In che modo il mito di Meleagro e la caccia al cinghiale calidonio riflettono le tensioni tra natura e cultura nell’antichità greca? Quali simbolismi emergono nella rappresentazione di questo episodio?
Il cinghiale di Calidone è una creatura violenta e inarrestabile: la descrizione che ne fanno le fonti è quella di un essere quasi demoniaco, il quale, oltre a seminare morte fra gli abitanti, infierisce sui campi coltivati, sui frutteti e sulle greggi. Una figura di questo genere è di per sé perturbante, ma al tempo stesso desta interesse sia sul piano narrativo, sia a livello antropologico. Lo scatenarsi del cinghiale sul regno di Calidone è conseguenza di un mancato sacrificio nei confronti della dea Artemide, che per tutta risposta priva la popolazione del raccolto e dei pascoli tramite l’azione devastatrice della bestia: ciò può essere letto come il rovescio di un sacrificio, una punizione divina che intende riportare allo stadio selvaggio un territorio civilizzato. I Greci erano assai timorosi del rischio che la loro società potesse regredire e tornare ad un disordine indistinto, senza più regole di convivenza. Come sosteneva Marcel Detienne, tuttavia, sarebbe sbagliato pensare i Greci di età classica siano stati i soli, o i primi in assoluto (oppure, necessariamente, i migliori), a tracciare un confine istituzionale fra il mondo dei valori civili (cui associamo tante idee come quella di democrazia o addirittura di “città”) e la natura, intesa come ambito del selvaggio e della mancanza di norme. Non dimentichiamo, inoltre, che il mito di Meleagro fu ripreso, a distanza di diversi secoli, dagli autori romani, o meglio ebbe una circolazione pressoché ininterrotta per tutta l’antichità: ciò significa che le simbologie che esso esprimeva continuarono ad avere una valenza importante anche una volta terminata l’epoca delle poleis. La tensione natura/cultura è una costante per gli esseri umani, si può parlare quindi di un mito carico di suggestioni universali: questo è uno dei motivi per cui, a mio parere, leggiamo ancora con emozione la storia di Meleagro.
Come viene delineata la figura di Meleagro nel contesto della tradizione mitologica? Quali differenze e similitudini emergono rispetto ad altri miti di eroi cacciatori?
Meleagro, questo giovane principe la cui vita è connessa fin dai suoi primi giorni al consumarsi di un tizzone (le dee del destino stabiliscono, alla nascita, che egli morirà quando il ciocco avrà terminato di bruciare), rappresentò per oltre un millennio il paradigma mitico del cacciatore: la caccia calidonia fu trattata innumerevoli volte in letteratura e divenne un soggetto ricorrente anche nell’arte figurativa, soprattutto per quanto riguarda le decorazioni di sarcofagi in marmo. Nonostante nel mito vi siano cacciatori molto più fortunati (uno per tutti Eracle, il quale nel compimento delle sue “fatiche” si cimenta con successo nella caccia a diversi animali, finanche mostruosi o divini), Meleagro si afferma come il cacciatore per eccellenza. Egli – eppure – riesce ad uccidere il cinghiale di Artemide ma conclude tragicamente la sua impresa, in quanto colpisce a morte un compagno di battuta, nientemeno che un suo zio materno, nel corso di una lite per le spoglie della preda e finirà ucciso a sua volta dalla madre Altea, la quale per vendicare il fratello getta nel fuoco il tizzone cui è legata la vita del figlio. Proprio il “copione” drammatico della vicenda garantì al mito di Meleagro un successo enorme, in quanto esso coglie la natura ambivalente e ctonia della caccia coma attività umana, dimostrando una verità ancestrale: il cacciatore diviene vittima a sua volta, perché nell’atto di togliere la vita si finisce per uccidere una parte del proprio Sé. Tale tematica ricorre anche in altri antichi miti venatori – pensiamo ad Atteone, Cefalo, Adone, Ippolito, ecc. –, nei quali, però, essa è intrecciata ad ambiti differenti come la sessualità, l’amore coniugale, la distanza fra uomini e dèi, l’incesto, mentre la storia del principe di Calidone possiede un plot che ruota interamente attorno alla caccia ed è capace di restituire con una linearità sconvolgente il binomio caccia/morte.
Il tema della “caccia sfortunata” appare ricorrente nel mito. Quali sono le implicazioni simboliche e morali di queste sventure nel contesto greco-romano?
La caccia sfortunata corrisponde ad un’iniziazione mancata. Non a caso, i cacciatori che compaiono nel libro sono di norma eroi giovanissimi e il loro fallimento nell’ambito venatorio è una “spia” importante per l’interpretazione del mito, perché segnala l’impossibilità del protagonista ad accedere alla piena maturità e al mondo degli adulti. Nella società greca, ci si aspettava dai giovani che diventassero dei buoni opliti: la caccia rappresentava un addestramento e un banco di prova per quanto riguardava l’uso delle armi e la capacità di operare in squadra. Le battute di caccia solitarie, invece, pertenevano all’adolescenza, ossia a quel genere di pratica definita da Vidal-Naquet “caccia nera” o “notturna”, svolta fuori dal territorio della polis e, soprattutto, al di fuori delle sue regole sociali. Tale rete di corrispondenze, sicuramente, non valeva più nel contesto romano, ma continuò ad essere percepito, a livello simbolico, il legame della caccia con l’iniziazione dei giovani di sesso maschile: essa costituiva ancora una delle attività eroiche per eccellenza. Nelle Metamorfosi ovidiane ciò è particolarmente evidente, nei passaggi in cui il poeta insiste su dettagliate descrizioni delle armi, delle prede cacciate, dei paesaggi boschivi, del comportamento dei diversi personaggi nello svolgimento della battuta: ogni particolare, difatti, è funzionale a caratterizzare l’episodio in questione come una prova eroica. Quando essa fallisce provoca conseguenze drammatiche: Ovidio e altri autori latini ne sfruttano in primis il pathos narrativo, ma sotto la superficie del testo letterario si colgono comunque forti implicazioni simboliche.
In che modo il concetto di hybris è trattato attraverso i cacciatori sfortunati presenti nel libro? Quali lezioni morali emergono dal loro destino?
I testi antichi che ho scelto di analizzare difficilmente si ponevano l’obiettivo di impartire una vera e propria lezione sul piano morale o filosofico; il messaggio che diffondevano fra i loro uditori, lettori o spettatori era semmai veicolato dalla forza espressiva o dalla piacevolezza del racconto e della trama. In alcuni casi, tuttavia, la sorte dei personaggi contiene innegabilmente un richiamo a specifiche norme religiose o sociali: penso soprattutto ai miti di Atteone e Ippolito. Il primo, in apparenza, è del tutto innocente. Durante una battuta, si è trovato ad assistere al bagno della dea Artemide in un luogo isolato nel mezzo della foresta: è punito dalla dea stessa con la trasformazione in cervo, che lo porterà ad essere sbranato dai cani della sua muta. Secondo i meccanismi del mito antico, però, il concetto di “colpa” non si esplica semplicemente tramite una intenzionalità rispetto all’azione compiuta. Atteone – per dirla in termini attuali – conteneva già nel suo DNA il gene della trasgressione, in quanto rampollo di una famiglia segnata da precedenti conflittualità con gli dèi. Secondo talune versioni, inoltre, egli si sarebbe vantato di essere superiore ad Artemide nell’arte venatoria e, se si vuole approdare a letture più moderne di questo mito, autori come Pierre Klossowski hanno sviluppato la carica erotica presente sotto le righe dell’incontro proibito fra Atteone e la dea. Il confine invalicabile fra la sfera umana e quella divina, dunque, è al centro di questa vicenda mitica. Nel caso di Ippolito, invece, emergono due eccessi opposti: da una parte l’intransigenza del giovane protagonista maschile, che rifiuta l’ambito di Afrodite per votarsi interamente alla caccia e alla vita incontaminata nei boschi, dall’altra la violenza dell’amore che conduce Fedra, matrigna di Ippolito, verso un desiderio illecito e causa di disgrazie.
Quale rapporto esiste, nei miti trattati, tra la violenza della caccia e la dimensione sacra della natura e degli animali? Come viene esplorato questo aspetto nelle narrazioni?
Può sembrare una contraddizione, ma il gesto della caccia, quantomeno nella dimensione simbolica del mito, non fa che ribadire ed elevare la sacralità del mondo animale e della natura che lo contiene. In questo tratto notiamo una notevole differenza rispetto a una sensibilità diffusa nella nostra epoca, che vede l’attività venatoria sostanzialmente come una spoliazione indebita ai danni della fauna selvatica: si tratta comunque di un tema divisivo e delicato, che andrebbe forse affrontato con meno pregiudizi da una parte e dall’altra. Tornando al nostro tema, credo sia interessante ricordare i depositi votivi ritrovati dagli archeologi un po’ ovunque, nel Mediterraneo e non solo, dove venivano offerte alle divinità le prede di caccia. Trattandosi di una pratica umana che risale ad epoche ancestrali, il nesso fra caccia e religione costituì una costante nella spiritualità di tutti i popoli e ancora nei culti della Grecia arcaica o dell’Italia preromana gli elementi del sangue, dell’offerta cruenta e del fuoco (centrale, quest’ultimo, ad esempio nel mito di Meleagro) erano cruciali. Un altro genere di risposta proviene dal mitologhema di Ippolito: nella tragedia di Euripide egli vagheggia un’unione totale con Artemide, patrona al tempo stesso della caccia e degli animali selvatici, e ciò si traduce nell’ideale di una vita trascorsa ad inseguire le belve nel folto delle foreste, il più lontano possibile dal consorzio umano. Questo suo utopico ritiro corrisponde a una condotta ascetica, all’interno della quale la violenza della caccia non è percepita come qualcosa di estraneo rispetto all’universo naturale e selvaggio di cui Artemide è sovrana. Un’altra figura che incorpora in sé sacralità e maestria nella caccia è il centauro Chirone, che a me piace immaginare come un “docente” che forma e istruisce i giovani eroi nei recessi incontaminati del monte Pelio, insegnando loro i rudimenti di svariate discipline, dalla musica alla medicina, ma soprattutto iniziandoli all’arte venatoria: essa non è, dunque, solo esercizio di forza e uso delle armi, ma una palestra di coraggio, saggezza e consapevolezza del proprio wild side.
Come viene rappresentato il ruolo della donna nel mito di Meleagro, in particolare con riferimento ad Atalanta? In che modo il personaggio di Atalanta sfida o conforma le aspettative della società patriarcale greca?
La vicenda che riguarda Meleagro è agita quasi interamente da figure femminili: mentre agli uomini spettano ruoli più passivi e sicuramente molto più tradizionali, le donne spiccano per comportamenti straordinari, in positivo come in negativo. Sarebbe interessante approfondire, a questo proposito, la serie di problematiche poste dalle scelte di Altea, che antepone il legame con i fratelli alla stessa salvezza del figlio, oppure il profilo di una dea affascinante e crudele qual è Artemide, ma il personaggio femminile che si è affermato maggiormente – almeno a partire dalla versione tragica di Euripide, che possiamo leggere in frammenti – è di certo Atalanta. Questa eroina è protagonista di un filone mitico indipendente, incentrato sulla sua infanzia “selvaggia” e sul tema del rifiuto delle nozze; in un determinato momento della tradizione mitografica, però, viene inserita come partecipante alla caccia calidonia con grande disdoro di molti cacciatori uomini, i quali mal tollerano una donna all’interno della loro squadra. Atalanta, tuttavia, si dimostra intrepida e abilissima, tant’è che – per esempio secondo Ovidio – riesce prima di tutti gli altri a ferire il cinghiale di Artemide. Se la bestia viene colpita dalle armi della fanciulla, Meleagro subisce invece i colpi della sua bellezza e del fascino di vergine guerriera: egli si innamora prontamente della ragazza e per lei sfida tutta una serie di divieti e di regole familiari. Ciò vale innanzitutto nella contesa con gli zii materni, contro ai quali Meleagro sostiene il diritto di Atalanta di ottenere il trofeo dell’animale, e in secondo luogo nel conflitto che viene a crearsi con la madre Altea. Euripide, infatti, creò una scena formidabile in cui le due dibattevano accesamente su quali siano le prerogative e gli stili di vita migliori per una donna, l’una difendendo la propria condotta libera e “maschile”, l’altra rinfacciando alla rivale la mancanza di pudore e il comportamento da seduttrice. Il tragediografo, così, faceva del mito un banco di prova della tenuta di alcuni valori fondamentali del patriarcato ateniese.
Professo Loffredo, come connette i miti di caccia con le paure e i desideri profondi dell’essere umano? Quali spunti antropologici o psicologici emergono dall’analisi?
Tutti sogniamo di correre liberi in una foresta incontaminata, come facevano i cacciatori antichi, o forse, più verosimilmente, i nostri antenati cacciatori-raccoglitori. Fa parte della nostra natura di esseri umani. A livello simbolico, nella caccia si esplica l’idea di forza, di combattimento, perfino di competizione atavica fra uomo e natura e credo che tali aspetti siano altrettante ragioni per le quali l’attività venatoria sopravvive ampiamente nelle società sazie, come quella cui apparteniamo. I miti greci e romani che ho deciso di analizzare, tuttavia, fanno i conti anche con il “rovescio della medaglia”, ossia con le implicazioni notturne, tragiche e crudeli che le storie di cacciatori portavano con sé. Il desiderio di vivere immersi nella natura, liberi dalle costrizioni sociali, nella vicenda di Ippolito si scontra con la forza indomabile dell’amore e gli esiti sono assolutamente distruttivi. Il personaggio di Orione, per continuare con un esempio differente, porta alle estreme conseguenze l’istinto del cacciatore, fino ad esprimere la volontà di predare tutti gli animali che popolano la Terra: così facendo, egli travalica il confine che separa una caccia lecita ed eroica da una bestiale e devastatrice e, com’è ovvio, riceve dagli dèi la sua punizione. Da un punto di osservazione antropologico, direi che la caccia è stata, per gli antichi, lo scenario ideale in cui ambientare storie che riguardavano il superamento di un limite (fra umano e divino, fra adolescenza ed età adulta, fra civile e selvaggio, ecc…), in quanto si trattava, nei fatti, di un momento nel quale l’individuo usciva temporaneamente dagli spazi regolati della comunità sociale per affrontare forze non addomesticate e potenzialmente letali, cioè la foresta e le fiere che la popolavano.
In che misura le storie dei cacciatori sfortunati possono essere lette come metafore della condizione umana, in bilico tra il tentativo di dominare la natura e la consapevolezza dei propri limiti?
Come dicevamo poco fa, i cacciatori sfortunati esprimono esattamente alcuni passaggi, spesso esiziali, riguardanti la vita dell’essere umano, innanzitutto nel rapporto con la natura e il suo lato non controllabile, ma anche rispetto ad alcune problematiche della vita quotidiana. Un mito come quello di Procri e Cefalo, ad esempio, fa della caccia una metafora della relazione coniugale e, più in generale, amorosa. I due sposi che tendono trappole uno all’altro, in una rete di gelosie, inseguimenti, bugie e fraintendimenti, raccontano in fondo come il più felice degli amori possa trasformarsi in un annullamento reciproco. Nel libro scelgo di toccare anche una storia contemporanea e accaduta realmente, che mi è sembrata presentare alcune consonanze profonde con il mito di Ippolito: si tratta della “epopea” di Christopher McCandless, il giovane che nei primi anni Novanta sfidò, da solo, le terre selvagge dell’Alaska per inseguire un suo sogno di libertà ed emancipazione dalle costrizioni del consorzio “civile” e che ha ispirato il romanzo e il film intitolati entrambi Into the Wild (opere rispettivamente di Jon Krakauer e Sean Penn). La vicenda di McCandless è divenuta a pieno titolo un mito della nostra epoca, che continua ad appassionare e a interrogare le persone, perché ha a che fare con temi cruciali: la scelta radicale di rifiutare la società per vivere pienamente in una dimensione naturale, i pericoli enormi del mondo selvaggio e gli enormi limiti dell’essere umano. Il protagonista, infatti, riuscì a realizzare il suo progetto estremo e trascorse circa due anni nel Denali National Park, dal quale, tuttavia, non riuscì a fare ritorno (morì in circostanze piuttosto misteriose) proprio quando aveva maturato la decisione di rientrare a casa. La sua fotografia più celebre lo ritrae seduto, sorridente, davanti al Magic Bus, un pullman in disuso in cui Chris trovò alloggio e rifugio durante un periodo del suo viaggio: quest’immagine avrebbe potuto benissimo fare da copertina al mio libro, per la sua capacità straordinaria di comunicare in un istante il desiderio umano di ritorno alla natura ma, al tempo stesso, la precarietà innata del nostro rapporto con l’elemento selvaggio.
Come si intrecciano nei miti trattati nel libro i temi della caccia, del sacrificio e della morte? Esistono parallelismi con altre tradizioni mitologiche o religiose?
L’aspetto del sacrificio, non c’è dubbio, è un elemento-chiave per comprendere come mai, in maniera ricorrente, i cacciatori del mito si trasformino a loro volta in prede. Il momento in cui l’essere umano diventò in prima persona predatore di altre creature è strettamente collegato alla scoperta dei mezzi per padroneggiare il fuoco, nella preistoria, e gli studiosi individuano in questa fase il primo autentico emanciparsi dell’uomo dalla soggezione rispetto all’ambiente naturale che lo circondava. Gli umani si sono fatti cacciatori, senza però possedere le doti fisiche e psicologiche che caratterizzano i predatori naturali, maturando, di conseguenza, un’insicurezza e una crudeltà di fondo. Il sacrificio costituirebbe un tributo che l’uomo deve alla natura ogni volta che le sottrae una vita, o forse per il fatto di essersi sottratto, a sua volta, dalla “giurisdizione” originaria dell’interdipendenza fra animali, specie arboree, ecc. Qualcuno giunge al punto di ritenere il sacrificio stesso la vera colpa, perché costituisce l’atto di arroganza con cui gli umani si distaccano dall’ordine naturale. Questi temi sono al centro della riflessione mitologica e spirituale di numerosi popoli del nostro pianeta. Nella scrittura del libro mi sono affidato spesso alle pagine di grandi studiosi/narratori come James George Frazer, Robert Graves e Roberto Calasso, figure che giganteggiano per la loro capacità di comparare culture diverse, anche distanti nel tempo, e di farlo senza perdere di vista il punto di partenza della loro analisi e con un impatto letterario potente. Sul tema del sacrificio, in relazione per esempio alla cultura vedica, non posso che rimandare alla sezione centrale de La rovina di Kasch di Calasso (1983). Ciò che, invece, sto cercando di approfondire nei miei studi, è la dimensione ctonia della caccia per gli antichi, argomento che si presenta puntualmente nei miti di caccia e sul quale spero di tornare presto con un nuovo saggio.
Quali influenze artistiche e letterarie ha avuto il mito di Meleagro e della caccia calidonia in epoche successive? In che modo queste narrazioni sono state reinterpretate in contesti diversi?
Si definisce spesso “fortuna” di un mito la sua ripresa attraverso le epoche, specialmente nella modernità. Ecco: da questo punto di vista il nostro Meleagro è stato un po’ più fortunato! Si può dire che la saga che lo riguarda abbia conosciuto successo e diffusione dall’antichità fino ai giorni nostri. Un’attestazione importante, anche se rapida, proviene dal canto XXV del Purgatorio dantesco, dove Virgilio si serve dell’esempio di Meleagro e del tizzone cui era legata la sua sopravvivenza per rispondere ai dubbi di Dante circa una questione, in fondo, teologica: come possono, le anime dei golosi, soffrire la fame se l’anima umana è incorporea e separata dal corpo cui appartenne? Come numerose altre volte, il mito antico compare nella Commedia quale prefigurazione, immagine simbolica capace di intuire alcune grandi verità del “vero” mondo cristiano. Più tardi, nel Quattrocento, un poeta che fu alla corte degli Estensi e dei Malatesta, Basinio da Parma, dedicò a Meleagro un ampio poema mitologico, intitolato Meleagris: Basinio attinse naturalmente alle Metamorfosi ovidiane ma allestì tutta la storia della caccia calidonia secondo i migliori modelli classicheggianti della sua epoca. In pittura, invece, il soggetto “calidonio” proliferò nel XVII secolo, soprattutto nell’Europa settentrionale, quando divenne una scena cortese “alla moda” il gesto con cui Meleagro cede ad Atalanta la testa del cinghiale – ne esiste una versione perfino del grande Rubens. Ricordo, poi, un’opera decisamente più vicina a noi nel tempo, alla quale sono particolarmente affezionato. Si tratta del bellissimo libro per ragazzi Atalanta, una fanciulla nella Grecia degli dèi e degli eroi firmato da Gianni Rodari e illustrato nientemeno che da Emanuele Luzzati: un autentico capolavoro, del quale l’autore non poté però vedere la pubblicazione, avvenuta solo nel 1982.
Fabrizio Loffredo insegna storia e materie letterarie nella scuola secondaria ed è ricercatore nel campo della didattica e dell’antropologia del mondo antico. Ha conseguito il dottorato in Antropologia, Storia e Teoria della Cultura all’Università di Siena con un progetto di ricerca sull’Atellana ed è stato Visiting Scholar presso la Berkeley Univer- sity of California. Pubblica contri- buti scientifici ed è coautore del corso di latino per la scuola secondaria “Levitas. Il latino con noi” (Palumbo 2020).









