Le immagini nell’antichità sono, tra l’altro, strumenti di propaganda politica. Quali sono le principali differenze nell’uso della propaganda visiva tra il mondo greco e quello romano, e in che modo queste differenze riflettono le rispettive strutture sociali e politiche?
Nell’antichità le immagini erano considerate strumenti potenti di propaganda, questa visione varia se ci spostiamo dalla società greca a quella romana. Il loro uso, comunque, conservava sempre delle implicazioni sociali e politiche che potevano variare notevolmente nel tempo.
Nella società greca, la propaganda che derivava dalle arti figurative poteva celebrare dèi ed eroi. Le immagini nei luoghi di culto servivano ad onorare specifiche divinità o commemorare vittorie militari che potevano essere attribuite anche all’intervento prodigioso di una di esse o di un eroe. Attraverso le immagini si rafforzava l’identità culturale ed il senso di appartenenza ad un contesto sociale. La propaganda visiva nella società greca rifletteva una struttura basata su una forte identità comunitaria e religiosa.
Se ci spostiamo nella società romana, possiamo osservare come la propaganda veicolata dalle arti visive si legava più concretamente ad un potere politico o alla figura dell’imperatore. Le statue di quest’ultimi, come anche le immagini riprodotte sugli archi di trionfo e sulle monete, servivano a consolidare il potere centrale ed a promuovere l’idea di un governo imperiale retto stabilmente dal sovrano. La propaganda attraverso le immagini rifletteva una struttura sociale e politica più centralizzata e gerarchica rispetto a quella greca, con la presenza della figura dell’imperatore che nel tempo divenne simbolo di unità e stabilità.
Concludendo, la propaganda delle immagini nell’arte greca ci può apparire più orientata verso la celebrazione del culto e della comunità, mentre nell’arte romana esprime la centralizzazione del potere politico per giungere alla rappresentazione dell’imperatore.
Il concetto di bellezza nell’arte classica è spesso associato a ideali di armonia e proporzione. Come si intreccia questa ricerca estetica con l’efficacia comunicativa delle immagini in un contesto politico e sociale?
Nell’arte classica, il concetto di bellezza, con i suoi ideali di armonia e proporzione, non era sempre associato ad una questione estetica, ma poteva avere delle importanti componenti di natura sociale o politica. Nell’arte greca, armonia e proporzione erano considerate riflessi dell’ordine cosmico e di una perfezione che poteva avere solo un’origine divina. All’interno dei templi, le statue, con le loro precise proporzioni, potevano celebrare la bellezza della figura umana, ma nello stesso tempo riflettere un’ideale di società equilibrata. Attraverso questi ideali estetici si celebravano valori comunitari e religiosi, che rafforzavano l’identità culturale.
Nella società romana, l’idea stessa della bellezza di origine classica assume una funzione rivolta alla propaganda e le statue di magistrati o imperatori collocate nei monumenti pubblici dovevano ispirare un senso di profondo rispetto per l’autorità. Armonia e proporzione delle immagini trasmettevano un senso di ordine e stabilità che derivavano direttamente da un potere stabile e da strutture sociali e politiche equilibrate.
I passaggi di potere, come il tramonto della Repubblica romana e l’ascesa dell’Impero, hanno portato a mutamenti nell’iconografia imperiale. Può approfondire quali strategie visive hanno permesso a Ottaviano/Augusto di legittimare la sua nuova forma di potere attraverso l’arte pubblica?
Nella sua ascesa al potere, Ottaviano si servì molto di strategie visive per legittimare ogni sua linea di condotta e consolidare il suo potere. Queste strategie ci riportano ad un’iconografia del potere legata, in particolare, ad una nuova concezione dell’arte pubblica. Una delle strategie seguite da Ottaviano Augusto fu l’uso di ritratti e statue. Le immagini dell’imperatore erano diffuse in tutto il territorio romani e lo raffiguravano come un giovane forte e deciso, spesso con attributi divini. Da queste immagini derivava un senso di stabilità e continuità, che veniva associato alla forza ed alla stabilità di un governo imperiale in grado di garantire la pace dopo tante guerre civili.
Per la sua propaganda, Augusto si servì anche dell’architettura monumentale, altrettanto importante per rappresentare la legittimità del suo potere. Opere come l’Ara Pacis ed il Foro dovevano celebrare le conquiste dell’imperatore, ma anche ricordare che era il pacator orbis per avere ristabilito la pace e l’ordine.
Ai versi di Virgilio e Orazio, che celebravano le virtù e le conquiste di Augusto, corrispondevano le tantissime immagini che lo idealizzavano, rappresentandolo come il nume tutelare del popolo romano. Ogni programma iconografico era indirizzato verso una rappresentazione di stabilità, prosperità e continuità, legittimando il potere imperiale.
Come possiamo ricostruire la ricezione effettiva delle immagini nel mondo antico, considerando che le nostre fonti scritte provengono principalmente da élite alfabetizzate? In che misura possiamo inferire la risposta emotiva e intellettuale del pubblico meno istruito?
L’effetto che potevano produrre le immagini nella società antica è un campo piuttosto complesso, in quanto una parte limitata della popolazione era alfabetizzata e poteva accedere alle fonti letterarie. Partendo dalle nostre conoscenze, possiamo fare delle ipotesi che sembrano piuttosto plausibili. In primo luogo, possiamo osservare il contesto in cui le immagini erano collocate, come gli spazi pubblici per le statue e i rilievi. La loro collocazione, in punti accessibili a tutti, collocava queste immagini in una posizione strategica, suggerendo che fossero destinate ad un ampio pubblico. La scelta dei soggetti, inoltre, doveva riflettere temi e simboli facilmente identificabili, come divinità ed eroi, ma anche scene di vita quotidiana, che potevano essere facilmente leggibili ed interpretabili da tutti.
A questo possiamo aggiungere che le immagini possono sempre essere confrontate con il contenuto delle opere letterarie, rivolte ad una minoranza alfabetizzata. Da tale confronto possono emergere nuovi elementi per la lettura della fonte iconografica, in particolare su come le immagini potevano essere percepite. Descrizioni di cerimonie pubbliche o celebrazioni possono fornire ulteriori elementi per completare la lettura delle fonti iconografiche.
Un ulteriore approccio allo studio delle immagini può venire dall’analisi delle tecniche artistiche, che in alcuni casi potevano essere usate per comunicare messaggi specifici, come la resa dei volti e dei gesti all’interno di composizioni narrative. Questi elementi visivi erano immediatamente comprensibili e potevano suscitare risposte emotive immediate nel pubblico.
Altri elementi preziosi possono emergere dalle ricerche archeologiche, che forniscono reperti in contesti precisi (abitazioni), come mosaici e pitture, ceramiche e sculture. Anche queste fonti possono contribuire alla conoscenza della percezione dell’immagine nella vita quotidiana, oltre a rivelare particolari preferenze estetiche o formule di comunicazione.
Concludendo, possiamo affermare che per una lettura completa delle fonti letterarie è indispensabile una corretta analisi del linguaggio iconografico, presente ad ogni livello della società e capace di fornire risposte emotive ed intellettuali indipendentemente dal livello culturale del pubblico.
La romanizzazione ha portato a una fusione di stili artistici e iconografici tra Roma e le province. Quali sono gli esempi più significativi di questo fenomeno e in che modo le popolazioni locali adattavano e reinterpretavano l’iconografia imperiale?
Il fenomeno della romanizzazione dei territori conquistati favorì una progressiva fusione di stili artistici e temi iconografici tra l’arte romana e quella provinciale. Da quest’incontrò si sviluppò un ricco panorama artistico, che condusse a varie forme di espressione in rapporto alle modalità con cui le popolazioni delle provincie ricevevano e reinterpretavano l’iconografia imperiale.
In alcune provincie, come la Gallia e la Britannia, fu adottato l’uso delle stele funerarie romane, nelle quali spesso venivano incorporati elementi artistici locali. I modelli romani influenzarono anche l’architettura provinciale, con l’adozione di stili romani adattati alle tradizioni locali. Può essere significativo ricordare l’esempio del tempio di Garni in Armenia, dove troviamo elementi architettonici romani combinati con quelli locali, in particolare le colonne ioniche con decorazioni caratteristiche di questa regione.
Come abbiamo già detto precedentemente, i ritratti degli imperatori si diffusero rapidamente, raggiungendo anche le zone più periferiche del territorio romano. In alcuni casi, queste immagini potevano essere modificate o reinterpretate con l’aggiunta di elementi locali, come nel caso dei ritratti di Augusto o di altri imperatori che presentano elementi stilistici egizi, in particolare per l’inserimenti di simboli locali e l’impostazione della scultura.
Un’altra espressione artistica romana molto diffusa erano i mosaici, che divennero in breve tempo molto popolari nelle province, incorporando in molti casi motivi e simboli locali. Nelle province dell’Africa settentrionale, in particolare, possiamo osservare questa fusione tra elementi romani ed elementi locali che portò alla creazione di opere uniche.
Per completare, possiamo ricordare le emissioni monetali, che erano il più rapido veicolo di propaganda visiva, in quanto avevano una diffusione capillare nel territorio e permettevano la conoscenza in ambito locale di un linguaggio iconografico ufficiale, che in alcuni casi affiancava la rappresentazione di divinità locali all’effigie dell’imperatore, affermando ancora una volta la fusione dell’iconografia romana con le tradizioni figurative locali.
In base a questi esempi, possiamo affermare che le popolazioni dei territori conquistati da Roma potevano recepire e reinterpretare la l’iconografia romana combinandola con vari elementi locali per adattarla alle loro tradizioni. Questo complesso processo di fusione culturale era riflesso della varietà di culture presenti all’interno dei territori romani, dove diverse culture coesistevano e si influenzavano reciprocamente.
La pratica della damnatio memoriae mirava a cancellare l’immagine e il ricordo di figure politiche cadute in disgrazia. Quanto era effettivamente efficace questa strategia, considerando che la rimozione stessa lasciava comunque tracce visibili di assenza?
Con la damnatio memoriae si intendeva cancellare definitivamente l’immagine, e quindi il ricordo, di una figura politica caduta in disgrazia. Questa strategia prevedeva la rimozione di ogni iscrizione, statua o altra immagine che potesse ricordare la vittima della damnatio, con il preciso intento di cancellare ogni traccia della sua esistenza.
L’efficacia di questa pratica, tuttavia, era limitata dal fatto che la rimozione stessa non cancellava del tutto ogni traccia e anche la stessa assenza dell’immagine rimane essa stessa una traccia. La cancellazione di epigrafi su monumenti o la rimozione delle statue spesso potevano lasciare tracce ancora oggi visibili, come spazi vuoti e superfici danneggiate. Anche questi segni divento testimonianze di una damnatio memoriae, rendendola una pratica che alla fine non era in grado di cancellare del tutto la memoria del condannato. In alcuni casi poteva avere perfino un effetto contrario, suscitando curiosità ed interesse per chi era stato cancellato, in particolare per i motivi che avevano portato a questa condanna, ottenendo il mantenimento del suo ricordo. Ricordiamo che la damnatio memoriae si limitava alle rappresentazioni pubbliche ed ufficiali, in quanto le immagini private e le tradizioni orali potevano anche preservare il ricordo della vittima, arrivando a rendere impossibile una sua completa cancellazione.
Concludendo, possiamo affermare che la damnatio memoriae aveva come obiettivo la cancellazione del ricordo di una figura politica caduta in disgrazia, attraverso l’eliminazione violenta di ogni sua immagine. La rimozione può diventare essa stessa fonte iconografica in negativo per le tracce che inevitabilmente si conservano nel tempo.
Se confrontiamo il potere delle immagini nel mondo antico con l’uso contemporaneo della comunicazione visiva (propaganda politica, social media, marketing), quali continuità e rotture emergono secondo lei?
Confrontare il potere delle immagini nel mondo antico con l’uso contemporaneo della comunicazione visiva può risultare un’operazione piuttosto complessa e, per certi versi, anche notevolmente rischiosa. In ogni caso, possiamo provare ad evidenziare alcuni aspetti della comunicazione visiva che presenta sia continuità che trasformazioni significative.
È evidente che la propaganda politica, ancora oggi come nell’antichità, continui ad utilizzare il linguaggio delle immagini. A Roma, statue e monumenti pubblici ricordavano la stabilità e la magnificenza del potere imperiale. Ancora oggi, un governo che vuole proporre un’immagine di forza e stabilità, si affida ai media visivi per costruire un’immagine pubblica in grado di influenzare l’opinione pubblica. A questo possiamo aggiungere l’uso dei simboli, pratica che si conserva dall’antichità ad oggi. L’unica differenza sostanziale è che ai simboli religiosi e di appartenenza sociale sono subentrati marchi e loghi di campagne pubblicitarie in grado, comunque, di suscitare associazioni culturali ed emotive con determinati contenuti.
Per quanto riguarda le trasformazioni più evidenti, possiamo ricordare per prima cosa la tecnologia moderna che ha trasformato radicalmente la comunicazione visiva. La società antica conosceva esclusivamente immagini statiche (sculture, mosaici, affreschi, monete), mentre oggi i media visivi affiancano alle fotografie, video e grafiche digitali. Risultato di questo è una più ampia possibilità di diffusione di un’immagine e di un diverso approccio del pubblico con essa.
Strettamente legato a questo è anche l’accesso alle immagini, che per la società antica era spesso limitato ad una ristretta élite. L’uso della tecnologia digitale ha permesso un’ampia diffusione delle immagini su un piano globale ed ogni immagine può essere visualizzata, ma anche modificata e condivisa. Da questo deriva un’interattività con l’immagine che la società antica non conosceva. La comunicazione per immagini nella società antica era un processo unidirezionale, mentre oggi i contenuti visivi rendono la loro comunicazione un processo bidirezionale.
Per potere parlare di una certa continuità del potere delle immagini come strumento di propaganda e simbolismo dall’antichità ad oggi bisogna, comunque, tenere sempre presente il grande cambiamento determinato dalla tecnologia, in termini soprattutto di accessibilità e interattività che caratterizzano la comunicazione visiva moderna.
Possiamo considerare le immagini nel mondo antico non solo come rappresentazioni, ma come veri e propri atti performativi che creano e trasformano la realtà sociale? Ci sono esempi specifici che supportano questa lettura?
Le immagini nel mondo antico non vanno viste solo come rappresentazioni, ma come veri e propri atti performativi, in grado di collegarsi e modificare la realtà sociale. Ogni immagine non era un semplice riflesso passivo della realtà, bensì uno strumento attivo che poteva influenzare percezioni, credenze e comportamenti. Significativo, in questo senso, è l’uso dei ritratti imperiali, che non erano semplici rappresentazioni del sovrano, ma strumenti attivi che ne affermavano e legittimavano il potere. La presenza di una statua dell’imperatore in una provincia non solo ricordava la sua auctoritas, ma creava un forte senso di connessione con il potere centrale. La statua era simbolo tangibile della presenza e del controllo esercitato dall’imperatore.
Un altro esempio significativo che possiamo fare è ancora l’Ara Pacis Augustae, un altare dedicato alla pace dall’imperatore Ottaviano Augusto. Questo monumento, oltre a celebrare l’idea stessa della pace, può essere visto come un atto performativo che consolidava l’immagine dell’imperatore in quanto garante di pace e stabilità. Le immagini scolpite su questo altare rappresentavano scene di prosperità ed armonia attraverso una narrazione visiva che legittimava il governo imperiale.
Allo stesso modo, il ritratto dell’imperatore presente sulle monete non aveva solo una funzione di legittimazione economica dell’emissione, ma era anche strumento di propaganda che diffondeva l’immagine e il messaggio ad esso connesso. La circolazione monetale dava unità e conferiva un senso di appartenenza ad ogni provincia dell’impero. Le immagini presenti sulle emissioni monetali contribuivano a comunicare questa percezione di una realtà politica e sociale.
Nella società antica, quindi, le immagini potevano essere uno strumento molto potente non solo in quanto riproduzione della realtà, ma perché erano in grado di plasmarla e, all’occorrenza, modificarla per influenzare la percezione che la società aveva di sé stessa fino al singolo individuo.
La policromia delle statue classiche è stata per lungo tempo ignorata dagli studiosi moderni. In che misura il colore contribuiva all’efficacia comunicativa e simbolica delle immagini nel mondo antico?
L’uso del colore nella scultura classica aveva un ruolo fondamentale, in quanto accentuava l’efficacia comunicativa e simbolica dell’immagine stessa. Per molto tempo la ricerca moderna ha trascurato questo aspetto, influenzata da un’errata concezione della statuaria greca come una scultura in marmo bianco. Le ricerche più recenti, con il supporto di una tecnologia moderna, hanno rivelato la ricca policromia delle statue antiche, che permetteva allo scultore di aggiungere all’opera una maggiore profondità ed intensità. L’uso del colore, infatti, permetteva agli artisti di creare rappresentazioni sempre più realistiche. Rendendo particolari anatomici, come la pelle, i capelli, ma anche gli abiti, le figure acquisivano una dimensione reale che le rendeva immediatamente riconoscibili. Questo realismo accentuava l’impatto visivo ed emotivo delle immagini.
Attraverso il colore, inoltre, si potevano evidenziare particolari significati simbolici, come il rosso che si può ricollegare al potere o il blu alla divinità. L’uso di colori specifici nelle statue poteva veicolare anche particolari messaggi simbolici rafforzando il loro significato all’interno di un determinato contesto sociale. Proprio il colore permetteva di identificare più facilmente le figure rappresentate, divinità o eroi, attraverso la rappresentazione realistica di qualche attributo distintivo. In ultimo, possiamo anche osservare che l’uso del colore poteva avere anche un valore estetico, in quanto rendeva le opere più piacevoli di guardare, migliorandone l’efficacia comunicativa.
La policromia costituiva per gli artisti un ulteriore strumento, estremamente efficace, per rendere le rappresentazioni ancora più realistiche, ma nello stesso tempo per accentuare eventuali significati simbolici.
Quali sono, secondo lei, le principali direzioni future per la ricerca sull’iconografia del mondo antico? Nuove tecnologie come la scansione 3D e l’intelligenza artificiale possono cambiare la nostra comprensione dell’arte antica e del suo potere comunicativo?
Lo studio dell’iconografia antica negli ultimi decenni ha conosciuto una rapida evoluzione, resa possibile dall’adozione di nuove tecnologie come la scansione 3D e l’intelligenza artificiale. Attraverso l’uso di queste nuove tecnologie è stato possibile approfondire lo studio di numerosi aspetti ancora poco indagati. Occorre, però, avere ben chiaro quali possono essere le tecnologie che possono veramente costituire degli strumenti validi per lo studio dell’arte antica.
Per prima ricordiamo la scansione 3D, attraverso la quale è possibile creare dei modelli digitali estremamente dettagliati di opere d’arte, consentendo agli studiosi di analizzarne le caratteristiche tecniche e stilistiche. Da un punto di vista iconografico, la scansione 3D permette di cogliere dettagli difficilmente visibili ad occhio nudo.
L’intelligenza artificiale ha permesso di analizzare e comparare una maggiore quantità di dati visivi e testuali, identificando molte più connessioni come le caratteristiche stilistiche, permettendo un’attribuzione più certa di un’opera ad un determinato artista e di identificare particolari influenze culturali. L’intelligenza artificiale, inoltre, può essere un valido aiuto per ricostruire immagini danneggiate o incomplete, per fornire nuovi elementi al loro studio.
L’uso dell’intelligenza artificiale ha permesso, inoltre, di creare esperienze immersive che possono aggiungere nuovi elementi per comprendere il contesto in cui era inserita un’opera d’arte, definendone meglio il rapporto con il loro contesto sociale e politico.
Le nuove tecnologie hanno permesso anche di effettuare l’analisi multispettrale che utilizza varie lunghezze d’onda per esaminare le opere, rivelando elementi difficilmente visibili sulla loro superficie. Questa tecnologia può essere utilizzata per studiare i pigmenti originali delle statue policrome, identificando successivi modifiche e restauri, per comprendere meglio le antiche tecniche artistiche.
Lo sviluppo delle tecnologie ha aperto lo studio dell’iconografia antica a nuove discipline, alcune delle quali relative alla società che l’ha prodotta (antropologia, sociologia), altre più specificamente tecniche (fisica, chimica). Queste importanti collaborazioni hanno portato ad una interdisciplinarità che ha permesso di arricchire le metodologie della ricerca e di offrire una comprensione più completa ed articolata dell’opera d’arte antica.
Possiamo affermare che le nuove tecnologie stanno rivoluzionando la ricerca sull’iconografia antica, offrendo nuovi strumenti per analizzare, conservare e comprende un’opere d’arte. Attraverso queste tecnologie si stanno aprendo nuove direzioni di ricerca che permetteranno di approfondire la conoscenza dell’arte antica e, in particolare, del potere comunicativo delle immagini.
Giancarlo Germanà
Archeologo, docente ordinario di Storia delle arti visive
Dipartimenti di Comunicazione e Didattica dell’arte
Accademia di Belle Arti di Palermo
giancarlo.germana@abapa.education









