Diario di una trans

L’autobiografia che ha redatto si fa dispositivo d’esistenza e ci pone in grado di renderci gioiosi, allegri, sofferenti, mutando i mali più intimi in astri scintillanti ed in luminosi pensieri appaganti. La scrittura autobiografica come volano di profondi contenuti sociali, esistenziali ed umani. Qual è la ragione che l’ha indotta a scegliere la narrazione per dar voce al suo vissuto?
Penso che scrivere sia la maniera di esprimermi che in assoluto – più di tutte – mi si confà. Sono sempre stata una persona molto timida e introversa, soprattutto a causa della mia condizione prima omosessuale e poi transessuale. Mi vergognavo di stare in mezzo agli altri perché mi sentivo, o spesso mi facevano sentire, diverso. Il mio rifugio erano i libri: leggere mi aiutava ad evadere dalla realtà e vivere vite diverse, magiche, avventurose, mentre scrivere mi aiutava ad esprimere le mie emozioni per non tenermi tutto dentro. Ho sempre scritto di tutto: poesie, canzoni, lettere, blog… pubblicare un libro è stato un passo naturale per me.
Lei ci insegna come il corpo “Transessuale” sia un corpo di singolare incanto; un corpo che riproduce la compiuta evoluzione e realizzazione del corpo femminile e che decreterà la “fine” di Enrico. La transizione, probabilmente, ha lasciato delle ferite. Lei quale balsamo ha adoperato per curarle?
Non c’è bisogno di un balsamo per curare quelle ferite: l’anima ha una notevole capacità di autorimaginarsi con il tempo, crescendo tendiamo a dimenticarci delle cose brutte conservando solo quelle belle, perché in fondo solo quelle contano davvero. Il corpo e la vita che vivo oggi mi rendono felice e mi ripagano di tutto il cammino che ho dovuto affrontare per arrivare fin qui.
Ovidio, Tiresia, Kafka, Ermafrodito, Ifi, Ceni narrano o sono essi stessi casi di “metamorfosi” che minano e demoliscono ciò che è la certezza, l’edificio stabile su cui si accomodano gli esseri umani. La precarietà e lo spaesamento su cui c’invita a riflettere le hanno procurato critiche?
Viviamo in un mondo in cui le critiche, purtroppo, sono all’ordine del giorno. I social, in particolar modo, sono diventati la nuova gogna pubblica, in cui ognuno si sente in diritto di dover dire la propria in termini più o meno accesi, senza preoccuparsi se dall’altra parte ci sia una persona in carne ed ossa che può rimanerci male, offendersi, rattristarsi, o peggio. Non dimentichiamoci quanti ragazzini sono rimaste vittime di bulli virtuali che li intimavano a nascondersi o uccidersi, una piaga sociale di cui secondo me si parla troppo poco. Insomma, la verità è che la gente ha sempre criticato tutto e tutti, ma mentre prima certe chiacchiere rimanevano nei confini del bar, della piazza di paese o della loro casa, ora queste ondate di odio miste a ignoranza arrivano a ledere tutti noi, in particolare le persone più sensibili. Bisognerebbe stare più attenti a quello che diciamo e a come lo diciamo, anche e soprattutto nel mondo virtuale.
Lei non risparmia critiche alla società contemporanea. Ritiene che sia solo apparentemente aperta, inclusiva ed empatica?
Assolutamente sì. Nel mio libro ho affrontato diverse tematiche moderne – da quello del linguaggio alla spiritualità, dal sesso alla moda – offrendo il mio punto di vista di persona che “visse due volte” e analizzando in maniera spero abbastanza lucide alcuni aspetti del mondo in cui viviamo. Tutto in apparenza sembra così “inclusivo” e aperto alle differenze, ma è davvero così o è solo marketing per ingraziarsi il pubblico? Ad esempio, come può la moda dirsi inclusiva se alla fine continuiamo a trovarci di fronte i negozi come “Zara Man” e “Zara Woman” per citare un esempio? Riempire magazine e passerelle di modelle curvy non basta: essere inclusivi – ma inclusivi per davvero – è ben altro.
Quale messaggio desidera che giunga a chi si sente sbagliato?
Giusto e sbagliato sono due termini estremamente fragili, soggetti alle circostanze. Non c’è un giusto o sbagliato per eccellenza, esiste ciò che è giusto o sbagliato per noi. Quindi non vale la pena cercare di inquadrarsi dentro certe strutture sociali predefinite, perché finiremmo comunque per scontentare qualcuno che ci vorrà più magri, più in carne, più alti, più biondi, più simpatici, più riservati, più esuberanti, più loquaci, più calmi, più questo o più quello. Come diceva saggiamente la Regina Bianca ad Alice, non si vive per accontentare gli altri. E questo non dovremmo mai dimenticarlo.
Enrica Scielzo si è laureata con lode in Lingue e Letterature Straniere, prima di aprire il suo blog The Lookmaker (www.enricascielzo.com ), “un invito alla spensieratezza, alla bellezza, all’essere se stessi”. Da qui il lancio verso una carriera come consulente di immagine ed influencer nel campo della moda e della bellezza, che la porterà a comparire sulle più prestigiose riviste quali Vanity Fair, Elle Italia, Il Fatto Quotidiano, nonché ospite di vari programmi nazionali e internazionali. Diario di una Trans è il suo primo libro, che racconta in maniera intima – e divertente – la sua metamorfosi.

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