Nel suo saggio, il recupero delle scritture femminili sulla Resistenza si configura come un atto tanto letterario quanto politico. In che modo la sua analisi intende rovesciare o correggere la narrazione canonica, spesso androcentrica, della Resistenza italiana?
Occuparsi di Resistenza, oggi, si configura necessariamente anche come un atto politico, come una scelta etica: non è condizionata dalla vicinanza cronologica al fenomeno, ma da una lettura del presente che richiede il recupero della memoria storica. A proposito della memoria della Resistenza, una delle principali storture è proprio l’assenza della tutela dell’eredità delle partigiane. Nel suo I ventitré giorni della città di Alba, Fenoglio racconta che, durante le celebrazioni del 25 aprile 1945, alle militanti venne ordinato di non sfilare accanto ai loro compagni: si temeva che la presenza femminile avrebbe dato l’idea di un movimento poco efficiente al popolo italiano fortemente misogino degli anni Quaranta. Anche in seguito il ruolo delle donne nella lotta è stato sempre oscurato o ridimensionato. Partendo da questa premessa, spero, con la mia analisi, di dare un minimo contributo per una visione più completa e complessa della letteratura resistenziale, e di conseguenza della Resistenza stessa.
Quanto le scritture partigiane d’autrice risentono, a suo avviso, della tensione fra testimonianza e costruzione letteraria? È possibile individuare una poetica comune o ogni voce si configura come un microcosmo autonomo?
Ogni voce si configura come un microcosmo autonomo in ragione delle differenze di provenienza geografica, esperienze autoriali e di vita, tempo della scrittura. Quest’ultimo fattore mi pare che agisca in modo particolarmente interessante. Uno dei motivi per cui ho scelto di includere nella selezione dei testi proposta nel saggio Raccontiamoci com’è andata, il memoir di Gina Lagorio, è proprio la particolare postura che assume Lagorio nel suo porsi come autrice-testimone. Mentre nei primi esempi di scrittura partigiana di testimonianza l’aver preso parte in prima persona all’azione è vissuto come una legittimazione del racconto, mi pare che Gina Lagorio, che rievoca la sua esperienza partigiana nel nuovo millennio, tema di essere considerata inattendibile, di parte, proprio perché direttamente coinvolta negli eventi. Credo che dovremmo interrogarci molto su questo: sulla difficoltà di affermare, nell’era del revisionismo, una verità in grado di resistere alle strumentalizzazioni. Ad ogni modo, tutte le scritture di testimonianza, per quanto differenti tra loro, convergono sulla necessità di preservare la memoria, che si presenta come il motore che spinge alla narrazione (e all’autonarrazione).
Il titolo del libro sembra voler affermare l’esistenza di una genealogia sommersa. È possibile parlare, secondo lei, di una vera e propria ‘tradizione letteraria partigiana al femminile’? E se sì, quali sarebbero i suoi tratti distintivi?
La questione della genealogia sommersa è una di quelle che mi stanno più a cuore. Nell’immaginario culturale, il racconto letterario della Resistenza è senz’altro legato principalmente a nomi maschili: Pavese, Vittorini, Fenoglio, Calvino e gli altri. Ma c’è un ma. Nell’ultimo capitolo del saggio mi dedico all’analisi di alcuni romanzi di ambientazione resistenziale pubblicati dagli anni Zero in poi, e mi pare che le autrici di nuova generazione abbiano introiettato e rivendichino con forza la lezione storica e narrativa delle antenate, in particolare di Renata Viganò. Prendiamo Dove finisce Roma di Paola Soriga (2012): l’influenza di Viganò è evidente, traspare tanto nei contenuti quanto nei riferimenti intertestuali. Come dicevamo, la poetica di ognuna delle nostre scrittrici è da considerarsi come un microcosmo autonomo – il rischio di facili generalizzazioni che non restituiscano la complessità e la specificità delle singole voci è sempre dietro l’angolo – ma credo ugualmente che si possano individuare delle tendenze comuni: una maggiore autonomia rispetto alla retorica celebrativa che porta le scrittrici a privilegiare la narrazione degli aspetti privati e quotidiani della lotta, la tematizzazione della questione di genere, la propensione a interpretare il fascismo non solo in chiave storica ma anche in una dimensione antropologica.
Le donne della Resistenza spesso rifiutano il protagonismo eroico per privilegiare il racconto del quotidiano, del fragile, del relazionale. Quale valore attribuisce a questa scelta stilistica ed etica nella costruzione della memoria collettiva?
Emblematico in tal senso è il caso di Ada Prospero, una delle scrittrici partigiane a cui sono più legata, una meravigliosa figura di intellettuale militante che andrebbe assolutamente riscoperta. Nel suo Diario partigiano, Ada Prospero si concentra sui sentimenti, le azioni e le preoccupazioni del figlio Paolo Gobetti quasi più che sulle proprie. In generale, le scrittrici, perfino le autrici-testimoni, sono più inclini a condividere il protagonismo scenico, il che permette loro sia di restituire una visione più ampia del fenomeno – tornando al caso della famiglia Prospero Gobetti, il confronto tra madre e figlio ci permette di guardare alla lotta attraverso gli occhi di due generazioni differenti – sia di dar vita a narrazioni ariose, al riparo dal pericolo, piuttosto comune nelle scritture dell’io, di risultare asfittiche.
In che modo il suo saggio dialoga con l’opera di storiche e teoriche come Anna Bravo, Luisa Passerini o Nicoletta Vallorani, che hanno tematizzato la Resistenza da una prospettiva di genere e di riscrittura della memoria?
Queste storiche sono molto presenti nel saggio, in particolare Anna Bravo, a cui dobbiamo la definizione di «Resistenza senza armi» che ritengo essenziale per approcciare la varietà delle esperienze partigiane. Ma devo loro in primis l’ispirazione. Leggendo i lavori di critica storiografica sulle partigiane, mi sono chiesta se fosse possibile, ovviamente cambiando impostazione metodologica, esplorare la questione attraverso la prospettiva e gli strumenti della critica letteraria. E ho tentato di dare un contributo.
La scrittura partigiana d’autrice si confronta non solo con la guerra, ma anche con la lingua. In che modo le autrici da lei analizzate rimodulano il lessico della violenza, della morte, dell’identità? Ci sono strategie linguistiche ricorrenti?
Inizio citando una battuta incredibilmente attuale – anzi, oserei dire universale – di Dalla parte di lei di Alba de Céspedes: «Io non so fare i calzettoni. Non posso adattarmi come le altre a lenire i male prodotto dalla violenza: vorrei lavorare attivamente affinché non si ricorresse alla violenza. Hai capito, Francesco?». Sono partita da questo passaggio perché, nonostante le numerose differenze tra le autrici di cui mi sono occupata – che appartengono a generazioni diverse e si esprimono attraverso diverse tipologie testuali, il che comporta una vasta varietà di strategie linguistiche e narrative – mi pare che si possa percepire in tutte un bisogno supremo di fare chiarezza. “Un’urgenza di dire la verità”, per parafrasare Tobino. Il che le porta da un lato a sfuggire le sperimentazioni (almeno sul piano linguistico), dall’altro a prendere le distanze dalla retorica tradizionale.
Molte scrittrici partigiane hanno avuto percorsi culturali marginali o interrotti: quanto la loro posizione periferica rispetto ai circuiti letterari ufficiali ha influito sulla ricezione critica delle loro opere?
È difficile dare una risposta univoca a questa domanda perché credo si sconfini in almeno altre due questioni: la scarsa ricezione delle voci femminili all’interno del canone letterario (ma mi pare si stiano facendo significativi passi in avanti su questo punto negli ultimi anni) e l’attenzione critica calante verso la produzione culturale partigiana. Tuttavia, c’è da rilevare che diversi romanzi e saggi freschi di pubblicazione affrontano la Resistenza: in questo contesto, spero che i tempi siano maturi per il recupero delle voci delle autrici di cui mi sono occupata.
Qual è, secondo lei, il rischio maggiore che corre oggi il racconto della Resistenza – e come la letteratura d’autrice può contribuire a rinnovarne la vitalità semantica ed etica, sottraendolo alla retorica o all’oblio?
Credo che la riscoperta della letteratura d’autrice potrebbe favorire una visione più inclusiva del fenomeno resistenziale. Il che significa una visione sia più affine alla sensibilità e alle consapevolezze del presente sia più fedele alla complessità del dato storico.
Nel suo lavoro emerge anche una riflessione sul corpo femminile nella guerra: non solo corpo resistente, ma corpo violato, desiderato, nascosto, esposto. Quali modalità espressive vengono messe in campo per restituire questa complessità?
Il rapporto delle partigiane con il corpo è un tema molto affascinante di cui si è occupata diffusamente, ad esempio, Benedetta Tobagi in un altro (meraviglioso) saggio a cui devo molto, La Resistenza delle donne. Tobagi raccoglie le testimonianze di diverse militanti che raccontano di essersi truccate solo per andare in missione: fascisti e nazisti immaginavano le partigiane trasandate e mascoline, le belle ragazze truccate non li insospettivano (attiravano attenzioni di altra natura, mettiamola così). Nella lotta, le donne forgiate dalla repressiva educazione tardottocentesca o fascista, assumono la consapevolezza del proprio corpo come campo di battaglia e molte di loro sperimentano per la prima volta la seduzione come forma di potere, non al servizio del potere.
Infine, a chi si rivolge oggi Scritture partigiane? È un testo militante, memoriale, pedagogico? E quale futuro immagina per una letteratura della Resistenza scritta e letta attraverso lo sguardo femminile?
Chi scrive è sempre troppo di parte per suggerire la classificazione corretta per il proprio testo. Ho voluto dedicare il libro alle ragazze perché temo che le giovani donne siano quelle che rischiano di essere maggiormente penalizzate dalle difficoltà di rintracciare quella genealogia sommersa di cui abbiamo parlato. Ma se (come credo fortemente) la Resistenza, con i suoi ideali e con le sue questioni irrisolte e ferite aperte, appartiene a un passato meno remoto di quanto siamo soliti considerarlo, allora ci riguarda da vicino tutte e tutti: riguarda il nostro presente.
Annachiara Biancardino, direttrice editoriale di Les Flâneurs Edizioni.

Annachiara Biancardino, autrice.








