Virtuale è reale-Aver cura delle parole per aver cura delle persone

Gli ambienti online sono una simulazione di realtà o sono la realtà stessa delle relazioni interpersonali e sociali?

Per chi ha in mente le sperimentazioni tecnologiche degli anni Ottanta è possibile che la “realtà virtuale” evochi ancora l’idea di una dimensione artificiale e, in questo senso, irreale, slegata dalla vita vera, quasi un mondo alternativo in cui poter essere e potersi esprimere varcando i limiti imposti dalla materialità, un mondo che – soprattutto – scompare quando si spegne il computer o la console. La realtà virtuale per come invece è oggi è qualcosa di diverso: è un ambiente frequentato da tutti, non solo da visionari e pionieri. È una piazza in cui tutti prendono liberamente parola, in cui ciascuno ha un proprio pubblico e in ogni caso tante amicizie. Ciò che accade sui social-media a livello di conversazioni, di incontri, di litigi, di collaborazioni è pienamente reale, non svanisce quando (se…) chiudiamo un’App, ma rimane valido anche se poi proseguiamo gli scambi davanti a un caffè. Uno dei problemi però è il permanere di quella prima “memoria” che ancora rappresenta il “virtuale” come un mondo in cui i limiti non ci sono e in cui gli eventuali eccessi si dissolvono, come se nulla fosse. Alle volte è questo fraintendimento che fa perdere di vista il fatto che negli ambienti online si articolano realmente proprio le nostre ordinarie relazioni interpersonali e sociali.

Nella consapevolezza che “virtuale è reale” quanto il suo testo si è ispirato al Manifesto per la Comunicazione non ostile?

Il testo nasce precisamente come un dialogo con il Manifesto, ma in effetti non ne è un commento né tantomeno una “interpretazione canonica”: il Manifesto può ispirare molte riflessioni diverse, tutte legittime. Quel che ho cercato di fare è di suggerire delle piste di riflessione non del tutto immediate, proprio per mostrare che se ci diamo un po’ di tempo in più il Manifesto può aiutarci a scoprire questioni e problematiche meno evidenti ma non meno interessanti. Nei 10 principi e nei suggerimenti che li accompagnano c’è qualcosa che si nasconde (e si rivela) tra le righe, ed è lì che invito a cercare.

Quali sono gli stili comunicativi da preferire per prendersi cura delle relazioni?

Parole O_Stili gioca proprio sull’idea che il contrasto all’ostilità online (e offline) è una questione di “stile”, cioè anche di formazione, di pratica, di allenamento insomma. Poi naturalmente gli stili comunicativi sono anche altro, riflettono i caratteri e l’espressività delle persone, e in questo senso sono tutti unici. Un tratto però che può caratterizzare uno stile attento alle relazioni è la disponibilità a rallentare, a rivedere le espressioni e le parole che si scelgono in una mail come in un tweet: darsi il tempo per rileggere, il tempo per chiedersi come risuoneranno quelle parole nei propri interlocutori, il tempo per correggere, ecco, questi gesti fanno parte della cura delle parole orientata alla cura delle relazioni.

L’integrazione tra virtuale e fisico nelle interazioni e nelle relazioni può costituire una sfida etica?

Sì, lo è senz’altro, proprio perché noi siamo parola e siamo gesto, soffio e materia, pensiero e azione. Ogni nostra espressione o decisione che nel dispiegarsi incontra le vite degli altri ha una consistenza morale, proprio perché ha un impatto sull’altro, sui suoi desideri e progetti, sulle sue idee. Quanto però parliamo di sfida etica non dobbiamo pensare subito alla questione della “responsabilità” come se il tema fosse “chi paga se qualcosa va storto”: questo è un modo riduttivo e tutto sommato molto individualista di concepire la responsabilità morale. È un po’ come dire che l’etica entra in gioco solo in caso di danni e finché non ce ne sono ognuno non ha altro di cui occuparsi se non di correre per la propria autorealizzazione. Invece la responsabilità autentica è creatrice, è un immaginare il buono che ancora manca e che si può costruire insieme agli altri e per tutti. In questo senso comprendere l’ampiezza dell’impatto delle nostre decisioni, comprenderla “nel bene e nel male” e non solo nel male, è una autentica sfida e certamente l’esperienza dell’ampiezza delle piazze virtuali può aiutarci ad esserne più consapevoli.

Professore, quali sono le motivazioni da offrire in special maniera ai giovani per comunicare in modo non aggressivo e rispettoso dell’altro?

Possono essere molte le motivazioni, ma credo che una da tenere in particolare considerazione è l’impegno nel creare “ambienti” relazionali capaci di avvicinare tra loro le persone e di essere inclusivi e partecipativi. Certamente tutto questo è faticoso, comporta la disponibilità ad ascoltare, non di rado anche la capacità di farsi da parte e di cedere il passo. Tuttavia queste fatiche sono poca cosa se paragonate a quelle che occorre sostenere quando le relazioni collassano, quando le persone si ostacolano a vicenda e non riescono più a comunicare. Vivere in un ambiente relazionalmente salubre – il che non significa privo di conflitti, naturalmente, ma piuttosto capace di affrontarli costruttivamente – significa vivere bene e vivere bene tutti. Significa poter dedicare le energie migliori alla costruzione, alla progettualità, alle imprese cooperative. Curare le relazioni – cosa che avviene anche (non solo, è chiaro) curando le parole e i modi di esprimersi – significa creare la condizioni migliori per uno sviluppo sostenibile e non dispendioso. È qualcosa per cui vale senz’altro la pena di impegnarsi.

Giovanni Grandi è professore associato di Filosofia Morale presso il Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata dell’Università degli Studi di Padova; insegna Fondamenti Teorici e Storici di Antropologia filosofica e Antropologia applicata presso i Corsi di Laurea Triennale in Servizio Sociale e Magistrale in Scienze del Servizio Sociale del medesimo Ateneo. È stato Presidente del Centro Studi Jacques Maritain (Portogruaro, VE) e dell’Istituto Jacques Maritain (Trieste). È membro del Consiglio Scientifico dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain, del Consiglio Scientifico del Centro Studi sulla Sofferenza Urbana – SOUQ di Milano e del Consiglio Direttivo del CIRFIM (Centro Interdipartimentale di Ricerca di Filosofia Medievale) dell’Università di Padova. Dirige la Scuola di Antropologia applicata dell’Istituto Jacques Maritain. È direttore, insieme a Luca Grion, dell’annuario di filosofia “Anthropologica” (Edizioni Meudon) e membro della Direzione della rivista “Dialoghi”, trimestrale dell’Azione Cattolica Italiana. Dal 1996 è in organico del Corpo Nazionale di Soccorso Alpino e Speleologico nella Delegazione del Friuli-Venezia Giulia.

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