A Parigi. Da Hemingway a Cortázar

Parigi narrata attraverso pagine affascinanti redatte dall’inizio del Novecento ad oggi.

In che modo ha operato una selezione; a quale istanza ha risposto?

Mi incuriosiva il rapporto con la città di chi non ci era nato. Grandi autori che scrivevano di Parigi per scoprire la loro città interiore. Un rispecchiamento, in cui la letteratura nasce dall’incontro tra il luogo fisico e gli occhi di chi lo attraversa. Poi mi interessava andare a vedere cosa c’era oltre la grande quantità di luoghi comuni sulla città. Parigi, come New York, genera centinaia di immaginari diversi, spesso stereotipati o gonfiati dal marketing. La grande letteratura ha la profondità per scandagliare cosa c’è oltre la Parigi cartolinesca, quella della Montmartre degli innamorati, per capirci.

Gli autori di cui riporta l’immaginario letterario non sono parigini di nascita.

Ritiene che Parigi possa essere meglio raccontata da chi vi ha vissuto per scelta?

Non so se meglio, sicuramente in un modo diverso. Per chi è straniero parlare di un luogo vuol dire necessariamente indagare l’identità, la propria e quella della città. In alcuni casi è stato affascinante scoprire il primo impatto con Parigi. La Ortese, ad esempio, ne ‘Il mormorio di Parigi’ racconta che è ci arrivata la prima volta da adulta. Le sue pagine che ci restituiscono la meraviglia e la commozione di quel primo sguardo sono bellissime.

Il libro è strutturato su tre “passeggiate” con Hemingway, Cortázar, Fitzgerald, certamente notissimi, ma anche con autori meno celebri.

Quali peculiarità possiede, ad esempio, la Parigi di Gajto Gazdanov?

Gazdanov era un esule russo finito a Parigi a fare il tassista. Siamo negli anni ’30 del secolo scorso, la città che ci racconta è quella dei piccoli criminali, dei reietti, delle prostitute e degli esuli. Nello stesso periodo Hemingway e Fitzgerald bevevano champagne sulla rive gauche, nel cuore della Parigi letteraria e “americana”. Non erano ricchi, ma erano comunque scrittori abbastanza riconosciuti. E’ stato bello ricostruire pezzi diversi della città.

Tra le pagine emergono altresì consigli di viaggio.

“A Parigi. Da Hemingway a Cortázar” è indirizzato anche ad un possibile turista?

Assolutamente si. Tra uno scrittore e l’altro ci sono pure indirizzi di bar, ristoranti, musei, parchi. Con alcune curiosità: ad esempio dove andava a bere Vargas Llosa, dove comprava le torte, e dove cenava.

Il suo homo viaticor ha uno sguardo delicatamente carezzevole, accoratamente umile, soavemente poetico, fortemente empatico e mai profanatore dei luoghi parigini.

In quale accezione possiamo declinare il suo uso del termine “viaggio”?

Per viaggiare serve profondità di sguardo, lentezza, voglia di perdersi, capacità di farsi guidare dai luoghi senza seguire necessariamente i percorsi previsti. Esattamente le stesse cose che servono nella letteratura, sia per scriverla che per leggerla e amarla.

Nicola Ravera Rafele ha esordito a quindici anni con Infatti purtroppo. Diario di un quindicenne perplesso. Nel 2014 ha pubblicato Ultimo Requiem, con Mimmo Rafele. Nel 2017 per Fandango Libri è uscito Il senso della lotta, selezionato nella dodicina del Premio Strega, nel 2019 è uscito, sempre per Fandango Libri “Tutto questo tempo”.

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