La mischia

Il suo romanzo possiede una struttura tripartita. Per quale ragione?

Nel progetto iniziale dovevano essere due parti, come in uno specchio. Ma l’ulteriore cambio di stile delle ultime pagine mi ha imposto di raggrupparle in una terza, che è più simile a una coda che a una vera propria parte. Forse avrei dovuto chiamarla in un altro modo. È buffo, perché anche il romanzo è così: ti fa credere che i protagonisti siano due, ma c’è sempre un terzo inatteso che fa capolino e mantiene il loro equilibrio, fino alle fine; due è un numero insopportabile, per loro. La terza parte si stacca, è come un satellite che li guarda da lontano. Un posto in cui mi libero. Forse avrei dovuto chiamarla proprio così, «Lontano».

Bilbao, la Parigi bobo e quella delle banlieu: si tratta di altrettanti stati psichici?

Può darsi, la polifonia del romanzo è restituita anche dalla voce delle città, e non solo dei personaggi che le popolano. Bilbao è l’allucinazione di Gorane, Arrautza quella dei morti, Parigi è una sovrapposizione di tanti stati psichici, forse, una città che sono loro a trasformare. Ho appena riletto Tropico del Cancro dove Miller scrive che «Parigi è la culla delle nascite artificiali»: proprio questo accade ne La mischia, un palco roteante che duplica, triplica i nomi di chi lo abita, e insieme si moltiplica da solo, come fa la Parigi che ho conosciuto io; tante versioni possibili di una sola città che non vuole fissarsi, come per paura di aver sbagliato copione. Questo è un romanzo di riscritture, credo, e anche Parigi è una città che si riscrive di continuo, che da una via all’altra cambia faccia, ti dice: io non sono qui (e neanche tu). In generale, mi pare che ne La mischia, lo spazio sia una conseguenza, l’emanazione esterna di un’inquietudine, di un desiderio. Il primo paragone che mi viene in mente è il paese delle meraviglie di Carroll, un mondo in cui si cade, prima di tutto, pieno di tane e laghi di lacrime, dove la mia Alice sogna di inseguire qualcuno e si ritrova davanti a una miriade di porte, troppo grande e troppo piccola insieme, in attesa di giocare la sua partita.

Quanto diverge dalla norma codificata l’impostazione della sua narrazione? Mi riferisco alla scansione delle fasi stesse dell’incedere: incipit, esordio…

L’impianto non è troppo sperimentale, né frammentario – escluso l’ampio salto temporale dell’ultima sezione – e credo conservi una certa classicità che forse non è così difficile rintracciare. I tre capitoli della prima parte si svolgono in contemporanea: sono tre sguardi diversi sullo stesso tempo condiviso da persone che si sono allontanate e continuano a cercarsi con la mente. È un tempo di segnali di fumo, lettere telepatiche e attese. Nella seconda parte il ritmo si fa più concitato, ma anche qui la narrazione procede in questa stessa simultaneità temporale a cui corrisponde una distanza fisica, anzi un allontanamento. Di smottamenti temporali non ce ne sono molti, il tempo è loro amico, lo condividono come se lo trascorressero assieme; è lo spazio a mettersi in mezzo e ostacolarli, gli scivola sempre sotto i piedi, strappandoli alle braccia dell’altro, sottraendo loro la possibilità di vicinanza.

L’ETA: il terrorismo. Quale idea intende veicolarne, valutando che non è trattato in modo riduzionistico né deterministico?

Non ho nessuna idea da veicolare, per questo ho scritto. Il terrorismo è una forma di violenza storica che mi è servita, forse, per parlare di una violenza privata che ho provato ad allargare per non sanguinare più da sola. Ma non è una violenza a caso, anzi, si lega alla difesa dei propri confini, così come accade nel nazionalismo dell’ETA: questa combinazione tra paura e violenza, tra difesa di sé e aggressione dell’altro era il centro della ferita che volevo esplorare.

La libertà ed il suo uso: può fungere da strumento di violenza?

Forse ogni cosa può trasformarsi in uno strumento di violenza, di manipolazione. La libertà, nel caso dei Moraza lo diventa, è un paradossale dispositivo di controllo che a furia di spingerli nel mondo a briglie sciolte li incatena. È difficilissimo capire cosa significhi davvero essere liberi, io ho provato a cercare una risposta in questo romanzo, negli autori che amo, nelle persone che ho vicino, ma non ci sono riuscita. Amelia Rosselli accostava il volo libero della sua Libellula al «panegirico» che, con piglio piuttosto ironico, definiva come «giro del pane», il quotidiano guadagnarsi da vivere. Dove stia la libertà, tra questi due poli, come si faccia a riconoscerla e ad esercitarla, è una delle famose ossessioni che colpiscono gli scrittori e che credo mi terrà allacciata ancora per un po’.

Valentina Maini ha conseguito un dottorato in Letterature comparate tra Bologna e Parigi e ha pubblicato racconti su «retabloid», «TerraNullius», «Atti Impuri», «Horizonte», «verde» e altre riviste. Alcuni suoi articoli sono comparsi su «Poetiche», «La Deleuziana», i «Classiques Garnier». Ha pubblicato la raccolta di poesie Casa rotta (Arcipelago Itaca, 2016, primo posto al premio letterario Anna Osti) e il romanzo La mischia (Bollati Boringhieri, 2020). Traduce dal francese e dall’inglese e insegna materie letterarie in una scuola serale. È rappresentata da Oblique Studio, Roma.

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