La più bella del mondo

Perché amare la lingua italiana

La lingua è, nella sua dimensione affettiva, sempre al superlativo! Lei ci narra sei storie relative ad una lingua inventata, ad una rima, ad un’arte che racconta incessantemente pure qualcos’altro rispetto a ciò che sta proferendo, ad un simposio con Dante, ad un poeta a Sanremo, ad un indovinello irresolubile. Qual è il fine?

Il fine primario è rivendicare l’idea che non si può studiare la lingua senza la letteratura, né la letteratura senza la lingua. Mi colpisce il fatto che da vari anni nel discorso pubblico (sui giornali, in libreria, in edicola, nei media) i testi di linguistica abbiano preso il posto della critica letteraria, come se la leadership intellettuale avesse visto un cambio di mano nella staffetta della storia italiana. A me sembra che una tale impostazione porti a un impoverimento del discorso pubblico, troppo spesso fondato sulle istruzioni per l’uso e le curiosità divertenti. Rivendicare la bellezza della lingua significa invece capire che la bellezza si trova proprio dove la lingua si veste o si trucca, come facciamo noi umani quando dobbiamo incontrare una persona speciale o affrontare una sfida particolare: dove, cioè, la lingua “trova forma”, che è il massimo del suo splendore. Nella poesia, quindi, ma in generale nella letteratura tutta e dovunque il discorso richieda un livello alto di attenzione e di controllo. Senza diventare gergo, però, linguaggio chiuso per pochi iniziati, perché la lingua è prima di tutto comunicazione.

Lei scrive: “La lingua è, nella sua dimensione affettiva, sempre al superlativo.” Lei ritiene che la lingua tanga il luogo più recondito della nostra anima; che essa colloqui con il nostro inconscio?

Sì. Siamo esseri linguistici, come hanno dimostrato tanto la filosofia quanto le neuroscienze. Nel senso che la forma più completa e complessa che abbiamo a disposizione per esprimere il nostro universo interiore, emozioni e sensazioni, è la lingua: possiamo certamente usare espressioni facciali, gesti e movimenti per esprimerci, ma senza la parola non raggiungiamo quel livello di finezza che esigiamo da noi stessi. Quando vogliamo raccontare un sogno, lo traduciamo in parole o disegno? Se vogliamo esprimere rabbia o amore, ci affidiamo alla parola o al gesto? Magari ci sono cose che la lingua non riesce a esprimere, ma la comunicazione umana a livello intellettuale avviene tutta per via di linguaggio. Perciò amiamo la nostra lingua, perché è nostra, cioè è quella in cui traduciamo tutto ciò che sentiamo e pensiamo. Lei ha detto (scritto) tanga, per esempio: si è sentita “speciale” (sorprendendomi), perché usava il rarissimo congiuntivo presente del verbo tangere, o “spiritosa” (prendendomi in giro), perché ha introdotto un riferimento al tanga, che è una mutandina, in un discorso apparentemente molto serio? La risposta la sa solo lei, forse neppure lei, ma certo è che mi ha spiazzato, esprimendo la sua interiorità e provocando una reazione in me. La lingua è sempre materia da lettino, come sa la psicanalisi, che ha fondato tutta la sua prassi sull’analisi del linguaggio. «La lingua è la spia dello spirito», diceva Pier Paolo Pasolini. Il sogno ha, sarebbe meglio dire è, una lingua, secondo lo psichiatra Emil Kraepelin, che parlava di Traumsprache (la lingua del sogno), espressione ripresa da Freud.

Antonio Gramsci scriveva che “ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale…” Reputa che tale questione sia a tutt’oggi aperta?

Quando i nostri politici esibiscono la loro lingua sciatta o semplificata, l’operazione è chiara: dire a chi ha pochi strumenti linguistici che i politici gli sono vicini, ingannandolo e manipolandolo per ottenere il consenso. Si sta affermando una nuova lingua mediatica che si fonda sull’omologazione verso il basso, mentre in passato uno dei grandi obiettivi dell’educazione linguistica era la possibilità di esprimere la differenza. La lingua definisce dunque i modelli del potere, la sua ideologia, i rapporti fra le classi e i gruppi: la questione della lingua è sempre aperta e sempre lo sarà, perché la lingua è intimamente connessa al potere. Quando Calvino chiedeva che nei rapporti di polizia si scrivesse “Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa” anziché «Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico», non stava forse chiedendo una lingua più comunista (cioè più popolare in quanto accessibile a tutti) e meno democristiana (cioè criptica e distante in quanto ingannevole esercizio di potere)? Quando Pasolini, in Gennariello, sottotitolato Trattatello pedagogico, si scandalizzava perché invece di andarsene i politici continuavano a parlare, non insisteva sul fatto che «La loro lingua è la lingua della menzogna»? La politica è ancora e sempre una questione linguistica.

Tullio De Mauro scriveva che “La lingua è una cassetta degli attrezzi.” Può commentare siffatta osservazione?

De Mauro si riferiva agli strumenti che la lingua offre per affrontare le varie situazioni, essendo l’«attrezzo», proprio secondo il Dizionario dell’italiano dello stesso De Mauro, un «utensile necessario per una determinata attività o mestiere». È noto a tutti gli studenti italiani il caso del povero Renzo che non capisce la lingua dell’Azzeccagarbugli e non ottiene il diritto alla difesa. Più ampio è il nostro spettro linguistico, più è probabile che non veniamo tagliati fuori dalle situazioni che richiedono linguaggi specifici. Il caso più clamoroso è quando ci troviamo a cena con persone che parlano un’altra lingua: entrare nella conversazione è difficilissimo se non conosciamo non solo la lingua, ma il relativo contenuto, di esperienze conoscitive, storiche ed emotive, che la lingua porta con sé. La lingua è strumento di conoscenza del mondo e di presenza nel mondo.

Lei asserisce che la lingua italiana sia “la più bella del mondo”. Quali sono le argomentazioni chiarificatrici e gli elementi storici e letterari a sostegno di siffatta tesi?

Nessuno. La lingua più bella del mondo, come dico a più riprese nel libro, semplicemente non esiste. Oggettivamente non esiste. Nessuna legge scientifica o grammaticale può dimostrare la superiorità di una lingua o un’altra sul piano estetico. Eppure, soggettivamente, ognuno ha la sua preferenza, che di solito va alla lingua che parla o per lo meno che vorrebbe parlare. Si tratta cioè di una scelta, che è in fondo sempre associata all’idea di bellezza, perché, non se ne abbiano a male le top models, il concetto di bellezza assoluta non esiste, la bellezza è storicamente definita e determinata, ciò che bello è ciò che piace. Senza dover ricorrere a tutto il repertorio di proverbi sul fatto che de gustibus non est disputandum, a me sembrava importante uscire dallo stereotipo del proclama, un po’ patriottardo e molto provinciale, che l’italiano è la lingua più bella del mondo, per cominciare a sentire individualmente, ciascuno per sé, questa bellezza, che vuol dire, infine, come ci poniamo al mondo, le parole che scegliamo per rappresentarci, la nostra manifestazione al di fuori, verso l’esterno, nel contatto con l’altro. Se si pensa che la frase più citata sulla bellezza della lingua italiana, che l’italiano sarebbe “la lingua degli angeli”, viene pronunciata da un impostore, Felix Krull (nel romanzo di Thomas Mann a lui intitolato, Le confessioni di Felix Krull), si capisce che con la lingua si può anche giocare, perché lì risiedono verità e menzogna, passione e divertimento, serietà e fantasia. Ecco, il bello della lingua è la sua varietà e molteplicità. Per ciascuno nella lingua che sceglie. Per altri saranno l’inglese, l’hindu o il mandarino. Per chi sceglie l’italiano sarà, inequivocabilmente, l’italiano. Per me, quindi, è l’italiano, proprio e soprattutto perché è la lingua che parlo io.

Stefano Jossa si è laureato in Lettere presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” nel 1988 ed ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Pisa nel 1993. Dal 1993 al 2007 è stato insegnante nei licei italiani. Nel 2002-2003 è stato Fellow presso Villa I Tatti – The Harvard Centre for Italian Renaissance Studies e nel 2006 Stipendiat presso la Herzog August Bibliothek di Wolfenbüttel (Germania). Dal 2007 lavora presso la Royal Holloway (University of London), dove è stato LecturerSenior Lecturer e poi Reader. Ha tenuto corsi su DantePetrarcaBoccaccio, il Rinascimento italianoAriosto, il Risorgimento, la costruzione dell’identità nazionale in Italia, il teatro italiano contemporaneo. Ha partecipato a numerose opere collettive, sia tra le più tradizionali, come il Dizionario biografico degli italiani, sia tra le più innovative, come il Dizionario dei temi letterari (Utet 2007) e l’Atlante della letteratura italiana (Einaudi 2010). Nel 2017 è stato invitato a ricoprire la cattedra De Sanctis presso l’ETH di Zurigo, è stato visiting professor all’Università di Parma e membro della giuria del Premio Mondello. Nel 2018 è stato visiting professor all’Universita` degli Studi di Roma Tre. Dal 2007 collabora come critico d’arte alle pagine di Alias, supplemento culturale de Il manifesto.

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