RESISTENZA DEL MONDO. CONNESSIONI (IN)ATTESE FRA SCIENZA ED ARTE

Rievocando la provocazione di Charles Percy Snow, il quale denunciò l’avvenuto divorzio tra cultura scientifica e cultura umanistica, reputa che davvero esista una schisi tra scienza ed arte?

In realtà il libretto di Snow mirava ad un obiettivo più specifico. La scienza delle università- pensatoio, com’erano state Gottinga o la Cambridge della sua gioventù, avevano lasciato da un pezzo il posto ad una scienza come motore industriale e militare. Poiché tradizionalmente la classe politica di un paese si forma su studi umanistici, Snow poneva una questione molto precisa: in un mondo in cui problemi e soluzioni richiedono una grande quantità di conoscenza scientifica, come si possono prendere decisioni efficaci senza formazione scientifica e privi di una politica della scienza? Ricordiamoci che Snow fu assistente del ministro per la tecnologia del lavoro nel governo di Harold Wilson. Nella sua bellissima prefazione per “Apologia di un Matematico” del suo amico G. H. Hardy, rievoca i circoli memorabili dell’età edoardiana in cui filosofi come G. E. Moore, economisti come J. M. Keynes, pittori come Vanessa Bell (sorella di V. Woolf) e critici come R. Fry si incontravano regolarmente realizzando di fatto un’unità culturale oggi impensabile. L’interpretazione del pamphlet di Snow come schisi, che è un difetto morfogenetico di saldatura nella colonna vertebrale, è più adatto ai nostri giorni. Infatti la tecnoburocrazia e l’entrata della scienza come protagonista nella società dello spettacolo assieme all’arte ed alla letteratura, producono un impoverimento su entrambi i fronti con la conseguenza di un dialogo stilizzato e infecondo e pongono il falso problema del dialogo scienza- arte-letteratura, come se la questione riguardasse la ricerca di una chiave magica per far riprendere i contatti interrotti. Questo è uno dei temi sottotraccia nell’ultimo Houllebecq, “Annientare”: l’uomo colto manca sistemicamente di esattezza, gli specialisti di visione. Il flusso della cultura è uno, ogni cosa si alimenta delle altre, sono i limiti mentali che ci siamo imposti ad aver ridotto questo nutrimento in piccoli rivoli per irrigare giardini di plastica.

L’arte e la scienza pare che siano espressione dell’Homo sapiens di formulare un pensiero astratto e di utilizzare queste capacità per elaborare una rappresentazione complessa del mondo.

Stante la sua ricerca, ravvede un’origine evolutiva del senso estetico?

C’è una frase molto bella di G. Edelman nel suo libro con G. Tononi sull’evoluzione della coscienza, che recita pressappoco: “Dove prima c’era la capacità di distinguere l’acqua dal vino, si è sviluppata quella di riconoscere un Cabernet o un Sauvignon”. Rende bene l’idea che ampliare lo spettro delle nostre distinzioni è un elemento chiave delle capacità cognitive. All’interno di questo spettro sempre più complesso si trova l’attitudine a rivelare bellezza sotto forma di configurazioni regolari, coerenti. Questo è il bello che potremmo dire gestaltiano. C è un’altra accezione, a cui ho dedicato parte del mio libro, che ha a che fare con la cultura. Ogni artista o scienziato sa scegliere, all’interno di un insieme di possibilità, la soluzione più efficace, più elegante, più semplice ed allo stesso tempo più profonda. Che è anche bella. Dunque la bellezza è anche la “mossa efficace”, quella che dà forma ad un paesaggio prima confuso e incerto.

Gli scienziati esercitano la creatività mediante un modello di carattere intuitivo ed un modello di carattere analitico. Quello intuitivo è essenzialmente affine al modello creativo degli artisti.

E’ l’intuizione la molla scatenante la creatività sia in ambito artistico che scientifico?

Risponderei senza dubbio si, ma va specificato che l’intuizione creativa non è un elemento astratto ed universale, si inserisce piuttosto in uno scenario di conoscenze e problemi, all’interno di uno stato dell’arte e di una cassetta degli attrezzi. Manipolando formule, figure, scritture e cercando di aggiungere qualcosa ad un paradigma dominante, o scardinarlo del tutto sulla spinta specifica di un’esigenza, si iniziano a vedere vagamente nuove connessioni e possibilità, si abbattono vincoli e se ne producono altri, fino a produrre qualcosa di stilisticamente definito.

I concetti scientifici e la visione scientifica del mondo hanno influenzato l’arte in modo rilevante.

La scienza influenza l’arte?

Dipende da cosa intendiamo con il termine “influenza”. Se ci riferiamo alle tecniche c’è una storia lunghissima di esempi che va dalla prospettiva di Piero della Francesca alla Light Art all’arte transgenica del coniglio fluorescente di Edoardo Kac. E’ quello che nel libro chiamo l’incontro “a valle”, dove vengono mutuate delle tecniche. Ritengo più importante l’incontro “a monte”, quello degli intenti cognitivi che giustifica l’uso di queste tecniche in vista di un obiettivo culturale ed estetico e che va oltre lo spettacolo degli effetti ed è parte delle ragioni dell’opera. Ad esempio in Piero della Francesca l’uso della prospectiva pingendi è volto ad esaltare l’aspetto iconico e sacrale delle rappresentazioni, è una sorta di inno religioso di un matematico platonico. Anche la protoprospettiva di Giotto ha un fine religioso, perché è l’adozione dell’occhio di Dio che vede alcune cose più grandi ed altre più piccole. Restando a monte possiamo dire che la conoscenza scientifica ha sempre influenzato l’arte e la letteratura perché le vicende umane sono sempre inscritte in una visione del mondo.Pensiamo alla fenomenologia di Proust, alla scienza della navigazione in Melville o all’intelligenza artificiale in “Macchine come me” di Ian McEwan, autore da sempre interessato alla scienza che conobbi al Birbeck College nel circolo di David Bohm.

Soventemente, arte e scienza colgono all’unisono lo “spirito dei tempi”.

Qual è oggidì lo status di questo inatteso connubio?

Belle e difficile domanda. Per tentare una risposta bisogna porsi fuori da quella che si chiama storia interna delle pratiche, ossia l’insieme dei problemi e delle tecniche che ne vincolano l’andamento, e cercare di guardare tutto dal di fuori. Mi vengono in mente la proliferazione di tante forme di cosmologia quantistica, racconti sull’origine e la storia della materia, l’aumento di interesse per la complessità, l’esigenza di rincorrere i processi del mondo, la bellezza enigmatica ed affilata di molta arte contemporanea,il ritorno di interesse per il jazz, una musica decretata morta ad ogni generazione che indica il bisogno di con-fonderci con il mondo molto più di quanto non faccia il vecchio sciamanesimo del rock; penso ad Houllebecq e Cartarescu , ai temi che attraversano molti film e soprattutto serie televisive, e l’impressione è quella dell’attesa di un nuovo confine e dell’insicurezza di poterlo superare. Forse è stato sempre così ma il senso d’urgenza è assolutamente nuovo e attraverso le due “eresie del fare”, scienza ed arte, ci chiede di metterci in gioco in modo radicale.

Ignazio Licata, fisico teorico, direttore dell’ISEM (Institute for Scientific Methodology) di Palermo.

Ignazio Licata è fisico teorico presso l’Institute for Scientific Methodology (ISEM), di Palermo, la School of Advanced International Studies on Theoretical and Nonlinear Methodologies of Physics, Bari, e l’ International Institute for Applicable Mathematics and Information Sciences (IIAMIS), B.M. Birla Science Centre, Hyderabad, India.Le sue ricerche riguardano i fondamenti delle teorie fisiche, le origini quantistiche dell’universo e la fisica dell’emergenza. Ha oltre 200 lavori tra articoli di ricerca e curatele. Nel 2008 riceve il Premio “Le Veneri” a Parabita ( Lecce) per l ‘attività di seeding culturale sui temi dell’interdisciplinarietà, e nel 2012 il premio per la Best Lecture “Quantum origin of time” alla International Conference on the Concept of Time, Al Ain (UAE). È stato ospite al Festival di Filosofia (2004 e 2011), e si occupa attivamente dei rapporti tra arte, scienza e letteratura.

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