Siamo marea

Perché il patriarcato è tutt’altro che scomparso dalla nostra società e quale significato assume, oggi, il termine “femminismo”?

Il patriacato (ma preferisco parlare di eteropatriarcato) non è scomparso perché gli assetti economici e culturali della nostra società non sono cambiati. Capitalismo ed eteropatriarcato vanno di pari passi e si sorreggono a vicenda, non è possibile distruggere l’uno senza distruggere l’altro. Inoltre il capitalismo nella sua fase avanzata così come si è evoluto produce un’ideologia capace di inglobare alcune delle istanze radicali dei movimenti che lottano per l’uguaglianza e l’equità (non solo i femminismi, ma anche le lotte per l’ecologia, per i diritti delle persone LGBTIQ+…), trasformandole in fonte di guadagno e depotenziandone la capacità di cambiamento. Basti pensare al numero di gadget con messaggi ispirati alle parole chiave del femminismo in vendita nelle grandi catene, alle operazioni di marketing che strizzano l’occhio a certe soggettività oppresse il tema della violenza maschile sulle donne o della lotta contro il tabù delle mestruazioni sono oggetto di varie campagne di marketing di noti brand, così come il tentativo, attraverso l’inserimento di personggi non etero e non bianchi nella pubblicità e via dicendo.

Il femminismo è la lotta iniziata e guidata dalle donne contro l’eteropatriarcato; le forme e i temi di questa lotta sono cambiati nel tempo, nei modi e nei riferimenti teorici e dal punto di vista teorico sarebbe più corretto parlare di femminismi. Per me il tipo di femminismo che è più capace di interpretare la complessità degli assetti sociali odierni è il femminismo intersezionale, che tiene conto delle relazioni tra i vari tipi di oppressione.

Le norme religiose, a cui sono poi seguite le leggi civili, hanno acuito le disparità e le differenze tra maschi e femmine.

Qual è ad oggi lo status delle discriminazioni di genere?

Le discriminazioni di genere sono ancora particolarmente evidenti nel nostro paese. Una rapida occhiata al Gender Equality Index, lo strumento dell’Unione Europea che misura l’uguaglianza di genere nei paesi dell’unione, dimostra come il nostro paese è al di sotto della media europea e quanto lavoro ancora ci sia da fare. E questo è un quadro ancora parziale, perché l’indice tiene conto solo di alcuni indicatori per cui esistono rilevazioni nazionali (per l’Italia quelle dell’ISTAT).

Qual è l’urgenza, se la ravvede, in questa peculiare contingenza storica, pensando ai fatti di cronaca?

Le urgenze sono molteplici. La violenza maschile sulle donne e di genere sicuramente occupa grande spazio sui media ed è un argomento che da qualche anno è ormai parte del dibattito pubblico. Questo interesse non segue poi un impegno davvero concreto da parte delle istituzioni e della cittadinanza nel suo complesso; ci si limita a indignarsi per il fenomeno più grave, quello del femminicidio, senza però approfondire un discorso molto più complesso, quello sulle radici eteropatriarcali di questa violenza e sulla necessità, quindi, di cambiare la cultura dominante.

Ma al pari di questo fenomeno ci sono altre necessità stringenti, una su tutte la protezione del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza e alla contraccezione accessibile (la legge 194 è di fatto inapplicabile in molte regioni, grazie all’abuso della possibilità dell’obiezione di coscienza).

La pandemia, inoltre, ha evidenziato alcuni dei problemi che i movimenti femministi sottolineano da tempo, come la questione dell’occupazione femminile e della parità salariale, la disparità nella distribuzione del lavoro di cura.

Oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si combattono su questo campo?

Il corpo delle donne è sempre stato terreno di battaglia, almeno da quando esiste il patriarcato, dunque non è strano che ancora oggi le battaglie per l’autodeterminazione e l’indipendenza delle donne (e in generale di tutti i generi altri da quello maschile) passino per il controllo dei corpi.

I movimenti femministi hanno sempre fatto dell’autogestione del proprio corpo non solo una delle proprie bandiere, ma uno dei punti di partenza per la costruzione della propria ideologia e questo ha permesso grandi progressi verso l’uguaglianza (a cominciare dalla libertà sessuale, ai diritti riproduttivi etc). Progressi che però non sono acquisiti per sempre, ma vanno continuamente difesi ed esercitati. Quali forze si oppongono alle rivendicazioni dei femminismi? Tutte quelle forme di potere eteropatriarcale e capitalista che nel controllo e nello sfruttamento dei corpi hanno una fonte di sostentamento, come chi detiene il capitale e i mezzi di produzione o la Chiesa (e in generale le religioni costituite come istituzioni).

La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che sviluppa, dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?

Più che di “anticamera della violenza” (un uso sessista della lingua è già una forma, con varie gradazioni, di violenza psicologica), mi pare più corretto parlare di una delle manifestazioni, sicuramente la più comune, della cultura eteropatriarcale e della cultura dello stupro. Fermo restando la forza che le parole, anche quelle più apparentemente innocenti, hanno, non solo perché sono espressione diretta e spesso immediata del modo in cui ordiniamo il mondo, ma anche perché producono sempre un effetto su chi riceve la comunicazione, l’utilizzo di un linguaggio sessista (basti pensare a qualcosa di apparentemente innocuo, come l’utilizzo del maschile plurale “generico” o la resistenza a declinare al femminile alcune professioni) rinforza l’oppressione e rende accettabile e manifesta la discriminazione (non solo contro le donne, ma anche contro le persone che non si identificano nel binarismo di genere). Lavorare sul linguaggio, facendo crescere in chi parla la consapevolezza nell’uso delle parole, significa cominciare a operare un poco di quel cambiamento culturale necessario per abbattere il patriarcato.

Chi ride a una battuta sessista, chi dice scherzosamente a un amico di “controllare la propria donna” non è necessariamente una persona violenta, anzi non lo è nella maggior parte dei casi. È una persona, però, che sta riproducendo una cultura che produce anche la violenza e attraverso quel tipo di espressione la giustifica (molto spesso inconsapevolmente): ecco rendere le persone coscienti di queste dinamiche sarebbe già un’importantissima conquista.

Beatrice da Vela lavora come docente di latino e materie letterarie. Formatrice specializzata in educazione di genere e alle differenze, è un’attivista nell’ambito del femminismo intersezionale, transfemminismo e delle lotte LGBTQI. Scrive e fa parte di Pasionaria.it. Ha scritto: Nocturnales – le ultime giacobine, Siamo marea (con Benedetta Pintus), Quasi una commedia, Sorridimi.

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