Dagli anni ’60 del Novecento il corpo delle donne diviene l’attore della discussione politica. I movimenti femministi ispezionano i paradigmi nonché i ruoli convenzionale delle donne. E’ stata sua intenzione gettare luce, mediante il corpo di Livia, 130 kg, sullo sguardo coevo al corpo muliebre? Il corpo è lo spazio dell’esistenza e siamo al mondo, occupiamo il tempo e la latitudine del mondo attraverso il nostro corpo. Mi pare brutale che a parlare del corpo delle donne molto spesso non siano le donne, quindi, sì, certamente ho voluto che fosse il corpo di una donna a parlare di sé stesso, a disegnare il suo perimetro e a cercare la sua posizione, il suo spazio luminoso nella contemporaneità, che spesso esclude, mistifica, rigetta soprattutto i corpi ritenuti “difformi” o “difettosi”, imperfetti. Come si pone, tratteggiando la storia di Livia, rispetto al dualismo, concezione teorica che vede un qualche tipo di separazione tra anima e corpo, tali da collocarli in due ambiti separati? La stori a di Livia e di Corpo vuole ricucire la frattura ontologica: anima e corpo coesistono e non sono separati. Il corpo è anima che si incarna. Il corpo racconta l’anima. Non c’è corpo senza anima e viceversa. Lei ha dichiarato di esser stata ispirata da Ana Mendieta. la quale conferisce primaria importanza alla visione del proprio corpo umano immerso in una natura primordiale. Ebbene, qual è il legame tra Mendieta ed il corpo di Livia? Entrambi i corpi, quello di Ana Mendieta e quello di Livia cercano un posto nel mondo, nello spazio e vogliono le radici, le foglie, la terra e le nuvole. Vogliono sentirsi parte di tutto, vogliono uno spazio e cercano un legame. Nell’arte come nella vita, i loro corpi cercano di confondersi, di farsi mondo, ma non per nascondersi. Solo per rivelarsi. Il suo pare profilarsi come un resoconto d’insieme sulla vita, un’immersione nella contemporaneità talvolta spietata e disillusa. Esistono balsami per lenire l’amara ruvidezza della realtà? Esistiamo noi, con la nostra storia e le nostre infinite e diverse sensibilità, noi che siamo fatti di pensiero. Pensiero che talvolta per quanto è forte e radicato si fa carne e ossa, materia vivente. Il balsamo è la carezza, la presenza, l’avvicinamento, lo sfioro dei nostri mondi coi mondi degli altri. La cura al dolore non è nella solitudine, ma solo nella condivisione. Le sue pagine illuminano le piccole increspature dell’anima. Le crepe possono essere foriere di benefici interiori, quantunque le ferite? Si parla molto, per esempio lo fanno tanto bene alcuni poeti, di ferite come feritoie, come segni insanguinati, ma anche aperture attraverso le quali guardare il mondo, magari con sguardo diverso. Non lo so se è davvero così: le ferite fanno male fin quando sono aperte. Questo lo so sulla mia pelle. Alle ferite, preferisco le cicatrici: segni chiusi, mappe dei nostri giardini segreti.
Maura Chiulli Scrittrice, mangiafuoco. Si interessa di body art e arte performativa. Esordisce con il romanzo Piacere Maria (Editrice Socialmente, Bologna, 2010), cui sono seguiti i saggi Maledetti Froci & Maledette Lesbiche (Ed. Aliberti Castelvecchi, Roma, 2011) e Out. La discriminazione degli omosessuali (Ed. Internazionali Riuniti, Roma, 2012), e il romanzo Dieci giorni (Hacca, 2013). A novembre 2018 torna in libreria con il romanzo “Nel nostro fuoco” (Hacca). Selezionato al Premio Campiello, ottiene una menzione speciale al premio Grotte della Gurfa e finisce nella cinquina finalista del Premio Segafredo -Zanetti Città di Asolo “Un libro un film”.
“Alla storia del costume di Napoli appartengono guappi e femminielli: qual è il filo rosso che li accomuna?” -Questi due personaggi sono legati alla realtà del vicolo, microcosmo autosufficiente perché dotato di una propria economia a cui ognuno di loro contribuiva. Se il guappo fungeva da garante dell’ordine e da mediatore, il femminiello svolgeva degli incarichi per conto del vicinato, oltre ad esercitare la prostituzione, una delle attività illecite, insieme al contrabbando e all’usura, che sorreggevano l’economia del vicolo. Entrambi sono l’espressione di una sottocultura che, sotto la spinta globalizzante, si è estinta e di un mondo che appartiene al passato ed è stato spazzato via con le sue tradizioni.
“Cultura patriarcale di stampo camorristico, sentimento religioso e gestualità enfatica, dunque, legano il gamurro della Spagna medievale e il femminiello, anello di congiunzione tra il maschile e il femminile. Si tratta di semplicistiche espressioni di una sottocultura folklorica?” -Anche le origini spagnole accomunano guappi e femminielli che hanno avuto un’importanza tutt’altro che secondaria nella storia della nostra città. In particolare, i guappi hanno rappresentato un’autorità che si è contrapposta a quella costituita fino a sostituirla. In un contesto come quello meridionale, difficile da gestire a livello sociale e politico perché sempre sul filo dell’illegalità, i guappi hanno goduto di un potere indiscusso al punto che, se un regista doveva girare un film in un vicolo, era costretto a chiedere loro l’autorizzazione. Del resto, dopo la proclamazione dell’unità d’Italia, il questore Carlo Aveta aveva nominato i guappi Nicola Capuano e Nicola Jossa Commissari di Pubblica Sicurezza e se ne era servito per combattere la camorra. Per quanto riguarda i femminielli, è stato riconosciuto, anche se tardivamente, il loro contributo alle Quattro giornate di Napoli. Insieme alle donne, ebbero un ruolo di primo piano nell’organizzare la resistenza, mobilitandosi per la ricerca dei viveri ed erigendo le barricate di San Giovanniello – nell’area di Piazza Carlo III -, il quartiere dove abitava Vincenzo ‘O femminiello, uno dei valorosi.
“Lei riporta riti, cerimonie e condotte dei guappi e dei femminielli, tessendo un’opera di saggistica che si avvale di varie fonti (letterarie, giornalistiche e iconografiche) ed è il frutto di un accurato lavoro di ricerca. In qual misura il femminiello, che potrebbe essere accostato ad altri esempi atipici di identità di genere come il Muxe, è una figura radicata nello specifico contesto napoletano?”. -Il femminiello è profondamente radicato in un contesto di per sé tollerante quale quello napoletano in cui l’omosessualità non è mai stata considerata un crimine (si pensi che nell’Ottocento Napoli era considerata la città più liberale d’Europa). Il suo atteggiamento collaborativo ha favorito l’inclusione nel vicolo dove era protetto dagli stessi guappi e dalle donne che gli affidavano i loro figli. Nel vicolo ha goduto di un rispetto già ricevuto in famiglia, nella quale è ben integrato e svolge le faccende domestiche. Come in Messico un muxe non è emarginato, così il femminiello vive con naturalezza la propria condizione atipica e, incarnando un tipo di femminilità tradizionale, quasi retrò, è accettato anche socialmente, come è dimostrato dalla sua partecipazione alle feste popolari come il rito propiziatorio della tammurriata, la tombola vajassa e la riffa. Inoltre, a causa della sua identità difficile da catalogare, è sempre stato benvoluto perché, secondo le credenze popolari, si riteneva che portasse fortuna in virtù dei poteri magici a lui attribuiti che ne facevano un intermediario dell’aldilà.
“La ‘cartolina’ fotografa i napoletani rappresentati dal binomio “pizza e mandolino”, proiettandoli così lungo sentieri inclinati ed escamotage di cliché e luoghi comuni. Come si affranca lo spazio identitario da ingredienti nocivi quali l’asfittica trappola nel vicolo cieco delle concezioni duali: moderno – arretrato, sviluppo – sottosviluppo?” -Per pensare Napoli in modo differente, senza ricadere in un’immagine edulcorata o precipitare nei soliti triti dualismi, è necessario promuovere la cultura, che è soprattutto cultura della legalità. Ciò deve portare alla creazione di spazi di accoglienza per togliere dalla città eventuale manovalanza per la malavita. Quest’impegno nel sociale comporta, ovviamente, un’attenzione ai minori, alle fasce deboli che rimarranno tali se persiste il fenomeno dell’evasione scolastica. Per realizzare tali progetti occorre una reale volontà politica di cambiare lo status quo, trasformazione che può essere attuata anche attraverso l’associazionismo laico e religioso.
Saffo, tesoro d’arte ed umanità, probabilmente la poetessa più celebre dell’antichità, innumerevoli volte tradotta e, talvolta, tradita negli intenti, imitata da Apollonio Rodio, Teocrito, Lucrezio, Orazio, Catullo, Parini e Foscolo. Per quali ragioni da sempre emerge quale pioniera nell’indagare i sentimenti dell’essere umano ed antesignana nella ricerca individuale di un posto nell’esistenza? Saffo è la prima, come afferma Odisseas Elitis, ad averci insegnato a dire “ti amo”, la prima a porre la vita emozionale al centro del suo mondo, la prima, per quel che ne sappiamo, ad aver affermato con coraggio che la guerra e l’estetica del duello eroico sono nulla rispetto alla grammatica dei sentimenti. È lei, inoltre, ad aver insegnato alla cultura occidentale la physis dell’innamoramento. Molte primogeniture che ci autorizzano decisamente a considerarla la decima musa. Al Giambo di Archiloco, Semonide ed Ipponatte; all’Elegia guerresca di Callino e Tirteo, alla politica di Solone, alla gnomica di Teognide e Focilide, all’amorosa di Mimnermo, risponde la lirica monodica di Saffo. Ebbene, in qual misura la lirica monodica di Saffo è capace di affermare quella dimensione soggettiva ed individuale della Poesia, già intravistasi nei poemi esiodei? Non ne parlerei in termini antinomici, tuttavia la centralità dell’io poetico nella produzione di Saffo è indubbio. Una centralità che come ci hanno insegnato Bruno Gentili e Claude Calame fra tutti non si può perfettamente sovrapporre all’io intimo e alla personalità individuale. Esiste, anche, in Saffo una chiara consapevolezza dell’importanza della Poesia come chiave per raggiungere non solo la Bellezza e la fama in vita, ma anche l’immortalità. Il rapporto con le Muse, così come quello con Afrodite, è esclusivo e settario. Saffo è capace di indurci alla commozione d’un nodo in gola, allorché scrive: “Tu sei la mela non colta, il segreto/frutto rimasto celato tra i rami:/tu, la più bella, più rossa, più tonda/sola rimani”. Chi tra noi non s’è mai sentito desolatamente solo o presuntuosamente unico? Forse è questa la ragione per la quale alimenta sussulti e tremiti dal VII sec a.C.? Di certo questa è una delle ragioni, basti pensare anche ai notturni metafisici con quelle lune gigantesche che sono il preludio di tanta poesia occidentale, compresa quella leopardiana. Non c’è solo il canto della solitudine e dell’unicità tuttavia: anche il modo delicatissimo con cui Saffo parla della stagione in cui si diventa grandi o quello in cui si perde la bellezza della gioventù è indispensabile alla contemporaneità. Persino, in questi tempi cupi, il suo sguardo disincantato e feroce sulla guerra.
Silvia Romani insegna Mitologia, Religioni del mondo classico e Antropologia del mondo classico all’Università Statale di Milano. Tra i suoi libri: Il mito di Arianna (con Maurizio Bettini), Il mare degli dèi (con Giulio Guidorizzi) e, ora Saffo, la ragazza di Lesbo (Einaudi 2022)
Amore, abbandono, dolore, gelosia: una girandola di sentimenti; i temi che tange paiono essere attinti dal patrimonio tragico greco. Quanto è stato influenzato dalle letterature che l’hanno preceduta? Ha dei mentori o non ravvede punti di riferimento? Sì. È vero, mi ha sempre attratto il pathos, la “consistenza del sentire”. Credo che senza intensità emozionale i sentimenti non valgono la pena. Quando sei innamorato, sia pure di un’illusione irreale, tutto assume i contorni del tragico, l’idea stessa di poter perdere “quella persona” assume toni da tragedia. Ovviamente nel mio percorso poetico mi sono ispirata a tanti “grandi”, a poeti come Kavafis, il più moderno dei tragici, a Silvya Plath, al suo sentirsi sotto una campana di vetro, una campana da cui attingeva i sentimenti del mondo intorno a lei, ma ne aveva paura. Ho conosciuto con l’età adulta la bellezza della poesia di Antonia Pozzi e quella di Amelia Rosselli, i loro versi eminenti hanno stimolato ogni mia fibra sensibile. Anche loro hanno avuto un iter doloroso nell’approccio poetico, sono state divorate dal demone della ricerca estetica. Avendo fatto il liceo classico devo molto anche ai tragici greci, col tempo le loro opere le ho trasformate in memoria, per rinforzare lo scheletro del mio poetare, e ancora oggi credo che i loro testi abbraccino l’intera umanità, di ogni tempo e luogo. E ringrazio un mentore in assoluto, Pier Paolo Pasolini, la bellezza di ogni sua parola è insostituibile. Ci vedo armonia, ritmo e oscenità. L’amore, soventemente, appare fugace, ingannevole, temporaneo e deludente. Ritiene che siffatto sentimento non possa assumere carattere salvifico? L’amore è sempre salvifico, anche quando è fugace e ingannevole, senza amore la vita non serve. In questo mondo così pragmatico si tende a pensare che l’amore, soprattutto a una certa età, diciamo dai cinquanta in su, sia solo una mattana, proprio perché tanta gente non ci crede più. Invece, secondo me, l’amore è una sorta di fede, di religione, ecco perché è salvifico. E una religione che si materializza in un volto, un sorriso, due occhi che ti sorridono. Come una luce che ti inonda, che ti modella la mente, i tendini, i nervi. La parola amore ha un suono da fiaba, anche quando è senza lieto fine e senza futuro. Perché, se ci pensa, di ogni amore vissuto e finito ci portiamo dentro sempre delle cose, e questo significa che ogni amore ha il suo peso, certo a volte il peso di una rosa tardiva, leggero e fastidioso, alcune volte il peso di una montagna, enorme, come l’inciampo di un tempo che non torna più. Ma di quel tempo non provi più tristezza. In un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla Poesia? Sicuramente sì, è una forma di libertà, per far sì che il presente, così deludente e ingannevole, come lo ha definito lei, non finisca per essere un tempo irrilevante, un tempo amputato di certezze. La poesia lenisce il conflitto con la vita, scrivere, leggere poesie, è una lotta mite, riguardosa, per affermare che esistiamo. Ci faccia caso, quando si legge una poesia ci sembra quasi di decifrare un segreto che ci riguarda, anche se non ci riguarda. E un riallineare i pensieri su qualche ieri felice o triste, non importa, ma che in quel momento ti appare bello, perché assume un senso, e la bellezza è senso. Ecco, quello che manca in assoluto ai nostri giorni è la bellezza, siamo circondati da agi, viviamo nel confort delle antenne, nella sicurezza delle porte blindate, ma non troviamo un grammo di bellezza da nessuna parte. Come se tutta la confusione del nostro tempo venisse spogliata di valore, si riducesse solo a un apparire. Invece la poesia è per la vita. La sua versificazione è lucida, nitida, disincantata, priva di edulcorazioni, scevra da vergogne. C’è un limite a ciò che si può narrare? Tutti gli aggettivi che lei usa per definire la mia poesia sono, per me, medaglie al valore. La ringrazio per questo. Ma se c’è un canone estetico a cui mi attengo in assoluto, direi che è il rigore. Il superfluo vorrei eliminarlo per sempre da ogni verso, perché la poesia deve essere lucida e nitida, scevra da inganni. Una volta, una ragazza mi ha detto Vedo la mia anima in ogni tua poesia, ecco questa frase non l’ho mai dimenticata. Perché ha centrato in pieno il senso del mio poetare: le mie poesie cercano spiragli, finestre, porte, fessure, per uscire un po’ dalla troppa impostazione, per stare fuori, tra la gente, per essere smart, come si usa dire oggi. Inoltre, la poesia d’amore nasce sempre dal bisogno di certe emozioni, dalla paura di vivere quelle emozioni fino in fondo, dalla paura che la persona che ami ti dica che non voglia stare con te, che non prova niente per te, che ti dica ti voglio bene, o che non te lo dica, sussiste sempre una sorta di paura, è la non accettazione che l’altra persona possa farti andare oltre, in una sorta di malia, oltre i limiti che ti eri imposto. E se subentra quella paura la poesia d’amore sa farsi anche erotica, sa diventare oscena, a tratti, perché esplica il bisogno di comunicare la tua passione, di raccontare al mondo intero quell’amore, quella pazzia. La tua debolezza. Lei reputa che il potere delle parole d’amore sia infallibile ma esse possono altresì costituire un veleno a rilascio graduale. Ebbene, qual è l’antidoto? Le parole d’amore lasciano sempre una traccia, che sovente è traccia di morte. E come se l’amante abbandonato, scrivendo, voglia lasciare indizi della sua morte nella memoria del suo carnefice. Con una volontà demoniaca. In fondo le poesie più intense, sofferte, sono quelle che scrivi quando hai il cuore a pezzi, quelle che quando sei guarito dal mal d’amore, e le riguardi, pensi Dovevo essere proprio matta. C’è da aggiunger che io scrivo poesie al femminile, racconto del mio amore verso le donne, per farlo uscire da quel palinsesto di codici in cui lo hanno incasellato secoli di oscurità. Per dargli parola, per farlo parlare. Certo che la poesia, come ogni atto d’amore, può prendersi una rivalsa e caricarsi di parole di rabbia, inoculare veleno. E non c’è antidoto, perché quelle parole che hai scritto sono già una stigmatizzazione. Potremmo chiamarla utopia, invece di poesia, e scoprire che non c’è alcun antidoto all’utopia. L’utopia è l’unica parola che dà senso alle cose umane.
Emilia Testa ha avuto riconoscimenti in numerosi concorsi, tra cui il Premio Clepsamia 2020 a Milano con il racconto “L’incanto”, il primo posto al Concorso Letterario Intercontinentale “Stabia in Versi” con il racconto “La voce amica della luna”, il terzo posto al Premio Nazionale di Lettere d’Arte Città Viva di Ostuni con la poesia “Il futuro del passato”. Molti suoi lavori figurano in prestigiose antologie poetiche, quali “Il Tiburtino 2020” edito dalla Aletti Editore, “Luci Sparse 2020”, “Pagine di arte e poesia” edito dall’Accademia dei Bronzi, “Ravenna al mare” edito dalla Claudio Nanni Editore, “Le poesie del Clepsamia 2020” edito da VJ Edizioni, antologia dell’Associazione Culturale “Città viva di Ostuni 2020” edito dall’editore Locorotondo. Sempre per Dantebus Edizioni nel 2020 ha pubblicato, per la collana poetica “Logos”, dodici poesie all’interno dell’antologia collettiva. E ancora nel 2020 con la Vitale Edizioni ha pubblicato la sua prima opera monografica “Il rovescio liquido delle parole”.
Helios d’Egitto, Siracusa, Taranto, Cirene, Megara. In qual misura i viaggi che Platone compie, morto Socrate, lo accostarono ad affiancare al logos altri strumenti di indagine e di conoscenza? Ho sempre pensato, seguendo una suggestione di Nietzsche, che Platone dopo una prima iniziale fascinazione per la figura di Socrate, abbia poi cercato una sua strada: da giovane, come sappiamo dall’Antologia Palatina, scriveva poesie e pare che per diventare allievo di Socrate fosse stato costretto a bruciarle per convertirsi al pensiero dialettico. I viaggi gli consentono di entrare in contatto con i luoghi dell’anti-socratismo, dove persisteva o era stata restaurata una concezione iniziatica ed esoterica della vita. In questo modo andava a riprendersi i tesori dell’arte e della giovinezza: il sentimento, l’immaginazione, l’incanto, lo stupore. Una vera conversione esistenziale prima ancora che professionale. I greci erano profondamente ed interiormente consci del vigore, dello stupore e delle insidie insite nell’irrazionale. Quindi, perché la tradizione si ostina a reputare Platone immune da forme di pensiero primitive, se non è esente alcuna società che cade sotto la nostra diretta analisi? Perché il logos è rassicurante e il mythos perturbante. Il logos spiega, razionalizza, colloca, pensa in modo binario e, nonostante quel che sosteneva ironicamente Socrate, il logos sa di poter sapere. Nel mythos no: siamo nel campo del verosimile, dell’incertezza, dell’ambiguità, le cose possono andare in un modo ma anche in un altro modo. Non è un caso, come ha dimostrato Marcel Detienne, che le varianti di un mito sono infinite. La potenza del mythos, che lo rende ancora oggi intrigante ai miei occhi, è che salva il mondo dal disincanto, dalla razionalizzazione e dalla potenza della tecnica. Ma da Socrate in poi l’Occidente, per motivi che qui sarebbe lungo spiegare, ha scelto la strada apollinea rispetto a quella dionisiaca quando, per dirla sempre con Nietzsche, i Greci avevano saputo tenere insieme miracolosamente le due dimensioni. Platone, orbene, il più genuino emblema del processo d’avvio del razionalismo, si fa un simbolo controverso, operando un prolifico incastro delle idee magico-religiose che posseggono un lontano principio nella civiltà sciamanistica settentrionale. I Custodi della Repubblica come una sorta di sciamani razionalizzati? Ci sono tanti Platone. E’ un pensatore inesauribile. Non se ne viene mai a capo. Ho scritto quattro libri su di lui. Tutta la filosofia successiva è una glossa al suo pensiero. Platone, come dice Giorgio Colli, è una sfinge, dai mille volti, dalle mille maschere. Socrate è la maschera principale, ma non è, come potremmo pensare, un personaggio risolto, a tutto tondo. Intanto ha dentro di sè un demone, che rende doppia la sua natura. E poi è come un sileno che nasconde chissà quali segreti. Il Platone della Repubblica, dei filosofi-re, tanto criticato come totalitario da Karl Popper, è solo uno dei tanti e, come cerco di mostrare nei miei lavori, non il migliore. E comunque anche l’utopia dei custodi-sciamani potrebbe essere letta come una distopia, come un grido d’allarme: attenzione, se non vi date una regolata, se non anteponete il bene comune ai vostri interessi, il rischio è che arrivino gli uomini della Provvidenza. Inoltre non ritengo che l’aspetto politico sia preminente in Platone, sicuramente è subordinato o ancillare rispetto a quello metafisico. Lei sceglie di analizzare la “Lettera Settima” per narrare la storia di una conversione dello sguardo e del desiderio. Perché ha optato proprio per quel testo dell’autore dei “Dialoghi”? Perché è un testo della vecchiaia, in cui Platone fa un bilancio della sua vita, deluso dalla politica del suo tempo e dai fallimentari tentativi di realizzare su questa terra una società giusta. E’ poi l’unico testo in cui parla direttamente, senza mimetizzarsi in Socrate o in altre figure. Infine perché in questo testo dice una cosa che non dice altrove, almeno non con questa chiarezza: che lui mai si è occupato, e mai si occuperà pubblicamente e discorsivamente, di questioni ultime, perché queste – come sostengo nel libro – sono al di fuori della portata degli uomini. Ciascuno, tali questioni, le coltiverà con i suoi mezzi, in un rapporto personale col divino, fatto di meditazione, purificazione, ascesi, distacco dai beni terreni. E’ il Platone mistico-artista di cui parlo. Tra i probabili motivi del volo dalla ragione, è possibile addurre la paura della libertà, ovvero di quella luce che produce orrore e sgomento? Le rispondo con una domanda: ci piace vivere in un mondo disincantato, dove i significati, quasi sempre decisi dai più forti, sono là, sotto gli occhi di tutti, prendere o lasciare, un mondo di fatti senza interpretazioni, dove la scienza è parola unica e ultima? Certo, la scienza libera dalla minorità, dalle streghe, dal pensiero magico, ma siamo sicuri che non abbia bisogno di un correttivo, di un bilanciamento? Lasciata a se stessa, diventa dogma e diventando dogma delegittima espressioni umane che sono portatrici di verità e di senso anche se non sono ottenute attraverso processi di analisi, di correzione e di verifica di tipo sperimentale. E’ qui che si apre il grande campo dell’arte, della poesia e della letteratura.
Stefano Cazzato si è laureato in filosofia a Pisa nel 1989. Insegna da molti anni nei Licei, attualmente al Liceo Carducci di Roma. Collabora con riviste e siti (Rocca, Via Po, Zona di disagio, Il Convivio, MuMag, Roma in jazz) e ha scritto numerosi libri: Esercizi di realismo, Manni, 1999; Dialogo con Platone. Come analizzare un testo filosofico, Armando, 2010; Una storia platonica. Ione la stirpe degli interpreti, Giuliano Ladolfi editore, 2017; Il racconto del Timeo. Platone e la letteratura, Giuliano Ladolfi editore, 2019; La quasi logica. Pratiche del consenso e del dissenso, Giuliano Ladolfi editore, 2020; Studiò diritto ma poi si piegò, Giuliano Ladolfi editore, 2021. Il divino Platone. Filosofia e misticismo, Intr. di L.Saviani, Moretti&Vitali, 2022, è il suo ultimo lavoro.
“La filosofia di Fabrizio De André” Dai caruggi malfamati genovesi alle asperità montane della Sardegna: quali sono le tappe fondamentali in relazione ai luoghi in cui visse? Fabrizio De André vive i suoi primi anni non a Genova e davanti al mare, ma in campagna, a Revignano d’Asti, dove la famiglia si era ritirata per sfuggire alla guerra dal 1941 al 1945. La campagna resterà sempre dentro la sua vita e dentro le sue canzoni che parlano spesso di fiori, profumi, spazi aperti e primavere. A Genova, nella sua adolescenza, scopre i carruggi e la vita del porto, le prostitute e il mondo della notte, il mare e le sue rotte. Ma la vita contadina, il rapporto con gli animali e la natura rurale resteranno sempre presenti. Proprio per questo, quando negli anni Settanta acquisterà una proprietà in Sardegna, sceglierà l’aspro entroterra e non la costa. Sebbene ci sembri naturale accostare De André al mondo dei carruggi non dobbiamo mai dimenticare questa vena campagnola che lo accompagnerà sempre e sarà lo sfondo di tante canzoni. Le canzoni di De André narrano di “emarginati”, disgiunti da qualsivoglia ordinamento. La lotta politica, l’adesione ad una causa: i nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, siffatti propositi di cambiamento sociale? Il mondo degli emarginati è certamente stato spesso cantato da Fabrizio. Ma dobbiamo ridefinire il concetto di emarginazione: nel mondo di Fabrizio non c’è posto per la discriminazione perché lui non si riconosceva nel mondo del potere e dunque non ne adottava il metro di giudizio. Per lui esistevano gli uomini e basta. I nostri tempi potrebbero imparare da Fabrizio ad accogliere senza giudicare, e a vedere l’umano senza etichette. La sua è essenzialmente una lezione di libertà e civiltà. Chi giudica è un “uomo piccolo” come la canzone Un giudice simbolizza. Pasolini sul Corriere della Sera scriveva ”…perché come sanno bene gli avvocati, bisogna screditare senza pietà tutta la persona del testimone per screditare la sua testimonianza…”. Cosa non è stato ancora perdonato a De André? Di essere un uomo integro e senza compromessi. Di essere un uomo libero e senza pregiudizi. De André non ha nulla che attende di essere perdonato perché non può essere giudicato con il metro di quel mondo borghese dal quale è uscito e che ha così tanto criticato durante la sua vita. La sua è un’etica della compassione e dell’accoglienza, non del peccato e del giudizio. Il suo libro è stato stampato a circa sessant’anni dalla pubblicazione del primo 45 giri di Fabrizio De André: Nuvole barocche. Qual è stata la più grande lezione di De André? Direi il pensiero critico, che poi è il pensiero filosofico stesso. De André non ha mai ceduto all’ovvio e al luogo comune. Ci insegna a guardare le cose con occhi sempre nuovi e a capire che forse c’è un mondo diverso che ci perdiamo quando accettiamo le cose senza riflettere con la propria testa. Qualsiasi cosa si pensi di De André, la libertà di pensiero è una lezione che ha vissuto e che ci invita a vivere sempre.
Professore, ha un ricordo personale che può offrirci di De Andrè e del suo Lirismo? Io non ho conosciuto personalmente De André, ma accompagna le mie giornate da molto tempo, sia come ascoltatore, sia come musicista. Ho un gruppo, che si chiama de André e la filosofia, con il quale condividiamo oltre che la passione per le sue canzoni anche il progetto di comunicare e portare la musica di Fabrizio ovunque ci sia la volontà di ascoltare e farsi coinvolgere dal pensiero di questo grande artista. Abbiamo suonato nelle carceri, nelle scuole, nelle università e nei centri di accoglienza, oltre che in tanti teatri e piazze. Abbiamo compreso che il lirismo, la musica, gli strumenti e le parole sono un tutt’uno in Fabrizio. E accostiamo sempre contenuti filosofici, che io narro al pubblico, con canzoni che poi suoniamo. Ne viene fuori un cammino, una navigazione insieme che non è solo una serata di musica ma anche di pensiero. Musica e filosofia.
Simone Zacchini è ricercatore confermato in Storia della filosofia presso l’Università di Siena. Si occupa del pensiero di Nietzsche, del tema della crisi dei fondamenti e di fenomenologia. Tra le sue pubblicazioni: Il corpo del nulla. Note fenomenologiche sulla crisi del pensiero contemporaneo (2005); La Collana di Armonia (2010) e numerosi saggi su Nietzsche, Bloch, Jankélévitch, Adorno, Husserl e Heidegger.
Il terrorismo eversivo, rosso e nero, ha avuto un ruolo rilevante nella storia italiana recente. Quanto reputa che abbia influenzato sentimenti personali e collettivi? Difficile fare una valutazione oggi. La lotta armata ha segnato soprattutto gli anni Settanta. Poi, dal rapimento Moro, non è stato più un conflitto tra Stato e movimenti che, con l’uso della violenza, volevano “cambiare il mondo” ma un groviglio di giochi, doppi giochi, tripli giochi, servizi segreti deviati, sospetti su apparati dello Stato infiltrati nella lotta armata. Quando un fenomeno di malcontento politico non può essere risolto in modo trasparente e costruttivo, lo si inquina, lo si corrompe, si fa in modo che nell’opinione pubblica si insinui il dubbio, la sfiducia sia nello Stato sia nei movimenti. L’obiettivo è di costruire una cortina fumogena che non consente di affrontare il problema della lotta armata con chiarezza. Lo scopo delle autorità istituzionali è di inscenare una lotta contro il terrorismo ma in realtà non lo si vuole risolvere perché la condizione di incertezza è funzionale al mantenimento di un clima politico che di certo non giova a chi vorrebbe migliorare tutti quei settori della società che non funzionano. Il terrorismo di sinistra (per usare una grossolana definizione) ha, con il tempo, alimentato un sentimento di disorientamento nei cittadini. Il terrorismo di destra, o meglio: lo stragismo (vedi la Banza Nazionale dell’Agricoltura a Milano, l’Italicus, Piazza della Loggia a Brescia, la stazione di Bologna), aveva l’obiettivo di seminare terrore, scoraggiare il Paese nel perseguire una politica di modernizzazione dello Stato, della sanità, dell’istruzione, del mondo del lavoro. E tuttavia, nonostante le sue atrocità, il terrorismo di destra è stato seguito poco, lo si è tenuto quasi in disparte per incanalare l’attenzione dell’opinione pubblica quasi esclusivamente sul terrorismo di sinistra che, in realtà, dovrebbe essere tenuto distinto dalla lotta armata. Parlare di lotta armata e parlare di terrorismo rosso significa parlare di due cose diverse. In sintesi, sì, il periodo degli “anni di piombo” ha inciso sulla sensibilità del Paese rendendolo insicuro ma, purtroppo, la violenza ha preso il sopravvento allontanando la gente dal dibattito politico invece di coinvolgerla maggiormente e in modo costruttivo. Da “Buongiorno, notte” e “La Prima Linea” a “Maledetti vi amerò” e “La caduta degli angeli ribelli”: 50 accuratissime schede di film. E’ rintracciabile un filo rosso ad accomunare la produzione cinematografica relativa alla lotta armata degli anni Settanta? Un filo rosso? Non saprei. È noto che la stragrande maggioranza dei registi italiani è “di sinistra” anche se questa definizione non è da interpretarsi in chiave ideologica. Diciamo, piuttosto, che i registi sono “di sinistra” più che altro perché, a differenza della letteratura, in Italia il cinema ha saputo andare al cuore del pubblico in modo più efficace. Diciamo, allora, che il “filo rosso” nel cinema italiano è costituito da una grande sensibilità che mira a rappresentare sullo schermo le tematiche sociali, culturali, politiche più svariate. La capacità del cinema italiano di raccontare la società è di gran lunga superiore alla letteratura e alla poesia (forse solo la canzone d’autore – De André e tantissimi altri – è riuscita a descrivere con grande accuratezza gli stati d’animo che hanno caratterizzato periodi chiave della storia sociale italiana). Detto questo, se il cinema si è occupato di terrorismo/lotta armata è perché l’approccio dei registi era dettato dal bisogno di raccontare un periodo travagliato (anni 70-80) sul piano umano più che sul piano politico e ideologico. In copertina, da una scena di “Colpire al cuore” di Gianni Amelio, si nota l’abbraccio di Trintignant al figlio. E, poi, “Caro papà”, “Colpire al cuore”, “La seconda volta”, “Buongiorno notte”: in qual misura la lotta armata sul grande schermo ha forti connotazioni romantiche? Nessuno dei 50 film che ho inserito nella rassegna ha tentato di spiegare le origini e le cause del terrorismo/lotta armata. Se qualche regista ci avesse provato, non avrebbe girato una storia romanzata ma un “docu-drama” o, più semplicemente, un documentario. Quasi mai i protagonisti di questi film dicono perché hanno scelto quella strada. Ma quasi sempre sono alle prese con problemi di coscienza e sensi di colpa che li spingono ad avere dubbi, a pensare di uscire dal movimento. Il cinema ha proposto al pubblico figure di eroi “maledetti” che hanno fatto scelte discutibili e non sanno come uscire dal vicolo cieco. In alcuni casi, il film assume i contorni del poliziesco oppure della spy story che allude a complotti internazionali. “…i registi hanno preferito assumere un atteggiamento prudente. Nessuno di loro è mai partito da un assunto provocatorio come il seguente: se lo Stato è insensibile alle istanze dei cittadini, è giustificato l’uso della violenza da parte di alcuni individui per costringere le istituzioni ad ascoltare?” Qual è la ragione sottesa a tale condotta? La spiegazione è tragicamente deludente. Nessun regista ha mai superato un certo limite nel proporre una storia provocatoria per una semplice ragione: i criteri di produzione e promozione impongono regole che condizionano le scelte artistiche e contenutistiche. In altre parole, per non urtare troppo l’opinione pubblica, con il rischio di decretare il fallimento del film negli incassi, le storie raccontate privilegiano gli aspetti “romantici” a discapito di incisive riflessioni politiche. Gli Anni di piombo nei film. Ebbene, la lotta politica, l’adesione ad una causa: i nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, siffatti propositi di cambiamento sociale? Domanda molto bella e intelligente. Se c’è una cosa che gli anni di piombo hanno insegnato, è sicuramente che la lotta armata non ha coinvolto il Paese. Dice un personaggio in “Nucleo Zero” di Lizzani: “la gente ci seguirà”. Questo è stato l’errore di valutazione più grave commesso dai militanti: la gente comune non ha seguito né le Brigate Rosse né altri gruppi armati. La lotta armata, quindi, è una scelta oggi improponibile. Se oggi ci sono rigurgiti di violenza politica “di sinistra”, non trovano nessun seguito e spesso sono gesti isolati. C’è, piuttosto, da preoccuparsi del il terrorismo di destra che invece ha una struttura alle spalle e apparati politici che lo sostengono. Ma il quadro non deve essere sconfortante: la lotta politica, su altre basi, è ancora possibile se essa si pone obiettivi concreti e ben delineati come, ad esempio, il clima, la sanità, il lavoro, l’accoglienza e l’integrazione. Per ottenere risultati in questi settori, non è la lotta armata la via da seguire ma la sensibilizzazione, il dialogo sociale costante, instancabile, aperto e libero da pregiudizi.
Carmine Mezzacappa è scrittore e traduttore dall’inglese. Sul cinema ha pubblicato numerosi articoli su riviste britanniche e due romanzi: Un antico rancore e L’invisibile confine dell’aria.
“Dio è falso” è un’introduzione all’ateismo. Qual è la sua posizione rispetto all’inclusione o all’esclusione della posizione degli agnostici sotto l’ombrello dell’ateismo?
L’agnostico ritiene che, riguardo a Dio, non si possa né affermare né negare. Spesso questa posizione è sostenuta con l’argomento che anche negare Dio, non potendosi dimostrare la non esistenza di Dio, è una forma di fede. Un argomento che però non considera che l’onere della prova spetta a chi afferma, non a chi nega. Spetta a chi afferma che Dio c’è, dimostrarne l’esistenza; e in assenza di prove valide, quella affermazione è falsa.
La mia idea è che l’agnosticismo sia ateismo. L’ateo non nega qualsiasi concezione di Dio. Se qualcuno affermasse che Dio è l’universo, l’ateo non avrebbe nulla da obiettare. Non si può negare a nessuno il diritto di considerare divino l’universo, né si può negare che l’universo esista. Quando si parla di Dio si intende, in Occidente, un essere personale, buono, creatore del mondo e che si prende cura dell’essere umano. Ma, soprattutto, si intende un essere che si rivela, che si rende conoscibile, anche se mai in modo completo. Quando l’agnostico afferma che non possiamo sapere se Dio c’è o meno, di fatto sta negando questo aspetto di conoscibilità e rivelazione, che è uno dei tratti fondamentali del Dio occidentale.
Percepito dai credenti e dalle classi sacerdotali come un pericolo per la Fede, l’ateismo rimane ancora oggi oggetto di timore, rifiuto, avversione. Ebbene, è un pensiero potenzialmente distruttivo per l’ordine sociale costituito?
Vedo che scrive Fede con la maiuscola e ateismo con la minuscola. Fino a quando la Fede sarà maiuscola e l’ateismo minuscolo, in effetti quest’ultimo sarà oggetto di timore, rifiuto ed avversione.
Bisogna chiedersi cos’è l’ordine sociale costituito. Alcuni ritengono che la società così com’è sia buona e giusta. Io penso che non lo sia. Di più: penso che la società occidentale non sia mai stata buona e giusta. Per secoli abbiamo avuto società nelle quali alcuni privilegiati concentravano in sé ricchezza, prestigio e potere, mentre la massa viveva nella povertà più assoluta. Per secoli abbiamo pensato la società in modo gerarchico, come una piramide sorretta dal sacrificio degli ultimi. E questo schema piramidale è stato giustificato e sostenuto dalla religione. Dimenticato il primato degli ultimi, Gesù è diventato il Cristo Re, modello celeste del potere terreno e vertice di una gerarchia spirituale che aveva un preciso corrispettivo nel mondo reale.
Questo sistema, apparentemente ordinato, è in realtà fortemente squilibrato, e dunque disordinato. Per me è ordinata quella società nella quale le risorse, il potere, il prestigio siano distribuiti in modo uguale tra tutti i componenti. È un tipo di società che non sarà possibile fino a quando non metteremo seriamente in discussione i principi sui quali continua a basarsi la nostra società, nonostante le profonde e rapide trasformazioni che sono sotto gli occhi di tutti. In questo senso considero l’ateismo anarchico: perché contesta la violenza dell’archè, del principio, dell’origine del nostro (dis)ordine sociale.
Spinoza, Meslier, Hume, Feuerbach, Nietzsche, Rensi, Onfray , Odifreddi, Vanini, Dawkins: nomi citati in bibliografia.Professore, quali tratti sono comuni agli argomenti razionalistici elaborati contro i testi sacri dei tre principali monoteismi?
Dal Trattato teologico-politico di Spinoza – che aveva il vantaggio di conoscere l’ebraico – in poi si è trattato semplicemente di trattare il testo sacro come qualsiasi altro testo: evidenziandone le contraddizioni, la complessa formazione, le interpolazioni, e considerandoli come espressione di una società lontana dalla nostra. Una cosa che oggi riconoscerà qualsiasi biblista. La differenza è che i credenti sono costretti a conciliare in qualche modo questa materialità, diciamo così, della Scrittura con il suo carattere sacro. Quello che piace, dunque, viene selezionato e riproposto ossessivamente ai fedeli, magari non senza qualche aggiustamento (si pensi alla libera rielaborazione dei dieci comandamenti), mentre quello che non piace (ad esempio le istruzioni per vendere la propria figlia come schiava, che si trovano subito dopo i dieci comandamenti) viene considerato espressione della cultura dell’epoca, come avvertirà senza alcuna apparente inquietudine una nota a piè pagina. Il problema è che nella Bibbia le istruzioni per vendere la propria figlia come schiava, o l’indicazione di uccidere le persone omosessuali, fanno parte della Legge di Dio esattamente come i dieci comandamenti. E se fossi credente questa operazione non lascerebbe tranquilla la mia coscienza.
Matrimonio, divorzio, diritti civili, discriminazioni, amore, sessualità. Il concreto vivere quotidiano in qual misura è regolato da norme religiose?
Nella misura in cui noi permettiamo che sia regolato da norme religiose. Praticamente tutto ciò che consideriamo progresso in tutti questi campi è stato ottenuto contro la religione. Non c’è un solo progresso nei diritti civili degli ultimi decenni che sia stato promosso dalle religioni. E non c’è progresso che non sia minacciato dalle religioni. La follia della Russia di Putin è eloquente: il patriarca Kirill che dichiara guerra alla civiltà occidentale, la cui decadenza è dimostrata dai diritti delle persone omosessuali, non è un folle fuori dalla storia. È un cristiano, semplicemente. Dice in modo meno diplomatico la stesse cose del Catechismo della Chiesa cattolica.
Professore, in mancanza di un Dio, quantunque truculento, feroce, efferato, a cui aggrapparsi come si affronta il disagio, l’assenza di certezze, il dolore?
Aggrapparsi non è una grande idea. Come non è una grande idea decidere la propria visione del mondo lasciandosi guidare dalla paura. Il negativo fa parte della nostra vita. Qualsiasi tentativo di eliminarlo si ritorce contro noi stessi, perché ci porta a eliminare una componente importante della nostra umanità. Siamo esseri umani in quanto mortali, esposti alla sofferenza e all’incertezza. Possiamo far scomparire tutte queste cose con un colpo di mano metafisico, ma questo non ci renderà migliori. Ci farà vivere piuttosto una vita illusoria e inautentica.
Antonio Vigilante insegna filosofia e scienze umane. Dottore di ricerca in educazione alla politica, si occupa di pedagogia critica, nonviolenza e filosofia interculturale. È stato direttore scientifico della rivista Educazione Democratica ed è attualmente co-direttore scientifico di Educazione Aperta.
La sua narrazione pare procedere su piani temporali alternati cosicché lei desume la possibilità di rivivere differenti periodi della storia italiana. La Prima Guerra Mondiale, i dissidi di un secolo feroce, gli orrori e le attese delle notizie dal fronte, le gioie dei figli e i dolori delle grandi perdite. Quale interesse ha perseguito nel rispolverare eventi sociali, politici ed economici? Volevo scrivere un libro in cui si intersecasse la macro Storia, quella di cui si scrive nei libri e che tutti studiano con quella quotidiana, quella che ha minori echi universali, ma che in fondo riguarda ognuno di noi. Mi interessava scoprire in che modo si agisce e si reagisce di fronte agli eventi imprevedibili che toccano tutti e come il tempo possa essere un fattore ‘a favore’ e non sempre ‘contro’ la ricerca della felicità. Il percorso della protagonista si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. “La memoria va e viene, non posso rimandare, mi devo sbrigare finché ricordo, come mi chiamo, come si chiamavano mio padre e mia madre, com’era mio marito e quello che diceva, finché ancora riconosco le mie figlie e le chiamo per nome, anche se a volte le confondo, finché posso raccontare chi era e cosa ho fatto” Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria”? Si possono davvero chiudere i conti con il passato? Credo che nessun passo in avanti possa avere valenza di esplorazione, di crescita, di maturazione senza il solido supporto della memoria. Alla domanda ‘chi siamo?’ è impossibile rispondere senza fare riferimento ai tasselli che abbiamo incastrato nel tempo e che ci hanno reso ciò che siamo. Ciò che potremo diventare dipenderà moltissimo da quello che siamo stati: la consapevolezza del passato è lo sprone più forte per decidere cosa vogliamo essere. “Piccoli inconvenienti prima della felicità” tratteggia delicatamente piccole increspature dell’anima. Le crepe possono essere foriere di benefici interiori, quantunque le ferite? Rispondo, citando un passo del mio libro: ‘Le cicatrici ci ricordano che siamo ancora vivi, anche quando il dolore ci ha tolto la voglia di esserlo’. L’anima s’increspa come la superficie del mare in tempesta e tra le pieghe schiumose emergono barlumi d’argento che assomigliano alla speranza. Sfogliando le pagine del romanzo che ha redatto, appare evidente che lo sviluppo abbia richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposto di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa? Le mie ricerche sono state fatte nel più stretto rispetto degli eventi storici realmente accaduti affinché nel quadro generale si inserisse scorrevolmente la cornice che racchiude la storia di Titina, la protagonista. Attraverso Titina, la protagonista, lei getta luce sulle ombre della condizione femminile. Pioniera delle pari opportunità in una società maschilista e profondamente conservatrice. Ha pensato ad un “femminismo” ante litteram? Titina è una femminista senza avere coscienza di esserlo. La scuola, lo studio, l’apprendimento, la scoperta sono fonte di interesse e curiosità senza fine. Ama tutto ciò che può soddisfare la sua sete di conoscenza perché è solo attraverso la conoscenza che si può progredire sul percorso della consapevolezza di sé, del mondo circostante e di se stessi nella storia.
Luciana De Palma
Ha pubblicato le raccolte di poesia “La candela rossa”, edita dalla casa editrice indiana IICCA, in italiano e testo inglese a fronte, “Risacche” (Secop edizioni) tradotta in serbo, “Sassi e comete” (edito da Lineeinfinite). Ha pubblicato due romanzi: “Il melograno” per Città del Sole edizioni e “Il mulino blu” (Florestano edizioni). “Piccoli inconvenienti prima della felicità” è il suo terzo romanzo.
“La voce della Sibilla” è la storia di un’amicizia e di due giovinezze: T.S. Eliot e Ezra Pound. Tra le pagine si coglie l’introversione, la scontrosità, l’inquietudine e la disubbidienza adolescenziale. Quali tratti assume la giovinezza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?
La giovinezza ha una forza, una determinazione che mancano all’età matura. C’è una sopravvalutazione del proprio ‘io’. Quel che è singolare in questa vicenda è che invece T.S. Eliot a un certo punto rinuncia alla propria individualità e affida all’amico Pound la gestione completa di The Waste Land. Probabilmente complice il periodo trascorso nella clinica del dottor Vittoz il suo atteggiamento è remissivo. Si fida dei suggerimenti dell’amico e mentore. Forse, non è escluso anche da diverse interviste rilasciate in tempi successivi che non stimasse molto il proprio lavoro. Lo riteneva un po’ confuso, cosa che non accadde con gli altri capolavori dell’età matura.
Lei ci offre il ritratto di uno scrittore in perpetua contesa con se stesso, ritroso e sdegnoso, traboccante di lirica inquietudine. In che modo ha operato una selezione degli eventi che hanno costellato la vita di T.S. Eliot. a quale istanza ha risposto? La sua è una “biografia storica”?
Volevo scrivere un libro che raccontasse fatti, che mettesse in primo piano eventi e lasciare al lettore di trarre le conclusioni. Le citazioni dai carteggi, dai diari sono un contrappunto piuttosto feroce, che non ammette deviazioni. Quando mi lascio prendere da una visione personale uso una forma di prosodia che è facilmente riconoscibile dal lettore. ‘L’autore pensa questo. Vediamo se ha ragione’. Ecco, vorrei che affrontando quei brani il lettore si ponesse questa domanda.
Virginia Woolf e James Joyce, Henri Bergson e Gertrude Stein sono tra le personalità che ruotano intorno ad Eliot e Pound. Qual è stato il contributo formativo alla società letteraria di un’epoca davvero inimitabile?
Occorre riflettere che in quegli anni il pensiero positivista conobbe un’improvviso arresto con lo scoppio della Grande guerra. La ragionevolezza aveva ceduto il passo alla distruzione. Le risposte erano emotive – c’era chi si arruolava volontario e moriva nelle trincee – e chi provava a rappresentare il mondo con i mezzi letterari o artistici che aveva a disposizione. La risposta a questa crisi è, come tutte le risposte a una crisi, individuale. Eliot è molto chiaro in questo: il suo poemetto non è il ritratto di una generazione ‘perduta’, ma la raffigurazione di una crisi esistenziale, individuale.
Il passaggio dalla Prima guerra mondiale agli anni venti, l’incubo del fascismo e del Secondo conflitto mondiale. Lei ha disegnato un profilo storico d’indubitabile fascino. Ciò, evidentemente, ha richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposto di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?
Come dicevo ho fatto un lavoro piuttosto rigoroso sugli epistolari, sui diari, sulle interviste. Occorre sempre porsi con grande curiosità e rispetto ogni volta che si decide di affrontare una vicenda storica. Si può partire con un’idea generale, con un progetto ed essere poi disposti a modificarlo se i riscontri documentari portano altrove. In un certo senso, la Voce della Sibilla è un libro di servizio: informa, documenta e lascia le conclusioni al lettore.
Nel numero di agosto di “Poetry” Pound scrive un corposo saggio sul libro di Eliot, la cui chiusa è: “Mr Eliot è uno dei pochissimi che hanno saputo creare un ritmo personale, una qualità identificabile di suono come di stile.” Può offrirci un suo giudizio emozionale sull’opera di Eliot?
Eliot è un autore che da sempre compare nei miei scritti. Talvolta in maniera esplicita – con citazioni – talvolta in maniera più sotterranea, con indicazioni di metodo. La sua ricerca delle ‘parole giuste’ è essenziale per me. Quando s’incontra una figura parentale nel percorso letterario di uno scrittore, occorre preservarla da esagerate mitizzazioni ma anche non ridurla a quella di un paziente compagno di viaggio a cui attribuire l’origine del proprio pensiero. Eliot, così come Michelangelo, è una figura sempre presente. A volte gli pongo dei quesiti di carattere letterario – posso fare così? – e ascolto la sua risposta. So riconoscere ormai il tono affermativo, o quello dubitativo. Valuto, riconosco la sua autorevolezza ma poi sono più determinato di quanto non sia stato lui con Pound. Molto spesso rifiuto il consiglio e vado per la mia strada.
Filippo Tuena ha vinto il premio Grinzane Cavour con Tutti i sognatori (1999) e il premio Bagutta con Le variazioni Reinach (2005). Il Saggiatore ha pubblicato Memoriali sul caso Schumann (2016), Com’è trascorsa la notte (2017), Le galanti (2019) e Ultimo parallelo (2021).