Dalla carta alla pellicola. Storia dei cinecomic internazionali

Cinema e fumetti sono le arti visive che hanno maggiormente caratterizzato la cultura popolare moderna.
Quali sono le ragioni che ne hanno decretato immediata diffusione e largo apprezzamento, valicando ben centoventicinque anni?

Il desiderio di narrare storie attraverso immagini sequenziali, in realtà, è antico quanto l’uomo, al punto che non è errato reputarlo insito nella sua natura.
A partire dalle pitture rupestri che testimoniano l’attività preistorica umana (le grotte di Altamira e quelle di Lascaux, per esempio), ogni epoca è infatti segnata da tali forme di racconto. Pensiamo alla Roma Imperiale (con la colonna Traiana) o al Medioevo (con l’arazzo di Bayeux e l’iscrizione di San Clemente e Sisinnio); persino le “Storie di San Francesco”, il ciclo di affreschi attribuiti a Giotto, è una narrazione per immagini in sequenza.
Cinema e fumetto, sfruttando le opportunità offerte dal progresso, non hanno fatto altro che catalizzare tali istanze, rendendole accessibili a tutti e in ogni luogo.
Se torniamo all’assunto iniziale, ovvero che l’esigenza di legare delle storie alle immagini sia connaturato all’uomo, possiamo avere una delle possibili ragioni che spiegano l’importanza assunta da tali forme di espressione nella cultura contemporanea. Motivazione che si rafforza considerando come l’immaginario sia stato profondamente segnato dagli eroi protagonisti di film e vignette, elevandoli al rango di vera e propria mitologia dell’era moderna.

Lei ha osservato la relazione tra cinema e fumetti attraverso le trasposizioni di fumetti realizzate con attori dal vero: ci suggerirebbe un approccio di “lettura”?
Il rapporto tra cinema e fumetto, in effetti, è talmente vario da prestarsi all’analisi assumendo prospettive differenti. Non va dimenticato, infatti, come oltre che “dalla carta alla pellicola” valga anche il percorso inverso, con un gioco di influenze non meno stimolante. Senza tacere, poi, della possibile interpretazione attraverso discipline quali semiotica, sociologia e scienza delle comunicazioni.
La scelta di assumere il punto di vista dei cosiddetti “live action”, ovvero le opere cinematografiche realizzate con attori dal vero, assolve essenzialmente al riconoscerne la funzione emozionale per descrivere quella che, per un lettore di fumetti, è la più intensa delle magie realizzate dal grande schermo: vedere le pagine degli albi prendere vita. Ciò perché, non dimentichiamolo, in tali opere cinematografiche l’assunto di partenza è, e rimane comunque, il mondo delle “nuvole parlanti” con la forza evocativa del suo immaginario.

Muto, sonoro, serial cinematografici, affermazione della televisione, blockbuster.
Come ha reagito l’“immagine in sequenza” all’odierna fruizione in streaming?

La storia del cinema è il racconto di un’evoluzione segnata dal progresso tecnologico e dalle trasformazioni sociali. Non è un caso che il libro sia strutturato proprio come narrazione cronologica, aspetto che, più degli altri, permette di cogliere il senso dell’evoluzione del genere dei cinecomic e, di riflesso, del cinema stesso.
Una cronologia in cui i passaggi che ha citato nella domanda corrispondono ad altrettante tappe storicamente fondamentali: il sonoro che ha rivoluzionato la recitazione; la televisione che ha posto il tema della concorrenza mediatica; i blockbuster che hanno codificato la “ricetta” con la quale strutturare le produzioni; e così via.
Sono parte di un’evoluzione, tanto essenziale quanto inevitabile, di cui i cinecomic offrono una chiave di lettura unica. Tale genere, infatti, nel corso della sua storia ha mostrato una non comune capacità di reagire alle trasformazioni, adattandosi e reinventandosi con determinazione.
L’odierna fruizione attraverso le piattaforme che offrono contenuti in streaming e on line ne è un’ulteriore tappa. Una fase che – escludendo ovviamente le implicazioni derivanti dalla concorrenza imposta ai cinema – ha amplificato le possibilità offerte dal genere, soprattutto attraverso la serializzazione che ha consentito una narrazione più approfondita e articolata, molto più affine alla struttura tipica dei fumetti moderni.
Batman, Joker, Superman, Spider-Man sono personaggi che possono vantare un’evoluzione pluriennale.
La fedeltà alla “carta” in che misura è compromessa o violata dall’adattamento cinematografico?

Cinema e fumetto, seppur accomunati dalla narrazione attraverso immagini sequenziali, sono linguaggi profondamente diversi. Tradurre l’uno nell’altro significa introdurvi delle chiavi interpretative diverse, anche soggettive. E’ inevitabile. Ciò a maggior ragione quando si parla di fumetti.
La lettura di un fumetto, infatti, è una fruizione più complessa di quanto possa apparire. Si tratta di opere che non solo possiedono un nesso di essenzialità con l’aspetto grafico (si pensi alla funzione sintattica delle tavole), ma sono frutto di una stratificazione temporale, la quale fa sì che i personaggi siano la risultante di un processo di crescita e maturazione che, non di rado, attraversa i decenni. Un’evoluzione che è immediata e riconoscibile per il lettore, ma che è impossibile trasferire nel paio d’ore di una trasposizione cinematografica.
Aspetti che chiariscono i malumori spesso manifestati dai lettori abituali di fumetti, non ritrovando sul grande schermo l’aderenza a quello che considerano un canone inalterabile.
Da ciò, però, non si deve trarre l’erronea conclusione che il cinema sia per sua natura incompatibile con il fumetto. Tutt’altro. E’ un dialogo che può rivelarsi stimolante e proficuo, basti pensare a quei cinecomic strutturati in più piani di fruizione, permettendo di essere apprezzati tanto dal pubblico generalista, quanto dagli “iniziati”. Un compito non semplice, ma gli esempi di ottima fattura in tal senso non mancano (i casi più recenti sono “Joker” di Todd Phillips al cinema e la serie “Watchmen”).
Un‘ulteriore dimostrazione, qualora fosse necessario, come i cinecomic non possano essere liquidati tout court come prodotti commerciali, bensì vadano intesi come forme di espressione dotate di una loro specificità narrativa.

Scuole fumettistiche come quella britannica, franco-belga, argentina e giapponese possono ostentare una tradizione consolidata.
L’Italia ha una propria “scuola” con peculiarità riconoscibili?

E’ ormai assodato come la nostra sia una tra le tradizioni fumettistiche più importanti al mondo. Parlare però di una sua riconoscibilità è meno spontaneo di quanto possa esserlo per altre (si pensi a quella francese o al manga).
Il fumetto italiano, infatti, è il frutto di un processo di costante trasformazione che ne ha sfumato i contorni. Sicuramente, nel passato, il rapporto con l’origine nostrana era più immediato.
Nei generi, in primo luogo.
Con il western che, seppur estraneo alla nostra cultura, il fumetto italiano è riuscito a reinterpretare sino a farlo proprio (Tex su tutti); con il nero criminale, che ha fatto altrettanto con il concetto di thriller metropolitano (Diabolik, Kriminal, Satanik); con il fumetto satirico, coniugando in maniera originale humour e analisi sociale (Alan Ford, Sturmtruppen); con l’erotismo, in cui è stata reinventata l’estetica formale della classicità (Manara, Crepax).
Individuabile, poi, la scuola italiana lo è stata nella contrapposizione (oggi sempre meno netta), tra fumetto popolare e fumetto d’autore. Pensiamo alla tipica struttura visiva nel primo (la cosiddetta “gabbia”), o al nesso di inscindibilità con la componente disegnata nel secondo (le opere di Hugo Pratt, Magnus, Milo Manara, Sergio Toppi o Andrea Pazienza, solo per citare i primi che vengono in mente, sono eloquenti a tal proposito).
Tale riconoscibilità oggi è meno evidente, soprattutto in tempi recenti in cui la globalizzazione ha reso tutto più fluido e permeabile alle contaminazioni. Eppure, a un occhio attento, per lo meno da un punto di vista grafico, non credo possa sfuggire un certo richiamo alla plasticità e alle istanze classicheggianti che hanno contraddistinto le nostre arti figurative dal Rinascimento in poi. Ne sono la prova i numerosissimi disegnatori confluiti nell’orbita delle major statunitensi del fumetto (penso a Simone Bianchi, Marco Checchetto, Gabriele Dell’Otto, Carmine Di Giandomenico e molti altri ancora) che, confrontandosi con gli universi supereroistici, hanno contribuito a consolidare quella reinvenzione degli eroi mitologici in chiave moderna accennata in precedenza. Un legame tra passato e presente che dimostra ancora una volta come il fumetto, a dispetto dei pregiudizi di cui è stato oggetto, sia un vero e proprio atto di espressione artistica.

Riccardo Renda da diversi anni collabora con le associazioni “Bonelliani siculi” e “Tempio della nona arte” promuovendo la cultura del fumetto attraverso eventi e conferenze di cui egli stesso è stato curatore dei testi nonché relatore, presenziando a manifestazioni di rilievo nazionale quali Etna Comics. L’attività di scrittura si è concretizzata nella pubblicazione di articoli su testate giornalistiche on line, redazionali, presentazioni a volumi e, nell’ambito della narrativa di finzione, di racconti brevi. Laureato in Economia, nella quotidianità si occupa di amministrazione aziendale.

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