Ius sanguinis

L’espressione “ius sanguinis” significa, nella sua accezione legale, il principio del diritto per cui un individuo ha la cittadinanza di uno Stato qualora uno dei propri genitori o entrambi ne sono in possesso.
Ebbene, nel suo romanzo cosa indica?

Nel romanzo la riflessione parte proprio dall’accezione legale dell’espressione in senso stretto. La vita degli esseri umani è profondamente segnata dalle proprie radici. Si è cittadini italiani se si nasce da italiani ma anche principi se si nasce da re o da regine. Talvolta il primo vagito proviene dal posto o dalla culla sbagliata e così, senza nessuna responsabilità, la propria condizione muta, la strada diventa in salita, il viaggio senza ritorno. A volte il legame indissolubile con le proprie radici -che lo si desideri o meno, che lo si contrasti o lo si accetti- determina anche un’eredità di sentimenti, emozioni, frustrazioni ma anche occasioni e possibilità difficili da decifrare, da evitare o da cogliere. Ognuno di noi però è, da adulto, esattamente la persona che è destinata a diventare in ragione dell’aria che ha respirato, dell’amore che ha ricevuto o che gli è stato negato, a meno che, ad un certo punto, senza ripudiare nulla del passato, tenti di cambiare la sorte, di spezzare una catena di eventi apparentemente destinati a ripetersi e, come dico nella frase scelta per introdurre il romanzo “…trasformi la sua maledizione in benedizione”.
“Stinco era magro, molto magro, non a caso lo chiamavano così. Correva come un pazzo, tutto il giorno, in sella al suo motorino truccato, cavalcando forsennato le sponde dei due torrenti. A casa non tornava mai, e perché avrebbe dovuto tornarci?”
Quanto Stinco somiglia al Dioniso euripideo nelle intenzioni, nel vigore ctonio ed insondabile?

Sorrido perché è la domanda ad avermi suscitato il possibile paragone. Sorrido perché, da sola, non ci avrei mai pensato e certo non l’ho pensato mentre raccontavo la storia di Stinco, al secolo “Alfredo Morini”. Invitata però alla riflessione, posso dire con una certa dose di certezza (poi si sa nessun autore controlla mai i suoi personaggi, quelli fanno i primi timidi passi quando escono dalla penna poi mano mano, nel tempo e nelle pagine, finiscono per diventare qualcosa di differente e, alla fine, quello che vogliono loro) che in Stinco non c’è niente di divino. Niente. Se c’è un personaggio nel libro umano fino in fondo è proprio lui. Umano nell’irriverenza, nello sberleffo, nell’intelligenza, nell’intuizione ma anche nella crudeltà e nel cieco egoismo. Umano fino all’ultima cellula del suo essere, nella difesa legittima della sua libertà rispetto ai sensi di colpa e a quello che ci si sarebbe aspettato facesse. Stinco non ha nessuna ambizione di dimostrare la sua provenienza divina e neppure di diventare una divinità. È il personaggio più controverso e, forse per questo, più amato dell’intero romanzo.
Stinco e sua sorella Miriam.
Quali tratti assume la giovinezza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?
La storia, che tengo a sottolineare, è una storia d’amore, seppure sgangherato molesto e di fatto non vissuto perché invivibile, inizia alla fine degli anni settanta e arriva fino ai nostri giorni. Miriam ha dodici anni e il fratello diciotto. Sono due fratelli, sono due ragazzi. L’infanzia che condividono in parte perché c’è una certa differenza d’età e perché poi la vita li porterà presto lontani, il sapore della loro primissima giovinezza, sarà di fatto l’unica eredità seria sulla quale potranno seriamente contare. Utilizzeranno quegli anni in maniera diversa, Stinco fuggendo e forse salvandosi, Miriam arrivando fino in fondo al dolore, ma la giovinezza, vissuta alla fine di quel periodo storico, formerà il nocciolo autentico degli adulti che diventeranno. Penso che questo valga per i personaggi di Ius sanguinis ma valga un po’ per tutti. Alla fine, malconci un po’ acciaccati oppure fortificati e maturati, si torna sempre a casa e casa è il posto in cui si è stati ragazzi.
Il suo libro è tessuto intorno alle relazioni familiari. Un padre totalmente assente ed una madre perennemente in lacrime.
Perché i legami familiari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?

La famiglia è a tutti gli effetti un fattore criminogeno. Non credo di dire nulla di rivoluzionario, basta leggere i dati di cronaca, almeno di questa parte di mondo dove, per molti, i bisogni primari sono ampiamente soddisfatti. La famiglia è un fattore criminogeno come lo è la miseria o l’assoluta mancanza di mezzi culturali. In particolare, la famiglia è legame, indissolubile, eterno, anche quando i suoi componenti se ne allontanano, anche e forse ancora di più, quando è un nucleo disgregato, disfunzionale, direbbero gli esperti. Però è il posto dove nascono e maturano i sentimenti più veri ed autentici e, a volte, la potenza di certe emozioni può congiungere, generare ma anche dividere o annientare. Direi che la famiglia va trattata con prudenza, assunta con moderazione, sotto stretto controllo medico, come si fa con un farmaco in grado di salvarti la vita oppure di mandarti in overdose. In qualunque contesto di aggregazione sociale e anche in quello familiare va mantenuta la propria capacità di autodeterminarsi, coltivata la forza di non farsi travolgere e allora, da persone libere, la famiglia può essere una risorsa, una voce che sussurra “andrà tutto bene”, un porto sicuro nel quale tornare.
Il titolo del romanzo richiama tempestivamente il tema dibattuto, talvolta con toni accesi, della cittadinanza. La lotta politica, l’adesione ad una causa: i nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, siffatti propositi di cambiamento sociale?
I nostri tempi, ma proprio la nostra attualità più stringente, devono, non possono, accogliere i propositi di cambiamento sociale. È inconcepibile che, in ragione delle emergenze del momento (anche delle più drammatiche come quelle legate alla crisi pandemica), ci si possa dimenticare dei diritti civili per tutti, dello ius soli o dello ius scholae. È inconcepibile perché dovrebbero essere battaglie già vinte conquiste già fatte, valori condivisi e invece sembra che la paura del cambiamento prevalga su tutto, che la gente preferisca chiudersi all’interno delle proprie poche certezze, fidando così di essere al sicuro. Condividere con gli altri non renderà nessuno più povero e il futuro di questo paese, come del resto del mondo, sarà nel costruire una civiltà multietnica, pacifica e rispettosa dei tratti comuni e delle differenze di ognuno. Una cosa che raccontano gli astronauti al rientro dallo spazio e che quindi colgo come un dato scientifico e non come un’opinione, è che, osservando la terra da lassù, non si distinguono i confini tra le nazioni, mentre noi nel 2022 parliamo ancora di muri, identità culturali e sovranismo. Faccio seriamente fatica a comprendere come ci si possa ancora scontrare su questi argomenti e come alcuni principi elementari di redistribuzione della ricchezza, di equità sociale, di diritto allo studio e alla propria identità personale, non costituiscano il punto di partenza per un qualsiasi progetto per il futuro.

Maria Laura Antonini
Avvocato dal 1994, esercita la professione a Perugia dove attualmente vive e lavora. Vince a diciotto anni le cinque puntate del programma televisivo “Parola mia”, condotto da Luciano Rispoli. Nel 2014 vince il “Premio letterario lune di primavera e, nello stesso anno, il “Premio letterario Città di Castello”. Pubblica, nel 2017, il romanzo “L’ultima domenica d’inverno” Edizioni Helicon, che si classifica al secondo posto della V edizione del concorso “Ragunanza di Poesia, narrativa & Short Movie”. Nel 2020 la sua opera “L’ultimo raccolto” viene pubblicata in un’antologia a seguito del riconoscimento ricevuto nell’ambito del Premio Internazionale Ranieri Filo della Torre.

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