La memoria dell’amore

“Bisogna restituire l’amore alla vita e la vita all’amore.” 

Può commentare quest’affermazione dalle plurime e molteplici angolazioni che paiono dispiegarsi?

Ogni restituzione è un ritorno. È duplice. È un gesto in cammino, posto fra due estremi. La restituzione è duplice, si fa in due, da parte a parte. Attraversa la fragilità dell’essere fra l’altro che è uno e l’uno che è l’altro. Ognuno è fragile, posto fra gli uni e gli altri. L’attimo è fragile, e nel suo essere uno restituisce l’altro e lo diventa. L’attimo ritorna sempre, ma è ineguale nella singolarità, perché il singolare è ineguale e solo. Chi non conosce la solitudine non sa della restituzione. Chi conosce solo la proprietà non restituisce la vita, che è, nella vita che ha. La reclude. La soffoca, la nega come si dice del negare ad altri qualcosa che, quando è la libertà, diventa negazione del desiderio della vita. La libertà non è una proprietà è una relazione, è restituzione. È duplice, nessuno è libero da solo, la libertà è fatta di legami. Quello più importante è il legame tra la vita e l’esistenza, tra la vita che si è come viventi e la vita che si ha come esistente. Ogni legame che sia d’amore e d’amicizia come di ogni altra relazione dice del grado della propria libertà. Chi restituisce custodisce, senza recludere. L’amore è un possesso senza proprietà. È nell’amore che si custodisce la vita. L’amore è la restituzione. Ed è duale.

La restituzione è per tale sempre imperfetta. Non si può restituire quanto si è avuto, preso, appreso, ascoltato, anche rubato, studiato, vissuto, perché chi ti ha dato e insegnato o procurato manca, non è più o è cambiato, se ne è andato o non l’hai mai conosciuto perché quello che hai appreso l’hai letto in un libro. La restituzione è imperfetta. Quel che hai avuto diventa altro da quel che era dal momento che è stato tuo. Il proprio è improprio, in una restituzione continua. Si può restituire solo all’imperfetto, che è il tempo del racconto. Si può restituire solo a chi non ti ha dato, lo incontri, inatteso, non sapevi. Non lo conoscevi, È là che viene, migrante o detenuto, passante o aspettato. È chi ti trovi ad essere come desideravi che ti serbassero la cura che attendevi. Si può restituire solo a chi non ha avuto o ha perduto quel che custodisci e che è tuo nel racconto che porgi come un segreto nascosto, come provo a raccontare adesso, scrivendo, la storia della restituzione che è duplice, duale, perché è legame fra la vita e l’esistenza, fra la vita che siamo e la vita che abbiamo.

Bisogna restituire la vita all’esistenza e l’esistenza alla vita. È un compito, come quello che si diceva di fare a scuola, ma che bisogna fare adesso in ogni attimo che racconta del suo passare e restare, come il tempo interiore in cui si sedimenta nell’esistenza la vita.

Tra le pagine del libro emerge che la memoria ha un doppio fondo: è il ricordo di ciò che è accaduto e, contemporaneamente, il ricordo di quel che non è avvenuto in quel che è accaduto.

Cos’intende per “memoria” in relazione ai sentimenti?

La memoria è la stanza dei sentimenti. Non è solo un archivio di dati. La memoria dei ricordi è senza date, è il presente del passato, il farsi presente, ritorna. I sentimenti sono fatti di tempo, s’intensano di tempo. Non si ha tempo per chi e per cosa non si ha sentimento, per chi si ama e si desidera il tempo è presente tutt’insieme, in un continuo che non finisce mai di finire.

La memoria è ha un doppio fondo. È fatta di nostalgia e desiderio. Quando ricordiamo si presenta al sentire quel che è accaduto insieme a quel che non è avvenuto in quello che è accaduto. Ricordiamo quel che non è stato ed era, insieme a quel che è stato e non è. Il desiderio e la nostalgia si scambiano come il colore. S’intensano e cangiano, per ritornare a ritrovarsi e allontanarsi. La distanza è una misura, la lontananza è un sentimento. Nostalgia e desiderio si scambiano, essendo la nostalgia il desiderio di quel che è stato e non è più ed essendo il desiderio la nostalgia di quel che non si era e che non si è vissuto. La nostalgia e il desiderio insieme sono la malinconia. La mia città conosce questo sentire sulla scia della parola greca che gli rimane nella voce. Si dice “a-upocondria”, lasciando intatta il sentimento nella pronuncia della voce antica.

“L’amore è un possesso senza proprietà. Sei mia, non di me. Sei mia di te in me.
Sei mia come nemmeno tu sai di essere veramente come sei.”

Sembra un’offerta d’amore. Quanto potente è la carica insurrezionale di questi versi?

L’amore è un possesso senza proprietà, come la vita, come il sapere, com’è la libertà. Quando l’altro diventa una proprietà gli si toglie la libertà, la vita e il sapore dell’amore. Quando ci si appropria dell’altro, dell’altra, si toglie il suo amore, diventa amato, amata, che non ama. Quando l’altro, l’altra, diventa una proprietà l’amore allora è delittuoso, perde il suo colore, non è più un sentimento è un terrore che porta terrore, diventa violenza, non si chiama più amore, per quanto s’invoca come “ragione” di un delitto. Non è più amore, è terrore.

Sei tutta la mia vita dice chi ama all’amato, all’amata. Non è però tutta la vita, è significante della vita tutta per chi ama. Questo passare dal significante al significato fa perdere il senso di ciò che indica. Il senso è nello scarto fra il significante e il significato. Il senso della vita è fra l’esistente e l’esistenza come fra il vivente e la vita. Cerchiamo, esistendo, il senso della nostra stessa esistenza che è la vita stessa, la evochiamo, pronunciando il nome di chi amiamo. Basta sentire come lo pronunciamo a chi ci chiede del suo nome per capire si quale intensità è il nostro amore per la vita in persona.

Possiamo pregarla la vita, invocarla ed è come la evochiamo, nel suono della nostra voce che diamo senso al suo significato. Il senso è fragile, posto fra il significante e il significato.

Tu sei significante per me della vita. Questo può dire chi ama dicendolo a chi ama. Significhi la vita, tutta, per me, ma non sei tutta la vita. Riempi la mia esistenza di vita, ma non sei tutta la vita, e per questo scarto che si diceva un tempo “anelare”, riferendosi al proprio respirare desiderando il respiro della vita.

È quando la parte diventa tutto che si perde anche ciò che si sentiva, togliendolo all’altro, togliendo anche l’altro che dava vita e senso alla propria esistenza. La parte che diventa tutto è la proprietà.

In politica si sente spesso parlare d’amore, anche il dittatore o l’aspirante ai pieni poteri dice che è per amore, ma come una proprietà. Allora diventa violenza. L’amore che diventa proprietà è criminoso. Toglie la libertà.

Malattia e sentimenti adoperano il medesimo lessico: contagio, affezione, dipendenza.

Ce ne spiega la ragione?

Siamo contagiosi. Ci tocchiamo. Sono i nostri corpi, le mani, gli occhi, la bocca, l’ascolto, l’odore che ci contagia. Il nostro corpo ha bisogno del corpo dell’altro per sentirsi e sentimentare ogni senso. Dell’altro ci si ammala. Così si dice anche di chi ama che è malato dell’altro, come si dice anche del morire per amore. Ti amo da morire, si dice, ma è un morire senza perdere la vita.

Il lessico della malattia e lo stesso dei sentimenti. La razionalità è igienizzante. Ragione e sentimento confliggono. Le ragioni dicono sempre la causa di ciò che non va e come deve andare. I sentimenti per la ragione sono una colpa, una malattia, vanno curati, bisogna trovare la causa delle colpe. È chi ama è sempre colpevole. L’amore, come la filosofia, è sempre apologetico, bisogna sempre difendere il proprio amore davanti al mondo che ti dice che è un errore e t’innamori sempre della persona sbagliata o che non è alla tua altezza come la filosofia fa male e fa perdere il tempo del commercio e della produttività. L’amore è però generoso ed è generativo. È la generazione, non la produzione, genera non riproduce. Quando avviene un tale spostamento, dalla generazione alla produzione, allora si perde il genere e le generazioni. Il genere è singolare, non è della specie. La differenza di genere è nella singolarità della propria generosità.

Se il lessico dei sentimenti è lo stesso della malattia è perché, al fondo, opera una doppia cancellazione del corpo. Il sentimento diventa la malattia, che è l’espressione del corpo proprio che chiede l’aver cura. Ed è questa, la cura, che si distorce. I filosofi parlano della malattia come del luogo in cui vedere la salute, come vedere il bene dentro il male, dove viene a finire quando si perde il sentimento della vita. Il lessico della malattia è lo stesso dei sentimenti, l’uno è del corpo come l’altro è dell’anima. È quando non si si ascolta il sentimento della vita che ci si ammala. Il dolore è ancora amore, per ciò che non si ama non si prova alcun dolore. Chi ama soffre e chi soffre chiede amore. È l’aver cura.

Professore, lei tiene corsi di Etica dei legami e di Educazione ai sentimenti in luoghi lontani dall’Accademia, inattesi come le carceri e le scuole di periferia.

Lì ravvede una differente percezione, visione e pratica dei sentimenti rispetto ad altri contesti?

Li chiamo luoghi d’eccezione. Non uso l’espressione “scuola a rischio” o “scuola del disagio”, né parlo di carcere raccontando delle condizioni che tutti sappiamo e per le quali niente facciamo. Il grado di democrazia di un Paese si misura dallo stato delle sue carceri e delle scuole, quando le carceri saranno scuole e le scuole non saranno carceri, allora la democrazia avrà raggiunto il suo grado più alto. Sono tutte queste cose che stanno nella “memoria dell’amore”. Sono queste cose, che mi hanno fatto scrivere il libro con lo stesso titolo. La memoria del calcolatore non le sente, non le sa, non le ricorda, per quanto può rammentarle nella “RAM” della sua memoria.

Sono luoghi d’eccezioni, in cui si pensa all’evasione. Non è poi strano che il lessico delle carceri è lo stesso delle scuole. Si dice evasione scolastica, obbligo scolastico. Potrei non finire a dire le corrispondenze. Sono luoghi d’eccezione.

Nelle scuole di periferia, dove ci sono campi di cemento, scatole per case, dove le pareti sono permeabili a ogni voce, dove chi torna da scuola, se ci va, non trova il tavolo dove studiare che non sia quello della cucina e dove non c’è il computer e l’ipad, ma solo il telefonino magari di ultima generazione, dove però non c’è il wifi, dove il “distanziamento sociale” significa “distanza sociale” come condizione, ecco nelle scuole di queste condizioni non è possibile svolgere il programma scolastico regolare.

Non è possibile né la scuola regolare né quella d’eccellenza, ma è dove si può fare scuola eccezionale. È dove l’eccezione non conferma la regola, ma la cambia, e a favore della regola stessa, aprendo vie impensate. Ricordo sempre don Milani e la sua scuola eccezionale in un luogo d’eccezione. Era una scuola non a tempo pieno, perché era una scuola piena di tempo. Si stava insieme, anche tutto il giorno, e non c’era evasione, perché c’era la libertà come legame, c’era il desiderio e la nostalgia, c’era tutta la vita nell’esistenza di ognuno, c’era quella doppia restituzione, c’era il possesso senza proprietà com’è l’amore di cui perdiamo la memoria e non risuoniamo più della sua accordatura.

Nel libro La memoria dell’amore comincio proprio ricordando di come a scuola imparavamo le poesie a memoria, scrivendo che non era per le poesie, ma per imparare con la poesia la memoria perché avesse un suono. Così la memoria nostra è lo strumento dei sentimenti, che risuonano quando si accorda il proprio sentire con quel “la” della nota che viene da chi è “là” come la vita viene e aspetta solo da noi di essere sentita come la propria senza proprietà e possederla la vita come l’amore è possesso senza proprietà, una passione che aspetta il racconto del sentimento del mondo della vita.

Giuseppe Ferraro è responsabile della scuola “Filosofia Fuori le Mura”. Insegna Filosofia morale all’Università Federico II di Napoli, ha tenuto corsi alla Albert-Ludwigs-Universität di Freiburg in Germania, alla UERJ in Brasile. Tiene corsi di Etica dei legami e di Educazione ai sentimenti nei luoghi d’eccezione, nelle carceri e nelle scuole di periferia. È ideatore dell’idea educativa “Bambini in Filosofia”. È membro del Comitato Etico della Fondazione Umberto Veronesi. Tra le sue pubblicazioni: Filosofia in carcere (2009), La filosofia spiegata ai bambini (2010), La scuola dei sentimenti (2011), L’anima e la voce (2013), Lettere tra un filosofo e un ergastolano (2016), Imparare ad amare (2015), Bambini in filosofia (2015), La Porta di Parmenide (2018), Etica dei legami (2018), Mio caro Platone (2018) Nostalgia del desiderio (2019), La memoria dell’amore (2020), Fragilità (2020)

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