Elena di Euripide a cura di Barbara Castiglioni

“E’ divino riconoscere quelli che amiamo”: Elena riconosce Menelao e pronuncia queste parole sublimi. Lei suggerisce l’amore come un sentimento che intrappola, che non dà scampo e non prevede vie di fuga. Perché questo tema è tanto accarezzato dal patrimonio letterario occidentale?
Nel fr. 16 Voigt, Saffo presenta un’ Elena piegata alle leggi dell’amore, che diventa exemplum della forza devastante del sentimento: quella di Saffo non è una vera e propria difesa di Elena, ma la rappresentazione dell’impossibilità – e della vanità – di opporre resistenza a un impulso inviato dalla divinità. Effettivamente, il mito di Elena, in tutte le sue riprese, è la rappresentazione di un sentimento fortissimo, quasi feroce, di un amore che piega ogni ragione. L’amore «tutto muove – e Omero e il suo mare», come scriverà Osip Mandel’štam, oppure l’«amore ebbro e disperato» di Margaret Atwood sono espressi in maniera diversa, ma descrivono lo stesso, identico sentimento che ha portato via Elena da Sparta: perché l’amore, come scriveva Keats in una meravigliosa lettera a Fanny, è una religione, ed è forse l’unica speranza di fede rimasta ad una società completamente priva di dèi come quella occidentale.
Elena, tesoro d’arte ed umanità, probabilmente la donna più celebre dell’antichità, innumerevoli volte tradotta e, talvolta, tradita negli intenti. Per quali ragioni da sempre emerge quale pioniera nell’indagare i sentimenti dell’essere umano ed antesignana nella ricerca individuale di un posto nell’esistenza?
Elena è in una posizione molto complicata, tra le donne della letteratura antica, perché la bellezza, che è la sua dote involontaria, determina il suo destino e la rende, contemporaneamente, vittima e carnefice: Elena è vittima, perché non ha scelto il suo dono e non può non essere bella, come dimostra molto bene l’Elena di Euripide, ma è anche carnefice, perché la sua rovinosa bellezza ha provocato la guerra di Troia. L’ambiguità di questa condizione impedisce una vera comprensione del personaggio: greca per i Troiani, troiana per i Greci, Elena è indecifrabile tanto per gli uomini, che la vogliono e la temono, quanto per le donne, che la odiano e la condannano, ed è, il più delle volte, considerata un mero oggetto di cui non sono quasi indagati i sentimenti. Ed è notevole osservare che, anche se in maniera obliqua, uno dei pochi testi che considera la sofferenza di Elena è proprio il primo e più antico in cui compare come personaggio, cioè l’Iliade. Per quel che riguarda l’essere antesignana di una ricerca individuale di un posto nell’esistenza, possiamo dire che Elena – figlia di Zeus, dea, vittima di rapimenti, seduttrice involontaria, moglie di Menelao, amante di Paride, sposa di molti mariti, madre di Ermione, ombra, fantasma, ma sempre causa di infedeltà – è contemporaneamente, moltissime donne e una «figura unica», immutabile, sempre identica a sé stessa, come la definiva meravigliosamente il Faust di Goethe, e rappresenta l’indipendenza – che è sempre temuta ma in una donna ancora di più – e continua ad essere, soprattutto, l’immagine dell’arma femminile con cui una donna può sconvolgere il mondo: la sovrana bellezza.
Elena, donna intelligente, scaltra, coraggiosa. Perché mai il teatro, il cinema, le innumerevoli riscritture la presentano come l’antesignana della vamp o della donna senza scrupoli?
Elena rappresenta l’inevitabilità della bellezza, che non concede scelta, né a chi la ammira, né, soprattutto, a chi la vive e ne subisce le conseguenze. Prima di essere una donna, prima di essere una persona, Elena è bella, e questo determina ogni aspetto della sua esistenza. La bellezza, soprattutto quella femminile, è spesso una colpa. La civiltà greca, non a caso, aveva elaborato il concetto di kalokagathìa. Questo ideale di identità tra bellezza e virtù, però, è prevalentemente maschile: non ne esiste – e non è casuale – una versione femminile della kalokagathìa. Non è impossibile, per una donna bella, essere anche virtuosa, ma si presuppone che non lo sia: l’universale positivo, implicito nell’ideale maschile, è capovolto nel caso della donna, per cui la bellezza, come esemplifica il mito di Elena, si rivela soprattutto una colpa. Questa paura della bellezza femminile, però, non è solo greca né solo antica, ma ritorna insistentemente nella letteratura e nella civiltà – non solo – occidentali: pensiamo ad autori molto diversi come Huysmans, che definiva la bellezza di Elena maledetta e irresponsabile, «che avvelena tutto quello che l’avvicina, tutto quello che tocca», o a Marina Cvetaeva, che deprecava Elena, la «bigama, predatrice, spiffero di morte».
Il primo sconto tra Occidente e Oriente, la guerra di Troia, fu combattuto soltanto per un’illusione. E’ illuminare Achille quale il più forte degli eroi il vero obiettivo della contesa?
Non è difficile immaginare come Euripide, mediante l’εἴδωλον di Elena, volesse rappresentare anche l’illusione delle guerre del Peloponneso che stavano devastando la città e la società in cui era vissuto: il fantasma di Elena è il simbolo di tutto quel che ha condotto i Greci a Troia, ma è anche, con ogni probabilità, la rappresentazione della vita umana. Per quel che riguarda l’Iliade, sicuramente Achille emerge come uno dei centri del poema, che segue, con molte, meravigliose digressioni, il suo eroe: l’Iliade inizia con l’ira di Achille, e finisce con i funerali di Ettore, ucciso proprio da Achille. Senza dubbio Achille è il più forte degli eroi, ma l’Iliade è, forse, più di ogni cosa, il ritratto dei valori della società eroica, rappresentata dall’epos omerico.
Le opere greche si confermano quali testi archetipici del pensiero occidentale, contemporanee ad ogni epoca. Quali ragioni ravvede nella specifica proprietà della classicità di porsi sempre in maniera speculare alle fratture epocali?
Penso sia difficile immaginare la letteratura europea senza la conoscenza dei classici greci e latini. Ora abbondano le riscritture e i rimaneggiamenti, che si allontanano spesso sin troppo dall’originale, deformandone il messaggio; oppure, dall’altra parte, c’è la Cancel Culture, che pretende di rimuovere quello che ora non ci piace, senza considerare il tempo, che è il motore immobile di ogni letteratura, che è, a sua volta, lo specchio di una società. Penso si debba tornare a leggere i testi; in pochi lo fanno davvero. Spesso soprattutto l’accademia si concentra su pochi versi, o poche righe o pochi capitoli, e perde il centro. In questo modo, però, si rischia di notare la pagliuzza, e perdere il messaggio a cui si deve ritornare.

Barbara Castiglioni, laureata in Lettere Classiche, Dottorata in Studi Umanistici presso l’Università di Torino con una tesi sull’Elena di Euripide, si occupa di tragedia antica e di ricezione del classico. Ha pubblicato vari saggi sulla tragedia greca e sul rapporto tra dramma antico e moderno.

La malinconia del mammut. Specie estinte e come riportarle in vita


Lei scrive: “Ci stiamo mangiando la Terra viva. Il cibo che coltiviamo, alleviamo e peschiamo è la causa principale della sesta estinzione”.
Quali sono state le altri grandi morie che hanno contrassegnato la storia geologica del pianeta Terra?

Sono state tante; i paleontologi contano formalmente cinque grandi estinzioni di massa, che vengono chiamate le big five. Da qui il nome di “sesta estinzione” per l’attuale crisi della biodiversità. In realtà non esiste un discrimine netto e oggettivo tra “estinzione di massa” e altri periodi di crisi della biosfera: di certo questi cinque, e in particolare l’estinzione di fine Permiano e di fine Cretaceo, hanno scolpito in modo drammatico la storia della vita. Ci sono stati poi altri episodi minori e probabilmente altri episodi maggiori, nelle prime fasi della storia della vita, di cui abbiamo solo testimonianze indirette e che possiamo quindi solo ipotizzare.
“Ricordatevi dei cianobatteri” ci ammonisce! Quali sono le analogie tra i cianobatteri e noi scimmie sapiens?
Apparentemente non potremmo essere creature più lontane: i cianobatteri sono microscopici batteri fotosintetici, noi siamo organismi pluricellulari onnivori. Ma entrambi, come tutti i viventi, seguiamo l’imperativo darwiniano di crescere e moltiplicarsi senza guardare al futuro. Due miliardi di anni fa i cianobatteri impararono a sfruttare l’energia del Sole tramite la fotosintesi in un modo molto efficiente ma che rilasciava un gas -per le creature dell’epoca- estremamente tossico, l’ossigeno. Ne seguì probabilmente una delle più difficili crisi ecologiche della storia della vita o, perlomeno, un periodo di adattamento; l’evoluzione dei cianobatteri cambiò per sempre l’atmosfera terrestre e il destino del nostro pianeta. Allo stesso modo noi sfruttiamo fonti energetiche rilasciando gas nell’atmosfera, alterando rapidamente il clima. Certo, la CO2 e gli altri gas serra non sono direttamente velenosi, ma gli effetti sulla nostra sopravvivenza e quelli delle altre specie rischiano di essere altrettanto drammatici. È una storia che si ripete; l’unica grossa differenza è che noi dovremmo essere più lungimiranti dei batteri.
Il mammut, con tanto di zanne e pelo lanoso, è stato resuscitato grazie al Dna preservato nei ghiacci artici.

Con il pronto soccorso della tecnologia potremmo rimediare ai danni arrecati e ricondurre in vita le specie estinte?

Oddio no, nessuno ha resuscitato il mammut. Vogliono farlo, e forse non è nemmeno impossibile resuscitare qualcosa che assomigli a un mammut, ma ne siamo ancora piuttosto lontani.
Il problema è: a che serve questo? Lei mi chiede se potremmo «rimediare ai danni arrecati»: ma che significa rimediare? di che danno parliamo? Il danno per la perdita di una specie così com’era, nel suo ecosistema originario, con le interazioni originarie che aveva con altre specie, è pressoché irrimediabile a meno di specie estinte molto di recente (diciamo, meno di un paio di secoli fa). Il danno per la perdita di un’esperienza, chiamiamola così, estetica, è forse revocabile: possiamo ricostruire una creatura che abbia buona parte del genoma di un mammut e che somigli a quello che pensiamo fossero i mammut. Non sarebbe effettivamente un mammut, però, per intrinseci limiti delle nostre tecnologie e perché non esiste più l’ambiente in cui viveva. Sarebbe un simulacro, una sorta di sogno febbrile che diventa reale. È un bene? È un male? Dipende un po’ da come la si guarda. Ci piacerebbe pensare che possiamo rimediare a un male, cancellare la ferita, ma la ferita rimane: la copriamo con qualcos’altro.

Perché, a suo avviso, l’uomo, allorché distrugge qualcosa, immediatamente si rammarica e pare rivolerlo ottenere?
Siamo un po’ come dei bambini che giocano con un giocattolo fino a romperlo. Ci piace il giocattolo, ci piace così tanto che finiamo per distruggerlo. E poi lo rivogliamo. Per romperlo di nuovo. Potremmo fare discorsi complessi, ma alla fine il succo è questo.
I riferimenti sono notevoli. Oltre trenta pagine di note a fondo volume. Tra gli autori Cuvier, Balzac, Stephen Jay Gould, Dawkins, Edward O. Wilson, Rachel Carson, Borges, Freud; articoli scientifici, film come Jurassic Park e Star Wars); musica quale Ecocide degli Earth Crisis. Ebbene, quale criterio ha adottato per selezionare nessi, citazioni, richiami?
Di norma si usano dei criteri? Confesso lo stupore. Le note sono in gran parte bibliografia e alcuni chiarimenti, aneddoti, osservazioni a margine; le avrei preferite a piè di pagina ma non ho potuto scegliere. I riferimenti culturali sono spontanei, diciamo: al di là degli autori ‘scientifici’ citati, come possono essere Gould o Wilson, la scienza non esiste in un vuoto ma è immersa nella rete di tutta la nostra cultura, è naturale quindi che se parlo di scienza poi questa mi rimandi a opere letterarie, cinematografiche o che. Trovo innaturale che in molta divulgazione non si faccia (o che nel discorso umanistico non si rimandi alle scienze, o che lo si faccia in modo impacciato), come se si dovessero tener separate culture che separate non sono.
Massimo Sandal è uno scrittore e giornalista scientifico. Ha conseguito un dottorato in Biofisica sperimentale a Bologna e uno in Biologia computazionale ad Aquisgrana, dove vive tuttora. Collabora con varie testate, tra le quali Le Scienze e Wired.

L’abitare migrante

Lei esplora la questione dell’abitare dei migranti in Italia in una “prospettiva multiscalare e longitudinale”. Reputa che l’Italia possegga specifiche peculiarità dell’abitare migrante?
L’Italia è un paese che storicamente ha costruito il proprio modello abitativo sull’idea della casa di proprietà, le cosiddette “quattro mura”. A partire dal secondo dopoguerra, con la legge Fanfani e con il suo strumento operativo, il cosiddetto piano “INA Casa”, l’Italia ha dato avvio a una massiccia operazione di costruzione di alloggi popolari che intendeva sopperire al tempo stesso a una carenza di case abitabili, in conseguenza dei danni della Seconda guerra mondiale e, al tempo stesso, al rilancio dell’economia attraverso un impulso pubblico al lavoro operaio necessario a costruire gli immobili. Un piano di matrice keynesiana, potremmo dire. Tuttavia quel piano, già allora, dava della centralità della casa di proprietà, perché la maggior parte degli alloggi costruiti furno ceduti alle persone che le occupavano attraverso la formula dell’affitto a riscatto. Quindi assistiamo a una sorta di socializzazione dei costi necessari allo sviluppo della proprietà privata. Questa impronta, resterà una costante negli anni. Nel senso che lo strumento abitativo non entrerà mai del tutto, nella “cassetta degli attrezzi” del welfare italiano. Anche per questo motivo la casa, in Italia è stata considerata fino a poco tempo fa – indicativamente fino alla crisi del 2008 – un “bene rifugio”, oltre che un modo per trasferire capitale e status da una generazione all’altra. E oggi ci troviamo in una situazione in cui circa tre quarti della popolazione vive in casa di proprietà, essendo al tempo stesso uno dei paesi dell’Europa occidentale con la quota minore di alloggi di edilizia popolare. Le conseguenze di questa situazione sono che: a) la maggior parte degli italiani accede alla casa per via intergenerazionale; ovvero la casa viene ereditata da genitori, nonni, zii, ecc. Oppure viene acquisita con risorse che provengono, almeno in parte, dal nucleo familiare di origine; b) la scarsità di “case popolari” fa sì che moltissime situazioni di disagio legate al fenomeno abitativo siano sostanzialmente “scoperte” e che si crei una sorta di “guerra tra poveri” per l’accesso alle poche case popolari disponibili. Il fatto che il 75% della popolazione viva in case di proprietà è un fatto che sembrerebbe essere un fatto positivo. Tuttavia, c’è un lato oscuro; perché proprio il fatto che tre quarti degli italiani ha (almeno) una casa mette in ombra le condizioni di chi non ha questo privilegio. Italiani e stranieri. La componente straniera, poi è particolarmente penalizzata perché non solo non possono accedere alla casa per via intergenerazionale ma, in gran parte dei casi, non hanno neanche le risorse sociali, relazionali, familiari per compensare, almeno parzialmente, gli svantaggi dell’essere senza casa. Faccio un esempio, se io, cittadino italiano nato da una famiglia di ceto medio, per qualche motivo mi trovo ad essere senza casa, in linea di massima posso tornare a casa di mio padre, di mia madre oppure di un fratello o di una sorella. Perché è molto probabile che qualcuno di loro abbia una casa e/o abbia le risorse per compensare, almeno temporaneamente, la mia condizione di disagio abitativo. Non è così per le persone immigrate. La residualità dell’edilizia popolare in Italia, poi, fa sì che il diritto alla casa diventi una sorta di lotteria, che fa nascere nuovi conflitti lungo la “linea del colore”. “Noi” contro “loro”, italiani contro stranieri. L’idea del “prima gli italiani”, tante volte sbandierata quando si parla di accesso alla casa, in altre parole, impedisce di mettere in discussione la questione delle risorse realmente dedicate al welfare abitativo in Italia, che sono scarsissime. Inoltre, la regionalizzazione delle politiche abitative “razzismo istituzionale”, in cui le singole regioni, per compiacere l’elettorato, invece di aumentare le risorse per le politiche della casa, hanno posto limitazioni all’accesso agli alloggi ERP da parte dei cittadini stranieri (in regola!). L’approccio che ho seguito nel mio libro “L’abitare migrante. Racconti di vita e percorsi abitativi di migranti in Italia”, edito da Meltemi, è multiscalare – perché ho cercato di analizzare il tema dell’abitare dei migranti a diversi livelli: a livello teorico, a livello legislativo, a livello territoriale e a livello biogrfico – ed è longitudinale perché nella ricerca che ho svolto ho scelto di utilizzare la metodologia dei racconti di vita, ovvero di inquadrare la questione abitativa in una prospettiva temporale valorizzando la complessità dei percorsi biografici delle persone e l’impatto che la questione casa su di essi.
Spostandosi dal “macro” al “micro”, ritiene che la situazione dell’abitare sia un aspetto critico anche per gli stranieri in condizione di regolarità?
Bisogna fare una premessa, a causa della norma che ancora oggi – dopo vent’anni – delinea le condizioni di accesso al permesso di soggiorno, creando una sorta di doppio legame tra documenti e lavoro (non si può accedere a un lavoro regolare senza i documenti in regola, ma non si può accedere ai documenti se si è senza lavoro, o se si resta senza lavoro per più di sei mesi), mi riferisco alla Legge Bossi-Fini (l. 189/2002), la questione della condizione della “regolarità” dei documenti ha un impatto fortissimo sulla vita delle persone immigrate. Inoltre, per uno straniero l’accesso alla casa con un contratto in regola è infatti possibile accedere solo con i documenti in regola e con la capacità economica di pagare un affitto. E qui si crea il corto-circuito documenti-lavoro-casa, che pone molte persone in condizioni di marginalità estrema. Ovvero di fronte alla necessità di accettare locazioni in nero, canoni esagerati, oppure di abitare in locali non ideonei all’uso abitativo, ecc. Detto questo, la questione abitativa è un aspetto di grande criticità anche per gli stranieri in condizioni di regolarità. Innanzitutto, gli stranieri debbono fronteggiare una sempre crescente intolleranza che spesso si traduce in forme di discriminazione. Per esempio, proprietari che non affittano a persone straniere, agenzie che quando chiama qualcuno con un nome straniero o che si esprimono in un italiano che tradisce la provenienza dall’estero rispondono che l’immobile è stato appena affittato, o venduto. E, come detto, quando trovano spesso devono sottostare a condizioni difficilmente sostenibili. Come gli affitti a ore, o gli affitti a singole stanze al costo di un intero alloggio, ecc. Secondariamente, dobbiamo ricordare che, gli immigrati spesso lavorano in segmenti del mercato del lavoro a bassa remunerazione e fortemente esposti al rischio di instabilità lavorativa. E questo, oltre a limitare la loro capacità reddituale/di risparmio, si configura anche come un problema per l’accesso al credito (mutui). Se poi pensiamo che attorno a ogni casa ruotano progetti di vita personale e familiare, investimenti economici, speranze per il futuro, desideri di ricongiungimenti o di indipendenza, nonché di sicurezza e di intimità, è facile capire quanto problematica possa essere la questione della casa, anche per uno straniero in regola.
Includere la dimensione eterotopica della “casa” nel suo campo di osservazione si traduce nell’escludere decisamente che per “casa” s’intenda “le quattro mura”.
Può fornire una definizione di “casa” per un migrante?

Parto dall’ultima parte della domanda. Non posso certamente dare la definizione della casa per un migrante. Innanzitutto, perché io non sono un migrante. Anche se, come penso valga per quasi tutti ormai, la storia della mia famiglia si intreccia a storie di migrazioni; nel mio caso interne. Ma soprattutto, non posso dare una definizione di casa perché ognuno ha la sua. Nel testo più che semplificare, cerco di complessificare il discorso sulla casa. Innanzitutto, smentendo il fatto che la casa sia solo la casa “fisica”, le “quattro mura”; potremmo dire la casa “oggettiva” quella che può essere misurata in metri quadri, dotazioni/impianti, ecc. E che può essere comprata e venduta attraverso l’attribuzione di un valore economico. Secondariamente, ho cercato di mostrare come la “casa” non necessariamente coincida con uno spazio fisico, con una terra (l’idea che il concetto di casa sia sovrapponibile a quello di patria), con un mero luogo di “memorie” (la casa solo come casa d’origine), o con un luogo per definizione felice e pacificato (l’idea romanticizzata della casa come fonte di ogni buon sentimento). In questo senso, raccogliere i racconti di vita abitativa di molti migranti è stato super interessante perché mi ha permesso di vedere come l’idea di casa sia profondamente connessa ai percorsi biografici delle persone, alle loro vicende familiari, alle loro storie lavorative e alle mille traversie che devono affrontare ogni giorno. In questa prospettiva la casa è un luogo in cui ci “riconosciamo” e che quotidianamente (ri)creiamo e in cui riallacciamo i fili delle nostre esperienze. Così per qualcuno la casa non è un luogo, ma sono più luoghi. La casa qui e la casa nel paese d’origine; per altri la casa è un luogo che non esiste più (es.: il paese d’origine al tempo in cui lo si è lasciato); per altri ancora la casa è il micro-spazio che si è riusciti a conquistare lottando contro pregiudizi e discriminazioni, sia qua che nel paese dal quale sono partiti.
A suo avviso, quanto incidono i vincoli legali nella determinazione dei modelli d’insediamento?
Tantissimo, ne ho parlato rispondendo alle sue prime domande.
Il tema che affronta è innegabilmente pressapoco ignorato dalla politica, pur delineandosi come una delle chiavi dell’inclusione. Per quale ragione la tematica dell’”abitare migrante” non riscuote l’interesse dei Governi?
Per le ragioni storiche che ho provato ad illustrare nelle prime domande la questione della casa, nel nostro paese, sembra essere essenzialmente una “questione privata”. In ogni stato, l’organizzazione del welfare è un mix di interventi dello Stato o di sue emanazioni (servizi forniti da enti pubblici), mercato (servizi che si possono comprare da privati) e interventi familiari. In Italia, sulla questione abitativa, lo Stato sembra avere abdicato alle sue funzioni, lasciandone la “distribuzione” quasi esclusivamente al mercato e alle famiglie.
Da questo punto di vista, il primo problema è che in Italia non si parla proprio di “casa”. In altre parole, noi ci muoviamo in una sorta di deriva silenziosa, in ragione della quale la casa è un tema che non entra nell’agenda di alcuna forza politica. In merito, segnalo che i “Piani Casa” – da quello di Berlusconi del 2008 a quello di Renzi del 2013 – non hanno mai avuto come obiettivo quello di rinforzare lo stock di alloggi di edilizia residenziale pubblica. Anzi, sono stati spesso strumenti di alienazione del patrimonio pubblico. Ma per quanto riguarda il fenomeno migratorio, ci sono due altri aspetti che vanno menzionati. Primo, in Italia, l’immigrazione è tutto fuorché una novità. E’ da almeno quarant’anni, infatti, che il nostro paese è divenuto un paese di destinazione – otre che di attraversamento – da parte di migranti provenienti dall’estero. Tuttavia, si tratta di un fenomeno che, soprattutto sui media, non è mai letto nelle sue dinamiche di consolidamento e di sedimentazione ma è trattato quasi solo in termini emergenziali. Ne consegue che tutto quello che riguarda l’immigrazione deve essere incorniciato come un evento eccezionale, o in termini “umanitari” (l’immigrato come vittima o come soggetto che deve essere salvato) o in termini “securitari” (l’immigrato come criminale o come minaccia alle nostre “tradizioni”). Tutto quello che accade “lentamente”, quotidianamente, – come l’abitare – e che non risponde a questi criteri, semplicemente non entra a far parte del discorso pubblico sugli immigrati. E dunque non entra nel dibattito politico. Secondariamente, il tema dell’abitare migrante non interessa i governi per una ragione molto semplice: gli immigrati non votano. Pagano i contributi con le loro buste paga e le tasse sui loro redditi – ovviamente, quando sono in regola – ma non votano. Ovvero sono esclusi dalla comunità politica in cui vivono. Inoltre, come dicevo prima, da quando la retorica del “prima gli italiani” ha preso piede, ogni politica sociale appena più inclusiva viene avversata furiosamente in ragione del fatto che potrebbero beneficiarne anche dei cittadini stranieri. Per concludere, mi sembra che il silenzio sull’abitare migrante riveli l’incapacità ad accettare non tanto, non solo, il fenomeno migratorio di per sé; quanto che l’Italia attuale non è solo bianca, non è solo cattolica, non è solo “tradizione”. In questo senso, parlare dell’abitare migrante cercando di riportare nel testo la complessità e le difficoltà affrontate dai migranti relativamente alla questione della casa, mi sembra un modo per provare ad affrontare questo “tabù”.

Enrico Fravega, sociologo, è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Genova (MOBS. Mobilities, solidarities and imaginaries across the borders). Da diversi anni svolge attività di ricerca nel campo della sociologia delle migrazioni, occupandosi in particolare di questioni abitative, housing pathways e insediamenti informali.

Il canto di Messalina

Messalina, appena diciassettenne viene sacrificata al potere: Claudio, uno sconosciuto, un uomo di trent’anni più vecchio di lei, storpio e balbuziente. Qual è la statura politica di una donna coinvolta, forse suo malgrado, tra le lotte di potere che infestano i palazzi romani?
Messalina non ha statura politica, almeno secondo quanto apprendiamo dalle fonti antiche. Altre imperatrici ne hanno avuta, Livia, per esempio, moglie di Augusto, oppure Agrippina, madre di Nerone. Messalina invece si sente vittima del potere, e considera il potere stesso come lo strumento per vendicare la sua infelicità. Aveva un’influenza fortissima e spesso funesta sul marito imperatore e riusciva a ottenere ciò che voleva: condanne a morte di uomini a lei sgraditi, che erano stati suoi amanti e dei quali si era stancata, l’esilio di Seneca, per pura antipatia e contro il quale Claudio non aveva motivi di particolare risentimento, tant’è che subito dopo la morte dell’imperatrice fu richiamato a Roma. Addirittura convinse il marito a realizzare statue di bronzo dorato di un attore, Mnester. Mnester era il suo amante! E le statue furono fuse con parte del bottino della spedizione in Britannia. Episodi come questo dimostrano, oltre alla spregiudicatezza della condotta, anche il totale disinteresse per le questioni di Stato di fronte alla soddisfazione di pretese personali, sanguinarie o semplicemente capricciose.
Messalina, innegabilmente, fece della capacità di ribaltare il tavolo in situazioni avverse la sua carta vincente. Può offrirci qualche esempio?
Messalina, in realtà, non vinse mai. È una figura sconfitta della Storia, una figura senza gloria. Certamente fu vittima del potere, ma alla fine fu vittima anche di se stessa, di una condotta che è stata il suo baratro e che l’ha condannata, nella memoria dei posteri, con un sigillo di infamia. Ottenne soddisfazione da condanne a morte che sollecitò al marito con stratagemmi astuti, per esempio la condanna del terzo marito di sua madre, Silano, scelto dall’imperatore in persona: se n’era invaghita, ma l’uomo la respinse. Imperdonabile, il desiderio dell’imperatrice è un ordine! E infatti poco dopo Silano fu ucciso: Messalina, con la complicità di un liberto, aveva inventato un sogno, e Claudio che credette alla premonizione di un attentato organizzato proprio da Silano. Oppure l’omicidio di Valerio Asiatico, perché Messalina voleva per sé i suoi meravigliosi giardini alle pendici del Pincio. Di episodi così ce ne sono tanti, tutti raccontati dagli autori antichi e solo qualcuno nel mio romanzo, sono troppi! Piccole gratificazioni del momento per Messalina, che in realtà una dopo l’altra la precipitavano sempre più giù nel suo abisso. Ma una carta davvero vincente non la giocò mai.
L’ascesa al trono, gli intrighi di corte, la spietata scalata al potere che anima il cuore marcio di Roma. Ed il grido muto di tante donne infelici e disperatamente ribelli, senza nome e di tutti i tempi. Sono i maschi ad aver consegnato alla posterità un’immagine distorta e deformata di Messalina?
Sono stati gli autori antichi, che sono uomini. La letteratura antica è scritta da uomini, le donne di cui ci sia arrivata parte delle opere sono pochissime e per lo più poetesse, Saffo per esempio, o Sulpicia per il mondo romano. Ritroviamo la pessima fama di Messalina in storici, come Tacito e Cassio Dione, che ne rappresentano soprattutto la spietata crudeltà, e soprattutto in Giovenale. In pochi versi di una satira, il poeta Giovenale elabora l’immagine di lei tra tutte più denigrante, l’immagine che nei tempi successivi ha avuto più fortuna: l’imperatrice moglie di Claudio che di notte si prostituisce nei tuguri della Suburra; e la famosissima gara ingaggiata con una ‘collega’, avrebbe vinto colei che in una sola notte avesse consumato il maggior numero di incontri. Ovviamente vinse Messalina, e all’alba si fermò, “non perché sazia, ma perché stanca”. Giovenale scrive proprio così, un marchio a fuoco indelebile! Ma è molto difficile dire quanto e se l’immagine di Messalina arrivata a noi dal mondo antico sia distorta e deformata. È impossibile.
Donna intelligente, scaltra, coraggiosa. Perché mai il teatro ed il cinema la presentano come l’antesignana della vamp o della donna in carriera e senza scrupoli?
È naturale che un personaggio come Messalina si presti a molte riletture e riscritture, soprattutto nelle arti in cui è forte l’impatto della componente visiva, teatro cinema e anche pittura. Ogni epoca la reinterpreta anche secondo le mode del tempo, secondo le intenzioni comunicative, secondo le inclinazioni e il talento dei diversi interpreti e autori. È stata addirittura protagonista di un fumetto erotico! Non c’è un unico perché. Messalina è una figura controversa, conturbante, pruriginosa e al contempo tragica, il tutto accompagnato da una bellezza rara, che forse nella sua dolorosa realtà è stata l’origine di tutti i suoi mali. In lei c’è materia per molteplici ispirazioni, e ogni artista può cogliere i tratti dell’imperatrice più congeniali alla sua forma d’arte e svilupparli secondo il proprio talento.
Lei ha disegnato un profilo storico d’indubitabile fascino, gettando luce sulle ombre della condizione femminile. Ciò, evidentemente, ha richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposto di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?
Le fonti sulla condizione femminile nel mondo antico sono molte e di diversa natura, letterarie, giuridiche, archeologiche, epigrafiche… l’indagine storica, su qualunque aspetto specifico, segue percorsi diversi e i risultati si intrecciano, sempre in un quadro si insieme di un’epoca precisa, di una situazione sociale, di un ambito geografico particolare: la condizione di un’imperatrice non è la stessa di una donna plebea o di una schiava, l’età repubblicana è diversa da quella imperiale, e differenze si riscontrano anche nei vari territori e tra i molti popoli che vivevano sotto l’egida di Roma. È un lavoro complesso e di grande interesse, irrinunciabile in un romanzo di ambientazione storica: la vicenda narrata, che come nel caso di Messalina prende avvio da una base di verità, ha bisogno di un contesto d’ambiente, per così dire, altrettanto vero e credibile, come accade per un set cinematografico. Solo così il lettore si sentirà coinvolto, potrà immedesimarsi nelle vicende e nei personaggi, camminerà per le strade di Roma, viaggerà attraverso ville sul mare e strade dell’Impero, si emozionerà nello stesso flusso emotivo del Principe, ma anche di un’ancella o del medico di corte, di un’imperatrice perversa e avida di sangue che però gioca anche con la sua cagnolina, e ama teneramente i suoi figli bambini. Duemila anni possono diventare un breve spazio di tempo in un romanzo, perché queste storie antiche e grandiose esprimono tratti di vita e sentimenti che ancora oggi toccano la nostra sensibilità.

Antonella Prenner, docente di Letteratura latina presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale

Maggio a Palermo. Una storia per Francesca MorvilloEinaudi Ragazzi, settembre 2022

Sono trascorsi trent’anni dalla sua morte, eppure di Francesca Morvillo, unica donna magistrato vittima di mafia, è stato ancora scritto davvero poco.
Quali sono le ragioni sottese a siffatto vuoto?

Una buona domanda per i ragazzi, per i giovani lettori destinatari del libro.
Ci troviamo in una Palermo livida e sotto assedio. E’ in corso il maxiprocesso. Qual è la speciale luce emanata da Francesca Morvillo, moglie di Giovanni Falcone di cui condivise idee ed ideali?
Una luce propria e non riflessa.
Gli anni che vanno dal 1986 al 1992 hanno fortemente segnato una generazione di giovani. Lei filtra la vicenda di Francesca Morvillo attraverso lo sguardo limpido di Laura, intrisa delle mode, della musica e della cultura degli anni ’80.
Qual è il lascito del magistrato Morvillo per la “generazione della bomba”?

Il lascito di una donna straordinaria da un punto di vista professionale e morale e, aggiungerei, sentimentale.
Il “Comitato dei lenzuoli” e le “Donne del digiuno” ma tanti ancora non prendono drasticamente le distanze da chi, è anche alla lontana, in odore di mafia.
Quali sono le responsabilità degli adulti del 2022?

La stagione successiva alle stragi è stata un’epoca di rivolta civile il cui afflato sembra oggi essersi in buona parte perso per strada. Le ultime due tornate elettorali hanno riportato sulla scena personaggi condannati per associazione mafiosa e che non hanno mai rinnegato le loro scelte né collaborato con la giustizia. Gli adulti che li sostengono e che li votano sono loro complici e pessimo esempio per i giovani che crescono in Sicilia.
Il nome e cognome di Francesca Morvillo vengono scanditi a voce alta e per intero ogni 23 maggio alle 17:58, ora dell’esplosione, davanti all’albero Falcone, eppure i due sono sepolti in luoghi differenti. Perché?
La famiglia Falcone ha deciso di accettare lo spostamento della salma di Giovanni Falcone dal cimitero di Sant’Orsola al Pantheon nonostante questo comportasse la separazione da quella della moglie, la giudice Francesca Morvillo, morta accanto a lui nella strage di Capaci il 23 maggio 1992.

Gilda Terranova
È insegnante di Lettere nella scuola secondaria di primo grado e fa parte della redazione di Cooperazione Educativa.

Ius sanguinis

L’espressione “ius sanguinis” significa, nella sua accezione legale, il principio del diritto per cui un individuo ha la cittadinanza di uno Stato qualora uno dei propri genitori o entrambi ne sono in possesso.
Ebbene, nel suo romanzo cosa indica?

Nel romanzo la riflessione parte proprio dall’accezione legale dell’espressione in senso stretto. La vita degli esseri umani è profondamente segnata dalle proprie radici. Si è cittadini italiani se si nasce da italiani ma anche principi se si nasce da re o da regine. Talvolta il primo vagito proviene dal posto o dalla culla sbagliata e così, senza nessuna responsabilità, la propria condizione muta, la strada diventa in salita, il viaggio senza ritorno. A volte il legame indissolubile con le proprie radici -che lo si desideri o meno, che lo si contrasti o lo si accetti- determina anche un’eredità di sentimenti, emozioni, frustrazioni ma anche occasioni e possibilità difficili da decifrare, da evitare o da cogliere. Ognuno di noi però è, da adulto, esattamente la persona che è destinata a diventare in ragione dell’aria che ha respirato, dell’amore che ha ricevuto o che gli è stato negato, a meno che, ad un certo punto, senza ripudiare nulla del passato, tenti di cambiare la sorte, di spezzare una catena di eventi apparentemente destinati a ripetersi e, come dico nella frase scelta per introdurre il romanzo “…trasformi la sua maledizione in benedizione”.
“Stinco era magro, molto magro, non a caso lo chiamavano così. Correva come un pazzo, tutto il giorno, in sella al suo motorino truccato, cavalcando forsennato le sponde dei due torrenti. A casa non tornava mai, e perché avrebbe dovuto tornarci?”
Quanto Stinco somiglia al Dioniso euripideo nelle intenzioni, nel vigore ctonio ed insondabile?

Sorrido perché è la domanda ad avermi suscitato il possibile paragone. Sorrido perché, da sola, non ci avrei mai pensato e certo non l’ho pensato mentre raccontavo la storia di Stinco, al secolo “Alfredo Morini”. Invitata però alla riflessione, posso dire con una certa dose di certezza (poi si sa nessun autore controlla mai i suoi personaggi, quelli fanno i primi timidi passi quando escono dalla penna poi mano mano, nel tempo e nelle pagine, finiscono per diventare qualcosa di differente e, alla fine, quello che vogliono loro) che in Stinco non c’è niente di divino. Niente. Se c’è un personaggio nel libro umano fino in fondo è proprio lui. Umano nell’irriverenza, nello sberleffo, nell’intelligenza, nell’intuizione ma anche nella crudeltà e nel cieco egoismo. Umano fino all’ultima cellula del suo essere, nella difesa legittima della sua libertà rispetto ai sensi di colpa e a quello che ci si sarebbe aspettato facesse. Stinco non ha nessuna ambizione di dimostrare la sua provenienza divina e neppure di diventare una divinità. È il personaggio più controverso e, forse per questo, più amato dell’intero romanzo.
Stinco e sua sorella Miriam.
Quali tratti assume la giovinezza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?
La storia, che tengo a sottolineare, è una storia d’amore, seppure sgangherato molesto e di fatto non vissuto perché invivibile, inizia alla fine degli anni settanta e arriva fino ai nostri giorni. Miriam ha dodici anni e il fratello diciotto. Sono due fratelli, sono due ragazzi. L’infanzia che condividono in parte perché c’è una certa differenza d’età e perché poi la vita li porterà presto lontani, il sapore della loro primissima giovinezza, sarà di fatto l’unica eredità seria sulla quale potranno seriamente contare. Utilizzeranno quegli anni in maniera diversa, Stinco fuggendo e forse salvandosi, Miriam arrivando fino in fondo al dolore, ma la giovinezza, vissuta alla fine di quel periodo storico, formerà il nocciolo autentico degli adulti che diventeranno. Penso che questo valga per i personaggi di Ius sanguinis ma valga un po’ per tutti. Alla fine, malconci un po’ acciaccati oppure fortificati e maturati, si torna sempre a casa e casa è il posto in cui si è stati ragazzi.
Il suo libro è tessuto intorno alle relazioni familiari. Un padre totalmente assente ed una madre perennemente in lacrime.
Perché i legami familiari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?

La famiglia è a tutti gli effetti un fattore criminogeno. Non credo di dire nulla di rivoluzionario, basta leggere i dati di cronaca, almeno di questa parte di mondo dove, per molti, i bisogni primari sono ampiamente soddisfatti. La famiglia è un fattore criminogeno come lo è la miseria o l’assoluta mancanza di mezzi culturali. In particolare, la famiglia è legame, indissolubile, eterno, anche quando i suoi componenti se ne allontanano, anche e forse ancora di più, quando è un nucleo disgregato, disfunzionale, direbbero gli esperti. Però è il posto dove nascono e maturano i sentimenti più veri ed autentici e, a volte, la potenza di certe emozioni può congiungere, generare ma anche dividere o annientare. Direi che la famiglia va trattata con prudenza, assunta con moderazione, sotto stretto controllo medico, come si fa con un farmaco in grado di salvarti la vita oppure di mandarti in overdose. In qualunque contesto di aggregazione sociale e anche in quello familiare va mantenuta la propria capacità di autodeterminarsi, coltivata la forza di non farsi travolgere e allora, da persone libere, la famiglia può essere una risorsa, una voce che sussurra “andrà tutto bene”, un porto sicuro nel quale tornare.
Il titolo del romanzo richiama tempestivamente il tema dibattuto, talvolta con toni accesi, della cittadinanza. La lotta politica, l’adesione ad una causa: i nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, siffatti propositi di cambiamento sociale?
I nostri tempi, ma proprio la nostra attualità più stringente, devono, non possono, accogliere i propositi di cambiamento sociale. È inconcepibile che, in ragione delle emergenze del momento (anche delle più drammatiche come quelle legate alla crisi pandemica), ci si possa dimenticare dei diritti civili per tutti, dello ius soli o dello ius scholae. È inconcepibile perché dovrebbero essere battaglie già vinte conquiste già fatte, valori condivisi e invece sembra che la paura del cambiamento prevalga su tutto, che la gente preferisca chiudersi all’interno delle proprie poche certezze, fidando così di essere al sicuro. Condividere con gli altri non renderà nessuno più povero e il futuro di questo paese, come del resto del mondo, sarà nel costruire una civiltà multietnica, pacifica e rispettosa dei tratti comuni e delle differenze di ognuno. Una cosa che raccontano gli astronauti al rientro dallo spazio e che quindi colgo come un dato scientifico e non come un’opinione, è che, osservando la terra da lassù, non si distinguono i confini tra le nazioni, mentre noi nel 2022 parliamo ancora di muri, identità culturali e sovranismo. Faccio seriamente fatica a comprendere come ci si possa ancora scontrare su questi argomenti e come alcuni principi elementari di redistribuzione della ricchezza, di equità sociale, di diritto allo studio e alla propria identità personale, non costituiscano il punto di partenza per un qualsiasi progetto per il futuro.

Maria Laura Antonini
Avvocato dal 1994, esercita la professione a Perugia dove attualmente vive e lavora. Vince a diciotto anni le cinque puntate del programma televisivo “Parola mia”, condotto da Luciano Rispoli. Nel 2014 vince il “Premio letterario lune di primavera e, nello stesso anno, il “Premio letterario Città di Castello”. Pubblica, nel 2017, il romanzo “L’ultima domenica d’inverno” Edizioni Helicon, che si classifica al secondo posto della V edizione del concorso “Ragunanza di Poesia, narrativa & Short Movie”. Nel 2020 la sua opera “L’ultimo raccolto” viene pubblicata in un’antologia a seguito del riconoscimento ricevuto nell’ambito del Premio Internazionale Ranieri Filo della Torre.

Edipo a Berlino

“Edipo a Berlino” narra la storia del drammatico conflitto d’identità vissuto da un giovane militante nazionalsocialista. Quali sono le ragioni sottese al richiamo onomastico all’Edipo della classicità?
Il mito che dà vita alla tragedia di Edipo Re racconta di un uomo che compie una serie di atti apparentemente giusti (uccidere un avversario, sposare una regina) finché all’improvviso essi non gli appaiono sotto una luce radicalmente diversa, facendo di lui non più l’eroe e il re che era diventato, ma un reietto colpevole di aver ucciso suo padre e sposato sua madre. La tragedia greca è un mondo di conflitti insolubili, non ci sono risposte facili, anzi non ci sono risposte tout court, e questo mi ha sempre affascinato. La storia che ho raccontato si richiama al rischio con cui ogni essere umano deve confrontarsi, soprattutto nel momento in cui crede ciecamente di essere nel giusto. Dall’altra parte, sottopone a chi legge la questione che il cantante J.J. Goldman aveva posto ai suoi ascoltatori in una famosa canzone: “E se io (ebreo francese), fossi nato tedesco ‘ariano’ nel 1917 a Leidenstadt”?
Chi saremmo stati, se nel crescere non avessimo avuto intorno il mondo che ci è familiare, i valori che ci hanno formato, ma un mondo diverso, opposto, e per noi, così come siamo ora, spaventoso? Saremmo stati ‘tra chi resiste’ o il contrario?
Il percorso del protagonista si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria”? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?
Il passato resta, non si cancella, si può solo imparare a conviverci. Il protagonista non cerca un perdono né da se stesso né tantomeno da chi lo circonda. Via via che il suo passato riaffiora nella memoria, arriva a odiarlo e a odiare l’uomo che è stato, ma non può negare che quell’uomo è e sarà sempre una parte di lui. Solo quando accetta questa realtà, riesce ad accettare di continuare a vivere; e può accettarla perché altri intorno a lui lo hanno fatto, perché hanno scoperto chi sia stato e non per questo hanno cessato di volergli bene, malgrado anche questo affetto sia vissuto con una specie di senso di colpa; si può voler bene a un assassino, senza giustificarlo, senza provare altro che orrore per quello che ha fatto, si può amarlo così com’è, e come sarà sempre? Nell’amore e nell’amicizia altrui, il protagonista inizia ad accettarsi, senza negare il passato, ma allo stesso tempo senza negarsi un possibile futuro.
Durante la “Notte dei Cristalli”, il suo contemporaneo Edipo vede stravolta la sua esistenza da due eventi sconcertanti: l’omicidio che lui stesso effettua con inusitata ferocia contro un ebreo e la posteriore scioccante scoperta di non essere ariano bensì di origine ebraica. E’ nella scissione che si rinviene la concreta possibilità di disvelare la propria identità?
L’identità di un uomo è collegata strettamente a quella del mondo da cui è circondato. Nel caso del protagonista, la scissione che vive è una rottura d’identità, la perdita dell’identificazione con un universo totalitario e totalizzante, che risponde al suo forte bisogno di appartenenza con la richiesta di un’assoluta fedeltà. Persa quell’identità, il protagonista non ne avrà nessun’altra, per scelta: sarà un uomo in perenne esilio, ma proprio in questo esilio troverà una libertà che la sua identità di un tempo, così forte e assorbente, aveva negato a lui, in quanto carnefice, prima ancora che a coloro che ne sarebbero diventati vittime.
Nella cultura contemporanea la memoria della Shoah mantiene uno statuto speciale, che altri eventi storici non hanno. Per quali ragioni, a suo avviso?
Ci sono stati tanti eccidi nel Novecento, massacri di massa, atrocità innumerevoli, che chiedono memoria, chiedono di essere conosciuti e approfonditi. Più raro, e direi per questo ancor più difficile anche solo da concepire, è il trovarsi di fronte alla pianificazione e alla realizzazione di uno sterminio. Non un eccidio, ma la prospettiva dell’eliminazione completa di uno o più gruppi umani. La Shoah interroga in modo radicale le nostre coscienze. Per quanto mi riguarda, a colpirmi è (anche) il fatto che a sterminare milioni di esseri umani, a inventare le camere a gas, a riempire i vagoni piombati, a chiuderli e inviarli al macello, siano stati uomini e donne così simili a me, a noi, cresciuti in Europa occidentale come siamo cresciuti noi, uomini e donne che avrebbero potuto essere nostri parenti, che a volte sono stati nostri parenti; e che le vittime strappate alla loro quotidianità per essere gassati in un lager, potessero essere i compagni di classe o di lavoro dei nostri nonni e bisnonni, potessero essere i nostri nonni e bisnonni. Non sono passati ancora neanche ottant’anni da quando quell’orrore assoluto si è consumato nel cuore dell’Europa, nei luoghi in cui oggi viviamo. Ottant’anni, la vita di un essere umano, circa l’età di mia madre che è nata nel 1943, mentre a Treblinka morivano nelle camere a gas bambini della sua stessa età, la cui colpa era di essere nati, di esistere.
Come vittime o come spettatori e carnefici, la Shoah ci coinvolge, ci chiama in causa, è parte di noi e della nostra storia. La modernità, la tecnologia, non escludono esiti così terribili. E questo deve, ancor oggi, farci paura, farci riflettere.
Lei ha disegnato un profilo storico d’indubitabile fascino. Ciò, evidentemente, ha richiesto ricerche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposta di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?
Non credo di poter parlare di un vero e proprio metodo… ho iniziato a leggere testi sulla Shoah quando ero poco più di una ragazzina, e mentre scoprivo diari, racconti e testimonianze dell’epoca, ho iniziato ad immaginare la storia che ho poi raccontato. Via via che crescevo, e imparavo a fare una cernita delle fonti, a distinguere tra quelle più e meno attendibili, che avevo la possibilità di procurarmi testi sempre più dettagliati, anche la storia è cresciuta ed ha assunto contorni più definiti e precisi. Importanti sono stati anche i filmati dell’epoca, le fotografie, i viaggi nei luoghi che ho descritto e dove sono tornata per vederli spesso radicalmente cambiati, eppure ancora popolati dai fantasmi di un tempo, gli stessi che affiorano tra le pagine del libro. Ci sono tanti conflitti nascosti, a cercarli, nelle memorie. Riuscire a vederli, questi conflitti, con gli occhi dei protagonisti, è già quasi narrativa. Di lì al racconto, il passo è breve.

Francesca Veltri è docente di Sociologia all’Università della Calabria. Fra le pubblicazioni recenti: (con P. Ceri) Il movimento nella rete (Rosenberg & Sellier 2017); Se non è vero è verosimile: la costruzione del nemico fra realtà e rappresentazione, in La costruzione del nemico in Occidente, a cura di P. Ceri e A. Lorini (Rosenberg & Sellier 2019).

Le invisibili

Macchinazioni, intrighi, segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: sono ingredienti essenziali del giallo. La sua idea di romanzo “giallo” in che misura diverge dal genere codificato?
Mi identifico più nel noir, inteso come giallo d’atmosfera, ricco di sfumature, di personaggi non caricaturati, dove il “nero” avvolge la trama che, pur mantenendo una certa tensione e basandosi su un solido intreccio narrativo, fa spazio al contesto in cui è immessa, in primis la città o la società, e diventa quindi una testimonianza immaginifica del tempo reale, ma anche una riflessione, con chiaroscuri dove serpeggia una sorta di inquietudine latente.
I percorsi delle protagoniste si dipanano anche a ritroso nel tempo; si servono di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione?
Si possono davvero chiudere i conti con il passato?

Giorgia Cantini, l’investigatrice privata dei miei romanzi noir, indulge nella nostalgia ma sa che, in fondo, forse è solo il rimpianto di un’età più verde. Racconta il tempo della sua giovinezza e Bologna negli anni ’80 e ’90, con citazioni musicali, letterarie, cinematografiche. Sovrappone spesso due epoche diverse, quella passata e quella presente, e le mette a confronto. La memoria, con le sue bugie e le sue verità, è ciò che Giorgia si trascina dietro come una zavorra necessaria. Ne avverte il peso ma alle volte sa anche disfarsene per vivere il “qui e ora”.
La sua scrittura, scorrevole ed incisiva, diretta e frizzante, pare rinviare al linguaggio delle serie TV. Quanto risponde ad una sua precisa volontà la contaminazione dei linguaggi?
La serie “Quo vadis, baby?” prodotta da Sky nel 2008 è stata la prima, insieme a “Romanzo criminale” a dare il via a una vera e propria “moda” del seriale tv. Credo abbia anticipato i tempi, credo cioè che i tempi non fossero ancora maturi per un personaggio femminile così anticonvenzionale, politicamente scorretto, niente a che vedere con le dark lady o le poliziotte americane che fanno jogging sull’oceano e hanno sempre una pistola sguainata. Giorgia è una donna con le sue vulnerabilità, le sue falle, la sua bellezza irregolare. Il linguaggio è solo la mia voce, ed è quella che uso, che ho affinato con gli anni, anche nei romanzi non noir. Lo stile di un libro lo fa la personalità del suo autore, e cioè le sue esperienze, la sua sensibilità e soprattutto le sue letture.
La visione delle donne nell’immaginario letterario “giallo” è soventemente monodimensionale, sovente intrisa di cliché e venata di maschilismo. Le figure muliebri sono funzionali al percorso umano, emotivo, emozionale maschile.
Lei, invece, dà voce a chi ha fatto del delitto la sola via di fuga. Perché ha mutato la prospettiva circa il genere?

Nel mio racconto “Do ut des” dell’antologia “Le Invisibili” uscita ora per Rizzoli la mia protagonista è un’assassina, una donna obesa, vessata da una madre dispotica, una borderline in cerca di un riscatto da una vita povera in tutti i sensi e che non trova di meglio che immaginare un patto mortale con un’altra donna, anch’essa vittima. Nei romanzi con Giorgia invece la mia propensione è quella di raccontare personaggi (uomini e donne) che inciampano, che compiono errori, infrazioni, un’umanità dolente o estrema, dove anche qui c’è una forte sospensione del giudizio. In genere affronto un tema sociale, il femminicidio, l’omofobia, eccetera, e creo un teatro realistico, situazioni al limite, legate anche alla cronaca quotidiana.
“Le invisibili” sono assassine spinte da passioni incontrollabili, criminali per libera determinazione, donne comunemente reputate banali. Di certo, protagoniste d’indubitabile fascino. Pensa ad una trasposizione cinematografica o teatrale di quanto scritto in modo tanto accattivante?
“Do ut des” è un racconto molto scuro, per certi versi cattivo, lontano dalle logiche rassicuranti e consolatorie di tante serie tv italiane. Riesco a immaginarlo solo trasposto sullo schermo all’estero. Ma mai dire mai.

Grazia Verasani è scrittrice, drammaturga, musicista, ha pubblicato a oggi quattordici libri, tra cui Quo vadis baby? (2004), che nel 2005 è diventato un film di Gabriele Salvatores e in seguito una serie tv prodotta da Sky. La sua opera teatrale From Medea – Maternity Blues, rappresentata in Italia e all’estero, nel 2012 è diventata un film vincitore di due Globi d’oro. Il suo ultimo romanzo è Lettera a Dina (2016). Ha studiato pianoforte classico e collaborato con diversi artisti. Lavora anche come sceneggiatrice e ha scritto articoli per quotidiani e riviste. I suoi libri sono tradotti in vari paesi tra cui Francia, Germania, Portogallo, Stati Uniti, Russia. Il suo sito è http://www.graziaverasani.it

Così parlò l’ingegnere

La “cartolina” fotografa i napoletani rappresentati dal binomio “pizza e mandolino”, proiettandoli così lungo sentieri inclinati ed escamotage di cliché e luoghi comuni. De Crescenzo recupera il folclore, il sincretico per affrancare lo spazio identitario da ingredienti nocivi quali l’asfittica trappola nel vicolo cieco delle concezioni duali: sviluppo – sottosviluppo. L’”Ingegnere”, pur indissolubilmente legato a Napoli, ha contribuito alla “deterritorializzazione” di Napoli stessa?
Il merito maggiore di De Crescenzo è stato intuire – e poi, con pazienza far comprendere attraverso i suoi film e i suoi libri – che quelli normalmente considerati stereotipi e luoghi comuni su Napoli sono semplicemente l’essenza stessa della città e dei suoi abitanti. Rappresentano infatti le caratteristiche di un Dna difficilmente modificabile perché frutto di stratificazioni storiche e sociali millenarie. Ma ancor più sono elementi positivi, o meglio non sempre negativi, i quali comunque -in qualsivoglia accezione – oggi la rendono una città unica.
Oggi, ma non soltanto oggi. E proprio qui è il centro del pensiero di De Crescenzo che non a caso elaborò l’idea di Napoli come “aggettivo”, ovvero un insieme di valori, idee e atteggiamenti che appartengono sì a un luogo e con un’anima che nasce partenopea, ma possono al tempo stesso essere universali e indipendenti dalla localizzazione geografica.
Con tali premesse la “napoletanità” ritrova grazie a lui una diversa definizione e si mostra come elemento connaturato a una città e ai suoi abitanti, sostanzialmente immutabile e indistruttibile.
Più volte, del resto, in passato si era cercato di cancellare questa spesso detestata e condannata “napoletanità”. Si tentò, ad esempio, con il Risanamento dopo il colera del 1884, e nel dopoguerra ci provarono gli intellettuali, ma il risultato fu sempre pressoché nullo. Ne consegue che Napoli, assieme a tutto ciò che la riguarda, è – e certamente resterà ancora a lungo – una città senza tempo.
Una città “immodificabile” che con, i suoi pregi e i suoi difetti – difetti che De Crescenzo non nega e neppure condanna, ma semplicemente spiega – ha una forza interna straordinaria e inattaccabile.
Va compresa, certo – e non è facilissimo – ma questo non può tradursi in un giudizio aprioristicamente negativo. E in effetti Luciano De Crescenzo inizia proprio smontando i capisaldi pregiudizievoli che i suoi colleghi milanesi nutrivano su Napoli pur senza esserci mai stati.
Poi, con i suoi film e anche con i libri, si sforzerà di far comprendere le mille interpretazioni e sfaccettature legate al concetto della città senza tempo e al suo straordinario patrimonio umano e persino filosofico, ma lo farà senza troppe teorizzazioni, bensì semplicemente tracciando dal vero lo spaccato di un condominio partenopeo visto peraltro dall’ inedita angolazione borghese della famiglia Bellavista.
Riguardando o rileggendo oggi Così parlò Bellavista ci si renderà conto che a quarant’anni di distanza Napoli e i napoletani sono rimasti uguali. Senza tempo, appunto, e che quella che a molti potrebbe sembrare una cartolina oleografica in realtà è soltanto una bella e fedelissima fotografia.

De Crescenzo all’alba dei cinquant’anni determinò di mutare completamente vita per farsi scrittore, sceneggiatore, regista, attore, conduttore televisivo, fumettista, fotografo, storico della filosofia e filosofo lui stesso. Ebbene, quali sono i capisaldi del pensiero “decrescenziano” per vivere “in larghezza” ?
Luciano De Crescenzo è stato lui per primo un esempio di vivere “in larghezza” ovvero del vivere bene anziché più a lungo. Nel 1978 lasciò infatti il suo lavoro da ingegnere e da dirigente di una grande multinazionale semplicemente per stanchezza e per l’insofferenza di restare ancora in un contesto privo di rapporti umani e in cui il principale obiettivo era la carriera.
Un contesto certamente appagante per una personalità ambiziosa, ma non certo per un uomo che desiderava vivere appieno la vita in maniera libera, di volta in volta spinto dall’amore, dalla voglia di divertirsi o dal desiderio di dare corpo alla propria creatività.
Vivere in larghezza non era possibile forse per l’ingegner De Crescenzo, ma era invece il massimo desiderio del napoletano Luciano. Si trattò in fondo dell’eterna e irrisolta contrapposizione tra stoici ed epicurei e in lui, da buon partenopeo, prevalse la seconda scuola di pensiero.

La sua biografia dimostra che fu la scelta migliore. Sarebbe diventato, nel caso opposto, magari anche direttore generale dell’Ibm, ma in fondo oggi chi si sarebbe mai ricordato di lui?
Vivere in larghezza è in sintesi un modo di vivere alimentato più dal cuore che dalla testa, in cui alla rassegnazione prevale sempre la speranza, in cui l’arte di arrangiarsi è un modo per sopravvivere felici, e in cui bisogna lasciarsi andare senza troppi dubbi e men che mai afflizioni.
Il vivere in larghezza in lui era alimentato anche da continui paragoni attraverso cui scopriva il buono e il valore positivo delle cose. Il napoletano – diceva – quando gli capita qualcosa di brutto è portato a pensare “se morivo era peggio”, ma al tempo stesso riesce a cogliere il valore della propria diversità e con esso il peso effimero dei giudizi negativi che lo riguardano poiché in fondo “si è sempre meridionali di qualcuno”.

Luciano De Crescenzo sintetizzò questa serena noncuranza indispensabile a vivere “relativamente bene” nella scritta (che lui stesso appose, ma si saprà anni dopo) sul basamento della statua di San Gennaro e che recitava: “San Genna’ fottatenne”.

De Crescenzo fu capace di diffondere discipline specialistiche quali la filosofia, la mitologia e l’informatica, facendo esprimere in napoletano filosofi, dei dell’antica Grecia e finanche computer. Dove reputa risieda la chiave della indubbia poliedricità di De Crescenzo?
Luciano De Crescenzo mise a frutto l’universalità del linguaggio partenopeo e la simpatia del popolo napoletano. Citava spesso, infatti, una frase che dice: “il guaio di noi napoletani è che siamo simpatici”.
Da ingegnere credo avesse piena consapevolezza di quanto possa essere noiosa una qualunque disciplina scientifica o specialistica per i non appassionati, mentre d’altro canto, da napoletano, riusciva a trovare o inventare, l’aspetto leggero o divertente in ogni cosa.
Congiungendo tutto questo alla sua straordinaria dote di “raccontatore” era riuscito a dare nuova vita a filosofi, personaggi storici, santi e computer semplicemente calandoli in una realtà quanto più possibile vicina alla quotidianità dei lettori o degli spettatori e facendogli parlare il loro stesso linguaggio. In una parola, rendendoli “simpatici”.
La chiave della sua poliedricità è insomma tutta racchiusa nella capacità di appassionare, insegnare e, contemporaneamente, divertire.
E lo ha fatto in mille modi che nel libro ho descritto e analizzato soprattutto perché alcuni sono poco noti. Ad esempio, solo per citarne uno, Luciano De Crescenzo collaborò persino alla realizzazione di un gioco da tavola assieme a vari personaggi famosi. Tra loro c’era anche Giulio Andreotti.

“Così parlò l’ingegnere” ha entusiasmato ed interessato Paola De Crescenzo, unigenita ed adorata figlia di De Crescenzo, nonché gli amici Marisa Laurito e, specialmente, Renzo Arbore. Qual è stato il loro contributo a tessere 440 pagine per narrare novant’anni di vita?
Avendo lavorato al libro in gran parte durante i mesi di pandemia, ho conosciuto Paola, Marisa e Renzo inizialmente solo a telefono e dunque quando era già quasi ultimato: con loro ho avuto perciò sostanzialmente un confronto tra il mio punto di vista “esterno” di scrittore nonché di lettore e spettatore, e il loro che invece li vedeva coinvolti in maniera diretta e personale.
Marisa Laurito ha pubblicato negli stessi mesi una sua autobiografia e ovviamente il capitolo su Luciano è stato essenziale per alcune integrazioni e approfondimenti, mentre con Renzo c’è stato soprattutto uno scambio di idee sul pensiero di Luciano, e in particolare sulla sua idea della Napoli come città senza tempo.
Con Paola e poi con il marito Raffaele è nata invece una bella amicizia, ma ancor prima il suo contributo è stato costante e fondamentale perché con pazienza e interesse ha letto il libro nelle varie stesure, a volte dandomi indispensabili indicazioni o rievocando i suoi ricordi, mentre altre “scoprendo” assieme a me alcune particolarità. Ne cito una ad esempio: in una scena del film Così parlò Bellavista si notano affissi a un muro tre locandine di film di chiara ispirazione napoletana, ma a ben guardare si tratta di pellicole di epoche diverse.
La scena, che si svolge davanti al tribunale di Napoli, in realtà venne girata a Cinecittà e la stessa Paola non si era mai accorta di questo particolare con cui suo padre aveva voluto fare un chiaro riferimento alla storica tradizione cinematografica partenopea che rappresentò un primato rispetto a quella nazionale.

Può offrirci un ricordo personale inerente alle ragioni che l’hanno indotta allo studio ed all’approfondimento dell’opera e della vita rocambolesca di Luciano De Crescenzo?
In alcune mie precedenti biografie, come quelle dedicate a Nino Taranto e Alighiero Noschese, ho ripercorso la vita di personaggi ancora viventi e attivi negli anni della mia infanzia, che mi affascinavano e che, ingiustamente, non erano mai stati degnamente ricordati.
Luciano De Crescenzo, scomparso appena tre anni fa, era un personaggio amatissimo in tutta Italia e quindi, a prescindere dal mio libro, avrebbe avuto probabilmente una sorte diversa rispetto a loro.
Diciamo che ho semplicemente precorso i tempi rispetto ad altri scrittori e saggisti che certamente se ne occuperanno. Le ragioni però sono state le stesse in quanto i suoi film e i suoi libri hanno accompagnato varie generazioni, compresa la mia e a me, come certamente a moltissimi quarantenni di oggi, hanno insegnato a capire e amare Napoli e da un diverso punto di vista.
Quando Così parlò Bellavista uscì nelle sale, nel 1984, avevo dieci anni e andai a vederlo al cinema accompagnato mio padre – alla cui memoria ho dedicato il libro- ma poi molte altre volte lo rivedemmo a casa durante le cene con amici di famiglia proiettandolo con un proiettore Super 8 e noleggiando le “pizze” da Cine Sud, storico negozio di audiovisivi a Via Monteoliveto.
Non erano ancora i tempi del videoregistratore e ogni film, per me bambino, era un evento. Da grande, poi, ho scoperto che al di là del divertimento e delle battute – entrate peraltro nel linguaggio collettivo – il film e i libri di Luciano De Crescenzo racchiudevano idee e messaggi importanti che in qualche modo meritavano di essere esaminati e contestualizzati in un racconto biografico dettagliato e con un taglio diverso dalle sue due autobiografie.
Per la pubblicazione con Mondadori ho invece il dovere morale di darne il merito a Renzo Arbore che – dopo aver letto il libro e definendolo l’opera omnia sull’amico Luciano – si è impegnato tenacemente affinché avesse lo stesso suo editore.
Il libro insomma è nato così: per amore, per passione e un po’ grazie al destino. Parafrasando Luciano De Crescenzo posso dire che anche io “sono stato fortunato”.

Andrea Jelardi
Napoletano di origini sannite, laureato in Conservazione dei Beni Culturali, ha svolto attività didattica universitaria a Napoli e ha fondato a San Marco dei Cavoti (Benevento) il Modern – Museo della Pubblicità. Giornalista dal 1994 e Cavaliere al merito della Repubblica, ha pubblicato oltre venti libri.

Benedetto il frutto

Eros, desiderio irrefrenabile, ingestibile, furente in manifestazioni che Lei palesa senza inibizioni può spiritualizzarsi, così come ritenuto dalla lirica greca?
Deve spiritualizzarsi. Corpo e spirito si completano, si animano, si eccitano a vicenda. La loro dissociazione è innaturale. Sembra un discorso astratto, in realtà è molto concreto. La Chiesa, principale promotrice di questa dissociazione, ne è la vittima più evidente: da un lato la rimozione della sessualità manifesta, dall’altro la proliferazione della sessualità occulta, con tutti gli scandali e gli abusi sessuali che ne derivano. Sono ovviamente fenomeni collegati, l’origine della malattia e il sintomo.
Faustina scopre tardivamente di possedere un corpo.
Il sentimento erotico, prodromo al godimento in qual dimensione reputa che sia in sé assimilato alla limitatezza a cui è destinato l’individuo?

La parola “eros”, in greco, esprime carenza, desiderio di ciò che manca. Quindi il limite è connaturato all’eros, e il sentimento della morte è un suo alleato.
Lei ha scritto un romanzo erotico -volendo applicare una categoria- e l’erotismo smentisce la chiusura in sé dell’individuo, della sua coscienza più intima all’altro, all’alterità.
Ciò non lo accomuna alla morte, rievocando naturalmente Bataille?

Vita senza morte, o morte senza vita, semplicemente non esistono. Eros e thanatos non sono separabili.
Oggidì la sessualità è libera e policroma. Ebbene, tale libertà resta socialmente inconfessabile. Il sesso e la sessualità, per rottura di livello ontologico, restano una “forza” di natura più o meno incerta, ovvero un tabù da censurare implacabilmente?
Una forma di limite, di difficoltà, di segretezza deve restare, perché, appunto, eros è mancanza. Il tabu invece è male. La mia impressione è che questo tabu riguardi la morte e dunque, per estensione, eros. Il rifiuto della morte comporta un rifiuto di eros. Ma accettare la morte è possibile solo quando si sa di avere un corpo mortale e un’anima immortale. Se si pensa di essere solo un corpo mortale, il rapporto con questo corpo diventa morboso, disperato, disturbato. Eventualmente ipersessualizzato. Ma chiuso all’esperienza dell’eros.
La vicenda di Faustina, attingendo a uno dei cliché letterari più potenti di sempre, racconta la rimozione sessuale di un’intera civiltà. Perchè la morale sessuale pare essere uno degli aspetti in cui la nostra civiltà è progredita di meno negli ultimi 4000 anni?
Perché abbiamo dissociato corpo e spirito, cioè eros e logos.

Giulia Villoresi è laureata in Storia moderna e ha un dottorato in Storia religiosa e istituzioni della Chiesa. Scrive per L’Espresso e il venerdì di Repubblica. Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi La Panzanella (2009, premio Vittorini opera prima) e Chi è felice non si muove (2014).