Il peccato originale

Nel testo non è narrato lo straordinario, ma il banale quotidiano che tutti ci soffoca. Che cosa vuoi comunicare in una forma agrodolce ed adoperando la maschera di luoghi, oggetti ed incombenze pratico-burocratiche?
Forse una sorta di Purgatorio. Una punizione non definitiva, che costringe il protagonista a correre e a lottare. Le incombenze burocratiche che assolve per ottenere il riconoscimento di invalidità civile crede siano pratiche indispensabili per riavere l’identità che ha perduto.
Il protagonista fa scorribande tra ASL, INPS, medico di base, ortopedico, psichiatra, commissioni a cui sottopone le proprie cartelle cliniche, radiografie e risonanze magnetiche, quindi va a ubriacarsi al bar. Tutto appare molto grottesco.
In verità molti malati per stordirsi dalle proprie sofferenze si dedicano al fumo, all’alcol, alle droghe, al gioco d’azzardo. È grottesca la stessa natura umana.
Lorena, Marlonbrando, Chicco, Sasà, Gino Bingo – tossici, spacciatori e prostitute – sono “l’umanità sconcia con cui il protagonista condivide droghe e turbamenti”. Incertezza, precarietà, fragilità, inquietudine, indefinibilità paiono così costituire il filo rosso della vita. Qual è la chiave per placare la febbrile ricerca del senso dell’esistenza?
Il protagonista ritrova negli ultimi, negli sbandati e negli spostati, anime simili alla sua, creature non pacificate, ancora arrabbiate e, per quanto “ammalate” ancora piene di energia vitale. Per quanto riguarda il senso della vita, la sua ricerca da parte nostra sarà sempre febbrile e sempre inconcludente. Ma è meglio cercarla che averla già trovata.
Ne Il peccato originale lei dà forma a una narrazione colma di aforismi, battute, freddure, giochi di parole. Com’è riuscito a condensare in modo rapido e fulmineo argomenti ricchi di chiaroscuri quali amore ed inquietudine, malattia e lavoro?
La sfida era quella di armonizzare molte mie disposizioni (la poesia, il teatro) con alcune esperienze di vita (un’infanzia interrotta brutalmente e gli strascichi di quell’espulsione violenta). Dopo il mio ultimo romanzo ho atteso a lungo per avere la giusta storia da raccontare ma soprattutto lingua e stile per raccontarla. Se al lettore arrivasse armonia tra elementi solo all’apparenza distanti, mi riterrei soddisfatto.
C’è un irrisolto nel rapporto madre-figlio recuperabile attraverso la chiave di lettura del passato?
C’è un bambino che ha corso grandi pericoli, e ha avuto accanto solo la madre. Questo ha fatto sì che idealizzasse la sua figura, ma che non riuscisse più a vederla a fuoco. A livello inconscio quel bambino sa molto di più. Incolpa la madre di avergli fatto correre quei pericoli, non averlo aiutato abbastanza, di averlo come tradito. Finché tanta rabbia non verrà alla coscienza, quel bambino non potrà mai diventare un uomo libero.

Massimiliano Palmese è autore dei romanzi L’amante proibita (2006, finalista Premio Strega, Premio Santa Marinella), poi tradotto in Germania (Der Shatten einer Liebe, Rowholt, 2007) e Spagna (La amante prohibida, Lengua de Trapo, 2007); quindi Pop Life (2009). Per le sue raccolte di poesia ha vinto il Premio Eugenio Montale e il Premio Sandro Penna. Scrive per il teatro e ha pubblicato le drammaturgie Quattro mamme scelte a caso (Caracò, 2012) e Il caso Braibanti (Caracò, 2017). Da tempo si dedica alla traduzione in versi di William Shakespeare. Ha pubblicato la traduzione integrale dei Sonetti (William Shakespeare, Tutte le Opere vol IV, Bompiani, 2019). È autore e coregista del film documentario Il caso Braibanti (2020), Nastro d’Argento 2021.

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