Lunario

“Ci vuole più Poesia!”: in un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla Poesia?
Assolutamente si. Il confronto quotidiano con la scrittura e l’esercizio poetico può assolvere benissimo a quel fare ordine e pulizia all’interno della propria mente e della propria coscienza. Scrivendo si innestano dei meccanismi capaci di promuovere certe parti dell’inconscio e di modificare la chimica fisiologica del nostro organismo.
Sono trentuno poesie. Come i giorni del mese. O di un ciclo della Luna. Come e quando ha preso vita e quali sono stati gli umori che ne hanno accompagnato la stesura?
Lunario è frutto di un blocco che durava da ormai sette anni. Per me è un piccolo miracolo. Mi sono ritrovato a scrivere a piccoli passi, verso per verso. Era così tanto atteso e sperato questo ritorno che posso tranquillamente dire che la sua venuta fu accompagnata da un travaglio gioioso.
Lei scrive versi che narrano quasi d’una atemporalità, in cui si stenta a riconoscere il contesto storico in cui la vita si svolge. La vita umana vive una costante condizione di anonimato?
Credo nei corsi e nei ricorsi storici anche all’interno di una singola esistenza. Perciò mi sento di oggettivare le mie esperienze. Scrivendo la prima cosa che si annulla, sono proprio io. E l’insegnamento diventa di tutti. Universale.
Sembra esserci e pare vero: qual è il ruolo dell’immaginazione nel percepire chi è ignoto e vestirlo di realtà?
Scrivendo si scava, e scavando si trovano le cose sotto altre forma, più vere e primitive. A volte non le si comprende. Altre ci restano addosso, chiedendo di uscire appunto da quello stato di immaginazione, per partecipare al vero.
La sua versificazione appare sensibilmente refrattaria al rispetto ovvio ed ossequioso delle norme grammaticali, compromettendo irrimediabilmente la logica connessione lettura-comprensione. Qual è la chiave d’accesso per discriminare i suoi intenti comunicativi?
Premetto che per la maggior parte delle volte nasce tutto così. Allora cerco di non risolvere troppo questo mistero. Mi rendo conto che è una scrittura che non si lascia catturare a prima lettura, Ma sono certo che dove non si comprende, suona. E il suono si deposita nella mente pronto a diventare agente di nuove ed altre sinapsi che producono nuovi significati.

Sebastiano Adernò si è laureato in lettere moderne a Milano con un iter formativo in Storia e Critica delle Arti e una tesi in Storia e Critica del Cinema. Nel 2010 vince il Premio “Ossi di Seppia” e si classifica terzo al Premio di poesia “Antonio Fogazzaro”. Dopo la sua opera prima Per gli anni a venire (LietoColle 2011), ha pubblicato Kairos (Fara Editore 2011). Fa parte del collettivo Ultranovecento creato da Simone Zanin che realizza libri d’artista con cui ha pubblicato una plaquette, Abissi non richiesti (2011) impreziosita da un’opera di Marco Baj. Nel 2012 è uscita una raccolta di testi civili dal titolo In luogo dei punti per Thauma Edizioni e un romanzo, Luci sulle lucciole (Edizioni Montag) di cui è co-autore insieme al filosofo Leonardo Caffo. Per la Nuova Editrice Magenta, sempre nel 2012, ha pubblicato la raccolta Ossa per sete. Successivamente ha partecipato al progetto di Nuova Vandea (2013) un piccolo compendio di Resistenza edito da officineultranovecento. Dopo una pausa lunga otto anni è uscito Lunario (2021) per Gaele edizioni. Notevole, negli ultimi anni, la sua attività come artista visivo, con numerose partecipazioni a eventi, reading e festival.

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