate in Italia nel 2021.
Tutti scrittori?

Ovviamente il titolo del pamphlet è una provocazione (e lo è in un certo modo anche il sottotitolo). Temo che queste cifre siano al netto dei cosiddetti aspiranti (altre decine di migliaia), e di quegli editori che sono poco più che stampatori (altre migliaia), il numero di libri pubblicati nel 2021 a me figura essere 85’551, ma in verità le statistiche non cambiano i fatti: sono tutti scriventi, autori delle storie che scrivono, ma, per citare il Treccani alla voce «scrittore», immagino che siano in pochi ad avere come intenzione principale quella di: «comporre e scrivere opere con intento artistico». Molti scrivono con intenti commerciali, altri d’intrattenimento, altri ancora divulgativi, molti semplicemente scrivono per raccontare la loro storia di vita, alcuni per «sfogo», e poi dovremmo togliere i ricettari, i saggi legali e contabili, quasi tutta la narrativa per l’infanzia che ha intenti educativi, e via elencando. Una delle massime ambizioni di una buona scuola di scrittura narrativa, secondo me, è infatti quello di smarcare i propri allievi da queste motivazioni stigmatizzate da chi intende la letteratura come una vera e propria espressione d’arte. Poi, siccome non viviamo in un mondo perfetto, ci sta che a volte ci si accontenti di aiutare a far bene, nel migliore dei modi, anche un prodotto non prettamente artistico, o per dirla in modo meno generico, non per forza letterario.
«80 esperienze sfacciatamente schiette per risolvere una volta per tutte l’annoso caso della plausibilità di insegnare la scrittura creativa.»
Si può insegnare la cosiddetta «scrittura creativa»?

Anche la definizione «Scrittura creativa» è da me usata per convenzione; io preferirei parlare di scrittura narrativa o, spingendomi all’estremo, di «scrittura letteraria» (ho sempre pensato che chi punta al dieci possa portarsi a casa almeno la sufficienza).
Vengo alla risposta: dipende, sia dal tipo di scuola, sia dal tipo di studente. Ma in linea di massima, sì, se si ha un minimo di talento (e almeno altrettanta umiltà, e tenendo in considerazione quanto ho raccontato nel libro, eccetera).
In una buona scuola di scrittura il talento può essere potenziato, a volte anche scoperto, ma più spesso viene spolverato, sgrezzato, e fatto fiorire.
Lei fa riferimento a ben 80 esperienze riportate con schiettezza: dal vissuto si può cogliere il senso della scrittura come resistenza in questo incerto presente?
Vediamo se ho compreso la domanda: mi chiede se – in questo momento di crisi economica, di conflitti internazionali, di pericoli virali, di egocentrismo sfrenato, di corsa al consumismo, di impossibilità di sognare, di aumentati problemi psichiatrici, di follie di massa, di surriscaldamento ambientale e perdita di biodiversità, di fallimenti e ricerche di energie rinnovabili funzionanti, eccetera, che noi tutti stiamo vivendo – rifugiarci nella scrittura possa servirci da ansiolitico? Giusto?
Diciamo che non credo sia questo lo scopo della buona scrittura, non è il mio scopo, di certo. Più che «farci resistere», potrebbe farci diventare portatori di sguardi diversi sulle cose del mondo, potremmo fornire altri punti di vista, potremmo trovare le parole per dire cose ancora taciute…
«…e poi fanno commentini tra i denti, come quelli che a un funerale ti tirano gomitate durante la messa»: quali dinamiche si instaurano tra i frequentanti di corsi di scrittura creativa?
Uh! Per rispondere a questa domanda dovrei riscrivere il libro nel poco spazio disponibile. Diciamo intanto una cosa banale: le dinamiche di gruppo che vengono a crearsi dipendono dagli individui che compongono il gruppo. La citazione qui riportata si riferisce a quei soggetti che invece di iscriversi a un corso per imparare, entrano in aula per mettere alla prova il docente, e lo fanno normalmente cercando alleati contro il «sistema». Sono i prevenuti, quelli che sfidano tutti con sicumera e non per dimostrare di saperne di più, ma solo per mettere in difficoltà e far cadere il «maestro». Adottano diversi sistemi anche infantili, con atti di disturbo, picchiettando la penna sul tavolo, sbadigliando, facendo battutine critiche verso il docente, con il compagno di banco… ecco, in questa scheda io invito a non lasciarsi manipolare da queste macchine mangia-tempo. Come questo esempio, ce ne sono tanti altri. Così come vengono instaurate dinamiche trasversali e ci si confronta normalmente con più svariati tipi di invidia, ma si stringono pure amicizie solidali.
Come si può in un contesto scolastico, dunque normato, quale quello delle scuole di scrittura, incedere verso l’idea di creatività?
Mi avvalgo della prima parte di una delle ultime «schede» del pamphlet perché mi sembra possa sia rispondere sia chiudere il cerchio dell’intervista: «In risposta all’atavica questione sul dubbio che non si possa insegnare a “diventare scrittori”, sono giunta alla conferma che più che non poter essere insegnata la scrittura narrativa, forse non tutti gli allievi sono adatti a impararla. Cioè: non sono tutti tagliati per fare gli scrittori. Io, ad esempio, non sono tagliata per fare la cuoca (non ho memoria per le ricette) o la musicista (non ho orecchio) o la disegnatrice (mi manca la percezione spaziale) o la cameriera (per poca attenzione e scarsa conoscenza di altre lingue), e non sono neppure tagliata per imparare a memoria regole e nozioni, figuriamoci. Eppure, son cose che si insegnano e si imparano. Se ci si accorge di non essere tagliati per fare gli scrittori, non è grave. Il mondo è pieno di bei mestieri. Ugualmente, credo che sia necessario lo stesso talento di un potenziale scrittore per poter apprendere da altri autori. Come a dire che tra scrittori ci si intende, perché si parla la stessa lingua. Ecco il motivo per cui spesso sono gli autori a diventare maestri di scrittura, ecco forse il motivo per cui si distingue la scrittura scolastica dalla scrittura “creativa” o “narrativa”: sono mestieri diversi. Ecco perché le lezioni non corrispondono mai – almeno quelle che io ritengo buone – al modello accademico. Ecco perché molti non imparano e/o criticano le scuole di scrittura, come istituzioni svuota-tasche, inutili. Ecco perché la didattica e la pedagogia nel mondo dell’arte letteraria sono diverse da quanto si aspettano i non-scrittori.»

Manuela Mazzi
Giornalista, è da vent’anni caposettore all’«Azione», settimanale ticinese di approfondimento. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo Breve trattato sui picchiatori nella Svizzera italiana degli anni Ottanta (Laurana editore).

Grammatica per cani e porci

Le questioni linguistiche trascinano, smuovono le folle sui social e coinvolgono i media, spesso suscitando sdegni e querelle. Ne consegue che la grammatica riguarda tutti, giustappunto “cani e porci”: come assumere posizioni sensate tra strafalcioni e regole?
Una risposta semplice sarebbe: bisogna evitare gli strafalcioni e conoscere le regole. Però le cose non sono mai così semplici. Un metodo per evitare molti strafalcioni sarebbe andare a controllare l’ortografia e il significato delle parole sul vocabolario; ma se uno è proprio convinto che l’aggettivo di “cervello” è “celebrale” con la L, non sentirà il bisogno di andare a consultare il vocabolario. Quanto alle regole, molte sono pacifiche (basta padroneggiarle), ma in qualche caso non è così immediato stabilire che cosa è una vera regola e che cosa invece è il ricordo, magari deformato, di nozioni che risalgono alle elementari. Nei miei libri, e in particolare in questa “Grammatica per cani e porci”, cerco di mettere pulci nelle orecchie dei lettori che vogliono migliorare la loro padronanza dell’italiano. Voglio metterli in contatto con alcune questioni spinose.
Quali sono i problemi più frequenti da affrontare?
Da almeno 15 anni ho sul computer un file intitolato un po’ pomposamente “Note linguistiche”, che in realtà è una raccolta di strafalcioni e improprietà trovate in internet, nei giornali, in televisione, nei libri. Da questa ricerca sul campo (anche se di solito non sono io ad andare in cerca di strafalcioni, sono gli strafalcioni ad aggredirmi) deriva la rassegna di problemi da cui ho ricavato l’indice di “Grammatica per cani e porci”: banali questioni ortografiche (“beneficenza” scritto con la i o “riscuotere” con la q), grandi classici come le “donne incinta” (come se non esistesse il plurale “incinte”), le improprietà legate all’uso e abuso di termini stranieri (in particolare inglesi), le difficoltà legate al congiuntivo (non solo alla sua scomparsa; anche all’uso fuori luogo), le complicate questioni di genere, in particolare quelle connesse al femminile dei nomi delle professioni, i ricordi distorti di ciò che si è imparato a scuola, e alla fine, in generale, il nostro rapporto con le regole della grammatica e, in fondo, con la nostra lingua.
Controllare gli strumenti linguistici vuol dire essere abili nello scegliere, in ogni circostanza, il registro linguistico più adeguato. Quanto è significativo il contesto comunicativo rispetto alla rigida osservanza delle norme grammaticali da “grammarnazi”?
Alla fine della premessa del mio “Italiano. Corso di sopravvivenza”, una grammatica pratica uscita del 2000, scrivevo: “quando padroneggerete le regole dell’italiano potrete permettervi il lusso di forzarle o addirittura di violarle per piegarle ai vostri scopi espressivi. In fondo, questo libro vuole (anche) darvi la possibilità di maltrattare la grammatica. Dopo avervela insegnata, però”. Il segreto è sempre la consapevolezza linguistica: chi sa maneggiare la lingua può, letteralmente, fare quello che gli pare. Infatti le grammatiche tengono conto dell’uso degli scrittori (le scelte consapevoli di un bravo scrittore fanno testo, diventano “regola”). Ma non solo gli scrittori: tutti noi, se abbiamo letto tanto e bene, se abbiamo imparato a usare la lingua per trasmettere con precisione ed efficacia ciò che vogliamo dire, abbiamo una grande libertà espressiva, che è la libertà di usare una lingua personale. Naturalmente la consapevolezza linguistica ci permetterà di capire quali sono gli ambiti in cui esercitare nel migliore dei modi questa libertà.
Tullio De Mauro ha asserito “La lingua è una cassetta degli attrezzi.” Può commentare siffatta osservazione?
Noi possiamo comunicare in molti modi, ma non c’è dubbio che il metodo più usuale (e di solito anche il più efficace) che abbiamo a disposizione è proprio la lingua. La lingua (parlata o scritta) ci serve per raccontare, per chiedere, per agire, per far valere i nostri diritti, per cambiare le cose che non vanno. Per questo è importante da un lato disporre di molti attrezzi linguistici (conoscere bene le parole, per esempio) e soprattutto tenerli in efficienza (per esempio con la lettura), e dall’altro usarli nel modo migliore: saper scegliere il termine giusto, saper combinare le parole grazie a una sintassi corretta ed efficace, variare i registri in base alla situazione comunicativa.
Nel suo piacevole testo lei mi pare evidenziare un atteggiamento verso l’italiano quasi di pigrizia o timore, che comporta un uso monco e parziale della lingua. Può individuarne le motivazioni?
Come ho detto, il mio libro parte dagli strafalcioni, che sono quasi tutti strafalcioni commessi da professionisti: strafalcioni pubblicati sui giornali, sui libri, in annunci pubblicitari, in rete da persone il cui principale strumento del mestiere è o dovrebbe essere proprio la lingua. Sono strafalcioni molto più gravi di quelli che tutti noi scriviamo quando mandiamo velocemente messaggi dal cellulare: per quelli può valere la scusante della fretta, o la classica frase “non sto a correggere gli errori di battitura, tanto si capisce quello che voglio dire”. È chiaro che un errore può sempre capitare, ma se sono continui, ripetuti e accompagnati da una sintassi traballante e da un lessico impreciso dimostrano una sciatteria e un’incuria che sono l’esatto opposto dell’atteggiamento che un professionista dovrebbe avere nei confronti degli strumenti del mestiere. Accontentarsi di una lingua sciatta significa non credere nelle proprie capacità espressive e ritenere che chi ci legge e ascolta non sia in grado di cogliere la differenza tra un testo ben fatto e uno pasticciato.

Massimo Birattari, laureato in storia e diplomato presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, è redattore, traduttore e consulente editoriale. È autore di una grammatica pratica, Italiano. Corso di sopravvivenza (TEA, 2015), di un “manuale di stile”, È più facile scrivere bene che scrivere male (Ponte alle Grazie, 2011, inserito nel 2017 nella collana del “Corriere della Sera” Biblioteca della lingua italiana), e di Come si fa il tema (Feltrinelli UE, 2019). Ha curato Io scrivo, corso di scrittura in 24 volumi del “Corriere della Sera” (2011, nuova edizione Fabbri-Centauria 2014 col titolo Scrivere). Tra i suoi libri per ragazzi, I rivoltanti romani (con Terry Deary, Salani, 1999); I barbuti barbari (Salani, 2008) e Vite avventurose di santi straordinari (Rizzoli, 2009), entrambi con Chicca Galli; Invece di fare i compiti (Rizzoli, 2018); e per Feltrinelli Kids Benvenuti a Grammaland (2011), La grammatica ti salverà la vita (2012), Scrivere bene è un gioco da ragazzi (2013), Leggere è un’avventura (2014), L’Italia in guerra (2015), Terrore a Grammaland (2018). Per Gribaudo ha realizzato la scatola gioco Le carte della grammatica (2015). Il suo ultimo libro è Grammatica per cani e porci (Ponte alle Grazie, 2020). Ha tenuto circa 400 incontri in scuole, librerie, biblioteche e festival e numerosi corsi di formazione per insegnanti. Il suo blog è http://www.grammaland.it.

Pier Paolo Pasolini 6 domande a giovani poeti

Pasolini: nome suggestivo. Pasolini, come ha asserito Ferroni, “buono a tutti gli usi, sacramentale e terragno, infernale e divino”?
La sua malìa consiste nell’essere “carico di tutte le possibili tensioni umane, artistiche, ideologiche, antropologiche, morali, politiche e oltre.”?

Credo che non tanto Pasolini, in quanto uomo e nella sua speciale umanità, ma la sua molteplice e multiforme Opera, fra letteratura, critica, cinema, teatro, giornalismo polemico e molti altri generi che si intrecciano e ibridano, sia “buona a tutti gli usi”, ovvero sia e sia stata nel tempo variamente usata, criticata, distorta, ripresa, abbandonata, nuovamente esaltata e denigrata a seconda di tesi e necessità particolari. Pasolini è autore prolifico e sempre preda di una vena sperimentale inesauribile. La sua malia consiste in quella capacità, unica nel panorama letterario e artistico italiano, di essere originale, nella propria peculiarità e unicità, praticamente ineguagliabili e inimitabili, e rimanere inconsumabile, nonostante tutto e tutti.
“Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta.”
Per quale ragione, Professore, ha sostenuto che anche in questo pensiero vada ricercato “il valore dell’eredità del Pasolini poeta”?

La sconfitta e non la vittoria è il valore per antonomasia in un’epoca di superficiali e continui, insolubili conflitti. C’è un film nel quale Totò, attore amato da Pasolini, pronuncia una battuta: “Oggi per far colpo bisogna essere futili. Fatti futilizzare!”. Il film è del 1949, ma quell’esortazione sembra essere contemporanea, e soprattutto sembra contenere tutto quanto contro cui Pasolini ha lottato nel corso della sua vita: il suo imperativo era “non farti futilizzare”. Non divenire qualcosa di futile, o per dirla pasolinianamente: non ti trasformare in merce. In un momento nel quale i giovani e giovanissimi vengono manipolati e ingannati dai media, che intontiscono con sempre nuove strategie di “futilizzazione”, ecco Pasolini mostra il valore e dimostra con la sua stessa esistenza la forza della sconfitta, dell’essere contro i valori-poteri dominanti, contro la mercificazione di tutto, anche di ciò che dovrebbe essere sacro, puro, non mercificabile. La sconfitta è esattamente il contrario della vittoria a tutti i costi. La vittoria è nel denaro e nella possibilità di acquistare facilmente oggetti dei brand più costosi. Oggi, credo, abbiamo veramente bisogno di resilienza e di capacità di accogliere la sconfitta come monito alla felicità e alla verità. La lettura dei testi in poesia di Pasolini è un’esperienza, un esercizio spirituale, una prova di intelligenza e di cuore: chi ha scoperto, come me a 16 anni, le poesie delle sillogi Poesia in forma di rosa o Trasumanr e organizzar ha cambiato il punto di vista sul mondo, sulla vita, sull’amore. La poesia di Pasolini consente di cambiare prospettiva su noi stessi e scoprire la sconfitta come valore.
Michele Bordoni, Simone Burratti, Riccardo Canaletti, Mariapia
Crisafulli, Riccardo Delfino, Claudia Di Palma, Giorgio Ghiotti, Federica Gullotta, Gianluca Michelli, Antonio Francesco Perozzi, Antonio Perrone, Sacha Piersanti, Eleonora Rimolo, Mara Sabia, Daniele Sannipoli, Mattia Tarantino, Rudy Toffanetti, Sonia Ziccardi.: “giovani poeti”.
Qual è il lascito pasoliniano che li accomuna?

I 18 poeti selezionati per il volume hanno consentito, grazie alle risposte alle domande, di comprendere innanzitutto la complessità e la varietà degli approcci di lettura e di interpretazione dell’Opera pasoliniana. In tale direzione è evidente ciò che differenzia l’esperienza con il testo e con la creatività di Pasolini: ognuno di loro, come in un puzzle di molti pezzi e molto variopinto, ha posto esattamente nell’esatta collocazione una tessera. Lascio a critici ma anche ai lettori comuni la possibilità di disegnare un itinerario di coincidenze e di elementi comuni. A me preme, invece, evidenziare che i 18 poeti hanno tutti segnato un elemento peculiare del cosmo pasoliniano, esibendo, fra l’altro la sua intelligenza costante, anche nel contraddirsi. Nel costruire un’estetica e un’etica della contraddizione.
La poesia di Pasolini è permeata di mesta malinconia; è l’effige di una realtà che instancabilmente cambia, peggiorando.
Ritiene corretto che sia stata l’ultima prova di poesia civile italiana?

Forse non proprio l’ultima, come alcuni dei poeti coinvolti nel volume dimostrano, penso per citarne solo due a Eleonora Rimolo e a Antonio Francesco Perozzi.
È poesia civile quella di Pasolini perché poesia di civiltà: tanto della civiltà occidentale quanto della tradizione millenaria dell’Occidente greco-latino, cristiano e medievale, razionale e illuminista, poi marxiano, infine gramsciano. La poesia di Pier Paolo Pasolini quanto più è espressione di sé, del proprio e singolare male di vivere, sentimento di uno stare al mondo essendo innamorato della realtà al punto di morire per quest’amore, tanto più espone e si espone a divenire poesia civile. Si accolga così come lo formulo il paradosso e lo si metta alla prova della scoperta dei testi in poesia di Pasolini.
Mi tornano alla mente i celeberrimi versi su Roma, emblema dell’odi et amo, che Pasolini dedica all’urbe, dopo essere stato accolto, in fuga da Casarsa per i fatti di Ramuscello, dalle Ceneri di Gramsci:
«Stupenda e misera città, /che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci /gli uomini imparano bambini, le piccole cose in cui la grandezza /della vita in pace si scopre, come /andare duri e pronti nella ressa delle strade, rivolgersi a un altro uomo /senza tremare, non vergognarsi /di guardare il denaro contato con pigre dita dal fattorino /che suda contro le facciate in corsa /in un colore eterno d’estate; a difendermi, a offendere, ad avere /il mondo davanti agli occhi e non /soltanto in cuore, a capire che pochi conoscono le passioni /in cui io sono vissuto: /che non mi sono fraterni, eppure sono fratelli proprio nell’avere /passioni di uomini /che allegri, inconsci, interi vivono di esperienze /ignote a me. Stupenda e misera /città che mi hai fatto fare esperienza di quella vita /ignota: fino a farmi scoprire /ciò che, in ognuno, era il mondo.»
Professore, Pasolini è stato scrittore, regista, sceneggiatore, attore e drammaturgo. Si riesce a scorgere un tratto comune tra i differenti linguaggi adottati?
Sono molti i tratti comuni, in primis la categoria del poetico. Pasolini è poetico sempre, qualsivoglia opera tenti di creare: essere poetico sempre significa dimostrare la propria fragilità, la paura, la solitudine, gli amori e i fastidi, soprattutto, lo ripeto, un vero e proprio incantamento per la realtà, non così come brutalmente appare, ma come il Poeta delle Ceneri la percepisce, la sente, filtrata da una passione incontenibile e da un’ideologia così personale, da non poter essere esportata o utilizzata direttamente in alcun ambito, né politico, né sociale, certamente non in poesia o in arte, da nessun altro. In secundis, il desiderio di erotizzare l’esistenza, in qualsivoglia manifestazione o forma di scrittura. Erotizzare l’esistenza significa provare fino in fondo l’esuberanza dei sensi nel dono di sé, fino alla consunzione, alla morte. Una condizione interata senza sosta, senza reticenze o timori, senza falsi pudori, che si estenua in una autoesposizione senza protezione o scudo. Tutto diventa problematico e difficilmente contenibile, afferrabile, definibile quando i corpi e il corpo entrano nel conflitto dell’erotizzazione col potere, necessario rivedere le sequenze filmiche di Salò o le cento giornate di Sodoma. L’erotizzazione della realtà è il tentativo di far divenire nella realtà quotidiana, in ogni manifestazione della realtà, il corpo fisico, i corpi nella loro fisicità, una prova della metafisica. Oltre ogni giudizio morale o speculazione intellettuale.
«Nello sviluppo del mio individuo, della diversità, sono stato precocissimo; e non mi è successo, come a Gide, di gridare d’un tratto ‘Sono diverso dagli altri’ con angoscia inaspettata; io l’ho sempre saputo» così Pasolini.

Angelo Favaro
È professore incaricato di Letteratura italiana, presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, e insegna come docente a tempo indeterminato nei licei. Ha curato il numero unico monografico, dedicato a Moravia oggi, della rivista internazionale di studi «Mosaico». Ha curato inoltre il volume Alberto Moravia e gli amici (Sinestesie, Avellino 2011), e i quattro volumi di atti delle rispettive edizioni di convegni internazionali dedicati a Alberto Moravia e La ciociara.
Da ultimo Moravia, Pasolini e il conformismo (Sinestesie, Avellino 2018). Per il volume Letteratura de Il contributo italiano alla storia del pensiero (Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2018) ha scritto il saggio su Alberto Moravia. Si occupa e ha pubblicato lavori di letteratura teatrale, comparatistica letteraria, studi inerenti alla mediterraneità europea. Ha studiato regia teatrale e lavorato nel campo, anche scrivendo per le scene. Ha partecipato su invito e partecipa a convegni internazionali. Ha studiato e ha pubblicato contributi sull’opera di Dante, Foscolo, De Sanctis, Carducci, D’Annunzio, Pirandello, Pasolini, Sanguineti, Tondelli, Luzi, Giudici. Per l’Edizione Nazionale dell’Opera Omnia di Pirandello sta lavorando al volume sul mito religioso Lazzaro. È membro dell’ADI, della SEI, fa parte del Comitato Scientifico della Fondazione Ippolito e Stanislao Nievo, e della Fondazione Carlo Gesualdo; è nel Comitato Scientifico della Rivista Internazionale di Studi «Sinestesie». Suoi saggi compaiono nei due volumi pasoliniani a cura di Maura Locantore: La sfinge nell’abisso (2021), Io lotto contro tutti (2022). È membro del Comitato Scientifico Internazionale afferente al Comitato Nazionale per il Centenario dalla nascita di Pier Paolo Pasolini del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.

La più bella del mondo

Perché amare la lingua italiana

La lingua è, nella sua dimensione affettiva, sempre al superlativo! Lei ci narra sei storie relative ad una lingua inventata, ad una rima, ad un’arte che racconta incessantemente pure qualcos’altro rispetto a ciò che sta proferendo, ad un simposio con Dante, ad un poeta a Sanremo, ad un indovinello irresolubile. Qual è il fine?

Il fine primario è rivendicare l’idea che non si può studiare la lingua senza la letteratura, né la letteratura senza la lingua. Mi colpisce il fatto che da vari anni nel discorso pubblico (sui giornali, in libreria, in edicola, nei media) i testi di linguistica abbiano preso il posto della critica letteraria, come se la leadership intellettuale avesse visto un cambio di mano nella staffetta della storia italiana. A me sembra che una tale impostazione porti a un impoverimento del discorso pubblico, troppo spesso fondato sulle istruzioni per l’uso e le curiosità divertenti. Rivendicare la bellezza della lingua significa invece capire che la bellezza si trova proprio dove la lingua si veste o si trucca, come facciamo noi umani quando dobbiamo incontrare una persona speciale o affrontare una sfida particolare: dove, cioè, la lingua “trova forma”, che è il massimo del suo splendore. Nella poesia, quindi, ma in generale nella letteratura tutta e dovunque il discorso richieda un livello alto di attenzione e di controllo. Senza diventare gergo, però, linguaggio chiuso per pochi iniziati, perché la lingua è prima di tutto comunicazione.

Lei scrive: “La lingua è, nella sua dimensione affettiva, sempre al superlativo.” Lei ritiene che la lingua tanga il luogo più recondito della nostra anima; che essa colloqui con il nostro inconscio?

Sì. Siamo esseri linguistici, come hanno dimostrato tanto la filosofia quanto le neuroscienze. Nel senso che la forma più completa e complessa che abbiamo a disposizione per esprimere il nostro universo interiore, emozioni e sensazioni, è la lingua: possiamo certamente usare espressioni facciali, gesti e movimenti per esprimerci, ma senza la parola non raggiungiamo quel livello di finezza che esigiamo da noi stessi. Quando vogliamo raccontare un sogno, lo traduciamo in parole o disegno? Se vogliamo esprimere rabbia o amore, ci affidiamo alla parola o al gesto? Magari ci sono cose che la lingua non riesce a esprimere, ma la comunicazione umana a livello intellettuale avviene tutta per via di linguaggio. Perciò amiamo la nostra lingua, perché è nostra, cioè è quella in cui traduciamo tutto ciò che sentiamo e pensiamo. Lei ha detto (scritto) tanga, per esempio: si è sentita “speciale” (sorprendendomi), perché usava il rarissimo congiuntivo presente del verbo tangere, o “spiritosa” (prendendomi in giro), perché ha introdotto un riferimento al tanga, che è una mutandina, in un discorso apparentemente molto serio? La risposta la sa solo lei, forse neppure lei, ma certo è che mi ha spiazzato, esprimendo la sua interiorità e provocando una reazione in me. La lingua è sempre materia da lettino, come sa la psicanalisi, che ha fondato tutta la sua prassi sull’analisi del linguaggio. «La lingua è la spia dello spirito», diceva Pier Paolo Pasolini. Il sogno ha, sarebbe meglio dire è, una lingua, secondo lo psichiatra Emil Kraepelin, che parlava di Traumsprache (la lingua del sogno), espressione ripresa da Freud.

Antonio Gramsci scriveva che “ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale…” Reputa che tale questione sia a tutt’oggi aperta?

Quando i nostri politici esibiscono la loro lingua sciatta o semplificata, l’operazione è chiara: dire a chi ha pochi strumenti linguistici che i politici gli sono vicini, ingannandolo e manipolandolo per ottenere il consenso. Si sta affermando una nuova lingua mediatica che si fonda sull’omologazione verso il basso, mentre in passato uno dei grandi obiettivi dell’educazione linguistica era la possibilità di esprimere la differenza. La lingua definisce dunque i modelli del potere, la sua ideologia, i rapporti fra le classi e i gruppi: la questione della lingua è sempre aperta e sempre lo sarà, perché la lingua è intimamente connessa al potere. Quando Calvino chiedeva che nei rapporti di polizia si scrivesse “Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa” anziché «Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico», non stava forse chiedendo una lingua più comunista (cioè più popolare in quanto accessibile a tutti) e meno democristiana (cioè criptica e distante in quanto ingannevole esercizio di potere)? Quando Pasolini, in Gennariello, sottotitolato Trattatello pedagogico, si scandalizzava perché invece di andarsene i politici continuavano a parlare, non insisteva sul fatto che «La loro lingua è la lingua della menzogna»? La politica è ancora e sempre una questione linguistica.

Tullio De Mauro scriveva che “La lingua è una cassetta degli attrezzi.” Può commentare siffatta osservazione?

De Mauro si riferiva agli strumenti che la lingua offre per affrontare le varie situazioni, essendo l’«attrezzo», proprio secondo il Dizionario dell’italiano dello stesso De Mauro, un «utensile necessario per una determinata attività o mestiere». È noto a tutti gli studenti italiani il caso del povero Renzo che non capisce la lingua dell’Azzeccagarbugli e non ottiene il diritto alla difesa. Più ampio è il nostro spettro linguistico, più è probabile che non veniamo tagliati fuori dalle situazioni che richiedono linguaggi specifici. Il caso più clamoroso è quando ci troviamo a cena con persone che parlano un’altra lingua: entrare nella conversazione è difficilissimo se non conosciamo non solo la lingua, ma il relativo contenuto, di esperienze conoscitive, storiche ed emotive, che la lingua porta con sé. La lingua è strumento di conoscenza del mondo e di presenza nel mondo.

Lei asserisce che la lingua italiana sia “la più bella del mondo”. Quali sono le argomentazioni chiarificatrici e gli elementi storici e letterari a sostegno di siffatta tesi?

Nessuno. La lingua più bella del mondo, come dico a più riprese nel libro, semplicemente non esiste. Oggettivamente non esiste. Nessuna legge scientifica o grammaticale può dimostrare la superiorità di una lingua o un’altra sul piano estetico. Eppure, soggettivamente, ognuno ha la sua preferenza, che di solito va alla lingua che parla o per lo meno che vorrebbe parlare. Si tratta cioè di una scelta, che è in fondo sempre associata all’idea di bellezza, perché, non se ne abbiano a male le top models, il concetto di bellezza assoluta non esiste, la bellezza è storicamente definita e determinata, ciò che bello è ciò che piace. Senza dover ricorrere a tutto il repertorio di proverbi sul fatto che de gustibus non est disputandum, a me sembrava importante uscire dallo stereotipo del proclama, un po’ patriottardo e molto provinciale, che l’italiano è la lingua più bella del mondo, per cominciare a sentire individualmente, ciascuno per sé, questa bellezza, che vuol dire, infine, come ci poniamo al mondo, le parole che scegliamo per rappresentarci, la nostra manifestazione al di fuori, verso l’esterno, nel contatto con l’altro. Se si pensa che la frase più citata sulla bellezza della lingua italiana, che l’italiano sarebbe “la lingua degli angeli”, viene pronunciata da un impostore, Felix Krull (nel romanzo di Thomas Mann a lui intitolato, Le confessioni di Felix Krull), si capisce che con la lingua si può anche giocare, perché lì risiedono verità e menzogna, passione e divertimento, serietà e fantasia. Ecco, il bello della lingua è la sua varietà e molteplicità. Per ciascuno nella lingua che sceglie. Per altri saranno l’inglese, l’hindu o il mandarino. Per chi sceglie l’italiano sarà, inequivocabilmente, l’italiano. Per me, quindi, è l’italiano, proprio e soprattutto perché è la lingua che parlo io.

Stefano Jossa si è laureato in Lettere presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” nel 1988 ed ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Pisa nel 1993. Dal 1993 al 2007 è stato insegnante nei licei italiani. Nel 2002-2003 è stato Fellow presso Villa I Tatti – The Harvard Centre for Italian Renaissance Studies e nel 2006 Stipendiat presso la Herzog August Bibliothek di Wolfenbüttel (Germania). Dal 2007 lavora presso la Royal Holloway (University of London), dove è stato LecturerSenior Lecturer e poi Reader. Ha tenuto corsi su DantePetrarcaBoccaccio, il Rinascimento italianoAriosto, il Risorgimento, la costruzione dell’identità nazionale in Italia, il teatro italiano contemporaneo. Ha partecipato a numerose opere collettive, sia tra le più tradizionali, come il Dizionario biografico degli italiani, sia tra le più innovative, come il Dizionario dei temi letterari (Utet 2007) e l’Atlante della letteratura italiana (Einaudi 2010). Nel 2017 è stato invitato a ricoprire la cattedra De Sanctis presso l’ETH di Zurigo, è stato visiting professor all’Università di Parma e membro della giuria del Premio Mondello. Nel 2018 è stato visiting professor all’Universita` degli Studi di Roma Tre. Dal 2007 collabora come critico d’arte alle pagine di Alias, supplemento culturale de Il manifesto.

Parole fuori norma. Per una grammatica della trasgressione

Le questioni linguistiche trascinano, smuovono le folle sui social e coinvolgono i media, spesso suscitando sdegni e querelle.
Ne consegue che la grammatica riguarda noi tutti: come assumere posizioni sensate tra isterismo e ragionevolezza?

Si ha l’illusione di poter sentenziare sulle questioni linguistiche in quanto siamo parlanti. Il linguaggio è qualcosa che ci appartiene, la lingua uno strumento che usiamo. Ci riteniamo automaticamente “competenti” in materia. Ma i fatti linguistici dovrebbero essere trattati come i problemi di salute: rivolgendosi a chi se ne occupa, per mestiere. Avere un corpo, infatti, non significa essere competenti su come esso funziona. Le posizioni sensate, che vertono tutte a favore della ragionevolezza, si assumono attraverso la conoscenza. Libri a tema, docenti e persone che si occupano di linguistica possono essere guide utili, in tal senso.
Controllare gli strumenti linguistici vuol dire essere abili nello scegliere, in ogni circostanza, il registro linguistico più adeguato.

Quanto è significativo il contesto comunicativo rispetto alla rigida osservanza delle norme grammaticali da “grammarnazi”?
La lingua è una dimensione multiforme e le regole grammaticali sono strumenti validi se consideriamo la grammatica come la via maestra nella mappa che ci conduce al tesoro. E questo tesoro – se mi si permette di continuare con questa metafora – è la competenza linguistica. La lingua però, così come il viaggio che facciamo per arrivare all’isola che contiene il forziere che vogliamo conquistare, non è un percorso scontato. Men che mai a senso unico. Ci sono le varianti regionali, che danno colore e espressività al nostro modo di parlare, sia nel quotidiano ma anche nel pubblico. Ci sono i contesti comunicativi, per cui è più opportuno scegliere una formula linguistica, invece di un’altra. C’è l’opposizione ineludibile tra scritto e parlato. La grammatica ci aiuta a saper scegliere. Il contesto comunicativo è uno dei parametri. Arroccarsi nella rigidità della norma significa arroccarsi in una torre per scrutare l’orizzonte nell’attesa dei pirati. Ma questo ci impedisce di salpare verso nuovi orizzonti.
“Famiglia”, “genere”, “matrimonio”, così come “norma”, “natura”, “trasgressione”. L’analisi etimologica e storica di questi termini può contribuire a comprendere la qualità del mutamento in atto?
Credo proprio di sì. Il mio libro nasce dal rapporto con un’interferenza. Per tutti questi anni, almeno dai DiCo in poi – era il 2007 – queste parole sono state usate per demonizzare un’intera comunità. E l’uso di parole quotidiane contro di noi mi ha portato a scavare sul loro significato profondo, anche in prospettiva storica. Richiamandosi alla “natura” e alla sua immutabilità, si vuole cristallizzare il significato che noi oggi diamo a certi termini. Ma la storia delle parole ci insegna almeno due cose: la natura non è affatto immutabile (ammesso che ci intendiamo su cosa sia “natura” e nemmeno questo è pacifico); le parole restano uguali nella forma, ma cambiano nel contenuto. “Famiglia” indicava, nel XVI secolo, rapporti per lo più di natura economica. Certo, non mancava la sfera affettiva, ma non era affatto centrale nella creazione di nuclei familiari il cui scopo era la sopravvivenza nel sistema e non certo la salvaguardia dei legami affettivo-sentimentali. Se “matrimonio” è un significante – o recipiente linguistico – che al suo interno ha conservato significati molto diversi, nel fluire della storia, non vedo perché oggi quello stesso termine non debba includere ciò che sfugge alla definizione che noi consideriamo “tradizionale” di quel concetto.
La polisemia di accezioni, ovvero genere linguistico, biologico e sociale, su cui riflette, dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?
La lingua è uno strumento poietico: costruisce esistenza e realtà. Lo avevano capito gli ebrei che inventarono un dio il cui solo “parlare” è impulso creatore. E l’uomo viene modellato a immagine e somiglianza del “purissimo spirito” non nella sostanza, sarebbe impossibile vista la natura divina dell’uno contro quella mortale e finita dell’altro, ma nella capacità di nominare il reale, impossessandosene. Va da sé che la capacità di narrare la realtà ci mette nelle condizioni di crearla o di orientarla. Basti ricordare come una certa narrazione si è trasformata in un tragico destino per il popolo ebraico. E quel modo di raccontare questa comunità non era costituito forse da cristallizzazioni che ancora oggi troviamo in certo modi di dire e in certe battute?
Lei fa della “questione LGBT”, abitualmente considerata trascurabile rispetto ad altre tematiche, una chiave di lettura del presente.
Per quale ragione reputa che sia nodale?

La questione Lgbt non è l’unica questione, ovviamente, ma è una questione nodale nell’ambito delle battaglie intersezionali. Queste ultime legano le diverse sfere di privilegio che il sistema ha cementificato attorno alla figura del maschio-bianco-cristiano-eterosessuale (e possibilmente agiato). Tutto ciò che contraddice tale modello è passibile di discriminazione e mette in atto meccanismi sociali di contenimento – se preferiamo: di persecuzione – miranti a marginalizzare le identità divergenti. Essendo un attivista Lgbt parlo del mio ambito, ma ci tengo a precisare che le mie battaglie hanno senso nella misura in cui si legano a tutte le altre: dalla lotta al patriarcato a quella contro il razzismo, dal preservare e ampliare i diritti sociali all’inclusione di altre forme di “diversità”, siano esse etniche o religiose. Nel mio libro offro un punto di vista che lega il mutamento sociale al mutamento linguistico. E credo che tale mutamento abbia, nella questione Lgbt, un fronte fondamentale per vincere questa battaglia di liberazione.

Dario Accolla
È insegnante, blogger, attivista LGBT e saggista. Ha conseguito il dottorato in Filologia moderna presso l’Università di Catania ed è appassionato di Linguistica italiana e gender studies. È cofondatore del sito di informazione a tematica Lgbt+ Gaypost.it. Ha al suo attivo diverse collaborazioni con testate on line quali Il Fatto Quotidiano, Linkiesta, Valigia Blu, Gay.it.
Tra le sue pubblicazioni più recenti ricordiamo: Non passa lo straniero – Come resistere al discorso sovranista (Villaggio Maori, Catania, 2019), La lunga notte di Emma, scritto insieme a Eugenia Nicolosi (Splen Edizioni, Catania, 2022) e Parole fuori norma – Per una grammatica della trasgressione (PM Edizioni, Varazze SV, 2022).