Akuaba

Migrazioni, neocolonialismo, corruzione e manipolazione si intrecciano in un intrico di passioni, desideri, ambizioni inseguite a qualsiasi costo. Il suo scritto propone un legame tra sociologia, antropologia e filosofia. Può esplicitare i nessi formali e sostanziali?

Credo che queste tre discipline riflettano, declinandola in sfumature proprie, più o meno accentuate, una stessa esigenza: comprendere le variegate dinamiche che l’essere umano sperimenta per vivere in relazione con l’ambiente e con i suoi simili.

Narrare vicende umane, ambientate in un determinato contesto storico sociale, dunque, implica necessariamente nutrirsi di queste tre weltanschauung. E così ho inserito in una cornice sociale alcune riflessioni di natura filosofica utilizzando una narrazione antropologica o di matrice etnografica.

Ho creato un palcoscenico le cui quinte sono offerte dalla Storia, mentre i personaggi muovono i loro passi animati da passioni che gli studi filosofici (oltre che psicoanalitici) da tempo indagano. Ma la regia resta quella entoantropologica proprio per la sua capacità di mostrare senza giudicare, di restituire senza dover intervenire. L’eventuale giudizio o intervento sarà a posteriori, se ci sarà. Sarà il risultato dell’osservazione e della riflessione. Sarà la natura oggettivante del racconto – per quanto sempre soggettiva – a porre il lettore di fronte al cammino da percorrere: continuare sulla strada intrapresa dai nostri predecessori o deviare, attraversando nuovi sentieri.

Nel suo romanzo, ambientato in una Nigeria devastata dalla presa del potere del generale Buhari, è possibile ravvisare un momento catartico, purificatorio, volto a mondare il corpo e l’anima da ogni contaminazione?

Se questo momento catartico esiste può scaturire solo dalla memoria. La sua importanza per me è alla base di ogni purificazione. Fare i conti con il proprio passato, affrontarlo, perdercisi dentro significa ritrovarsi poi in un presente altro per costruire infine un futuro consapevole. Lasciare la memoria nell’oblio, al contrario, significa proseguire sulla strada di cui accennavo prima, significa percorrere una via tracciata da altri, una via iniqua, non scelta, ma solo subita, sia trovandosi dalla parte dei vinti che da quella dei vincitori. Prendere atto di questa consapevolezza è, credo, il primo passo per deviare dallo, o per proseguire sullo, stesso percorso: la differenza sostanziale è che si sceglie come e dove andare. La catarsi passa attraverso il dolore di dover scegliere, senza non sarebbe possibile alcuna purificazione.

Lei getta luce sullo schiavismo sessuale. Quali sono le fonti che ha adoperato per esaminare siffatto fenomeno e quali contorni assume in Europa?

Le fonti a cui mi sono ispirato sono di natura cronachistica. Articoli di giornale, report di organizzazioni non governative, resoconti storici. Da queste evidenze documentali sembrerebbe che lo schiavismo sessuale – e forme di schiavismo tout court – sia presente in molti luoghi del globo. Pur non essendo un esperto, credo di poter affermare senza ombra di smentita che anche in Europa il fenomeno assuma contorni molto forti. Basta girare per le strade delle nostre città per averne contezza. Alcune vie sono puntellate da corpi semi nudi in vendita. Corpi che hanno smesso di essere persone nel momento in cui hanno subito violenze reiterate e sono diventati merce di scambio.

Credo, però, sia importante sottolineare come questo fenomeno, questa declassificazione a mero oggetto su cui agire le proprie voglie da parte di clienti trasformati anch’essi in meri corpi, affondi le sue radici nella complessità della Storia. Ancora una volta la memoria. Sarebbe necessario ricordare quale fosse il pensiero dominante nel nostro passato coloniale (senza necessariamente andare troppo indietro nel tempo).

Una delle prime strategie per alimentare la narrazione della superiorità della razza fu, infatti, l’etno-esposizione umana vivente. Un fenomeno che si era sviluppato nella seconda metà dell’Ottocento in tutta Europa e che aveva permesso di veicolare un’immagine dell’Africa e dei suoi abitanti visti come “curiosità”, “tracce” di primitivismo, “oggetti” e “reperti” archeologici viventi. Sulla scia della moda introdotta tra XVI e XVIII secolo, in cui la nobiltà europea aveva fatto a gara per allestire le Wunderkammer dove raccogliere mirabilia, abitanti dei paesi colonizzati furono “costretti” a esibirsi nelle grandi esposizioni universali. Mostrati al pubblico in un ambiente che ricostruiva quello di provenienza, sospesi in un eterno presente, come veri e propri tableau vivant riproponevano il loro quotidiano, esponendo agli astanti il loro “esotismo”. Erano, nell’ottica degli organizzatori, “tracce” viventi di selvatichezza e primitivismo da cui la stessa Europa era partita, lo stadio più basso dell’evoluzione umana da cui ormai i cittadini europei si erano allontanati da tempo. In un secondo tempo iniziò a emergere una certa morbosità indirizzata verso i corpi delle donne nere. Dall’esotismo originario, si passò all’erotizzazione dell’Africa. Via via che l’espansione italiana prendeva piede, la propaganda, in Patria, si alimentava di quel sistemadelineato da Anne McClintock come porno-tropic tradition: “nell’immaginario europeo, l’Africa e le Americhe erano divenute dei ‘porno-tropici’ e le donne nere, collocate al limite tra il bestiale e l’umano, erano rappresentate come la quintessenza dell’aberrazione sessuale, dell’eccesso e dell’anomalia. In queste fantasie, che attingevano a ‘una lunga tradizione dei racconti dei viaggiatori come la versione erotizzata di uno stupro’, il mondo appariva come un corpo femminile offerto all’esplorazione maschile” (1995: 22). Un immaginario, dunque, come afferma Volpato in La violenza contro le donne nelle colonie italiane, imperniato “sulla metafora della Venere nera, che riduceva l’immagine della donna africana alle sole dimensioni dell’esotismo e dell’erotismo. Alla donna nera veniva riconosciuta come unica identità quella sessuale. Ne derivava una sorta di ‘harem coloniale’ […] che aveva la funzione di rendere desiderabile ai lavoratori italiani il trasferimento nelle colonie” (2009: 112). Senza addentrarmi troppo in queste analisi, rimando, su tutti, a Giulietta Stefani che in Colonia per maschi. Italiani in Africa Orientale: Una storia di genere (Ombre Corte, Verona 2007) ha delineato in termini molto più autorevoli dei miei l’immaginario coloniale rispetto al genere. Ciò che mi preme dire, a questo riguardo – ed è ciò che ha condizionato la stesura di Akuaba – è che non servono speculazioni morali per analizzare alcuni fenomeni, sarebbe necessario utilizzare narrazioni differenti che tengano conto della complessità storica e che ci pongano dinanzi alle nostre azioni non sempre (quasi mai) meritevoli.

Questo è un libro che gratta il fondo della sfera affettiva; vaglia meticolosamente sentimenti, emozioni, ossessione, attrazione, passione, per poi scaraventarli, di nuovo, sul fondo, senza sterili edulcorazioni. Quale idea ha voluto che emergesse dei rapporti umani?

I rapporti umani sono contraddistinti dai sentimenti e dalle passioni, ma non solo da essi. Vi si intrecciano, anche, relazioni di potere e percezioni de l’altro frutto un bagaglio culturale pregresso. Proprio in ragione di ciò si è, più o meno consapevolmente, privilegiati. Spesso è il privilegio a dettare le regole e a indirizzare verso un desiderio o un altro da inseguire e perseguire. Ciò che mi interessava emergesse era proprio questa spinta innata che accomuna gli esseri umani – il desiderio, appunto – declinandola però in maniera differente in base al ruolo giocato negli eventi costruiti intorno a ognuno. Essere bianchi maschi europei e benestanti è differente dall’essere di colore africani e indigenti. Questa diversità non può essere una colpa né per gli uni né per gli altri, ma può diventarlo nel momento in cui non si fa nulla per colmare il divario che queste due differenze produce. Questo su un piano più generale, per quanto riguarda la sfera puramente affettiva, volevo scandagliare quanto il peso del desiderio fosse dirimente nelle scelte di ognuno e quanto fosse il vero motore di azione, molto più di altri sentimenti che normalmente vengono presi in esame. Cosa sei disposto a compiere pur di soddisfare il tuo desiderio? Questa è la domanda che mi sono posto e ho lasciato che i personaggi rispondessero per me. Mi piacerebbe che ogni lettrice o lettore si ponesse lo stesso quesito riflettendo sulle scelte che i protagonisti di Akuaba hanno deciso. Inoltre volevo emergesse un altro aspetto che più di tutti colpisce il mio interesse: l’imperfezione umana. Credo questa sia la più grande caratterizzazione che ci contraddistingue. È proprio in virtù di essa che tentiamo un’elevazione, troppo spesso senza riuscirci. Gli errori che commettiamo sono il frutto di questo tentativo, a volte goffo, di provare a superare la nostra meravigliosa imperfezione. Nelle relazioni, poi, tutto questo è ancora più evidente ed è questa evidenza che volevo emergesse.

Lei indaga l’atavico binomio bene-male, sovvertendone la finitezza. Ha un messaggio etico da veicolare?

No, nessun messaggio etico. Credo, come ho detto altrove, che il compito di chi sceglie di narrare non sia quello di veicolare morale o etica, ma sia quello di porre l’attenzione su temi e fenomeni, suscitando reazioni, anche stranianti e disturbanti.

Forse, però, se c’è un “messaggio nella bottiglia” che ho affidato alla distesa cobalto è che per spiegare il mistero degli eventi bisogna immergersi e naufragare nel desiderio.

Francesco Staffa, antropologo, ha collaborato con diversi musei etnografici ed è stato consulente per la trasmissione Rai Geo e Geo. Ha scritto per diverse riviste, tra cui Nazione Indiana e AM –Antropologia Museale. Lavora come tiflodidatta e insegnante.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...